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Il taglio Opec rilancia la produzione Usa

L’accordo Opec del 30 novembre segna sostanzialmente un armistizio nella lunga e sotteranea guerra del petrolio che ha opposto l’Arabia Saudita agli Stati Uniti, con il prezzo del greggio nel ruolo di arma letale. Il taglio della produzione, del quale dovrebbe farsi carico in gran parte l’Arabia Saudita, ha già provocato una robusta crescita delle quotazioni che ormai hanno superato stabilmente i 50 dollari al barile. Tanto quanto basta all’industria americana dello shale oil, autentico convitato di pietra al vertice di Vienna, di rimettersi in carreggiata e tornare a produrre.

Le prime notizie che arrivano dal versante finanziario confermano questo scenario. Le compagnie Usa produttrici di shale si stanno coprendo con contratti a termine e altri strumenti finanziari per quest’anno e il prossimo per un livello di prezzo superiore a 50 dollari al barile, che è quanto corrisponde grossomodo al loro punto di pareggio. Il che, com’è logico, funzionerà come incentivo alla produzione. E in tal modo rischia di vanificarsi l’effetto sull’offerta del taglio deciso da Opec di 1,2 milioni di barili, ai quali dovrebbero aggiungersene altri 400 mila per lo più derivanti dalla Russia.

Che questo possa essere l’esito di tutta la vicenda, si può osservare dall’andamento della curva della produzione Usa. Come si può osservare, dal 2015 a oggi gli Usa hanno prodotto circa un milioni di barili in meno, essendo divenuto antieconomico ai prezzi di quel momento continuare a estrarre petrolio dagli scisti. Ma adesso le circostanze sono cambiate.

Cosa possa aver indotto l’Opec, e quindi l’Arabia Saudita che nell’organizzazione recita la parte del leone, a cambiare la propria strategia è argomento assai dibattuto, che investe questioni insieme economiche e geopolitiche. Qui basterà notare questo grafico che mette a disposizione Bloomberg. Agli arabi la guerra fredda contro lo shale Usa è costata oltre 200 miliardi di riserve e uno sconquasso fiscale e finanziario non indifferente. Potevano di sicuro reggere ancora il gioco, ma sarà risultato chiaro anche a loro che alla lunga i danni sarebbero stati superiori ai benefici. E qui più che il borsellino, pesa il cappello.

Il debito “minato” che spaventa mezzo mondo

L’introduzione del bail in nelle regole europee ha sortito un effetto chissà quanto previsto dai suoi fantasiosi inventori. Ha creato, accanto ai normali strumenti di debito, una sorta di debito “minato”, pronto a esplodere non appena si verifichi il click di una qualche disgrazia nella banca che l’ha emesso. Il caso di Mps, che sta tormentando i sonni di molte famiglie italiane, è l’esempio più vicino a noi di come funzioni e gli effetti che provochi questo debito a orologeria. Ma non è certo l’unico. Al contrario, la tematica è talmente sensibile che la Bce ha ritenuto opportuno farne oggetto di un approfondimento nella sua ultima financial stability review.

E non è difficile capire perché. “Sotto il nuovo regime di bail in eventuali svalutazioni e/conversioni in equity devono essere distribuite fra gli azionisti e i creditori secondo una gerarchia predefinita evitando effetti di contagio sul sistema finanziario più ampio”. Il problema è che sovente le buone intenzioni conducono all’inferno. “Se una banca si trovasse in difficoltà – sottolinea – un’alta concentrazione del suo debito soggetto a bail in nel settore finanziario in può condurre a preoccupazioni di contagio. D’altra parte, se il debito soggetto a bail in è in gran parte posseduto dal settore delle famiglie, l’uso di questo tool in un processo di risoluzione bancaria può avere effetti negativi sull’economia, sia provocando effetti sulla spesa che su potenziali tensioni politiche”.

Traduco: se una grossa banca ha distribuito debito minato per tutto il settore finanziario, qualora la stessa banca entrasse in sofferenza gli effetti dell’esplosione di questa mina sarebbero globali. Se invece il debito minato è in mano al settore delle famiglie, allora il conto lo paga il paese dove si verifica l’esplosione. E il caso Mps è qui a ricordarcelo.

Questa premessa ci consente di apprezzare due grafici che la Bce ha costruito per osservare la distribuzione di questo debito potenzialmente soggetto a bail in per  settori e per collocazione geografica, che bisogna leggere insieme per avere la visione completa.

Il primo grafico è relativo alla distribuzione settoriale. Il primo istogramma, che sfiora un valore di debito a potenziale bail in (chiamiamolo PB) di 500 miliardi è relativo alle banche. E’ interessante osservare che mentre il debito PB delle banche francesi è stato comprato in gran parte da assicurazioni e fondi pensioni (ICPFs), il debito PB in pancia ad altre banche è per la maggior parte emesso dalle banche tedesche e italiane. Altrettanto interessante è osservare che “una larga parte del debito PB emesso dalle banche italiane è detenuto dalle famiglie (HHs)”. Una evidente conseguenza del lungo romanzo popolare che ha legato le obbligazioni bancarie alle famiglie. Infine, la Bce sottolinea che i fondi monetari (MMFs) sono quelli che, in relazione ai loro bilancio, hanno una maggiore esposizione (l’8,6%) al debito minato.

Il secondo grafico ci dice quanto questo potenziale contagio possa essere esteso. “Gran parte del debito dei due paesi che ne hanno emesso di più, ossia Francia e Germania, è detenuto sia a livello domestico che fuori dall’eurozona. L’ampia quota di debito PB nella zona fuori dall’euro può indicare che un’operazione di bail in in una banca dell’eurozona può anche avere effetti non trascurabili nel resto del mondo”. Per convincersene basta notare che il debito minato emesso dalle banche tedesche – si parla di oltre 700 miliardi totali – è detenuto in gran parte fuori dall’eurozona e solo per il 33% in Germania. Al contrario l’80% del debito minato emesso dalle banche italiane è in mano agli italiani. Ciò spiega bene perché Mps sia un problema nostro, mentre Deutsche Bank è un problema di tutti.

In conclusione vale la pena sottolineare che negli ultimi due anni “le famiglie hanno diminuito i loro investimenti in debito bancario ma, a differenza di quanto hanno fatto le banche, hanno aumentato la loro quota di debito subordinato”. Altrettanto hanno fatto gli intermediari finanziari non bancari. Le banche se ne sono guardate bene.

L’economia dell’immaginario: La fabbrica dei sogni animati

Hollywood, what else? I pallidi tentativi di imitazione indiani o cinesi evaporano come sogni all’alba quando si vanno a vedere le cifre che muove Hollywood nell’industria cinematografica globale, e soprattutto il peso che tuttora rappresenta nel nostro immaginario. Dici film e pensi Hollywood. Discorso chiuso. E questo ancora oggi, pure se è chiaro che “l’età dell’oro è passata”, come osserva lo stesso Dipartimento del commercio Usa nello studio di cui stiamo parlando.

Sarà pur vero, ma rimane valido il detto che “se puoi farlo a Hollywood puoi farlo dovunque”, come sottolinea il documento. Detto che rivela una supremazia psicologica che nemmeno i grandi numeri delle orde asiatiche riusciranno a spodestare, almeno nel futuro immaginabile. “Gli Usa rimangono il mercato più ricco per produzione e consumo e per le prospettive di ricavo – aggiunge – anche se il settore e le comunità creative sono fiorenti in tutto il mondo”. La fabbrica dei sogni animati, attira quantità sempre maggior di persone e non deve stupire che sia così. A differenza di quanto accadeva (e accade) per gli operai di una fabbrica reale, chi lavora nella fabbrica dei sogni viene coccolato da soldi e successo, ossia il mito per eccellenza della cultura statunitense. Importa poco esser cinesi se si sogna come gli americani.

I numeri sono un’ottima cartina tornasole di questo potere. Gli incassi dell’industria dei film e delle produzioni televisive sono previsti in crescita a un tasso del 4,6% l’anno fino al 2019, fino a raggiungere i 35,3 miliardi negli Usa. Ciò a fronte di grandi innovazioni tecnologiche – si pensi alla fruizioni in streaming o alla rivoluzione digitale – che stanno cambiando la fisionomia del sistema. Anche se non più di tanto. Se il numero dei film prodotti si è ridotto, anche a causa della pressione della competizione globale, se i cinema sono costretti a inventarsi eventi per attrarre un pubblico sempre più orientato verso la fruizione casalinga, l’industria che “tradizionalmente consisteva in corporation multinazionali, major studios e indipendenti (cd Indies)” vede oggi affermarsi anche produttori autonomi fioriti grazie allo sviluppo dei canali digitali. “Si parla molto più di content che di movie nel circolo dell’entertainment, e i video e la realtà virtuale sono i giocatori chiave nel mercato dell’audiovisivo nel 2016”. Questo per far comprendere come la tecnologia abbia spostato il focus dai vecchi studios ai content producer e provider. In sostanza verso i giganti di internet, che, non a caso, sono sempre più attivi nel mercato cinematografico. Di sicuro vi sarà capitato di vedere qualche film prodotto dagli studi di Amazon, mentre gli operatori notano una presenza crescente di produttori e finanziatori che investono nell’audiovisivo i denari fatti con l’Hi tech.

“E tuttavia – nota il dipartimento Usa – l’industria dei film è ancora dominata dai sei motion picture studios Usa, che formano la base dell’associazione MPAA“, che raggruppa i produttori Usa, “e da un pugno di cosiddetti grandi studi indipendenti, come ad esempio la Lionsgate Films o la Weinstein Company, che insieme producono blockbuster che dominano classifiche di tutto il mondo”. I cosiddetti Indie hanno molti più problemi a funzionare. Rimane il fatto che “Hollywood ha perfezionato la triade composta franchising, sequel e remake, che produce rendimenti costanti al botteghino”. E anche queste sono caratteristiche che hanno finito con l’improntare la fisionomia dell’industria globale. Gli incassi del box office sono previsti in crescita fino a 12,6 miliardi nel 2019 e la MPAA stima che l’industria dei sogni animati generi due milioni di posti di lavoro negli Usa e paghe per 104 miliardi nel settore e nell’indotto, incassi all’erario per 16,7 miliardi e 14,3 miliardi di ricavi dalle esportazioni. Per un paese come gli Usa in deficit commerciale da parecchio tempo è un dato estremamente indicativo.

E non deve neanche stupirci. “C’è un boom nel settore dei video – sottolinea – sembra non esserci limite alle forme di collaborazione ne creare un contenuto unico per il consumo on line”. La fabbrica dei sogni animati si evolve, insomma, coinvolgendo sempre più gli spettatori, anch’essi ormai divenuti globali. “I film Usa sono visti in 140 paesi – osserva il Dipartimento – anche se ci sono grandi barriere di mercato”. E tuttavia fra i mercati meglio penetrati dall’industria cinematografica Usa, insieme con l’UK, troviamo proprio la Cina e poi il Brasile. E questo significa avere influenza non soltanto economica, ma anche culturale. I film non sono barattoli. Conducono idee e miti. Per questo la fabbrica dei sogni animati parla l’idioma di Hollywood. E il resto del mondo di conseguenza.

(3/segue)

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Cronicario: Lo shopping di Mps fa scopa con l’Iva digitale unificata

Proverbio dell’1 dicembre Chi sciupa il tempo deruba se stesso

Numero del giorno: 13% La percentuale di europei che non può permettesi una cena al ristorante con gli amici una volta al mese

Mi sforzo di essere serio oggi, che Cronicario ormai è cresciuto e deve finirla di sembrare uno scugnizzo irrispettoso. Perciò mi accingo con la compunzione che si deve al cronicario globale, cercando come ogni giorno notizie che meritino d’esservi raccontate. Ma poi m’imbatto in questa.

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Con tanto di tweet edificante: “Il Monte dei Desideri: come acquistare marchi prestigiosi direttamente in filiale”. Meraviglioso. Promuovere l’acquisto di marchi prestigiosi proprio mentre si è in chiusura di trattativa con i fondi che dovrebbero comprarti mi sembra una straordinaria dimostrazione di genio italico. Merita tutta l’attenzione del Cronicario e anche la vostra. Poi però non lamentatevi che ogni tanto scantono.

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Cliccando sul link suggerito mi trovo dentro una piattaforma di e-commerce collegata al sito della banca. Quindi io entro e compro marchi prestigiosi (o qualche azione se avanzano due spicci) e tutti vissero felici e contenti.

Vi sembra futile? Perché non sapete tutta la storia. La verità è che quei fenomeni di Mps sapevano che sarebbe successo questo:

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La Commissione Ue ha proposto una norma per sostenere il commercio elettronico delle imprese on line. Le norme “consentiranno ai consumatori e alle imprese, in particolare le start-up e le PMI, di acquistare e vendere più facilmente beni e servizi online”. E visto il futuro dimensionale che si prospetta per Mps si può dire che la proposta capiti a fagiolo.

Comunque oltre a realizzare il portale europeo dei pagamenti Iva delle imprese Ue, la ciliegina sulla torta è che “gli Stati membri potranno applicare la stessa aliquota Iva alle pubblicazioni elettroniche, come i libri in formato elettronico e i quotidiani online, e ai loro equivalenti in formato cartaceo”. Finalmente è arrivata l’Unione fiscale. 

L’Ue ha trovato finalmente il luogo dove realizzare compiutamente le sue ambizioni unificatrici. E’ il cyberspazio. Nel caso non lo sappiate c’è anche un responsabile per il mercato unico digitale che si chiama Andrus Ansip, che fa molto hi tech. E fanno sul serio a Bruxelles.

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Accendete quel pc, perbacco, e imparate a scrivere algoritmi. O almeno fatevi uno smartphone. E se vi chiedete perché mai dovreste, vi risponderò con un paio di semplici dati. L’Europa è quel posto dove al più basso tasso di disoccupazione dal 2009

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corrisponde un 13% di persone che non si può permettere una cena fuori una volta al mese con gli amici. Sarà evidentemente una questione di skill digitali carenti.

Dimenticavo. E’ stato pure approvato il budget 2017.

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Ma la vera notizia del giorno (di ieri) è quella del taglio di produzione deciso dall’Opec che stamattina avrete letto sui giornali. Qui aggiungerò solo un dettaglio, tralasciando il fatto che fra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di oro nero. Ossia chi taglia quanto.

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La Russia, che dovrebbe tagliare un 300 mila barili ha detto che lo farà, con calma e per favore. Senza che ciò cambierà granché.

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Ma adesso è il momento dei festeggiamenti, non statevi a intristire col buon senso. Le borse salgono per merito del petrolio come prima cadevano per colpa del petrolio, che intanto ha raggiunto quota 50. Storia buona per chi ci crede.

Intanto osservo divertito che mentre il petrolio galoppa rialzi, l’oro, entrato in crisi d’identità dal 4 novembre scorso, colleziona ribassi. Oggi più del 6%. Il 3 novembre, alla vigilia del trionfo di mister T, quotava 1.300 dollari, ora poco più di 1.100. L’eredità aurifera passa il testimone: ieri l‘oro rosso, oggi l’oro nero, ma la destinazione evidente è una sola: l’oro verde: il dollaro.

Ma questa storia è ancora tutta da scrivere, e ce la godremo con l’anno nuovo. Per oggi accontentatevi di questo bel grafico che mostra le riserve internazionali di alcuni paesi emergenti, che ho trovato sull’Economist

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Mettetelo da parte. Lo rivediamo fra un semestre.

Concludo con una perla che rivela il senso del cronicario globale.

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il cronicario globale serve a chi scrive. Questo Cronicario a chi lo legge.

A domani.

La Germania traina il mattone europeo

Come qualcuno immaginava in tempi non sospetti, la Germania è diventata la locomotiva dell’immobiliare europeo. Le ultime statistiche rilasciate dalla Bis, relative al secondo quarto 2016, ci dicono che i prezzo del mattone tedesco sono cresciuti del 6% rispetto a un anno fa, proseguendo allegramente un ciclo (vedi grafico) iniziato nel 2013. Anche la Spagna ha fatto bene, con un +5%, ma con la differenza che il paese iberico deve recuperare le forti perdite sofferte dopo la crisi, mentre la Germania partiva da una situazione di prezzi freddi durata oltre un decennio.

Gli altri paesi core dell’eurozona, ossia Francia e Italia, fanno poco e male (vedi grafico) e questo spiega come mai i corsi immobiliari dell’area siano ancora lontani per oltre l’11% dal livello pre crisi del 2007, più del doppio di quanto accada per la media degli altri paesi avanzati, i cui prezzi immobiliari sono al di sotto del 5% del livello 2007.

Una media che in realtà nasconde molte peculiarità e che quindi non ha un gran valore informativo. Il dato aggregato della crescita dei prezzi tendenziali nel secondo trimestre 2016, che si colloca al 4%, mette dentro crescite a doppia cifra dei prezzi, come quelle registrate in Canada (+10%) e Nuova Zelanda (+13%), con lo zerovirgola della Francia e il dato negativo dell’Italia. In mezzo ci stanno l’Uk, con il suo +8% e il gruppo 3-5% che comprende Australia, Usa e Giappone. L’indice aggregato, fatto 100 il livello 2007, si colloca a 95,3. Il che lascia immaginare che siamo vicini al livello pre crisi e che solo la cattiva performance di alcuni paesi ne ha ritardato il raggiungimento.

Interessante osservare lo stesso indicatore per i paesi emergenti, ove, se possibile, la situazione è ancora più sfumata. Qui abbiamo un livello generale dei prezzi superiore dell’11,3% rispetto al 2007, trainato dal rincaro dei prezzi del 33,5% registrato da allora in America Latina e del 22,4 in Asia, a fronte però del calo del 29,4% nelle regioni centrali e orientali dell’Europa. Ma anche all’interno delle singole aree si registrano importanti differenze. In America Latina, ad esempio, si osserva il tonfo del mattone brasiliano, sceso del 20% rispetto a un anno fa (vedi grafico).

Poiché sono gli Emergenti il grande enigma dei mesi che verranno, non si può non osservare con attenzione come si svolgerà l’evoluzione dell’immobiliare in alcuni paesi chiave come la Cina, che ha mostrato un andamento a zig zag sopra e sotto lo zero negli ultimi anni, o la Turchia, dove i prezzi, pure se ancora in crescita, sono in decisa decelerazione. Col mattone non si scherza. Specie quello Emergente.

Il superdollaro diventa una minaccia globale

Le anomalie finanziarie che abbiamo visto, ormai troppo evidenti per non essere notate, spiegano perché occhi sempre più timorosi guardino al mercato valutario con rinnovata attenzione da quando l’America si è data un nuovo presidente che promette di farla tornare grande. E sarà il tono, sarà il tipo, ma da quando Trump è stato eletto il biglietto verde sembra aver rinnovato la grinta mostrata dopo il primo rialzo dei tassi della Fed. Rialzo, peraltro, che sembra destinato a ripetersi entro la fine dell’anno. Il combinato disposto fra le decisioni di politica monetaria della Fed e le promesse di espansione fiscale di Trump disegna uno scenario rialzista per il biglietto verde. E non è affatto detto che ciò che va bene per il dollaro, incidentalmente la moneta internazionale di fatto se non di diritto, vada bene per il resto del mondo. Anzi, la storia ci dice il contrario. E il presente sembra confermarlo.

Mi spiego i timori di tanti osservatori proseguendo la lettura dello speech di alcuni giorni fa di  Hyun Song Shin, capo della ricerca della Bis, di cui frequento costantemente le allocuzioni perché conosco il suo talento di cacciatore di singolarità finanziarie, anomalie dell’intricato spazio/tempo dei mercati che richiedono pazienza e occhio fine per essere osservate, comprese e spiegate. Abbiamo visto quali siano le premesse teoriche che sostengono il suo ragionamento, perciò si può arrivare dritto al punto: l’impatto di un dollaro più forte sul sistema finanziario globale ai giorni nostri. Cosa dobbiamo aspettarci se il biglietto verde continua ad apprezzarsi?

“L’impatto macro del tasso di cambio sull’export netto è ben conosciuto – sottolinea – ma forse è meno apprezzato il canale finanziario che fa effetto quando i prestiti in dollari sono a un livello elevato”. Sappiamo già che per il mondo girano circa dieci trilioni di debiti denominati in dollari emessi da residenti fuori dagli Usa. E ciò dovrebbe convincerci che l’osservazione di Shin circa l’importanza degli effetti del cambio sul canale finanziario è da prendere in attenta considerazione. In sostanza, i debitori in dollari rischiano di pagare caro il rincaro della valuta Usa e questo stress si ripercuote sui loro bilanci.

L’economista fa il caso di un’azienda di un paese emergente che ha preso in prestito in dollari avendo come garanzia asset in valuta locale. L’apprezzamento del dollaro lo colpisce su entrambi i lati del suo bilancio aumentando il valore relativo del suo debito e insieme diminuendo la sua capacità di sostenerlo. Ma il problema è molto più ampio. Pensate ai fondi pensioni e alle assicurazioni. Queste entità hanno obbligazioni in valuta nazionale e investono su scala globale, quindi per difendersi dal rischio valutario usano coprire tale rischio con strategie di hedging. “Sappiamo – dice – che investitori dalle economie emergenti con grandi sistemi di fondi pensioni fanno attivamente hedging”. Ma sono gli investitori istituzionali delle economie più ricche che avvertono questo problema con maggiore impellenza, proprio in ragione del fatto che il loro portafoglio è molto assortito e globale. La controparte tipica di queste attività di copertura del rischio è una banca domestica, che a sua volta bilancia il suo rischio prendendo a prestito dollari. “In questo modo – spiega – un credito in dollari è controbilanciato da un debito in dollari. Il risultato è che le banche prendono debiti denominati in dollari mentre procedono con l’hedging e quindi l’intermediazione in dollari delle banche globali riflette la domanda sottostante di copertura del rischio valutario”.

Il grafico fornito illustra molto bene questa singolarità. Come si osserva, il credito transfrontaliero per nazionalità fornito dalle banche dell’eurozona è molto più ampio di quello classificato per residenza. Ciò in quanto una banca tedesca che ha un ufficio a Londra, e che magari presta alla Cina, viene classificata come UK nella statistica sulla residenza. Ma se si vuole capire quanto le banche di una singola area sia esposte in dollari all’estero bisogna guardare al grafico che classifica i crediti per nazionalità. Notate la grande contrazione di crediti bancari dall’eurozona dopo il 2008 e anche dopo la crisi dell’euro.

In questa situazione un apprezzamento del dollaro ha notevoli influssi sui bilanci della banche che hanno debiti in dollari. “In particolare – sottolinea – se una banca globale presta a un’impresa dei paesi emergenti oppure è impegnata in operazioni di hedging con un’assicurazione locale e un fondo pensione, allora ogni rialzo del rischio può erodere la sua capacità di continuare a prendere rischi” ossia di continuare a fare quello che sta facendo. Come esempio viene riportato quello delle banche giapponesi che prestano in dollari alle imprese asiatiche e insieme forniscono servizi di hedging alle compagnie assicurative nazionali.

Il succo del problema, visto in chiave macro, è che “il canale finanziario funziona in modo opposto rispetto a quello dell’export netto”. Per quest’ultimo è un vantaggio se la moneta di deprezza, perché consente all’economia reale (in teoria) di rafforzarsi, mentre per il canale finanziario, che opera sul lato dei debiti del bilancio del prestatore, è quando la valuta si apprezza che l’attività economica si rafforza. In sostanza, chi ha debiti in valuta estera si rafforza se la sua moneta si rivaluta rispetto a quella nella quale è denominato il suo debito. Al contrario, se la sua moneta si svaluta. Quindi una forte esposizione in dollari da parte di entità non Usa, banche in testa, rende queste ultime più deboli in caso il dollaro si rivaluti.

La prima conseguenza, sottolinea, è che “l’apprezzamento del dollaro è associato con un rallentamento dei prestiti transfrontalieri in dollari”, ciò in quanto “le banche aggiustano i loro bilanci attivamente in risposta all’evoluzione del tasso di cambio Usa. Quando il dollaro si apprezza le banche riducono i loro prestiti in dollari e riducono i servizi di hedging delle istituzioni finanziarie non bancarie”.

Come abbiamo visto questa singolarità interessa parecchio le banche europee che “tradizionalmente hanno giocato un ruolo notevole come intermediari ai prenditori asiatici”. Le statistiche (vedi grafico) mostrano che le banche europee hanno tradizionalmente prestato più dollari agli asiatici degli stessi americani. Nel 2014 questa banche avevano crediti in Asia per 647 miliardi a fronte dei 571 degli Usa. “Questo è un altro esempio di come si faccia sentire il ruolo globale della moneta Usa”. E mostra anche quanto siano a loro volta esposte le banche europee alle fluttuazioni del dollaro, visto che per dare a prestito in dollari in Asia hanno dovuto prendere a loro volta a prestito in dollari, magari dal mercato dei capitali. E ciò spiega perché “il collegamento fra banche e mercato dei capitali è più importante che mai”. “La lezione del 2008 – sottolinea – è che no è possibile disegnare una chiara distinzione fra banche e mercato dei capitali. La novità è che tale nesso è diventato globale”.

Tutto ciò ha evidenti riflessi sulla stabilità finanziaria. Un qualunque spauracchio che incoraggi la volatilità può trasformare le banche, nel caso reagiscano come hanno fatto fra il 2007 e il 2009, in amplificatori degli shock invece che come entità anti-cicliche, e il mercato dei capitali di conseguenza. E in tal senso l’apprezzamento del dollaro può facilmente condurre a una situazione simile. Non solo. “La forza del dollaro è importante anche per l’economia reale”, osserva. Per esemplificare Shin ricorda il “grande puzzle del violento rallentare del commercio e della produttività”. L’ipotesi suggerita parte dall’influenza di un dollaro più forte sulla catene globali di valore (global value chain, GVCs) e il senso è che l’apprezzamento della valuta americana, iniziato alla metà del 2014, ha finito col danneggiare il commercio internazionale, che infatti proprio dalle metà di quell’anno ha iniziato la sua china discendente.

Se dalle vette dell’analisi teorica scendiamo sulle praterie della nostra quotidianità, l’allarme di Shin potremmo raccontarlo con una semplice metafora. Se i dollari fossero carri armati saremmo non solo circondati, ma anche invasi. Un rialzo del dollaro rischia solo di far scattare il grilletto.

(2/fine)

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Rischi Emergenti per le banche italiane

A giugno 2016, ci fa sapere la Banca d’Italia, le banche italiane erano esposte per oltre 176 miliardi con i paesi emergenti e in via di sviluppo, che sul totale dei 688 miliardi di prestiti concessi oltre frontiera pesano un rispettabile 25% e passa.

Se osserviamo la tabella messa a disposizione da Bankitalia notiamo che il grosso dell’esposizione verso gli Emergenti, pari a 108,4 miliardi è verso famiglie e imprese, più del doppio dei 46,6 miliardi verso il settore pubblico, che a sua volta pesa tre volte l’esposizione verso banche residenti in questi paesi. In sostanza gran parte di questa esposizione è verso il settore privato.

Quanto alle aree geografiche, circa 152 miliardi di prestiti sono stati concessi a paesi emergenti in Europa, 16,6 dei quali in Russia; in Africa e Medio Oriente sono arrivati circa 10 miliardi; in Asia e Pacifico circa sei; nel centro e sud America altri sette.

E’ interessante notare, come sottolinea Bankitalia, che “a seguito dell’attenuarsi delle incertezze sulla crescita delle economie emergenti, l’esposizione delle banche italiane verso questi paesi è tornata a crescere, in particolare nei confronti di quelli esportatori di fonti di energia”. Quindi la Russia, tanto per cominciare, ma anche i paesi dell’Opec, ossia gli stessi che sono impegnati in una difficile trattativa in questi giorni per arrivare a stabilizzare la produzione petrolifera per sostenere le quotazioni. In totale questa esposizione pesa 21 miliardi circa, 16 dei quali verso famiglie e imprese. Ancora una volta è il settore privato a fare la parte del leone.

Sicché la variabile petrolifera aggiunge un’altro elemento nel puzzle dei rischi Emergenti delle banche italiane. L’ultimo, ma di sicuro non il meno importante.

Cronicario: E pure l’Ocse s’attacca al Trump

Proverbio del 28 novembre: Chi ti vuol bene ti farà piangere

Numero del giorno: 17.000. I bambini italiani in meno nati nel 2015 rispetto al 2014

San Donald facci la grazia. Apri il borsellino e facci ridere, almeno un po’, visto che il periodo è triste e le prospettive funeste. Amen. Ci credono talmente quei pagani dell’Ocse al potere taumaturgico di Mister T. che hanno addirittura fatto un disegnino votivo in occasione della presentazione odierna dell’ultimo Global outlook

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Il pezzetto in rosso è il contributo di cui il mondo godrebbe qualora Trump facesse quanto ha detto, ossia stimolasse fiscalmente l’economia. Pratica che malgrado il suono vagamente sconcio, conferma l’innamoramento dell’Ocse per lo spazio (fiscale) del quale il Cronicario vi ha già raccontato.

D’altronde li capisco. Proprio oggi l’organizzazione parigina ha presentato il suo previsionario aggiornato e non è che sia questo spettacolo

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Si vivacchia, chi più chi meno. E così è arrivato l’appello davvero accorato del señor Gurria, che officia come presidente.

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“Alla luce del corrente contesto di bassi tassi di interesse – ha tuonato dal pulpito – i policymaker hanno una finestra unica di opportunità di fare un uso migliore della leva fiscale per promuovere la crescere e ridurre la diseguaglianza senza compromettere il livello del debito. Noi li esortiamo a farlo”. Amen, di nuovo.

Trovo particolarmente meraviglioso il riferimento alla necessaria riduzione della diseguaglianza (che riepilogo quaggiù) alla quale nessuno resiste, come alle facce dei cuccioli di foca nelle campagne per salvare gli animali.

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Ma soprattutto è il riferimento alla non compromissione del livello del debito che mi regala l’allegria. Ricordo che stiamo in questa condizione.

Fonte: Bis

Immagino che Don Gurria si riferisse al fatto che non lo aumenteremo, senza con ciò pensare di diminuirlo. Ma soprattutto mi sfugge un punto: visto che i tassi stanno salendo, cosa assicura che lo spazio fiscale non venga inghiottito dal buco nero degli interessi passivi come accadeva solo fino a pochi anni fa?

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Per chi si fosse sintonizzato adesso, il grafico qua sopra misura il risparmio stimato sugli interessi passi fra il 2015 e il 2017 grazie ai tassi bassi. Un altro primato italiano che si aggiunge alla lista sempre più corposa, che fa il paio con quell’altro: quello del debito pubblico fra i tre più alti al mondo.

Dubbi da miscredente, mi rendo conto. E infatti dubito anche di questo.

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L’avevamo già visto quando abbiamo iniziato a navigare sull’Enterprise e non sto a rispiegarvelo. Vengo dritto al punto. L’Ocse è il primo di una lunga serie di organismi che cerca di far rivivere la globalizzazione aggiornandola alla versione 2.0. Che lo faccia puntando su Trump, ossia sull’epifenomeno negativo per eccellenza, dipende solo dal fatto che non ha alternative. Peccato che mentre lo fa accerti che il commercio internazionale è in crisi profonda

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e le cronache recenti non sembrano incoraggiare l’ipotesi che Trump sia un alfiere del Wto. Vuole fare l’America di nuovo grande. Il resto si adeguerà.

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Mentre l’Ocse, ultima entità di una lunga serie, si attacca al Trump, il cronicario globale rilascia una notizia sull’Italia che una volta tanto non parla di referendum, di bancherotte o di inutilità politiche. Parla di noi, letteralmente.

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Il fatto che gli italiani non facciano più figli, o sempre di meno, mi sembra assai più rimarchevole delle congetture parigine. Tanto che vi infliggo quest’altro grafico.

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Sarà questa l’origine (e la conseguenza) dei nostri problemi? O pensate davvero che sia il referendum?

Lato commodity, anch’esse miracolate da Trump e dalle sue promesse espansive, vi segnalo questo pregevole articolo di Bloomberg che allunga un’altra fila: quelle delle materia prime in rialzo esagerato. E’ successo al rame, ora è il turno dello zinco e del piombo.

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E anche stavolta novembre è il mese galeotto.

E rischia di esserlo anche per il petrolio, ma per altre ragioni. L’ultimo aggiornamento della vicenda petrolifera, che molto gentilmente ci fornisce il WSJ, mostra come aumenti la consapevolezza che il vertice di Vienna rischia di finire a tarallucci e vino. Anzi tarallucci e petrolio, a fiumi. Anche su questo il vostro Cronicario preferito vi aggiorna da settimane. Basta unire i fili, e avrete chiaro il disegno.

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Poi non prendetevela col Cronicario se non vi piace.

A domani.

Il dollaro diventa l’indice della paura globale

Osservo curioso il rafforzarsi del dollaro che ormai molti giudicano vicino al momento della parità con l’euro, e mi torna in mente uno speech recente di Hyun Song Shin, capo della ricerca della Bis di Basilea, che vede proprio nel dollaro e nel ruolo che svolge nel sistema finanziario internazionale una delle singolarità più intriganti della nostra contemporaneità. Attenzione, non si parla di ciò che è notorio, ossia la circostanza che il dollaro sia di fatto se non di diritto la valuta globale. Ma del fatto che le mutazioni intervenute dopo la crisi del 2008 nella filigrana del sistema finanziario hanno finito con l’assegnare al dollaro il ruolo prima interpretato da altri indicatori, ormai poco significativi. In pratica il biglietto verde è diventato l’indice della paura globale. E in tal senso il suo rafforzarsi non dovrebbe essere considerato come un semplice movimento del mercato valutario, ma come il sorgere di un sentimento profondo che richiederà di essere corrisposto, in un modo o nell’altro.

La questione va presa alla lontana per risultare comprensibile. E bisogna partire da alcuni concetti che si sentono ripetere ogni giorno e tuttavia vengono spesso fraintesi, a cominciare dal concetto di leverage, che potremmo tradurre come livello di indebitamento. Un esempio aiuterà a comprendere. Immaginate una banca che attiva un repo (repurchase agreement), ossia un accordo per prendere in prestito una somma di denaro utilizzando un’obbligazione come collaterale di garanzia. In pratica il debitore che prende a prestito vende un’obbligazione oggi al prestatore promettendo di ricomprarla in futuro a un prezzo determinato. La differenza fra il prezzo di vendita di oggi e il prezzo di acquisto di domani viene definito “haircut”. Se l’haircut è del 2% vuol dire che che la banca che effettua il repo incasserà 98 dollari oggi per un’obbligazione che vale 100. Ciò implica che alla banca saranno sufficienti due dollari di capitale proprio per garantirsi un prestito di 98 dollari su un’obbligazione che vale 100: alla banca basta avere due dollari per raggiungere la cifra di 100 alla scadenza del repo. Per dirla ancora in un altro modo, con un haircut del 2% la banca può avere un indice di leverage di 50. Significa che con due dollari può indebitarsi per 100. Solitamente il livello di leverage si calcola dividendo il totale degli asset per il proprio capitale. Nel nostro esempio, come abbiamo visto, un asset 100 diviso 2 di capitale da un indice 50.

Questa premessa serve a inquadrare bene questo grafico, a cominciare da quello di sinistra che misura il livello di leverage dei broker dealer Usa dal ’96 al 2016. Questi ultimi, spiega il nostro relatore, sono un buon punto di osservazione per dedurre lo stato di tensione del leverage del sistema bancario. Come si vede, il leverage di queste entità Usa è crollato a livelli mai osservati dalla metà degli anni ’90, a livello 18, dopo aver toccato un picco vicino a 50 prima della crisi del 2008. Risulta evidente che quando le entità finanziarie, favorite da bassi tassi di interesse, hanno un livello elevato di leverage, anche un piccolo shock può costringerle a vendite forzate di asset. Se ad esempio l’haircut salisse dal 2 al 4%, che significa un livello di leverage da 50 a 25, “l’impatto sul sistema finanziario sarebbe immenso”: significherebbe tagliare gli asset in circolazione della metà. Si comprende bene perché gli analisti guardino sempre al livello di leverage di un’entità finanziaria per saggiarne la rischiosità.

Non solo. Uno degli indicatori più usati per valutare insieme con l’indice di leverage la stabilità dei mercati finanziari, è l’indice VIX, considerato come il barometro dell’appetito per il leverage negli anni, almeno negli anni precedenti la crisi del 2008. Il VIX misura la volatilità implicita del prezzo delle opzioni sui mercati azionari ed è stato soprannominato l’indice della paura dagli osservatori di cose finanziarie perché c’è sempre stata una relazione molto stretta fra l’andamento del VIX e quello del leverage. E questo ci porta al grafico centrale accanto a quello del leverage. Prima del 2008 quando il VIX era basso il leverage era alto, quando il VIX si impennava il leverage crollava. In pratica quando scattava la paura le banche correvano a far pulizia dei propri asset vendendoli per recuperare risorse e così diminuendo l’indebitamento.

“Tuttavia – spiega – qualcosa è cambiato nei mesi recenti e il VIX non funziona più da un pezzo come il barometro dell’appetito per il leverage”: Il grafico lo mostra con chiarezza: l’indice di leverage diminuisce eppure il VIX è al livello degli anni pre crisi. Anche questo ha contribuito al disorientamento degli osservatori. “C’è una sorta di enigma nel cuore dei mercati finanziari – spiega ancora – da una parte ci sono segnali di un appetito senza sosta di rischio sui mercati finanziari, dall’altro il settore bancario sta affrontando tempi difficili”. Le azioni salgono, salvo quelle delle banche, specie per le economia fuori dagli Usa. Perché mai?

“Una delle spiegazioni può essere l’allentamento monetario che ha effetti calmanti sui mercati”. In pratica le banche centrali anestetizzano i malanni finanziari senza guarirli. Ma non può essere solo questo. Anche un altro fenomeno osservato di recente, ossia il fallimento della covered interest parity (Cip) concorre all’ipotesi che qualcosa di più profondo stia accadendo nei bassifondi della finanza. “Ogni risposta semplice potrebbe trarre in inganno – sottolinea – ma c’è un sorprendente candidato come barometro dell’appetito per il leverage: il dollaro”. Il dollaro, aggiunge, ha soppiantato il VIX come variabile associata all’appetito per il rischio: “Quando il dollaro è forte l’appetito per il rischio è debole e le anomalie di mercato diventano più pronunciate”.

Ed eccolo qua il cuore del problema: il dollaro si sta rafforzando e si prevede si rafforzerà sempre più. Le anomalie, di conseguenza, si estenderanno. E’ il caso di tenersi pronti.

(1/segue)

Cronicario: Bancherotte? Tranquilli, la crisi fa bene alla salute

Proverbio del 25 novembre: La stessa pioggia fa nascere spine nel pantano e fiori nel giardino

Numero del giorno: 169,3. Ore di impiego mensili di un lavoratore a tempo pieno in Giappone.

Scopro con raccapriccio che gli ordinativi dell’industria italiana sono crollati del 6,8% a settembre su agosto. Neanche il tempo di deglutirla ‘sta disgrazia e viene fuori che nell’UK post Brexit gli investimenti sono cresciuti dello 0,9%. C’è vita fuori dall’Ue.

La mia coscienza civica di eurodotato comincia a barcollare. Faccio appello a tutti i buoni sentimenti, anche ispirato dalla giornata contro la violenza sulle donne, che l’Ue ovviamente promuove.

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Ma poi mi arriva il colpo di grazia.

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Quelli in rosso sono i paesi dove si è allargata la forbice delle retribuzioni fra il 10% più ricco e il 10% più povero secondo i dati raccolti dall’Ilo. E chi ci trovo in testa fra i diseguaglianti? L’Irlanda. Incidentalmente ci stiamo pure noi e la Germania, l’Olanda, il Belgio, eccetera. Ma il fatto che l’Irlanda abbia avuto una crescita della diseguaglianza retributiva superiore a quella Usa, che è tutto dire,  mi lascia a bocca aperta. Guardate come è cambiato il reddito mediano laggiù.

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Irlanda, Irlanda…dove l’avevo sentita oggi? Ah si: nell’ultima release Eurostat sui livelli di tassazione nell’Ue.

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Eccola lì: ultima in classifica. Anzi, prima se consideriamo la graduatoria per il fisco cheap. L’Irlanda è il paradiso fiscale dell’Europa, con meno del 25% di tasse sul Pil, contributi compresi. Era il 31% nel 2005. C’entrerà qualcosa con la diseguaglianza che è esplosa? Ditemelo voi. Curiosamente, la curva che disegna il calo delle tasse è speculare a quella che misura l’aumento delle differenze di retribuzione. L’Irlanda è quella con l’istogramma più lungo anche stavolta.

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Mi viene voglia di approfondire, ma poi mi trovo davanti agli occhi un grafico contenuto nell’ultima Financial stability review della Bce che sembra fatto apposta per non essere capito.

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E che si fa quando una cosa non la si capisce? Ci si scervella. State sicuri: la ricompensa è assicurata.

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Ci metto un po’ finché non capisco che il trucco era tutto negli acronimi. Il grafico riguarda il debito potenzialmente soggetto a bail in, ossia sequestrabile in caso di crisi bancaria, emesso dalle banche europee che ancora ci intossica di preoccupazioni. I vari istogrammi sono i soggetti che detengono questo debito. Il primo, quello più alto sono le banche (CIs). Il secondo le famiglie (HHs). Quelle arancioni sono le famiglie italiane. Cosa viene fuori? Che le famiglie italiane sono quelle che hanno più debito sequestrabile dal bail in in Europa. E che le banche italiane pure, insieme a quelle tedesche.

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Ancora con questi tedeschi? Il fatto, vedete, è che le banche tedesche hanno un altro problema che si vede qui

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In pratica hanno piazzato, a differenza delle banche italiane che lo hanno venduto sotto casa, un bel po’ di debito buono per il bail in giro per il mondo, circa il 33% del totale. E questo ci riporta alla morale della storia. Mps può far piangere molti italiani. Una qualunque banca tedesca

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mezzo mondo. E questo è un altro pezzettino della storia che Cronicario ha iniziato ieri e vi racconterà piano piano.

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Intanto contentatevi di questa chicca. Il Financial Times che suggerisce all’Ue di non insistere su una rigida applicazione delle regole del bail in non ha prezzo. Infatti il pezzo si può leggere gratis on line.

Rimane il fatto che la questione bancaria non la si risolve con un hashtag. Specie in un mondo dove accadono queste cose.

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L’azzurrino misura l’aumento dei rendimenti dei bond di vari classi dall’arrivo di Mister T. E quando aumentano i rendimenti cosa succede ai bond in pancia alle banche?

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Esatto: dimagriscono. Il che aggiunge sofferenze alle già nutrite sofferenze creditizie dei nostri istituti. Roba da perderci il sonno.

Ma non per noi europei. Siamo gente tosta. Tosta e di vecchio pelo, amanti dei proverbi e saggi abbastanza da crederci. Cosa diceva la nonna quando eravate preoccupati? Pensa alla salute, diceva, e tutto si sistema. Oggi ho scoperto che lo spirito della nonna è arrivato a Bruxelles, dove di recente si pensa molto alla salute.

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Occhio che la notizia è alla fine. Fra il 2005 e il 2009 per la spesa pro capite per la salute cresceva del 3,1% l’anno in Europa. Dopo la crisi e fino al 2015 appena dello 0,7. Evidentemente stiamo tutti meglio. Le crisi fanno bene alla salute. Ora lo sapete.

Buon week end.