Cronicario: Il petrolio s’impenna come l’orgoglio cinese

Proverbio del 12 dicembre Se incontri qualcuno senza sorrisi, regalagliene uno

Numero del giorno: 1.185. I miliardi di dollari di debito Usa detenuto dai cinesi

E niente: puoi provare ad evitarla, questa storia del nuovo governo, ma dovunque vai trovi la faccia di Gentiloni, il nuovo fidanzatino della speranza italiana.

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Schivo con scioltezza il delirio fantasticatorio dei nostri notisti politici, che rimasticano il solito menù di consultazioni e liste di ministri, e mi fiondo sui lidi internazionali dove invece trovo l’autentica notizia del giorno, figlia di ieri l’altro ma comunque ancora croccante: l’impennata del petrolio.

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La botta del petrolio, dicono i bene informati, dipende dal doppio accordo, quello di Vienna fra i paesi Opec e quello del week end fra i non Opec, che hanno acconsentito ad aggiungere altri 600 mila barili di taglio, gran parte dei quali in carico alla Russia, agli 1,2 milioni di barili tagliati da Opec. Insomma: il petrolio inizierà a stillare col contagocce, ammesso che gli accordi vengano rispettati, e questo shortage dovrebbe favorire il rialzo dei prezzi, secondo la nota equazione fra domanda e offerta.

Qualcuno lascia filtrare anche la voce che Opec vorrebbe un petrolio a 60 dollari, giudicato il livello ideale. Il ministro nigeriano per il petrolio teme che un livello superiore possa riesumare l’industria Usa dello shale, con ciò confermando il vero driver dei ribassi petroliferi di questi due anni: la paura dello shale Usa.

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Sicché i recenti accordi vanno letti in chiave geopolitica, oltre che puramente economica. I produttori non potevano più permettersi un petrolio a 30 dollari, e così hanno cospirato per aumentarne i corsi, di sicuro incoraggiati dall’arrivo di Mister T. che in campagna elettorale ha fatto capire di aver le idee chiare sulla politica energetica. Che non è detto piacciano ai produttori. E questo è solo la prima puntata del film in programmazione per il 2017: Il mondo contro Trump.

Già, perché gli stessi mercati che festeggiano senza pudori l’elezione del nuovo presidente, proprio come avevano fatto ai tempi di Reagan, come nota sottilmente la Bis,

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dovranno vedersela l’anno prossimo con gli scompensi che il gigionismo del capo Usa rischia di provocare al resto del mondo. Visto che l’analogia con Reagan funziona, ve ne propongo un’altra uscita sul WSJ.

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Ed ecco qua il capolavoro di Reagan: doppio deficit, fiscale e commerciale e dollaro alle stelle, che negli ’80 ha provocato il fallimento di mezza America Latina e poi di un altro bel po’ di paesi emergenti. Certo, c’era da sconfiggere il comunismo.

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Ma pure oggi, a pensarci c’è ancora. In Cina.

E infatti che mi combina Mister T.? Mi fa incazzare i cinesi sull’unica cosa che gli fa perdere il sorriso dai tempi di Chiang Kai-shek: Taiwan.

Ed ecco perciò che dalle algide altezza del politburo informativo cinese planare sul cronicario globale il monito dei figli del cielo.

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E già una filippica sulla storia degli ultimi 45 anni di rapporti fra Usa e Cina, un volemose bene col coltello in mano, viene da pensare, solo se osservate questo piccolo grafico diffuso da Limes

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In pratica i debiti Usa sono in mano in gran parte a Cina e Giappone. Col Giappone gli Usa hanno fatto capire di essere in ottimi rapporti, visto che Trump ha incontrato Abe prima ancora di finire lo spoglio delle schede. E i cinesi?

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Cambio argomento perché mi è caduto l’occhio su questo grafico che la dice lunga sui casi nostri

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Eurostat ha calcolato i redditi lordi per settore economico e viene fuori che i più guadagnosi sono quelli che lavorano in finanza e assicurazioni, seguiti da chi lavora in informazione e comunicazione. La cosa mi deprime: tengo un blog di informazione su roba di finanza e assicurazioni e non ci faccio un euro. Devo aver sbagliato business plan.

Noto che gli educatori stanno nella parte media della classifica che è curioso visto che il FT (il famoso Financial Terror) ha notato come la crisi abbia tagliato la spesa degli stati europei per l’istruzione.

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Ai teorici degli opposti estremismi piacerà notare che questa spesa è aumentata solo per i greci e i tedeschi.

Concludo con una notizia che sicuramente vi restituirà il buonumore. Secondo Bloomberg il reddito degli italiani è il 12% inferiore rispetto a dieci anni fa. Ho tirato un sospiro di sollievo.

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Pensavo peggio.

A domani.

Quando i giovani italiani trovavano lavoro (sottopagato)

Sembra un tempo lontanissimo, quello in cui i giovani italiani avevano un tasso di occupazione che superava il 70% e riuscivano a trovare lavoro nello spazio di due tre anni. E in effetti è un tempo remoto. Non tanto perché parliamo di un ventennio fa, ma perché nel frattempo è intervenuta una crisi devastante che ha dilatato la percezione stessa del tempo. La crisi ha provocato nella nostra rappresentazione della realtà un prima e dopo il cui senso e significato è assai più profondo della semplice scansione della linea temporale. Il 2006 è davvero un altro mondo rispetto al 2008, pure se sono separati da appena un biennio.

E’ talmente remoto, questo tempo prima della crisi, che ormai l’abbiamo dimenticato. Perciò è strano leggere Bankitalia ricordarci in un recente e interessante studio (The generation gap: a cohort analysis of earnings levels, dispersion and initial labor market conditions in Italy, 1974-2014) che “lungo il decennio prima del 2008-9 le opportunità di impiego per i giovani italiani migliorarono considerevolmente”. E questo grafico lo mostra con chiarezza. “Fin dal 1995 dopo l’introduzione di accordi più flessibili sul lavoro e la ripresa seguita alla la svalutazione della lira il tasso di occupazione dei giovani migliorò notevolmente”. Si arrivò al 70% per i diplomati e quasi all’80 per i laureati, quasi il doppio di com’era a metà dei ’90. Oggi per i diplomati siamo tornati sotto la punta minima dal ’75, mentre per i laureati è andata leggermente meglio, ma il crollo delle opportunità è più che visibile.

Dietro il lato luminoso di questo straordinario aumento della partecipazione, però, si nasconde un dettaglio poco osservato, ossia quello relativo alla “qualità di queste opportunità in termini di stipendio, stabilità e sviluppi di carriera”. L’aumentata partecipazione al lavoro, insomma, è stata pagata dai giovani con stipendi più bassi e minori opportunità di aumentarli? Il senso comune suggerisce di sì. E anche la memoria. Ma è interessante seguire il punto di vista dell’economista. “Diversi studi – sottolinea – hanno concluso che le riforme del 1992-93 mentre hanno supportato la creazione di nuove opportunità di impiego hanno contribuito a generare un mercato del lavoro duale segmentato secondo le età, aprendo un gap fra i guadagni dei vecchi incumbent e quelli che entravano nel mercato del lavoro”. Non c’è da stupirsi: la stessa cosa è avvenuta per le pensioni, con la riforma Dini, che data il 1995, a segnare una profonda discontinuità previdenziale fra gli occupati prima e dopo il 1996.

Si potrebbe pensare a una sfortuna circostanziale. Ma il fatto è che ormai più di un’osservatore parla di “deterioramento strutturale delle opportunità di lavoro” per i più giovani. E il fatto che la crisi abbia eroso notevolmente l’occupazione giovanile sembra confermare questo timore.

In dettaglio, lo studio raccoglie una lunga serie di dati, pure se con alcune limitazioni, che comunicano alcune informazioni interessanti non solo relative ai tassi di partecipazione ma anche ai livelli di retribuzione. Perché un’altra notevole differenza fra ieri e oggi sono i livelli salariali di ingresso che proprio a partire dalla prima metà degli anni ’90 “hanno iniziato a cadere”. Questo trend ribassista ha continuato il suo andamento fino allo scoppiare della Grande Crisi. Quindi all’aumentare della opportunità di impiego ha corrisposto un continuo deterioramento dei livelli retributivi.

Più grave il fatto che “le carriere successive non sembrano aver compensato il declino nei salari d’ingresso, conducendo a una perdita di lungo periodo, se non permanente, delle retribuzioni”. Vale la pena sottolineare che un andamento simile è stato osservato anche in Canada: i redditi annuali sembrano esser cresciuti fino ai tardi ’80 per poi cadere del 30% nella prima metà dei ’90. In sostanza ai giovani, dalla metà dei ’90 in poi, sono stati offerti salari più bassi e, in prospettiva, pensioni più basse.

Nel nostro paese si osserva che mentre nel corso dei ’90 i salari medi stagnavano, quelli di ingresso cadevano drasticamente. Fra i primi ’90 e il 2014 i disallineamento fra i vecchi lavoratori e i nuovi ha toccato il 15%. “Questi sviluppi hanno generato un gap generazionale nei salari“. Questo gap, peraltro, è stato amplificato da altri sviluppi. Intanto ai salari bassi si è associata una “frammentazione delle esperienze lavorative dei giovani”. Insomma, il lavoro è diventano discontinuo, se non addirittura occasionale. “Le ore lavorate sono diminuite di un terzo dai primi anni ’90”. Poi il calo dei salari di ingresso ha aumentato la deviazione standard dei livelli salariali, ossia in sostanza aumentando la dispersione, e quindi favorendo profonde diversificazioni fra stesse coorti di lavoratori. Terzo punto, i bassi salari di ingresso non sono stati compensati da successivi aumenti.

La conclusione di questa storia è quella che abbiamo sotto gli occhi. Le nuove regole sul lavoro, scritte fra gli anni ’90 e nei primi 2000 “hanno notevolmente migliorato la flessibilità, ma solo ai margini. Solo nel 2012 e nel 2014 la legislazione ha iniziato a bilanciare il peso della flessibilità su tutti i lavoratori modificando anche la protezione dei contratti a tempo indeterminato”. Quindi non è che la flessibilità è diminuita: è stata estesa a tutti. Nel frattempo però chi ha cominciato a lavorare nella seconda metà dei ’90 ha potuto consolarsi, almeno fino a prima della crisi, con l’aumento delle opportunità di lavoro, pure se al prezzo di stipendi eternamente bassi e lavori frammentari. Oggi, dopo la crisi, non ha neanche più questa consolazione. I tassi di partecipazione giovanili sono crollati. E i giovani di oggi, senza lavoro e senza salario, saranno i vecchi di domani. Inevitabilmente senza pensione.

La Chat di Crusoe: L’attacco dei giganti di Internet alle compagnie telefoniche

Pubblichiamo un estratto della Chat che Crusoe (C) ha fatto con @FMarradi (FM) sul tema oggetto dell’approfondimento del secondo numero della newsletter. Per leggere la Chat completa bisogna essere abbonati. Tutte le informazioni le trovi qui

C. In questo numero Crusoe propone un approfondimento sui giganti di Internet che ormai si occupano di qualunque cosa: dai cavi sottomarini alle monete virituali. Il confine fra l’economia virtuale e la cosiddetta economia reale si sta dissolvendo?

FM Metterei pure che si stanno appropriando della lista della spesa familiare.

C Che intendi?

FM Il “bottone” di Amazon che ordina il pacco di biscotti e solo quello. In realtà è un’operazione che mira a mettere in connessione i nostri elettrodomestici, e se vuoi noi stessi, con la API Amazon così da far saltare tutta la concorrenza dei retailers e della grande distribuzione.

C Quindi il vero driver dalla disintermediazione è la tecnologia, non il populismo?

FM Yes. Il populismo serve solo a garantire un adeguato potenziale di spesa.

C In tal senso i giganti hi tech sono anche nuovi aggregatori di consenso?

FM In due modi. Il primo tramite le piattaforme social (achieved), il secondo tramite i nostri pattern di spesa (in progress). Il passo successivo sarà l’aggregazione social del consumo, la “Piattaforma Unica”. È il paradigma estremizzato del “Prosumer”.

C Ma è un estremo consapevolmente perseguito o generato dalla semplice logica del profitto?

FM Interpreto quel tuo “consapevolmente perseguito” con una logica di potere e seguendo questa interpretazione trovo molto difficile distinguere tra le due logiche oggi che il potere va oltre le informazioni sociali per derivarle dai dati grezzi e il profitto va oltre le informazioni del mercato per derivarle dagli stessi dati grezzi. Direi che si tratta di una convergenza inevitabile se le dinamiche attuali vengono mantenute.

C Rimane il problema degli incumbent. Se Google posa un cavo sottomarino invade lo spazio dei vecchi portatori di interesse, ossia le compagnie telefoniche. Siamo alla vigilia di un grande passaggio di consegne o assisteremo a una pacifica convivenza?

FM Quanto credi che rimangano ancora in piedi le care, vecchie compagnie telefoniche? Azzardo una previsione: entro 5 anni vedremo qualche tracollo. La loro unica speranza è di convergere sui media provider, prima che Youtube, Amazon, Netflix e compagnia sloggino anche quelli.

C Quindi convergenza sul modello della fusione At&T e Time Warner: enormi conglomerati che veicolano contenuti su infrastrutture di loro proprietà. In pratica Facebook. O esagero?

FM Le piattaforme stanno convergendo su tre modelli base: uno che ha il social come core, un altro che ha il consumo e il terzo ha il lavoro. Ognuna ha una parte dedicata all’intrattenimento e almeno due offrono una piattaforma aperta per l’intelligenza artificiale. Il modello offerto dalle convergenze tipo AT&T e Time Warner rischia di essere sempre indietro. Nella giungla devi essere molto veloce per non finire preda.

Continua su Crusoe.

L’ambizione (neanche tanto) nascosta dei giganti Hi Tech: Noi saremo tutto

Ormai è difficile trovare qualcosa on line dove non sia presente un’applicazione di Google. Devi comprare un volo, andare in un posto, mandare una mail? Google c’è, e il fatto che ci siano alternative non impedisce di notare che a monte di questa ricerca con molta probabilità avrai usato Google per iniziarla. E questo sarebbe il meno: Google ormai è onnipresente. E non solo on line. Meno osservate, ma assolutamente rimarchevoli, sono le incursioni di Google in quella che usualmente viene definita economia reale. Google vende servizi assai concreti alle aziende, potendo contare su una suite di applicazioni ricca e potente, e soprattutto, è entrata da qualche tempo in un settore assai strategico: la posa di cavi sottomarini. Il gigante emergente da Internet lancia una sfida ai vecchi e potenti incumbent che hanno costruito il sistema nervoso di Internet, ossia le compagnie telefoniche. Una sfida che Google non combatte certo da solo: al contrario ha già trovato un potente alleato in Facebook, che già aveva alle spalle un’alleanza con Microsoft. Così come non è certo l’unico gigante della rete a esondare dal recinto confortevole dove è nato, cresciuto e divenuto rigoglioso.

Ormai le incursioni dei boss di Internet fuori dalla realtà virtuale sono innumerevoli e fantasiose: si va da Amazon che apre studios cinematografici, compra giornali, e fa credere di voler diventare un Internet provider, a Facebook che sogna di battere moneta o diventare addirittura una banca. L’ambizione nascosta (ma poi neanche tanto) di questi operatori ricorda il titolo di un vecchio libro di Valerio Evangelisti: Noi saremo tutto. E l’evoluzione dell’economia sembra complotti per realizzarlo.

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Noi saremo tutto: leggi il secondo numero di Crusoe

E’ uscito poco fa il secondo numero di Crusoe, l’appuntamento del venerdì con la nuova newsletter di socioeconomia nata dalla collaborazione di TheWalkingDebt e Slow News.

Il nostro approfondimento settimanale è dedicato all’economia dei giganti di Internet che, per le cifre che muove e lo spazio che occupa, ormai è diventata il fenomeno sociale principe del nostro tempo. Google, Facebook, Amazon e gli altri stanno occupando qualunque momento della nostra vita usando la retorica della gratuità per collezionare utenti che trasformano in dati economici e target commerciali. La loro dimensione “statale” non è più trascurabile. Ormani, pure senza dirlo la loro è ambizione è chiara: essere tutto.

Ne parliamo anche con Francesco Marradi (@FMarradi), con cui abbiamo tenuto la Chat di questa settimana, la nostra rubrica di conversazioni on line.

Nella newsletter troverai anche il pezzo che riepiloga i principali eventi economici della settimana, alcuni mini post con segnalazioni tanto interessanti quanto trascurate dal mainstream e una lettura consigliata. Questa settimana tocca alla Financial stability review della Bank of England, la Banca centrale britannica, utilissima per comprendere i rischi di fronte ai quali si trova l’UK dopo la Brexit.

Buona lettura.

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Cronicario: L’arma segreta dei Corpi speciali Ue: il giovane disoccupato

Proverbio del 7 dicembre Da una piccola scintilla, un grande fuoco

Numero del giorno: 485.000.000 Multa dell’antitrust Ue a un cartello di banche

E pure oggi applauso. La Commissione Ue si conferma l’esperimento più riuscito di situazionismo politico della storia umana. E non tanto perché almanacca da un pulpito gassoso in una ventina di lingue, ma per quello che dice. Siete a corto di idee? Fatevi un giro sui canali social delle Commissione. Il Cronicario lo fa sempre, e state pur certi che ci scappa sempre un titolo. Pure oggi: ho impugnato il cliccatore e via, vado a Bruxelles. E che ci trovo: I Corpi speciali

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L’evento viene lanciato in pompa magna nella tarda mattinata. Non faccio in tempo a innamorarmi della maglietta che mi arrivano le istruzioni: European solidarity in action: the #EUSolidarityCorps is launched. Volunteering and paid work experience for young people in Europe. Aspetta che dicono? Solidarietà europea in azione: corpi di solidarietà composti da volontari ed esperienza lavorativa retribuita per i giovani europei. Geniale. Il giovane disoccupato, che immagino dovrebbe essere fra i destinatari della solidarietà europea, viene assoldato con i soldi della Commissione, per offrire solidarietà a se stesso. Neanche ai tempi dei lavori socialmente utili…

Ma sono sicuro che vorrete saperne di più perché di sicuro c’avrete un figlio disoccupato da qualche parte. Ecco: leggetevi questo e cercate la maglietta. Già li vedo i corpi speciali Ue marciare compatti verso il sole (un po’ grigetto) dell’avvenire.

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Se poi uno volesse veramente far qualcosa di utile per i giovani europei disoccupati, oppure occupati con stipendi da cottimista del secolo decimonono, allora forse dovremmo cominciare da un discorso senza peli sulla lingua tenuto da Mark Carney della BoE, di cui vi offro questo delizioso estratto.

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Ma veramente vogliamo parlare di questo? Vorreste farmi credere che siamo in grado di confessare pubblicamente che i padri (anzi, i nonni) si sono mangiati più o meno colpevolmente il futuro dei figli?

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Figuriamoci. Cambiamo argomento, come dicono i telegiornalai quando passano dalla nera alla bianca.

E l’argomento interessante è l’ennesimo report di Fitch sulle banche. Prima è toccato alle cinesi, inguaiatissime com’è noto, poi a quelle tedesche, e oggi a chi tocca? Alla Turchia. Scelta esotica, direte. Neanche tanto: la Turchia deve un sacco di soldi a un sacco di gente, ed è bene che qualcuno ce lo ricordi. E il FT, meglio conosciuto come Financial Terror, è notoriamente prodigo. Infatti viene fuori con la notizia, davvero sorprendente, che le banche dei paesi emergenti, fra i quali si annoverano anche la Cina e la Turchia, sono in pessima salute e un terzo di loro rischia il downgrade. Ovviamente la fonte è Fitch.

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Ma che noia queste banche Possibile che non ci sia altro che meriti l’edizione del Cronicario?

Qualcosina la trovo. Immagino che gli amanti del fintech troveranno appassionante la notizia che la Bce e la BoJ, la banca centrale giapponese, stanno lavorando insieme per sviluppare un progetto di ricerca basato sulle blockchain, mentre qualcun altro ci ricorda che bitcoin è cresciuto dell’80% sul dollaro quest’anno, dimostrandosi un raro esempio di stabilità. Fate due più due e scoprirete a chi è servita questa tecnologia.

Poi mi accorgo che spente le candeline della festa e scolati i calici, l’accordo di Vienna per tagliare la produzione di petrolio non si sente più tanto bene. E così l’oro nero tornato a galleggiare poco sopra i 50 dollari in una giornata in cui sale qualunque cosa, pure l’euro.

Infine, mentre scelgo di ignorare l’andamento claudicante della nostra occupazione, vengo catturato dal dato tedesco sulla produzione, che ad ottobre cresce dello 0,3%.

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Ma non tanto per il dato in sé, quanto per il fatto che esce insieme a quello del numero degli aborti, cresciuti dello 0,2% nel terzo trimestre: appena 24.200, tre quarti dei quali decisi da donne fra i 18 e i 34 anni. C’è un dilemma fra produzione e riproduzione? Specialmente in Germania? Sarebbe saggio quantomeno chiederselo.

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Ma ormai è tardi e gli operai hanno appena terminato di costruire il ponte dell’Immacolata. Già li vedo i venditori di bibite farsi largo a spintoni sui marciapiedi, mentre automobili riempite di belle speranze si preparano strombazzanti ad attraversarlo. Mi mancherà il Cronicario di domani e di venerdì. Ma a voi festaioli credo proprio di no. Buon ponte.

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A lunedì.

 

La banca centrale svedese sogna una e-corona

Chi segue la nouvelle vague fintech, così di voga fra i moderni eruditi, non sarà sorpreso nello scoprire che la banca centrale svedese si sta ponendo con una certa serietà il problema se non debba emettere una corona elettronica, una e-krona insomma, per far fronte a un problema, questo sì serissimo: gli svedesi amano sempre meno il cash. Tematica già approfondita in uno speech recente, dove si osservava proprio la circostanza che “in Svezia la domanda di contante è bassa e continua a diminuire”.

Sicché l’allocuzione di Cecilia Skingsley (“Should the Riksbank issue e-krona?“) è molto più che un’esercitazione teorica. La banca centrale svedese potrebbe essere la prima del suo genere a emettere moneta virtuale, in forza del ragionamento che”i progressi tecnologici creano nuove opportunità”. “Come una volta l’invenzione della stampa ha reso possibile la stampa delle banconote”, che erano e sono il complemento della moneta coniata, “allo stesso modo un mezzo di pagamento elettronico, diciamo una e-krona, sarebbe il complemento al contante fisico”.

Ma perché non dovrebbero bastare le semplici carte di credito? Il problema è di duplice ordine. C’è un problema di crollo del signoraggio, che implica minori ricavi per la banca centrale in un momento in cui il bilancio è fortemente stressato dalle politiche monetarie adottate. E poi c’è un problema squisitamente istituzionale. L’uso di carte di credito e simili implica un utilizzo crescente della cosiddetta moneta bancaria, ossia quella originata dalla creazione di depositi bancari, che è sostanzialmente fuori dal controllo della banca centrale, rendendosi così difficoltoso il controllo della base monetaria.

Vale la pena ricordare che una specie di e-krona c’è già, ed è la moneta elettronica che la banca centrale iscrive nei conti intestati ad alcune istituzioni (banche, governo, eccetera) che tiene presso di sé. Ma non è una moneta che usa il pubblico. Si utilizza per i movimenti contabili fra la banca centrale e i suoi “clienti”.

La moneta che si usa più correntemente, perciò, è la moneta bancaria, ossia quella che si trova nei depositi, che in Svezia pesa circa 2.200 miliardi di corone, circa la metà del pil nazionale, a fronte dei quali esistono appena 130 miliardi di moneta di banca centrale, 60 dei quali sono contanti. Il resto sta nei conti istituzionali della banca. Dal 1950 l’uso di contante in Svezia è decisamente crollato, passando dal 10% del pil a circa l’1,5% di oggi a fronte di una crescita costante della domanda di mezzi di pagamento.

Ed ecco il senso della domanda che titola l’intervento. Emettere una e-krona per il pubblico, che usi i supporti elettronici o veri e propri conti correnti con dentro moneta di banca centrale – come le banconote appunto – e non moneta bancaria significherebbe per la banca centrale tornare al centro del sistema dei pagamenti e della politica monetaria, oltre che a rinverdire le finanze esauste. Ecco perché la Riksbank sta studiando bene la questione. Ci sono ancora molte domande che devono trovare una risposta. Ma è rilevante il fatto che siano state poste.

Cronicario: La giovine Italia emigra e ci lascia i debiti da pagare

Proverbio del 6 dicembre: In tempi di carestia le patate non hanno buccia

Numero del giorno: 13 Aumento percentuale dei giovani italiani laureati emigrati nel 2015 rispetto al 2014

Zitti, parla Barnier. E chi è Barnier? Il capo negoziatore dell’Ue che dovrebbe occuparsi della Brexit contrattandone i perché e i percome. Dice che faranno presto.

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Dormite preoccupati, perfidi albionici. Le massime intelligenze europee sono all’opera e i negoziati finiranno prestissimo: fra un paio d’anni. Sempre che nel frattempo Barnier non sia rimasto disoccupato per decesso della ditta o che magari quei fenomeni oltremanica non abbiano cambiato idea.

Viviamo tempi straordinari, d’altronde. Costosi, ma straordinari. A un certo punto, per dire, sul cronicario globale comincia a circolare la notizia che con i governanti (con quali?) si starebbe preparando un bail out per Mps (con quali soldi?).  Dicono che gli investitori privati che avrebbero dovuto metterci soldi loro per salvare la banca

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siano evaporati dopo la dipartita prematura del niño de oro. E tuttavia si vocifera di un decreto lampo che verrà approvato nel week end (con quali soldi pubblici?).

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Non siete ancora convinti che viviamo tempi straordinari? Allora dovreste consultare l’Istat che oggi ci ha regalato due perle. La prima riguarda un tema tanto popolare quanto sostanzialmente ignorato, aldilà delle dichiarazioni di circostanza: la povertà. Il numero che viene magnificamente nei tiggì ci dice che da noi il 28,7% è a rischio povertà o esclusione sociale.

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Ovviamente è una media: al Sud è il 46%.Poi se avete almeno tre figli siete spacciati: si supera il 51%, sempre di media.

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Adesso non iniziate a lamentarvi. O a dire che è per questo che gli italiani sono vagamente irrequieti e magari votano NO a qualunque cosa che non sia un aumento di stipendio. Ricordatevi sempre che c’è una via d’uscita. Ma proprio di uscita, letteralmente. E sempre l’Istat, generosissima, ce la suggerisce.

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Rileggete: Sono sempre di più i laureati italiani con più di 25 anni che lasciano il paese, quasi 23 mila nel 2015, il 13% in più del 2014. L’emigrazione aumenta anche fra chi ha titoli di studio medio bassi, 52 mila persone (+9%). C’è speranza per tutti.

La povertà è quella che è,  quindi la Giovine Italia emigra, lasciandoci i debiti di Mps, del governo e di chissà chi altro da pagare. Non fa una piega. Bravi ragazzi. Anzi sapete che c’è:

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A domani.

 

 

 

Il taglio Opec rilancia la produzione Usa

L’accordo Opec del 30 novembre segna sostanzialmente un armistizio nella lunga e sotteranea guerra del petrolio che ha opposto l’Arabia Saudita agli Stati Uniti, con il prezzo del greggio nel ruolo di arma letale. Il taglio della produzione, del quale dovrebbe farsi carico in gran parte l’Arabia Saudita, ha già provocato una robusta crescita delle quotazioni che ormai hanno superato stabilmente i 50 dollari al barile. Tanto quanto basta all’industria americana dello shale oil, autentico convitato di pietra al vertice di Vienna, di rimettersi in carreggiata e tornare a produrre.

Le prime notizie che arrivano dal versante finanziario confermano questo scenario. Le compagnie Usa produttrici di shale si stanno coprendo con contratti a termine e altri strumenti finanziari per quest’anno e il prossimo per un livello di prezzo superiore a 50 dollari al barile, che è quanto corrisponde grossomodo al loro punto di pareggio. Il che, com’è logico, funzionerà come incentivo alla produzione. E in tal modo rischia di vanificarsi l’effetto sull’offerta del taglio deciso da Opec di 1,2 milioni di barili, ai quali dovrebbero aggiungersene altri 400 mila per lo più derivanti dalla Russia.

Che questo possa essere l’esito di tutta la vicenda, si può osservare dall’andamento della curva della produzione Usa. Come si può osservare, dal 2015 a oggi gli Usa hanno prodotto circa un milioni di barili in meno, essendo divenuto antieconomico ai prezzi di quel momento continuare a estrarre petrolio dagli scisti. Ma adesso le circostanze sono cambiate.

Cosa possa aver indotto l’Opec, e quindi l’Arabia Saudita che nell’organizzazione recita la parte del leone, a cambiare la propria strategia è argomento assai dibattuto, che investe questioni insieme economiche e geopolitiche. Qui basterà notare questo grafico che mette a disposizione Bloomberg. Agli arabi la guerra fredda contro lo shale Usa è costata oltre 200 miliardi di riserve e uno sconquasso fiscale e finanziario non indifferente. Potevano di sicuro reggere ancora il gioco, ma sarà risultato chiaro anche a loro che alla lunga i danni sarebbero stati superiori ai benefici. E qui più che il borsellino, pesa il cappello.

Cronicario: La caduta del niño de oro deprime solo il lingotto e UnIntesa

Proverbio del giorno Baci facili si dimenticano facilmente

Numero del 5 dicembre: 300. Percentuale sul Pil del valore degli asset dei fondi pensione danesi.

E ditecelo che ve ne infischiate, voi all’estero, del nostro tormento nazionale, col niño de oro finito a impacchettare souvenir a Palazzo Chigi. Voi, dico, quelli che per giorni ci avete fischiato allarmi a mezzo stampa sul day after il referendum e che oggi, quando era facile, ve ne uscite così

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così

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o peggio ancora così

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Col Sor Schauble, votatore di sì, che c’illustra illuminante come gli shock dal voto italiani siano limitati. Per loro forse, ma per noi?

Noi lo sapevano già che oggi il cielo sarebbe stato più blu. Ci cruccia piuttosto che abbiamo riabilitato i sondaggi, per la qual colpa non c’è espiazione sufficiente. Ci siamo resi prevedibili, quasi noiosi.

E infatti i mercati sono noiosissimi oggi. Ci regala qualche emozione giusto l’euro, che scende nottetempo per le solite oscure ragioni e poi riemerge in mattinata, al contrario della borsa italiana, che si sveglia anche lei intonata al rialzo salvo collassare nel post prandiale affossata dalle solite banche con UnIntesa in testa. Forse i nostri si sono ricordati che senza governo è più difficile organizzare un salvataggio? Nulla a che vedere con Brexit comunque, che fece temere la fine del mondo. Noi italiani siamo stati capaci solo di affossare la nostra borsa con le nostre banche. Siamo così.

masochisti

L’unico mercato che si è intonato al nostro umore instabile è quello dell’oro, che come el niño nacional, si è affossato alle prime luci e là è rimasto.

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Che c’entra l’oro con Renzi? C’entra, c’entra. Intanto per pura simpatica metallurgica. Poi perché le loro parabole si somigliano. Tutti li volevano fino a un mese fa e ora a dire: chi, io? La solita vecchia storia. Prendete l’Istat. Che mi fa nel giorno della massima sciagura? Se ne esce con la nota mensile sull’economia italiana dove maramaldescamente si nota il buon risultato dell’ultimo trimestre, il famoso Zerotré.

All’oro rimane la soddisfazione di venir per la prima volta ammesso come asset di investimento nella finanza islamica. A Renzi col turbante, però, non ce lo vedo proprio.

renzi

Ancora più perfida, l’Ocse rilascia proprio nel giorno delle tristi dimissioni il suo outlook sulle pensioni. Ma la cattiveria più deliziosa l’ho trovata qui: un economista della Nomura ipotizza che il nostro referendum potrebbe costringere la Bce a prolungare il QE.

draghi

Finirà che qualcuno ci ringrazierà.

Fuori dalla calca del cronicario globale, che oggi rumoreggia per lo più dei casi nostri, trovo giusto qualcosina che merita l’onore del vostro Cronicario. Scopro ad esempio che oggi la Cina ha aperto il suo secondo mercato borsistico, quello di Shenzhen, che fra mille rinvii e svariati sospetti circa le loro ragioni, suona come una buona notizia per la disastrata Mainland almeno fino a che quei buontemponi di Fitch non escono con il loro outlook sulle banche cinesi (negativo), che conclude con l’allegra previsione di sofferenze crescenti, e debiti ormai stellari, previsti complessivamente al 274% del Pil a fine del 2017.

Incidentalmente, proprio oggi, Goldman Sachs dedica uno speciale all’apertura di Shenzhen, dal quale traggo l’informazione che i mercati cinesi aggregati quotano 10,6 trilioni di dollari, collocandosi secondi dopo i 18,9 trilioni del Nyse. Mi chiedo per quanto tempo ancora alla Cina andrà bene questo ruolo di eterno secondo.

dilusione

La seconda informazione che traggo, scorrendo le slide, è che coautrice della ricerca è Bloomberg, la cui agenzia oggi ha rilanciato la notizia.

A proposito di GS. Ricordate quando il vostro Cronicario vi ha raccontato della pregnante analisi della banca americana secondo la quale un prezzo più alto del petrolio fa bene all’economia? Bene oggi il Wsj dice la stessa cosa. Mi chiedo perché non limitarsi a leggere Goldman Sachs. Si fa prima e costa meno. Ma forse sarebbe poco cool.

A domani.