Cronicario: Le Grandi Manovre finanziarie del governo

Proverbio del 17 ottobre Senza sofferenza non c’è scienza

Numero del giorno: 2.800.000.000 Surplus commerciale italiano ad agosto

Dal fronte orientale, occidentale, settentrionale e meridionale i potenti altoparlanti del governo ci rendono edotti a ogni pie’ sospinto delle Grandi Manovre che il governo sta conducendo contro le implacabili tagliole del debito e del deficit, che minacciano ognora il nostro buonumore nazionale con le suggestioni fuori moda del vincolismo esterodiretto. Ma non c’è da temere, i prodi italiani manovrano con destrezza i capitoli di bilancio, le nostre invincibili armate, e voilà les jeux son fait: più trippa per tutti.

Esagero? Mah, vedete voi. Ora vi faccio l’elenco dei titoli di una nota agenzia usciti fra ieri pomeriggio e oggi:

Manovra: sgravi per assunzione under 35 nel 2018. Decontribuzione fino al 50%;
Manovra: Giacomelli, c’è anche asta frequenze 5G: 2,5 mld base d’asta;
Manovra: agricoltura,’bonus’ per terrazzi e giardini. Detrazioni del 36% per la cura del verde privato;
Manovra: Nencini; bene infrastrutture, crescono investimenti;
Manovra: un anno proroga cigs per aree crisi complessa. E per imprese di valenza strategica, dote 100 milioni;
Manovra: Gentiloni, snella e no lacrime e sangue;
Manovra:Gentiloni, evitati aumenti Iva, no nuove tasse;
Manovra: Gentiloni,sostiene crescita e stabilizzazione;
Manovra: Gentiloni, rinnovo contratti pubblico impiego;
Manovra: Gentiloni, confido responsabilità Parlamento;
Manovra: Padoan, sostegno investimenti pubblico-privati;
Manovra: Martina, approvato il bonus verde;
Manovra: Padoan,assunti 1.500 ricercatori, linfa vitale;
Manovra: sismabonus esteso case popolari,confermato ecobonus;
Manovra: confermata cedolare secca sugli affitti;
Manovra: Fedeli, impegni per scatti prof e stipendi presidi;
Manovra: Calenda, più di 10 miliardi per Impresa 4.0;
Manovra: arriva norma salva squadra basket Tam Tam;
Manovra: anche in 2018 stop aumenti tasse locali;
Manovra:città metropolitane-province,fondi a scuole e strade;
Manovra: rifinanziato bonus investimenti per il Sud;
Manovra: confermato per 2018 bonus 500 euro a 18enni;
Manovra: ‘pacchetto sport’, anche maternità per atlete;
Manovra: proroga assunzioni stabili al Sud;
Manovra: arriva fondo per pmi al Sud;
Manovra: ‘Rita’, arriva stabilizzazione e semplificazione;
Manovra: 300 mln investimenti pubblici, 1,3 mld in 2019;
Manovra: reddito inclusione per 650.000 famiglie;
Manovra: Dpb, 4,3 mld per migranti in 2017,circa 5 mld 2018;
Manovra: Lorenzin, su welfare si può fare di più;
Manovra: Barbagallo, soldi previdenza e lavoro non bastano.

E si, d’altronde è notorio:

Sull’esito di cotanto manovrare non dovete dubitare: abbiamo una storia dignitosissima di gestione efficiente della spesa pubblica che si osserva con una semplice occhiata.

Quindi gioiamo: anche stavolta grazie a governo e parlamento

Intanto però sappiate che quei gufi di Moody’s si ostinano ad avere una view negativa sul nostro sistema bancario, che soffre a causa delle sofferenze, i famigerati NPL. Mentre i nostri spacciatori di fiducia, annidati in seno all’Istat diffondono dati rassicuranti sul nostro commercio estero, ossia la nostra bombola d’ossigeno finanziari che speriamo non finisca mai.

Prevarranno i gufi o gli ottimisti? Non c’è da dubitarne.

A domani.

 

 

 

 

Sono diventato il salvadanaio della mia compagnia telefonica

Mi succede che una mattina, mentre cerco di capire quanto m’è rimasto sul conto, trovo un addebito d’una cinquantina d’euro sulla mia carta di credito che diminuisce le mie già risicate possibilità di evitare il rosso pure questo mese. Di questi tempi si vive bordeggiando il deficit e bisogna pure farselo piacere. Elaboro in fretta il lutto anche perché nel frattempo sorge e s’ingrandisce la domanda: ma che ci ho fatto con questi soldi? La descrizione riporta una scritta in banchese, tipo: fatt cont tel, che mi suona alquanto astrusa. Aguzzo l’ingegno e mi sorge un sospetto. Chiamo la banca e una gentile operatrice mi conferma che sì, quel cinquantone me l’ha soffiato la compagnia telefonica che forniva voce e dati al mio telefonino fino a tre mesi fa addebitandolo direttamente sulla mia carta di credito.

Premessa. Ai primi del 2017 mi decido a stipulare un contratto con una compagnia che mi impegna per trenta mesi, con addebito sulla carta di credito. Tot euro al mese per il minimo indispensabile di traffico, visto che ne uso poco. Vivo felice per un trimestre: ho abbattuto del 75% il mio costo telefonico e mi avanzano pure i giga e le chiamate ogni settimana. D’altronde vivo davanti a un pc. Ma sapete com’è: la felicità è un attimo. E il mio gong arriva col fischio di un sms che all’inizio dell’estate mi comunica che a causa delle “mutate condizioni di mercato” la mia tariffa non è più valida e che ho tempo trenta giorni per decidere se sopportare un aumento secco del 60%, oppure recedere, inviando raccomandata eccetera eccetera. Mi sembra un orribile tradimento di un patto che doveva durare in eterno. O almeno trenta mesi. Ci metto un niente a decidere il recesso. Sono all’antica: non sopporto i tradimenti, pure a costo di perderci. Ci metto ancor meno a trovarmi un’altra compagnia dove pago più di prima, a fronte di maggior traffico che non mi serve, ma almeno mi vendico. Mando la raccomandata con tanto di avviso di ritorno e disdico il contratto entro fine luglio, nel termine previsto. Ai primi di agosto controllo la mia carta di credito, hai visto mai questi provano a fregarmi, ma non trovo anomalie. Vado in vacanza felice.

Poi scopro l’addebito e divento triste. Scruto i contratti e mi convinco che la mia ex compagnia telefonica mi abbia addebitato una sanzione per il recesso, malgrado fosse mio pieno diritto, avendolo per giunta esercitato nei modi e nei tempi che mi erano stati indicati. E poiché oltre ai tradimenti odio pure le rapine, decido di non fargliela passare liscia. Ciò che non sapevo è che il mio essere all’antica mal si accorda con i tempi moderni. Chiamo (a pagamento, visto che non sono più cliente) il call center del mio ex fornitore. Una signorina palesemente stressata mi dice frettolosamente che ho sicuramente ragione e mi comunica un numero di fax al quale far pervenire il mio reclamo, raccomandandosi di allegare fotocopia del documento e della ricevuta della raccomandata di luglio, che miracolosamente ritrovo nella baraonda domestica. Mastico gli insulti che mi spuntano sulla punta della lingua e ringrazio molto cordialmente. Faccio le fotocopie, mando (a pagamento) il fax. Passa una settimana senza che nessuno mi contatti. Intanto l’indignazione mi rosola a fuoco lento.

Ormai cotto a puntino, dieci giorni dopo il fax ritento col call center. Faccio tre chiamate, in tre giorni diversi, sempre a pagamento, ma ogni volta che chiedo di essere richiamato (possibilità espressamente prevista nel menù) la voce automatica mi risponde che il servizio non è disponibile. Mi arrovento fino all’incazzatura, sentimento che frequento di rado e che perciò gestisco alquanto disordinatamente. Tant’è che imbocco il primo store della nota compagnia che trovo per strada e comincio a sgranare il mio rosario di doglianze al povero commesso, pur sapendo che potrà solo ascoltarmi. Cosa che fa con grande gentilezza, fino a che non gli scappa dal senno la voce che la mia disavventura è capitata a un sacco di persone, dopo che hanno esercitato il recesso estivo, in conseguenza del cambio di tariffe. Mi immagino la contabilità della nota compagnia esibire un sostanzioso calo di cash flow nel mese di agosto. E poiché il mio addebito risale a metà settembre mi si accende una lampadina dalla luce sinistra che illumina un pensiero oscuro: ma mica ci marceranno questi?

Vorrei approfondire, ma prevale l’incazzatura. Vado sul sito della compagnia e tento l’ultima carta: il contatto tramite canale social. Scelgo Twitter e scrivo con tono perentorio che rivoglio indietro i miei soldi o almeno una spiegazione per l’addebito, che mi suona parecchio indebito. Non credo neanche per un secondo che mi risponderanno. E invece accade. Dopo qualche decina di minuti una gentilissima signora mi chiede lumi. Incredulo mi profondo in spiegazioni. Più tardi mi arriva persino una telefonata dalla quale apprendo alcune cose: 1) la mia pratica di reclamo non era neanche stata aperta malgrado abbia spedito il fax come lo volevano loro. Per fortuna ci pensa la signora; 2) l’addebito dalla mia carta di credito è dipeso dall’applicazione della sanzione per il recesso ed è stato indebito e assolutamente illecito, visto che avevo rispettato alla lettera le norme del contratto; 3) non si può ostacolare in nessun modo il prelievo da una carta di credito, una volta che si sia data l’autorizzazione a disporne a un soggetto, a meno che non si blocchi la carta di credito. Quindi se la compagnia telefonica volesse, potrebbe farlo di nuovo; 4) di sicuro il denaro mi verrà restituito.

Capirete che non ci credo. Ma la mia interlocutrice si dà un gran daffare e un paio di giorni dopo la nostra conversazioni mi fa sapere pure che il rimborso avrà una data di valuta precisa a fine ottobre, a circa 45 giorni dall’appropriazione indebita di cui mi sono accorto per caso e che ho dovuto sudare parecchio per far retrocedere, ammesso che ci sia riuscito davvero. Ma nel frattempo la lucetta sinistra che si era accesa nella mia mente è diventata un lampione. Il sospetto che questi ci marcino diventa quasi palpabile. D’altronde che fareste voi se aveste accesso a milioni di carte di credito e doveste far fronte a un calo imprevisto di incassi o magari vi servisse un prestituccio senza interessi con restituzione nel tempo che la povera vittima se ne accorga (se se ne accorge), riesca a richiedervelo indietro (se non ha buttato la ricevuta della raccomandata) e pure in quel caso, potendo persino restituirlo col vostro comodo? Tanto che potrebbe fare il povero consumatore per difendersi? Niente, appunto. Ed è qui che ho fatto la scoperta numero cinque, che poi è la morale di questa storia: sono diventato il salvadanaio della mia ex compagnia telefonica. E il mal comune, checché ne dicano i proverbi, non mi provoca alcun gaudio.

La lunga marcia dell’esercito dei robot

Come in un brutto film di fantascienza, l’armata dei robot marcia verso il futuro con i suoi arti meccanici e il suo cervello di sicilio, appena raffinato dal pensiero artificiale che promette di diventare intelligenza, e con ciò rendere gli umani definitivamente superflui. Costoro, gli uomini, guardano attoniti quest’esercito che sembra inarrestabile, domandandosi cosa mai sarà di ognuno di loro. Ossia di noi. Saremo finalmente liberi dalla schiavitù del lavoro, grazie alla fatica di questi sub-umani meccanici, o si prepara per l’uomo un’altra forma più sottile di sottomissione? Gli scrittori di distopie sono all’opera, e lo sono da più di mezzo secolo, da quando la fiction ha iniziato a inglobare l’uomo artificiale nelle sue trame. Diversamente, i modesti osservatori della realtà devono accontentarsi di affastellare numeri e storie per provare a comprendere questa rivoluzione davvero storica che sta investendo le nostre società. Comprendere il dove, il come, il quando, il perché e il chi: le famose domande base del buon giornalismo che sono state cancellate dalla pratica sensazionalistica e dalla ricerca compulsiva di un’attenzione sterile e superficiale. Tutto il contrario di quello che facciamo qui su Crusoe. E per capire la rivoluzione dei robot, dobbiamo ripartire proprio dalle domande fondamentali.

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Cronicario: Mia nonna aveva ragione e non era neanche economista

Proverbio del giorno Il fiume s’ingrossa grazie ai ruscelli

Numero del giorno: 2.279.200.000.000 Debito pubblico italiano ad agosto

Mia nonna era un fenomeno: ora lo so per certo. Non solo riusciva a fare una torta, cucire un bottone, darti una sberla, raccontarti una storia, starti a sentire, comprarti un gelato tutto contemporaneamente, ma aveva un raffinato talento da economista pure senza esserlo. Quando scoprì che, ormai cresciuto, avevo iniziato a lavorare non ebbe dubbi. “Risparmia a morte e comprati una casa”, mi disse. E mia madre ovviamente a farle l’eco: “La casa è l’unico investimento sicuro”, e tutte quelle storie che ci raccontano da quanto siamo diventati redditizi. Bene: la nonna aveva ragione.

Si nonna (ovunque tu sia). La tua saggezza economistica è stata asseverata da tre cervelloni che hanno pubblicato da poco uno studio arizigogolato che fra le altre cose osserva l’andamento dei prezzi reali delle abitazioni in 46 economie in quasi cinquant’anni. A proposito, nel caso foste curiosi degli andamenti più recenti, potete guardare qua sotto.

Guardatelo bene e poi quando vi dicono della crisi dei poveri spagnoli o dei disgraziati irlandesi, ricordategli che se hanno perso il 33 e il 36%, fra il 2007 e il 2015 hanno sempre guadagnato il 149 e il 102% fra il 2000 e il 2007. Non mi sembrano più poveri di prima. E poi guardate i neozelandesi, che ancora hanno il mattone in crescita e hanno superato il guadagno del 150% da inizio secolo.

Ma non è tanto questo che dovete sapere, ma la risposta all’annosa domanda che mi/vi/ci tortura da quando abbiamo imparato a fare le addizioni: ma investire sul mattone conviene alla fine dei conti? Sentite che dicono gli economisti: “Our data suggest that the answer is an unqualified “yes”: real house prices increased on average by close to 7% per annum in the sample of 20 advanced economies for which there are 45 years of data on average”. Capito? No? Ve la faccio semplice: la risposta è SI. Negli ultimi 45 anni ha avuto una crescita reale media del 7% l’anno. Hai voglia a comprare risparmio gestito.

Mentre torno a cercare fra le carte di nonna – hai visto mai trovo un’altra dritta economica fra il ricettario e il libro di preghiere – non mi sfuggono quelle altre due-tre notizie che fanno di questo venerdì 13 una giornata fortunatissima. La prima è che i prezzi al consumo a settembre sono scesi dello 0,3% rispetto ad agosto e hanno accelerato dell’1,1% rispetto a settembre scorso. L’inflazione va veloce come una lumaca stanca. E per fortuna, sennò quelli di Francorte lo sapete che fanno…

Poi è arrivata Bankitalia, che rilasciando il dato del debito pubblico ad agosto, ha fatto notare che è diminuito di una ventina di miliardi rispetto al mese prima.

E infine la migliore della settimana che dice la parola definitiva sul futuro della crescita nel nostro Paese. Il presidente dell’Istat ha annunciato col giusto orgoglio nazionale che “con il Def 2017 l’ Italia è il primo paese dell’UE e del G7 a includere nella programmazione economica, oltre al Pil anche gli indicatori di benessere”.

Godersi la vita invece di lavorare sarà la vera svolta della nostra economia.

A lunedì.

Cartolina: Il miracolo giapponese

Guardo sorpreso il notevole miracolo compiuto dalle economie di mezzo mondo fra il 2006 e il 2016, riuscendo a far crescere il debito globale, già esorbitante, a un livello ancor più elevato. Al netto del caso tedesco e argentino – e mai economie e motivi furono più differenti – tutti gli altri paesi censiti dal Fmi hanno aumentato il peso delle proprie obbligazioni, col Giappone a far scuola, visto che ormai s’avvia deciso verso il 400 per cento del pil. Laggiù, come da noi a ben vedere, il governo conduce questa crescita felice, sfiorando ormai il 240 per cento di debiti sul pil dal 184 del 2006. D’altronde da allora il Giappone non ha risparmiato calcioni all’economia, afflitta da oltre un ventennio di crescita anemica e inflazione rasoterra, pure a fronte di una sostanziale piena occupazione. Il governo non si è (non ha) risparmiato e tuttavia l’economia giapponese è sempre la stessa: forte e insieme pigra. Un gigantesco lottatore di sumo avanti con l’età. La sua irritante indifferenza agli stimoli fiscali e monetari contraddice tutto ciò che pensiamo di sapere sul funzionamento dell’economia. E questo in fondo è il vero miracolo giapponese.

Cronicario: Un coretto di corretti a braccetto dei corrotti

Proverbio del giorno L’amore è cieco ma vede da lontano

Numero del giorno: 3,8 Aumento % produzione industriale EZ su agosto 2016

Con raro colpo di genio, dopo aver conquistato la nostra ammirazione recensendo l’economia non osservata che però c’è, ossia il volgarmente chiamato sommerso, Istat oggi ha superato se stessa rilasciando la prima indagine statistica che rivela il rapporto che le famiglie italiane hanno con la corruzione, lettura assolutamente imperdibile per gente ammalata di tribunali come noi.

Come ha fatto l’Istat a elaborare questo piccolo capolavoro? Ha intervistato 43 mila persone fra i 18 e gli 80 anni, un gruppetto di cittadini , molti dei quali han dovuto cedere alle prepotenze dei cattivoni che affollano il nostro paese. Mica pochi, peraltro. L’Istat stima che i fenomeni corruttivi abbiamo coinvolto il 7.9% delle famiglie italiane, col picco del 17,9% nel Lazio e il minimo in Trentino (2%).

Parliamo di una robetta da 1,742 milioni di famiglie, il 2,9% delle quali ha “avuto una richiesta di denaro, regali o favori da parte di un giudice, un pubblico ministero, un cancelliere, un avvocato, un testimone o altri. In particolare per il 2,1% delle famiglie la richiesta si è esplicitata nell’ambito delle cause civili”.

La ricognizione ospita anche alcune curiosità. “Il 9,8% delle famiglie che ha ricevuto almeno una richiesta di denaro, favori o regali ha almeno un componente con titolo di studio elevato (contro il 7,3% delle famiglie senza componenti con titolo di studio elevato)”. D’altronde è notorio che l’ignoranza non paga. O almeno paga meno. Oppure quest’altra: “La richiesta di denaro per l’attività lavorativa emerge con più frequenza nelle famiglie in cui vi sono liberi professionisti e imprenditori e aumenta all’aumentare della presenza di queste categorie di lavoratori nella famiglia”.

Dal che deduco che se la vittima è spesso lavoratore autonomo, il corrotto è lavoratore dipendente, almeno in larga parte. Trovo una conferma più avanti. “In sanità la richiesta di denaro o altri beni è avvenuta da parte di un medico nel 69% dei casi (da un primario di medicina nel 20,2%), da un infermiere nel 10,9% o da altro personale sanitario nel 19,6% dei casi, mentre per un altro 11,1% si è trattato di figure professionali non sanitarie. Anche per la corruzione nel settore assistenziale, nel 23,5% dei casi i protagonisti sono stati i medici e nel 22,1% i dipendenti degli enti locali (comune, provincia e regione) e altri dipendenti pubblici o del patronato”.

Ma la notizia più edificante è che “più di otto famiglie su dieci sono soddisfatte di quanto ottenuto”. L’85,2% “ritiene che aver pagato sia stato utile per ottenere quanto desiderato: in particolare nell’ambito dei singoli settori, il rendimento è totale per le public utilities (99,1%) e particolarmente elevato per ottenere un lavoro (92,3%) o una prestazione sanitaria (82,8%)”. Evidentemente, a differenza dell’ignoranza…

E soprattutto “pur di ottenere un servizio il 51,4% delle famiglie ricorrerebbe di nuovo all’uso del denaro, dei favori o dei regali (73,8% nel caso di una prestazione sanitaria)” a fronte del 30,9% che non lo rifarebbe. Perché sono onesti che hanno sbagliato?. Alcuni. Per il 35,4% il risultato non è stato utile abbastanza. Ed eccoci qua: un coretto di corretti che cammina a braccetto coi corrotti.

A domani.

L’ultima (e unica) generazione di possidenti

Uno studio recente nota che “la natura eccezionale della crescita dei redditi familiari tra i più anziani si estende molto indietro nel tempo. A partire dal 1967, il reddito reale mediano tra i nuclei con capofamiglia di 65 anni o più anni è aumentato molto più di quello di qualsiasi altro gruppo di età”. E poi che “non è solo il gruppo di età più anziano che ha beneficiato (dell’aumento di ricchezza, ndr), anche se più il gruppo è maggiore d’età, più cresce a lungo termine il reddito medio reale della famiglia”. Perché questi anziani hanno finito col surclassare le altre classi d’età, finendo col garantirsi la fetta più corposa della ricchezza nazionale? Secondo gli economisti i fattori principali sono tre: partivano da un livello piuttosto basso, sono stati favoriti dalle politiche pubbliche, e poi hanno inciso le dinamiche demografiche. Tutto ciò provocato che gli anziani, che fino agli anni ’50 rappresentavano il 35% della popolazione in povertà, ad arrivare a poco più del 10% nel nostro tempo, la metà degli under 18. Questi anziani di oggi, a differenza dei loro coetanei di sessant’anni fa, grazie a “politiche pubbliche e decenni di forte crescita economica, godono di aumenti senza precedenti nel loro benessere”. Il loro reddito mediano aggiustato per l’inflazione è raddoppiato fra il 1967 e oggi.

Prima che iniziate a guardavi intorno, è bene precisare che lo studio l’ha redatto la Fed di S. Louis e riguarda gli anziani statunitensi.  Molti tuttavia noteranno una sorprendente somiglianza fra questo grafico

e quest’altro, pubblicato qualche tempo fa dalla Banca d’Italia in una delle sue ricognizioni sulla ricchezza delle famiglie italiane.

In entrambi i casi, i redditi delle generazioni più attempate sono quelli che resistono meglio alle turbolenze dell’economia e che, a conti fatti, hanno consolidato la posizione di ricchezza più stabile. Ecco come è andata negli Usa:

e in Italia:

Probabilmente se conducessimo ricognizioni simili in altri paesi avanzati troveremmo lo stesso pattern all’opera: anziani mediamente ben istruiti e in buona salute, con redditi cresciuti notevolmente nel tempo e una quota importante di ricchezza nazionale. Sono i veri vincitori del dopoguerra.

È inutile fargliene una colpa. Hanno avuto la fortuna di nascere nel posto giusto nel momento giusto. Ma soprattutto sarebbe insensato. Questi anziani possidenti rappresentano l’unico esperimento sociale riuscito, al lordo delle medie, di benessere realmente diffuso. Col senno di poi, considerando alcuni esiti discutibili che ha provocato, si può valutarlo più o meno criticamente, questo esperimento. Ma, per come vanno le cose adesso, non è escluso che oltre ad essere l’unico sia anche l’ultimo.

Cronicario: Siamo un paese (non osservato) di santi, poeti e turisti

Proverbio dell’11 ottobre Quando piangono i pesci non si vedono le lacrime

Numero del giorno 3,8 Incremento % prezzi immobili eurozona nel II trimestre

La volete una buona notizia? E allora eccola qua. Inutile sottolineare che anche oggi arriva dall’Istat: l’economia sommersa e illegale vale ben 208 miliardi di euro. Che vuol dire che siamo 208 miliardi di euro più ricchi di quanto diciamo in giro. Non vi sembra un’ottima notizia?

Notate con quanta finezza Istat definisce quest’attivo economico: economia non osservata. C’è, ma non si vede. Meraviglioso no? No? Ah, ho capito: siete quel genere di persone che guarda ai dettagli fuorimoda, tipo che quest’economia, oltre a essere inosservata è anche illegale e per giunta non genera ritorni fiscali. Giustissimo, ma anche per voi Istat ha una risposta pronta: Nel 2015 l’economia inosservata è diminuita dello 0,5%. Ecco, contenti? Siamo sempre illegalmente ricchi, ma meno di prima.

Prima che qualche fenomeno mi accusi di autorazzismo – categoria farneticante dello spirito del tempo – vi avverto subito che come cittadino italiano sono estremamente fiero di questa caratteristica nazionale, che viene stigmatizzata a causa di un terribile equivoco. L’economia inosservata nasce a causa della profonda timidezza di quelli che la incarnano. Sono persone semplici che non vogliono darsi arie. Tutto qua. E infatti ci si occupa di loro una volta l’anno e poi, incidentalmente, nei talk show e le chiacchiere da bar, ammesso che ci sia differenza. E poi li si lascia tranquilli. E quelli prosperano. Sapeste che aiuto per la domanda nazionale.

E visto che stiamo discorrendo della nostra grandeur nazionale, ve ne segnalo un’altra che scopro stavolta grazie ai sempre ottimi uffici di Bankitalia, che ormai gareggia con Istat per la palma delle buone notizie. Oggi per dire il governatore Visco ha comunicato che si aspetta per il 2018 una crescita vicina a quella del 2017, ossia intorno all’1,5%, meglio di quanto si aspetti il Fmi.

E che ci dice Bankitalia? Discorrendo di bilancia dei pagamenti del turismo ci mette a parte dell’evoluzione straordinaria che ha avuto il nostro paese, notoriamente abitato da santi, poeti e naviganti. In attesa di vedere in cosa si siano evoluti santi e poeti – anche se il successo dell’economia inosservata mi genera sospetti poco edificanti – scopro che i naviganti si sono trasformati in turisti.

Già. Nell’ultimo periodo la spesa dei turisti in Italia è cresciuta del 4,7%, portandosi a 5,11 miliardi, ma quella degli italiani all’estero è aumentata dell’11,1%, arrivando a quota 2,747 miliardi. Non bastava aver depositato all’estero qualche centinaio di miliardi. Ora ci facciamo pure le vacanze. In aereo magari. Guardate come sono aumentati i passeggeri in Europa in un settennio.

E sempre per concludere con una buona notizia, ecco l’ultima: i prezzi delle case nell’EZ sono cresciuti del 3,8% nel secondo trimestre del 2017 rispetto allo stesso trimestre del 2016 e dell’1,5% sul primo 2017.

Ehi, ma l’Italia ha fatto solo lo 0,2% in più.

Vabbé. A domani.

 

I consigli del Maître: L’Ue gigante economico e nano politico e la “vecchia” scuola italiana

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Due-tre cose da sapere sull’Europa. Il capo economista dell’Esm, il cosiddetto fondo salvastati, ha parlato pochi giorni fa a una conferenza e nella sua presentazione erano contenute diverse informazioni sull’Europa che è utile ricordare. La prima è che l’Eurozona è diventata quasi creditore netto, come Cina e il Giappone.

La seconda è che l’euro è sempre più utilizzato nei pagamenti internazionali, quindi ad esempio per le merci, mentre il dollaro ha una maggioranza schiacciante nei prestiti e nel debito internazionale.

La terza è che l’Eurozona è un campione delle esportazioni. Malgrado rappresenti il 16% del pil globale, esporta il 25% del totale. La Cina viene seconda con il 15%, gli Usa stanno intorno al 10%.

Cosa ci dice tutto questo questo? Che l’Ue è una potenza economica in fieri. Ma il nostro peso politico è alquanto scarso.

La ricchezza della terza età americana e la povertà dei giovani. La Fed di S.Louis ha svolto una interessante ricognizione basandosi sui dati del Census statunitense che fotografano un aumento della ricchezza per le famiglie nel 2016. La ricchezza mediana è aumentata parecchio, portandosi a oltre 59 mila dollari l’anno. La mediana però nasconde profonde differenze, che diventano più visibili se osserviamo la distribuzione della ricchezza per classi di età. Cominciamo dalla povertà.

Come è accaduto anche in altri paesi, compreso il nostro, rispetto agli anni ’60, sono gli anziani oggi ad avere il tasso di povertà più basso. Erano il 35% della popolazione nel 1959, oggi sono sotto il 10%. I giovani invece oggi rappresentano la popolazione con la quota più alta di persone in povertà. Per analogia tale andamento si rispecchia nell’andamento della mediana della ricchezza.

E’ notevole il fatto che la ricchezza mediana degli under 40 sia la stessa dei 40-61enni e sia più bassa dell’indice 100 che fa riferimento al 1989. Al contrario gli ultra 62enni hanno un indice 150. Andamento simile si osserva se guardiamo al reddito.

Evidentemente l’economia che gli Usa hanno costruito ha favorito gli anziani più dei giovani. Ma forse è andata un po’ ovunque così, almeno nei paesi avanzati.

La “vecchia” scuola italiana. Una interessante ricognizione di Eurostat ci consente di scoprire un altro primato italiano, non so quanto invidiabile, quello del numero più elevato di insegnanti più attempati d’Europa nelle scuole primarie e secondarie.

Si potrebbe pensare che l’età degli insegnanti conti poco nella valutazione dell’efficienza del sistema scolastico e probabilmente è vero. Ma l’efficienza del nostro sistema scolastico è nota – Ocse ci è tornata di recente – adesso sappiamo pure che è parecchio attempato.

Ma quanto spendiamo per l’istruzione. Il problema è che, oltre ad essere attempato, il nostro sistema scolastico è anche alquanto sottocapitalizzato. Ocse ha fatto i conti di quanto investono i diversi paesi dell’area nell’istruzione, primaria, secondari e terziaria. Come si può osservare siamo alquanto bassi in classifica.

Peraltro, come si può osservare il grosso della spesa procapite italiana è per l’istruzione primaria e da lì in poi gli investimenti sono davvero poca cosa. Dovremmo stupirci se poi l’Ocse dice che abbiamo pochi laureati e per giunta in media poco competenti? No, non dovremmo.

 

Cronicario: La Commissione tace, Padoan acconsente

Proverbio del 10 ottobre Chi termina per primo aiuta il suo compagno

Numero del giorno: 3.714.137 Extracomunitari regolari in Italia

E niente: dopo il dato tedesco di ieri sulla produzione industriale, che ha stracciato al rialzo qualunque previsione, la nostra Istat non ci poteva stare. E infatti ha rilanciato. O almeno c’ha provato. Alla solita ora è arrivata la nota del buongiorno, ormai immancabile, e che ci dice?

Che produciamo alla grande anche noi: pure ad agosto. Tié: mica siamo forti solo sugli agriturismi. Lo spirito italico, come ogni mattina, esce sedotto e rafforzato dalla cura Istat.

Ma niente rispetto a quando, a una cert’ora, leggo sulle agenzie una dichiarazione meravigliosa del ministro Padoan. Il nostro eroe c’informa che l’Italia “ha chiesto e ottenuto fin qui un aggiustamento strutturale dello 0,3 invece di quello previsto”, visto che la Commissione “non ha fatto nessuna obiezione”.

E’ chiaro dai: il governo ha inviato una lettera per dire che aggiusta lo 0,3 e la Commissione “ha detto di aver ricevuto questa richiesta e non ha obiettato”. E finalmente capisco la filosofia intrinseca della Commissione Ue.

La Commissione tace, e il governo acconsente: non è un mondo fantastico? E non avete ancora visto i dati dei prestiti bancari ad agosto. I nostri capitani d’industria devono ancora smaltire il +0,3% di luglio, visto che ad agosto hanno fatto -0,1. Ma le famiglie in compenso – che poi sono le uniche ad avere i soldi in Italia – hanno strappato un +2,7% che fa molto tedesco, bissando il risultato di luglio.

Per completare la nostra felicità in questa giornata di gioia, arriva pure il Fmi che rialza insieme le stime del pil 2017, all’1,5% e quelle del debito pubblico, al 133% del pil (e per fortuna che il pil sale). Il Fmi stima che il debito pubblico tornerà al 120,2% nel 2022, quindi dopodomani. E poi dicono che sono io l’ottimista.

A domani.