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L’economia è immaginaria: viaggio breve alle origini del pensare economico

Una bella iniziativa della casa editrice La Fabbrica delle Illusioni – redigere un commento al libro L’economia Immaginaria di Mario Fabbri, ha condotto al breve saggio che troverete pubblicato e scaricabile su Academia.
Il lavoro è fra quelli premiati, quindi forse vale qualcosa. Perciò mi è sembrato utile proporvelo come lettura per le feste, quando tutti noi – e mai come in queste feste – disponiamo di un po’ più di tempo per pensare.
A seguire troverete l’abstract del testo, così capirete subito se fa per voi o no.
In ogni caso, tanti auguri di buon Natale e come sempre grazie per la vostra attenzione.
L’economia è immaginaria
– Abstract –
 Il libro di Mario Fabbri oppone l’economia della produzione all’economia immaginaria. In sostanza l’economia dei servizi a quella dei beni, che nella classicità del pensiero economica veniva definita come l’unica produttiva. Una dicotomia che più tardi diventerà quella fra economia reale e finanziaria. In entrambi i casi si individuano professioni sostanzialmente parassitarie del sistema produttivo, con ciò però trascurando l’infrastruttura del discorso economico contemporaneo, basato sulla statistica – la contabilità nazionale – e la modellistica. 
L’idea dell’opposizione fra attività produttive e improduttive ha radici profonde che affondano nella pratica di rappresentare le quantità economiche col numerario. La scrittura stessa, inventata dai Sumeri per conteggiare i beni custoditi nei palazzi, è un fatto puramente economico. I ceti improduttivi evocati nel testo, che vivono delle eccedenze produttive, ricevettero già da quel tempo la loro sanzione. Fabbri, tuttavia, è più ambizioso di quel che sembra. Non vuole solo sottolineare una dicotomia che trova la sua ragione in un fatto storico, ma usarla come grimaldello per scardinare una rappresentazione fallace del processo economico – ossia l’economia convenzionale – che questa dicotomia cela, rivelandosi. Senonché, parafrasando il libro, potremmo dire che è l’economia stessa ad essere immaginaria. Declinazione tecnica di una filosofia sociale che corrisponde a un’organizzazione politica. L’economia nasce immaginaria e insieme politica. Gli economisti sono servitori dei principi o quantomeno ambiscono a diventarlo, anche solo per sperimentare la propria immaginazione al potere, come mostra anche l’autore nella favola di Ailati. 
Riconoscere la sostanza immaginaria dell’economia in tutte le sue manifestazioni (produzione, consumo, investimenti, risparmio, denaro), ci aiuta invece a mettere a fuoco la natura intrinseca del motivo economico – la gestione delle risorse scarse – e quindi a individuare il bene scarso per eccellenza che l’economia deve essere chiamata ad amministrare. Forse addirittura l’unico che abbia dignità economica: non più i beni, ormai abbondanti fino a sembrare infiniti, né i servizi, che si possono“inventare” a piacimento come mostra Fabbri, ma il Tempo.
Più che ripensare l’economia della produzione, serve immaginare un’economia del Tempo.
Se metamorfosi del pensiero economico deve essere, come pare auspicare il libro, bisogna partire da qui.

Il dilemma bancario fra dividendi e prestiti

Non si riflette mai abbastanza sulla singolarità del business bancario nelle nostra società. Ossia sulla circostanza che alle banche si chieda sostanzialmente di svolgere una funzione pubblica – come tale almeno viene considerato il concedere credito – mentre si sottolineano le loro squisite caratteristiche private, che implicano innanzitutto perseguire il profitto e quindi la soddisfazione degli azionisti.

Da tali dilemmi, ben noti agli istituti di credito che intermediano fra noi e la banca centrale, nascono narrazioni più o meno orride sulla cattiveria delle banche, da sempre additate al pubblico ludibrio, in omaggio all’equazione che vuole diabolico chi manovri lo sterco di diavolo, ossia il denaro. Da qui procedono diversi populismi e atteggiamenti vindici che spesso trovano nell’esazione fiscale aggravata imposta dai governi il giusto sollievo, a omaggio del popolo votante. Lo stesso che poi pietisce il credito, per pagarsi i desideri, più o meno minuti, o i grandi sogni.

Ed ecco che la contraddizione che anima la nostra commedia socio-economica, costantemente ritmata dal dissidio fra l’interesse privato e quello pubblico, che in comune hanno solo l’interesse per il denaro. Quest’ultimo rivelandosi come l’autentico collante nelle nostre società secolarizzate, e perciò materia squisitamente politica, sia quando ne circoli poco che troppo.

Di tale contraddizione se ne trova ampia traccia, persino documentata da argute osservazioni tecniche, in un paper pubblicato dalla Bis che trattando delle policy per l’erogazione dei dividendi bancari, tocca il cuore del problema, arrivando a una conclusione puramente controfattuale. Ossia che se le banche avessero pagato meno dividendi, avremmo conosciuto una crisi del credito meno acuta di quella seguita al terribile 2008.

E poiché emerge che i dividendi li pagano le banche meno profittevoli, che solitamente sono quelle con rapporto fra prezzo e valore di libro basso, ecco che il paradosso si esprime in tutta la sua ampiezza: chi presta meno, guadagna meno, ma paga meglio gli azionisti. Le banche sono cattive. Ma in fondo solo perché fa comodo a chi le gestisce e le possiede.

Sicché il sentimento privato prevale sulla ragione pubblica. E non potrebbe essere diversamente. A meno che il potere pubblico – in tal senso la decisione di molti regolatori di bloccare i dividendi durante la crisi Covid – non prenda il sopravvento. Ed ecco spiegato perché nel nostro tempo il potere pubblico sia sempre più invocato.

Consolazione magra, a ben vedere. Chi evoca maggiori poteri pubblici non dovrebbe mai dimenticare che il prezzo lo pagano le libertà economiche private, che sono l’anticamera della libertà pura e semplice, come insegnavano i vecchi economisti. Chiunque lo dimentichi è destinato a ripetere errori già conosciuti, ma purtroppo dimenticati, rileggendo al lume di un rancore sociale – comprensibile quanto insensato – quello che è un puro problema di organizzazione: il modo in cui, vale a dire, debba essere regolata la funzione del credito.

Tornando alle analisi della Bis, alcune cose utili le possiamo già imparare. Le osservazioni degli autori sono state condotte su un gruppo di 271 banche di 30 paesi ad economia avanzata. Come determinanti della decisione di erogare dividendi sono stati considerati il livello di profittabilità, il tasso di crescita totale degli asset, la grandezza dell’azienda e infine il price to book ratio. Il tutto è stato rapportato alle condizioni di crescita dei paesi.

Dalle osservazione emerge che “la propensione a pagare i dividendi è positivamente correlata alla redditività di breve periodo e alla dimensione della banca, ma non con le variazioni annuali del totale attivo”. Soprattutto “è importante sottolineare che troviamo che le banche hanno una maggiore propensione a pagare i dividendi quando il rapporto prezzo/valore contabile (price-to-book ratio, ndr) è basso”. Una situazione comune a molte banche in questo periodo, fra le quali quelle dell’eurozona.

Una circostanza alla quale assai probabilmente contribuisce il protratto declinare dei tassi di interessi, come sembra confermare un nutrito pacchetto di studi citati nel paper.

Questo declinare dei tassi, che erode la profittabilità, determina a sua volta un assottigliarsi delle valutazioni del valore azionario delle banche, col risultato di  far diminuire il price-to-book ratio e quindi – indirettamente – favorire la distribuzione di dividendi pure se ciò diminuisce la loro capacità di dare a prestito. Ed ecco il dilemma apparire nella sua drammatica chiarezza.

Per osservarlo meglio gli autori hanno condotto un esercizio controfattuale dal quale emerge che se le banche non avessero distribuito dividendi, dopo la crisi del 2008, accumulando nel loro capitale queste risorse economiche, “gli effetti potenziali sui prestiti sarebbero stati sostanziali”.

Si parla di una capacità teorica di prestito maggiore per una quota che oscilla fra il 2 il il 16% a seconda del modello utilizzato per le stime, che avrebbero potuto generare un pacchetto di risorse compreso fra i 7 e il 10 trilioni di prestiti da utilizzare nella corrente crisi pandemica, che corrispondono a una quota dell’11-15% del pil dei 30 paesi considerati nello studio.

Ed ecco perché la decisione di bloccare la distribuzione dei dividendi viene considerata opportuna, se non salutare. A ben vedere, la differenza fra distribuzione dei dividendi e distruzione dei dividendi è molto sottile. I governi lo sanno bene. I banchieri meglio.

 

Il risparmio forzato si “addormenta” nei conti correnti

Uno dei fenomeni che ha contrassegnato le cronache economiche di questa pandemia è stata la costante crescita dei tassi di risparmio, indotto dai vari lockdown, che si è manifestato nell’aumento dei depositi bancari. Questo risparmio “forzato” è stato pressoché generalizzato, con incrementi anche sostanziali, come quelli osservati da Ocse per il caso americano.

Andamenti simili si osservano anche fra le aziende.

Anche per questo settore, si segnala l’impennata dei risparmi corporate per gli Usa.

Ciò spiega perché l’Ocse parli di “crescita senza precedenti nei depositi bancari”, che si comportati esattamente all’opposto di come reagirono all’epoca della grande crisi finanziaria del 2008, quando si contrassero bruscamente. Una circostanza osservata anche dal nostro Censis, nel suo ultimo rapporto sulla società italiana.

Ovviamente molti fattori hanno contribuito a determinare questo esito. Le misure di contenimento, che hanno impedito materialmente di poter effettuare molte spese. Un effetto che “dovrebbe essere temporaneo”, ossia legato alla straordinarietà dell’evento che ha creato una bolla di risparmio destinata a sgonfiarsi non appena tutte le condizioni di normalità saranno ripristinate.

Lo dimostra il fatto che la crescita dei depositi abbia rallentato nei mesi successivi al lockdown, pur se rimanendo a livelli superiore di quelli delle medie.

Le misure di contenimento, peraltro, hanno avuto l’effetto di colpire i consumi di alcuni servizi ad alto valore, utilizzati dai soggetti più dotati finanziariamente. Si pensi ai viaggi aeri internazionali, o ai servizi di ristorazione. Col risultato che questi soggetti hanno risparmiato forzatamente quote percentuali importanti del loro reddito che, essendo elevato, ha finito col generare una notevole crescita dei risparmi in valore assoluto.

Fra le imprese, invece, la tendenza ad aumentare i risparmi può essere stata indotta da una parte dall’aumento dei ricavi, di cui alcuni settori hanno goduto. Dall’altra dal fatto che molto imprese hanno pensato di fare risparmi precauzionali per prevenire eventuali mancanze di liquidità.

Sia famiglie che imprese hanno potuto risparmiare di più anche perché i governi hanno rilassato gli obblighi fiscali, lasciando quindi nelle loro tasche maggiore liquidità per la gestione delle emergenze.

Ma più interessante delle cause, di questo risparmio forzato, sono gli effetti che tale fenomeno può generare in futuro. In sostanza la domanda è cosa succederà a questo eccesso di risparmio, che, come si può osservare dal grafico sotto, risulta molto corposo.

In teoria tornando alla normalità questa eccedenza dovrebbe anche’essa normalizzarsi, finendo con l’alimentare la domanda aggregata per il tramite dell’aumento dei consumi e degli investimenti. Il grafico sopra (pannello D) mostra che l’eccesso di risparmio delle famiglie è relativamente piccolo rispetto al totale dei consumi, mentre è molto più sostanzioso rispetto al Pil. Il che, scrive Ocse, “suggerisce un impatto potenziale aggregato più grande”.

Ma purtroppo la realtà non ha mai comportamenti lineari come vorrebbe la teoria. “Ci sono alcune ragioni per le quali il risparmio in eccesso può non alimentare la domanda aggregata”, pure non tenendo conto del deficit di fiducia che potrebbe frenare la spesa. Per esempio, “la distribuzione dei depositi può essere distorta”.

L’Ocse fa alcuni esempi. “Se l’aumento dei depositi delle imprese è stato determinato da alcune grandi aziende che hanno beneficiato della crisi, in particolare nel settore tecnologico, è improbabile che i depositi in eccesso stimolino i futuri investimenti nell’insieme dell’economia. Allo stesso modo, se l’aumento dei depositi delle famiglie fosse principalmente guidato da famiglie ad alto reddito con a propensione marginale relativamente bassa al consumo, la riduzione dell’incertezza e delle misure di contenimento non porterebbero necessariamente a un rafforzamento generalizzato dei consumi”.

Detta semplicemente, il denaro potrebbe rimanere addormentato nei conti correnti. Col risultato che ne beneficeranno solo i titolari.

 

Cartolina. Volare no no

Niente come il viaggio aereo racconta l’epopea della democratizzazione della ricchezza e del tempo libero che ha ritmato i migliori anni della nostra vita. Se partire è un po’ morire, come dice il proverbio, volare è un po’ sognare, pure se dalla ridotta di un finestrino in classe economica di una compagnia low cost. Oggi che il biglietto aereo è tornato esclusiva di pochi – non tanto per deficit di pecunia quanto di agibilità – queste compagnie somigliano a eremi di montagna: luoghi da sogno ma deserti. Bisogna pur credere che tutto tornerà come prima. E soprattutto che resistano.

Il nuovo matrimonio fra Tesoro e Banca centrale

Ormai è chiaro a chiunque abbia orecchie buone abbastanza da intendere che c’è un crescente consenso a tutti i livelli – dall’accademia alla politica fino alla cosiddetta società civile – verso un allargamento sostanziale della sfera pubblica nell’azione economica. Ciò che sta accadendo nel nostro paese, dove ormai l’invadenza statale sta raggiungendo livelli parossistici fra gli applausi del pubblico pagante (le tasse), non è altro che il riflesso di un movimento più ampio che è innanzitutto culturale. Una sorta di riflusso.

Se ne trovano tracce in ogni dove, a cominciare dall’espansione monstre dei debiti pubblici (ma anche privati), giustificata con le esigenze della pandemia, che forse nasconde pulsioni assai più profonde. Il desiderio, vale a dire, che lo stato si occupi di noi assai più di quanto abbia fatto sinora, pure se al prezzo di un qualche grado di libertà. Che poi è il problema. Una volta presa questa china diventa sempre più difficile tornare indietro.

Ma poiché questa è l’aria che tira, tanto vale approfondirne gli esiti utilizzando le ampie e documentate ricognizioni che molti osservatori propongono per provare a delineare azioni possibili – quelle che si chiamano policy – per le gestione del mondo in questo inizio di secolo XXI. Tante analisi, tutte molto intelligenti, che arrivano sostanzialmente alla stessa conclusione: serve un’azione coordinata fra il Tesoro e la Banca centrale per gestire il dopo pandemia. Più potere pubblico, appunto.

Questa esortazione, è il cuore dell‘ultimo Geneva Report che già dal titolo (“It’s All in the Mix: How Monetary and Fiscal Policies Can Work or Fail Together”) ci dice tutto quello che c’è da sapere. Ossia che “Il concetto di policy mix, praticamente scomparso dai libri di testo di economia, è tornato con grande forza”. Una sorta di vendetta della Storia.

In sostanza stiamo assistendo al più classico dei movimenti di reazione, così simile a quelli passati raccontati ad esempio nella Grande Trasformazione di Karl Polanyi, che inverte una tendenza maturata nell’ultimo trentennio – il tanto vituperato neoliberismo che ha prodotto la globalizzazione e la crescita delle disuguaglianze – e che lentamente sta conducendo le nostre società verso un capitalismo sempre più regolato e quindi ad alto tasso di presenza pubblica nell’economia. Quell’ideale cinese, preconizzato da Geminello Alvi diversi anni fa.

Poco importa quanto sia sensata questa tendenza. Importa che dobbiamo farci i conti. E questo gli autori del Rapporto lo sanno bene. Per questo già dalle prime righe avvertono che “mentre un mix di politiche monetarie e fiscali è a volte necessario, la storia ha dimostrato che senza un forte e credibile quadro istituzionale, il coordinamento monetario-fiscale può finire in lacrime”.

Lacrime di coccodrillo, viene da dire. Dovremmo avere imparato – ma evidentemente non ancora – che gli avvertimenti degli apprendisti stregoni della teoria economica possono poco contro le forze che contribuiscono ad evocare con le loro esortazioni. Dire che il governo e la banca centrale devono stare attenti a quello che fanno non basta ad evitare i guai che derivano dal fatto che – sostanzialmente – non sanno quello che fanno, perché non lo sa nessuno.

Tant’è. Se la credibilità “è la chiave”, come ripetono i nostri autori del Rapporto, servono anche politiche fiscali sostenibili capaci di ampliare la credibilità della Banca centrale senza minacciare l’avvento di quella fiscal dominance che tutti (a parole) dicono di voler evitare. A sua volta la Banca centrale deve contribuire “alla sostenibilità dei debiti” riducendo il rischio di crisi di panico. E sappiamo già come.

Questo nuovo matrimonio – finalmente non più morganatico – fra Tesoro e Banca centrale deve essere evidentemente celebrato a spese dei mercati, che dovranno contentarsi del banchetto pagato dai creditori (o almeno da buona parte di questi) come ha spiegato senza troppi imbarazzi qualche tempo fa Oliver Blanchard.

E così il cerchio della nostra narrazione (o favoletta) pubblica si chiude. I creditori, ossia coloro che hanno goduto della bonanza neoliberista, pagheranno il conto dei debitori, ossia di chi ne ha sofferto le storture, sotto l’egida benigna del Tesoro e della BC che officeranno questa nuova Grande Trasformazione (rectius, Redistribuzione).

E tutti vissero felici e contenti.

La pandemia prepara un’invasione di aziende zombie

Un bel paper pubblicato dal NBER illustra con dovizia di dettagli e una notevole profondità storica l’effetto dei boom creditizi nel settore corporate arrivando sostanzialmente alla conclusione che queste espansioni possono provocare danni anche consistenti a livello macroeconomico se si fallisce nel processo di ristrutturazione delle imprese meno efficienti. Se, vale a dire, prevale quella tendenza a generare aziende zombie che, abbiamo visto più volte, è ormai una pratica diffusa nelle nostre società.

Questa tendenza è ovviamente collegata alla crescita notevolissima del debito corporate, che ancora prima dell’attuale crisi provocata dalla pandemia aveva toccato picchi ragguardevoli.

Come esempio è sufficiente osservare che, nell’ultimo decennio, le aziende non finanziarie americane hanno visto crescere i debiti una ventina di punti di pil arrivando alla quota attuale del 130% del prodotto Usa. Un trend che si è diffuso anche fra i paesi emergenti e che la pandemia ha semplicemente aggravato e approfondito.

Da qui l’esigenza di capire come questa tendenza, ormai difficile da invertire, possa impattare sul tessuto macroeconomico, e in particolare se questo debito sia capace di approfondire la depressione strisciante che insidia l’economia internazionale.

Per provare a rispondere gli autori dello studio hanno assemblato un set di dati di lungo periodo riferito a 17 economie avanzate con lo scopo di misurare il livello di debito corporate in relazione al pil.

Come si può osservare, negli anni recenti abbiamo sostanzialmente superato il picco del 1929. Ma secondo gli autori questo non è necessariamente un problema. “In aggregato – scrivono – non c’è la prova che il boom del debito societario si traduca in cali più profondi degli investimenti o della produzione, né che l’economia impieghi più tempo per riprendersi rispetto ad altre volte. La crescita del credito corporate durante l’espansione, il livello e la sua interazione non forniscono informazioni in merito a come saranno la recessione e la ripresa”. Addirittura, “in alcuni modelli alti livelli di debito possono avere effetti positivi sulla traiettoria della recessione”.

Questo esito, così diverso da quello osservato per gli alti debiti delle famiglie, che hanno effetti assai più gravi sul ciclo economico, suscita più di un interrogativo, ma secondo gli autori si spiega facilmente considerando il modo assai diverso che hanno famiglie e imprese di affrontare una crisi. Queste ultime, infatti, possono trovare nei processi di ristrutturazione e riorganizzazione la spinta necessaria per trasformare un’avversità in un’opportunità. “Ci sono chiari incentivi per ristrutturare il debito, sia per i creditori che per i proprietari dell’impresa”, spiega il paper.

Ma cosa succede se questi incentivi vengono meno? Se si interpongono frizioni a tali processi? La risposta è chiara: “Più grandi sono tali attriti, più sabbia nelle ruote del processo, e maggiore è il costo economico”. La stessa logica vale per le liquidazioni delle società in crisi. “Una liquidazione inefficiente aumenta la probabilità di sopravvivenza delle imprese zombie e la loro importanza a livello macro”.

E questo ci riporta alla cronaca. Ristrutturazioni e liquidazioni inefficienti trasformano un debito corporate eccessivo in un incubatore di imprese zombie che finiscono con l’affossare la produttività e quindi la ripresa economica. E oggi, che l’economia è stata congelata in un paradiso artificiale fatto di sovvenzioni e sussidi – a cominciare da quello rappresentato dai tassi di interesse bassi – ecco che il quadro si completa. Sempre più debiti equivalgono a sempre più aziende zombie. Un’altra pandemia. Non meno pericolosa per l’economia.

 

La terza crisi dei ceti deboli è quella che farà più male

L’ultimo Outlook diffuso dall’Ocse, aldilà delle numerose ed interessanti analisi economiche, ci consente di tratteggiare uno scenario politico a venire non proprio incoraggiante, relativamente almeno alla composizione di molte società nei prossimi anni.

In breve, la crisi provocata dal Covid è la terza in vent’anni che colpisce duramente i ceti deboli. Con l’aggravante che questa volta non solo queste persone saranno penalizzate in termini di reddito e ricchezza, ma soprattutto pagheranno un prezzo elevatissimo in termini di istruzione, ossia uno dei pochi canali di mobilità sociale capace – almeno in teoria – di affrancarle da una situazione di svantaggio socio-economico.

Tutto ciò non può che sollevare interrogativi – proporre risposte sarebbe quantomeno velleitario – circa la fisionomia delle nostre società in futuro, dove non solo sembra emergere un forte dualismo fra benestanti e poco abbienti, con un crescente assottigliamento del cuscinetto rappresentato dal ceto medio, ma soprattutto si nota una presenza crescente dello stato nelle diverse articolazioni sociali.

Anche su questo, la pandemia ha avuto l’effetto accelerare un incendio già in corso. La crisi, infatti, ha sviluppato all’estremo una tendenza già palese da anni, che oggi si manifesta nell’esplosione dei debiti pubblici, ritenuti inevitabili e necessari, proprio per provare a garantire a questi ceti deboli il sostegno di cui hanno bisogno.

Senonché il rimedio rischia di essere peggiore del male. Educare milioni di persone all’assistenza statale rischia di produrre non solo un’abitudine perniciosa – e costosa – ma anche di favorire derive paternalistiche che molto facilmente possono diventare autoritarie. Quando ci si abitua a delegare tutto allo stato, il rischio che nulla sia fuori dallo stato cresce esponenzialmente. E senza bisogno di ricordare i totalitarismi del passato, oggi è il modello cinese che si rischia di importare senza neanche rendersene conto.

Se usciamo dalla visione politica e torniamo a quella economica, le osservazioni di Ocse confermano che il peggio (non) è passato. O meglio, che si intravede qualche spiraglio di miglioramento, ma che ancora troppe incertezze infragiliscono la tenue ripresa che si prepara per i prossimi due anni, che a stento compenseranno – e forse neanche – i danni di questo terribile 2020.

A parte che per la Cina, come si può notare dal grafico sopra. Col che incoraggiandosi l’idea che sia quello il modello vincente. Non solo relativamente alla gestione della pandemia. Ma anche del nostro vivere in comune.

Le previsioni Ocse mostrano con chiarezza chi sono, e soprattutto saranno, i perdenti di questa crisi. Dal lato delle imprese, quelle più piccole e più giovani.

Dal lato dell’occupazione, i lavoratori meno professionalizzati e quindi già al fondo della classifica dei redditi, con l’aggravante che molti di loro sono anche giovani.

Purtroppo i vari lockdown hanno aggiunto una ulteriore fragilità a un quadro già debole. La chiusura delle scuole, infatti, ha gravemente penalizzato quello meno dotate di mezzi, e di conseguenza gli studenti – in gran parte poveri di mezzi anch’essi – che le frequentavano, che poi sono gli stessi che già avevano prestazioni più basse nel rendimento.

Questo limitare ulteriormente possibilità già scarse rischia di cristallizzare una situazione sociale dove alla diseguaglianza del reddito si aggiunga, peggiorata, anche quella delle opportunità. Con lo stato a elargire sussidi compensatori.

Non è il peggiore dei mondi possibili, probabilmente. In quello non ci sarebbero neanche i sussidi. Ma di sicuro non è neanche il migliore.

Il boom del mattone fa calare la produttività

Fra le tante riflessioni interessanti che questo tormentato periodo economico ha sottoposto alla nostra attenzione, vale la pena riportarne una contenuta in un recente paper della Bis che mette in relazione due fenomeni che sostanziamo molto del nostro evo economico più recente: i boom immobiliari e l’andamento stagnante della produttività nell’industria.

Quanto al primo, basta esibire gli ultimi andamenti reale dei corsi immobiliari, censiti sempre di recente dalla banca di Basilea, che fotografano un andamento crescente dei prezzi persino nel secondo trimestre di quest’anno, malgrado l’infuriare della pandemia. Un risultato sicuramente provvisorio, ma comunque spia di una tendenza che dura ormai da tanti anni e che ha condotto a crescite anche rilevanti dei prezzi reali.

Quanto al secondo, il declino della produttività è argomento troppo discusso da anni perché serva qui ricordarne le fisionomia. Meglio quindi sfogliare i paper per provare a rappresentare il cuore dell’argomento dell’autore.

Il punto centrale è che “le imprese impegnano i propri beni immobili come garanzia, quindi l’aumento dei prezzi degli immobili aumenta i valori delle garanzie e allenta i vincoli finanziari delle società”. Ora se è abbastanza condivisa l’idea che un valore crescente dei collaterali possa condurre a un’espansione economica e una maggiore efficienza, è altrettanto diffusa la convinzione che un valore elevato degli asset, e quindi una crescita del credito disordinata, finisca col nuocere alla produttività.

Quest’ultimo argomento si associa a un altro, ossia alla relazione strettissima che c’è fra la crescita del credito e il calo dei tassi di interesse, anche questa caratteristica dei nostri tempi, che a loro volta determinano indirettamente i boom immobiliari. Perciò “comprendere gli effetti del boom immobiliare sulla produttività è particolarmente importante in un mondo di tassi di interesse bassi”.

Da qui l’indagine, che è stata svolta utilizzando i dati delle compagnie Usa quotate e mostrano che “l’aumento dei prezzi degli immobili influenza negativamente la produttività dell’industria, perché conducono a una riallocazione del capitale
e del lavoro verso imprese inefficienti”. Sostanzialmente i boom immobiliari approfondiscono quella tendenza a tenere in vita aziende zombie – purché dotate di patrimonio immobiliare – che già sono sostanzialmente sussidiate dai tassi bassi.

Questa conclusione, che come ogni osservazione va sempre considerata non certo come una verità assoluta ma come uno spunto interessante di riflessione, aggiunge un altro puzzle alla nostra rappresentazione del mondo economico, dove tutto si tiene con estrema coerenza: un alto debito, che richiede azioni straordinarie per essere sostenuto (tassi bassi, ad esempio) che produce a intervalli più o meno regolari boom creditizi che diventano immobiliari, che si innescano in società senescenti. Tutto ciò ha come risultato economie declinanti e lente, con forte propensione verso lo squilibrio fiscale, che a sua volta richiedono di essere sostenute con altro debito, eccetera, eccetera.

Questo ciclo, che sembra destinato a ripetersi all’infinito, ha radici molto profonde. Il paper raccoglie i dati immobiliari dal 1993 al 2008 delle imprese considerate che conferma come “un aumento dei valori immobiliari delle aziende rilassa i vincoli dei collaterali”. Un valore più elevato delle garanzie consente alle società di aumentare debiti, investimenti e occupazione. Che sarebbe sicuramente un fatto positivo se non fosse che il nostro autore ha individuato una “robusta correlazione negativa” proprio fra la titolarità di asset immobiliari e la produttività.

“Le aziende con una quota maggiore di immobili mostrano livelli di produttività costantemente inferiori rispetto alle aziende con una quota inferiore. La produttività totale dei fattori (TFP) delle imprese che detengono il 50% delle loro attività fisse sotto forma di immobili è del 15-20% inferiore a quella delle aziende che non possiedono immobili”. Ciò mostra che “le aziende inefficienti si espandono, in relazione a quelle più produttive, quando il valore del settore immobiliare aumenta”.

In questo capitalismo che premia i peggiori, e quindi contraddice le sue premesse (e promesse), emergono anche altri dati dalle osservazioni del paper. Ad esempio che un 10% di aumento dei corsi immobiliari reali conduce un calo della TFP dello 0,6%, con “notevoli effetti economici”, solo che si consideri che “durante i boom economici i prezzi reali degli immobili sono cresciuti del 4% l’anno e la produttività dell’1,75”. Questo declinare della produttività implica che “le aziende meno produttive crescono più rapidamente di quelle produttive”. Il capitalismo dei peggiori, prepara i nostri anni peggiori.

Cartolina. E io (mi) pago

Suscita un lieve sconcerto fra i pochissimi che ancora credono che i redditi debbano provenire dal mercato e non dai governi osservare come sia andato questo 2020 per quasi tutto il mondo censito dall’Ocse. Per pura logica contabile ne consegue che il grosso della (poca) crescita che spunteremo quest’anno dipenda sostanzialmente dal contributo della domanda del governo. E per pura logica politica ne consegue che sono tornate in circolazione idee tipo: cancelliamo il debito provocato dalla pandemia. Storielle che servono a nascondere l’elementare verità dietro questi numeri. Ossia il fatto che i sussidi li ripagheranno le stesse popolazioni che li hanno ricevuti. Solo più tardi. E senza saperlo.

La globalizzazione del crollo dei tassi di interesse

Un articolo pubblicato dalla Fed di Kansas City ci consente di osservare un’altra caratteristica della nostra globalizzazione finanziaria della quale ormai sono noti gli effetti: il crollo costante e diffuso dei tassi di interesse nelle principali economie del pianeta.

Sulle ragioni circostanziali e sostanziali di tale tendenza si sono versati i classici fiumi di inchiostro. All’azione coordinata delle banche centrali – e anche questo significa globalizzazione – si sono aggiunte alcune tendenze della cosiddetta economia reale che trovano nell’ipotesi della stagnazione secolare la loro suggestiva (quanto discutibile) cornice teorica. E così discorrendo.

Ma ciò che lo studio rileva è che l’azione delle banche centrali fuori dagli Usa ha avuto un effetto anche sui livelli di tassi negli Stati Uniti. A conferma del fatto che neanche l’egemone in carica è esente dal “contagio” che spira dall’esterno. Circostanza ovvia per chiunque conosca un minimo la filigrana delle relazioni internazionali, ma mai abbastanza sottolineata in un tempo in cui abbondano le seduzioni isolazioniste.

I dati, riepilogati nei grafici sotto, sono chiari: le azioni delle principali banche centrali, che hanno abbassato fino a zero e anche sotto i tassi ufficiali hanno avuto effetti indiretti anche sul livello dei tassi Usa, pure se a diversi livelli.

Tutto ciò ha provocato un effetto anche sui rendimenti, ovviamente, che sono risultati più bassi di quanto sarebbero stati se tale effetto non si fosse verificato.

Non sarà certo qualche punto base a far la differenza, nel grande calderone dell’economia internazionale. Ma sicuramente è utile ricordare che le azioni hanno conseguenze. E non solo le nostre, ma anche di quelli che ci stanno intorno. E poiché ciò che accade negli Usa finisce con l’avere notevoli effetti all’estero (e viceversa), ecco che l’effetto di queste decisioni “esterne” si amplifica diventando sempre più difficile isolarne i contorni.

Basta citare alcune conclusioni per averne un’idea: “Senza gli spillover internazionali la Bce e la BoE sarebbero state più efficaci nell’abbassare i costi dei prestiti a lungo termine nelle loro giurisdizioni dopo la crisi del 2008”. Ciò perché “in assenza di perdite nei Treasury Usa gli investitori di questi paesi avrebbero allocato i fondi nelle attività nazionali, come era previsto”. E questa è solo una delle conseguenze. Le altre le scopriremo, come diceva qualcuno, solo vivendo.