Categoria: cronicario

Weidmann, ovvero il primato della politica (della Buba)

Leggo ogni volta con piacere le sempre più frequenti esternazioni dei nostri banchieri centrali, in difetto di argomenti di un qualche interesse che provengano da coloro che dovrebbero esser deputati ad occuparsi del futuro comune, quindi i politici, e che invece si occupano pressoché in esclusiva del proprio.

Per dirla in altro modo, finché i politici continueranno a chiacchierare di sé, e il dibattito politico di conseguenza a incardinarsi sull’incarichificio a cui si è ridotta la politica nazionale, tanto vale occupare il tempo leggendo quelli che la politica – nel senso di polis – la fanno sul serio. Si capisce molto di più e si impara pure qualcosa.

Fra i miei banchieri centrali preferiti, per la sua inossidabile antipatia teutonica e il suo piglio franco e ruvido, primeggia Jens Weidmann, governatore della Bundesbank, del quale ogni uscita pubblica è fonte di grande curiosità (e timore) proprio in virtù del suo ruolo di sostanziale azionista di maggioranza della Bce.

Weidmann è quasi garanzia di una robusta polemica, specie in casa nostra. Quindi bisogna leggerlo per capire l’aria che tira e, soprattutto, quella che tirerà.

Ma bisogna leggerlo anche un altro motivo. Il banchiere centrale tedesco, infatti, non  si perita affatto di evidenziare come fondamentale quello che molti osservatori, a casa nostra, lamentano come una grave perdita per il Paese: il primato della politica.

Quest’osservazione si deduce leggendo uno dei tanti interventi pubblicati dal loquace banchiere tedesco qualche settimana addietro (Of dentists and economists – the importance of a consistent economic policy framework) recitato a Karlsruhe, sede della Corte costituzionale tedesca, che proprio in quei giorni stava decidendo sulla sorte della causa contro l’OMT di Draghi che poi, come sappiamo, è finita sul tavolo della Corte di giustizia europea del Lussemburgo.

In questo lungo e articolato intervento Weidmann sottolinea il profondo e duraturo legame che lega (o dovrebbe sempre più legare) economisti e giuristi nell’elaborazione delle leggi, forte dell’ispirazione ordoliberale della sua Bundesbank, alla cui scuola (quella di Friburgo) Weidmann si richiama espressamente.

Peraltro che il potere politico “ufficiale” sia ormai un mero esecutore di decisione prese dai tecnici, giuristi in testa, è chiaro fin dagli albori della Comunità europea, che rivela la sua natura di organismo giuridico, e quindi politico, fin dalla sua istituzione.

In tal senso il primato della politica europea è assicurato dal suo essere sostanzialmente subordinato alla tecnica giuridica ed economica. Non a caso Weidmann cita, in epigrafe al suo intervento, una celebre battuta di Paul Samuelson: “Non mi importa chi scrive le leggi, se posso scriverne i contenuti economici”. O, per dirla con le parole di Weidmann, “per capire quanto possa essere fruttuoso lo scambio di idee fra economisti e giuristi si può esaminare un concetto che ha avuto una grande importanza della politica economica tedesca: quello della regolazione”.

Ed ecco l’eredità ordoliberale, che punta sulla competizione, “non nel senso classico, ma nel senso di una ordinata e protetta competizione”. Ritroviamo in queste parole la radice sempreverde del nostro mercantilismo. Ossia l’importanza dell’intervento dello stato nelle faccende economiche anche se solo per costruire le cornice di regole in cui la competizione deve svolgersi. La cosiddetta economia sociale di mercato, versione omeopatica dei vari socialismi che hanno attraversato il nostro continente negli ultimi centocinquant’anni.

I banchieri centrali, infatti, e Weidmann è l’alfiere di questa categoria, rivendicano con forza il primato della politica sui mercati. Cos’altro è se non politica l’affermazione secondo la quale le banche centrali non devono farsi condizionare dai mercati nelle loro decisioni?

Weidmann ha sottolineato tale punto di vista in un altro intervento, il 14 febbraio scorso, al tradizionale Schaffermahlzeit di Brema, nel corso di uno di quegli incontri che servono per parlare a nuora affinché suocera intenda.

Con l’occasione ha discusso anche della sentenza della Corte costituzionale tedesca sull’OMT, ribadendo le sue critiche alla Bce e avvertendo che la partita non è ancora chiusa e che “sarebbe saggio, per i policymaker, non basare sulle reazioni del mercati le proprie decisioni”.

I mercati, quindi, ossia il grande “avversario” di tutti coloro che rivendicano il primato della politica, scambiandola col primato della marchetta.

Ecco Weidmann ribadire esattamene lo stesso concetto.

E’ un caso?

Solo per i distratti. I banchieri centrali, in particolare quelli europei, lo abbiamo visto più volte, sono la punta avanzata di un progetto egemonico che basa sulla regolazione finanziaria (controllo dei mercati) e la market discipline (controllo di stati e banche commerciali) il suo dipanarsi. L’euro stesso è perfettamente coerente con questo disegno. E l’Unione bancaria un altro passo fondativo, come più volte è stato rivendicato dagli stessi banchieri centrali, di una più perfetta Unione, per dirla con le parole di Draghi.

Ciò spiega pure perché Weidmann abbia tranquillamente dichiarato in un’intervista alla FAZ che una patrimoniale, in caso di difficoltà è il male minore per salvare uno Stato. Vi sembra abbastanza politica, come affermazione?

A me sì. Così come è politico il principio del bail in, e la decisione, peraltro contraria a quella presa dalla politica ufficiale, di stressare i bond sovrani nella fase preparatoria della supervisione centralizzata come annunciato dalla Bce.

Quest’altro primato, che potremmo definire come primato della “buona” politica (in sostanza quella della Buba) sulla politica stessa, ossia su quella degli stessi governi e parlamenti, viene chiaramente delineato sempre nell’intervento di cui abbiamo parlato in apertura, quando Weidmann affronta la questione delle politiche fiscali.

“L’esperienza teorica e storica – dice – mostrano che finanze pubbliche in buona salute sono garanzie di una politica monetaria di successo, specie nelle unioni monetarie. Questa è una ragione per creare regole comuni di politica fiscale”. Senonché, le questioni fiscali hanno a che fare con decisioni redistributive. Il che, sottolinea il banchiere, “richiede una legittimazione democratica”. Sempre in omaggio al primato della politica. In questo caso quella tedesca, come sempre la Corte costituziona locale non ha mancato di rimarcare nella sua decisione sul fondo Esm.

Inoltre, “visto che i parlamenti hanno sovranità fiscale, e quindi far agire uno staff indipendente è difficilmente praticabile, è possibile solo fissare alcuni limiti, ad esempio un tetto all’indebitamento”. Vedi fiscal compact. O la regola del deficit al 3%.

Ma anche qui l’esperienza non conforta il nostro banchiere. La stessa Germania, osserva, ha violato le regole e la Commissione europea si è dimostrata troppo morbida, in passato, ma anche in occasione della crisi. Mentre Weidmann è convinto che “l’euro area può continuare a esistere nel lungo periodo solo se incorpora un principio chiave della regolazione: il principio di responsabilità”.

Ed ecco che tutto torna: il bail in, l’eventuale patrimoniale, i bond sovrani sotto stress, e tutto quello che richiederà la diffusione capillare del principio di responsabilità che, secondo Weidmann, è ciò che occorre all’eurozona per fare il salto di qualità.

“Per restaurare il principio della responsabilità – dice – abbiamo due possibilità: o spostiamo la sovranità fiscale a livello sovranazionale, creando l’Unione fiscale, o rafforziamo la responsabilità dei singoli stati includendo fra le eventualità anche quella che possano fallire senza causare il collasso del sistema“. Al contrario, conclude, l’attuale equilibrio fra responsabilità e controllo è sballato “ed è probabile crei altri problemi nel lungo periodo”.

Gli amanti del primato della politica, perciò, dovrebbero essere estimatori di Weidmann, visto che il banchiere affida una grande responsabilità al potere di governo e parlamenti, limitandosi a ricordare loro che farebbero meglio ad ascoltare economisti ed avvocati, se vogliono fare la cosa giusta. Anche, al limite, far fallire uno stato.

Da questo punto di vista, il primato della politica che Weidmann cerca di affermare è essenzialmente quello della Buba.

Politica perfettissima, quindi.

Infatti non prevede elezioni.

Supercazzole berlinesi con scappellamenti lussemburghesi

Nello splendido mondo del diritto, dove si può dire tutto e il suo contrario, la sentenza della Corte costituzionale tedesca sul fondo Esm, che segue di un mesetto quella sulla legittimità dell’OMT di Mario Draghi si iscrive d’ufficio nell’affollato universo delle supercazzole: c’è scritto di tutto e quindi può piacere a tutti. Ma (per ora) non serve a niente. O meglio: serve a ribadire che la politica Ue è in qualche modo subordinata a quella degli stati nazionali, in particolare di quello tedesco.

Talché ormai non è esagerato parlare di genere: nelle supercazzole dei giudici berlinesi si scrive peste e corna delle decisioni sovranazionali, salvo poi, alla fine dei conti, bocciare chi ad esse si oppone o, come nel caso dell’OMT, passare il cerino ad altri.

E tuttavia, nelle lunghe declaratorie delle Corte berlinese chiunque può trovarci quello che più gli abbisogna: i nazionalisti esasperati, i banchieri della Bundesbank, gli alfieri dell’integrazione europea. I giudici di Berlino hanno una buona parola per tutti. Addirittura, in calce alla decisione sull’Omt, c’è anche il parere di due giudici che, sostanzialmente, accusano la Corte di essersi fatta carico di una decisione che non le competeva. Il che aggiunge un’altra categoria alle già numerose che si abbeverano alla sapienza costituzionale tedesca: quella degli incompetenti.

Se poi avete voglia di spendere un poo’ di tempo e leggere l’ultima supercazzola berlinese, quella sull’Esm, leggerete una roba del genere: “Il Bundestag non può acconsentire ad un garanzia automatica intergovernativa o sovranazionale che non è soggetta a rigorosi requisiti e i cui effetti non sono limitati, e che una volta che è stato messo in moto viene rimosso dal controllo e dall’influenza Bundestag”.

Capito l’antifona? D’altronde già altrove la Corte aveva osservato che “la responsabilità sul budget del Bundestag è in particolare violata dal fatto che il trattato Esm stabilisce un’obbligazione sovranazionale per consentire possibili incrementi di capitale”.

In sostanza, se la Germania un domani dovesse essere chiamata a contribuire a un ricapitalizzazione dell’Esm, prima deve essere autorizzata dal Bundestag che, ricorda la Corte berlinese, è l’unico titolare democraticamente legittimato a spendere i soldi dei tedeschi. La qualcosa, alle orecchie più attente, non può che suonare come un triste de profundis sulle speranze di una politica di bilancio sovranazionale. Se un eventuale ministro del bilancio europeo deve chiedere prima al Bundestag se può spingere il pedale  della spesa capite bene che, di fatto, una eventuale politica fiscale sovranazionale è condizionata al via libera del parlamento tedesco.

Epperò, alla fine di una lunga analisi, la Corte boccia il ricorso, che peraltro riguardava anche il vari trattati “fiscali” e addirittura il sistema Target 2, beccandosi un robusto scappellamento lussemburghese da parte dell’Esm che risiede nel granducato, proprio come la Corte di giustizia chiamata, sempre dalla corte berlinese, a decidere le sorti dell’Omt, sul quale, sempre i igiudici tedeschi hanno scritto peste e corna prima di scappellarsi, stavolta loro, ai giudici sovranazionali.

Conclusione: il fondo salva stati va bene, ma nei limiti dei suoi 700 miliardi finora fissati come capitale di massima, ai quali la Germania potrà contribuire entro i limiti dei 190 miliardi approvati dal Bundestag. Che è un modo elegante di dire che il futuro delle politiche europee è strattamente in mano dei dei politici tedeschi.

Altro che cessione di sovranità.

Il triste fardello della (im) previdenza pubblica

Se ci fosse una classifica dei guasti provocati dall’imprevidenza pubblica, la gestione della previdenza sarebbe la probabile capolista.

Che lo stato italiano sia stato imprevidente proprio laddove occorrevano saggezza e discernimento, da questo punto di vista, è la beffa più terribile del nostro ultimi quarantennio. Dissestare la previdenza, regalando pensioni baby e rendite retributive, è stata una scelta scelleratissima, pure se maturata in un contesto per noi ormai alieno – i primi terribili anni ’70 – che però è stata di volta in volta confermata pure nei non meno terribili anni ’90, quando pure arrivò la riforma contributiva, che però si fece imperfetta e incompleta per non menomare i cosiddetti diritti acquisiti, i cui titolari, manco a dirlo, erano gli stessi che avevano goduto fino ad allora dell’esorbitante privilegio previdenziale.

E neanche allora, nel ’95 quando arrivò la fatidica riforma Dini, si ebbe il coraggio di andare fino in fondo applicando il contributivo per tutti. Macché. Serviva un mezzo fallimento dello Stato per arrivare, con la riforma Fornero, alla scomparsa delle pensioni di anzianità e al contributivo secco.

Eccola qui l’imprevidenza pubblica: fare danni che per ignavia, ingordigia o mero calcolo elettorale, sono stati scaricati sulle generazioni future, alle quali però si chiede equità contributiva, allungamento dell’età pensionabile, contributi effettivamente versati per almeno un quarantennio. Dimentichi di quando bastavano vent’anni e pure meno, se si era dipendenti pubblici, per godersi una bella rendita previdenziale, bassa ma costante (e comunque assai più alta di quanto sarebbe con i parametri di oggi) a quarant’anni o anche prima, magari affiancandoci un bel lavoro in nero e l’affitto, sempre in nero, di una casa costruita abusivamente nel periodo in cui i tetti sorgevano nottetempo.

Ora, io non mi scandalizzerei più di tanto se gli italiani di quarant’anni fa avessero scelto questa deriva e fossero stati capaci allo stesso tempo di garantire tante comodità ai loro figli.

Solo che così non è stato. Ci hanno lasciato solo i debiti e un fardello previdenziale tristissimo da pagare con le nostre tasse che incattivisce e separa i vecchi dai giovani, anziché ricomporli nell’armonia sociale che pure dovrebbe esistere in un paese.

Per questo quando sento parlare di rischio di un conflitto generazionale da uno nato negli anni ’40 provo una certa irritazione.

Detto ciò, il fardello della (im)previdenza pubblica ce lo portiamo appresso e cresce ogni anno, come le malattie non curabili.

Per dimensionare il problema è utile scorrere il conto consolidato delle amministrazioni pubbliche sui primi tre trimestri del 2013. Qui leggo che “il conto degli Enti previdenziali al terzo trimestre 2013 ha registrato trasferimenti dalle Amministrazioni pubbliche per 74.197 milioni, a fronte dei 68.499 milioni del corrispondente periodo del 2012. All’incremento nei trasferimenti hanno contribuito la flessione delle riscossioni contributive per 578 milioni (-0,4%) e l’aumento dei pagamenti per prestazioni istituzionali per 5.196 milioni (+2,4%). Scendendo nel dettaglio degli enti, i trasferimenti dello Stato verso l’Inps sono risultati pari a 75.226 milioni, con un aumento di 5.370 milioni rispetto al corrispondente periodo del 2012”.

In aggiunta, vengo a sapere che “le prestazioni istituzionali dell’Inps hanno registrato un aumento complessivo del 2,3 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2012, dato che incorpora una crescita di oltre il 14% della spesa per ammortizzatori sociali”.

Se andiamo a vedere la tabella scopriamo anche i dati del 2011, sempre relativi a i primi tre trimestri. Ebbene: i trasferimenti dallo Stato all’Inps per ripianare il deficit previdenziale era stati di circa 63,4 miliardi, 11 in meno rispetto al 2013. Questo a fronte di contributi incassati (il famoso cuneo previdenziale) per 158,7 miliardi che nel 2013 sono diventati 156,6. I pagamenti finali degli enti previdenziali (sempre considerando i primi tre trimestri, erano stati 223 miliardi nel 2011, a fronte di 232,7 nel 2013.

Detto in altre parole: il peso della (im)previdenza sociale cresce senza sosta e non pare potrà mai rallentare, atteso che ci sono sempre più anziani e sempre meno giovani.

Un altro modo per raccontarla è andarsi a prendere le tabelle Inps del 2001 e del 2011 (ultime disponibili) e confrontare alcune semplici voci.

Cominciamo dal totale delle pensioni erogate e il loro valore. Nel 2001 c’erano sul tavolo 16,453 milioni di pensioni che valevano (prezzi dell’epoca) oltre 182 miliardi. Nel 2011 i trattamenti totali erano 18,5 milioni e costavano 240,6 miliardi.

In dieci anni, è chiaro, aumenta il numero degli anziani, quindi non bisogna stupirsi. Se analizziano più in profondità i dati, però, qualche motivo di stupore lo troviamo.

Le pensioni da oltre 3000 lordi al mese nel 2001 erano in totale 269.175 e costavano allo Stato 5,9 miliardi (prezzi 2001). Nel 2011, la stessa classe di reddito contava 650.488 persone, per un costo complessivo di 34,5 miliardi (prezzi 2011).

Non mi sembra ozioso chiedersi quanti di questi pensionati, che hanno maturato il loro diritto nel decennio passato, abbiano potuto godere della graziosa eccezione prevista dalla riforma Dini, e quindi abbiano potuto calcolare una quota della loro pensione col generoso sistema retributivo. Lascio ad altri, di certo assai più bravi di me, esercitarsi in queste aritmetiche.

Un altro dato aggregato che fornisce interessanti spunti di riflessione è quello relativo alle classi d’età. Nel 2001 c’erano 638.420 pensionati di età compresa fra i 50 e i 54 anni che costavano alla previdenza pubblica 6,7 miliardi. Oltre a questi c’erano 1,404 milioni di pensionati di età compresa fra i 55 e i 59 anni che costavano 19,1 miliardi. Tutta gente che con le regole attuali sarebbe considerata popolazione attiva.

Per capire come mai tanta gente avesse una pensione così giovane, basta leggere il documento di analisi che accompagna le tabelle del 2001, dove c’è scritto che “l’incidenza dei pensionati di anzianità tra i beneficiari di una sola prestazione è pari al 24,3 per cento tra i pensionati ex dipendenti privati (Inps/Fpld + Inps/Altre gestioni), raggiunge il 27,2 per cento nel comparto dei lavoratori autonomi (Inps/Cdcm + Inps/Art + Inps/Comm) e sale al 41,0 per cento in corrispondenza degli ex dipendenti pubblici (Inpdap)”. Quindi, com’è ovvio che sia, è nel vecchio pubblico impiego che si annidano tanti baby pensionati. “I pensionati di anzianità dell’Inpdap ricevono redditi pari a 8.950 milioni di euro (22,3 per cento del totale di anzianità)”, specifica la nota.

Costoro, sottolinea ancora, a fronte di un importo medio lordo delle pensioni nazionali (dati 2001, ndr) di 13.262 euro registrano un importo medio lordo di 18.033 euro, il 136% della media. Sempre nel rapporto leggo che “per i pensionati di anzianità dell’Inpdap il numero di beneficiari in età inferiore a 50 anni è pari all’8,7%. All’interno di questa tipologia, consistente è anche il numero dei percettori appartenenti alla classe di età 50-54 anni (23,2 per cento), cosicché il peso degli individui titolari di pensioni di anzianità con età compresa tra 55 e 64 anni si riduce al 67,8 per cento del totale della tipologia, contro la quota dell’85,7 per cento registrata per l’insieme dei pensionati di anzianità della stessa età”.

Eccola qua, in cifre nude e crude l’incidenza dell'(im)previdenza pubblica, che può misurarsi nel grande privilegio concesso al mondo pubblico, che ha potuto godere di generose (retributive) rendite previdenziali ancora in giovane età.

Prima di rimproverarmi sottolineando che non parliamo di chissà quali cifre, vi prego di ricordare che un uomo o una donna in piena salute che possa avere una mini rendita media di 18.000 euro l’anno (prezzi 2001) a 50 anni difficilmente starà con le mani in mano o passerà la vecchiaia ai giardinetti. E soprattutto, come diceva Totò: è il totale che fa la somma.

Dieci anni dopo, quindi nel 2011, la classe 50-54 si è ristretta a 221.773 persone (costo 2,5 miliardi), quella dei 55-59 a 696.253 (costo 11,8 miliardi). I 50-54enni del 2001 sono finiti ovviamente nella classe 60-64enni, che infatti contava 2,589 milioni di persone per un costo di 46 miliardi, mentre quella dei 55-59enni è finita in quella dei 65-69enni che adesso conta 3,052 milioni di persone per un costo totale che supera i 46 miliardi e mezzo.

Vale la pena notare che questa classe è quella che costa di più, in valore assoluto rispetto alle altre. E non certo a caso. Un/a 60enne del 2011, nato/a quindi nel 1950 o giù di lì, dipendente pubblico a vent’anni, quando ancora il pubblico assumeva a go go, ha avuto tutto il tempo di andarsene in pensione prima che le riforme previdenziali sortissero i loro effetti, a cominciare dall’abrogazione del 1992 delle famigerate baby pensioni varate dal governo Rumor nel 1973. E negli anni ’50 gli italiani facevano ancora un sacco di figli.

Da allora sono successe tante cose e non voglio più annoiarvi. Rilevo solo che l’Inpdad è finito nel calderone Inps. E l’istituto nazionale di previdenza sociale ha accusato il colpo. I conti Inps, infatti, esibiscono uno squilibrio crescente, anche a causa del corposo disavanzo previdenziale importato proprio dall’ex Inpdap.

E sarebbe strano il contrario.

I nuovi paesi emergenti stanno in Europa

Leggo a un certo punto, sfogliando l’ultimo quaterly report della Bri, che il sistema bancario ombra della Cina ha sfiorato il default nel mese di gennaio. E mi sorprendo a pensare che di questa bufera in arrivo da Oriente nessun metereologo si è premurato di darci avviso.

Al contrario: se ripenso alle cronache di due mesi fa, mi accorgo che l’unica cosa che mi è rimasta in mente è il sostanzioso calo delle spread italiano e la grande crescita dei mercati azionari un po’ dappertutto nelle economie avanzate, compresa la nostra.

Che sta succedendo?

Leggo ancora sul rapporto della Bri che “il disimpegno degli investitori dalle economie emergenti è ripreso a pieno ritmo a cavallo del nuovo anno, per effetto sia della persistente divergenza tra le modeste prospettive di crescita di queste economie e il sentimento di ottimismo prevalente nei mercati maturi, sia della riduzione del flusso di denaro a buon mercato da parte delle autorità monetarie statunitensi”.

Detto in soldoni, le economie emergenti vengono sempre più percepite come pericolose, e quindi è ripreso il deflusso di capitali da questi ad altri. Col risultato che molti di questi emergenti hanno dovuto fare notevoli manovre per salvare cambio e bilancia dei pagamenti e non è nemmeno chiaro se riusciranno a frenare questa emorragia di capitali. Tutto ciò in un contesto in cui la loro esposizione estera è cresciuta esponenzialmente.

La Cina, manco a dirlo, sta in cima alle preoccupazioni dei mercati, vuoi perché l’economia sembra indebolirsi, vuoi perché la costante espansione del credito interno cinese è sempre più guidata dal settore bancario ombra. Negli ultimi 18 mesi il volume di credito erogato da soggetti cinesi non bancari è raddoppiato e ormai quota un quarto del totale del credito erogato nel paese. L’altra faccia di questa espansione creditizia è stata un costante deterioramento della capitalizzazione delle imprese non finanziarie e delle banche, ormai iniziato nel 2010.

Queste preoccupazioni, che dalla Cina si estendono facilmente a molte altre economie emergenti, è ben rappresentata dalla notevole quantità di deflussi registrati sul versante degli investimenti obbligazionari e azionari del primo quarto 2014, che è solo un filo meno intesa di quella registrata fra il secondo e terzo trimestre del 2013, quando la Fed disse inopinatamente (salvo rimangiarselo poco dopo) che presto sarebbe iniziato il tapering, ossia la ritirata delle politiche monetarie alluvionali finora tenute dalla banca centrale americana.

Il tapering tanto temuto, in effetti ancora non è cominciato. La Fed ha diminuito di qualcosa gli acquisti di asset, ma non ha ancora toccato i tassi, che poi è il vero segnale che la ricreazione è finita. Ma siccome ormai gli espertoni delle finanza internazionale hanno capito che aria tira, hanno già da un pezzo cominicato a riorientare i loro investimenti verso lidi più sicuri. L’Europa, ad esempio. O, meglio ancora, alcuni paesi europei che continuano a garantire buoni rendimenti, stando peraltro sotto l’amorevole tutela delle regole Ue.

Detto in altre parole: I PIIGs: sono loro (siamo noi) i nuovi paesi emergenti. Ecco perché l’euro sale e le borse pure.

Questa eventualità non sembra affatto circostanziale, ma strutturale. “Le valute dei mercati emergenti hanno subito un pesante deprezzamento anche dagli inizi del 2014 fino al 3 febbraio, quando si sono stabilizzate”, spiega la Bri, “e i mercati hanno penalizzato i paesi che avevano un forte disavanzo corrente: la lira turca e il rand sudafricano sono state così fra le valute che più si sono deprezzate nei giorni successivi”. “Per contenere questi sviluppi e le loro ricadute, a cavallo fra gennaio e febbraio diverse banche centrali hanno reagito con aumenti consistenti del tasso ufficiale. Queste misure hanno stabilizzato, e di recente addirittura apprezzato, i tassi di cambio. Da parte loro, le autorità russe hanno difeso il rublo attingendo alle consistenti riserve valutarie. La banca centrale russa ha venduto $7,8 miliardi a gennaio, contro i $7 miliardi complessivi venduti a giugno e luglio”.

Insomma, i paesi emergenti hanno provato ad alzare le barricate. Ma la storia ci insegna che provare a frenare i deflussi di capitale estero, una volta partiti, può avere effetti devastanti, anche perché le riserve non sono eterne: “Al momento di scegliere se alzare i tassi di interesse per difendere le rispettive valute, le autorità si trovano di fronte a un dilemma: da un lato, tassi di interesse più alti possono stabilizzare il tasso di cambio; dall’altro, tuttavia, possono altresì minare la macroeconomia”.

Se i paesi emergenti si trovano a dover fronteggiare per l’ennesima volta il dilemma fra squilibrio e depressione, per il momento le economie avanzate si godono la vita.

“Gli investitori alla ricerca di rendimento si sono rivolti ai mercati obbligazionari delle economie avanzate”, spiega la Bri. E questo spiega bene perché “da novembre a metà gennaio le quotazioni azionarie nelle economie avanzate hanno mantenuto una tendenza rialzista, in contrasto con quelle dei mercati emergenti. Sospinti dalle prospettive di crescita positive, gli indici azionari generali di Stati Uniti, area dell’euro e Giappone hanno guadagnato, tra il 1° novembre e il 22 gennaio, rispettivamente il 5, 4 e 10%, consentendo di assorbire senza strappi l’annuncio del tapering del 18 dicembre. L’incremento delle valutazioni è andato di pari passo con forti afflussi di capitali destinati ai fondi azionari, in particolare nell’area dell’euro”. 

Ciò spiega bene perché “i rendimenti sui titoli di Stato dei paesi periferici dell’area dell’euro siano rimasti stabili su livelli inferiori rispetto a quelli di metà 2013”, con l’aggiunta che “l’attrazione esercitata dai titoli di debito relativamente rischiosi (tipo i nostri, ndr) ha contribuito a una rivalutazione del prezzo delle attività più sicure”. Quindi per adesso le economie avanzate vivono una di quelle situazioni per cui vincono tutti: i paesi più fragili come quelli più robusti.

Ma allo stesso tempo in questa bonanza indotta nelle economie avanzate a spese degli emergenti, si individua bene la prossima linea di faglia e chi sarà chiamato a pagare il prezzo del terremoto prossimo venturo qualora, un domani, le condizioni monetarie dovrebbero inasprirsi o dovesse venir meno la fiducia.

Vi fischiano le orecchie? 

Viaggio in Italia: sedotti (dall’estero) e abbandonati

Volge al termine, il nostro lungo viaggio fra gli squilibri italiani che poi, vuoi o non vuoi è un viaggio nella nostra storia, che di questi squilibri veri o presunti è l’origine.

Senonché non viviamo in splendida solitudine. Il limite delle analisi statiche è che prendono in esame un pezzo alla volta: ora le banche, ora la produttività, ora la sostenibilità del debito. Ma il fatto è che viviamo in un contesto in cui tutte queste variabili interagiscono dinamicamente. Talché è sempre frutto di astrazione qualunque considerazione si tragga dai dati. E’ come viaggiare guardando una mappa, invece di mettersi in cammino.

Questo limite si evidenzia in tutta la sua chiarezza quando affrontiamo l’ultima tappa del nostro viaggio: ossia il nostro rapporto con l’estero. La cosidetta sostenibilità esterna.

Abbiamo, noi italiani, con l’estero, un rapporto a dir poco complesso, che va da un amore incondizionato a una sostanziale insofferenza. Ogni volta che andiamo in viaggio in qualche paese europeo, torniamo col magone confrontando il nostro livello di servizi col loro. Salvo poi lamentarci quando sempre da questi paesi ci arrivano le solite lezioncine.

Oscilliamo fra desiderio di autarchia e seduzioni da esterofilia. Difendiamo a spada tratta il nostro made in Italy e allo stesso tempo importiamo qualunque modello culturale o organizzativo, a cominciare dalla lingua, che solo per il fatto di venire dall’estero ci sembra migliore del nostro. E neanche ci accorgiamo di questa contraddizione.

Questa particolarità del carattere nazionale ha la sua perfetta rappresentazione nella nostra bilancia dei pagamenti e nel saldo del nostro conto corrente che, come quasi tutti gli indicatori italiani racconta una storia con un prima e un dopo. Ossia prima dell’euro e dopo l’ingresso dell’euro.

Cos’è stato l’euro, in fondo, o l’Unione europea tutta si potrebbe dire, se non la più raffinata delle seduzioni estere propinata al nostro Paese? Chi è cresciuto negli anni ’90 ricorderà la Grande Seduzione messa in campo dalla classe dirigente italiana, politica, industriale, burocratica, giornalistica, per fare abbracciare al popolo il cambiamento che si preparava. E i pochissimi che paventavano il rischio prima di una grande inflazione mascherata, provocata dal sostanziale squilibrarsi dei prezzi relativi, e poi di una grande deflazione, provocata dagli effetti di tali squilibri, venivano semplicemente dileggiati.

E noi, da bravi italiani, ci siamo cascati.

Sedotti dall’estero, contrabbandato stavolta da una moneta europea, siamo stati altrettanto facilmente abbandonati dall’estero quando il gioco si è fatto duro. E ora dobbiamo cavarcela da soli, per di più dovendo fare i conti con l’estero che ci punta costantemente contro un dito accusatorio.

La storia potremmo raccontarla con le stesse parole della commissione Ue. “Sin dall’adozione dell’euro – scrive – l’Italia è stata soggetta a una significativa erosione della sua quota di export sui mercati. Fra il 1999 e il 2010, il volume delle esportazioni italiane, in media, è cresciuto del 2% l’anno, significativamente al di sotto del 4,2% della media dell’euro-area. Fra il 2010 e il 2013 questo gap si è ridotto. L’export italiano è cresciuto del 2,7, quello dell’eurozona del 3,4”.

Se guardiamo i grafici, notiamo che il grosso dei risultati, fra il 1999 e il 2010 l’ha fatto la Germania, con una media di crescita annuale dell’export del 6%, il triplo della nostra, seguita dall’Olanda, intorno al 5% e dall’UK, poco sotto il 4% e quindi nella media eurozona. I risultati di Spagna, Italia e Francia sono tutti sotto la media.

Dal 2010 al 2013 la crescita dell’export tedesco scende sotto il 4%, e viene superato da quello spagnolo, che quota intorno al 5%, in ripresa come quello di Francia e Italia. Al contrario diminuisce quello di Olanda e UK.

Ma se guardiamo il grafico aggregato che misura la quota di export globale su base 100, notiamo che fra il 1999 e il 2011 solo la Francia ha fatto peggio dell’Italia, visto che ormai l’indice quota poco più di 75 a fronte del circa 80 del nostro. In testa c’è ovviamente la Germania, che svetta verso 110, poco sopra la Spagna e l’Olanda. Vale la pena osservare che dal 1999 in poi la curva per Francia e Italia è tendenzialemte declinante.

Ma cos’è successo alle nostre imprese?

L’Europa la racconta così: “La quota ancora notevole di imprese a medio-bassa connotazione tecnologica dell’export hanno esposto il paese a una forte competizione”. La famosa concorrenza cinese. Ciò ha provocato un cambiamento dell’intero settore industriale italiano. E’ molto diminuita la quota di imprese a bassa tecnologia, che nel ’96 pesavano il 33% dell’export e nel 2011 il 26%, mentre è cresciuta la quota delle imprese a medio-bassa tecnologia, passata dal 18 al 24%. Stabili invece la quota di export delle imprese a medio alta tecnologia e quelle ad alta tecnologia.

Un altro grafico però ci aiuta a capire quanto tali vicissitudini siano state influenzate dai rapporti di cambio. La quota di export extra eurozona, infatti è cresciuta assai più rispetto a quella intraeurozona. E mentre non c’è nessun gap fra il potenziale di domanda estera intercettata fuori dall’euro, il contrario accade fra la domanda potenziale dell’eurozona e la quota effettiva di esportazioni italiane. Quindi se l’export italiano funziona bene all’esterno dell’eurozona e all’interno no, delle due l’una: o agli abitanti dell’eurozona i nostri prodotti piacciono poco, o il problema è di altra natura.

Se chiedete alla Commissione, vi dirà che è colpa della scarsa competitività. D’altronde non potrebbe dire che c’è anche un problema di valuta bilateralmente squilibrata fra i paesi dell’area. O meglio lo dice pure, ma come se fosse una conseguenza e non la causa.

Perché i tecnici di Bruxelles siano così attenti al nostro saldo commerciale si capisce bene scrutando il nostro saldo delle partite correnti. L’Italia ha un deficit strutturale (almeno dal ’96, secondo quanto racconta il grafico della commissione) sia sul conto dei redditi, ossia le rendite e i redditi che paghiamo all’estero, e i trasferimenti. Per chi non lo ricordasse, i trasferimenti possono essere privati (ad esempio le rimesse degli immigrati) o pubblici (ad esempio le imposte indirette versate all’Ue).

A ciò si aggiunga che dall’inizio degli anni 2000 è andata quasi sempre in deficit anche la voce dei servizi che registra ad esempio i trasporti di merci o persone all’estero o i viaggi all’estero. D’altronde con l’euro è diventato più semplice viaggiare e noi italiani amiamo visitare le capitali europee.

L’unica cosa che, di conseguenza, può salvare il nostro saldo corrente, e quindi sostenere la nostra posizione con l’estero, è il surplus commerciale. Detto in altre parole se non miglioriamo la bilancia commerciale falliamo.

In questa semplice constatazione c’è la nostra condanna: siamo condannati a vendere all’estero più merci di quante ne compriamo. E se proprio non siamo capaci di venderne di più, allora dobbiamo comprarne di meno. Sapendo, peraltro, che abbiamo una bolletta energetica obbligata di decine di miliardi di euro.

Prima di approfondire le conseguenze di una situazione estera siffatta, è utile notare l’evoluzione del conto corrente dal 1995 al 2013, visto che la commissione è così gentile da farcela notare.

Nel 1996 il nostro saldo corrente era in surplus per il 3% del Pil. Poco più del 4% era il surplus merci, un po’ meno quello dei servizi, quindi la bilancia merci+servizi arrivava al 5%. Perdevamo circa l’1,5% a causa del deficit sui redditi e un altro 0,5% per il deficit dei trasferimenti. Il saldo finale, quindi, si assestava al 3%

Ma quello è stato l’anno d’oro della serie storica considerata. Il saldo corrente scende costantemente negli anni successivi, tirato giù dal calo del saldo commerciale, che nel 2000 arriva a poco più dell’1% del Pil. La zavorra del deficit dei redditi e dei trasferimenti non cessa di far affondare il conto corrente, il cui saldo, fra il 2001 e il 2002 diventa definitivamente negativo. Nel 2002 anche i servizi vanno in deficit.

Il crollo del saldo corrente peggiora negli anni euroforici della moneta unica e dei tassi bassi. Nel 2006 anche la bilancia delle merci diventa negativa, riusciamo a spuntare solo un minuscolo surplus sui redditi, che evita al saldo di sprofondare sotto il 2%. Ma è un momento.

Nel 2008 va tutto in deficit: merci, servizi, redditi e trasferimenti: si va verso globale deficit del 3% sul Pil che raggiungeremo, superandolo, nel 2010, l’anno orribile dei conti esteri italiani. Pensate che la bilancia delle merci diventa negativa per l’1% del Pil.

La tragedia prosegue nel 2011 e arriviamo ai giorni nostri. Il crollo dell’import registrato fra il 2102-3 resuscita il saldo delle merci, ma in compenso si è allargato il deficit sui trasferimenti e si sta nuovamente ampliando quello sui redditi. La ritrovata attrattività dei nostro debito pubblico sul mercato internazionale provoca un aumento del costo delle rendite che dobbiamo pagare ai percettori esteri.

In pratica quando vendiamo un titolo all’estero è come se vendessimo la corda con la quale ci impiccano. E siamo pure contenti.

La grande stretta degli anni 2012-13 ha riportato il saldo corrente in attivo per lo 0,1% del Pil, ai confini dell’errore statistico. Ma è chiaro che basta una starnuto dei mercati per farci ricadere nel deficit. L’estero ha già mostrato, negli anni terribili della recenti crisi, di essere bravissimo a sedurci e poi abbandonarci. E se non fosse stato per la Bce e le sue operazioni straordinarie, che hanno consentito alle banche italiane di comprare i nostri titoli di stato, saremmo finiti a gambe per aria.

Ciò non vuol dire che i problemi siano stati risolti.

Al contrario.

“Malgrado un graduale deterioramento – spiega la Commissione – la posizione netta degli investimenti italiani all’estero (NIIP, ndr) rimane moderatamente negativa”.

Nel 1999 la nostra NIIP era in deficit di appena il 5% del Pil. Nel 2013 siamo arrivati al 28%. A guidare questo clamoroso crollo sono stati gli investimenti di portafoglio, ossia gli acquisti di nostri bond dall’estero. Negli anni ’90, gli appassionati lo sanno, il debito pubblico era in buona quota in mano ai residenti. Con l’euro è diventato assai più facile piazzarlo all’estero.

L’ennesimo “dividendo” della moneta unica.

Oggi i nostri titoli pubblici piazzati all’estero quotano oltre 700 miliardi, e questo spiega perché siano tutti così preoccupati del nostro futuro.

“L’esperienza italiana fra il 2011-12 – scrive la commissione Ue – mostra che anche una Niip moderatamente negativa può rendere vulnerabile un paese ai deflussi di capitale con shock negativi sull’economia”. Quindi la nostra esposizione estera ci sottopone a grossi rischi da rifinanziamento del debito, che ci rendono così docili nei cofronti dei nostri partner esteri.

Ci aspetta, in sostanza, un costante ammonimento da parte dei nostri creditori, visto che la nostra posizione di debitori sembra ormai cristallizzata. Ma sarebbe buona prassi ricordare ai creditori che devono sempre pregare per la salute del debitore. E noi su questo fronte siamo alquanto timidi.

Eh già: l’estero. Mentre sognamo di avere un pizzico della grandeur francese, o almeno dell’efficienza teutonica, dovremo ricordarci che se ci piacciono tanto gli altri forse vuol dire che ci piace poco quello che siamo. O che non lo sappiamo proprio chi siamo.

Peggio ancora, mi figuro che questo costante innamoramento per l’estero nasconda l’evanescenza del nostro sentirci parte di uno stato. Non sappiamo più cosa significhi essere italiani, e, come pulcini in cerca di imprinting, ci associamo al primo straniero che passa. Ieri la Francia, o la Germania. Oggi l’Europa.

E tuttavia, alla fine del mio viaggio in Italia, forse perché conquistato dal paesaggio, o perché sedotto dalla nostra stessa fragilità, mi rimane una bella sensazione.

Mi sento risanato. Ho capito di avere un sacco di problemi, ma altrettanto che i miei (nostri) problemi sono l’altra faccia dei problemi che gli altri hanno con me (noi). Se noi stiamo male, gli altri rischiano di star peggio a causa nostra.

L’estero, infine, non mi seduce più. Perciò non può più abbandonarmi.

Semmai è il mio turno.

Posso solo rendergli il favore.

(5/fine)

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Viaggio in Italia: fuori dal tunnel dell’eurodebito

Capita, viaggiando in Italia, di infilarsi in lunghissimi tunnel che attraversano ora l’Appennino, ora l’arco dei confini alpini, ora alcune collinose giunzioni fra le nostre belle regioni. Talché, sempre viaggiando, l’osservatore viene talvolta turbato dall’oscurità di questi anfratti che sembrano infiniti, misurandosi nella percezione non più col metro oggettivo della distanza, ma con quello assai più sfumato della sensazione.

In alcuni di questi tunnel poi, dove la manutenzione scarseggia malgrado i miracoli promessi dalle privatizzazioni, la luce è risorsa scarsa e i pochi neon bastano appena a celare muri scrostati e fili penduli, gettando sempre il nostro povero osservatore in uno sconforto cupo. Sarà capitato anche voi, che siete viaggiatori come tutti gli italiani, di chiedervi: ma quando finisce questo tunnel?

Ecco, questa domanda io me la faccio da un trentennio. Ossia da quando, giovane speranzoso, ancora studente ma già curioso osservatore, sentivo risuonare nelle mie orecchie i preoccupati allarmi di barbuti soloni agghindati in doppio petto e cresciuti all’ombra della spesa pubblica sulla sostenibilità del nostro debito pubblico. E la spesa corrente, e la spesa per interessi, e i tagli e i ritagli, e la spesa improduttiva e i clientelismi, blablabla.

Sono cresciuto a pane e rigorismo chiacchierone. Col risultato che ormai che si riesca a uscire dal tunnel del debito pubblico non ci credo più. Vivo una condizione psicologica, credo comune a tanti, di strutturalità della crisi del bilancio pubblico. E come tanti sospetto che servirà un ventennio almeno di spremitura sociale per rimediare ai guasti degli ultimi quaranta anni. Che sono una nostra precisa responsabilità, è bene ricordarlo.

Detto ciò, peggio del tunnel del debito pubblico italiano, c’è solo quello dell’eurodebito pubblico nel quale ci siamo cacciati.

Ricordo bene che negli anni ’90 i tanti entusiasti dell’unione monetaria dicevano che l’ingresso nell’euro avrebbe segnato un nuovo rigorismo, e finalmente risanatore.

Ricordo bene.

E me lo ricordo ancor meglio, indeciso se ridere o arrabbiarmi, quando leggo la parte dell’ultimo report europeo sull’Italia dedicato al nostro squilibrio finanziario principe: ossia il debito pubblico, che insieme alla scarsa produttività, dicono i tecnici di Bruxelles, è la radice della nostra stanca italianità.

Bene, la Commissione sottolinea che il debito affossa il nostro paese per almeno cinque motivi:

1) Serve un alto livello di tassazione per racimolare la somma necessaria a pagare gli interessi sul debito. Per la cronaca sono oltre 80 miliardi nel 2013. “In particolare, l’alta tassazione sul lavoro e sul capitale pesa significativamente sulla crescita”.

2) L’alta spesa per interessi, il 5,3% del Pil nel 2013, “limita lo spazio di manovra per la spesa pubblica produttiva”.

3) “L’alto debito pubblico rende l’Italia più vulnerabile agli shock economici”.

4) “L’alto debito del governo rende l’Italia più esposta agli aumenti dei rendimenti e alla volatilità finanziaria”.

5) “Le elevate esigenze di roll-over del debito, circa il 25% del Pil l’anno, espone l’Italia a un sostanziale rischio di rifinanziamento, in particolare nei periodi di avversione al rischio”.

Difficile trovare qualcuno che, pur nei distinguo, non sarebbe d’accordo con queste osservazioni. Però, vedete, bisogna sempre intendersi sul significato delle parole. Per una questione di ordine, quindi, credo sia utile approfondire almeno i primi due punti, visto che gli altri tre sono una sostanziale ripetizione.

1) Non c’è dubbio che serva un’alta tassazione per recuperare i denari necessari a pagare (anche) gli interessi sul debito. Ma ricordo che abbiamo già visto come l’alta tassazione sul lavoro, ossia il cosiddetto cuneo fiscale, serva innanzitutto a finanziare la ripartizione pensionistica, e neanche basta, visto che la previdenza è in deficit strutturale. Quindi se volessimo dirla tutta, dovremmo dire che serve un alto livello di tassazione per pagare intanto gli interessi sul debito e il costo della previdenza. Ossia per remunerare la rendita finanziaria e quella previdenziale.

2) Ho fatto un salto sulla sedia, quando ho letto che esiste una spesa pubblica produttiva dopo una vita passata a leggere di spesa pubblica improduttiva. Ma a parte questa facezie, vala la pena approfondire, per capire bene perché una quota così elevata di interessi sul Pil ci stia strozzando. I cultori della materia ricorderanno quando nei miracolosi anni ’90 gli interessi sul debito pesavano quasi il doppio di oggi sul Pil. Nella seconda metà degli anni ’90, ci ricorda opportunamente un grafico della Commissione, erano intorno al 10%. Eppure nel ’97 entrammo nell’euro. Perché?

Serve una piccola digressione tecnica, per la quale mi scuserete. Per valutare la sostenibilità di un debito, pubblico o privato che sia, bisogna conoscere il tasso di interesse nominale implicito. Questa variabile si può definire come il rapporto tra la spesa per interessi di un certo anno e lo stock di debito  accumulato al 31 dicembre dell’anno precedente. Quindi si prende lo stock di debito si divide per la spesa per interessi e si ottiene il tasso.

La Commissione europea ci dice che nel 2013, per il debito pubblico italiano, tale tasso è stato del 4%.

Trattandosi di tasso nominale, è utile però conoscere il tasso implicito reale, ossia al netto dell’inflazione. Ciò consente di capire il peso effettivo di questa spesa per interessi. E’ chiaro che più è alta l’inflazione, più il tasso implicito nominale si abbassa. E più si abbassa meno impatta la spesa per interessi sulla sostenibilità del debito. Se l’inflazione, per dire, del 2013 fosse stata del 4%, il tasso implicito reale sarebbe stato zero. E se avessimo avuto anche un po’ di crescita del Pil e l’avanzo primario (quello in effetti ce l’abbiamo avuto, anche se in calo), allora gli interessi sarebbero stati negativi e quindi il debito reale sarebbe diminuito.

Nei meravigliosi anni ’90, quelli dell’euforia europea, avevamo tassi impliciti nominali che sfioravano il 10%. Ma avevamo un paio di punti di crescita del Pil, un ottimo avanzo primario (arrivato al 6,5% del Pil proprio nel ’97) e poi una sana inflazione. Alla fine i tassi reali risultavano negativi. E infatti nell’utilissimo grafico elaborato dalla Commissione si vede che il cambiamento annuale del debito/pil, fra il 1995 e il 1998, è stato negativo. Detto in altre parole, il debito calava.

Fra il 1999 e il 2007, quindi agli albori dell’età dell’euro, la spesa per interessi si dimezza. Il miracolo dell’euro, ossia i tassi bassi per tutti, la portano a circa il 5% del Pil, un po’ meno di quella attuale. Ma allo stesso tempo diminuiscono l’avanzo primario, la crescita e l’inflazione.

Questa è l’altra faccia del miracolo dell’euro. E se non aver mantenuto un robusto avanzo primario è di sicuro una nostra responsabilità (il famoso dividendo dell’euro perduto), su crescita e inflazione è ragionevole parlare di responsabilità comune, visto che ormai siamo una comunità di stati.

Mi chiedo peraltro come mai avrebbe potuto dar prova di responsabilità, cumulando avanzi primari, un paese come il nostro cresciuto all’ombra della spesa pubblica. E mi chiedo altresì se, al contrario, poter contare su tassi bassi non sia stato un terribile incentivo a fare quello che abbiamo fatto: ossia indebitarci a rotta di collo, non solo a livello pubblico, ma anche privato. Il nostro personale dividendo dell’euro è stato un aumento dei debiti, non una diminuizione.

Malgrado tutto, però, in quel periodo l’impatto della spesa per interessi sulla crescita del debito rimane negativa. Un po’ meno negativa di prima, ma sempre sostenibilissima.

I guai cominciano nel triennio 2008-10. L’avanzo primario quasi scompare, l’inflazione diminuisce ancora e per giunta la crescita diventa decrescita. Il risultato è devastante: la spesa per interessi rimane sempre intorno al 5% del Pil, ma il peso degli interessi nominali non viene quasi per nulla neutralizzato. Il risultato è che il debito aumenta. Lo scenario è simile a quello del trienni 2011-2013. L’unica differenza è che abbiamo un po’ di avanzo primario, e quindi il peso degli interessi sulla sostenibilità del debito si alleggerisce un po’.

Stante questa situazione, la Commissione non ha dubbi: non basta avere un avanzo primario del 3% fino al 2020 per uscire dal tunnel dell’eurodebito. Ne servirebbe uno di almeno il 5% per non far sorgere dubbi sulla sua sostenibilità. Come ha fatto il Belgio, che fra il 1999 e il 2007 ha tenuto un avanzo primario fisso al 5% del Pil. Risultato: il Belgio ha abbattuto il suo debito dal 117% del ’97 all’84% del 2007.

Noi no. Anzi. Ormai veleggiamo verso il 134%, anche grazie ai corposi contributi che abbiamo versato all’Europa per sostenere i paesi in crisi. Col risultato che dobbiamo fare almeno 80 miliardi l’anno di avanzo primario se vogliamo star sicuri. Anche perché sull’inflazione non c’è da contarci. Anzi. C’è il rischio che i prezzi calino, nella parti basse dell’Europa.

Mentre passeggio dentro il tunnel dell’eurodebito, che mi sembra assai più oscuro e minaccioso del vecchio debito in lire, mi smarrisco in suggestioni ucroniche, laddove accade che nel lontano ’97 i nostri governanti, anziché farci pagare l’eurotassa, dicono: sapete che c’è: per adesso non ci entriamo, in questo benedetto euro. E sapete perché? Perché stiamo andando bene: abbiamo uno straordinario avanzo primario, il nostro debito pubblico è in gran parte in mano ai residenti, e abbiamo anche una sana inflazione che ce lo fa dimagrire ogni anno. Per adesso stiamo bene così. Ne riparliamo fra dieci anni. Magari se ci tenevamo la lira eravamo “costretti” a fare le riforme che con l’euro non abbiamo fatto. E questa è la beffa più dolente: ci hanno detto che con l’euro ci avrebbero raddrizzato la schiena. E invece bastava lasciarci la lira.

La fiamma della mia fantasia dura solo lo spazio di un respiro. Riapro gli occhi e mi rivedo nel tunnel, sempre più buio e minaccioso, rappresentato da una curva che rappresenta uno scenario secondo il quale nel 2020, se siamo bravissimi e superiamo il 5% di avanzo primario (cioé risparmiamo fino alla morte) il nostro debito arriverebbe al 120% del Pil. E sempre se riusciamo a fare una crescita discreta.

E di fronte a tutto questo sento un profluvio di chiacchiere su come distribuire una manciata di miliardi al popolo presi chissà dove. Sento parlare di cuneo fiscale senza parlare di quello previdenziale, e di una spending review che promette bruscolini per oggi e miracoli per domani.

Capisco allora che dal tunnel non usciremo più. Ormai siamo entrati di fatto e di diritto fra i paesi eternamenti debitori. Alla stregua di un paese emergente pagheremo sempre più rendite all’estero, visto che dobbiamo pur piazzarlo da qualche parte questo debito, e dovremo vivere delle nostre risorse naturali, ossia turismo e cultura, ammesso che riusciamo a valorizzarle.

Per un attimo ho quasi paura.

Poi però continuo a leggere il rapporto della commissione e capisco una cosa evidente: sono loro, i commissari di Bruxelles, ad avere paura. Hanno paura dei guasti che noi italiani potremmo provocare se facessimo qualche colpo di testa per uscire dal tunnel dell’eurodebito.

E infatti si premurano di elencare in lungo e largo le nostre connessioni commerciali, economiche e finanziarie con l’eurozona, spiegando che il nostro peso specifico è capace di fare inabissare qualunque progetto comune europeo.

Hanno paura, è evidente.

E fanno bene.

(4/segue)

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Viaggio in Italia: lavorare (per) meno, lavorare tutti

Schiacciata nella morsa degli opposti automatismi, e con un settore bancario sempre più sotto stress, l’Italia è costretta ad affrontare una volta per tutte la radice di tutti i suoi mali che, secondo la Commissione Ue, si può declinare il due paroline: produttività stagnante.

Prima di addentrarci nel significato recondito di questa semplice espressione, vale la pena riportare la diagnosi di Bruxelles. Non tanto perché ci si debba convincere che sia vera. Ma perché serve a capire come ci vedono gli altri e perché ci vedono così.

“La produttività stagnante – scrive la Commissione – è alla radice della perdita di competitività esterna e del peso sulla sostenibilità dell’alto debito pubblico. Ridurre simultaneamente il debito pubblico e migliorare la competitività esterna è molto sfidante perché, mentre la moderazione dei salari nominali può aiutare a migliorare il costo della competitività a breve termine, allo stesso tempo può pesare sulle dinamiche del debito del paese. Quindi una correzione durevole degli squilibri italiani e un aumento della resilienza dell’ambiente economico dipendono dall’evoluzione della crescita della produttività”.

Eccola la cura: aumentare la produttività.

Ma che significa?

Tento un’interpretazione autentica, al lordo degli inevitabili fraintendimenti. Dice, la Commissione, che moderando i salari nominali, ossia diminuendoli o consentendo di farli crescere poco, si può aumentare la competitività esterna. La famosa medicina tedesca. Però quest’automatismo porta con sé lo svantaggio che salari più bassi hanno un effetto deprimente sia sulle entrate fiscali (lo stato incassa meno imposte dirette) che sulla domanda interna (lo stato incassa meno imposte indirette), e, di conseguenza, sulla crescita. Il che aumenta il peso relativo del debito.

L’ennesimo opposto automatismo.

Perciò se pure va bene una certa moderazione salariale, è l’aumento del prodotto (quindi della produttività per risorsa impegnata) che bisogna perseguire, pure a parità delle attuali retribuzioni. Ma è ovvio che se io produco di più allo stesso costo di prima, significa che in pratica è diminuito il salario reale.

Ecco: aumentare la produttività si può tradurre con l’invito a diminuire i salari reali, prima ancora che quelli nominali. Una medicina tedesca in versione italiana. Così facendo aumentiamo la competitività esterna, e quindi favoriamo l’export, senza azzoppare definitivamente la domanda interna.

Ricordate il vecchio slogan lavorare meno lavorare tutti? Bene, la versione attuale è lavorare per meno e lavorare tutti.

Lavoriamo troppo poco, insomma. E per di più in un contesto poco amichevole per il business, vessato da burocrazie, governative e giudiziarie, che fanno assomigliare alla fatiche di Ercole portare a casa qualche risultato. Per tacere della scuola, che sforna capitale umano (quando ci riesce) poco adatto alla competizione globale.

Ora, solo chi abita negli aerei spazi di Bruxelles può credere che sia possibile riformare in tempo ragionevole la burocrazia, la giustizia e la scuola in Italia. Rimediare a guasti che si sono sedimentati negli ultimi quarant’anni richiederebbe ben altro sforzo e ben altra caparbietà di quelli attualmente disponibili sul mercato della politica.

Perciò ai nostri governanti non resta che prendere il toro per le corna e dire la cosa più semplice: dobbiamo lavorare di più guadagnando, se va bene, gli stessi soldi di adesso. Chi almeno un lavoro ce l’ha. Per tutti gli altri, rimane la speranza di un bel minjob all’italiana.

Semplifico un po’, ma il succo è questo.

Se guardiamo ai dati forniti dal rapporto di Bruxelles l’analisi si approfondisce ma il senso non muta.

“La competitività esterna dell’Italia – spiegano – è stata ostacolta dalla crescita del costo unitario del lavoro che ha superato quella degli altri paesi europei. Nel periodo 1999-2012 l’ULC (unit labour cost) è cresciuto del 2,4% l’anno, sopra la media dell’euro-area dell’1,7%. L’incremento dell’ULC è stato guidato dal calo della produttività mentre i salari nominali per addetto sono cresciuti in linea con il resto dell’eurozona”.

Detto in altre parole, il calo di produttività ha fatto aumentare il valore reale del costo del lavoro, mentre il valore nominale cresceva in linea con il resto dell’eurozona. Quindi ci hanno perso tutti: sia gli imprenditori che i lavoratori.

L’analisi si approfondisce se guardiamo all’andamento del tasso effettivo di cambio (REER, real effective exchange rate) basato sul confronti fra i prezzi dei partner e sul confronto fra il valore nominale dell’ULC.

I grafici mostrano che il REER calcolato sui valori nominali dell’ULC vede per l’Italia una crescita costante. Fatto 100 il valore del 1999 il REER è arrivato a sfiorare 120 nel 2009 per poi ripiegare verso 115 dal 2011 in poi. Al contrario il REER tedesco è sceso a 90. Quindi è come se noi avessimo rivalutato il costo del lavoro rispetto alla Germania e la Germania svalutato rispetto a noi.

Se andiamo a vedere il REER basato sui prezzi alla produzione, la situazione è appena un po’ più equilibrata, ma dice molto su quello che è successo dal 2001 in poi. L’indice sul REER italiano, che quotava 100 nel 1999 è sceso a 90 nel 2000, mentre quello tedesco arrivara a 85, e ha seguito l’andamento di quello tedesca, in lieve ripresa dal 2002 in poi, fino a quando le curve non hanno iniziato a separarsi. A ottobre 2013, fra l’indice italiano e quello tedesco c’è una differenza di una decina di punti a nostro (s)favore (nel senso che è più alto il REER italiano). Quindi anche l’analisi del tasso di cambio reale basato sui prezzi mostra che l’Italia ha rivalutato e la Germania svalutato.

Nell’analisi della Commissione tale andamento contrario alla logica (un paese in surplus dovrebbe rivalutare non svalutare il cambio reale) deriva proprio dal calo della produttività, che in fatti in Italia è crollata (1999=100, 2011=95), mentre in Germania è aumentata (1999=100, 2011=110). Ma sarebbe interessante chiedersi se il calo della produttività non sia stato determinato proprio dalla rivalutazione reale piuttosto che il contrario.

Questa domanda non appare fra le riflessioni della commissione. Forse perché somiglia alla celebre disputa sull’uovo e la gallina. Epperò è determinante, giunti a questo punto del viaggio.

Provo a riformulare la domanda: se non fossimo entrati nell’euro, negli anni ’90, la nostra produttività avrebbe subito lo stesso crollo che ha subito?

Ovviamente non lo sapremo mai. Contentiamoci di tenere a mente la domanda che quelli di Bruxelles mai avrebbero potuto fare per ragioni di bottega.

Se queste sono le premesse. La conclusione non può che essere quella iniziale: bisogna stimolarla, questa benedetta produttività stagnante.

A questo punto dovrebbe essere pure chiaro come.

(3/segue)

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Viaggio in Italia: 2014, odissea nello strazio (bancario)

Visitare le banche è una tappa obbligata del nostro viaggio in Italia. Piaccia o no, gli istituti italiani per anni sono stati il nostro fiore all’occhiello, gonfie come sono degli asset dei poveri ( e ricchi) italiani.

Per anni tale supremazia si è esercitata nel prestigio conferito a chi queste banche le gestiva e nell’ammirata occupazione silenziosa delle migliori location disponibili nei centri storici delle nostre belle città.

Si poteva esserne certi: dovunque fosse disponibile un bel palazzetto, prima o poi sarebbe arrivata una banca ad accaparrarselo, per la gioia dei proprietari: chi non affitterebbe o venderebbe a una banca il frutto d’una qualsiasi eredità?

E quando poi, nel terribile 2008, tutti i sinistri scricchiolii delle banche europee furono unti con denaro pubblico, anche stavolta le banche italiane fecero eccezione. A parte qualche mancetta elargita dai Tremonti bond, le banche italiane ressero l’urto.

Senonché, nessuno poteva prevedere che la crisi, iniziata ormai sei anni fa, durasse così tanto. Piano piano, ci avrete fatto caso, le banche hanno iniziato a sgomberare i loro begli attici centrali e stanno ripiegando, nessuno sa bene dove.  Il destino delle banche italiane si è fatto incerto e nebuloso, e i banchieri, una volta venerati, messi all’indice e dileggiati. Nessuno sa davvero come finirà.

Quello che sappiamo, perché ce lo ricorda la commissione europea, è che “la crisi ha eroso la resilienza iniziale del settore bancario italiano e ha condotto a una maggiore dipendenza dall’Eurosistema”. Ossia dalla Bce. L’ennesimo risultato dell’eterogenesi dei fini delle manovre dei banchieri centrali europei.

Già. Perché dal 2011 in poi le banche italiane hanno iniziato a perdere la fiducia del mercato dei capitali. E per fortuna (o purtroppo) è intervenuta la Banca centrale con i suoi LTROs.

Le banche italiane, disperatamente assetate, si sono abbeverate senza pudori ai rubinetti di Francoforte. Ancora oggi, o meglio a gennaio di quest’anno, le banche italiane tenevano in pancia 224 miliardi di debiti con l’Eurosistema, il 21% in meno rispetto al luglio 2012, che pesano più o meno un terzo dell’intera somma messa in circolazione da Francoforte.

Man mano che la fiducia degli investitori tornava (e crescevano i depositi dei residenti) le banche hanno pure iniziato a piazzare bond sul mercato, 18 miliardi nel 2012, diventati 27 nei primi dieci mesi del 2013, grazie anche al calo degli spread, ma i rimborsi sono rimasti superiori alle emissioni lorde. E soprattutto la fiducia ha cominciato a scarseggiare sul versante della concessione dei prestiti da parte delle banche italiane alla loro economia. Cioé a noi tutti.

“Diversi anni di recessione hanno messo dura prova i bilanci delle banche italiane e la loro capacità di sostenere la ripresa del economia domestica”, scrive la Commissione. E questo ha condotto a un avvitamento, per cui i debitori della banche si sono visti ridurre i fondi proprio quando ne avevano più bisogno, col risultato che il credit crunch ha fatto esplodere sofferenze e incagli.

I Non performing loans (NPLs), che erano il 5,1% alla fine del 2008 sono arrivati al 16% a settembre 2013, mentre i crediti in sofferenza, per lo più concessi ad aziende operanti nel real estate, sono arrivati a 156 miliardi. In percentuale, tali sofferenze sono cresciute dal 3,6 al 12,6% fra il 2008 e il 2013.

Di fronte a questo sconquasso, la Banca d’Italia ha proceduto a una sua asset quality review fra il 2012 e il 2013, mentre il governo ha approvato, con la legge di stabilità, una norma che consentiva una più ampia deducibilità delle perdite su crediti.

Insomma, la questione bancaria è diventata la grande questione nazionale. Tanto da rendere necessaria anche un’operazione ardita come quella sul capitale di Bankitalia che così tanto ha fatto discutere. D’altronde molto presto all’asset quality review di Bankitalia andrà a sovrapporsi quella condotta dalla Bce che rischia di essere assai più minacciosa di quella italiana, atteso che, come è stato più volte annunciato, verranno “stressati” anche i bond sovrani di cui le banche italiane sono imbottite.

E questo è un altro punto dolente. A fronte di un rallentamento industriale che non accenna a diminuire – il RoE delle banche italiane del primo semestre 2013 è stato dell1,2% a fronte dell1,9 del primo semstre 2012 – e di una frammentazione finanziaria nell’eurozona mitigata ma ancora corposa, i requisiti delle nuove pratiche europee di vigilanza rischiano di stringere ulteriormente la cinghia del credito italiano. Anche le banche italiane infatti, sono assai frammentate.

Da un punto di vista patrimoniale, infatti, le prime cinque banche, che poi sono quelle che finiranno nel mirino della vigilanza Bce, hanno rafforzato i loro requisiti patrimoniali. Mentre lo stesso non può dirsi per le banche che vanno dal 6 al 15 posto della classifica stilata dalla Banca d’Italia, che tuttavia ha concluso i suoi stress test affermando che il sistema bancario italiano, nel suo complesso, è sufficientemente capitalizzato e capace di affrontare anche scenari di stress.

Ma “nel suo complesso” non vuol dire che non possano verificarsi singoli disordini. Anche perché la situazione patrimoniale ottimale delle prime cinque banche deve fare i conti con la questione dell’esposizione sovrana.

Un’altra conseguenza della crisi, a parte l’esplosione dei NPLs, è stato il raddoppio degli acquisti di bond pubblici italiani, finanziato peraltro con i soldi della Bce. Fra gennaio 2010 e novembre 2013 lo stock di debito pubblico in pancia alle banche è cresciuto da 211 miliardi a 416, quindi dal 5,4 al 10,2 del totale degli asset bancari italiani, uno dei più alto dell’eurozona. Il carry trade delle banche italiane ha, in alcuni casi, supportato la profittabilità delle banche. Ma c’è il rischio, chiaro a tutti, di renderle dipendenti dai soldi della Bce, finendo col trasformarle in banche zombie.

Se poi, come si dice si finirà col prezzare il rischio dei titoli di stato, le banche che hanno fatto di questa pratica una delle voci più rilevante di propri bilanci finiranno in notevoli difficoltà. Se dovranno accantonare capitale, dovranno pure trovarlo.

Insomma, il 2014 potrebbe essere un’odissea per le banche italiane, ed è possibile che si scateni la solita ondata di fusioni e acquisizioni. Anche perché, scrive la commissione, “il settore bancario italiano è ancora caraterizzato da un numero di debolezze strutturali”. E “la persistente ma opaca influenza delle fondazioni può alla lunga non essere ottimale”.

Vale la pena concludere con un altro gruppo di dati che spiegano bene perché i nostri cugini europei abbiano così tanto a cuore il destino delle nostre banche. La parolina magica, in questo caso, è: esposizione estera. La nostra NIIP mostra che la Francia ha asset in Italia per circa il 19% del suo Pil, mentre Germania, Lusseburgo e Olanda cumulano il 7% del loro Pil complessivo. “Questo implica che perdite su asset italiani – spiega la Commissione – colpirebbe innanzitutto la Francia e poi gi altri partner”. Fra questi asset c’è anche il nostro debito pubblico, che all’estero quotava 711 miliardi nell’agosto 2013.

Se dagli asset in generale passiamo all’esposizione bancaria, scopriamo che le banche italiane hanno debiti nei confronti di quelle francesi per 250 miliardi, circa il 13% del Pil francese. Banche olandesi, austriache e tedesche sono esposte verso il nostro settore bancario (cioé le nostre banche hanno debiti verso le loro) per una quota oscillante fra il 3 e il 4% dei rispettivi Pil, mentre Giappone e Usa si guardano bene dal prestare soldi alle banche italiane. Il peso relativo dei debiti delle nostre banche nei confronti di quelle americane e giapponesi è nell’ordine di pochi decimali di Pil.

Interessante, tuttavia, anche vedere il dato inverso, ossia l’esposizione delle nostre banche verso i paesi esteri. Qui scopriamo una curiosa non reciprocità: le banche italiane, infatti, avevano crediti nei confronti del settore bancario tedesco per l’11,8% del Pil, mentre nei confronti dei nostri cugini francesi non si va oltre il 2,3%.

Cosa ci dicono questa statistiche? Che ai nostri partner la salute del nostro sistema bancario sta molto a cuore. E che, ne possiamo star certi, guardano all’evoluzione dei nostri istituti di credito con molta attenzione.

I link fra noi e loro raccontano già di un’integrazione a venire che però non sarà facile né semplice ed è probabile possa concludersi con l’espugnazione delle nostre piazzeforti finanziarie.

Odissea nello strazio.

(2/segue)

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Viaggio in Italia: nella morsa degli opposti automatismi

E poi a un certo punto mi viene da ridere.

Stavo leggendo con raro masochismo l’ultimo Macroeconomic imbalances dedicato all’Italia della Commissione europea, di cui tutti hanno parlato ma chissà quanti hanno letto. I giornali se la sono cavata con i soliti titoli riciclati sulla bocciatura italiana e l’hanno subito buttata in politica: Saccomanni qua, Renzi là, e il solito balletto di frasi fatte e indignazioni.

Un vero peccato. Perché nelle 68 pagine del rapporto europeo ci stanno un sacco di informazioni che aiutano a capire bene lo straordinario cul de sac nel quale siamo finiti.

Una di quelle situazioni da romanzo nelle quali qualunque cosa fai sbagli.

Solo che non è un romanzo.

Perciò a un certo punto mi viene da ridere. Mi trovo a pagina 44 e leggo “che un calo nella domanda domestica in Italia colpisce negativamente i paesi dell’area euro”. E poco prima, sempre la commissione, aveva ammonito sulla delicatezza dei link finanziari fra banche italiane e del resto del mondo, europeo in particolare.

In pratica l’unione bancaria c’è già. Di fatto, se non di diritto.

Ma quando leggo di quanto sia rilevante la domanda interna italiana per l’eurozona, mi torna in mente tutta la lamentazione europea di venti o trenta pagine prima sulla politica fiscale, secondo la quale dovremmo avere un’avanzo primario di almeno il 5% del Pil per iniziare una traiettoria davvero declinante del debito. E per riuscirci possiamo solo continuare il consolidamento fiscale, che ovviamente ha un effetto assai drastico proprio sulla domanda domestica.

Epperò – che bello, mi dico – è tornata la fiducia sul debito italiano, che comunque è troppo alto, col rischio che il saldo di conto corrente, migliorato grazie al crollo delle importazioni, torni ad affossarsi a causa dei troppi afflussi di capitale dall’estero che infatti sono fondamentali, ma sono pericolosi, perché poi peggiora la posizione patrimoniale netta sull’estero e ci rendiamo vulnerabili ai deflussi, qualora la fiducia dovesse invertirsi. E poi fanno peggiorare il saldo dei redditi della parte corrente.

Ecco che succede: siamo vittime degli  opposti automatismi. La versione aggiornata degli opposti estremismi di quarant’anni fa.

Cerco di spiegarmi meglio. Se l’Italia aumenta la domanda interna, peggiora il conto corrente, perché l’Import torna a salire e l’export è stagnante. Se l’Italia diminuisce la domanda interna, come è successo nel 2012-13, migliora il saldo corrente, ma crolla il Pil e di conseguenza il debito diventa insostenibile. E per giunta facciamo danni pure ai nostri vicini.

Allora aumentiamo la domanda pubblica? Manco a parlarne. La commissione Ue dice che dovremmo fare un avanzo primario da quasi 80 miliardi l’anno per pareggiare totalmente la spesa per interessi sul debito senza fare deficit. Come fa la Germania, insomma. E dovremmo farlo almeno fino al 2020 per vedere il debito tornare verso una soglia più commestibile, che comunque è intorno al 120%. E stendiamo un velo pietoso sui vari fiscal compact.

Che rimane? Ah, sì: le esportazioni. La teoria (ormai pratica) degli opposti automatismi prevede che gli attivi di conto corrente compensino, lato Pil, il calo della domanda domestica, e contribuiscano a sostenere i deficit fiscali. Per dirlo in modo più comprensibile, con gli incassi che prendo dall’estero tengo in piedi l’economia nazionale.

Da noi ha funzionato a metà, e solo dal 2012. Il conto corrente è tornato in surplus dello 0,1% del Pil, ma solo perché le importazioni sono diminuite drasticamente. Ma non è che ci abbiamo fatto granché. O meglio, abbiamo acquisito un filo in più di credibilità, godendoci un robusto ribasso dello spread, che però ha finito con l’essere risucchiato dal deficit,rimasto inchiodato al 3% malgrado il calo del costo degli interessi sul debito. E infatti nel 2013 l’avanzo primario è diminuito e il Pil pure.

Peraltro, il calo dello spread ha finito col fare aumentare il deficit sul saldo dei redditi della parte corrente della Bilancia dei pagamenti. Ciò in quanto è aumentata la domanda di titoli di stato italiani dall’estero (a 711 miliardi nell’agosto 2013) e quindi è aumentata la quota di interessi sul debito trasferita all’estero. Ormai tale deficit ha superato stabilmente circa l’1% del Pil. La conseguenza è che il peggioramento del saldo sui redditi si mangia l’attivo sulla bilancia commerciale, che aveva raggiunto il 3% del Pil, prosciugando di fatto il saldo netto sul conto corrente.

Insomma: se va bene fuori va male dentro. Se stiamo bene dentro finisce che stiamo male fuori. E siccome viviamo – letteralmente – con i soldi degli altri (perché non vogliamo usare i nostri), se stiamo male fuori, finisce che prima o poi staremo male anche dentro.

Una barzelletta.

Mi sono fatto una risata. Ho chiuso il fascicolo europeo.

Meglio le comiche.

(1/segue)

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Finisce l’epoca mercantilista dell’eurozona

In un’Eurozona (per non dire Europa) sempre più tedesca, non dovremmo stupirci che la fine (per ora) del modello di sviluppo tedesco export-led conduca alla stessa fine l’intera area euro.

Invece di stupirci dovremmo chiederci come si configurerà il modello di sviluppo (ammesso che ci sia) prossimo venturo, dopo il clamoroso crack di quello pompato dal debito alimentato dai crediti tedeschi, che per tutto il primo decennio del XXI secolo ha guidato il Pil dell’eurozona.

Il caso tedesco mostra con chiarezza che quel paese potrà attingere alle sue scorte (e alle sue rendite) per spingere sul consumo interno e gli investimenti per far risalire il Pil, pure in presenza di un contributo netto dell’export alla crescita del Pil diventato negativo.

Ma i PIIGS, che possono fare?

Guardiamo che dice la commissione Ue.

Nelle sue previsioni invernali, i tecnici di Bruxelles rilevano che ancora nel 2013 il contributo dell’export netto alla crescita del Pil è stato positivo, quasi per l’1%. Peccato gli investimenti siano diminuiti altrettanto. Col risultato che la crescita 2013 è stata pressoché nulla.

Le previsioni 2014-2015 mostrano che i driver del Pil a venire saranno il consumo privato e gli investimenti. Il peso relativo di export netto e spesa del governo è nell’ordine di pochi decimali di punto.

Le previsioni rilasciate ieri dalla Banca centrale europea confermano questo scenario. L’import complessivo, che include quindi anche quello intra eurozona, è previsto nel 2014 rimbalzi del 3,5% rispetto al 2013, quando il suo contributo al Pil è stato nullo, a fronte di un export in crescita del 3,6%. Nel 2015 la crescita di import ed export dovrebbe essere pari (+4,7%) fino a quando nel 2016, quando la Bce prevede un Pil reale in crescita per l’area dell’1,8%, l’import supererà l’export di uno 0.1%.

Le previsioni della Bce somigliano a quelle della commissione anche relativamente al peso specifico delle componenti della crescita: a fare la parte del leone sarnno la domanda domestica, per lo più privata, e gli investimenti.

Si interrompe quindi per l’eurozona, così come è successo per la Germania, l’importanza del peso relativo dell’export sulla crescita. L’eurozona è stata molto germanica, fra il 2010 e il 2013, combinandosi la crescita dell’export dell’area con la notevole contrazione dell’import che più volte abbiamo analizzato.

Ma quell’epoca è finita. L’eurozona nel suo complesso se vorrà crescere dovrà puntare su domanda interna, per lo più privata, e investimenti. Proprio come la Germania.

Quindi la germanizzazione dell’eurozona prosegue. Ma questo non vuol dire che tutti i paesi siano diventati tedeschi.

Al contrario.

Prendiamo casa nostra. Il rilancio (miserello) del nostro Pil dovrebbe dipendere pressoché interamente dalla domanda domestica, che nel 2014 dovrebbe cresce di 0,3 punti e nel 2015 di 1,3. In gran parte tale domanda è privata, visto che spesa del governo si presume ancora negativa per 0,6 punti nel 2014 e positiva per 0,4 nel 2015. Il contributo dell’export netto è previsto in calo dai 0.9 punti del 2013, agli 0,2 del 2014, fino allo 0 tondo del 2015. Qualcosina dovrebbe arrivare dagli investimenti. Insomma, pure per l’Italia lo sprint mercantilista è finito (leggi crescita guidata pompando l’export e comprimendo l’import) ma non abbiamo le minuzioni per fare quello che farà la Germania, ossia pompare la domanda interna. Anzi, ci aspetta altra austerità.

Questo spiega bene perché la nostra crescita sia fra le più basse previste. a meno che, certo, non aumentiamo la competitività riformando il mercato del lavoro e la tassazione delle imprese sul lavoro. Questo spiega la solita polemica sul cuneo fiscale.

Se andiamo a vedere l’Irlanda, che i banchieri centrali giudicano come il miglior risultato ottenuto dalle pratiche di riquilibrio messe in campo dopo la crisi, notiamo che il piccolo paese dovrà basarsi pressoché esclusivamente sull’export netto per avere crescita. Lo stesso vale per la Grecia, che nel 2014 dovrebbe avere una crescita positiva di export netto e investimenti e solo nel 2015 un contributo positivo della domanda interna (ricordo che la Grecia è stata in deflazione per tutto il 2013) e per la Spagna, che solo nel 2015 vede la quota di consumo interno superare quella dell’export netto nel contributo positivo al pil (ma solo perché nel grafico sono incluse le scorte). Lo stesso vale per Cipro, che dovrebbe vedere qualche decimale di crescita solo grazie all’export netto, e per il Portogallo.

Vale la pena fare un passaggio a parte sulla Francia, che abbiamo già visto essere condannata a puntare tutto sulla domanda interna per tenere in piedi il suo prodotto, a fronte di esportazioni nette che contribuiscono negativamente alla crescita e un deficit fiscale che sembra incomprimibile.

Cosa ci raccontano queste previsioni? Che il riequilibrio dell’eurozona è ancora lungi dall’esser completato. I paesi più fragili devono ancora giocare la carta mercantilista (quindi compressione delle importazioni e pressione per esportare di più, tramite aumento della competività), mentre quelli più ricchi, o semplicemente più blasonati come la Francia e, nel suo piccolo l’Italia, possono (o devono) puntare di più sul mercato interno perché non sono abbastanza flessibili per gareggiare con i PIIGS. Per loro, insomma, ma finirà così anche per noi, serve ancora una robusta dose di medicina tedesca per risanarsi e un bel po’ di tempo.

Poi le previsioni ci pongono un’altra questione. Se l’eurozona smetterà di essere mercantilista, almeno nel breve periodo, dovrà decidere che strada intraprendere.

La crescita guidata da consumo interno e investimenti, per non diventare alla lunga inflazionistica o generatrice di nuovi squilibri, deve necessariamente trovare mercati di sbocco. Quindi l’eurozona dovrà provare, volente o nolente, a provare a rilanciare il commercio estero, dovendo fare i conti con una moneta che si è molto rafforzata sia rispetto al dollaro che allo yen.

A meno che non si voglia puntare su un’ulteriore frammentazione dell’eurozona.

In questo caso nulla di più probabile che finirà col frammentarsi l’euro.