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Cronicario: Bancherotte? Tranquilli, la crisi fa bene alla salute
Proverbio del 25 novembre: La stessa pioggia fa nascere spine nel pantano e fiori nel giardino
Numero del giorno: 169,3. Ore di impiego mensili di un lavoratore a tempo pieno in Giappone.
Scopro con raccapriccio che gli ordinativi dell’industria italiana sono crollati del 6,8% a settembre su agosto. Neanche il tempo di deglutirla ‘sta disgrazia e viene fuori che nell’UK post Brexit gli investimenti sono cresciuti dello 0,9%. C’è vita fuori dall’Ue.
La mia coscienza civica di eurodotato comincia a barcollare. Faccio appello a tutti i buoni sentimenti, anche ispirato dalla giornata contro la violenza sulle donne, che l’Ue ovviamente promuove.
Ma poi mi arriva il colpo di grazia.
Quelli in rosso sono i paesi dove si è allargata la forbice delle retribuzioni fra il 10% più ricco e il 10% più povero secondo i dati raccolti dall’Ilo. E chi ci trovo in testa fra i diseguaglianti? L’Irlanda. Incidentalmente ci stiamo pure noi e la Germania, l’Olanda, il Belgio, eccetera. Ma il fatto che l’Irlanda abbia avuto una crescita della diseguaglianza retributiva superiore a quella Usa, che è tutto dire, mi lascia a bocca aperta. Guardate come è cambiato il reddito mediano laggiù.
Irlanda, Irlanda…dove l’avevo sentita oggi? Ah si: nell’ultima release Eurostat sui livelli di tassazione nell’Ue.
Eccola lì: ultima in classifica. Anzi, prima se consideriamo la graduatoria per il fisco cheap. L’Irlanda è il paradiso fiscale dell’Europa, con meno del 25% di tasse sul Pil, contributi compresi. Era il 31% nel 2005. C’entrerà qualcosa con la diseguaglianza che è esplosa? Ditemelo voi. Curiosamente, la curva che disegna il calo delle tasse è speculare a quella che misura l’aumento delle differenze di retribuzione. L’Irlanda è quella con l’istogramma più lungo anche stavolta.
Mi viene voglia di approfondire, ma poi mi trovo davanti agli occhi un grafico contenuto nell’ultima Financial stability review della Bce che sembra fatto apposta per non essere capito.
E che si fa quando una cosa non la si capisce? Ci si scervella. State sicuri: la ricompensa è assicurata.
Ci metto un po’ finché non capisco che il trucco era tutto negli acronimi. Il grafico riguarda il debito potenzialmente soggetto a bail in, ossia sequestrabile in caso di crisi bancaria, emesso dalle banche europee che ancora ci intossica di preoccupazioni. I vari istogrammi sono i soggetti che detengono questo debito. Il primo, quello più alto sono le banche (CIs). Il secondo le famiglie (HHs). Quelle arancioni sono le famiglie italiane. Cosa viene fuori? Che le famiglie italiane sono quelle che hanno più debito sequestrabile dal bail in in Europa. E che le banche italiane pure, insieme a quelle tedesche.
Ancora con questi tedeschi? Il fatto, vedete, è che le banche tedesche hanno un altro problema che si vede qui
In pratica hanno piazzato, a differenza delle banche italiane che lo hanno venduto sotto casa, un bel po’ di debito buono per il bail in giro per il mondo, circa il 33% del totale. E questo ci riporta alla morale della storia. Mps può far piangere molti italiani. Una qualunque banca tedesca
mezzo mondo. E questo è un altro pezzettino della storia che Cronicario ha iniziato ieri e vi racconterà piano piano.
Intanto contentatevi di questa chicca. Il Financial Times che suggerisce all’Ue di non insistere su una rigida applicazione delle regole del bail in non ha prezzo. Infatti il pezzo si può leggere gratis on line.
Rimane il fatto che la questione bancaria non la si risolve con un hashtag. Specie in un mondo dove accadono queste cose.
L’azzurrino misura l’aumento dei rendimenti dei bond di vari classi dall’arrivo di Mister T. E quando aumentano i rendimenti cosa succede ai bond in pancia alle banche?
Esatto: dimagriscono. Il che aggiunge sofferenze alle già nutrite sofferenze creditizie dei nostri istituti. Roba da perderci il sonno.
Ma non per noi europei. Siamo gente tosta. Tosta e di vecchio pelo, amanti dei proverbi e saggi abbastanza da crederci. Cosa diceva la nonna quando eravate preoccupati? Pensa alla salute, diceva, e tutto si sistema. Oggi ho scoperto che lo spirito della nonna è arrivato a Bruxelles, dove di recente si pensa molto alla salute.
Occhio che la notizia è alla fine. Fra il 2005 e il 2009 per la spesa pro capite per la salute cresceva del 3,1% l’anno in Europa. Dopo la crisi e fino al 2015 appena dello 0,7. Evidentemente stiamo tutti meglio. Le crisi fanno bene alla salute. Ora lo sapete.
Buon week end.
L’economia dell’immaginario: La supremazia globale degli Usa
Che il grande tendone del Circo contemporaneo esibisca una rutilante livrea a stelle&strisce è sotto gli occhi di ognuno, e non c’è certo bisogno che ce lo ricordi il Dipartimento del Commercio Usa. L’immaginario statunitense domina il mondo, e non soltanto per i suoi film, la sua musica o i suoi libri, ma soprattutto in virtù dello straordinario progresso tecnologico che negli Usa si è sviluppato e delle piattaforme che da lì si originano e con le quali tutto il mondo deve ormai fare i conti. I giganti di Internet non sono solo aziende che fatturano miliardi. Sono anche luoghi d’incontro globale e fabbriche di metadati, esattamente come accade per le grandi compagnie telefoniche e i padroni di Undernet. Il Circo, insomma, non è solo lo spettacolo, ma anche il tendone stesso, le sedie, i pop corn all’ingresso, il parcheggio, eccetera.
Detto ciò può essere interessante conoscere meglio lo spettacolo, ossia l’industria culturale statunitense, e tal fine il rapporto del Dipartimento è prezioso. Il settore Media&Entertainment (M&E) viene suddiviso in quattro grandi aree: il cinema, la musica, i videogiochi, l’editoria. Per ognuno di questi sotto settori viene svolta un’analisi quantitativa e qualitativa e poi si osservano i sette mercati principali dove il Circo Usa fa i suoi numeri migliori, ossia, in ordine d’importanza, l’UK, la Cina, l’India, il Brasile, il Messico e la Germania.
Il rapporto suddivide questi paesi in due sottogruppi, il primo comprende i paesi che sono a loro volta dotati di un forte settore di M&E, il secondo i paesi emergenti. Quindi viene svolta un’analisi ulteriore con un focus sui paesi nordici (Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia) e poi si illustrano i benefici che il TPP, il trattato trans-pacifico, potrebbe portare all’industria Usa. Ricordando sempre che “il settore M&E sta simultaneamente beneficiando e subendo pressioni dal tools digitali e le piattaforme”. In gran parte roba Usa, com’è noto.
Questa rivoluzione si incrocia con un’altra, pure questa solitamente poco osservata, quella del copyright e della proprietà intellettuale. “Molti dei paesi osservati in questo report – aggiunge il documento – inclusi gli Stati uniti stanno rivedendo le norme sul copyright e la proprietà intellettuale, così come le regole che riguardano internet e l’economia digitale”. Ma intanto giova ricordare che “gli Usa sono il più liberale mercato audio-visual e gli americani sono conosciuti per il loro spirito imprenditoriale e la forza nel settore creativo. E tuttavia molti uomini d’affari Usa non stanno sfruttando le opportunità offerte dall’espansione all’estero”. Vedremo a cosa si riferisce. Ma prima dobbiamo conoscere meglio i settori del M&E.
Uno alla volta.
(2/segue)
Cronicario: Spazio (fiscale), ultima frontiera per l’Enterprise
Proverbio del 24 novembre: Chi vuole tutto perde tutto
Numero del giorno: +0,6% crescita delle retribuzioni italiane in un anno
Verso l’infinito e oltre, come Buzz, l’eroe di Toy Story, o, meglio ancora: là, dove nessuno è mai giunto prima, sulle orme dell’Enterprise del capitano Kirk. Come preferite. Purché sia chiaro che lo spazio è davvero l’ultima frontiera dove lanciare lo scassato vascello dell’economia globale.
Ma non quello spazio. Lo spazio fiscale.
Oggi il ruolo di fionda tocca all’Ocse, da tempo pioniere dell’espansionismo fiscale (per chi può permetterselo ovviamente) che ormai ha contagiato tutti, dopo che l’allentamento monetario è finito fuorimoda. E’ tempo di spiegare le leve fiscali, dice l’organizzazione, intendendo ovviamente le vele del vascello che, gonfie di denaro pubblico, lo condurranno là dove nessuno è mai giunto prima: sul crinale di una crescita decente. Un’impresa. O Enterprise se preferite l’inglese.
Applausi.
Ma gli applausi più fragorosi se li merita la dottoressa Mann, capo economista Ocse, che ha prodotto questa perla utilissima per parlare a nuora affinché suocera intenda.
Occhio perciò: da soli fate peggio. serve un’iniziativa collettiva per crescere sul serio. Mister T. è avvisato, farà bene a trovare dei nuovi amici.
Ah, giusto perché lo sappiate: sempre l’Ocse ci fa notare che la conquista dello spazio (fiscale) è tutto merito dei banchieri centrali, ormai negletti, visto il peso specifico dei tassi di interesse reali sui portafoglio dei governi.
Gli diranno grazie? Macché: fired.
prima però un’alzatina di tassi a fine 2016.
Mi preparo al viaggio quando d’improvviso mi sbuca davanti la Bce, l’unica cosa europea che conosco. Il caso ha voluto che proprio nel giorno in cui l’Ocse lanciava la sua missione spaziale uscisse il rapporto sulla stabilità finanziaria di Francoforte dove, fra le varie scampanellate d’allarme, ne trovo una che cade a fagiolo.
La sostenibilità del debito. Già: che ne sarà dello spazio (fiscale) per l’Enterprise una volta che i tassi torneranno su?
Mi ci arrovello un po’, ma poi mi distraggo perché dall’Asia mi arriva una notizia che conferma la nostra fine d’anno assai #MesChina: gli Usa hanno detto che non riconosceranno lo status di economia di mercato ai cinesi. Ora dobbiamo dirlo solo noi europei. Ah ah ah.
Torno ad arrovellarmi sull’Europa, preoccupato per colpa di quei gufi della Bce. Mi rassicuro scoprendo che la Spagna conta di raggranellare un 3,2% di crescita annua e poi che lo zerodue tedesco di questo trimestre, che così tanto ha fatto gioire i nostri sovranisti, è dipeso dal fatto che i tedeschi consumano di più ed esportano di meno, Ossia ciò che volevano tutti, quando dicevano che serviva al bene comune, salvo preoccuparsi perché succede. Poi arriva la vera notizia.
Se ne va. Si candida alle elezioni tedesche e lascia la guida del Parlamento Ue.
Nei panni di Schulz mi preoccuperei di un’altra cosa, visto che adesso vuole giocare in casa: Mps ha fatto 13. Miliardi ovviamente. Ora penserete che il caso Mps non vi riguardi – e figuriamoci se importa ai tedeschi – perché non siete stati talmente sprovveduti da acquistare la carta subordinata dell’istituto. Il fatto è che la questione travalica i confini della Rocca. Il redde rationem di Mps ne prepara un altro assai più illustre.
I più avveduti già l’hanno osservato. La vigilanza europea, che adesso deve valutare il piano di salavataggio di Mps, molto presto sarà impegnata nel valutare la ristrutturazione di DB. E come nel team di Mps non ci sono italiani, in quello di DB non ci saranno tedeschi. Ma questa storia, che segnerà la tregenda europea, Cronicario ve la racconterà nei giorni a venire.
Prima di salutarvi un aggiornamento sulla vicenda petrolifera, ovvero il nuovo gioco delle tre carte globale che il prossimo 30 novembre andrà in scena a Vienna.
La prima carta la gioca l’Arabia Saudita. Oggi ha assicurato che farà qualunque magia per spingere i produttori a tagliare la produzione. Gli altri. Magari Iran e Iraq. Ma guardate quanto produce l’Arabia e quanto loro.
Questa carta l’Arabia la gioca con la Russia, che infatti dice di voler fare un accordo ma poi fissa la sua produzione al livello più alto dai tempi sovietici.
La seconda carta la tiene nella manica l’America e già lo sapevate. Se l’Opec tagliasse davvero la produzione si può ipotizzare cge gli Usa aumenterebbero la propria, ossia esattamente ciò che l’Arabia non gradisce.
La terza carta se la gioca un grande Player dei mercati petroliferi
Che mi fa GS? Fa circolare la straordinaria intuizione che servono prezzi del petrolio più alti per rilanciare l’economia, ossia sempre la nostra Enterprise, ormai in viaggio verso i luoghi più remoti dell’immaginazione.
Le tre carte sono queste. Provate a mescolarle. La partita ovviamente è truccata.
A domani.
Il dilemma bancario fra azionisti e mercato
Un grafico molto istruttivo, pubblicato all’interno di uno speech recente del direttore generale della Bis Jaime Caruana (“What are capital markets telling us about the banking sector? “) rivela in tutta la sua chiarezza il notevole dilemma di fronte al quale si trovano di fronte le banche di tutto il mondo ai giorni nostri, ossia tempi di economia pigra e tassi di interesse rasoterra. Le banche, in sostanza, devono decidere se far contenti gli azionisti, pagando loro dividendi rispettabili, o il mercato al quale ogni giorno devono rivolgersi per trovare finanziamenti. Nel dubbio, rischiano di scontentare gli uni e l’altro.
L’immagine di questo dilemma è rappresentata dalla specularità che esiste fra i valori azionari delle banche di tutto il mondo, che rimane molto basso, e in particolare per le banche europee, e il livello percentuale dei dividendi che di conseguenza gli azionisti hanno spuntato. La qualcosa è perfettamente logica. Se le mie azioni valgono 100 e la banca mi paga 5, il mio rendimento sarà il 5%. Se le mie azioni valgono 200 e la banca mi paga sempre 5, il mio rendimento sarà il 2,5%. Se quindi una banca continua a pagarmi 5 anche se il valore del capitale si è dimezzato da 200 a 100, vuol dire che l’azionista può almeno compensare la perdita (teorica) del capitale subita a causa del ribasso azionario con un più che dignitoso rendimento del suo investimento. E’ evidente che in tempi di magra, le banche sono più che motivate a tenersi stretti gli azionisti continuando a pagare dividendi regolari.
La cronaca dimostra questa evidenza. “I dividendi delle banche maggiori – sottolinea Caruana – sono vicini o superiori al 5%. Sono anche più alti per banche che continuano a pagare dividendi anche se i loro market-to-book ratio sono molto sotto uno“. Se l’indice prezzo/libro è inferiore a uno significa che le valutazioni di mercato delle azioni sono inferiori al loro valore di libro deducibile dal bilancio. Il titolo quindi è depresso, vuoi perché il mercato non ha fiducia nella capacità di reddito della banca, vuoi perché magari teme che abbia dei problemi. Pensate ad esempio a una banca con tante sofferenze.
Nel grafico proposto si vede con chiarezza che i valori di mercato delle banche europee, quotate sull’Euro Stoxx hanno un un indice prezzo/libro pari a 0,5. Al contempo hanno garantito un rendimento medio del 5% che “in questo ambiente corrente di tassi bassi è attrattivo”, ma al tempo stesso fonte di grave dilemma: “Le banche pagano i dividendi per placare i propri investitori, ma questi pagamenti possono erodere la loro posizione di capitale”.
Questo dilemma si può anche leggere al contrario. Un investitore potenziale può comprare azioni di una banca con un basso indice prezzo/libro proprio per garantirsi dividendi elevati. Alla lunga, tuttavia, questo flusso di dividendi rischia di erodere il capitale e quindi creare problemi sempre più complessi alla banca che finiscono con lo spaventare il mercato. Chi incassa oggi un dividendo domani potrebbe essere chiamato a restituirlo nel modo peggiore: perdendo il capitale.
Non a caso adesso nell’EZ è arrivato il bail in.
Cronicario: L’Ue ha un piano: più #StrongBanks meno #StronzBanks
Proverbio del 23 novembre: A San Clemente l’inverno mette un dente
Winter is coming. E siccome l’inverno sta arrivando sul serio, i re travicelli che siedono sul trono di spade (spuntate) di Bruxelles guardano preoccupati l’orda di banche zombie che dall’est remoto, passando per il nord, sta arrivando dritto nel cuore del regno europeo, con gli occhi freddi di ghiaccio e carica di sofferenza.
Anzi, di sofferenze.
Il grafico l’ho tratto dall’ultimo memento mori della Bce sui NPLs, rilasciato di recente, che fa il paio con un malloppo simile pubblicato dall’Esm qualche giorno prima.
il tema è sempre lo stesso: le sofferenze bancarie. Che ha come corollario questo:
le banche dell’Ue e in particolare quelle eurovinate hanno una redditività bassa, anche a causa delle generosità monetarie della Bce che strizzano i loro margini di interesse, ma soprattutto perché sono imbottite di prestiti morti che piano piano le hanno zombizzate, proprio come è successo in Giappone negli anni ’90.
Senza stare a farvela troppo lunga, il succo è che i commissari di Bruxelles hanno pensato di risolvere la questione una volta per tutte. Messo mano al pennino, hanno vergato un bellissimo pacchetto di riforme del settore bancario per l’Ue al grido di #StrongBanks. L’urlo di battaglia viene rilasciato massicciamente sulla rete e diventa virale.
L’idea che per rafforzare le banche serva una legge mi ricorda Nietzsche quando sfotteva quelli che credevano che un regolamento potesse cambiare la realtà, osservando che meritavano di insegnare filosofia in un’università tedesca. Tanto più in un’area geografica che è talmente piena di soldi da spedirli all’estero per spuntarci qualcosa.
E mica noi italiani siamo diversi
Abbiamo portato un paio di cento miliardi là fuori negli ultimi due anni e siamo pure contenti
salvo poi deprimerci quando ci tocca sentire storie come questa, che mi fanno capire una cosa molto semplice: nell’Ez per avere più #StrongBanks bisogna far piazza pulita delle #StronzBanks, che temo però siano la maggioranza. Sennò non si spiegherebbe come mai l’Ez, che è impaccata di soldi, ha le banche peggiori dopo quelle cinesi.
A proposito quei burloni del FT se ne escono con un pezzo che parla di Lehman moment per le banche dei figli di Mao, dovuto al fatto che il mercato all’ingrosso – ossia dove si vanno a chiedere i soldi per il funding bancario – minaccia di diventare più caro.
Fossero solo questi i problemi della Cina…
Più perfidamente Bloomberg parla della Germania perché la Bce intenda e tira fuori un grafico che mostra come il biennale tedesco abbia visto diminuire il rendimento di una decina di punti negli ultimi giorni.
la fame di collaterale tedesco, alimentata dai dubbi sul futuro del QE made in Bce, ha portato il rendimento al -0,74%, ai livelli del 1990. In pratica dovete pagare un euro e mezzo per comprare un biennale da 100 euro che scade a dicembre 2018. Viviamo tempi miracolosi. Abbiamo scoperto il prezzo della paura.
Un altro prezzo che inquieta molti, e sul quale il vostro Cronicario preferito vi riferirà ogni giorno, almeno fino al 30 novembre, è quello del petrolio che oggi è tornato volatile.
i soliti bene informati danno la colpa all’Iran e all’Iraq, che non vogliono tagliare la produzione
ma la partita è un filo più complicata di come la racconta il cronicario globale. Di mezzo c’è il balletto fra Opec e Russia, e soprattutto il terzo incomodo a stelle&strisce col faccione di Mister T.
A molti sarà sfuggito che alla fine del 2015 gli Usa, con Obama a nicchiare, parecchio contrariato, hanno liberalizzato l’esportazione di petrolio Usa vietata dal 1975. Il risultato è questo
Notate che il mercato di destinazione del petrolio Usa è principalmente l’Europa, casualmente lo stesso mercato preferito del petrolio iraniano insieme a quello cinese e indiano, che come nota Bloomberg di roba americana ne comprano poco.
Cosa significa? Mettetevi una pulciona nell’orecchio e provate a rispondervi da soli.
E sempre per parlare di prezzi paurosi, guardate questo
In Brasile i prezzi immobiliari sono crollati del 20% nel secondo quarto 2016 rispetto a quello 2015, secondo voi come se la stanno passando le banche brasiliane?
Se vi è rimasto tempo e vi va di giocare fatevi un giro qui. E’ un simulatore preparato da Ubs tramite il quale potrete mettere alla prova la vostra capacità di governare un paese. Sarete i sovrani assoluti della politica fiscale, monetaria ed estera del vostro paese. Dei veri Trump. Non vi preoccupate di far bene. Finisce sempre male.
A domani.
I soldi delle famiglie italiane emigrano all’estero
Un bel grafico contenuto nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato da Bankitalia ci racconta meglio di mille parole cosa sia accaduto fra il 2011 e il 2016 ai flussi finanziari che entrano ed escono dal nostro paese e che vengono fotografati da Target 2, ossia il sistema contabile dell’eurozona che registra i movimenti di fondi fra le banche centrali dell’Eurosistema, a loro volta riflesso delle decisioni di consumo e di investimento degli operatori nazionali rispetto all’estero. Per farvela semplice, se comprate un titolo estero Bankitalia regola con moneta di banca centrale il pagamento sull’estero, che diventa per lei una passività mentre viene iscritta come attività dalla banca centrale che lo riceve.
Il saldo Target, raccogliendo l’insieme degli afflussi e dei deflussi fra le banche centrali dell’Eurosistema, ci racconta come si stia evolvendo la nostra posizione estera, quindi se siano entrati più soldi di quanti ne siano usciti o il contrario. E’ opportuno sottolineare che avere un saldo negativo non vuol dire necessariamente che qualcosa stia andando storto. Molto dipende dalle singole componenti che determinano il saldo.
Veniamo al nostro grafico.Da inizio del 2016 il saldo Target 2 relativo a Bankitalia, quindi in sostanza al nostro Paese, è peggiorato di 100 miliardi, raggiungendo a fine ottobre un deficit di 355 miliardi, persino più elevato rispetto a quello di quasi 300 miliardi raggiunto nel picco della crisi dell’euro fra il 2011 e il 2012. Ma, come dicevo prima, il fatto che il saldo sia peggiorato non vuol dire automaticamente che il paese stia peggio di come stava a fine 2011. Oggi anzi stiamo decisamente meglio. E tuttavia l’informazione è rilevante se si osservano le componenti del saldo.
A differenza del 2011 – differenza non da poco – l’Italia oggi ha un attivo crescente di conto corrente (l’istogramma viola del grafico) che all’epoca era un deficit, che compensa anche il graduale calo di investimenti esteri in titoli italiani (istogramma rosso) iniziato a metà del 2015. Questi attivi di conto corrente uniti agli investimenti esteri stanno sopra la linea dello zero, rappresentando afflussi di denaro in Italia e quindi crediti di Bankitalia verso le consorelle dell’eurosistema. E’ interessante osservare che fra il 2011 e la fine del 2014, sopra la linea dello zero ci stavano anche gli investimenti italiani in titoli esteri. Ossia, i nostri compatrioti vendevano titoli esteri e quindi generavano afflussi di fondi in Italia.
Ed è proprio questa componente che segna l’evoluzione più interessante. L’avevamo già osservato in passato, ma adesso il trend è più che consolidato: le famiglie italiane stanno portando una quota crescente dei propri fondi all’estero (istogramma azzurro). A ottobre del 2016 tale quota sfiora i 200 miliardi. “L’ampliamento del saldo – sottolinea Bankitalia – ha riflesso soprattutto il ribilanciamento di portafoglio delle famiglie italiane verso fondi comuni e titoli esteri – sia direttamente sia indirettamente attraverso prodotti di risparmio gestito – nonché la diminuzione della raccolta sull’estero delle banche italiane”. Si potrebbe discorrere a lungo sulla curiosa circostanza per la quale durante una crisi i soldi rientrano per riuscire quando la crisi si ritiene superata. Ma è più utile sottolineare altre informazioni.
La prima è che insieme agli investimenti su titoli esteri, gli italiani hanno aumentato anche gli investimenti diretti (istogramma arancione). Poi che ci sono stati moderati deflussi originati dalla vendita di titoli di stato dall’estero (istogramma blu), e soprattutto è crollata la raccolta estera delle banche italiane (istogramma verde), che pesa poco meno degli investimenti di portafoglio delle famiglie e che è rimasta all’incirca stabile dal 2012, ossia da quando le banche hanno iniziato a soffrire.
L’analisi del saldo, insomma, ci comunica diverse cose, la più rilevante delle quali è che l’Italia creditrice è all’origine dello sbilancio del nostro saldo target. Se gli italiani investissero in Italia, un paese che ha un deficit di investimenti del 30% rispetto al 2007, non avremmo sbilanci Target e magari avremmo un po’ più di crescita. Questo almeno suggerisce la teoria. In pratica però nessuno può saperlo.
Cronicario: Arriva la parità di genere fra dollaro e euro
Proverbio del 22 novembre: Il soverchio rompe il coperchio.
Parità parità, chi non la vorrebbe? Parità nelle opportunità, nei generi, nelle paghe. Pari e patta, recita il detto. E parità deve essere anche nel borsellino delle valute, specie adesso che negli Usa è arrivato un meraviglioso conducator
che sogna di avere Farage come ambasciatore britannico negli Usa.
Sicché il momento è arrivato: la data è stata fissata, come per l’arrivo degli alieni in X Files: finalmente l’anno prossimo arriverà anche la parità fra dollaro ed euro.
Parità del genere sui generis. Non si capisce bene, per dire, quale sia la valuta forte o quella debole, proprio come chi sia il sesso forte fra l’uomo e la donna: dollaro ed euro giocano a sopraffarsi, ma sognano la parità e la favoriscono, sospinti dolcemente dall’urto della civilizzazione. Trump avrà pure giovato alla mascolinità del dollaro, ma il testosterone covava da tempo, almeno dal 2014, e di certo anche grazie al cambio d’umore della Bce, che proprio in quel tempo lanciava i suoi allentamenti monetari.
Perciò la parità fra euro e dollaro, che commuove tutte le anime belle del continente, è solo un capitolo del grosso libro delle relazioni internazionali fra gli Usa e l’Europa. Il dollaro forte arriva anche per gentile concessione europea. E il fatto che Société Générale veda la parità raggiunta nell’imminenza delle elezioni francesi del 2017 è solo l’ennesimo atto del teatrino economico che ci toccherà in sorte con l’anno nuovo, replicandosi il copione di Brexit, con i buoni della finanza schierarsi compatti contro i cattivi della politica.
Cioé lei.
che è la versione francese di lei
Ossia la versione femminile di Mister T, lo stesso che ha mandato in panico mezzo mondo, quello che affaccia sul Pacifico, dopo aver detto che uscirà dal TPP.
Poi certo, sul super dollaro pesa la scommessa che il mese prossimo la Fed alzerà di nuovo i tassi. Scommessa facile per i giocatori di professione, ma anche qui il confine fra la realtà e la fantasia è davvero sottile.
In alcuni casi sottilissimo. Trovo un caso esemplare nel cronicario europeo: il manifesto di Moscovici
Il fatto che le élite europee confidino nella fiscal stance mi convince che abitiamo come Candido nel migliore dei mondi possibili. Ai Pangloss europei suggerisco di leggere cosa dice questo signore.
Forse non sbagliava chi ci accusava di tircheria. Ma leggere il WSJ che lo sottolinea, raccontando come le imprese europee prendano a prestito i soldi a basso costo dalla Bce e poi non li spendono mi sembra davvero troppo. Povero Mario.
Perciò cambio continente e trovo quest’altra circostanza che mi fa pensare
Lo so che è un colpo basso tirare fuori la solita storia dei redditi piatti a fronte della crescita delle borse – redditi mediani, attenzione – però questa roba rimbalza come una molla nel cronicario globale, trattando di un malanno che i cervelloni additano come ragione della deriva populista che li spaventa a morte. Una storiella niente male, che ha il vantaggio di convincere un sacco di persone. E che giustifica quell’altra storiella che ormai ci raccontano ogni giorno, ossia che bisogna tornare a fiscalizzare, usare il governo per spendere e distribuire. Sarà, intanto ho trovato quest’altra cosa.
Bloomberg, che è ancora arrabbiata per la Brexit, scrive che l’esito del referendum ha fatto diminuire del 15% i milionari inglesi. Non serve il governo, allora, per tagliare le teste dei ricchi. Basta andare a votare.
Shhh, ma che siamo matti? Parlare di elezioni in Europa, quando ci aspetta una fine d’anno col botto fra Italia e Austria e un 2017 franco-tedesco, rischia di farti finire all’inferno dei menagramo. Meglio allora dedicarsi alle notizie di costume come quella che racconta di una frammentazione che ignoravo fra le tante scoperte finora nella nostra magica Europa: le paghe dei governatori delle banche centrali. Son veramente frammentate: da meno di 100 mila a 500 mila.
Lo so, anche questo è un colpo basso da populista, motivato da rancorosa invidia sociale. Però che volete, bisogna pur farlo leggere questo Cronicario e soprattutto è curioso scoprire che il governatore belga guadagna otto volte quello lituano e non è che il Belgio sia tanto più grande. Pensate che soddisfazione, poi, quando ho scoperto che il nostro Visco è secondo in classifica e guadagna più di Weidmann il terribile. Abbiamo rischiato di vincere un altro primato. Speriamo di riuscire l’anno prossimo.
D’accordo la finisco con queste misere storie di soldi. Ma solo perché ho scoperto con somma soddisfazione che quest’anno gli italiani sono più contenti e questa mi sembra una bellissima notizia che dovete assolutamente conoscere
Mi fa ridere parecchio scoprire che i giovani fra il 14 e i 19 anni sono altamente soddisfatti per il 54,1% proprio come il 34,4% degli ultra 75enni, che aumenteranno, immagino, l’anno prossimo grazie ai pensieri delicati del governo sulle pensioni. Sorvolo sui ventenni e quelli dopo di loro, anche perché non è che ci siano buone nuove. Ma soprattutto mi fa ridere scoprire grazie all’Istat che nel 1861 le donne erano il 40% della popolazione attiva, ossia di quella che potenzialmente lavora. C’è voluto più di un secolo per recuperare e 150 anni dopo siamo poco sopra. Inizio a sospettare che le nostre compatriote siano squisitamente sagge.
Ma non ho il tempo di soffermarmi perché vedo quest’altra notizia che già mi aveva investito la settimana scorsa farsi ancora più ingombrante: la straordinaria crescita delle quotazioni del rame: +20% in un mese.
Sempre merito di Mister T, dicono i bene informati e delle promesse espansionistiche, per ora solo fiscali. Sarà, ma forse qualcos’altro sta maturando nel mondo delle commodity e anche i recenti strappi del petrolio, che vengono attribuiti all’imminente accordo Opec, sembrano confermarlo.
A proposito, se volete sapere chi produce quanto dentro l’Opec vi servirà questo grafico
Cosi anche saprete di chi sarà la colpa quando l’accordo fallirà.
A domani.
Non si ferma l’invasione dell’acciaio cinese
In attesa di capire se la Cina verrà considerata o meno un’economia di mercato, è utile dare una lettura veloce a un recente report di Fitch sull’andamento del settore cinese della produzione di acciaio, assurto agli onori della cronaca al crepuscolo di quest’estate, quando la questione fu sollevata sul tavolo del G20. Il mondo scoprì i quel frangente che c’è un problema provocato dal fatto che la Cina esporta enormi quantità di acciaio grazie a un prezzo reso competitivo – o almeno così dicono i critici – dal sostanzioso sussidio garantito al settore dallo stato cinese.
Il problema dell’acciaio sicuramente è assai più profondo, come si può immaginare. E i reiterati allarmi sulla sovrapproduzione di questi anni riecheggiano quelli che dal secondo dopoguerra. Il fatto è che l’acciaio è l’anima del nostro sviluppo – si usa per fare auto, aerei e grattacieli – e quindi la più lampante cartina tornasole della sua debolezza. In tal senso, l’acciaio a basso costo cinese in mercati che sono già in affanno somiglia alla classica goccia che fa traboccare il vaso nelle relazioni internazionali e che oggi, all’indomani delle elezioni americane, rischia di innescare la revanche protezionista degli Usa.
I dati diffusi da Fitch confermano questo timore. L’agenzia stima che nel 2017 l’export rimarrà nell’ordine di circa 100 milioni di tonnellate (metric ton Mt) a causa “dell’apparente consumo piatto e della lenta capacità di razionalizzazione”. Smettere di produrre acciaio non è semplice, ovviamente. E nel caso cinese ancor di più, visto lo stretto legame fra l’industria e il piano di sviluppo che il paese si è dato dopo la crisi del 2008.
Per questa ragione Fitch stima che il consumo cinese di acciao rimarrà fra le 700 e le 705 tonnellate, “riflettendo l’andamento decrescente del settore delle costruzioni, la domanda stabile degli investimenti per infrastrutture e l’outlook positivo dell’industria automobilistica“. D’altra parte il tema della razionalizzazione rimane sul tavolo, e non solo perché ce l’ha messo il resto del mondo. La sovrapproduzione di acciaio rischia di danneggiare i cinesi prima e ancor più degli altri. L’auspicio è che si arrivi alla normalizzazione con una graduale riduzione di alcune decine di tonnellate da qui al 2020.
Fino ad allora però “l’export rimarrà alto” in ragione soprattutto della circostanza che i produttori cinesi godono di uno yuan debole e di prezzi più bassi delle materie prime. Fitch si aspetta anche lo stato provveda ad eseguire i piani per una riforma dell’offerta che “conduca a migliorare il legame fra queste aziende e lo stato”. Forse per farlo somigliare davvero a un mercato. Ma questo Fitch non lo dice.
Cronicario: Il capriccio di Trump mette in crisi la tirchieria Ue
Lunedì 21 novembre. Ogni riccio è un capriccio, diceva mia nonna, e perciò figuratevi che capricci verranno fuori da un uomo dotato di pettinature così elaborate.
Bloomberg, per dire, ne ha scovato uno: il Trump tantrum sul mercato obbligazionario.
Che vuol dire? Facile: aumentano i rendimenti e perciò le obbligazioni che avete nel cassetto valgono di meno. Potreste pure infischiarvene, se le conservate fino a scadenza. Ma il fatto è che non siete soli al mondo e ci sono entità astruse tipo banche e assicurazioni che con i market value delle loro obbligazioni devono tipo chiuderci i bilanci e calcolare gli indici di solidità finanziaria. Perciò il capriccio di Trump, traduzione libera del Trump tantrum, rischia di inzeppare più di quanto non lo sia già la caracollante finanza europea, già stressata dal problema più grave di tutti: la tirchieria.
Sempre Bloomblerg nota che nemmeno i tassi negativi riescono a frenare l’ossessione europea di mettere i soldi da parte. La sindrome di Arpagone s’è abbattuta su di noi trasformandoci in collezionisti di euro dei quali non sappiamo che fare e che perciò prestiamo all’estero.
Noi tirchi e Trump fa i capricci: secondo voi chi vince?
Una prima risposta mi arriva dall’Esm, il fondo europeo di stabilizzazione. Proprio oggi il direttore generale Regling ci ha regalato alcune perle di saggezza. La prima: una delle ragioni per le quali l’integrazione finanziaria si è ripresa così lentamente dopo la crisi è la bassa redditività della banche europee.
Il blu è il ROI delle banche Usa, insomma quanto rendono, il giallo quello Ue. Sono un paio di percento in più per gli Usa, mica scherzi. E notate che siamo pure migliorati rispetto al 2012 quano il ROI europeo era negativo per il 2% e quello Usa positivo per l’8%.
Seconda perla: gli Usa hanno meno sofferenze ma adesso anche in Europa stanno diminuendo.
Che è vero se guardate il giallo, ma di meno se osservate la striscia blu, che è bella piatta. Rimangono sul groppone delle banche europee oltre 800 miliardi di sofferenze lorde coperte si e no per la metà dalle garanzie. D’altronde si sa che i tirchi soffrono.
E sembra che soffriremo anche in futuro.
La linea rossa che vedete lassù è la crescita Usa che va verso il 3%, quella azzurra la nostra di noi europei, che galleggia sopra l’1,5%. Sempre Bloomberg, che oggi ce l’ha con noi, dice che i capricci di Trump, oltre a terremotare l’obbligazionario, faranno barba e capelli anche all’euro, ormai lanciato verso la parità sul dollaro, e che il piano di infrastrutture che SuperTrump tirerà fuori dal cilindro farà il resto.
Che sarà di noi, mi domando mentre osservo tristemente il Giappone annunciare il suo millesimo piano di stimolo à la Trump
E che sarà: sarà questo.
E per noi italiani quest’altro:
Vi do solo due numeri: il nostro Pil rimarrà sotto l’1% quest’anno e il prossimo. E poi la crescita delle importazioni è prevista superiore a quelle delle esportazioni, sempre quest’anno e il prossimo con un contributo negativo crescente dell’export netto sul pil. E chi ha orecchi intenda. Gli altri emigrino.
Il problema della tirchieria europea provoca anche effetti indiretti, tipo questo
con le borse dei paesi con le mani bucati che perdono e recuperano, come il Giappone, o che crescono e basta, come l’Uk e gli Usa, mentre Germania e Francia, epigone della tirchieria europea, sono in pareggio, nei due semestri dell’anno, o addirittura in perdita. La tirchieria ha finito col trasformarci in riccastri riottosi che più stanno bene e più si lamentano. Quando leggo che in Olanda sta covando l’ennesima bomba anti Ue sottoforma di euroscettici o come si chiamano adesso gli indignati speciali, mi rendo conto che il problema dell’Ue non è l’Ue, ma chi ci abita. Siamo profondamente ammalati di tristezza.
E scopro anche la cura: liberarsi di Bruxelles per smettere di essere tirchi. Entrare nelle nuova tendenza. Essere alla moda. Almeno per chi ci crede.
Chi legge il Cronicario già da giorni sa che il grosso della partita si giocherà ad aprile. E adesso dopo che Sarkozy è finito trombato dall’ennesimo sbracciatore
Capirete che qualcuno inizia a preoccuparsi sul serio.
Tocco ferro ed emigro sulle fasce del cronicario globale, dove trovo la notizia che il petrolio oggi rimbalza, notizia coccolatissima da Goldman Sachs tristemente nota per le sue previsioni errate sui prezzi del petrolio e per i suoi interessi di bottega sul prodotto e i suoi derivati (soprattutto questi), che oggi pronostica l’arrivo a 55 dollari nel 2017 mentre la ditta ha pensato bene di uscire dal business dello blockchain. Vuoi mettere le care vecchie materie prime?
Tanto ottimismo è dovuto ai buoni auspici circa l’esito positivo del meeting di Vienna, quando l’Opec dovrebbe congelare la produzione, o almeno provarci. Ma questa fantasia dove fare i conti con un paio di dure realtà. La prima è che l’Arabia Saudita, che comunque è il pezzo grosso dell’Opec, ha ancora un notevole spazio di riserve per continuare a bruciarne: ha giù speso 167 miliardi di dollari, – altro che tirchieria europea – ma gliene rimangono 552. Più del doppio del 2007 quando comunque viveva benissimo e il dollaro valeva assai meno di oggi.
Inoltre secondo un grafico prodotto da Commerzbank le riserve saudite, con il petrolio a 45 dollari, potrebbero durare almeno altri sette anni.
Ancora sette anni di vacche grasse e poi arriverebbero le vacche magre. Credete ancora che l’accordo di Vienna sia così scontato?
Scontato, di sicuro.
A domani.
Viene al pettine il nodo dell’ingresso della Cina nel WTO
Sono quasi passati quindici anni da quando la Cina ha fatto il suo ingresso nel WTO, l’Organizzazione mondiale del commercio, suggellando così la sua definitiva uscita dalla cortina di ferro e una straordinaria rivoluzione commerciale globale la cui narrazione è stata uno dei filoni portanti della globalizzazione recente. “La sezione 15 del protocollo prevedeva che la Cina potesse essere tratta come una non market economy (NME) nei procedimenti anti dumping se le aziende cinesi non fossero state in grado di provare che operano in condizioni normali di mercato”, ricorda un documento del Parlamento europeo redatto alla fine del 2015. Questo stato di NME era previsto durasse proprio 15 anni al termine dei quali la Cina avrebbe potuto ottenere lo stato di economia di mercato.
Inutile dire che i cinesi se lo aspettano, anzi per loro si tratta di un fatto assolutamente automatico. Un’interpretazione che lo studio del Parlamento Ue ha definito “altamente controversa”. Nel frattempo tuttavia la status MES alla Cina è stato riconosciuto da alcuni paesi, come il Brasile, mentre altri, come l’Australia e il Sud Africa, ne hanno fatto la base per accordi bilaterali. Il succo è chiaro: tutti vogliono fare affari con la Cina come se fosse un paese con un’economia di mercato anche se sanno benissimo che è vero il contrario.
L’Ue si trova esattamente nella stessa posizione. La Cina è un partner importante, ma molti temono che riconoscerle lo status MES significherebbe far sparire i dazi sui prodotti cinesi e quindi mettere in crisi diversi settori industriali europei. Non a caso il Parlamento Ue ha votato alcuni mesi fa una risoluzione non vincolante per la Commissione Ue, che alla fine dovrà dire la sua, proprio per non concedere lo status MES alla Cina. Risoluzione alla quale hanno fatto seguito alcune dichiarazioni, rilasciate lo scorso 20 luglio da due commissari europei che hanno sottolineato come il problema non sia tanto la concessione dello status MES alla Cina, quanto la costruzione di un sistema di regole che consenta di difendere l’industria europea dal dumping cinese, anche nel caso che tale status venga concesso. Il che somiglia a un tentativo diplomatico per far contenti i cinesi e non spaventare gli europei.
Sono state scritte miliardi di parole su come l’ingresso nel WTO abbia consentito alla Cina di realizzare tassi di crescita stellari e insieme accumulare miliardi di riserve grazie agli attivi commerciali, mentre i paesi importatori dislocavano le loro produzioni in Cina per risparmiare sui costi di produzione e intanto interi sistemi produttivi non capaci di competere o di esternalizzare venivano sbriciolati dalla concorrenza cinese. La Cina ormai è diventato il bau bau del XXI secolo – l’acquirente di ogni cosa – così come lo era stato il Giappone negli anni ’80, prima che implodesse, e ancora oggi si guarda alla Cina come il naturale competitore degli americani, mostrando con ciò di aver sottovalutato quanto sia pervasivo il legame che lega l’uno all’altro i due presunti competitori. E in mezzo ci sta l’Europa, entità ectoplasmatica ma comunque reale. Paradossalmente sarà proprio l’Europa chiamata a scrivere una pagina assai importante della storia cinese.
In ballo non c’è una semplice questione semantica. Ci sono dazi sulle merci cinesi che cadrebbero, qualora la qualifica MES (market economy status) venisse riconosciuta alla Cina, e quindi profondi impatti sulle produzioni europee che molti immaginano persino peggiori rispetto a quelle osservate con l’ingresso nel WTO. Ci sono effetti politici internazionali non trascurabili, con gli Usa a scoraggiare l’Ue dal fare un passo così controverso, in ciò echeggiando i numerosi movimenti più o meno nazionalisti ostili. Ci sono effetti politici interni, con alcuni paesi europei favorevoli e altri contrari.
Lo stato di NME, infatti, ha un ruolo determinante quando si tratta di valutare i procedimenti antidumping, che la Cina ha collezionato in questi anni, visto che consente di utilizzare metodologie di analisi diverse rispetto a quella basata sulla semplice struttura dei costi interni per misurare i margini di dumping. Ciò nel presupposto che i costi interni siano tenuti artificialmente bassi grazie al sussidio pubblico (si pensi al caso dell’acciaio). Sicché in questi quindici anni molti prodotti cinesi, proprio in virtù dello status NME di quest’economia, sono stati considerati fonte di dumping e soggetti a dazi. Una situazione che non ha mancato di alimentare le discussioni fra la Cina e l’Ue, essendo peraltro la Cina il secondo maggior partner commerciale dell’Unione dopo gli Usa.
Rimane il fatto che i nodi conseguenti alla decisione del 2001 di ammettere la Cina nel WTO sono infine venuti al pettine. E questo accade nel periodo di minor consenso possibile nei confronti della globalizzazione. L’appuntamento dell’Ue, in tal senso, è molto più di una semplice decisione tecnica. E’ l’ennesimo pretesto per capire se la nuova globalizzazione finirà da dove era cominciata quindici anni fa.
In fondo sarebbe perfettamente logico.












































































