L’economia ai tempi dello Zero Lower Bound: Le quattro D dell’apocalisse

Nulla sarà più come prima, dicono in molti. Il 2008 ha segnato una cesura netta nelle nostre pratiche economiche e ci vorrà del tempo prima che la nuova normalità – il new normal, come viene chiamato – venga digerito dall’apparato teorico che sosteneva la vecchia normalità. Tutti i modelli che gli osservatori usano per descrivere la realtà dovranno essere sostanzialmente riscritti, tenendo conto di come la nostra società si cambiata in questi anni tormentati, anche e soprattutto in conseguenze della crisi.

La buona notizia è che i decisori iniziano a tenerne conto. In uno speech recente (“Debt, Demographics and the Distribution of Income: New challenges for monetary policy“) Gertjan Vlieghe, componente esterno dell’MPC della Bank of England individua in tre fattori i driver di questa mutazione, che non è esagerato definire epocale: il debito, la demografia e la distribuzione della ricchezza. Sono le tre D che hanno finito con l’invalidare il vecchio pensiero di un mondo dove l’economia veniva inquadrata in un percorso stabile di crescita, con il prodotto sempre più o meno vicino al suo livello potenziale, e dove le crisi altro non erano che deviazioni temporanee da questo percorso. Alla politica monetaria veniva affidato il compito di correggere queste deviazioni utilizzando gli strumenti consueti. Ed è proprio questa visione che è entrata in crisi: “Io credo – dice il nostro banchiere – che possa essere cambiata in maniera stabile la relazione fra crescita e tassi di interesse“.

Il nostro si è convinto che l’effetto della tre D sul contesto economico abbia finito col creare un ambiente dove “un certo livello di crescita possa coesistere con tassi di interesse sostanzialmente più bassi che in passato” e che “questo ambiente possa persistere per anni, se non per decenni”. D’altronde solo persone con scarso senso della realtà potrebbero trascurare la circostanza che ormai i debiti, pubblici e privati, sono diventati eterni, che l’andamento della demografia conduce a un progressivo invecchiamento della popolazione e che il combinato disposto sta producendo una costante crescita della disuguaglianza dei redditi. Il combinato delle tre D ci conduce alla quarta: il declino, ossia l’esito della nostra vicenda economica, che sostiene l’ipotesi della cosiddetta stagnazione secolare, che peraltro è stata teorizzata 80 anni fa.

Ciò avrà alcune conseguenze, a cominciare dal fatto che “l’economia potrebbe non tornare più al suo livello pre crisi di crescita e tassi di interesse”. Con la complicazione che i modelli economici tuttora usati per rappresentare la nostra realtà sostengono il contrario, per la semplice ragione che le tre D ancora non vengono contemplate.

Vi parrà assurdo, ma è così che va il mondo. Ciò che è ovvio deve essere digerito, assimilato e trasformato in analisi teoriche, quindi inglobato in strumenti predittivi (un modello) che trasformano l’ovvio in prassi. Il problema è che questo processo richiede anni, durante i quali persistiamo nell’analisi della realtà con strumenti errati e in cui il nostro dibattere pubblico, già naturalmente retorico, viene nutrito da interpretazioni viziate della realtà.

Sicché, scorrendo lo speech, leggo divertito che “il debito è importante” e che questa dichiarazione “ancora controversa un decennio fa” lo è molto meno adesso. Ecco l’ovvio irrompere nel pensiero economico tradizionale. “Abbiamo ampie evidenza che le famiglie e le imprese con alti livelli di debito riducono le spese più bruscamente degli altri quando il ciclo economico diventa avverso”. Ma davvero? Con l’aggiunta che tale evidenza microeconomica ha effetti macroeconomici: “Le recessioni seguite a un accumulo di debito sono più severe e durature di quelle senza”. Per rimediare a un eccesso di debito ci sono due strade che si possono seguire: una dolorosa ristrutturazione, rapida e spietata, o tenere i tassi bassi per fare in modo che, a parità di debito, l’incremento del reddito sia superiore e così la montagna piano piano di appiattisce. Si è scelta questa strada, è chiaro a tutti. Perciò i tassi dovranno rimanere bassi a lungo, come non si stancano di ripeterci i nostri banchieri centrali. La strada intrapresa, dice il nostro, funziona talmente bene che il debito del settore privato non finanziario britannico, salito dal 120% del Pil a 190% prima della crisi, ora è sceso addirittura al 160%. Osservo solo che ci sono voluti otto anni di tassi vicino a zero per abbattere il debito del 15%, mentre erano bastati un pugno di anni per farlo cresce quasi del 60%. Il che mi suggerisce che i debiti siano alquanto inelastici ai tassi bassi. Questi ultimi servono semmai a renderli sostenibili. Sorvolo, come d’altronde fa il nostro banchiere, su quanto sia cresciuto nel frattempo il debito pubblico.

La seconda D è ancora più divertente, per quanto è ovvia. “Come il debito, la demografia può avere un effetto di lungo termine sulla relazione fra crescita e tasso di interesse”, con l’aggravante che tale effetto può persistere anche più di quello dell’accumulo di debiti “visto che le transizioni demografiche persistono per decenni”. Il combinato disposto fra aumento della longevità e diminuzione della fertilità è ciò che sta guidando questa evoluzione, che abbiamo visto essere incerta non soltanto quanto agli esiti, ma anche relativamente alla sua stessa dimensione. Dal punto di vista che interessa al nostro relatore, ossia la relazione fra crescita e tasso di interesse, una popolazione più anziana, che vuol dire una crescita più lenta della popolazione in età di lavoro, implica che serve meno capitale e perciò investimenti più lenti che “finiscono ancora col fare abbassare i tassi di interesse“. Un modello sviluppato di recente, basato sui dati dei paesi del G7 a partire dal 1990 ha calcolato nell’1,5% il ribasso del tasso di interesse provocato dai cambiamenti demografici, con un altro 0,5% in meno potenziale di là da venire. E poi c’è il caso del Giappone, che il nostro banchiere giudica una sorta di avanguardia, visto che quello che è successo lì nell’ultimo ventennio sta accadendo adesso nel resto delle economie avanzate.

La terza D è probabilmente fra le più popolari oggidì: la distribuzione della ricchezza. Il nostro ammette che si tratta di di un argomento dove la congettura è prevalente, rispetto agli altri. E tuttavia accredita l’idea che così come “la politica monetaria ha effetti redistributivi“, anche la distribuzione della ricchezza possa avere effetti sulle politiche monetarie. Citando il solito Piketty e altri, il relatore osserva che la concentrazione della ricchezza sposta maggiore potere d’acquisto su chi ha meno propensione a spendere, con effetti intuitivi sui tassi di interesse. Se c’è maggior risparmio offerto calano i prezzi del denaro, lo scriveva già Smith nel XVIII secolo. Qualcuno più di recente ha calcolato che un aumento di due punti del livello di risparmio abbassa i tassi dello 0,5%.

Insomma: le tre D cospirano per tenere i tassi bassi o, che è lo stesso, per tenere la crescita bassa. Questa nuova normalità, che le banche centrali ormai stanno trasformando nella narrazione prevalente del nostro tempo, ha implicazioni di policy evidenti. La prima riguarda proprio le banche centrali, che nel new normal trovano la legittimazione teorica dei loro comportamenti non convenzionali. E poi per il resto di noi, che il nostro banchiere analizza con estrema accuratezza.

La prima sarà la rivoluzione dei modelli predittivi, ormai inadatti a interpretare la realtà, che sono sicuro lascerà indifferenti molti di voi, ma che però non dovrebbe, atteso che da quello che partoriscono i modelli scaturiscono molte decisioni politiche. Se continueremo a usare i vecchi modelli rischiamo di compiere gravi errori.

Ma ciò che conta è la visione sociale che tale mutazione portà con sé. “Non possiamo contare sul fatto che il futuro somiglierà al passato”, dice. “Dobbiamo essere preparati alla possibilità che i tassi di interesse reali rimangano sotto il livello storico per molto tempo, anche nel caso che la crescita torni anche poso sotto la sua media storica”. Ciò pone alle banche centrali, che sulla manovra dei tassi hanno costruito la loro fortuna politica, un grande problema di strumenti, visto che “l’acquisto di asset è un sostituto imperfetto del taglio dei tassi”.

Sarebbe tutto un problema da banchieri centrali se fosse tutto qua. In fondo a noi che importa se i tassi rimangono bassi a lungo? Anche qui, un supplemento di osservazione basta a comprendere che i tassi bassi a lungo implicano un cambiamento profondo del nostro agire economico. Detto in parole povere, con i tassi bassi a lungo termine cambiano prassi che si sono evolute nel corso dei secoli.

Le quattro D, agendo insieme, possono terremotare il nostro sistema economico. Sono i moderni cavalieri dell’apocalisse.

La prima puntata della serie

 

Ecco quanto pesa il rischio BRICS sulla crescita globale

Per la prima volta dagli anni ’80, quando esplose la crisi delle economie in via di sviluppo, molte fra le più grandi economie emergenti hanno visto rallentare la propria crescita per tre anni consecutivi. Questa evidenza è solo una fra le tante, contenute nel Global economic prospects pubblicato di recente dalla Banca Mondiale e dice tutto della preoccupazione che gli osservatori internazionali nutrono nei confronti degli andamenti dell’economia, le cui prospettive rimangono deboli e orientate al ribasso.

Un altro dato dice molto anche relativamente alla capacità che abbiamo di rendercene conto. La crescita globale stimata, nel 2015,  è stata del 2,4%, lo 0,4% in meno di quanto si fosse previsto a giugno del 2015. Segno che le decelerazione è stata imprevista e del tutto imprevedibile.

Se dal dato globale estraiamo quello relativo agli Emergenti, la stima della crescita per il 2015 si attesta a un +4,3%, ben al di sotto del 4.9% del 2014 e lo 0,4% in meno rispetto alle previsioni di giugno. Ciò vuol dire che gran parte del rallentamento globale nasce in questi paesi e si trasferisce per “simpatia” al resto del mondo.

E d’altronde sarebbe strano il contrario, vista la quantità e la qualità delle interconnessioni esistenti fra le economie internazionali. Ciò dovrebbe spiegare perché a ogni tremito in Cina, ma anche in Russia, Brasile o Sudafrica corrisponde una tremarella globale. La perfetta nemesi del colonialismo 2.0.

Se guardiamo alla tabella che riepiloga l’andamento globale della crescita nei diversi paesi, notiamo alcune cose. La prima è che fra i paesi ad alto reddito, ossia Stati Uniti, euro Area, Giappone, Regno Unito e Russia (dal luglio 2015 inserita in questa categoria di paesi), il rallentamento più marcato nelle previsioni di gennaio 2016 rispetto a quelle di giugno 2015 si osserva in Russia, seguita dal Giappone e poi dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. L’Eurozona è quella che al momento sembra la più stabile.

Se guardiamo agli emergenti, osserviamo che il disallineamento è assai più pronunciato e che fra i paesi asiatici il più evidente è quello della Cina, le cui prospettive peggiorano di anno in anno già dal 2015 rispetto a quanto previsto.

Ciò rende un interessante esercizio di osservazione porsi la domanda su come reagisca il mondo a un rallentamento peggiore del previsto di queste economie. O, per dirla con le parole della WB chi prenda una raffreddore ogni volta che i Grandi Emergenti starnutiscono. Come dato di contorno è utile ricordare che più del 40% dei poveri del mondo vive nei paesi emergenti, che poi sono quelli dove la crescita ha rallentato di più.

Per svolgere la sua simulazione la WB ha preso come riferimento i cinque BRICS, quindi Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, ossia le ex grandi speranze dell’Occidente che rappresentano una quota assai importante dell’economia globale, oltre che essere i leader delle economie emergenti. Dopodiché ha svolto alcune simulazione empiriche in virtù delle quali è arrivata alla considerazione che “un declino dell’1% nella crescita dei BRICS potrebbe ridurre la crescita nelle altre economie emergenti di circa lo 0,8% e la crescita globale di circa lo 0,4%”.

Tutto ciò mostra con chiarezza che ci sia “un sostanziale rischio di contagio” che dai BRICS si diffonde agli altri emergenti “con potenziali effetti avversi anche per le economie avanzate”, che si aggrava se sommato a quello di una crescita più lenta delle economie avanzate o di un aumento delle tensioni geopolitiche. Senza considerare che bisogna considerare come altamente incerte le proiezioni che provano a quotare le conseguenze dell’inversione del ciclo della politica monetaria americana.

Il mondo non è mai stato un posto sicuro. Oggi ancora di meno.

La scomparsa dei petrolieri fra i creditori internazionali

Guardo un grafico elaborato da RBS, che mostra l’andamento del conto corrente della bilancia dei pagamenti dei principali paesi, e mi convinco che la crisi del petrolio ha già avuto il suo esito più rilevante nella geopolitica del credito internazionale: i paesi esportatori di petrolio non figurano più, infatti, fra i grandi creditori internazionali. In sostanza, i prezzi declinanti hanno finito con l’erodere la loro posizione netta corrente e questa situazione, qualora dovesse perdurare, non mancherà di avere conseguenze sulla loro stabilità finanziaria. Il caso dell’Arabia Saudita, finita di recente nel mirino della solite agenzie di rating e del Fmi, è assai rappresentativo.

Che questo fatto abbia una valenza storica lo si può osservare guardando il fenomeno in una prospettiva più ampia. Un altro grafico, che mostra l’andamento degli squilibri globali dal 1980, evidenzia infatti con chiarezza che una situazione del genere si era verificata solo nella prima metà degli anni ’80, perdurando per quasi tutti i ’90. All’inizio del XXI secolo i petrolieri tornano a figurare stabilmente fra i grandi creditori e vi appaiono fino al 2014, per l’ultimo anno. Oggi nel club dei grandi creditori sono rimasti sostanzialmente in tre: la Cina, la Germania, che vede crescere la sua posizione nel 2015, e il Giappone, che la migliora rispetto al 2014, ma è certo ben lontano dalla capienza degli anni ’80 e dei primi ’90.

A fronte di questa posizione creditoria, nel 2015 ci sono due grandi debitori, ossia gli Usa, il cui deficit di conto corrente viaggia stabilmente intorno ai 500 miliardi di dollari, e il Regno Unito, che ne aggiunge oltre un altro centinaio. Il resto del deficit se lo dividono altri paesi.

Poiché il conto corrente misura sostanzialmente la differenza fra quanto un paese incassa dall’estero e quanto spende all’estero nel corso di un anno, questa situazione implica che il buon funzionamento del sistema dipende sostanzialmente dalla volontà dei creditori internazionali di sostenere il deficit dei debitori. L’uscita di scena dei petrolieri, che sono tutti paesi emergenti più o meno problematici, complica perciò il riaggiustamento globale.

Poiché gli attivi tedeschi coincidono sostanzialmente con quelli dell’Ue, ci troviamo di fronte a una situazione in cui un blocco euro-asiatico è diventato il principale creditore di un blocco euro-atlantico. Se volessimo scomodare la storia, si potrebbe osservare la curiosità di un mondo in cui i vincitori dell’ultima guerra si sono trovati grossomodo ad essere debitori di chi l’ha persa. Ma a ben vedere è una situazione che, tra alti e bassi, si trascina dalla fine degli anni ’50 e che dai primi anni ’80 è divenuta sostanzialmente sistemica, essendo correlata al (non) funzionamento del sistema monetario internazionale. A parte un breve intervallo a fine anni ’80, infatti, gli Usa sono sempre stati debitori netti.

La questione è se la geopolitica dei saldi correnti finirà con l’avere effetti sugli equilibri internazionali, e quindi monetari e politici, oppure no. E molto dipenderà dalle decisioni che matureranno in Asia, visto che circa il 40% del debito pubblico americano è collocato all’estero e in gran parte proprio fra Cina e Giappone.

Bisognerà vedere, in sostanza, se sarà il Fmi a guida americana a svolgere il ruolo di grande stanza di compensazione degli squilibri, come pare si stia attrezzando a fare, oppure se nascerà davvero un asse fra Europa e Asia per costringere il Grande Debitore a mettere ordine nel sistema monetario utilizzando altri strumenti.

Per adesso una cosa sembra certa: finché il Grande Gioco si reggerà in piedi nessuno lo metterà in discussione. E i petrolieri?

Si arrangino.

Le metamorfosi dell’economia: Il travisamento del lavoro

Cos’è il lavoro, mi chiedo, mentre sfoglio analisi preoccupate sull’evoluzione di questa peculiare espressione dell’agire umano, che ipotizzano un mondo segnato da una crescente disoccupazione tecnologica. Poiché ho imparato che le domande semplici nascondono sovente vicende complesse, ho deciso di cercare una risposta saggiando quella comune, che vado a ripescarmi nel volume dedicato all’economia dall’enciclopedia universale Garzanti aggiornato a una decina di anni fa. Mi sembra il modo più semplice per comprendere come la vulgata definisca il lavoro.

Qui leggo che il lavoro è “attività umana volta alla trasformazione e all’adattamento delle risorse naturali, allo scopo di produrre beni e servizi che soddisfino bisogni individuali e collettivi”. “Oltre a presupporre un’interazione fra uomo e natura, l’attività lavorativa è per eccellenza sociale: essa, cioè, mette normalmente l’uomo che la esegue in rapporto con altri uomini (..)le modalità di prestazione del lavoro e della sua remunerazione hanno caratterizzato le grandi fasi dello sviluppo sociale ed economico (..) la moderna organizzazione capitalistica della produzione comprende un mercato del lavoro ed elaborati meccanismi di determinazione dei salari (..) che assegnano un ruolo alle organizzazioni sindacali”.

Quindi il lavoro ha a che fare con la produzione di qualcosa e presuppone una interazione a livello individuale con la natura e a livello sociale con un altro soggetto, che nel tempo moderno ha generato un mercato e una burocrazia. In sostanza, quando andiamo a lavorare svolgiamo un’attività per qualcuno che ce l’ha commissionata e in cambio della quale riceviamo una retribuzione più o meno istituzionalizzata. Al di fuori di questo schema ormai consolidato non esiste lavoro. Chi non partecipa a questo schema è disoccupato.

Fin qui siamo nella conoscenza comune. Che però solleva nuove questioni. Se il lavoro è “attività umana volta alla trasformazione e all’adattamento delle risorse naturali, allo scopo di produrre beni e servizi che soddisfino bisogni individuali e collettivi”, ciò vorrebbe dire che il lavoro, con tutto ciò che ne consegue, è sempre esistito. La storia invece ci dice che non è così. Ossia, l’uomo ha sempre svolto attività al fine di soddisfare bisogni, ma queste attività sono diventate un lavoro, nel senso per noi comune, solo da pochi secoli. Basterebbe rileggere anche solo La Grande Trasformazione di Polanyi per ricordarlo.

L’importanza del lavoro risalta con piena evidenza nell’opera di Adam Smith, che nel libro primo, al capitolo V, della Ricchezza delle nazioni scrisse che “uno è ricco o povero secondo la quantità di lavoro di cui può disporre o che è in grado di acquistare (..) il valore di ogni merce è dunque uguale alla quantità di lavoro che le consente di avere a disposizione. Il lavoro è quindi la misura reale del valore di scambio di tutte le merci”. Riecheggiando così ciò che aveva scritto qualche tempo prima un altro filosofo, David Hume, nel suo trattato Of commerce: “Tutto al mondo è acquistato col lavoro”. Sempre Smith, nel libro secondo al capitolo terzo inaugurò la celebre distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo che per secoli ha dato lavoro agli economisti e ancora oggi segna il nostro dibattito pubblico, collegando il primo all’agricoltura e all’industria e il secondo sostanzialmente ai servizi.

Senonché, le affermazioni di Smith sono quantomeno di seconda mano, se non di terza o quarta. La radice della teoria del lavoro come costituente del valore, infatti risale almeno a un secolo prima. Il primo a “valorizzare” il lavoro, nella sua capacità di trasformare la natura e quindi creare reddito rendendola più di ciò che è fu probabilmente William Petty, l’inventore dell’aritmetica politica. Ma fu un altro filosofo ancora che formulò il principio del valore del lavoro. Un filosofo che ha avuto una notevole quanto misconosciuta influenza sullo sviluppo dell’economia politica sebbene solo di rado venga considerato un economista: John Locke.

Locke parlò ampiamente dell’importanza del lavoro non perché fosse interessato alla costruzione di una teoria del valore, ma perché cercava un fondamento per l’autentico caposaldo della nascente economia capitalista: la proprietà privata. Locke sta alla proprietà privata come Cartesio sta alla metafisica del soggetto. Quest’ultimo dedusse l’Io dal Cogito ergo sum. Locke dedusse la proprietà privata (mIo) dall’Io.

Nel suo Secondo Trattato sul governo, pubblicato anonimo nel 1690, Locke scrisse che “Dio ha dato la terra ai figli degli uomini, l’ha data in comune a tutta l’umanità”, quindi nessuno potrebbe o dovrebbe rivendicarne i frutti. E tuttavia tale principio “divino” deve essere contemperato con un altro principio di altrettanto peso: “Ciascuno ha tuttavia la proprietà della sua persona: su questa nessuno ha diritto alcuno all’infuori di lui”. E’ evidente la derivazione cartesiana.

Il combinato disposto fra i due principi, conduce alla conclusione che “il lavoro del suo corpo e l’opera delle sue mani, possiamo dire, sono propriamente suoi”. Quindi l’essere proprietari di sé conduce alla proprietà di ciò che da sé si produce. “Qualunque cosa dunque egli tolga dallo stato in cui natura l’ha creata e lasciata, a essa incorpora il suo lavoro e vi intesse qualcosa che gli appartiene, e con ciò se l’appropria, tale lavoro essendo infatti indiscutibile proprietà del lavoratore, nessun altro che lui può aver diritto a ciò cui esso è stato incorporato”. In sostanza, il passaggio dal comunismo originario all’individualismo proprietario è una conseguenza del lavoro dell’uomo. E ciò spiega perché si arrivò fatalmente alle teorie di Smith e, più tardi, a quelle di Marx che, rimuovendo l’individualismo proprietario altro non ambiva che tornare al comunismo originario per il tramite dello stato, ossia l’Unico Proprietario che sostituisce Dio nel dispensare i suoi beni comuni. Non a caso la teoria del valore/lavoro è tanto centrale in Marx.

Il lavoro perciò è stato lo strumento filosofico sul quale è stato costruito il principio della proprietà privata. E questo è stato il suo primo travisamento. Se è ovvio che tutto ciò che io compio proviene da me, ciò non implica che tutto ciò che da me proviene sia di mia proprietà. Sennò dovremmo essere proprietari dei nostri figli, per fare un esempio. O di qualunque cosa sulla quale apportiamo un cambiamento, il che oltre ad essere assurdo è anche impossibile. E’ chiaro che Locke aveva uno scopo politico, quando scrisse il Trattato, che qui non serve rilevare. Basterà osservare che col suo scritto interpretava uno spirito emergente nel suo tempo, quello che sosteneva la nascente classe dei nuovi proprietari. Non a caso il ragionamento sul lavoro è inserito in un trattato di politica.

Il secondo travisamento è visibile già nella definizione della nostra garzantina, che dopo questa pur breve ricognizione ha assunto ben altro spessore, laddove afferma che il lavoro deve “produrre beni e servizi che soddisfino bisogni individuali e collettivi”. Il collegamento del lavoro all’attività produttiva è il fondamento della sua organizzazione nel sistema datore di lavoro-lavoratore che siamo abituati a frequentare.

Il problema di questo travisamento non è che sia fonte d’errore, ma che sia incompleto. Definire lavoro solo ciò che produce sostanzialmente reddito taglia fuori dalla categoria del lavoro una parte rilevante delle attività umane che producono un beneficio che la categoria del reddito non riesce a catturare. E questo scritto ne è la prova evidente. Ciò che io scrivo soddisfa sicuramente un bisogno, almeno il mio e forse di qualcuno di voi, e produce sicuramente qualcosa: delle parole e, spero un po’ di conoscenza. Quindi stando alla mia garzantina starei lavorando. Ma ciò che io produco non esprime alcun valore di scambio: nessuno mi dà, nel senso definito da Smith, in cambio altro lavoro sotto la forma di altri beni. Rimane il fatto che questa attività è spiccatamente sociale, come vuole l’enciclopedia, mentre rimane insoddisfatto l’altro requisito fondamentale del lavoro come lo intendiamo: la remunerazione.

Su questo punto, che poi è il punto centrale sul quale si è costruito il conflitto sociale negli  ultimi trecento anni, purtroppo i classici hanno poco da dirci, com’è normale che sia: ai loro tempi, come d’altronde ai nostri, era del tutto ovvio collegare un lavoro a una retribuzione, e aspettarsi che la relazione si svolgesse fra due soggetti necessariamente antagonisti: il lavoratore e il datore di lavoro, originando quel conflitto fra lavoro e capitale che ha segnato la storia dell’economia. Da una parte il lavoratore che, evocando Locke e i tantissimi dopo di lui, rivendicava la proprietà di ciò che aveva prodotto. Dall’altra il capitalista che, evocando anche lui Locke, in quanto titolare del capitale, ossia di ciò che primariamente aveva creato col suo lavoro, rivendicava una quota del prodotto di tale lavoro. Per questo l’economia è diventata una lotta fra individui proprietari che si contendono fette di ricchezza. Una guerra costante. Il che sicuramente è un fatto reale. Ma non è tutta la realtà.

Se volessimo riportare il lavoro al suo significato più profondo, dovremmo dire che è lavoro tutto ciò di utile che qualcuno fa per qualcun altro, visto che è la relazione, e non la remunerazione, che connota questa attività. O almeno dovrebbe. In un suo vecchio libro, L’invenzione dell’economia, Serge Latouche ricorda che ai tempi dei romani era uso fra i ceti altolocati svolgere attività liberali, l’avvocatura o la medicina, senza per questo chiedere una remunerazione, che sarebbe stata ritenuta cosa disdicevole. Lo facevano per passatempo, diremmo noi oggi. Ma è evidente che non è così. Per quelle persone lavorare, quindi spendere il loro tempo per gli altri, ossia la risorsa più preziosa, era considerato un dovere sociale, oltre che un piacere personale. Un po’ come è per me scrivere queste cose.

Ciò che dovremmo proporci quindi, è recuperare lo spirito del dovere sociale del lavoro, ossia la consapevolezza che, vivendo in società, occorre fare qualcosa per gli altri, e scavalcare il problema della retribuzione allargando lo schema che siamo abituati a frequentare. Trasformare il dualismo datore di lavoro-lavoratore, che è solo una delle modalità in cui il lavoro si può esprimere, in una relazione più complessa che consenta di separare la prestazione dalla retribuzione.

Detto in parole povere: il lavoro, così come lo abbiamo definito, deve essere retribuito con un qualche potere d’acquisto, perché solo così chi lo esprime può vivere. Ma non è detto che debba essere retribuito da chi comanda il lavoro, per usare la terminologia di Smith, o da chi ne beneficia. Ciò parrà astratto, ma in realtà è molto concreto.

Facciamo qualche esempio. Se io vendo otto ore al giorno del mio tempo a un’impresa che produce barattoli e che mi paga per attaccarvi sopra etichette, il mio salario pagherà il mio tempo e l’impresa sarà proprietaria dei barattoli etichettati. Quindi io faccio qualcosa per un imprenditore che in cambio mi dà del denaro. La narrazione di Locke e dei trecento anni dopo si esaurisce in un fatto sindacale di natura contrattuale.

Se io vendo otto ore al giorno del mio tempo per insegnare a scuola, il beneficiario della mia attività – lo studente – non è lo stesso che mi paga lo stipendio. E questo spiega bene la differenza fra la produzione di un bene per un privato e quella di un servizio pubblico per lo stato. Entrambi oggi (ieri non era così) hanno diritto di cittadinanza nel nostro tempo. Quindi è evidente che il concetto di lavoro con l’invenzione dei servizi pubblici si è evoluto dalla visione smithiana.

Quel che dobbiamo chiederci è se, oltre a queste due, esista un’altra modalità di lavoro che si può immaginare conduca ancora più avanti lo schema già inaugurato dai servizi pubblici. Dove quindi la separazione fra soggetti della prestazione ed erogatore della remunerazione sia ancora più divaricata. Se io passo il mio tempo ad aiutare le vecchiette ad attraversare la strada, farò del bene a un sacco di persone ma nessuno mi pagherà alcunché. Eppure pochi dubiterebbero che faccio un’attività benemerita. Se io passo le mie giornata a dipingere quadri o a coltivare petunie che regalo ai passanti, attività che i classici avrebbero giudicato forse utili, ma di sicuro improduttive e che nessuno mi ha commissionato, ho diritto a essere chiamato lavoratore, e quindi retribuito, oppure no?

Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo farcene altre: che tipo di società vogliamo essere? Quest’epoca straordinaria che siamo chiamati a vivere dovrà essere ricordata come quella in cui le macchine hanno definitivamente distrutto il lavoratore, e quindi il lavoro, o quella in cui finalmente il lavoro riscopre, innovandolo, il suo significato?

Ci hanno ripetuto per decenni che il lavoro è un diritto (dimenticando che è anche un dovere) e che bisogna tendere alla piena occupazione. Ma questo significa che chiunque faccia qualcosa di utile per gli altri ha il diritto di farlo e di essere retribuito, oppure solo che dobbiamo avere un datore di lavoro che compri il nostro tempo? Possiamo immaginare (e sostenere economicamente) una società che remuneri chi compie qualcosa di utile per gli altri mettendo tale principio alla base del suo funzionamento?

Chiedersi che tipo di società vogliamo costruire, oggi che viviamo una straordinaria età dell’abbondanza, come ci ricorda in un libro recente Nicola Costantino (Abbondanza, per tutti) è il primo dovere di ognuno di noi. Abbiamo i mezzi e la possibile di restituire al lavoro la sua dignità e la sua importanza, ossia remunerandolo e ricordando la sua vocazione sociale, quale strumento di realizzazione personale e bene comune. Il problema è che dobbiamo evolvere il nostro paradigma economico e ampliare il concetto di lavoro che siamo abituati a frequentare. Esattamente come fece Locke più di trecento anni fa. Trecento anni dovrebbero essere un tempo sufficiente per pensare di cambiare.

Non è poi così difficile immaginare come.

(10/segue)

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I pensionati pubblici italiani e i tormenti della previdenza

La rappresentazione migliore della tormentata gestione statale della previdenza dei suoi dipendenti è in una cifra: la differenza fra le entrate ordinarie da contributi che arrivano dai lavoratori e la spesa per prestazioni che ho tratto da un recente analisi della Ragioneria dello Stato.

Qui leggo che nel 2014 il totale netto della spesa per le prestazioni pensionistiche degli ex dipendenti pubblici è stato di 65,45 miliardi di euro. Ciò a fronte di entrate ordinarie per soli 37,9 miliardi, un po’ più della metà. Ciò vuol dire che i contributi di chi lavora nel pubblico bastano appena a pagare la pensione a poco più della metà dei pensionati pubblici.

I contributi dei lavoratori vengono integrati da ulteriori entrate. Quelle derivanti dall’applicazione della legge 335 del ’95, ossia la cosiddetta riforma Dini, che nel 2014 valevano 10,8 miliardi, poi i trasferimenti dello Stato e di altri enti del settore pubblico, ossia la quota di contributi a carico del datore di lavoro, ossia lo Stato, degli altri enti e dei contributi capitali, che, sempre nel 2014, pesava circa 11 miliardi. Al lordo dei riscatti e delle ricongiunzioni, che pesano un paio di centinaia di milioni, il totale delle entrate è di circa 60 miliardi. Ciò vuol dire che la previdenza del pubblico impiego è in perdita di per oltre cinque miliardi, che devono essere pescati nella fiscalità generale.

Per scoprire l’origine del buco, dobbiamo andare a vedere le singole gestioni. Qui si nota che il grosso del deficit, pari a 5,357 miliardi, deriva dalla gestione della CPDEL, ossia la cassa dei dipendenti degli enti locali, e poi, per 225 milioni, dalla CPS, ossia la cassa dei sanitari. La gestione degli statali, la CTPS, chiude in pareggio.

Tale circostanza si deve al fatto che con la finanziaria 2012, dopo che l’Inpdad è confluito nell’Inps, sono cambiate le regole contabili. Tale effetto è visibile nella quota di trasferimenti garantiti dallo Stato a integrazione delle entrate ordinarie. Fino al 2011, infatti, ammontavano a poche centinaia di milioni. A partire dal 2012, però, crescono sensibilmente: dai 6,9 miliardi (a valore corrente) del 2012, agli 8,5 del 2013 e agli 11,235 del 2014. Il grosso di queste cifre è stato conferito alla gestione CTPS, che, di conseguenza, chiude in pareggio.

Se guardiamo ai dati di tendenza, osserviamo che in relazione al Pil la spesa per la previdenza dei dipendenti pubblici è cresciuta pressoché costantemente dal 1999, quando pesava il 3,14% del prodotto, per arrivare dopo 15 anni al 4,06%. Segno evidente di un andamento crescente nel tempo della spesa pensionistica pubblica. Lo dimostra il fatto che nel 1999 il deficit fra spesa totale e entrate totali era di poco superiore al miliardo. Nel 2014 è quintuplicato.

Un altro effetto della nostra imprevidenza pubblica.

I soldi facili distruggono la crescita

Sicché viviamo nel paradosso di un tempo affamato di denaro che si ammala in ragione direttamente proporzionale alla quantità che riesce a ingurgitarne. L’inflazione è bassa? Immettiamo denaro. La disoccupazione è alta? Immettiamo denaro. La crescita non riparte? Immettiamo denaro. Il credito è basso? Immettiamo denaro. Non riuscendo a pensare ad altro, ci infliggiamo nuovi ricostituenti a base di denaro, che però finiscono col minare ancor di più il nostro organismo. Sennò non si spiegherebbe perché l’economia rimane debole e volatile.

Questa singolarità non lascia indifferenti i più accorti che, seguendo chissà quanto consapevolmente le impronte dei nostri padri, sono arrivati alla conclusione – una fra le tante che potevamo aspettarci – che i soldi facili, che tecnicamente si chiamano boom creditizi, hanno un effetto deleterio sulla produttività del lavoro. Quindi erodono uno dei capisaldi del nostro modo di produzione della ricchezza fin dai tempi di Adam Smith.

Questo approfondimento si deve a un paper della Bis  (“Labour reallocation and productivity dynamics: financial causes, real consequences“) che sviluppa una questione già esaminata nell’ultima relazione annuale, evidentemente meritevole di ulteriori analisi. Per svolgerla è stato considerato un panel di venti economie nell’arco di tempo di un quarantennio.

Il punto è che i boom creditizi spingono a investire nei settori meno produttivi, come ad esempio quello delle costruzioni, a danno di quelli dove la produttività è più alta, come il manifatturiero. Con l’aggravante che il miraggio degli arricchimenti facili incoraggia le persone più dotate verso il settore finanziario, che non si segnala certo per una produttività consistente.

Per di più, dopo che il boom diventa un burst, l’errata allocazione delle risorse nei settori meno dinamici produce effetti prociclici, ossia genera perdite di prodotto, e quindi disoccupazione, assai più elevati rispetto a quanto sarebbe accaduto qualora le risorse fossero state allocate in maniera più efficiente. Tali effetti, viene notato, sono più pronunciati nelle economie avanzate.

“La produttività aggregata rallenta durante il boom creditizio – spiega il paper – innanzitutto perché l’occupazione si espande più rapidamente nel settore delle costruzioni, che strutturalmente incorpora una crescita bassa della produttività, mentre l’occupazione si espande poi lentamente o si contrae nel settore manifatturiero che, al contrario, è strutturalmente ad alta produttività”. Detto in soldoni, tale spostamento di risorse dai settori produttivi a quelli meno produttivi vale circa i due terzi del calo di produttività che si registra durante una fase di boom creditizio.

Ma cosa accade quando la bonanza creditizia finisce? “La media di perdite di produttività per anno nei cinque anni successivi a una crisi è più del doppio di quelle registrate durante il boom: circa mezzo punto percentuale l’anno”.

L’esempio esaminato nel paper è quello della crisi vissuta nel 2007 da Spagna e Irlanda, dove il credit boom si è associato a una rapida crescita dell’occupazione nelle costruzioni e nei servizi di real estate a spese del manifatturiero. “Una volta che il boom è diventato un burst – sottolineano – le economie sono andate verso una dolorosa fase di riequilibrio, per di più con un sistema finanziario danneggiato che forse ha reso ancor più compilcato il processo. In tal senso la riallocazione delle risorse durante il boom è stata chiaramente una cattiva allocazione”.

Provo a sintetizzare: i boom finanziari creano le premesse per dolorosi aggiustamenti, amplificando le conseguenze, una volta che si esauriscono, degli errori commessi durante l’euforia. A farne le spese è la produttività del lavoro, ossia ciò che dovrebbe determinare la ricchezza di una collettività e che, indirettamente, genera effetti sull’occupazione e sul livello dei salari. Ciò fino al punto di provocare una stagnazione che, nello schema esaminato, può durare fino a otto anni.

Le conclusioni del paper offrono ulteriori motivi di riflessione. L’ipotesi di scuola, secondo la quale il rischio di una stagnazione secolare dipenda, nel caso degli Usa, da una deficit di domanda globale già visibile prima della crisi, potrebbe essere sostituita da quella secondo la quale la stagnazione dipende invece dal grande boom creditizio vissuto negli Usa prima della crisi del 2007. Per dirla con le parole della Bis: “La crescita deludente degli Usa prima della crisi, nonostante un grande boom finanziario, può dipendere in parte proprio dal boom”. E poi c’è un altro punto importante: l’analisi microeconomica, ossia l’esame della composizione dei settori produttivi, dice molto di più di quella macroeconomica che tiene l’attenzione sugli aggregati, e in particolare sulla domanda.

Infine, una considerazione che sicuramente appassionerà gli economisti, che ne dibattono da sempre: “Se una politica monetaria allentata contribuisce ai boom creditizi e questi boom hanno effetti di lungo termine sulla produttività, compresi quelli di riallocazione delle risorse, una volta che arriva il bust, allora non è ragionevole pensare alla moneta come un elemento neutrale, nel lungo termine”.

Come indicazione sul futuro, è bene sapere che “i boom e i bust legati a una crisi hanno avuto una durata di 16-20 anni” e i risultati dello studio confermano che le “cattive allocazioni delle risorse richiedono tempo per svilupparsi e persistono a lungo”. Né bisogna sorprendersi, sottolineano, se “la politica monetaria si rivela poco efficace a correggere gli effetti dei bust”. E non solo perché la sua efficacia è limitata dal livello di indebitamento, solitamente elevato dopo un boom creditizio, ma anche perché “la politica monetaria allentata è uno strumento spuntato per correggere la cattiva allocazione delle risorse che si è sviluppata durante la precedente espansione, oltre ad essere stata, in primo luogo, un fattore che vi ha contribuito”.

Ve la faccio semplice: i soldi facili provocano danni, che poi si pensa di risolvere con altri soldi facili. Con la conseguenza che i soldi fanno soldi, favorendo la concentrazione della ricchezza.

Over and over again.

Il mondo ha 877 miliardi di problemi con la Cina

Molto più dei 119 miliardi di prestiti che la Cina ha visto evaporare fra il luglio e il settembre scorsi, a tenere il resto del mondo con il fiato sospeso sono gli 877 miliardi che alla firme del terzo trimestre, sempre il resto del mondo, le aveva prestato e che chissà cosa ne stia stato in queste ore tormentate. La Bis, che ha rilasciato di recente le statistiche sul terzo trimestre 2015, non ce lo dice. Dovremo aspettare la primavera per saperlo.

Ma intanto i boatos che arrivano dal mercato lasciano immaginare che i deflussi di capitale dalla Cina proseguano, confermando che i timori del resto del  mondo, alimentati da quelli che il Fmi ha espresso nel suo recente update del suo world economic outlook, sono ben lungi dal placarsi e anzi si infittiscono.

Non che me ne stupisca. Da tre anni questo blog scrive della Cina e della sua straordinaria fragilità, tanto che oggi rimarcarla mi pare più opera da maramaldi che da onesti osservatori. La Cina è un gigante di carta, pieno di debiti e con un sistema bancario vulnerabile, che si regge in piedi grazie a un sistema dispotico-capitalista e un livello esagerato di investimenti pubblici, che oggi prova a entrare nel grande gioco della finanza internazionale non si capisce bene se perché costretta dagli eventi o per pure vanità.

Ciò che oggi vale osservare è come adesso il mondo guardi alla Cina, e il migliore modo per farlo, in un’epoca che tutto misura col metro del denaro, è seguire i soldi, alla vecchia maniera. Per questo le statistiche della Bis sono un utile strumento.

Il dato generale, che racconta molto più della quantità che esprime, è che nel terzo trimestre 2015 i prestiti internazionali alla Cina segnavano un calo del 17% rispetto al terzo trimestre del 2014, quando superavano il trilione, segnando il livello più basso degli ultimi due anni. I grafici, che mostrano l’andamento di tali prestiti dal 2011, ci dicono almeno due cose utili da sottolineare.

La prima è che il livello di prestiti collazionati dai cinesi al terzo trimestre 2015 è più o meno al livello di fine 2013, ma ben al di sopra del livello di fine 2010, quando stavano ben al di sotto i 500 miliardi di dollari. Quindi, per farla semplice, malgrado il calo del 17% rispetto a fine 2014, i prestiti ai cinesi sono ancora quasi il doppio di quanti non fossero appena tre anni fa, quando la moda di prestare soldi alla Cina divenne pandemica.

La seconda evidenza è che tale moda ha interessato solo la Cina, e non gli altri paesi emergenti osservati nel campione. I prestiti concessi a Brasile, India, Russia e Sudafrica sono rimasti sostanzialmente stabili. E’ stata la crescita di esposizione verso cinese che ha portato la montagna di prestiti ai Brics a superare 1,5 trilioni a fine 2014. O, per dirla in altro modo, l’esposizione delle banche ai paesi emergenti, che adesso preoccupa gli osservatori, è stata sostanzialmente in fenomeno cinese.

Perciò comprenderete perché non sono tanto i deflussi registrati sino a fine 2015 che oggi preoccupano, ma quelli che potrebbero innescarsi se continua ancora la fuga dall’est di questi ultimi mesi. Molti diranno che la Cina è perfettamente in grado di supplire con le sue riserve a un improvviso diradarsi dei capitali esteri. Il che è probabile. Ma dimenticano che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.

Un mare di dollari.

I petrolieri (Usa) e le banche (arabe) iniziano a farsi male

Il ribasso petrolifero sta spiegando per ogni dove i suoi effetti, costringendo pletore di calcolatori in forma umana a rivedere stime e proiezioni. Tutto ciò origina un diluvio di messaggi, ora di allarme, ora rassicuranti, che finiscono con l’alimentare l’assordante rumore di fondo delle nostre giornate. A fine serata ci ritiriamo stanchi, ancora incerti, indecisi se pensare che comunque il calo petrolifero è cosa buona, oppure il contrario. E tosto arriviamo alla conclusione che è vera l’una come l’altra ipotesi. Il calo petrolifero è una buona cosa, almeno quanto non lo è.

Così aspettiamo l’indomani, scrutando perplessi i corsi di borsa, ai quali abbiamo affidato le nostre misere fortune, di nuovo indecisi se augurarci ulteriori ribassi dell’oro nero oppure no. Dall’altra parte dello schermo, i Grandi Giocatori, quindi gli stati e i mercati, iniziano a farsi due conti e appiccicano cerotti sulle ferite aperte nell’immaginifica costruzione economica che hanno edificato con la complicità di noi tutti. Ma dietro ai cerotti s’intravedono faglie sempre più numerose, che diventano punti di rottura probabili, e quindi destinati a incrementare quell’incertezza che ha segnato l’esordio dell’anno nuovo e che sta terremotando i mercati.

La prima increspatura la intravedo in una notizia diffusa dalla Fed di Cleveland qualche giorno fa. In un lungo post pubblicato sul sito della succursale della banca centrale leggo che il calo dei prezzi petroliferi ha provocato il sostanziale congelamento delle esplorazioni degli ampi territori denominati Marcellus e Utica, che si estendono nella zona nord est degli Usa ed erano diventati una sorte di terra promessa dello shale oil. Fra il gennaio 2013 e il gennaio 2015 lo shale aveva consentito un aumento di estrazione di gas e petrolio del 35,7 e del 12,8%. Poi, da febbraio dell’anno scorso, il numero degli impianti ha iniziato il suo declino e ormai si è ridotto della metà, rispetto al picco raggiunto a dicembre 2014. Ciò in larga parte dipende dal ribasso dei prezzi del petrolio, visto che le produzioni shale ai prezzi attuali sono totalmente fuori mercato.

Ne consegue che mentre i ribassi favoriscono i consumatori e le industrie ad alta intensità energetica, mettono in grande difficoltà le compagnie di shale, peraltro pesantemente indebitate, che hanno iniziato a licenziare e a chiudere i battenti. Ciò ha effetti di contagio anche sui produttori di acciaio, già in sovrapproduzione in tutto il mondo, che sono grandi fornitori di queste aziende, e adesso si trovano ancora più in eccesso di produzione. Così sono costretti anche loro a tagliare. Il risultato è stato che la produzione di acciaio è diminuita dell’11,5% fra il terzo trimestre 2014 e il terzo trimestre 2015. Non ancora al livello della Grande Recessione del 2008, ma ci siamo vicini. I dolori delle compagnie petrolifere americane d’avanguardia, che avrebbero dovuto guidare la riscossa Usa verso l’indipendenza energetica, è un leit motiv ormai ricorrente già dal 2015 e del quale ancora si ignorano gli effetti sull’infrastruttura finanziaria.

La seconda increspature, che inizia a somigliare a una crepa, la intravedo dall’altra parte nel mondo, che poi in fondo è il secondo grande protagonista, dopo gli Usa, del braccio di ferro che si sta giocando sul petrolio: l’Arabia Saudita. Come molti altri paesi emergenti, l’Arabia deve fare i conti con il costo enorme provocato dai minori incassi petroliferi e dopo un anno si iniziano a intravedere le conseguenze. Il primo a patirle è il settore bancario, che appare sempre meno in salute.

Un report di S&P diffuso di recente solleva pesanti interrogativi sullo stato di salute delle banche saudite. “Il 2016 – scrivono gli analisti – sarà un anno difficile” e anche il prossimo è previsto complicato se i prezzi non torneranno a livelli sostenibili. Per comprendere perché l’Arabia rischi grosso col calo petrolifero, basta solo ricordare alcuni dati diffusi di recente da Bankitalia in uno studio che abbiamo già illustrato. Qui si osserva che il 75,6% delle entrate fiscali saudite dipendono dal petrolio, che pesa oltre l’84% delle esportazioni. Il break even ottimale per tenere in equilibrio questa macchina viene calcolato in 98 dollari al barile, ossia più del triplo delle quotazioni attuali.

Se tenete presente questi dati comprenderete perché S&P tema per la salute delle banche, finora in ottima salute, che adesso sono chiamate a sostenere buona parte dello stress fiscale al quale saranno sottoposti il governo e l’economia. I tassi di interesse locali sono già in crescita, alcuni settori come quello delle costruzioni sono in difficoltà – molti contractor stanno ritardando i pagamenti – e la liquidità inizia a mancare. “Stimiamo che la crescita del credito si ridurrà – scrivono ancora – data la forte correlazione fra prezzi del petrolio e spesa del governo”. Ciò in quanto “il forte calo del prezzo del petrolio e il conseguente impatto sul saldo di bilancio saudita si indebolirà le condizioni operative per il settore bancario. Ci aspettiamo che la redditività delle banche diminuirà nel 2016, a causa della crescita del credito più bassa combinata con un aumento dei costi di finanziamento e delle perdite su crediti”.

Tale situazione aggiunge complessità a un quadro generale molto difficile. Lo scorso 30 ottobre, sempre S&P aveva deciso di abbassare il rating sull’Arabia, mantenendo l’outlook negativo, dopo aver osservato che il paese rischiava di vedere esplodere il suo deficit fiscale al 16% del Pil nel 2015 dall’1,5% del 2014. Tale deficit, a prezzi petroliferi invariati, era previsto al 10% quest’anno e ancora al 5% nel 2018. E all’epoca dell’emissione del rating il petrolio era quotato a 49 dollari e S&P prevedeva un livello medio di 63 fino al 2018. Come sovente accade, la realtà si è incaricata di smentire i previsori.

Nel senso che va molto peggio.

 

Le metamorfosi dell’economia: Il Totem della disuguaglianza

Fra i numerosi libri di J.M.Keynes, che tutti citano e pochi leggono, ce n’è uno che racchiude in nuce tutto ciò che era e sarebbe stato l’economista inglese, scritto poco più che trentenne: Le conseguenze economiche della pace. Tutti sanno che fu uno straordinario successo editoriale, pubblicato nel 1919 al termine del negoziato che fissava i termini delle riparazioni tedesche per la prima guerra mondiale, grazie anche allo splendido titolo che lo stesso Keynes riciclò nel celebre articolo Le conseguenze economiche di Winston Churchill, quando trattò del ritorno inglese al gold standard. Ebbe anche alcuni imitatori. Fa questi l’assai meno famoso Les Conséquences politiques de la paix, scritto nel 1920 da un francese, Jacques Bainville, il quale, al contrario di Keynes, che stigmatizzava la durezza delle condizioni inflitte ai tedeschi, le denunciava troppo morbide.

Tutto ciò per dire che il destino dei grandi libri, come di sicuro è stato quello di Keynes, è di non essere più letti, ma solo citati per titolo o, peggio, commentati a orecchio. Me ne convinco mentre sfoglio una vecchia edizione delle Conseguenze economiche della pace e vi trovo una straordinaria affermazione che non ricordo di aver mai letto in nessuna delle infinite citazioni dall’economista inglese riportate dai suoi apologeti.

Nel secondo capitolo, che tratteggia dell’Europa ante guerra, dal 1870 in poi, Keynes scrive di un “Eldorado economico” dove “alla crescita demografica si accompagnò una maggiore disponibilità di cibo”, con “più alti ricavi grazie a una crescente scala di produzione nell’agricoltura come nell’industria” dove il lavoro era abbondante perché vi era un continuo sviluppo. Una “età felice”, uno “straordinario episodio del cammino economico dell’uomo”, dove “la maggior parte della popolazione lavorava duramente e viveva condizioni ben poco agiate e tuttavia, secondo ogni apparenza, era passabilmente contenta della sua sorte”. Qui “per chiunque avesse capacità o carattere appena superiori al comune era possibile la fuga verso le classi medie e superiori, alle quali la vita offriva a basso costo e con minimo disturbo, vantaggi, comfort e gradevolezze fuori portata dei più ricchi monarchi di altre età”.

L’abitante di Londra, racconta ancora, “poteva ordinare per telefono, sorseggiando in letto il thé mattutino, i vari prodotti del globo terracqueo nella quantità che riteneva opportuna e contare ragionevolmente sul loro sollecito recapito”. E poi poteva investire i suoi soldi ovunque volesse, procurarsi mezzi di trasporto “comodi e poco costosi” per qualsiasi luogo del mondo volesse visitare. “Ma soprattutto egli riteneva questo stato di cose normale, certo e immutabile, se non nel senso di un ulteriore miglioramento”. I problemi internazionali “erano poco più che i passatempi del suo giornale quotidiano” e sembravano avessero poca capacità di influire nel corso della vita sociale ed economica “la cui internazionalizzazione era in pratica completa”.

Ancora più interessante leggere il terzo paragrafo, dove Keynes tratta della psicologia della società di questa sorta di età dell’oro. “L’organizzazione sociale ed economica dell’Europa era tale da garantire la massima accumulazione di capitale. Mentre avveniva un certo continuo miglioramento nelle condizioni quotidiane di vita della massa della popolazione, la società era strutturata in modo da assoggettare gran parte del reddito accresciuto al controllo della classe che meno era incline a consumarlo. I nuovi ricchi del XIX secolo non erano educati a largheggiare nelle spese e preferivano ai piaceri del consumo immediato il potere che dava loro il denaro investito. In effetti fu proprio l’ineguaglianza (il corsivo non è mio, ndr) della distribuzione della ricchezza a rendere possibile le enormi accumulazioni di capitale e di ricchezza che distinguono quella età da ogni altra (..) come le api i ricchi accumulavano a vantaggio dell’intera comunità”. Tutto ciò, dice, “non sarebbe mai stato possibile in una società dove le ricchezze fossero state distribuite equamente”. In sostanza “il dovere di risparmiare diventà i nove decimi della virtù e la crescita della torta una vera religione”. Ma “la torta era in realtà molto piccola in proporzione agli appetiti di consumo e se la si fosse spartita universalmente nessuno ne avrebbe tratto beneficio”, invece facendo crescere la torta “nella proporzione geometrica dell’interesse composto” forse un giorno sarebbe stata abbastanza grande per tutti e finalmente gli uomini “sicuri dei conforti e delle necessità del corpo avrebbero potuto dedicarsi ai più nobili esercizi delle loro facoltà”.

Quest’ultima citazione mi riporta in mente un altro scritto del 1930 di Keynes, Le possibilità economiche per i nostri nipoti, che è uno dei testi che ho visto più citato nei libri più recenti. Anche qui Keynes lascia capire che il problema economico è una seccatura, per l’umanità, risolto il quale – lui calcolava nell’arco di un secolo – potremo finalmente dedicarci alle cose che importano davvero, l’arte, lo spirito, la religione e cose così.

Le parole di Keynes hanno importanza perché sono una testimonianza diretta della sua esperienza del mondo che racconta. Ricordo che il nostro nacque nel 1883, nel cuore profondo della borghesia britannica: suo padre era un economista, sua madre una scrittrice, educato nell’élite di Eton e poi transitato a Cambridge. Nessuno, quindi, può dubitare dell’accuratezza della sua interpretazione del tempo che l’ha visto ragazzo e poi adulto.

La prima cosa che mi ha colpito, di questa narrazione, è la sorprendente somiglianza del tempo anteguerra con il nostro, al netto di alcune cose. E non soltanto per le comodità o per la globalizzazione, ma soprattutto per la crescente diseguaglianza, ormai diventata uno dei tanti totem ai quali sacrifichiamo il nostro dibattito pubblico. Chiunque scorra i giornali o si interessi di economia sa che il tema, celebrato dal libro di Thomas Piketty Il Capitale del XXI secolo, è ormai all’attenzione di tutti i principali osservatori internazionali che concordano sull’andamento crescente della concentrazione della ricchezza e ne analizzano le disfunzionalità che provoca nel processo di crescita. Uno dei tanti rapporti Ocse dedicati al tema sarà sufficiente ad avere un quadro esaustivo del problema.

La narrazione di Keynes, da questo punto di vista, aggiunge un elemento al nostro dibattere, ovvero la circostanza che la disuguaglianza, negli anni di cui discorre, sia stato un driver della crescita e non il contrario. Il che, ne converrete, è alquanto inattuale. Sarebbe poco saggio però non porsi la domanda: ammesso che i vari Piketty abbiano ragione, ossia che siamo destinati a una crescente concentrazione del reddito e del patrimonio nella fascia più ricca della popolazione, ciò implica che siamo destinati a una crescente infelicità? Il racconto di Keynes e il buon senso dicono di no.

A tal proposito è utile anche ricordare diversi studi citati nell’ultimo libro di Jeremy Rifkin La società marginale a costo zero, che conducono l’autore a questa sorprendente conclusione: “Quando le persone raggiungono un livello di reddito che soddisfa i bisogni primari e le relative istanze di sicurezza, il livello di felicità inizia a stabilizzarsi; ogni ulteriore aumento del benessere materiale dei relativi consumi ha, in termini di felicità complessiva, ripercussioni marginali. Finché non si arriva al punto passato il quale la linea della felicità inizia ad abbassarsi e la persona diventa meno felice. Gli studi rivelano che l’accumulo delle ricchezze finisce per diventare un peso e che il consumo incontrollato genera dipendenza”. Qualcuno ha pure calcolato questo livello di reddito superato il quale l’utilità marginale di un incremento comincia a diminuire, quotandolo fra il 25-30 mila dollari l’anno e moltissimi concordano con l’imputare all’eccesso di materialità gran parte dei problemi di depressione che interessano il mondo ricco.

Il denaro, insomma, farà pure la felicità, ma anche il suo contrario, se si esagera. Potremmo trovare in questo una prima differenza fra il tempo raccontato da Keynes e il nostro: i nuovi ricchi di Keynes sublimavano la loro ricchezza risparmiandola, e favorendo così l’accumulazione e lo sviluppo. I nuovi ricchi contemporanei, assai più sedotti dal consumo compulsivo, si ammalano di tristezza, col che l’accumulazione e lo sviluppo ne escono diminuiti. Ma a parte gli esiti differenti, le due narrazioni, quella di Keynes e quella di Rifkin, seppure diverse per respiro e significato finiscono col somigliarsi. E ne ricordano un’altra che purtroppo è stata dimenticata, quella di Simonde de Sismondi, economista ginevrino del XIX secolo che nel 1827 pubblicò i Nouveaux principes d’économie politique dove all’inizio del primo capitolo ricordava che “la scienza del governo (nella quale veniva ricompresa quella dell’economia, ndr) si deve proporre come scopo la felicità degli uomini riuniti in società”.

Poco più avanti Sismondi, a proposito della disuguaglianza, scriverà: “Non è dunque l’eguaglianza delle condizioni, ma la felicità in tutte le condizioni che il legislatore deve tenere sotto controllo”, ricordandogli che “non è attraverso la condivisione delle proprietà che si arriva a questa felicità, perché ciò distruggerebbe l’entusiasmo per il lavoro, il solo che deve creare ogni proprietà e che in queste diseguaglianze trova lo stimolo a rinnovarsi”. Il legislatore “deve piuttosto garantire a ogni lavoro la sua ricompensa: è mantenendo l’attività dell’anima e la speranza, facendo trovare ai poveri come ai ricchi un sostentamento sicuro, e facendo gustare loro la dolcezza della vita che (il legislatore, ndr) dà svolgimento al suo compito”.

Noterete la somiglianza del pensiero di questi tre autori, così diversi fra loro per storia, epoca e linguaggio. Ma l’intuizione è comune: la diseguaglianza delle condizioni materiali non impedisce la felicità, purché chi lavora abbia un reddito dignitoso. E che sia la felicità, come dicevano i primi economisti,  e non il livello di reddito lo scopo dell’economia politica, spero che almeno questo trovi d’accordo molti, se non tutti.

Da questo punto di vista, il totem della disuguaglianza dinanzi al quale ogni giorno bruciamo l’incenso della nostra indignazione, serve solo a distrarci dal punto saliente del nostro discorso economico, che è precisamente questo: il diritto del lavoro ad essere remunerato in quantità sufficiente a far vivere con dignità chi lo esprime, a cui corrisponde il dovere di lavorare in maniera opportuna. Chi guarda compulsivamente al patrimonio del vicino dimostra solo di essere schiavo del suo desiderio di materialità, che è bestia avida, insaziabile e divisiva: il miglior viatico per l’infelicità. Il fatto che la nostra società ogni giorno incoraggi questo divertente voyerismo contabile è il segno più evidente di quanto il nostro dibattere sia distorsivo rispetto a ciò che conta veramente. Ossia il benessere socio-economico in tutte le fasce in cui si articola una società.

L’adorazione del totem della disuguaglianza, inoltre, mi sembra un mezzo ipocrita che nasconde bassi sentimenti, nella maggioranza, e desideri profondi in alcune minoranze, evidentemente convinte che equalizzare redditi e patrimoni sia la chiave di volta del paradiso in terra, malgrado la storia ci dica il contrario. Tutti costoro, inoltre, condividono la silente convinzione, davvero retriva, che sotto sotto sia il denaro e null’altro a fare la felicità. Così arriviamo al paradosso che chi odia la disuguaglianza alimenta inconsciamente il pensiero che oggi la produce, ossia la riduzione dell’essere all’economico.

Coltivare il proprio giardino, per dirla con Voltaire, potendo disporre di opportuni mezzi di produzione, parafrasando Marx, dovrebbe invece essere l’impegno di ognuno di noi. Alle leggi e alla società dovremmo chiedere solo di riconoscere ciò che è nostro: ossia noi stessi, che esprimiamo in ciò che siamo e che facciamo. Dovremmo tornare a parlare di valore del lavoro. Ma prima ancora chiederci cosa sia il lavoro.

(9/segue)

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L’inquietante (in)stabilità del mattone: crollano i proprietari

A inizio d’anno è sempre buona prassi far due conti per chiudere l’anno passato e provare a immaginare cosa ci riservi il futuro. Approfitto perciò di un recente outlook elaborato da Fitch e pubblicato pochi giorni fa per fare il punto sul mercato immobiliare globale che, come sappiamo, è una delle più importanti cartine tornasole per comprendere gli andamenti presenti, e immaginare quelli futuri, dell’economia.

Volendo sintetizzare, l’opinione prevalente degli osservatori sul futuro è che si vada verso una sostanziale stabilità, almeno nei paesi visti come un insieme. Ma alcune situazioni particolari, tuttavia, illuminano di una luce inquietante lo sviluppo del mercato, mentre i dati, riferiti al passato, mostrano che la crisi lo ha mutato profondamente. In alcuni paesi più che in altri. Un grafico offre una vista d’insieme abbastanza eloquente. Come si può osservare prevale la stabilità, che sarebbe una cosa bella se lo stato di salute dei singoli mercati fosse buono. I dati, e le cronache, raccontano invece che così non è. Il sonno del mercato immobiliare, infatti, è popolato da incubi e favorito da massicce dosi di tranquillanti monetari.

Un dato, in particolare, mi fa riflettere: la percentuale di proprietari di casa diminuisce costantemente, a vantaggio quindi del mercato delle locazioni. Fra i paesi considerati, anzi, il dato irlandese è quello più significativo. In pratica, dal 2005, quando era vicino all’80% nella stima 2015 si è arrivati sotto il 70%.

Non c’è da stupirsi: la casa è costosa, sia che la si compri sia che la si affitti. Lo è stata nel 2014 e anche nel 2015, e per almeno dieci dei paesi considerati l’agenzia stima che lo sarà ancor di più quest’anno.

Poi c’è un’altra informazione che mi lascia pensare. Negli Stati Uniti il livello di proprietari di casa è sceso dal 69% al 64% fra il 2006 e il 2015, il livello più basso degli ultimi 25 anni. In pratica il sogno di una casa per tutti, che ha animato la bolla speculativa dei subprime e il disastro del 2008 ha avuto come esito che un sacco di americani ha perduto la casa e ora, nel complesso, ci sono meno proprietari di prima.

A guidare il calo, spiega Fitch, i pignoramenti, ma anche le restrizione creditizie seguite alla crisi e, soprattutto, l’aumento della disoccupazione. E le prospettive secondo l’agenzia, sono di un ulteriore indebolimento.

Un’altra interessante evoluzione è quella del mercato inglese. Qui nel 2005 i proprietari erano il 70% e toccarono il picco due anni dopo, aumentando di circa il 3%. Nel 2009, quindi a crisi esplosa, il livello era già tornato al 2005 e da lì in poi non ha smesso di scendere. Oggi siamo intorno al 63%. Questa evoluzione è in parte dovuta alla continua crescita dei prezzi guidati dagli acquirenti internazionali che ha convinto i regolatori a frenare, imponendo requisiti più stringenti per la concessione di credito. Una misura prudenziale, ma di fatto tardiva: l’aumento dei prezzi, ben al di sopra delle medie storiche, rende l’acquisto di una casa molto più difficile di prima. Noto infine che in Germania, dopo i prezzi sono previsti in aumento anche quest’anno dopo il cospicuo aumento del 2015, la curva dei proprietari è rimasta sostanzialmente piatta fino al 2012, per poi regredire leggermente fra il 2013-14 e tornare al livello del 2005 l’anno scorso. Non riesco a immaginare una rappresentazione più chiara di stabilità.

E l’Italia? Fitch non riporta il dato sui proprietari, anche se i dati Istat li mostrano sostanzialmente stabili. Ma ci dice altre informazioni interessanti. La prima è che i prezzi nominali sono scesi ancora nel 2015 dell’1%, portando il calo complessivo dal picco del 2008 al 17%. Fitch si aspetta che i prezzi salgano lievemente quest’anno e si aspetta che le politiche fiscali e bancarie aiutino a mitigare l’eccesso di offerta di abitazioni prevenendo ulteriori declini, con la previsione che quest’anno verranno concessi mutui per 105 miliardi a fronte dei 145 stimati nel 2015. E’ vero altresì che, fatto 100 il livello del 2007, il livelli dei nuovi importi pordi di mutui concessi sta ancora molto sotto 80.

In conclusione, anche il nostro paese viene considerato fra quelli dove prevale la stabilità. Un modo elegante per dire che siamo fermi.