Categoria: Annali

Ue, 43 miliardi di fondi per l’Italia. Se riusciamo a spenderli

Di tempo ne è rimasto poco. Entro fine anno il nostro paese dovrebbe riuscire ad approvare i piani per l’utilizzo dei fondi che l’Europa mette a disposizione per investimenti strutturali. Un ammontare cospicuo, che la Commissione Ue, nel suo ultimo Country report dedicato all’Italia ricorda superare i 43 miliardi di euro fino al 2020, una cifra che pesa 0,4 punti di pil l’anno ed equivale al 15% degli investimenti pubblici previsti nell’arco di vigenza del piano.

Poiché le chiacchiere stanno a zero – come quelle sulla nostra storica incapacità di spendere i fondi del ESIF (European Structural and Investment Funds) – sarebbe il caso che le varie amministrazioni pubbliche che sono incaricate di farsi venire idee e poi di portarle a compimento si rimboccassero le maniche e per una volta ci stupissero. Anche perché questi denari, che rischiano di esserci sottratti se non vengono utilizzati, sono una delle ragioni che dovrebbero motivare il nostro appartenere all’Unione. Non a caso la Commissione osserva che “i programmi operativi sono un passo importante nella direzione del miglioramento della capacità amministrativa di utilizzarli”.

Giusto per ricordarlo, questi fondi sono pensati per sostenere programmi di sostegno in vari settori del paese, dalla lotta alla povertà ai miglioramenti infrastrutturali e del mercato del lavoro e dell’istruzione, tutti temi che dovrebbero suscitare sensibilità fra i nostri politici e amministratori. L’Italia peraltro beneficia di un altro capitolo del bilancio europeo che ha stanziato 567 milioni per il lavoro giovanile, che si aggiungono ad altri finanziamenti del Fondo sociale europeo proprio per supportare i giovani e il loro incontro con il mercato del lavoro. C’è poi un altro miliardo per investimenti nei trasporti che l’Italia ha prenotato nell’ambito del piano Connecting Europe Facility. Altre informazioni le trovate qui.

Tutte belle cose, quindi. stando così le cose, abbiamo pochi alibi. O la nostra classe dirigente, che è composta non solo dai politici ma anche dai burocrati, dimostra di essere all’altezza del compito, o dobbiamo rassegnarci a pensare che non è soltanto l’Europa ad essere brutta e cattiva.

Ci mettiamo anche di nostro.

Bitcoin for dummies: C’è Bitcoin e bitcoin

Rivoluzione è la parola parola più utilizzata nell’ampia trattatistica che ha per oggetto la tecnologia bitcoin. Si tratta di libri scritti per lo più da persone che operano con questa innovazione, giovani, fortemente orientate verso le materie matematiche e statistiche e con buoni background informatici, mentre la conoscenza dei fondamenti di economia non supera in gran parte dei casi la manualistica di base. Anche in questo caso, insomma, si replica quanto abbiamo visto a proposito del trading algoritmico: sono i geni del computer i protagonisti di questa sedicente rivoluzione, non gli economisti. Ciò non vuol dire che un pensiero economico non ci sia, anzi è parecchio interessante analizzarlo.

Prima però, è opportuno iniziare a schematizzare il percorso di questa ricognizione, individuando i fondamenti del sistema che bitcoin sta in qualche modo questionando, proponendosi come alternativa.

Il cuore della faccenda sta in un semplice gesto che facciamo ogni giorno: il pagamento per avere qualcosa. Questo gesto si esaurisce nel passaggio di moneta da una persona a un’altra, o perché ci ha venduto qualcosa o perché dobbiamo pagare una prestazione, o magari semplicemente le tasse. Questo gesto coinvolge due cose: una moneta, che deve essere scambiata, e una infrastruttura che rende possibile questo scambio di moneta.

Bitcoin si propone come un’alternativa alle tecnologie esistenti proponendo insieme una moneta, che si chiama bitcoin (scritto in minuscolo) e una infrastruttura, che si chiama Bitcoin (scritta in maiuscolo). Questa prima distinzione permette già di fare un primo passo che aiuta a dissipare tanta confusione. Quando si parla di bitcoin, infatti, è sempre opportuno chiarire se ci riferisca alla valuta o all’infrastruttura. Perché le due cose nascono insieme, ma non sono la stessa cosa. Oltre a bitcoin, infatti, possono esistere altre valute crittografiche – si chiamano criptovalute perché usano la crittografica per essere autenticate – che usano sistemi di funzionamento simili a quelli di Bitcoin. Ne trovate un breve elenco qui.

In questa differenza risiede il primo importante discrimine fra la tecnologia tradizionale, nella quale esistono diverse valute che condividono uno o più sistemi di pagamento, e quella “rivoluzionaria” proposta dal misterioso Satoshi Nakamoto, che nel 2008, in piena crisi finanziaria, registrò anonimamente il dominio bitcoin.org lanciando il suo manifesto di cui parleremo più avanti.

Per capire in cosa consista questa “rivoluzione”, di conseguenza, dobbiamo analizzare che tipo di moneta sia il bitcoin e che tipo di sistema di pagamento – ossia l’infrastruttura sui cui si veicolano gli scambi – voglia proporre Bitcoin. Quindi dobbiamo chiederci in cosa sia diversa questa tecnologia rispetto a quella consolidata e quali siano i presupposti economici, politici e persino filosofici sulla base dei quali questa innovazione vuole accreditarsi nei confronti della comunità internazionale.

Magari finiremo per scoprire che è bella, ma non ci piace.

O il contrario.

(2/segue)

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L’economia ai tempi dello ZLB: Ecco chi paga il conto dei tassi negativi

Nell’economia ai tempi dello zero lower bound diventa esercizio utile provare a comprendere come le società stiano reagendo allo sprofondamento dei tassi di interesse ufficiali – ossia quelli gestiti dalle banche centrali – sotto la soglia dello zero, che nel mondo capitalistico somiglia a una sorta di eresia. L’idea che un prestito generi un tasso negativo, lo abbiamo visto e analizzato da diverse angolazioni, sembra contraddire lo spirito stesso del pensiero capitalistico, che sullo smercio del denaro, fra le altre cose, ha costruito la sua fortuna nei secoli.

Perciò è estremamente interessante leggere un’analisi, contenuta nell’ultima quaterly review della bis (How have central banks implemented negative policy rates?) dove gli autori osservano le conseguenze della decisione che quattro banche centrali hanno adottato di portare a zero i tassi ufficiali osservando prima il mercato monetario e poi la struttura dei tassi bancari. Il che ci aiuta a comprendere chi poi, alla fine dei conti, sia stato chiamato a sostenere queste manovre.

Ricordo che le quattro banche centrali che presentano, alla fine del 2015, almeno un tasso ufficiale sotto lo zero sono la BCE e le banche centrali di Danimarca, Svezia e Svizzera e la Bank of Japan, ultima arrivata a gennaio di quest’anno. L’analisi parte dalla constatazione che quando hanno introdotto tassi negativi, le banche centrali hanno cercato di farlo in modo tali da limitare l’onere sulle banche. Le Bc, infatti, con l’eccezione della Riksbank, hanno applicato tassi negativi esclusivamente alle riserve delle banche presso la banca centrale che superavano determinate soglie.
In tutti i casi analizzati, questi tassi moderatamente negativi si sono trasmessi ai tassi del mercato monetario e più in là lungo la curva dei rendimenti.

Al contrario, il loro impatto su altri tassi, in particolare quelli bancari, è stato molto meno evidente. Soprattutto, non sono scesi in territorio negativo i tassi sui depositi bancari della clientela al dettaglio, mentre in Svizzera i tassi ipotecari, con le banche che hanno cercato di proteggere i loro profitti, negli ultimi mesi sono persino aumentati.

Vediamo in dettaglio cosa ciò significhi. “Finora – scrivono gli autori – l’introduzione di tassi moderatamente negativi non sembra abbia generato malfunzionamenti sul mercato monetario”. In tutte le giurisdizioni considerate il tasso overnight ha seguito il tasso di policy sotto lo zero, e poi si è trasmesso ad altri tassi del mercato. Ciò significa, in pratica, che indebitarsi a brevissimo termine ha comportato costi negativi per gli intermediari o di poche unità sopra lo zero. Se guardiamo al caso dell’Eurozona, su osserva ad esempio che l’Euribor a un mese e l’Eonia stanno stabilmente in territorio negativo. Nel mercato monetario svizzero il tasso negativo persiste, e anche a livello compreso fra il meno 0,5 e l’1% anche nei prestiti a tre mesi.

Interessante osservare che tale peculiarità non ha impattato sui volumi degli scambi se non marginalmente. In Svizzera addirittura le transazioni, per motivi tecnici, sono leggermente aumentate.

Aldilà del mercato monetario, che ricordo include le transazioni fino a un anno, l’influsso dei tassi negativi ha contribuito a una diminuzione dei rendimenti, compresi quelli sui titoli ad alto rischio. “L’eccezione chiave – sottolineano – è stata la riluttanza a far passare i tassi negativi sui depositi retail. Questa reazione è stata motivata dalla preoccupazione, condivisa da alcune banche centrali, che i tassi negativi sui depositi bancari avrebbe condotto a uno loro diminuzione. In Svizzera, le banche hanno risposto all’abbassamento del margine sui nuovi prestiti in alcuni linee di business aggiustando altri tassi di prestito. In particolare, le banche svizzere hanno innalzato il tasso dei prestiti sui mutui”.

La qualcosa è una interessante evoluzione. “Se i tassi negativi non conducono a più bassi tassi per i prestiti alle famiglie e alle imprese, allora perdono il loro razionale. D’altra parte, se i tassi negativi si trasmettessero alla famiglie e alle imprese ci sarebbe un effetto negativo sulla profittabilità delle banche”. La quale, è bene ricordarlo, è giù messa a dura prova.

Questa breve analisi ci consente già di trarre alcune considerazioni. La prima è che la politica dei tassi negativi, abbassando i rendimenti, favorisce i debitori nel mercato monetario come in quello dei capitali, quindi per scadenze superiori a un anno. In entrambi i casi i costi sono a carico dei creditori. In ogni caso chi dà a prestito, con queste politiche, tende a perdere a meno che non accetti di correre più rischi.

La circostanza poi che le banche debbano compensare in qualche modo la perdita di profittabilità lascia comprendere che alla fine sono gli stessi che dovrebbero godere di questi ribassi a doverne pagare il conto, seppure per altra via. E il caso svizzero è l’esempio più calzante.

Morale della favola? “Tutto ciò – commenta Hyun Song Shin, capo del settore ricerca della Bis – solleva interrogativi su come sia cambiato il meccanismo di trasmissione della politica monetaria in questi paesi, come cambierà in futuro e, più in generale, come funzionerà il sistema finanziario se i costi di indebitamento ufficiali continueranno a scendere ulteriormente in territorio negativo o se resteranno sotto lo zero per un periodo prolungato”.

La morale dunque è chiara: non sappiamo dove ci condurranno queste pratiche. Per ora sappiamo solo chi ne stia pagando il conto.

 

Le metamorfosi dell’economia: Nella testa del Golem

Il Golem oggi appare molto diverso dal mostro antropomorfo evocato nella leggenda dal rabbino di Praga, ma ciò non vuol dire che lo sia davvero. Nell’ebraico moderno golem significa anche robot, parola quest’ultima di cui comunemente si ignorano origine e significato.

Ne trovo una spiegazione in un bel libro di qualche anno fa di Tomas Sedlacék, L’economia del bene e del male, dove scopro che il termine robot è stato utilizzato per la prima volta nel 1920 da un drammaturgo ceco, Karel Capek, all’interno della pièce fantascientifica R.U.R., dove si racconta dell’insurrezione di esseri artificiali creati allo scopo di sostituire gli esseri umani nel lavoro. L’etimo di robot lo fa risalire alla parola protoslava robota, che significa proprio lavoro. Come vedete molto delle nostre vite gira intorno al lavoro.

Rabbini e scienziati, perciò, hanno condiviso nel tempo, per ragioni e con metodi diversi, l’esigenza dell’uomo di servirsi di esseri artificiali per fare ciò che dovrebbe far da solo, vuoi perché convinto che lo facciano meglio loro, vuoi perché non ha voglia di occuparsene direttamente. O magari – e questa è stata la motivazione economica – perché così aumenta la produttività. Ciò serve a comprendere quanto sia radicato negli esseri umani tale desiderio.

Il Golem che abbiamo generato ai giorni nostri agisce a nostra insaputa in uno dei gangli più sensibili della società: l’organizzazione della vita economica. Con una differenza rispetto al suo prototipo ancestrale: il golem economico non è per nulla spaventoso. Al contrario. Somiglia al computer che tenete a casa, magari solo un po’ più potente, e articola i suoi ragionamenti computando centinaia di equazioni che descrivono un mondo ideale che il Golem interpreta come un auruspice o un moderno oracolo. Ne sortisce previsioni e consigli che finiscono sui tavoli degli uomini più potenti del mondo e sulla base dei quali costoro prendono decisioni che riguardano tutti. Così facendo il golem economico, a differenza dei suoi avi immaginari, diventa un’entità assai reale che provoca conseguenze altrettanto reali, segnando infine un clamoroso successo nella sua lotta secolare contro gli umani, che pure l’hanno generato.

Giova a questo punto darne una sommaria descrizione. Sempre Sedlacék nel suo libro ricorda che nel corso del tempo il pensiero economico sia stato sempre influenzato da correnti religiose, morali e filosofiche, salvo poi, a partire dal XX secolo finire sotto l’influenza di un certo determinismo meccanicistico che ha favorito il razionalismo di stampo cartesiano e il sorgere di un individualismo semplificato che ha finito col costituirsi in soggetto: il mitico uomo economico razionale, l’archetipo del Golem.

Questa “economia piena di matematica” dove è stata incistato l’automatismo del robot/golem sotto la forma di equazioni massimizzanti l’utilità necessitava di un corpo affinché il mostro si animasse in tutta la sua potenza e il progresso tecnologico, proprio come accade in un brutto film di fantascienza, gliel’ha trovato. La fisica dei microprocessori gli ha fornito un cervello di silicio che non elabora pensiero ma informazioni. Queste ultime vengono utilizzate in maniera combinatoria sulla base di premesse metodologiche pre-determinate. Un cervello morto, perciò: incapace di immaginare, ma buono solo a computare. Al Golem non è richiesta invenzione, ma efficiente prevedibilità.

Ed ecco come appare oggi, in uno dei suoi tanti esemplari: “Il modello econometrico trimestrale della Banca d’Italia, sviluppato nella prima metà degli anni ottanta, descrive le interazioni fra i più importanti aggregati macroeconomici dell’economia italiana. È costituito da circa 800 equazioni, di cui quasi 100 stocastiche, con una specificazione articolata dei diversi settori economici, incluso quello pubblico.
I meccanismi che governano l’evoluzione delle principali variabili sono keynesiani nel breve periodo, in cui l’andamento dell’attività economica è determinato soprattutto dall’evoluzione della domanda aggregata e vi sono rigidità nell’aggiustamento dei prezzi e dei salari; nel lungo periodo, come nello schema neoclassico, la crescita economica è il risultato della dinamica dell’accumulazione di capitale, della produttività e degli andamenti demografici. Il modello trimestrale è utilizzato per gli esercizi di previsione e per le analisi di politica economica”.

Questo esemplare l’ho tratto dal sito di Banca d’Italia, dove ne esiste anche un altro che merita di essere conosciuto: il modello DSGE: “I modelli dinamici stocastici di equilibrio generale (dynamic stochastic general equilibrium, DSGE) descrivono l’andamento dei principali aggregati macroeconomici come risultato di scelte ottimizzanti (corsivo mio, ndr) di famiglie e imprese, che dipendono anche dalle loro aspettative. Combinando rigorosi fondamenti teorici delle equazioni comportamentali (microfondazioni) con la stima (o calibrazione) dei parametri strutturali, i modelli DSGE consentono di replicare l’andamento delle principali variabili macroeconomiche. Inoltre l’identificazione dei parametri strutturali – che descrivono le preferenze individuali, i vincoli tecnologici e quelli istituzionali – consente di utilizzare i modelli per analisi di politica economica senza incorrere nella Lucas critique. I modelli DSGE di tipo neo-keynesiano, sviluppati dall’Istituto con riferimento all’Italia e all’area dell’euro, sono utilizzati per la previsione, la costruzione di scenari controfattuali e l’analisi di politica economica”.

Perché non pensiate che questi due robot agiscano solo da noi, è bene precisare subito che i Golem sono ben posizionati in tutte le banche centrali e nei principali istituti internazionali. Le ragioni di questa moda sono ben descritte in un altro bel libro di qualche anno fa di Felix Martin, Denaro, dove si ricorda che “alla fine degli anni ’90 venne finalmente individuato un modo accettabile per giustificare un ruolo limitato delle politica monetaria (..) l’alzata di ingegno finale consistette nel battezzare ‘neokeynesiana’ questa nuova versione della teoria classica (..) questa miscela inebriante si rivelò irresistibile persino per i direttori delle banche centrali. Le loro difese erano crollate una volta per tutte e i modelli di equilibrio generale neokeynesiani, dinamici e stocastici, arrivarono presto a dominare la pianificazione politica politica delle maggiori banche centrali del mondo”.

Quindi i Golem ormai hanno trovato graziosa ospitalità presso quelle banche centrali che decidono molto della nostra vita. La cosa è talmente seria che nel 2008 la Bis produsse un paper dove si faceva il punto sullo stato dell’arte. Leggendolo ho scoperto che Martin non esagerava: i Golem sono dappertutto. Quello della banca centrale canadese si chiama ToTEM, quello della Banca d’Inghilterra di chiama BEQM, quello della BC cilena MAS. In Perù si chiama MEGA-D, nella Bce abbiamo NAWM, in Norvegia si chiama NEMO, mentre in Svezia hanno scelto l’esotico RAMSES. La Fed l’ha chiamato SIGMA, e pare ne abbia un altro che si chiama EDO, mentre il Fmi ne ha addirittura due: GEM e GIMF. Di sicuro ce ne stanno altri, ma il paper non li censisce e in fondo ci importa poco.

Ciò che importa è che quest’armata robotica ormai regola più di quanto pensiamo le nostre esistenze. Malgrado siano diversi, questi Golem condividono importanti caratteristiche strutturali, che sarebbe più giusto chiamare filosofiche, se ormai la filosofia non fosse così fuori moda. Dovremmo capire perciò come ragionano, ammesso che ricombinare informazioni del passato secondo schemi logici ancora più vecchi si possa chiamare ragionare.

A tal proposito ci torna utile un ottimo articolo di Terenzio Cozzi che ho trovato su moneta e credito (volume 64, numero 253, 2011) dal titolo esemplare: La crisi della macroeconomia. Che la crisi della macroeconomia consista sostanzialmente in quella dei modelli in cui ormai si è trasformata dovrebbe dirci molto sullo stato di questa disciplina. Ma tant’è. E’ utile soffermarsi e vedere quali ipotesi incorporino questi modelli. Serve a entrare nella testa del Golem che pretende di guidarci.

A differenza dei primi esemplari, che postulavano concorrenza perfetta e salari e prezzi pienamente flessibili, in armonia con il retropensiero dell’economia classica, “i nuovi modello DSGE incorporano qualche elemento di imperfezione dei mercati e rigidità di tipo keynesiano: concorrenza imperfetta nei mercati del lavoro e dei prodotti, salari e prezzi che non aggiustano immediatamente, possibile inutilizzazione di risorse per tempi non brevissimi, piccole imperfezioni nei mercati finanziari, le poche volte che vengono esplicitamente considerati”. “Questi ultimi modelli –  aggiunge – sono stati man mano preferiti ai primi per ragioni di stima econometrica e lato sensu di verosimiglianza con gli andamenti effettivi. Ma da quelli non si
discostano molto, sia per le ipotesi di fondo su cui sono basati sia per le
conclusioni che ne derivano”.

Quali sono dunque queste ipotesi? Eccole qua: “Equilibrio stabile, aspettative razionali, agente rappresentativo, mercati finanziari efficienti (e completi), garantiscono il buon funzionamento del sistema economico ed escludono la possibilità che vengano a manifestarsi gravi crisi e conseguentemente la necessità di
consistenti interventi pubblici per correggere gli andamenti spontanei. Per ipotesi infatti, il sistema è sempre in condizioni di equilibrio che è unico ed è reso stabile da forze di mercato spontanee che riescono a coordinare le decisioni degli operatori e, in definitiva, a far sì che il mercato riesca ad autoregolarsi. L’unicità e la stabilità sono però semplicemente ipotizzate, senza alcun tipo di analisi a supporto”.

Come si vede, non siamo tanto lontani dall’utopia dei mercati perfetti che illudeva i nostri progenitori. Assistiamo al ritorno della mano invisibile di Smith, ma in versione informatica. Con semplificazioni inaccettabili anche per i palati più rozzi, come quella che ipotizza che tutte le decisioni “vengano prese da un “unico consumatore/lavoratore /proprietario che vive in eterno [e che] massimizza, su un orizzonte infinito, una funzione di utilità […] sotto l’ipotesi di previsione perfetta o di aspettative razionali, in un ambiente istituzionale e tecnologico che favorisce, a ogni livello, comportamenti caratteristici dei mercati perfettamente concorrenziali”.

E la circostanza che questi modelli siano stati costruiti inzuppandoli di dati raccolti nel ventennio 1984-2004, quelli della cosiddetta Grande Moderazione, esclude che siano in grado di immaginare quali comportamenti si debbano adottare in caso di shock, come è stato dal 2008. Alcuni di recente hanno ammesso che gli strumenti analitici di cui disponiamo non sono in grado di comprendere la nostra realtà per la semplice ragione che non incorporano scenari nuovi, non previsti né prevedibili.

Il Golem, come tutti i robot, è terribilmente stupido, per la semplice circostanza che conosce solo il passato e non ha la minima possibilità di immaginare un futuro diverso. Per quello servono le persone.

Ma a quanto pare non hanno voglia di pensarci.

(17/segue)

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Non ci resta che la politica monetaria: parola di Bce

Leggo deliziato uno speech di Vítor Constâncio, vicepresidente della BCE, rilasciato all’indomani dell’inusitato sforzo compiuto dalla nostra banca centrale per debellare l’insidia deflazionistica dell’eurozona. Deliziato innanzitutto dal titolo, che annuncia una “difesa della politica monetaria”, lasciandomi capire quanto l’esigenza di tale difesa sia sentita persino in alto loco. Il motivo è presto detto: “La decisione è stata assunta in un momento in cui i media e i mercati davano voce al proprio scetticismo. Il ragionamento degli scettici muove in due direzioni: la politica monetaria, in primo luogo, non sarebbe adeguata a fronteggiare la tendenza attuale alla bassa crescita e, in secondo luogo, si dimostrerebbe comunque sempre più inefficace”.

Insomma, il sancta sanctorum è stato questionato e tanto basta. Sorrido poi quando leggo che “l’idea che la politica monetaria da sola non sia in grado di incrementare la crescita tendenziale è perlopiù corretta ma banale, soprattutto se si considerano le sfide connesse al ristagno secolare messe in luce da Robert Gordon nel suo brillante libro”. Corretta ma banale: devo ricordarmelo la prossima volta che un banchiere centrale – e lo fanno sempre – ricorderà che la politica monetaria da sola non può far tutto.

Interpreto poi come un autentico grido di dolore il ricordare come “il G20 abbia sollecitato il ricorso ad altre politiche, in particolare riforme strutturali e di bilancio” e insieme la constatazione che “il contributo di altre politiche sarebbe certamente desiderabile, ma si possono nutrire ragionevoli dubbi riguardo alla loro applicazione”. E questo per una serie di ragioni. A cominciare dal fatto che “una politica di bilancio attivamente improntata alla stabilizzazione è soggetta a restrizioni di legge nell’UE e ai vincoli della politica negli Stati Uniti. Più in generale, i paesi che potrebbero utilizzare un margine per interventi di bilancio, non se ne serviranno, mentre molti che ne farebbero uso, non dovrebbero”. Traduco: chi dovrebbe spendere non lo fa e chi non dovrebbe è tentato di farlo.

Desolata la conclusione: “Non ci restano quindi che le riforme strutturali”. Che mi ricorda l’immortale duo Troisi&Benigni di “Non ci resta che piangere”. Tali riforme, peraltro, “sono importanti ma richiedono tempo per essere applicate e per produrre risultati”. Se invece pensate alle mitiche liberalizzazioni e deregolamentazioni, “che gli economisti spesso hanno in mente” il nostro banchiere ci ricorda che “determinano una riduzione dei salari e dei prezzi nel breve termine, che non aiuta a normalizzare l’inflazione”. Insomma: sono recessive. Cade un altro mito.

Conclusione: “Le riforme strutturali sono essenziali per la crescita potenziale di lungo periodo, ma è difficile vedere come potrebbero stimolare la crescita in misura significativa nell’arco dei prossimi due anni, soprattutto se il problema è al momento la debolezza della domanda mondiale”.

In questa clamorosa scoperta dell’acqua calda, alla quale finalmente partecipano anche i banchieri centrali, “dovremmo ricordare i risultati imbarazzanti del piano convenuto dal G20 a Brisbane per generare una crescita addizionale del 2% a livello mondiale attraverso un lungo elenco di riforme concrete proposte dall’FMI e dall’OCSE. Di fatto, l’economia mondiale ora rischia di non raggiungere neppure quello che allora veniva considerato lo scenario di base”.

Tutto questo per dire un’altra cosa ovvia: “Se queste altre politiche non possono dare o non daranno un contributo significativo, allora non solo è sbagliato mettere fuori gioco la politica monetaria, ma è in realtà pericoloso”.

Secondo argomento che fa infuriare il nostro di solito compassato banchiere è quello secondo cui le politiche monetarie non abbiano funzionato, basandosi “su un confronto grossolano tra il livello attuale dell’inflazione (o della crescita) e quello in cui si collocava quando si esordiva con la politica”. Ebbene, “sulla base di svariati modelli gli esperti della BCE hanno stimato che senza le nostre misure l’inflazione sarebbe stata negativa di un terzo di punto percentuale nel 2015 e sarebbe rimasta significativamente negativa nel corso del 2016; in altre parole, saremmo in deflazione permanente dallo scorso anno. Abbiamo quindi ottenuto un risultato significativo”. Il vice di Draghi ricorda che “due terzi di un punto percentuale della crescita registrata negli ultimi due anni è riconducibile alla nostra politica monetaria”.

Peccato che “ciò che abbiamo conseguito in termini di stimolo alla domanda interna è stato annullato dalla successiva riduzione delle esportazioni nette in un contesto di rallentamento dell’economia mondiale”.

Ma soprattutto a farlo arrabbiare sono gli argomenti di chi pensa che alla lunga i tassi negativi danneggino le banche. E questo, mi spiace, ma dovete leggerlo tutto: “Malgrado i tassi di interesse negativi durante lo scorso anno, gli interessi attivi netti delle banche dell’area dell’euro si sono accresciuti in percentuale delle attività e la redditività del capitale è aumentata dal 3,5% nel 2014 al 5,7% nel 2015, il che corrisponde alla redditività in termini reali poiché l’inflazione era pari a zero. Le nostre politiche hanno inoltre prodotto plusvalenze per le banche, in quanto i prezzi dei titoli sono saliti (al contrario dei rendimenti) e i costi connessi alle attività deteriorate sono diminuiti poiché la ripresa ha ridotto l’ammontare dei prestiti deteriorati. Più in generale, i tassi di interesse negativi sui depositi presso la banca centrale hanno contribuito a determinare tassi negativi nel mercato monetario, abbassando i costi di provvista per le banche. La curva dei rendimenti si è ridotta per tutti i segmenti, che è l’unico obiettivo perseguito con questo particolare strumento di politica monetaria”.

Insomma, le banche finora ne hanno tratto parecchio giovamento. E l’inflazione? “Necessitiamo con urgenza di una crescita più elevata che possa ridimensionare l’output gap e l’unemployment gap negativi, ricorrendo a tutte le misure di fatto disponibili. Chi altri se non la politica monetaria?”

E questa volta mi viene in mente Clooney nel celebre spot Nespresso: What else?

Morale della favola. Per adesso abbiamo aiutato le banche, dice il banchiere, e poiché non c’è da aspettarsi dai governi nessuna collaborazione effettiva, dovremo trovare il modo di occuparci anche del resto.

Ma soprattutto un’altra cosa: non fate arrabbiare mai un banchiere centrale.

Potrebbe dirvi quello che pensa.

Verità nascoste nelle previsioni (e nelle decisioni) della Bce

Non si capisce bene perché la Bce abbia lanciato il cuore oltre l’ostacolo “regalando” denaro alle banche e aumentando il QE – e vedremo poi con quali risultati – se non si dedica una mezz’ora a leggere le ultime previsioni che sempre la Bce ha rilasciato lo stesso giorno in cui ha annunciato le sue decisioni di politica monetaria.

Il cuore sta tutto in una tabella, che dovete leggere ricordando che non ha tanto importanza il fatto che le previsioni si avverino – il che accade quasi mai essendo intrinsecamente inattendibili come diceva un vecchio saggio – ma importa il fatto che su queste previsioni si orientino le decisioni, in questo caso di politica monetaria. Il classico esempio di profezie che manipolano il presente. Sempre a fin di bene, ovviamente.

La prima cosa che bisogna osservare sono le previsioni del Pil reale. E non tanto il solito numerino finale, che tanto oscilla, decimale più decimale meno, fra l’1,5 del 2015 e l’1,8 del 2018, con una previsione di ribasso all’1,4 nel 2016. Assai più interessante è vedere la composizione delle varie voci che al prodotto contribuiscono.

Cominciamo dal consumo privato. Le previsioni lo attestano in crescita dell’1,9% nel 2016 rispetto al 2015, per poi rallentare all’1,8% in più nel 2017 e all’1,6% nel 2018, lo stesso livello del 2015, quando il consumo privato è stato uno dei determinanti della crescita dell’anno passato.

Sul versante della spesa del governo, quest’anno dovrebbe aumentare dello 0,1% in più rispetto al 2015, portandosi all’1,5%, per poi scendere all’1,1 nel 2017 e all’1,2 nel 2018. Non sono grandi percentuali, ma sommandola a quella della consumo privato ci fa capire che la Bce si aspetta – come è logico che sia – che la domanda interna, più privata che pubblica, sostenga la ripresa dell’economia.

D’altronde sarebbe difficile aspettarsi il contrario. L’epoca mercantilistica dell’eurozona ormai è finita da un pezzo e le prospettive di import ed export lo confermano.

L’export, infatti, che nel 2015 è cresciuto del 4,8% è previsto in calo al 3% quest’anno per risalire nel 2017-18 fino al 4,6%, quindi meno dell’anno scorso. Per converso, l’import, cresciuto del 5,4% nel 2015, scenderà al 4,6% quest’anno, per risalire al 5,3 nel 2017 e riscendere al 5,1% nel 2018. L’aumento della domanda interna non potrà che impattare sui flussi commerciali in entrata, ovviamente. E va detto che queste proiezioni (vedi tabella) incorporano un prezzo del petolio a oltre 52 dollari nel 2015 e a poco meno di 35 quest’anno. ciò vuol dire che se il petrolio risalisse, anche la crescita dell’import andrebbe ritoccata al rialzo.

Un’altra cosa interessante che si può osservare è che il cambio dollaro/euro viene previsto a 1,11 per quest’anno per arrivare a 1,12 l’anno prossimo. Stranamente il livello raggiunto nella giornata di giovedì quando il mercato ha iniziato a comprare euro. Insomma, la Bce prevede un euro stabile, se non addirittura in crescita sul dollaro. E questo malgrado il diluvio monetario che sta organizzando.

Il punto più interessante, però, è un altro, ossia le previsione sulla formazione di capitale fisso. Detto in maniera comprensibile: gli investimenti, delle famiglie ma soprattutto delle imprese, ossia i grandi assenti dalla ripresa europea, malgrado l’eurozona abbia le risorse – visto che il saldo di conto corrente della bilancia dei pagamenti è in attivo e tale si prevede fino al 2018 per oltre il 2% del Pil – che però preferisce investire all’estero.

Gli investimenti sono previsti in crescita del 2,7% nel 2016, +0,2% rispetto al 2015, e del 3,6% nel 2017, per rallentare al 3,3% nel 2018. Un livello non certo esaltante, ma tant’è: ce n’è abbastanza per – scusate il gioco di parole – investirci sopra. E infatti l’effetto si vede sulla disoccupazione che dal 10,9% del 2015 dovrebbe scendere al 10,2 nel 2017 e al 9,9% nel 2018.

Se i previsori dell’eurozona – ossia i modelli che tali previsioni esprimono – giudicano possibile un aumento degli investimenti, la politica monetaria non può che favorire questa tendenza, dovendo persino formalmente fare i conti con tassi di inflazione persistentemente bassi.

E questo spiega perché i tassi di interesse siano sprofondati, perché la Bce “premi” regalando soldi le banche che danno credito, fino addirittura all’acquisto di bond aziendali. Se le imprese che investono sono il settore (speriamo) più dinamico dell’eurozona, c’è poco da fare: bisogna stimolarle. Altra storia, poi, è vedere se queste ultime siano fiduciose abbastanza da crederci, a queste fantomatiche opportunità. Le stesse previsioni Bce che mostrano l’andamento dei consumi privati è alquanto stitico. E queste previsioni le guardano anche le imprese, che poi devono decidere gli investimenti.

Questa storia valeva la pena raccontarla perché illustra come funziona il meccanismo delle decisioni economiche che determinano le nostre vite. Si guardano dei dati storici, si elaborano con dei modelli matematici, basati su fondamenti alquanto fragili, delle previsioni, si calibrano dinamicamente le decisioni sulla base di queste previsioni.

Alla fine ognuno può dire di aver fatto la cosa giusta. Pure a costo di aver determinato quella sbagliata. Questa elementare verità, però, rimane nascosta.

Bitcoin for dummies: Quel che bisognerebbe sapere sulle blockchain

Sono certo che a voi come a me fischino le orecchie ogni volta che sentite parlare di bitcoin e blockchain. Questa roba, miscellanea di tecnica informatica e finanziaria , è ormai diventata un argomento sui generis che ha generato un crescente popolazione di specialisti che non sono semplicemente informatici – che già sarebbe difficile seguire – ma neanche esperti di materie bancarie o finanziarie, che lo sarebbe altrettanto, ma una curiosa ibridazione fra le due cose. Una nuova materia di conoscenza.

Come ogni innovazione, anche questa rischia di lasciare indietro molte persone che non hanno la voglia né il tempo di capirci qualcosa, anche perché le informazioni si susseguono con la consueta frenesia, con la conseguenza che costoro semplicemente rinunciano. Ne sentono parlare, si convincono di sapere di cosa si tratti, ma tutto ciò rimane sullo sfondo della loro coscienza, e così, inevitabilmente, si smarriscono, e in questo smarrimento perdono un’occasione per capire meglio la nostra realtà, pre-requisito fondamentale per chi voglia provare a interagirvi con consapevolezza.

E’ capitato anche a me, per questo ve ne parlo. Da anni ormai sento parlare di queste cose senza capirci granché, fino a quando ho iniziato a pensare che, discorrendo con voi di economia, fosse un mio preciso dovere provare a offrirvi una ricognizione personale di quella che sembra una frontiera inedita con la quale, ci piaccia o no, dobbiamo fare i conti. Perciò mi sono messo all’opera e ho pensato di darvi conto di quello che ho capito, essendo la condivisione della conoscenza lo spirito che anima questo blog.

Per discutere di bitcoin e blochchain è necessario però sapere prima alcune cose: come funzionano il nostro sistema bancario, il sistema dei pagamenti, la moneta, un protocollo informatico e altre cosette che ho dovuto apprendere lungo il cammino. Per darvene conto mi sono attrezzato con alcuni libri e molti paper, in gran parte prodotti dalla Bank of England che alla questione delle monete virtuali ha dedicato parecchi approfondimenti, insieme peraltro anche ad altre banche centrali, fra le quali la nostra Bce.

Non a caso, ovviamente, le banche centrali, per una serie di ragioni che vedremo sono estremamente interessate a questa curiosa evoluzione tecnologica, almeno quanto lo sono le banche commerciali. Entrambe – a ragione – vedono minacciata la loro sopravvivenza di un sistema istituzionale consolidato basato sulle banche commerciali, quali intermediarie terze del sistema di pagamento, e le banche centrali quali garanti della liquidità.

Ma non sono le sole che stanno vivendo questa sorta di rivoluzione a metà fra l’inquieto e il curioso. E’ tutto il sistema finanziario che potrebbe essere stravolto in un arco di tempo imponderabile. Per dare un’idea della posta in gioco, basti sapere che sono in gioco costi di intermediazione finanziaria per oltre 54 miliardi di dollari, che corrispondono ad altrettanti profitti per qualcuno, come spiega efficacemente Ben Broadbent, vice governatore della politica monetaria della BoE, che ha parlato di tutto questo in un recente speech (“Central banks and digital currencies“).

Vedremo nel dettaglio. Per ora quel che bisognerebbe sapere dei bitcoin e delle blockchain è che rappresentano il primo attacco poderoso finora scatenato contro un consorzio di poteri finora senza rivali e che, ovviamente, sta generando una reazione e molta confusione. E già questo rende meritevole prendersi il tempo necessario per comprenderlo.

(1/segue)

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L’ascesa secolare del debito privato

A quanto pare c’è poco di nuovo da aspettarsi per il futuro. La prigione del debito nella quale le società si sono infilate non è una semplice circostanza, ma esprime addirittura una tendenza secolare che fa il paio con quella ribassista dei tassi di interesse e con quella del ristagno al quale sembrano condannate le nostre economie. Tutto si tiene d’altronde. E a noi che osserviamo resta solo da capire in che modo le nostre società, con le famiglie, le imprese e gli stati, dovranno rendere questi debiti sostenibili ben sapendo che comunque dovremo pagare il prezzo di una vita economica volatile e squilibrata.

Per il momento l’unica risposta è arrivata dalle banche centrali che, almeno nei paesi più sviluppati, si sono rassegnate a tenere a zero i tassi di interesse, pur sapendo che alla lunga rischiano di creare nuove pressioni sulla stabilità finanziaria. E tuttavia non possono far altro. La prigione del debito, a ben vedere, altro non è che il lato oscuro dell’altra prigione, quella del credito, nella quale le economie occidentali sembrano condannate ad abitare e che trova le sue ragioni nelle tendenze di fondo dell’economia delle quali i boom creditizi sono una manifestazione ineludibile.

Così almeno la racconta Jon Cunliffe, vice governatore della BoE che si occupa principalmente di stabilità finanziaria, al quale dobbiamo uno speech molto interessante dedicato proprio alla deriva creditizia delle nostre società. La prospettiva storica aiuta a comprendere la portata della questione. I dati sono riferiti al Regno Unito, ma il trend somiglia a quello di altre economie. L’UK, insomma, è un ottimo benchmark.

Nel 1880, dice il nostro banchiere, lo stock di debito privato – o, che è lo stesso, di credito concesso dalle banche al settore privato non finanziario – oscillava intorno al 16% del Pil. Da allora questa montagna di credito/debito è cresciuta costantemente, salvo le interruzioni dovute alla guerra, arrivando al 63% nel 1950, rimanendo a quel livello, fra alti e bassi, fino al 1980.

“Il tasso di crescita cambiò marcatamente negli ultimi 20 anni del secolo scorso – dice – che fu un periodo di prima liberalizzazione e globalizzazione del settore finanziario. Il credito iniziò a crescere più velocemente dell’economia e come risultato lo stock passò dal 63% del Pil nel 1980 al 120% dei primi anni ’90. Quindi rallentò alcuni anni a causa della recessione di quel periodo e poi riprese a salire. Nel 2009 aveva raggiunto il 177% del Pil. In aggregato le economie avanzate hanno visto un trend simile”.

Nei dieci anni fra il 1997 e il 2007 il credito è cresciuto in media del 7% l’anno a fronte di una crescita del prodotto del 3%, quindi più del doppio dell’economia. “Se questo trend non si fosse fermato, saremmo arrivati al 200% del Pil nel 2012 e al 300% nel 2023”. E questo meglio di ogni altro ragionamento fotografa ciò di cui siamo capaci.

La crisi interruppe questa ricorsa. Nel 2014 il credito scese dal 177% del Pil al 140, dove si trova adesso, quindi al livello del 2002. Dovrebbe scendere un altro 25% per tornare a livello del 1997 che, giova ricordarlo, non era basso.

La crescita del credito implica quella del debito, ovviamente. E infatti le famiglie britanniche hanno visto i loro debiti seguire lo stesso trend: più o meno intorno al 50% fino al 1980, e poi raddoppiarlo fino a superare il 100% nel 1990, per arrivare al 155% nel 2007. Ora si trova al livello del 2012, al 135%, che poi è lo stesso del 2004.

Comprendere cosa ci sia dietro questa crescita di credito/debito è molto più che un esercizio accademico per il nostro banchiere, tanto più oggi che il credito è tornato a crescere anche se al momento sembra in linea con la crescita economica. Con l’ovvia premessa che “il credito o il debito non sono cattivi”, il nostro sottolinea che questa consuetudine di farli crescere ormai appartiene al nostro costume economico. Non sapremmo fare senza insomma. “La nostra società e la nostra economia – dice – sarebbero molto differenti, e io sospetto a noi meno congeniali se il rapporto fra credito e pil fosse lo stesso del 1880”. Ma questo non vuol dire che questo trend sia inarrestabile: “Gli alberi non possono raggiungere il cielo”, osserva.

In questo esercizio di realtà, nel quale si confrontano l’appetito potenzialmente inesauribile di una società e la capacità di un sistema bancario di sostenerlo, il punto centrale è che “il debito ha reso la nostra economia più vulnerabile”. “Un alto stock di debito nelle famiglie – sottolinea – , specie quando è garantito da asset immobiliari è stato alla radice di molte crisi finanziarie in passato”.

Quindi sembra che tutto cospiri a favorire il credito e al tempo stesso a rendere il debito un pericolo per la società. E non riesco a trovare definizione più precisa per esprimere la trappola paradossale nella quale ci siamo infilati con le nostre stesse mani.

Altre informazioni completano il quadro. Premesso che l’UK si è trovata alle prese con un lungo e tormentato ciclo finanziario, la prima domanda alla quale il banchiere prova a rispondere è dove siano finiti tutti questi soldi che le banche hanno generosamente provvisto. Perché se l’economia è cresciuta assai meno del credito, nel decennio prima della crisi, ciò vuol dire che questo fiume di denaro è finito immobilizzato da qualche parte. Le analisi dicono che in parte è stato utilizzato dalle imprese per i loro affari – circa un terzo – ma il grosso, quindi i due terzi, è finito in pancia alle famiglie in larga parte per comprare casa. Il debito assicurato delle famiglie inglesi è passato dal 70% del reddito degli anni ’90 a oltre il 110% del 2007, con uno stock assoluto passato da 300 miliardi di sterline a 700. “Il driver principale è stata la salita dei prezzi delle case”.

Ma cosa ha determinato il rincaro dei prezzi delle case? Il nostro banchiere ne individua la ragione principalmente nella discesa, anche questa secolare, del tasso di interesse di lungo termine, visto che quest’ultimo “è importante sia per il livello del debito che per il valore degli asset che finanzia”. Con la precisazione che “il tasso di interesse reale è naturalmente dipendente da fattori strutturali non dalle banche centrali”. Col che queste ultime vengono definitivamente assolte. I tassi si abbassano non perché le banche centrali – ed è il caso della Fed e della BoJ – li tengono pressoché a zero da quasi un decennio, ma perché sono all’opera tendenze di lungo periodo.

Negli ultimi 30 anni – guarda caso da quando il debito ha iniziato a crescere senza sosta – il tassi di interesse reale sono diminuti di 4,5 punti in tutti i principali paesi. “Il declino strutturale dei tassi reali ha fatto salire, in particolare, i prezzi delle case, a causa della loro offerta rigida e ha reso i debiti più facili da servire”, dice ancora. In tal senso, quindi, la tendenza delle BC di tenere i tassi nominali a breve a zero non fa altro che obbedire a principi profondi del nostro vivere economico contemporaneo e quindi dovremmo pure essere loro grati per la sollecitudine.

In questa narrazione, in cui sembra che non ci sia nessun colpevole e quindi tutti siamo responsabili – vuoi per la demografia, vuoi per la distribuzione del reddito, vuoi per i debiti che abbiamo cumulato – l’unica controindicazione è che i fattori strutturali sottesi al calo dei tassi, e quindi alle facilitazioni creditizie, sembrano siano in gran parte destinati a durare. E soprattutto una constatazione: ammesso che la crescita del credito sia ineludibile, ciò non vuol dire che non ponga enormi problemi di gestione del rischio e della stabilità finanziaria. Sarà pure più facile fare debiti, perché sarà più facile fare credito, ma questo non vuol dire che poi tali debiti non si debbano pagare. O meglio, almeno servire. Ossia pagare gli interessi.

Da questo punto di vista c’è stato un miglioramento in UK. Nel 2001 lo stock del debito era di 800 miliardi di sterline e i tasso di interesse del 6,7%. Oggi lo stock è raddoppiato a 1,6 trilioni, ma il tasso si è quasi dimezzato al 3,6%, senza includere il credito al consumo.

Ed eccolo qua il capolavoro per il quale cospirano i cambiamenti secolari e l’intelligenza delle banche centrali: rendere una montagna di debito crescente sostenibile abbassandone il costo del servizio.

In questo paradiso del debito, però, si annida un serpente: il debito stesso. Un alto livello di debito, dice lo stesso banchiere, rende comunque un paese fragile perché una famiglia indebitata comprime i consumi per pagare i suoi debiti e inizia quella deriva deflazionaria che conosciamo bene sin dagli anni ’30 e che somiglia tanto a quella vissuta di recente.

Insomma: dobbiamo rassegnarci ai debiti e pensare a come pagarci sopra gli interessi sapendo che ogni crisi è destinata a ripetersi secondo un copione ormai noto. Ma non è colpa di nessuno. Quindi nessuno può far niente.

E’ una tendenza secolare.

Le metamorfosi dell’economia: Economia 2.0

Vale, o dovrebbe valere per l’economia, la massima che chiudeva esemplarmente il Tractatus di Wittgenstein esortando a tacere di ciò di cui non si può parlare. L’economia, infatti, è logos silenzioso, azione umana che quindi contiene il nostro essere persone, che vuol dire insieme appetito, emozione e calcolo. L’uomo come se lo immaginavano gli antichi, mixtione esemplare di stomaco, cuore e cervello.

E in effetti, se ci pensate, l’economia nasce per soddisfare i nostri bisogni, che si rivolgono a ognuna di queste tre componenti del nostro animo, quindi del nostro essere uomini. Abbiamo fame e quindi cerchiamo il cibo per soddisfare il nostro stomaco. Soddisfiamo il nostro cuore quando lo condividiamo con qualcuno che amiamo e calcoliamo con la testa come procurarcene altro, usando quindi il nostro tempo per anticipare il tempo futuro. Che altro c’è da dire?

E tuttavia la storia ci mostra che negli ultimi tre secoli le società umane hanno sviluppato un disperato bisogno di parlare di economia e per i più svariati motivi. Il logos silenzioso è diventato discorso pubblico. Tale tendenza era già emersa anche in alcune società antiche, nelle polis greche di Platone e Aristotele o nella Roma dei cesari, in particolare collegandosi allo sviluppo sociale.

Quest’ultimo perciò, potremmo dire semplificando, è l’acceleratore che motiva alcuni a discorrere di economia strappandola dal suo stato di pratica silenziosa e così facendo la trasforma: diventa teoria economica.

L’economia sta alla teoria economica come un’azione umana sta alla sua riproduzione robotica. Quindi si basa sulla verosimiglianza. Per dirla in altro modo forse più intuitivo, l’economia è analogica quanto la teoria economica è digitale. La prima vive nello spazio fra zero e uno. La seconda concepisce solo zero e uno.

Sviluppando tale analogia, potremmo dire che la teoria economica è sostanzialmente un software sociale. Un codice fatto di idee più o meno condivise, perché consolidate nel tempo, che diventano il linguaggio di programmazione dell’azione umana. In tal modo si cerca di replicarla in una catena logica di cause ed effetti al fine evidente di modificare la realtà. Se ho poca domanda aumento la spesa pubblica, eccetera, eccetera.

Ciò origina un problema. Come tutti i codici, è impossibile che la teoria economica restituisca la ricchezza dell’economia quando elabora le sue rappresentazioni sociali. Poiché concepisce solo il calcolo, applicando concetti matematici all’analisi dei bisogni, tutto ciò che riesce a dirci è cosa si dovrebbe fare se le cose fossero in un certo modo. Che può anche essere una finzione utile, ma purché ci si ricordi che è solo una finzione.

Per dirla in altro modo, la teoria economica rappresenta un’economia dove il cuore non ha diritto di cittadinanza, sfuggendo costui a qualunque ragione matematica, sebbene anche il cuore calcoli insieme con tutto il resto delle nostre facoltà. Distinguere il calcolo economico da quello matematico viene considerato infatti esercizio da stravaganti perché la nostra cultura assimila il calcolo esclusivamente a quello matematico. Come se fossimo solo testa.

La narrazione ormai secolare del soggetto economico razionale, che massimizza le sue utilità, altro non è che la riduzione digitale dell’uomo economico analogico. Chiaro che nel tempo tale parodia, magnificamente esemplificata dal Robinson Crusoe di Daniel Defoe scritto agli albori del pensiero economico moderno, abbia originato così tante ironie, senza che ciò abbia impedito che l’ego digitale si sia incistato nelle nostre società come un cancro silenzioso. Ne troviamo tracce ovunque: negli algortimi dei motori di ricerca, nella teoria dei giochi che di tali algoritmi è la matrice filosofica, nelle strategie di trading finanziario che potentissimi calcolatori attivano ventiquattro ore al giorno, nei modelli matematici sulla base dei quali vengono svolte le previsioni delle istituzioni economiche. Questo fantasma agisce inosservato e non conosciuto. Tanto è stato screditato nella teoria, il soggetto economico razionale, quanto è stato accreditato nella pratica, forte del fatto che costui trova nel mondo dei computer, che concepiscono solo zero e uno, il suo perfetto paradiso artificiale.

Se la teoria economica è un software sociale, si potrebbe dire che la sua prima release è stata codificata sul finire del XVIII secolo. Il primo programmatore riconosciuto, Adam Smith, ha iniziato la scrittura di un software che si è evoluto lungo tutto il XIX secolo, raffinandosi sempre più mano a mano che aumentavano i partecipanti. L’Economia 1.0 è stato un codice open source. La proliferazione di libri sui “principi economici” a cui si è assistito fra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo ha pochi precedenti in altre discipline. Tale proliferazione è durata per tutto il XIX secolo, man mano che gli sviluppi sociali richiedevano teorie capaci di legittimarli. Valga come esempio l’incredibile evoluzione della teoria delle banche centrali raccontata da Vera Smith nel suo The rationale of central banking del 1936.

Proprio negli anni ’30 del secolo scorso il codice ha conosciuto una seconda release principalmente in seguito agli scritti di J.M. Keynes il quale, muovendosi all’interno del paradigma funzionale dell’Economia 1.0 ha aggiunto una stringa di codice nella forma della teoria della domanda effettiva e nel suo presupposto: la piena occupazione. La ragione di questa evoluzione, che potremmo definire Economia 1.1, è nota: la necessità di uscire dalla crisi devastante degli anni ’30, il cui ricordo conforma ancora la nostra riflessione economica come la recente crisi del 2008 ha mostrato. Oggi sono tornati alla ribalta pensieri economici vetusti nel tentativo di comprendere il presente facendo leva sull’esperienza – unica nel suo genere – di quel tempo tormentato. Valga come esempio l’idea della stagnazione secolare, oggi molto discussa, che Alvin Hansen teorizzò nel 1937.

La release economica keynesiana propagandata dai suoi numerosi seguaci ne ha generata, a cominciare dal dopoguerra, un’altra, favorita stavolta dallo sviluppo matematico e da quello informatico. Tale passaggio è raccontato con estrema chiarezza nella testimonianza di chi l’ha vissuta. Fra i tanti vale la pena ricordare J.K Galbraith e la sua Storia dell’economia.

Nei prosperi 25 anni successivi al secondo dopoguerra, scrisse, “si sviluppò anche la formulazione matematica di rapporti economici (..). Ci fu anche una discussione continua circa l’utilità dell’economia matematica, spesso chiamata teoria matematica, discussione nella quale coloro che erano bravi nella scienza dei numeri adottarono un’opinione favorevole, mentre coloro che non avevano altrettanto talento abbracciarono un’opinione prudentemente sfavorevole verso ciò che non capivano. L’abilità matematica conseguì un certo valore obiettivo come condizione di ammissione alla professione di economista, un mezzo per escludere coloro che avevano solo un talento puramente verbale (…). Le formulazioni sempre più tecniche e la loro discussione sulla loro validità e precisione fornirono lavoro a molte migliaia di economisti, di cui ora c’era bisogno per insegnare l’economia in università e istituti secondari in tutto il mondo (..). L’economia matematica diede all’economia anche un aspetto professionalmente gratificante di certezza scientifica e di precisione, contribuendo utilmente al prestigio degli economisti accademici (..) Uno dei costi di questi vari servizi fu però l’allontamento di vari passi di questa disciplina dalla realtà. (..) Non tutti ma una gran parte degli esercizi matematici cominciavano con le parole: “supponendo una concorrenza perfetta” (..). Il secondo sviluppo di questi anni, un po’ posteriore e connesso al primo furono i modelli econometrici, un prodotto dei grandi progressi nelle tecniche di memorizzazione ed elaborazione dei dati (..) nessun altro sforzo economico, si può aggiungere, fu mai commercialmente così redditizio (..) La nuova fede nella previsione si diffuse però molto oltre i modelli econometrici (..) In quegli anni di prosperità si pensava che gli economisti fossero degni di fiducia (..) raramente nella storia erano state offerte con tanta sicurezza informazioni così discutibili. Le previsioni sono in realtà intrinsecamente inattendibili (..) le equazioni che connettono le variazioni al risultato si fondano su giudizi umani sostenuti dalla conoscenza statistica di rapporti del passato, inoltre molte fra le forze che danno l’avvio al cambiamento non possono essere previste (..)nondimeno a sostegno delle previsioni rimane la circostanza che aiutano a stabilire probabili grandezze a prendere decisioni entro l’ambito della plausibilità (..) una protezione significativa in un mondo di intensi conflitti burocratici”.

La teoria economica, in sostanza, si offrì come il migliore strumento predittivo al servizio del potere di turno apponendo il sigillo della scienza alle decisioni che incoraggiava a prendere. L’ennesimo tradimento dei chierici della ragione.

Il tutto maturò nel “crescente divorzio dell’economia dalla politica”. “Quella che nell’ultimo secolo era stata chiamata economia politica – aggiunge – fu chiamata dopo Marshall economia o dottrina economica e, nella ricerca di una reputazione seriamente perseguita come scienza, insegnamento economico e consulenza sulla politica economica furono separati sempre più gravemente dai controlli politici”.

Sul finire della sua lunga narrazione Galbraith notava (era la fine degli anni ’80) che “l’economia come disciplina ha un valore di sopravvivenza che non è connesso all’urgenza del problema economico. L’interesse egoistico accademico ed economico in senso più largo è intervenuto a sostenerne la forma tradizionale o classica e la sua apparente pertinenza (..) L’economia viene mantenuta nella tradizione classica o neoclassica prima di tutto dall’impegno intellettuale verso le idee stabilite. Questa è una costrizione molto forte. Ben pochi economisti sono disposti a rifiutare ciò che hanno accettato nella loro formazione (..) la resistenza è dovuta anche, come in passato, al desiderio di considerare l’economia come una scienza e in questo modo condanna l’economia all’obsolescenza (..) la fuga tecnica dalla realtà (..) da questo esercizio intellettuale chiuso sono esclusi intrusi e critici e, cosa più significativa, è esclusa anche la realtà della vita economica che non si presta ad essere replicata con gli strumenti della matematica (..) là dove è implicata l’economia, la storia è altamente funzionale. Non si può intendere il presente ignorando il passato”.

Questa lunga citazione, che credo riepiloghi seppure sommariamente l’epopea della teoria economica degli ultimi decenni ci fa capire che la release Economia 1.1 è arrivata alla sua versione 1.11. Non una vera e propria nuova release, non è stata pensata nessuna nuova idea sull’organizzazione sociale dagli anni ’30 – si pensi al perdurare della diatriba da liberalismo e socialismo – quanto piuttosto un suo affinamento funzionale a scopi intrinseci. La tecnica, anzi la congiura dei tecnici, ci ha consegnato una visione economica algoritmica che è sostanzialmente funzionale a qualunque disegno politico. Il potere, chiunque sia l’entità che lo incarni, troverà sempre un modello economico e un economista che sosterrà le sue tesi.

Detto ciò, questo software sociale non è ineludibile né immodificabile. Il codice, però, non è più open source come in passato. La congiura dei tecnici l’ha reso un software proprietario rendendolo incomprensibile, e quindi inaccessibile, a chi non appartenga alla congrega dei chierici. Quindi il nuovo software sociale, l’economia 2.0, dovremo iniziare a scrivercelo da soli, partendo dall’unica semplice domanda alla quale l’economia è chiamata a rispondere: come si può assicurare il benessere a una popolazione?

La risposta, altrettanto semplice, è: fornendo un potere d’acquisto alle milioni di persone che rischiano di non trovare lavoro sul mercato nei prossimi dieci-venti anni.

A questo problema gli economisti di professione rispondono come sanno: interrogando i loro oracoli informatici che incorporano decenni di teorie, ossia opinioni passate, e di statistiche, che sono per natura bugiarde. Quindi questi moderni chierici non hanno una risposta autentica: si limitano a ricombinare risposte vecchie a problemi nuovi. In fin dei conti solo sono dei portavoce del mostro che hanno generato.

Quest’ultimo, il mostro, era sorto per difenderci, ma adesso sentiamo che ci odia. Ricorda un mostro vecchio di secoli, anch’esso evocato da un sedicente sapiente per la protezione del suo popolo: il Golem.

E’ il caso di conoscerlo meglio.

(16/segue)

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Le tre mine vaganti sulla strada della crescita

E così alla fine non aveva torto chi, quasi tre anni fa, preconizzava che le banche centrali rischiavano di rimetterci le penne a furia di spingere sul pedale dell’allentamento monetario. Laddove rimetterci le penne, per le banche centrali, non significa fallire, visto che queste entità non possono portare i libri in tribunale, ma peggio. Significa perdere la loro credibilità. E quindi venire percepite come non risolutive, se non addirittura dannose. Con la conseguenza che i poteri pubblici, ai quali le banche centrali si iscrivono di diritto e di fatto, rischiano di perdere la loro arma migliore, per non dire l’unica che finora è stata utilizzata, in difetto di volontà di utilizzarne altre, che sarebbero troppo dolorose anche solo da confessare.

Che il timore di tre anni fa sia diventato uno dei pericoli del nostro tempo, lo deduco scorrendo una breve allocuzione di Claudio Borio, capo del dipartimento monetario della Bis, rilasciata in occasione del recente quaterly review dell’istituto di Basilea. La perdita di fiducia nell’azione delle banche centrali è una delle “tre mine vaganti” che Borio intravede lungo la sofferta strada che dovrebbe condurci – e mai condizionale fu più d’obbligo – alla ricostruzione delle economie terremotate da una crisi che sembra essere trascorsa senza aver mutato di nulla il pensiero che ha contribuito a provocarla. Prendiamo il debito eccessivo: quest’ultimo, ormai riconosciuto come il detonatore dell’implosione finanziaria di sette anni fa, anziché diminuire, come avremmo dovuto aspettarci, invece è aumentato, spostandosi dal privato al pubblico, per quel poco che il privato è riuscito a diminuire, con la conseguenza che rispetto al 2007, quando il debito era inferiore al 200% del pil globale, ora ci ritroviamo con un aggregato che supera il 250% e del quale non si intravede la fine.

La seconda mina vagante, che in qualche modo si collega alla prima, è il calo costante della produttività. Anche i qui i dati Bis lasciano poco spazio all’immaginazione. La produttività media del primo lustro 2000-2005, messa a base 100, ora oscilla fra i 40 e i 60 a livello globale. “I boom del credito – spiega Borio – minano la crescita della produttività man mano che aumentano di vigore, prevalentemente perché destinano risorse ai settori sbagliati. L’impatto di queste allocazioni errate perdura nel tempo e si intensifica allo scoppio di una crisi finanziaria. A sua volta, una minore produttività rende più difficile sostenere gli oneri debitori. Per metterla in altri termini, quelli che vediamo potrebbero non essere fulmini isolati, bensì i segnali di una tempesta vicina, che si sta preparando da molto tempo”.

E così arriviamo alla terza mina vagante: “Le recenti turbolenze hanno mostrato chiaramente che le banche centrali, dopo la crisi, sono state gravate per un tempo
troppo lungo di un fardello eccessivo, proprio nel momento in cui si sono ridotti gli spazi per politiche di bilancio e c’è stata carenza di misure strutturali. Malgrado condizioni monetarie eccezionalmente espansive, la crescita nelle giurisdizioni più importanti è stata deludente e l’inflazione è rimasta persistentemente bassa. Gli operatori di mercato ne hanno preso atto e la loro fiducia nei poteri curativi delle banche centrali – probabilmente per la prima volta – vacilla. Anche i policymaker farebbero bene a prenderne atto”.

Ci sarebbe poco altro da aggiungere. Vale la pena però notare come queste tre mine vaganti abbiano reso erratico quest’inizio d’anno. “L’ondata di vendite che ha inaugurato il 2016 è fra le peggiori mai osservate a inizio anno”, nota Borio. A parte la turbolenza provocata dai rallentamenti cinesi, Borio sottolinea un secondo episodio, quello di inizio febbraio, che ha visto le banche ipervendute con gli spread cui credit default swap allargarsi notevolmente. Una spiegazione possibile è che gli investitori “hanno venduto azioni bancarie e CDS per contenere le perdite sulle CoCo“, ossia le contingent convertible per la quali si era paventata una sospensione nel pagamento delle cedole in alcune banche europee.

“Tuttavia, l’elemento che più ha turbato gli investitori è lo scenario di un futuro di tassi di interesse ancora più bassi, ben oltre l’orizzonte, che potrebbero minare i margini, la redditività e la resilienza delle banche. L’apprensione è cresciuta e si è propagata in seguito alla decisione della Bank of Japan di adottare tassi ufficiali negativi. Nel punto di apice, sono stati negoziati a rendimenti negativi oltre 6.500 miliardi di dollari di titoli di Stato, estendendo ancora una volta i confini dell’impensabile”.

In questo contesto l’aumento del debito, che nelle principali economie emergenti è stato il driver della crescita post 2008 “ha rappresentato l’elemento più allarmante”. E fra le varie categorie di debito in crescita, si segnala quella del debito nominato in valuta estera, raddoppiato dal 2009 e ormai a quota 3,3 trilioni di dollari per gli Emergenti. Sicché la Cina è stata costretta a rimborsarne una parte, e ciò spiega il calo delle sue riserve, mentre altri paesi emergenti vedevano deprezzare il cambio e quindi vedevano inasprirsi le condizioni di finanziamento esterno. Al contempo il calo del petrolio, che il debito in qualche modo ha alimentato costringendo gli esportatori a mantenere la produzione per avere flussi di cassa sufficiente a pagare il servizio dei debiti, ha aggiunto altri elementi di criticità al quadro già deteriorato.

Tutto si tiene, alla fine. E capire come come uscire da questo cul de sac è esercizio difficile, specie adesso che i grandi manovratori – le banche centrali – sembrano aver esaurito i loro spazi di manovra. Cosa resta da fare allora?

Nulla che piaccia.