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L’immobiliare cinese continua a scricchiolare

Assediati come siamo da un flusso dirompente di brutte notizie, abbiamo già dimenticato il terremoto provocato dai problemi di Evergrande, lo sviluppatore immobiliare cinese finito in grossi guai finanziari. Il mercato però, a differenza nostra, ha la memoria lunga. E quel piccolo terremoto continua a generare scosse di assestamento nella forma di ulteriori mancati pagamenti – default esteri su alcune obbligazioni – da parte di altre aziende cinesi, che vengono puntualmente elencati in un approfondimento pubblicato da Bofit.

A monte, spiegano gli economisti, c’è una maggior sfiducia che di fatto ha limitato a molte imprese l’accesso al credito. Anche perché le agenzie di rating, maestre nell’intervenire il giorno dopo, hanno declassato molte di queste società. E com’è noto, in un settore sempre più indebitato come quello delle costruzioni cinesi, basta far saltare un giro di giostra perché fiocchino i default.

Figuratevi con quanta gioia il mercato ha accolto l’ondata di default ottobrina generata da alcune di queste società, che hanno mancato i pagamenti previsti il mese scorso. Fra queste, ci sono China Properties Group (226 milioni di dollari), Fantasia Holdings (206 milioni), Sinic Holdings (246 milioni) e Modern Land (250 milioni). Inoltre, Xinyuan Real Estate Co. ha scambiato 205 milioni in obbligazioni in scadenza con nuove obbligazioni in scadenza nel 2023. 

La conseguenza è stata che il valore di molte altre obbligazioni di settore è crollato, e fra queste si segnalano quelle del Gruppo Kaisa, già finita in default su alcune obbligazione nel 2015 e che ancora oggi ha una notevole quota di debito offshore. Nei giorni scorsi le sue quotazioni sono state interrotte alla borsa di Hong Kong.

Bofit stima che molte altre aziende con obbligazioni in scadenza finiranno in default prima della fine dell’anno. E questa previsioni interviene in un momento complicato dal timore di molti investitori che i cinesi daranno priorità ai loro impegni finanziari interni prima di pensare a quelli esteri. Ormai da tempo la Cina sta segnalando una certa volontà curtense, e gli investitori esteri potrebbero essere i primi a pagarne le conseguenze.

Non vuol dire certo che i problemi degli investitori interni siano poca cosa. Evergrande ha 19 miliardi di debito offshore, che sono poca cosa rispetto ai 300 miliardi di debito complessivo del gruppo cinese. Se dovesse continuare a mancare i pagamenti, sarà estremamente difficile evitare una crisi finanziaria. La Cina potrà pure pensare di erigere un muro che la separi dal resto del mondo, ma non si salverà per questo.

A tal proposito, vale la pena dedicare ancora qualche riga al caso Evergrande prendendo a prestito da un pregevole approfondimento pubblicato nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria di Bankitalia. Come premessa è saggio ricordare che la crescita dell’immobiliare cinese è frutto di una precisa strategia promossa da Pechino all’indomani della crisi del 2008 nell’ambito di una forte azioni di stimolo, con risorse in gran parte ottenute dagli immobiliaristi in cambio di terreni edificabili. Secondo alcune stime, all’immobiliare cinese si potrebbe ricondurre il 30% dell’intero valore aggiunto complessivo. E questa crescita è stata fatta in gran parte a debito: “Il 23 per cento del volume di obbligazioni non
sovrane cinesi in circolazione – scrive la Banca – e più della metà di quelle high yield sono state emesse da imprese del settore immobiliare”.

Il gigante immobiliare cinese, insomma, è sovrappeso e malaticcio. Anche se finora “le possibilità di contagio finanziario globale in seguito a un eventuale fallimento del gruppo (Evergrande, ndr) appaiono complessivamente limitate”. Bankitalia stima che le passività del gruppo collocate sul mercato siano di 88 miliardi, 20 dei quali in circolazione sulle piazze internazionali”. Il resto del debito è in pancia alle banche cinesi. Un default, quindi avrebbe più effetti interni che esterni.

Il problema però è che il rischio internazionale uscito dalla porta può rientrare dalla finestra. “Se a fronte di una crisi di fiducia si innescasse una repentina e diffusa interruzione degli acquisti di immobili determinando un brusco calo dei prezzi, la flessione del mercato immobiliare potrebbe avere
conseguenze non trascurabili sull’economia reale”. Il Fmi ha stimato che un calo dei prezzi immobiliari cinesi del 15% può condurre a un calo del Pil interno di un punto. A quel punto è difficile immaginare che non ci siano effetti all’esterno.

In attesa di conoscere gli sviluppi, vale la pena ricordare che finora le inadempienze offshore dei cinesi hanno già raggiunto la cifra di 19 miliardi di dollari, un terzo dei quali provocati dai costruttori, a fronte dei 207 miliardi complessivi. Una goccia nell’oceano del debito globale. Ma molto velenosa.

Il grande rimbalzo globale degli investimenti diretti

Gli ultimi dati Ocse sugli investimenti diretti internazionali fotografano chiaramente la notevole ripresa di questi flussi, che insieme agli investimenti di portafoglio, sono uno dei termometri della globalizzazione finanziaria. Quest’ultima perciò è tornata a scaldarsi dopo il grande freddo patito a causa della pandemia, raggiungendo una temperatura persino più elevata di quella degli anni precedenti alla crisi covid.

In soldoni, i flussi di FDI (foreign direct investment) nel primo semestre 2021 sono arrivati a 870 miliardi di dollari, più del doppio della prima metà del 2020, anno terribile a causa della pandemia, ma in ogni caso superiori di ben il 43% rispetto ai livelli pre-pandemia.

Gli afflussi di FDI nei paesi dell’Ocse sono aumentati di 421 miliardi, il doppio di quelli conteggiati nel 2020 e il 30% in più del livello pre-pandemia, mentre i deflussi dall’area Ocse sono quadruplicati rispetto al 2020 e cresciuti del 75% rispetto al 2019.

Nei paesi non Ocse, gli afflussi sono aumentati del 12%, con una crescita generalizzata in tutte le aree, con l’eccezione dell’India, mentre i deflussi sono aumentati del 24%. Il paese dove si è diretta la quota maggiore di FDI è stata la Cina, seguita da Usa e Regno Unito.

Mentre se guardiamo dal lato dei deflussi, i principali fornitori di FDI sono stati Stati Uniti e Giappone.

Gli investimenti diretti, insomma, si basano sempre più sull’asse Usa-Asia, con l’Europa che ancora non riesce ad esprimere una chiara vocazione. L’America rimane il grande fornitore di questa forma di capitale, che peraltro ha garantito notevoli rendimenti, la Cina la più grande attrattrice.

Tutto ciò dovrebbe farci dubitare delle semplici schematizzazioni, ad uso popolare, sul rapporto fra Usa e Cina. I due paese sono profondamente interconnessi, quindi in qualche modo “condannati” ad andare d’accordo, se si vuole mantenere l’attuale configurazione della globalizzazione. Meglio ricordarlo.

Cartolina. Trilionari

Avrete notato sicuramente che ormai non si parla quasi più di miliardi. E figuriamoci se ci scomodiamo per i milioni: nell’economia globale sono l’unità di misura dei poveracci. I miliardi ancora reggono, ma per poco. Giusto per segnalare i profitti dei giganti globali, finanziari o hi tech. Ma se guardiamo ai bisogni degli stati, o – peggio ancora – alle necessità del mondo – l’unica misura consentita è il trilione, che ancora molti non sanno neanche bene quanti zeri abbia. Per fortuna i politici ci addestrano. Biden ha fatto una manovra da tot trilioni. E tutti giù a informarsi. Servono quattro trilioni fino al 2030 per la transizione energetica, e via di calcolatrice. Il XIX secolo è stato il tempo dei milionari. Il XX dei miliardari. Il XXI sarà quello dei trilionari. Il denaro d’altronde non basta mai.

L’epopea dei tre capitalismi nell’età dell’antropocene

Se il nocciolo del problema economico è la gestione efficiente di risorse scarse per garantire il benessere dell’umanità, vale la pena provare ad alzare lo sguardo dalla semplice tecnica, alla quale il problema economico è stato ridotto, e osservare la questione da un punto di vista autenticamente globale. Quindi guardare alle risorse e alla loro gestione nel significato più ampio della parola.

Ci viene in aiuto un rapporto pubblicato a febbraio scorso dal governo inglese, ossia l’Economia della biodiversità, preparato da un gruppo di studiosi indipendenti guidato da Partha Dasgupta. Lettura poderosa, ma scorrevole. Si può scegliere se sfogliare l’intero rapporto di oltre 600 pagine, o la riduzione di un centinaio, o meglio ancora la riduzione della riduzione che conta appena dieci pagine, ottima per chi voglia capire per slogan la complessità, quindi la maggioranza. Questa scelta editoriale dice del nostro tempo molto più dei contenuti del rapporto stesso.

Ma non divaghiamo. Il punto interessante ai nostri fini è osservare la fisionomia economica nel passaggio fra l’Olocene e l’Antropocene, ossia fra l’epoca geologica più recente, che convenzionalmente si fa risalire a undici millenni fa e quella attuale, che sempre per convenzione parte dalla rivoluzione industriale, nella quale l’interferenza dell’antropos, ossia dell’uomo, minaccia di sconvolgere equilibri faticosamente raggiunti a danno di tutti noi.

Il fatto economico, da questo punto di vista, segna una cesura, e perciò diventa interessante da osservare. L’immagine classicamente usata è quella della produzione. O meglio, del suo boom dopo una certa epoca.

Il grafico sopra mostra con chiarezza che l’antropocene economico, chiamiamolo così, si innesca nel XIX secolo ma dà il meglio di sé nel XX, quando la curva del prodotto si innalza ai livelli odierni. Solo di recente siamo diventati trilionari, almeno in termini di prodotto interno lordo. Nel 1950 il pil globale (ai prezzi del 2011) era di nove trilioni. Nel 2011 superava i 120 trilioni: aumentato di 13 volte in sette decenni. Perciò l’ingresso nell’Antropocene viene fissata alla metà del XX secolo.

Basta questo per evocare una trasformazione geologica? Per gli autori evidentemente sì, specie considerando gli effetti che la rivoluzione economica ha avuto sull’ambiente, con una biosfera “massivamente deteriorata”. Non diciamo nulla di nuovo: la vulgata assevera sempre più l’idea che la trasformazione economica abbia terremotato l’equilibrio planetario che si conduceva stancamente da alcuni millenni, con la conclusione finale che saremo responsabili della nostra rovina se non agiamo immediatamente non si capisce bene come.

La storia è nota e non serve ripeterla. Quel che qui interessa invece è una interessante ricostruzione, riferita purtroppo solo all’ultimo ventennio, del modo nel quale il capitalismo ha agito sul mondo. Scopriremo che è riduttivo parlare di capitalismo, visto che gli autori ne osservano addirittura di tre.

Il grafico racconta l’andamento di tre diversi tipi di beni capitali. Il primo, produced capital, che potremmo tradurre con capitale prodotto, è praticamente raddoppiato nel periodo considerato. Il capitale umano è aumentato appena del 13%. Quello naturale, ossia le risorse dell’ambiente è diminuito del 40%. Traducendo potremmo dire che nell’ultimo ventennio abbondante abbiamo prodotto molta ricchezza materiale a spese dell’ambiente. E questo si poteva immaginare. Ma quel è sicuramente più interessante è che la crescita del capitale umano è stata tutto sommato contenuta. Siamo diventati più ricchi, non certo più saggi, insomma.

Questa crescita risicata del capitale umano spiega probabilmente meglio del peggioramento ambientale l’origine dei nostri tormenti. E anche alcuni dilemmi dei quali non si intravede alcuna soluzione. Ad esempio: “Obiettivi egualitari, come quelli sanciti negli SDGs possono scontrarsi con la necessità globale di ridurre il nostro impatto ecologico”.

Detto diversamente: un mondo migliore, dal punto di vista economico, rischia essere peggiore dal punto di vista ambientale. Questa è la vita, nell’età dell’Antropocene.

Cartolina. Transizione metallica

Non esistono pasti gratis, dicono gli economisti. E figuratevi perciò se esistono transizioni ecologiche gratis. Tale ovvietà cela tuttavia le modalità con cui si consumano questi pasti, che nel caso del passaggio dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili si estrinsecano in un consumo spropositato di metalli. O meglio, di alcuni metalli. Se davvero nel 2050 riusciremo a compiere il miracolo delle emissioni zero, i consumi di rame, nickel, cobalto e litio andrebbero alle stelle, con evidente ricadute geopolitiche, considerando la nazionalità dei paesi produttori. Le transizioni energetiche, oltre a non essere gratis, cambiano anche la geografia. Almeno quella del potere.

Il crollo degli investimenti frena la Cina

Una rapida analisi di Bofit mette in evidenza la sostanza complicata dell’economia cinese in questo scorcio d’anno. Com’è noto, gli ultimi dati sulla crescita di Pechino mostrano una crescita del 4,9% su base annua nel terzo trimestre, che però segna un risicato +0,2% rispetto al trimestre precedente.

Il rallentamento raffredda il notevole rimbalzo che si osserva cumulando i primi nove mesi dell’anno. Rispetto ai primi nove mesi del 2020, quando il paese era sconvolto dalla tormenta del Covid, il pil segna un robusto +9,8%. A livello tendenziale, quindi, l’obiettivo di chiudere il 2021 con un +6% di crescita, come previsto dal governo, è ancora a portata di mano.

Ma il punto interessante è quello che il dato aggregato cela, ossia la sua composizione. Come premessa vale la pena sottolineare che il metodo di calcolo del pil usato dalla Banca di Finlandia stima un dato di pil per il terzo trimestre ancora più basso di quello diffuso dall’istituto cinese, mentre nei primi due quarti questa discordanza non si è rilevata. C’è il sospetto insomma, che l’economia stia ancora peggio di quanto si dica.

Detto ciò, se guardiamo alle componenti, si osserva un forte rallentamento degli investimenti fissi. A tirare su l’indicatore sono stati soprattutto il consumo interno e l’export.

Anche la produzione industriale ha rallentato significativamente, segnando un +3% su base annua, mentre la produzione di acciaio, cemento e automobili è diminuita bruscamente.

Peggio ancora, le prospettive dell’ultimo quarto dell’anno non sono buone. La spesa per vacanze è in calo, ma soprattutto il paese sembra ancora alle prese con problemi di carenza di energia elettrica. Dulcis in fundo, permangono i torbidi nel settore della costruzioni. Ci si aspetta che il governo intervenga. Ma forse è anche questo il problema.

I rischi per l’inflazione annidati nel boom del mattone

Abbiamo visto come una spiegazione individua nei timori inflazionistici una delle cause del riscaldamento sostanziale dei prezzi del mattone dell’ultimo anno. Altrettanto abbiamo accennato ai dubbi che iniziano a intravedersi sulla transitorietà e persistenza del processo inflazionistico. Le cause che mettono a rischio la stabilità dei prezzi sono più d’una e concomitanti, e questo basta a tenere altissima l’attenzione delle banche centrali.

Ma se il timore inflazionistico fa salire i prezzi del mattone, classico bene rifugio, in un momento in cui peraltro è salita notevolmente la quota dei risparmi, qual è l’effetto dell’aumento dei prezzi del mattone sugli indici inflazionistici?

La possibilità che i due fenomeni si alimentino vicendevolmente è notevole, se ha senso la risposta alla domanda contenuta nell’ultimo WEO del Fondo monetario internazionale, dove un approfondimento prova proprio a quantificare l’effetto di un aumento dei prezzi del mattone e della relativa rendita immobiliare, sull’indice dei prezzi al consumo.

Il punto di partenza dell’osservazione è l’andamento sorprendente dei prezzi immobiliari durante la pandemia. Durante il 2020 i prezzi reali medi sono cresciuti del 5,3%, molto più degli affitti, cresciuti in media dell’1,8%.

Il problema è che “i prezzi delle case contano per l’inflazione”, spiegano gli autori, visto che finiscono col rientrare nell’equazione che determina il CPI (consumer price index), ossia l’inflazione dei prezzi al consumo. In particolare, l’indice è influenzato sia dal costo degli affitti che da quelli degli affitti imputate. “Complessivamente – sottolineano – le componenti degli affitti pesano in media circa il 20% del CPI”.

Questo non vuol dire che l’aumento del costo degli affitti si trasferisce automaticamente nell’indice dei prezzi. Anche qui dipende dalla famosa persistenza del rialzo. Una stima condotta su vari paesi sul link fra la crescita nominale dei prezzi delle case e il CPI degli affitti “suggerisce che un incremento dell’1% su base annua dei prezzi nominali delle case, nel quarto successivo è associato a un incremento cumulativo di 1,4 punti dell’inflazione annuale degli affitti in un periodo di due anni”.

“L’effetto è più forte nel quarto trimestre successivo all’aumento e persiste per circa tre anni”, sottolineano gli autori. Di conseguenza, se si considera che i costi dell’affitto pesano il 20% del CPI, un incremento nominale dei prezzi delle case del 5,3% potrebbe traslarsi in un aumento persistenza dell’inflazione in due anni dell’1,5%.

Questo calcolo teorico ovviamente non implica che questo passaggio sia automatico. Molto dipende, come al solito sia dalla persistenza dello stimolo che dal modo in cui i fattori dietro la crescita dei prezzi delle case si evolveranno. Ma considerando che viviamo in un ambiente ultra-stimolato, sia dal punto di vista monetario che fiscale, il tema della persistenza non è banale. O forse sì.

Cartolina. EME-rgenze

Il copione è sempre lo stesso: appena cambia il vento, i primi a sentire freddo sono i paesi emergenti. Succede almeno da quarant’anni. L’Occidente, o come si chiama, è generoso nell’abbondanza e micragnoso appena s’impaurisce. Nel caso più recente, poi, non è neanche servita la paura. E’ bastato che la Fed facesse capire, nel giugno scorso, che qualcosa bolliva in pentola – provocando un notevole calo dei rendimenti americani – perché partissero i deflussi dagli Emergenti. E quindi alcuni hanno visto salire i rendimenti, altri la moneta perdere valore, altri ancora i prezzi accelerare. Il confine fra Emergenti e emergenza evapora. Almeno fino alla prossima crisi di generosità.

Se l’espansione del debito indebolisce la domanda

Poiché stiamo vivendo in un’epoca di incantamento, nella quale alcune magie, nella forma di narrazioni, ci tengono avvinti a una realtà immaginaria densa di mitologie, vale la pena leggere contro-narrazioni che hanno il pregio di farci dubitare di alcuni luoghi comuni, pure se magari al prezzo di altri. E il fatto che tali prodotti condividano con quelli che questionano l’ipoteca della scientificità, almeno nel senso che può avere tale qualità riferita al discorso sociale, li rende ancora più interessanti.

Perciò ci siamo appassionati alla lettura di un paper recente pubblicato dalla Bis di Basilea, che già dal titolo mette in dubbio uno dei pensieri magici più consolidati del nostro tempo. Ossia che di fronte a una crisi occorra spingere sul pedale del debito per non lasciarsi travolgere dal panico. Meccanismo che vediamo all’opera ormai da decenni.

L’argomento dei ricercatori l’abbiamo già incontrato altrove. Ma il pregio di questo studio è che guarda alla questione della trappola del debito partendo dalle condizioni di partenza che la motivano. Un altro pensiero magico ormai gettonatissimo: la diseguaglianza.

Proviamo a riepilogare, salvo poi guardare qualche dettaglio. Il punto saliente è che una quantità eccessiva di debito rischia di intrappolare una società in un (dis)equilibrio dove una domanda aggregata più bassa, proprio a causa dell’eccesso di indebitamento, porta al calo del tasso naturale di interesse, altra grandezza mitologica. Questo eccesso di debito, e questo è il punto centrale, è una conseguenza del fatto che chi prende a prestito e chi dà a prestito hanno una propensione al risparmio molto differente, che dipende dalla diseguaglianza di reddito.

Dalle loro osservazioni gli autori hanno dedotto che “le recenti tendenze nella disuguaglianza di reddito e nella deregolamentazione finanziaria portano alla domanda delle famiglie indebitate, abbassando il tasso di interesse naturale”. Come se non bastasse, “le popolari politiche di espansione monetaria generano boom di breve periodo finanziati a debito al costo però della domanda futura”. Questo a lungo andare fa scattare la trappola del debito: le economie sono costrette a convivere con una liquidità abbondante “intrappolata” nel senso che non dà più ossigeno al ciclo economico. L’eccesso di debito, inficiando la produttività, “mangia” la crescita.

Per uscire da questa trappola, spiegano, bisognerebbe puntare su politiche mirate meno convenzionali “come quelle mirate alla redistribuzione o quelle che riducono le fonti strutturali delle elevata diseguaglianza”: E questo ci riporta al terreno comune, per non dire luogo comune, che ormai affligge il nostro dibattito pubblico. Più redistribuzione (ossia riforma fiscale) implica meno diseguaglianza e quindi meno differenza fra prenditori e prestatori che riduce la necessità di indebitarsi troppo, e tutti vissero felici e contenti.

Le conclusioni, ovviamente, possono convincere o meno. Ma quel che conta è l’accuratezza dell’analisi, che contiene molti punti interessanti. Il primo dei quali è l’andamento indiretto fra debito e rendimento, ormai conclamato.

Negli Usa il debito complessivo delle famiglie e del governo è cresciuto di quasi il 100% del pil dal 1980 e i tassi reali pagati per questo debito sono diminuiti dal 3 al 5%. In pratica indebitarsi conviene sempre di più. Gli autori sono convinti che questo ambiente economico, vagamente tossico, sia stato determinato dalle diseguaglianza di reddito e della deregolamentazione finanziaria. Come che sia, rimane il fatto che questo in queste circostanze le politiche macroeconomiche tradizione, sia fiscali che monetarie (leggi: espansioni) sono meno efficaci. Al contrario quelle basate su redistribuzione, regolazione finanziaria, risoluzione delle questioni di fondo che originano diseguaglianza.

Perché, come abbiamo già osservato, alla base del modello sviluppato c’è l’idea che i risparmiatori mettano da parte nel corso della loro vita una quota molto maggiore del loro reddito rispetto ai debitori. “Questa non è un’idea nuova in economia. In effetti, è pervasiva in il lavoro di luminari come John Atkinson Hobson, Eugen von Bohm-Bawerk, Irving Fisher, e John Maynard Keynes”. Il problema, come diceva sempre Keynes, è che “la difficoltà non sta nelle idee nuove, ma nell’evadere dalle idee vecchie”. E a quanto pare non ne siamo ancora capaci.

Cosa ci insegna la storia “politica” della povertà

Poiché la povertà è ormai ospite fissa del nostro discorrere, vale la pena leggere un pregevole studio pubblicato di recente da Bankitalia che racconta la storia della povertà nel nostro paese a partire dal secondo dopoguerra, e di come la sinergia fra politica e statistica abbia contribuito a definire e classificare questo concetto.

La povertà è una “invenzione” della politica, si potrebbe dire semplificando molto. E a sua volta la povertà “inventa” la politica nel senso che le urgenze dei meno abbienti, spesso negate, a volte amplificate, ma più spesso fraintese, diventano combustibile del nostro continuo ragionare e decidere, che sempre meno tollera l’idea stessa della povertà. Nel mondo perfetto che tutti noi vorremmo abitare, il cui grado di perfezione si misura in ragione dell’abbondanza che produce e poi distribuisce, la povertà è insieme un’onta e un nemico da sconfiggere, come non si peritò di dichiarare qualcuno.

Dell’invenzione politica della povertà parliamo ovviamente in senso statistico, quindi in senso lato. Perché mentre su cosa significhi essere povero il senso comune lo sa d’istinto, perché tale concetto emerga dalla percezione e si strutturi in un indice quantitativo servono un notevole impegno di ricerca e soprattutto tempo. Addirittura decenni.

Da questo punto di vista il lavoro di Bankitalia è molto utile. Non solo illustra le notevoli difficoltà che si sono dovute superare per elaborare un indicatore statistico utilizzabile su scala nazionale e internazionale, ma soprattutto ci racconta di come si sia sviluppato nel nostro paese il dibattito sulla povertà, iniziato nel lontano 1951, quando fu istituita la “Commissione parlamentare sulla miseria”. Sulla base di rilevazioni ancora alquanto rudimentali – il meglio che si potesse coi mezzi di allora – la Commissione arrivò ad alcune conclusioni che vale la pena riportare non tanto per la loro accuratezza, quanto come testimonianza dell’Italia di quel tempo.

Nell’indagine campionaria furono inseriti alcuni alimenti – carne, zucchero e vino – e si chiese agli intervistati quanti ne consumassero. Quindi ci si informò sullo stato delle loro calzature e sulla qualità delle abitazioni. Emerse che il 7,5% delle famiglie intervistate non consumava nessuno dei tre alimenti indicati, il 5,1% aveva calzature in condizioni misere o miserrime e che il 4,7% viveva in case affollate, quindi con più di quattro persone per stanza, con un 2,8% che abitava “abitazioni improprie”, tipo baracche o grotte. Soprattutto, l’indice sintetico sul tenore di vita elaborato dalla Commissione calcolava che l’11,8% le famiglie viveva in condizioni misere, un altro 11,6% in condizioni disagiate, con grandi differenza territoriali: erano in miseria l’1,5% delle famiglie del Nord, contro il 28,3% di quelle del Sud.

Caso più unico che raro, la relazione finale della Commissione fu approvata all’unanimità da tutti i partiti, dai comunisti ai monarchici. Segno di una sensibilità condivisa che avrebbe dovuto esortare i governanti ad adoperarsi per “un programma organico di sicurezza sociale”, come auspicato nel documento, da attuarsi tramite “un organismo a livello ministeriale, aperto alle concezioni moderne e agli studi sociali, agilissimo nel funzionamento, sollecito nei suoi compiti di solidarietà umana”. Inoltre veniva raccomandato di costituire una commissione interparlamentare che elaborasse un piano di riforma.

“Nessuna di queste proposte ebbe un seguito, così come non ebbe successo la proposta di legge di riordino dell’assistenza sociale presentata qualche anno dopo”, nota lo studio. Addirittura il riordino sarebbe arrivato nel 2000, con la legge numero 328.

Non bisogna stupirsi troppo di tale inerzia. Erano anni in bianco e nero, ma anche di grandi speranze. L’economia internazionale stava entrando nei suoi “Trenta Gloriosi” e quell’abbrivio che inebriò una generazione aveva spinta sufficiente a colmare lacune sociali antiche e consolidate, anche se non certo a risolverle. E i vari governi dell’epoca, pure se si dimostrarono poco attenti a “istituzionalizzare” la lotta alla povertà, furono pur sempre quelli delle prime grandi lotterie previdenziali, che contribuivano alla crescente spesa pubblica che alimentò, negli anni del boom, la ricchezza nazionale. Si parlò poco di povertà perché intanto si diventava ricchi.

E in effetti occorse un trentennio perché la politica “scoprisse” di nuovo il problema. E che trentennio. L’Italia in bianco e nero era diventata quella a colori dei primi anni ’80, e pure se ormai aveva superato l’onda lunga della crescita, e si era pure incagliata nelle secche della stagflazione prima e della crescita drogata dal debito poi, si stava adesso scaldando al sole di una delle tante illusioni che ogni tanto incantano il nostro paese, sotto l’egida dell’euforia craxiana che ci regalò l’ultimo meriggio prima del definitivo tramonto che condusse alla crisi valutaria del ’92.

Si dovette aspettare quindi il 1984 perché il presidente del consiglio, che era appunto Bettino Craxi, autorizzasse con decreto la prima Commissione d’indagine sulla povertà: la prima dopo la chiusura di quella sulla miseria del 1953. Trent’anni durante i quali il tema della povertà scomodò assai poco i ricercatori – solo pochi si impegnarono in studi e ricerche per definire più compiutamente la questione – e ancor meno i politici.

Dall’85 in poi la Commissione lavorò fino al 2012, cambiando ogni volta nome a seconda delle sensibilità. Nel 1990 divenne la Commissione sulla povertà e l’emarginazione. Dieci anni dopo si tramutò nella Commissione sull’esclusione sociale. Parlare di povertà, evidentemente, non rendeva più l’idea.

Questo non bastò ad impedire urti con i governanti. Proprio Craxi, che aveva istituito la Commissione, si mostrò alquanto infastidito dai risultati, quando lesse l’incipit del rapporto finale presentato nel 1985, dove si sottolineava che “la povertà persiste anche nella società opulenta: in tutto l’Occidente industrializzato, né lo sviluppo economico in sé, né gli effetti distributivi del welfare state sono stati sufficienti a farla scomparire”. La stampa di allora che lo studio ci ricorda, si stupisce nello scoprire che nell’Italia della Milano da bere ci siano ancora i poveri. Il Sole 24 Ore si domandò: “Ma sono veramente così tanti i poveri in Italia?” Craxi rilasciò qualche intervista dove osservava, inaugurando un trend, che “i ristoranti erano pieni”, e poi sollevò dubbi sulla fondatezza delle rilevazioni.

E questo apre il problema più squisitamente statistico. Come vengono ricavati questi dati? Il discorso meriterebbe di essere approfondito, ma conviene concentrarsi sugli esiti. Gli studiosi italiani e quelli internazionali lentamente hanno costruito un apparato concettuale che ci conduce agli strumenti utilizzati oggi che hanno pregi e difetti, ma sono oggettivi. E tuttavia se chiedessimo quanti sono i poveri nel nostro paese, la risposta sarebbe: dipende. O, per meglio dire, il “numero può essere molto variabile a seconda della fonte, dello spazio valutativo e della metodologia”.

Un esempio: ” Nel 2014, un anno per cui le informazioni sono particolarmente ricche, il numero di persone povere passa da 4,1 milioni applicando la soglia assoluta ai consumi a 7,8 milioni applicando quella relativa sempre ai consumi; sale a 12,1 o 13,5 milioni applicando la soglia relativa ai redditi, a seconda che si usi l’indagine dell’Eurostat o quella della Banca d’Italia”. Tale diversità non ci impedisce di arrivare alla conclusione che “la netta stratificazione della povertà in Italia per area geografica, età e cittadinanza appare tuttavia inequivocabile”.

L’evoluzione statistica non servì comunque a colmare le distanze con i politici. Quando nel 1998 la nuova Commissione presieduta da Pierre Carniti sottolineò che aumentava la povertà tra le famiglie dei lavoratori dipendenti, fu l’allora presidente del Consiglio Romano Prodi ad adombrarsi, e dopo di lui il nuovo premier D’Alema riorganizzò le attività dell’istituto. Non pensate che questi mal di pancia siano una nostra caratteristica. Quando uscì il rapporto europeo sulla povertà negli anni Ottanta, la Commissione europea lo ritirò dalla circolazione senza alcuna spiegazione, malgrado l’allora Presidente Delors ne avesse utilizzato le stime per i suoi discorsi pubblici.

Un paio di lustri dopo, siamo ormai arrivati al 2012, la Commissione viene chiusa da governo Monti per risparmiare. Esito amaro per l’istituzione, vittima proprio delle ristrettezze che avrebbe dovuto combattere. Per consolarci potremmo rilevare che le commissioni in carica negli anni Duemila “hanno anche continuato a produrre resoconti e valutazioni delle politiche pubbliche rilevanti, con un’influenza sulle decisioni politiche tuttavia molto limitata”. Ma se bastasse una Commissione per sconfiggere la povertà vivremmo sicuramente nel migliore dei mondi.

Oggi, per aggiornare le nostre conoscenze sulla povertà, dobbiamo contentarci dell’Istat, che produce con regolarità i sui rapporti che disegnano il nostro paese costantemente alle prese con questo problema, persistente, pure se cangiante. Delle tante suggestioni contenute nello studio di Bankitalia ne scegliamo solo due perché colgono lo spirito del nostro tempo. La prima: “Dal 1980 la quota di famiglie povere è fortemente cresciuta tra le famiglie più numerose ed è diminuita tra quelle con due e soprattutto un solo componente”. “Queste variazioni sono state controbilanciate dalla riduzione della dimensione familiare media da 3 a 2,3 persone: se la composizione delle famiglie per numero dei componenti fosse rimasta quella del 1980, l’incidenza della povertà nel 2019 sarebbe stata di oltre quattro punti percentuali più alta”.

La seconda: “L’invecchiamento della popolazione è stato accompagnato da un miglioramento del rischio di povertà per gli anziani, ma da un peggioramento per le altre classi di età, in particolare dei minori”. Questo a fronte di un gap fra Mezzogiorno e resto del paese che non accenna a diminuire.

Si può discutere a lungo sull’accuratezza di queste rilevazioni, ma se le diamo per buone, almeno come indicatori di tendenze, emerge con chiarezza che l’Italia degli anni ’50 oggi è diventata un paese dove una quota crescente di anziani sta relativamente meglio di una quota decrescente di giovani. Questo quadro disegna prospettive difficili per il futuro, specie se i giovani di oggi non riusciranno a scalare la montagna che conduce al benessere. In tal senso “l’interazione stretta, non sempre facile, con la politica” rischia di diventare ancora più complessa. I politici continueranno a promettere di voler sconfiggere la povertà, almeno finché, una volta al governo, non saranno tentati di negarla. E la statistica continuerà a produrre dati di fatto sostanzialmente ignorati nelle politiche di contrasto alla povertà.

Soprattutto, nei settant’anni che sono trascorsi dalla Commissione sulla miseria, “la frammentarietà e la ripartizione categoriale degli interventi assistenziali denunciate dalla Commissione di inchiesta sulla miseria sono rimaste caratteristiche distintive della spesa sociale italiana, spesso accentuate, raramente scalfite dalle riforme attuate nel tempo”. “La riforma organica, da molti auspicata fin dagli anni cinquanta, non è ancora compiuta”.

Tutto cambia perché nulla cambi, diceva il poeta. E noi siamo un popolo di poeti.