Cronicario: Non c’è più trippa per banche

Proverbio del 7 novembre Ciascuno conosce il proprio dolore

Numero del giorno: 109.000.000.000 Costo del welfare per le famiglie italiane

Tenetevi forte che oggi si balla. Anzi: si banca. Complice un Forum sulla vigilanza bancaria a Francoforte i capoccioni della Bce hanno lanciato un paio di siluri che di sicuro faranno venire un rush cutaneo al nostro sistema bancario, che ha la pelle resa sensibilissima a causa delle elevate sofferenze provocate dalla crisi. Le famose sofferenze bancarie, avete presente?

Il primo siluro l’ha sganciato Mario Draghi che pur riconoscendo che la via del dolore ha finito col ridurre le sofferenze bancarie dal 7,5% 2015 al 5,5% di adesso, ha sottolineato che “il problema non è ancora stato risolto”. Le banche stanno soffrendo ancora e per giunta, ha sottolineato che “non c’è spazio per compiacersi”, mostrando così il nostro beneamato un suo lato nascosto vagamente veterotestamentario.

Il secondo siluro l’ha sganciato la Madonna che vigila sul nostro sistema bancario, al secolo meglio conosciuta come Daniéle Nouy, presidente del Consiglio di Vigilanza della Bce, oggi in versione Madonna incazzata.

E dice Madame? Che “le banche devono smettere di negare la realtà. Quando lo fanno siamo in grado di affrontare i problemi”. E lo dice proprio nel giorno in cui la Federazione bancaria europea scrive una lettera accorata alle istituzioni e autorità europee lamentando che le nuove regole sugli Npl – quelli che hanno provocato una levata di scudi tanto rumorosa quanto inutile qui da noi – aumentano l’incertezza regolamentare. Figuratevi le risate a Francoforte. Tanto più forti, non appena hanno cominciato a circolare le agenzie di stampa dove si leggeva che domani mattina arriverà dai servizi legali del Parlamento europeo il parere sui limiti dell’attività normativa della vigilanza della Bce. Una di quelle trovate geniali che solo a un italiano potevano venire in mente (il presidente dell’europarlamento Tajani) per provare a infilare una zeppa all’addendum varato dalla vigilanza proprio sulla gestione degli Npl (nome in codice delle sofferenze).

Prima che vi impicciate con questi sofismi, come vanno le cose ve lo dico io che pure non so nulla: non c’è più più trippa per gatti. O per le banche, se preferite. Alla fine mamma Bce le metterà in riga una per una, con tanti saluti pure a Padoan che, a valle di tutto questo chiacchiericcio ha dichiarato di aver ribadito all’Eurogruppo i dubbi sull’addendum Bce.

E visto che siamo in giornata di buone notizie, vi do anche gli ultimi aggiornamenti Istat sulla nostra economia.

Va tutto talmente bene che a settembre sono pure aumentate le vendite al dettaglio del 3,4% su base annuale. Abbiamo smesso di soffrire allora?

A domani.

La scomparsa dell’inflazione in Giappone

Mancò il risultato ma non l’impegno, si potrebbe dire osservando l’ennesimo ritocco al ribasso delle stime di inflazione della banca centrale giapponese che proprio ieri il governatore Haruhiko Kuroda ha presentato a un meeting a Nagoya. Il governatore, seguendo ormai una lunga tradizione, ha commentato ottimisticamente lo stato dell’economia nipponica, che viene descritta in condizioni effervescenti, come dimostrano l’andamento del mercato del lavoro, dove la disoccupazione è quasi scomparsa, il restringimento dell’output gap e il miglioramento del clima di fiducia delle imprese.

Ma poi se uno va a vedere il numero magico che avrebbe dovuto legittimare tutte le operazioni delle banche centrali, ossia il tasso di inflazione, ecco che arriva la delusione: le previsioni di un indice di prezzi al consumo all’1,1% quest’anno sono state riviste al ribasso allo 0,8% e anche l’anno prossimo il CPI non dovrebbe andare più dell’1,4%, a fronte di una previsione dell’1,5. Immutato invece l’orizzonte 2019, all’1,8% di accelerazione dei prezzi. Che già sarebbe un risultato straordinario, visto che l’indice è depresso da oltre un ventennio.

Se allunghiamo lo sguardo e lo associamo alle numerose e complesse operazioni di stimolo monetario e fiscale avviate dal governo negli ultimi  dieci anni, il quadro non è più confortante.

e se risaliamo ancora più indietro nel tempo, notiamo che l’ultima volta che l’inflazione ha accelerato sopra il 3% è stato nel 1991, quando è iniziato il rumoroso ed eterno bust dell’economia giapponese.

Ora avrà sicuramente ragione il governatore Kuroda a magnificare i risultati raggiunti dal QQE giapponese, versione hard core del più moderato QE statunitense o europeo che di recente è stato ulteriormente potenziato con l’annuncio che la base monetaria verrà aumentata regolarmente fino a quando l’inflazione non sarà superiore al 2% per un periodo sostenuto. Un modo neanche troppo felpato per comunicare agli attori economici che farebbero bene a mettersi in testa che i prezzi dovranno aumentare. Ma è del tutto legittimo chiedersi quante siano le possibilità che questo obiettivo venga raggiunto. L’esperienza suggerisce un moderato pessimismo. Kuroda osserva che le condizioni del lavoro, che vanno tendendosi a causa della quasi piena occupazione, lentamente inizieranno a trasferire il costo delle retribuzioni crescenti sui prezzi, ciò malgrado molte imprese cerchino di recuperare questi costi ottimizzando i processi industriali. E’ evidente che solo il tempo potrà dirci se tale spirale salari/prezzi avrà davvero la forza di far salire l’inflazione. E sempre il tempo ci dirà se la sensazione – per adesso fondata su pochi dati di fatto – che le imprese stiano seriamente pensando di alzare i prezzi diverrà una realtà. Per il momento l’unica cosa che possiamo dire con certezza è che vent’anni abbondanti di politiche monetarie estreme non hanno giovato all’inflazione. La mitologia che anima gran parte dell’agire della banca centrale giapponese, e non solo del suo, fondata sul tasso naturale di interesse e la curva di Phillips, ha condotto a un sostanziale fallimento. La soluzione dell’enigma giapponese non è mai stato tanto lontana. E per questo seducente.

Cronicario: Allegria, saremo tutti più ricchi. Di debiti

Proverbio del 6 novembre Chi non ha un passato non ha un futuro

Numero del giorno: 2,9 Andamento % prezzi produzione a settembre su anno nell’EZ

E dai che diventiamo tutti ricchi. Tempo un decennio e la ricchezza mondiale raddoppierà secondo quanto dicono i cervelloni dell’Associazione italiana private banking e del Boston consulting group. Anzi meno di dieci anni: una mezza dozzina scarsa, se considerate che il decennio fa data dal 2011, quando la ricchezza globale quotava 101 trilioni di dollari, che sono 101 mila miliardi che sarebbero, 100 milioni di milioni, che sarebbero non so quante volte quei dieci euri che tengo in tasca…

ma comunque non è questo il punto. Il punto è che nel 2021 arriveremo a 192 trilioni, che sono 192 mila miliardi, equivalenti a 192 milioni di milioni, che sarebbero non so quante volte quei dieci euri che ancora tengo in tasca, ma che nel frattempo dovrebbero raddoppiare a venti, facendo di me un uomo più ricco dei debiti di qualcun altro. Non lo sapevate?

Debiti e crediti globalmente si equivalgono e generano un meraviglioso saldo zero. Perciò quando vi dicono che la ricchezza aumenterà è solo il modo ottimista per ricordarvi che altrettanto faranno i debiti. E magari mettervi sull’avviso: cercate di stare dalla parte giusta del bilancio.

Mentre che attendo che i miei dieci euri raddoppino decido di occuparmi per un attimo di cose serie – solo un attimo giuro – perché nel frattempo mi è caduto sotto gli occhi un grafico che racconta una storia incredibile.

Dal 2010 il costo dello storage di un TB, che sarebbero 1024 Giga, che sarebbero un milione e spicci di mega, ossia di quei dischetti di plastica che i vecchietti come me maneggiavano negli anni ’90, è crollato peggio dei mutui subprime Usa nel 2008. Che cavolo è capitato al mercato dello storage per passare da quasi 10 centesimi al Tera a meno di uno?

Vabbé, non c’avete torto, Però magari vi interessa sapere che da allora la creazione di dati globali è passata a poco più di zero zettabyte, che sono un miliardo di terabyte, e quindi un trilione e spicci di gigabyte e non so quanti dischetti,a più di 25…non osservate questa strana correlazione fra l’aumento dei debiti e quello dei terabyte?

E’ chiaro che troppi zeri fanno male e che devo prendere le mie medicine. Ma prima ho ancora altre due importanti novità che domani troverete sui giornali ed è sempre meglio saperle dal vostro Cronicario che almeno la prendete sul ridere. La prima è che è partito il tavolo tecnico a palazzo Chigi sulle pensioni. Se pensate che non toccherà mettere mano al vostro portafoglio, vuol dire che siete convinti di abitare chessò: in Svizzera. Poi che l’Istat, per bocca del suo presidente, ha fatto sapere che l’economia a ottobre sta avendo un andamento “marcatamente positivo”.

A domani.

Il vero dualismo italiano: quello generazionale

In ogni epoca ci sono vincitori e vinti che alimentano le narrazioni lungo le quali si articola il discorso sociale. Nel nostro tempo, ove tutto è ridotto all’economico, questa dialettica si è ridotta a quella fra ricchi e poveri, ma pure questa caratterizzazione è andata modificandosi. Una volta i ricchi erano i cosiddetti possidenti – grandi proprietari terrieri – poi sono diventati i padroni del vapore, quando il mondo si innamorò delle ferrovie, e oggi, che il mondo ha perso la testa per la realtà digitale, sono i padroni dell’hi tech. Per converso, una volta i poveri erano i contadini, poi divenuti manovali, e oggi eserciti di persone più o meno alfabetizzate che devono concorrere a suon di costosissime competenze per ricavarsi uno strapuntino che si affacci lungo l’arena dei servizi in un mondo sempre più digitalizzato. Questa dinamica sociale cela una interessante evoluzione probabilmente senza precedenti nelle società, frutto della notevole crescita che si è sviluppata a partire dal secondo dopoguerra e che ha nutrito come mai prima nella storia un’intera generazione – quella nata fra il 1940 e il 1950 circa – a suon di opportunità e diritti. Questa tendenza storica ha generato che per la prima volta oggi non sono gli anziani la fascia sociale più a rischio povertà, ma le nuove generazioni. E questo non è successo solo in Italia, ma anche in paesi molto diverso dal nostro, come gli Stati Uniti.

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Cronicario: La saggezza delle italiane: lavorano meno e guadagnano di più

Proverbio del giorno Un popolo senza educazione è come un cibo senza sale

Numero del giorno 2019 Anno in cui dovrebbe avvenire la quotazione di Fs

Sapevo già che le donne italiane sono le più belle del mondo, ignoravo fossero anche le più intelligenti. E’ proprio vero: non si finisce mai di imparare.

Vi chiederete come sia arrivato a questa conclusione. Il fatto è che oggi Eurostat ha diffuso uno dei suo grafici comparativi nel quale – caso più unico che raro – una volta tanto essere gli ultimi non ci espone alla solita figura di merda. Anzi, al contrario.

Proprio così: le donne italiane sono, con quelle lussemburghesi, quelle con la minor differenza di paga rispetto agli uomini, intorno al 5%, ben al di sotto della vergognosa media europea del 16,3%. Dal che deduco che le donne italiane siano assai più brave delle cugine europee a far valere i loro diritti e quindi a farsi pagare (quasi) il giusto.

Al tempo stesso mi ricordo che sempre Eurostat classifica le donne italiane come quelle che partecipano meno al lavoro dopo quelle greche.

Prima che vi parta in automatico la litania (verissima, per carità) che in Italia il vero gender gap è quello delle opportunità, vi invito a considerare anche un’altra possibilità: alcune donne sono talmente avanguardiste dall’esser passatiste: fanno lavorare gli uomini invece di guastarsi la vita col lavoro. Scelta che a me sembra frutto di grande intelligenza.

Pensateci, prima di autoflagellarvi. Ma non troppo perché, stavolta per merito di Istat, vi do una ragione migliore per farvi apprezzare la vostra nazionalità. Finalmente sono riuscito a capire quanto il fisco locale, comuni, regioni e compagnie tassante, pesi sulle nostre spalle.

Quindi nel 2015 le entrate locali, cresciute del 4% rispetto all’anno prima, superano gli 86 miliardi di euro. Considerate che nel 2010 erano 45 miliardi.

Aspettate a incazzarvi perché adesso vi faccio vedere quanto è cresciuto il totale delle entrate tributarie in Italia dal 2002, che scopro grazie ai buoni uffici del governo.

Chiaro no? Stavamo sotto i 340 miliardi totali e ora siamo quasi a 460. Notate l’impennata dal 2014 in poi, quando le tasse, secondo quello che dicevano i giornali, dovevano essere calate e ci hanno riempito dei vari 80 euro. Capito chi paga?

Ecco, adesso vi potete godere il week end.

A lunedì.

 

Cartolina: Quando eravamo azionisti

Guardo la composizione degli asset delle famiglie italiane dal 1950, illustrata di recente dalla Banca d’Italia, e noto con sorpresa che mai più, dopo il 1960, gli italiani ebbero una quota così rilevante di azioni sul totale dei loro attivi. Dopo il 1950, quando, ancora poveri e di cultura contadina, tenevamo più del 60 per cento dei nostri risparmi in banca, il capitalismo ben temperato del dopoguerra trasformò gli italiani in impavidi azionisti che spostavano il denaro dalle banche e lo portavano in borsa. Sono i miracoli della crescita di quegli anni, che non rivedremo più. Poi l’incantesimo si rompe. Già nel 1965 la quota di azioni sul totale crolla e risalgono i depositi. Eppure erano ancora gli anni del boom, mi dico. Ma poi mi torna in mente un vecchio libro che raccoglie le memorie di Guido Carli, dove l’ex governatore della Banca d’Italia, lamentava la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la nascita dell’Enel che, a suo dire, aveva distrutto il nascente mercato azionario italiano, trasformando di fatto l’impavido piccolo investitore in qualcos’altro. Forse aveva ragione forse no. Ma d’altronde quelli erano anche gli anni dell’Iri di Giuseppe Petrilli e dello Stato interventista. Il mercato diventava fuori moda e così la passione per il capitalismo. E così, dieci anni dopo, gli italiani, nel pieno della bufera dell’inflazione a due cifre, tornavano a investire il loro risparmio per il 70 per cento nei conti correnti o lo tenevano liquido. Più di quanto facessero nel 1950. La passione per il capitalismo dura poco se lo Stato gli fa concorrenza. 

Cronicario: Straziami, ma di baci (bancari) saziami

Proverbio del 2 novembre Ama chi ti ama, fosse pure un cane

Numero del giorno: 11.000 Calo dei disoccupati in Germania a ottobre

Mi sorprendo bisognoso d’affetto, quando leggo delle operazioni “baciate” che le banche Venete mettevano in piedi per pagarsi gli aumenti di capitali con i propri soldi prestandoli a chi gli comprava le azioni, magari ai prezzi che decidevano loro. Questa affettuosa forma di autofagocitazione, che rievoca il moto perpetuo,  mi affascina e insieme mi rattrista perché capisco che baci del genere io non potrò mai darne né riceverne. Quale banca bacerebbe un rospo come me?

E tuttavia le banche venete hanno proseguito con quest’andazzo per anni, come ha raccontato alla commissione di inchiesta sulla banche stamattina il responsabile della vigilanza di Bankitalia Carmelo Bargaballo, che pure rivendica di averli scoperti. Solo che dal tempo che li hanno scoperti, i padroni della banca hanno avuto agio di straziare bilanci e clienti, finendo poi alla gogna pubblica ma dopo essersi saziati per un bel po’.

Che, voi non ci stareste? Scommetto di sì. Capite bene perché mi scopro bisognoso d’affetto. E tuttavia costretto a indurire il mio cuore delicato perché nel frattempo l’Istat, la nostra coscienza in forma di statistica, oggi ci informa che in Italia le azienda rimangono nane e scarsamente produttive.

Pensate che le microimprese rappresentano il 95,4% delle imprese attive e il 46,8% degli addetti complessivi. E siccome la produttività risulta direttamente proporzionale alla dimensione, ecco la storia: noi siamo piccoli ma non cresceremo.

L’altra notizia del giorno, che fa notizia solo perché ormai ci accontentiamo di poco, è che la Banca d’Inghilterra ha alzato i tassi dello 0,25%, portandoli quindi allo 0,5%.

Lo so, mi rendo conto. Ma siccome è l’ennesimo segnale che le banche centrali stanno stringendo i rubinetti – la prossima è la Fed a fine anno – ecco che si leva il coro del mioddio. E subito, come da copione, la BoE rassicura e coccola: tranquilli, i tassi saliranno poco, siamo pronti a supportare la ripresa, eccetera. Ma forse i banchieri centrali britannici dovrebbero ragionare su questa simpatica deriva degli investimenti nazionali, i più bassi della zona Ocse fra il 1997 e il 2017. Più bassi persino dei nostri, che è tutto dire.

Dieci anni di tassi allo 0,25 non sono serviti granché, da questo punto di vista. Forse il contrario aiuterebbe di più. Ma shhh, non si può dire: si rischia la scomunica.

A domani

I consigli del Maître: I cambiamenti del lavoro e la lotteria delle pensioni

Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Il lavoro com’era e com’è. Eurostat ha pubblicato una ricognizione molto interessante sull’evoluzione dei posti di lavoro per settori nell’eurozona fra il 1996 e il 2016.

Come si può osservare, i settori dove si è più di tutti concentrato l’aumento dell’occupazione negli ultimi vent’anni sono quelli del commercio, dei trasporti e dell’industria del cibo e del turismo, il settore ad alto valore aggiunto, quindi servizi tecnico-professionali e il settore pubblico, anche qui molto orientato verso i servizi. La cosa interessante è che non si tratta di una tendenza solo dell’eurozona. Anche negli Usa si è assistito a un trend simile.

Che significa tutto ciò? Che servono lavoratori sempre più qualificati e quindi sistemi di istruzione e formazione sempre più efficienti per rispondere alle esigenze del mercato del lavoro. Il mito dell’operaio è definitivamente tramontato da un ventennio, ora dobbiamo coltivare quello del cervellone.

Un allagamento di dollari (ed euro). La Bis ha aggiornato le statistiche sulla liquidità internazionale, che mostrano una crescita ulteriore dei crediti (e quindi debiti) denominati in dollari fuori dagli Usa, ormai arrivati a quota 10,8 trilioni.

La questione diventa interessante se si ricorda che tale esposizione è in larga parte da ricondurre ai paesi emergenti, che ormai detengono 3,4 trilioni di questi debiti. Altresì interessante osservare la notevole crescita dell’utilizzo dell’euro.

Evidentemente è sempre più conveniente indebitarsi nella valuta europea, almeno da quando la Fed ha iniziato ad alzare i tassi.

Come è cambiato l’export italiano. Bankitalia ha pubblicato uno studio molto interessante che misura l’evoluzione del nostro settore esportatore, uscito più forte – ma non sappiamo ancora quanto resistente – dalla terribile crisi iniziata alla fine degli anni ’90 quando, complice il cambio valutario e la concorrenza cinese, che impattava su molte nostre imprese, peraltro non abbastanza grandi da potersi difendere, ha provocato il crollo delle nostre esportazioni. L’Italia infatti risultava essere molto più esposta di altri paesi alle merci low cost che arrivavano dalla Cina.

Dal 2010 le nostre esportazioni, favorite anche da fattori internazionale, sono tornate a migliorare e hanno contribuito sostanzialmente alla ripresa della nostra economia. Abbiamo imparato a esportare merci a maggior valore aggiunto e in qualche modo ricomposto il dimensionamento aziendale. Ma sarebbe sbagliato brindare allo scampato pericolo. La concorrenza cinese e degli altri paesi emergenti farà soffrire noi più di altri esportatori europei, e siamo ancora deboli nel settore dei servizi, che è quello che ha mostrato maggiori capacità di crescita negli anni recenti. E questo si ricollega al tema di cui abbiamo parlato prima: istruzione e formazione.

La lotteria delle pensioni. Complice la pubblicazione dell’aumento della speranza di vita, è ripartito come nelle migliori occasioni il dibattito pubblico sulle pensioni con (pochi) a difendere lo status quo della riforma Fornero, fra i quale spicca il presidente dell’Inps, e i tanti, politici di governo in primis e poi i sindacati, a chiedere o far credere che le regole potranno essere allentate, ignorando l’avviso che a pagarne il conto saranno i più giovani di oggi. Come d’altronde si è sempre fatto. Di questa trascorsa settimana previdenziale è opportuno ricordare almeno due notizie, passate sotto silenzio. La prima: l’avvocato dell’Inps, audito dalla Consulta nell’ambito del procedimento sulla legittimità della perequazione pensionistica approvata nel 2015 dal governo, che ridusse il conto a circa 4 miliardi dagli oltre 17 miliardi a carico del fisco per la sentenza della consulta che bocciò il Salva Italia di Monti che aveva disposto il blocco dell’adeguamento automatico per le pensioni superiori a tre volte il minimo. L’avvocato ha ricordato che pensioni baby sono costate alla collettività 150 miliardi fino al 2012, e quindi ancor di più se le calcoliamo fino a oggi. La seconda l’ha rivelata l’Inps, parlando di distribuzione delle pensioni. La spesa pensionistica si distribuisce per il 50,7% al Nord, per il 28 a Sud e Isole, per il 21,3% al centro. E non c’è da aggiungere altro.

Cronicario: Io risparmio, tu risparmi, egli spende

Proverbio del 31 ottobre La lingua è il principale nemico dell’uomo

Numero del giorno 0,6 Crescita % pil terzo trimestre nell’Eurozona

Mi sento molto solidale con il presidente della banca centrale giapponese che ha annunciato oggi il rinvio del raggiungimento del target di inflazione al 2019. Manco fosse un Gentiloni qualunque che rinvia l’aumento dell’Iva. Ricorderete che il governo ha rimandato al 2019 l’adeguamento dell’imposta, manco fosse il calo del debito o – figuriamoci – quello del pareggio di bilancio. Questi si rinviano da un decennio. Ma suvvia, siamo solidali: non è da tutti ammettere che non si riesce a fare quello che si dovrebbe fare, pure se col trucco del rinvio.

Ecco: in questa massima che accomuna la saggezza italiana e quella giapponese – come noi anche loro cercano da un ventennio di riuscire a fare qualcosa che non riescono  a fare – fiuto l’autentico spirito del nostro tempo, di cui trovo traccia anche nel tema del giorno che è, manco a dirlo, il risparmio.

Eh già: da tempo immemore ogni 31 ottobre, casualmente alla vigilia del giorno dei morti, si celebra quello dei risparmiatori. Anche se a ben pensarci ha persino senso festeggiare il giorno di Hallowen parlando di risparmio.

Non vi ricorda quel tale che vi ha convinto a comprare quel titoluccio sicurissimo che fruttava il 10 per cento e poi è sparito? Ma tant’è: oggi una nutrito gruppo di brave persone si è riunito per discutere del risparmio. Fra questi il riconfermato Visco di Bankitalia che ha recitato un sussieguoso intervento il cui culmine è questa tabella che osservo ammirato.

Noto stupito che non abbiamo avuto mai così tanto azioni e partecipazioni sul totale degli asset quanto nel 1960, e che nel 1975 – all’apice dell’inflazione – la gente teneva il grosso degli asset in banca. Che speranza abbiamo? E pure oggi, che dovremmo esserci evoluti, rimane sempre un bel 30% di ricchezza immobilizzata in conti correnti e banconote. Poi senti il dottor Visco di Bankitalia almanaccare la folla ricordando che il tasso di risparmio italiano, una volta elevato si è più che dimezzato: dal 19% degli anni ’90 all’8,6% del 2016, addirittura sotto la media europea. E peggio è andata ai giovani.

I motivi? Dai che li sapete già: i tassi bassi, che certo non incoraggiano a risparmiare, i prestiti facili, che poi dipendono dai tassi bassi, che incoraggiano a spendere, e poi la debolezza del reddito, ma guarda un po’. Quindi succede che io risparmi, tu risparmi, magari a fatica, e poi quell’altro spende. Che poi magari quell’altro è il governo.

Ma lungi da me scoraggiarvi col ragionamento. Ci sono troppe cose da raccontare oggi, a cominciare dagli dati Istat sull’occupazione.

Dati usciti insieme a quelli europei, che mostrano un calo della disoccupazione, a settembre, all’8,9%, il miglior risultato dal 2009. La cosa interessante è che questo dato si associa a un rallentamento dell’inflazione, che a ottobre è risultata all’1,4%. Se vi chiedete che c’entri la disoccupazione con l’inflazione, sappiate che siete in buona compagnia. Se invece ve ne infischiate, meglio: siete in ottima compagnia.

Appunto.

A giovedì.

 

Le ragioni dietro il miglioramento dell’export italiano

Gli ultimi dati di Bankitalia sull’andamento dei nostri conti con l’estero confermano il buon andamento del nostro saldo corrente, che ormai trova alimento anche nei redditi primari, ma soprattutto confermano il ruolo rilevante che il commercio internazionale ha avuto nella ripresa dell’economia italiana. Le merci, che erano diventate fonte di deficit, sono diventate di fatto il nostro salvagente dalla metà del 2012 e gradualmente si sono trasformate in un agile vascello che ci ha condotto fuori dai marosi della crisi. Certo grazie anche a una congiuntura particolarmente favorevole – si pensi ai costi declinanti dell’energia – ma una buona parte del merito ce l’ha anche il nostro settore esportatore, che evidentemente ha saputo affrontare un cambiamento a dir poco epocale.

Trovo conferma di questa ipotesi in un paper diffuso di recente sempre dalla Banca d’Italia (Back on track? A macro-micro narrative of Italian exports) dedicato proprio all’analisi, sia a livello micro che macro, delle esportazioni italiane negli ultimi vent’anni. In estrema sintesi, emerge che la crisi vissuta dall’export italiano già nel periodo precedente la crisi del 2008-9, quando la performance è ulteriormente peggiorata a causa del collasso internazionale degli scambi, è il frutto dell’interazione di tre fattori: l’apprezzamento del cambio reale effettivo, la notevole specializzazione settoriale in ambiti molto più esposti alla concorrenza dei paesi emergenti e l’elevata incidenza di esportatori di piccole dimensioni. Lo studio osserva che a partire dal 2010, probabilmente anche a causa del miglioramento del ciclo economico, inizia un miglioramento strutturale dell’export italiano, che inizia a focalizzarsi su produzioni meno esposte alla concorrenza estera e a maggiore valore aggiunto, e lascia ipotizzare che il processo di selezione innescato dalla crisi abbia “rafforzato in modo strutturale la popolazione degli esportatori italiani, rendendola maggiormente in grado di fronteggiare shock negativi e di tenere il passo con la domanda estera”.

Per arrivare a queste conclusioni sono necessarie lunghe premesse – l’analisi è basata sulle merci e non sui servizi, dove l’Italia è molto cresciuta meno che altri paesi – e una gran mole di dati, l’ultimo dei quali è il più eloquente. Dal 2010 l’export italiano è cresciuto in media di mezzo punto percentuale più velocemente della domanda estera e la quota sul commercio mondiale è rimasta sostanzialmente stabile, dopo un lungo declino. Inoltre “si è ridotto il gap nei confronti della Germania”, ossia del campione di questi venti anni di commercio internazionale. E’ terminato un ciclo negativo che si trascinava da un decennio abbondante e che aveva visto peggiorare drasticamente le nostre esportazioni.

Bankitalia isola tre periodi di osservazione. Il primo fra il 1999 e il 2007, quindi appena prima dell’ingresso dell’euro e alla vigilia della grande crisi. Poi fra il 2007 e il 2010, ossia al culmine della crisi. E infine dal 2010 al 2016, quando inizia la ripresa. In sostanza, quindi si osserva un arco di tempo lungo quasi vent’anni. Questi andamenti sono visualizzabili da questi grafici e da questa tabella.

Gli anni neri dell’export italiano, come abbiamo visto, sono stati determinati da almeno tre fattori che hanno a che vedere con la competitività di prezzo – peggioramento del REER – e di prodotto, con i nostri esportatori molto esposti alla concorrenza dei paesi emergenti, Cina in particolare, che dal 2001 in poi, data di ingresso nel WTO, iniziava a inondare il mercato con le sue merci. Questo grafico ci consente di apprezzare quanto fossimo esposti (e non preparati quindi) a questa concorrenza. Per dirla con le parole degli economisti autori dello studio, “il segmento caratterizzato da un’alta esposizione alla pressioni che arrivavano dalla Cina ha pesato per più della metà nel calo complessivo della quota dell’Italia nel mercato estero fra il 1999 e il 2015” circa “un decimo del peggioramento della performance italiana rispetto a Germania e Spagna”. Il cambiamento valutario e l’apertura dei mercati ai cinesi, insomma, non sono stati un buon viatico per la salute del nostro settore esportatore, popolato fra l’altro da piccole imprese che non avevano la forza per affrontare fenomeni globali di questa portata, dovendo pure fare i conti con la concorrenza “interna” all’eurozona di paesi come la Germania e la Spagna, nei confronti dei quali l’Italia perdeva quote di mercato.

Questo trend, aggravato dal collasso globale post 2008, ha iniziato ad invertirsi a partire dal 2010, anche se i suoi effetti sul Pil sono stati affievoliti dal calo della domanda interna registrato fra il 2012 e il 2013. E ciò malgrado “l’export italiano ha significativamente supportato la crescita del Pil”. Le nostre imprese esportatrici “si sono dimostrate capaci di aggiustamento in accordo con le condizioni esterne più efficacemente di prima e di affrontare la fase recessiva”. Da qui la domanda se tale aggiustamento sia strutturale o semplicemente frutto delle circostanze mutate. La risposta è si e no. “I fattori ciclici e temporanei possono aver giocato un ruolo: a competitività di prezzo è stata favorita dal deprezzamento dell’euro così come anche alcuni aggiustamenti di prezzi relativi nei confronti della Germania e alcuni sviluppi di breve termine della domanda globale in alcuni settori che hanno dato un contributo favorevole alla specializzazione italiana. Ma questi effetti positivi sono stati controbilanciati dalla debolezza della domanda domestica”. Aldilà dei fattori temporanei, è interessante osservare che “la specializzazione del settore esportatore si è spostata verso settori (veicoli e farmaceutica) meno esposti alla pressioni dei competitori cinesi e verso produzioni che sono particolarmente efficaci nell’attivare valore aggiunto domestico (cibo e bevande). Inoltre, il processo di selezione scatenato dalle eccezionali difficoltà incontrate da micro e piccole imprese, sia prima che durante la crisi finanziaria globale, potrebbe avere rafforzato strutturalmente la popolazione degli esportatori italiani, rendendola più resistente a shock negativi e più capace di sfruttare nuove opportunità”. Le crisi, insomma, al netto dei disastri che provocano nascondono anche opportunità, almeno per chi riesce a coglierle.

E tuttavia, alla fine dei conti, considerando l’intero periodo (1999-2016), e avendo come punto di riferimento il commercio di beni valutato a prezzi correnti (alcune questioni metodologiche legate al deflatore degli scambi suggeriscono di preferirli ai prezzi costanti), emerge che il commercio italiano è stato significativamente sotto-performante sia nei confronti della Spagna che della Germania, mentre è andato meglio nel confronto con la Francia, malgrado un peggioramento della competitività di prezzo, migliorata solo verso la Spagna.

Rimane da capire se stiamo ben attrezzati ad affrontare il commercio del futuro, che si annuncia sempre più sbilanciato verso i servizi nei confronti dei quali siamo ancora deboli, a differenza di quanto si è registrato nel settore delle merci. In tal senso, lo studi suggerisce di spostare l’attenzione sul miglioramento della produttività, piuttosto che sul cambio nominale e la competitività di prezzo. Poi c’è la questione della geografia delle nostre esportazioni, che potrebbe continuare ad avere un impatto negativo, anche se diminuito rispetto al passato. Abbiamo la fortuna, poi di non aver profondi rapporti commerciali con l’UK – a differenza ad esempio della Germania – e quindi la vicenda Brexit almeno su questo versante non dovrebbe riservarci brutte sorprese. Mentre sul versante dei prodotti, risultiamo ancora abbastanza esposti alle pressioni competitive che arrivano dalla Cina e gli altri paesi che usano pagare poco i lavoratori. Non dovrebbe esserci un altro “shock cinese”, ma comunque sia i produttori italiani “molto probabilmente continueranno a soffrire più di quelli di altri paesi europei”. Fanno eccezione quelli specializzati in settori ad alta tecnologia. Complessivamente, insomma, non c’è da trastullarsi troppo.