L’economia ai tempi dello Zero Lower Bound: il congelamento dei debiti

“Un tasso di sconto a zero, o meno, non ha senso economico”, scrive la Banca Mondiale nel suo ultimo Global Economic prospects, mentre discorre dei tanti benefici, e degli altrettanti malefici, cui l’economia deve far fronte nell’epoca dello Zero Lower Bound.

Tempo estraneo alla storia, come la stessa Banca Mondiale sottolinea, rammentando che neanche nei terribili anni ’30 i tassi a breve scesero in territorio negativo, e solo di tanto in tanto, nelle vicende successive è capitato che sulle scadenze brevi i tassi siano diventati negativi.

Stavolta invece la storia ha bussato alla nostra porta. Una grande quantità di paesi, e segnatamente in Europa, pagano tassi negativi sui loro bond pubblici nelle scadenze medio-brevi e questa tendenza, ammesso che mai finirà, potrebbe impattare notevolmente sui nostri costumi economici. Anzi, sulla costituente stessa della nostra economia.

Quest’ultima si basa su un principio assai semplice: la relazione fra il tempo e il tasso di interesse. Per questo la Banca Mondiale scrive che un tasso di sconto zero non ha senso economico.

Qualcuno potrebbe pensare che sto facendo filosofia. Ma non c’è nulla di più concreto della matematica finanziaria a dimostrare che non è così.

Tutte le relazioni economiche che prevedono il dare e il prendere a prestito, dalle quali poi dipendono molte variabili macroeconomiche, si basano sulla matematica finanziaria. E in tutte le formule della matematica finanziaria, che calcolano montanti, sconto, valori attuali, il tasso di interesse è ciò che collega il capitale al tempo, determinando l’ammontare del primo al variare del secondo.

Ciò vuol dire che se il tasso di interesse si annulla, si annulla anche il tempo. Rimane solo il capitale, eterno, costante e congelato in un non luogo economico. Un’entità priva di senso.

Un esempio aiuterà a chiarire.

Mettiamo di avere un debito da diecimila euro che scade fra un anno. Il debitore decide di liberarsi di questo debito, quindi corre in banca e chiede al suo intermediario di calcolare il valore attuale del suo debito, ossia il valore che oggi ha il suo debito, non quello che avrà fra un anno, ossia diecimila euro.

Per calcolare il nostro valore attuale, il nostro banchiere deve usare la formula del valore attuale commerciale, che dice che il valore attuale di un capitale è uguale al capitale finale moltiplicato la differenza fra 100 e il prodotto del tasso per il tempo, il tutto diviso 100. Per gli amanti delle formule, potremmo scriverla così:

VA = [C (100 – rt)]/ 100.

Nel nostro esempio t è uguale a uno, mentre r, nell’età dello Zero Lower Bound, è praticamente zero. Azzerandosi il prodotto fra tempo e tasso, l’operazione produce che il valore attuale del capitale futuro è uguale al capitale futuro. Quindi se volessi estinguere il mio debito oggi pagherei la stessa somma che pagherei fra un anno.

Voi che fareste?

Capite bene che tale circostanza ha conseguenze sul modo con il quale ognuno di noi concepisce le relazioni economiche. Se non ho nessun vantaggio a pagare anticipatamente i miei debiti, perché mai dovrei farlo?

Se dal nostro microlivello economico andiamo a vedere il comportamento di alcuni intermediari, il discorso ha ulteriori implicazioni.

La Banca mondiale parla di “anomalie nella valutazione dei rendimenti e dei flussi dei pagamenti”, utilizzando una formulazione invero astrusa per sottolineare un problema terribilmente concreto.

“Quando il tasso di interesse si avvicina a zero – sottolinea – il calcolo del valore attuale di un flusso di pagamenti diventa sempre più sensibile al tasso di sconto. Infatti il valore attuale di un qualunque flusso di pagamenti può diventare arbitrariamente grande scegliendo un tasso di sconto basso abbastanza”. Al limite zero che abbiamo visto il valore attuale coincide col capitale futuro.

Ciò può generare “contenziosi di negoziazione sul fair value di un regolamento legale. E poiché un tasso zero o inferiore non ha senso economico, un prolungato periodo di tassi di interessi negativi potrebbe creare grandi ambiguità nella valutazione degli asset o dei debiti”.

Problema concretissimo, quindi.

Pensate agli assicuratori. Cosa sarebbe dei loro requisiti patrimoniali se calcolassero il valore attuale dei loro debiti utilizzando un tasso zero?

Semplicemente scoprirebbero oggi di avere un sacco di debiti in più, e ciò potrebbe rendere necessario, ai fini regolamentari, di aumentare i propri requisiti di solvibilità.

Ciò spiega bene perché i regolatori abbiano già sollevato diversi allarmi sul settore assicurativo europeo.

Ma l’evoluzione più sorprendente dell’epoca dello zero lower bound forse dobbiamo ancora scoprirla.

(3/segue)

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L’exit comedy della Fed: i rischi Emergenti dell’eurozona

Se smettessimo per un attimo di preoccuparci della Grecia forse sarebbe più agevole notare che i rischi per l’eurozona non arrivano (o almeno non solo) da questo piccolo e rumoroso stato balcanico. Anche perché l’esperienza e il buon senso lasciano immaginare che in qualche modo la Grecia troverà un accordo con i suoi creditori, che magari servirà solo a dilazionare il momento del redde rationem, ma che intanto spingerà fuori dall’uscio il rischio che insidia l’area monetaria.

Senonché talvolta ciò che esce dalla porta rientra dalla finestra e una lettura anche frettolosa dell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato a maggio scorso dalla Bce lo mostra con chiarezza. Il problema è che questi rischi non sono visibili come quello greco, e come tali non hanno dignità di grande stampa. E tuttavia covano silenziosi,  a riprova di come il garbuglio che è diventato l’economia globale sfugga a tanti finché non sia ormai troppo tardi.

Ci preoccupiamo della Grecia, quindi, ma non del fatto che il Portogallo (vedi grafico) ha un sistema bancario pesantemente esposto nei confronti dell’Angola, un piccolo stato africano di cui pensiamo di poterci disinteressare solo perché è lontano da noi, trascurando di notare quanto e come siano fitti i legami fra le economie, e per le vie più traverse.

Così come non ci preoccupiamo della Spagna, che al momento sembra di nuovo un campione dell’eurozona, perché ha fatto i suoi compiti a casa, una volta che il suo sistema bancario è finito sotto salvataggio, trascurando però di osservare come il sistema bancario spagnolo sia altresì parecchio esposto nei confronti, ad esempio del Venezuela (vedi grafico) e vi risparmio il Brasile.

E figuriamoci se ci preoccupiamo della Francia, fiscalmente periclitante e col conto corrente in riserva da tempo, ma comunque robusta, grazie soprattutto al suo sistema bancario. Che però risulta essere fra i più esposti nei confronti delle compagnie energetiche, sempre dei paesi emergenti.

E il punto è proprio questo. Cos’hanno in comune l’Angola e il Venezuela? Sono paesi produttori di petrolio.

Un altro grafico della Bce ci mostra con chiarezza quanti danni fiscali questi paesi produttori possono subire qualora i corsi petroliferi non tornino a sostenere i loro debiti esteri, in gran parte peraltro denominati in valuta straniera, e per lo più in dollari.

E ricordo pure che un recente studio della Bis ha ipotizzato che sia stato proprio il gran debito contratto dalle compagnie energetiche a far collassare i corsi del petrolio.

Quindi, come il classico gatto che si morde la coda, i paesi emergenti produttori, e le loro compagnie energetiche, hanno disseminato una montagna di debiti nelle pance dei nostri bei paesi europei, che adesso devono augurare una buona salute a questi debitori, per non trovarsi in casa un rischio Emergenti assai più grave, perché insidioso, di quello greco.

Rischio che peraltro deve molto agli esiti della politica monetaria americana. Il rischio per i paesi emergenti dal rialzo dei tassi Usa è praticamente una costante nella reportistica internazionale. Meno osservato è come questo rischio di contagio sia assai più facile si trasmetta all’Europa molto prima che agli Stati Uniti.

Sarà per questo che il Fmi ha chiesto alla Fed di aspettare un attimo prima di alzare i tassi. Almeno fino al 2016.

Per ora.

(2/segue)

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La prudenza del Fmi e l’exit comedy della Fed

Leggo divertito che il Fmi ha fatto sfoggio di grande prudenza suggerendo alla Fed di aspettare il 2016 prima di iniziare ad alzare i tassi, e mi convinco, una volta di più, che tanto è stato facile per la banca centrale americana quintuplicare i suoi asset e azzerare i tassi, tanto sarà difficile tornare alla normalità.

Peraltro il suggerimento del Fmi arriva proprio mentre la Fed deve fare i conti con un certo raffreddamento all’interno del FOMC della banca centrale Usa della passione per l’exit strategy, che già ai tempi del taper tantrum ha fatto i suoi danni, suscitando non poche preoccupazioni fra gli osservatori.

I banchieri americani, infatti, sembrano divenuti improvvisamente consapevoli che un rialzo dei tassi potrebbe essere causa di conseguenza indesiderate sull’ancora fragile ripresa globale.

Se a ciò aggiungente il deludente risultato del primo trimestre del Pil americano, rivisto in ribasso al -0,7% dopo una prima stima positiva per lo 0,2, capirete bene che l’exit strategy americana, timorosa di finire in exit tragedy, ormai si avvia a diventare un exit comedy, laddove il copione cela la sostanza del problema: i tassi bassi e i vari QE sono diventati la trappola nella quale le economie internazionali si sono infilate, sottovalutando le difficoltà di uscirne, e per giunta replicando un copione, quello delle svalutazioni competitive, che non andava in scena dagli anni ’30. A tal punto che l’età dello Zero lower bound potrebbe non essere un semplice incidente della storia, ma un suo tornante inaspettato.

Detto ciò, la questione diventa ancora più interessante se osserviamo il problema dei tassi americani non soltanto dal lato degli effetti, ampiamente previsti, che un loro rialzo può avere sulle economie emergenti che, lo ricordo, hanno debiti per trilioni denominati in dollari, ma notiamo che il contagio può avvenire su diversi canali, dei quali è interessante osservarne almeno due.

Il primo, insospettabile, è il ribasso dei corsi petroliferi, che aldilà dei benefici evidenti sul portafogli delle famiglie consumatrici e sulle bollette energetiche degli stati importatori, ne ha uno meno gradevole sull’equilibrio fiscale dei paesi esportatori.

Il secondo, che in qualche modo deriva dal primo, è l’effetto che una perturbazione economica dei paesi emergenti ha sull’Europa, prima ancora che sugli Stati Uniti, e sull’eurozona in particolare, il cui sistema bancario rimane seriamente esposto nei confronti di questi paesi, e per giunta delle loro compagnie petrolifere, ossia quelle che più patiscono il ribasso del petrolio.

Non è un caso che tali timori siano contenuti nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria che la Banca centrale europea ha rilasciato nel mese di maggio.

Leggendolo ne traggo un convincimento che mi lascia di stucco: l’eurozona non dovrebbe più di tanto preoccuparsi della tenzone greca, ormai giunta al suo epilogo più o meno prevedibile.

Dovrebbe preoccuparsi dell’Angola.

(1/segue)

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Il Rischiatutto del signor Rossi

Per amore o per forza, il signor Rossi, perfetta epitome dell’italiano medio, è diventato un amante del rischio finanziario, o quantomeno un suo avveduto seguace.

Più per forza che per amore, probabilmente, visto che l’italiano medio ancora rimpiange i bei tempi andati con i Cct al 10 per cento e non tanto per i bei tempi andati, che anzi stigmatizza, ma per il 10%, che gli è rimasto in testa come un pensiero maligno che gli divora il cuore, peraltro monco del contrappeso che quel 10% portava con sé, ossia inflazione e rischio.

Sia come sia, il nostro signor Rossi nel 2014 ha fatto crescere di 110 miliardi la montagna di denaro raccolta dai cosiddetti investitori istituzionali, contribuendo così a superare per crescita di raccolta i mercati degli altri principali paesi, che però, a differenza del nostro, hanno una quota di risparmio gestito assai più imponente.

Per dire, come si mostra un grafico elaborato da Bankitalia, in Italia siamo a meno del 30% di risparmio gestito sul totale degli attivi finanziari, a fronte di una media euro del 40% cui si oppone l’oltre 60% del Regno Unito.

Ciò non vuol dire che i nostri investitori istituzionali siano delle mammolette. Se guardiamo al totale degli attivi che gestiscono, scopriamo che sono seduti su una montagna di denaro che sfiora il 1.250 miliardi, il 15,2% dei quali nei fondi comuni, il 35% in assicurazioni, un piccolo 5% in fondi pensione e un robusto 44,8% in gestioni patrimoniali, ossia laddove i benestanti conferiscono i propri attivi sperando di spuntarci di più, sempre al costo (e non dovremmo dimenticarlo mai) di un maggior rischio.

Nel 2014, anno in cui la raccolta del risparmio gestito è tornata agli altari della cronaca, gli intermediari hanno doppiato il risultato dell’anno precedente, recuperando il calo complessivo registrato fra il 2006 e il 2012, che Bankitalia quota 265 miliardi. “Per ritrovare flussi di analoghe dimensioni – scrive via Nazionale nella sua relazione – occorre risalire alla fine degli anni novanta, quando il settore ha registrato il suo primo significativo sviluppo”.

Sulle ragioni di tale impennata ci sono pochi dubbi: “La prolungata fase di bassi tassi di interesse ha indotto le famiglie a spostare parte delle proprie attività finanziarie verso i prodotti del risparmio gestito. Le banche, a
fronte di esigenze di finanziamento contenute e per sostenere i ricavi da commissioni, hanno favorito questa ricomposizione del risparmio: il 62 per cento dei premi assicurativi del ramo vita e oltre l’80 per cento delle risorse affluite ai fondi comuni sono stati raccolti attraverso gli sportelli bancari e postali (rispettivamente, il 60 e il 70 per cento nel 2013)”.

Il Qe, insomma, ha svolto uno dei suoi principali esiti sul risparmio italiano, favorendo la ricomposizione dei portafogli verso i titoli più rischiosi e incoraggiando la fame di rendimento che ormai connota i mercati internazionali.

Tanto è vero che non solo “la raccolta è stata cospicua in tutti i principali comparti”, ma addirittura “i risparmiatori hanno acquistato prevalentemente quote di fondi specializzati in titoli a medio e a lungo termine, preferendoli a prodotti meno rischiosi ma con rendimenti attesi inferiori”. Ciò malgrado “la parte preponderante della raccolta sia ancora concentrata sui prodotti tradizionali che offrono rendimenti minimi garantiti”.

La conseguenza è stata che “la quota del risparmio gestito sul totale delle attività finanziarie delle famiglie
ha raggiunto il 26 per cento; dal 2008, anno in cui ha toccato il minimo storico, è aumentata di nove punti percentuali, di cui otto dovuti, in pari misura, alla crescita della raccolta di fondi comuni e assicurazioni”.

Al nostro signor Rossi, che ormai ha imparato a giocare al rischiatutto, gioverà forse sapere come questi investitori istituzionali gestiscano i suoi soldi, visto che da ciò dipendono le sue fortune.

A tal proposito Bankitalia osserva che “la quota di portafoglio investita in attività finanziarie del proprio paese è
elevata”, e che “in Italia, a causa del basso numero di imprese quotate e più in generale della scarsa
articolazione del mercato dei capitali privati, gli investimenti in attività nazionali si concentrano soprattutto nel settore pubblico: i titoli di Stato rappresentano circa il 35 per cento delle attività degli investitori istituzionali italiani, mentre costituiscono meno del 10 per cento del portafoglio degli investitori dell’area”.

Al contrario “il finanziamento diretto al settore privato, sotto forma di azioni, obbligazioni e prestiti, è invece relativamente contenuto: la quota di questi strumenti sulle attività finanziarie è pari al 19 per cento in Italia, contro il 25 nel complesso dell’area”.

Gira e rigira, insomma, in un modo o nell’altro, i soldi degli italiani tornano in gran parte da dov’erano venuti: al bilancio dello Stato sotto forma di prestiti intermediati.

Gli amanti dei vecchi tempi dovrebbero essere contenti.

L’Italia è poco competitiva? Dipende…

Nel gran discorrere che si spreca sul bisogno che abbiamo ognuno di noi d’esser maggiormente competitivi, si trascura di osservare che di competitività non ce n’è solo una, ma almeno due.

O almeno così ci spiega Bankitalia nella sua relazione annuale, dove la questione della competitività dei nostri produttori viene analizzata secondo due variabili, che poi sono quelle della competitività sui prezzi alla produzione e la competitività sul versante del costo del lavoro.

Quest’ultima è quella a cui fanno riferimento le analisi della Bce, quando ci collocano nelle parti basse della competitività globale e come è facilmente immaginabile su di essa svolge ruolo preponderante il disallineamento fra l’andamento delle retribuzioni e la produttività.

Questo per dire che, gira e rigira sempre lì torniamo: il costo di lavoro per unità di prodotto italiano segue l’andamento della curva degli aumenti retributivi, divergendo sempre più visibilmente da quella della produttività.

Bankitalia sintetizza così: “Nell’industria l’accelerazione del costo unitario del lavoro è stata particolarmente marcata: dall’1,9 al 3,6%. In questo settore, dall’avvio della crisi dei debiti sovrani, il CLUP è cresciuto di circa il 7 per cento, come in Germania dove, a differenza dell’Italia, la produttività è aumentata, sebbene meno delle retribuzioni. In Francia e in Spagna la crescita del CLUP è stata invece più lenta, principalmente per effetto di una migliore evoluzione della produttività conseguita, soprattutto in Spagna, mediante una forte contrazione dell’input di lavoro”.

Da tale asserzione deduco due cose: la prima è che anche in Germania la produttività inizia a crescere meno delle retribuzioni. La seconda che la correzione spagnola si deve soprattutto all’aumentata disoccupazione, che ha sortito l’effetto di comprimere i salari.

Ma c’è una terza circostanza che i grafici di Bankitalia mettono in evidenza. Ossia che la crescita del CLUP è stata più sostenuta nelle imprese non esportatrici rispetto a quelle esportatrici. L’indice infatti, si colloca, fatto 100 il livello 2011, a quota 110 per le seconde e a circa 115 per le prima.

Ciò si deve, secondo quanto riporta Bankitalia, al fatto che “a partire dal 2011 le aziende industriali più
dipendenti dalla domanda interna hanno visto crescere il CLUP in misura superiore rispetto a quelle più orientate ai mercati internazionali, nelle quali, grazie alla crescita della domanda, la produttività è aumentata in misura maggiore”.

Ossia: la produttività è aumentata perché tirata dalla domanda internazionale. Quindi si è prodotto di più e ciò ha migliorato il peso relativo del CLUP.

E questo apre il secondo capitolo della nostra riflessione sulla competitività italiana: quella sui prezzi alla produzione.

Su quest’ultima ha giocato un ruolo anche l’andamento valutario. “Il deprezzamento dell’euro – scrive Bankitalia –  particolarmente marcato nei primi tre mesi del 2015, si è riflesso in un rapido miglioramento degli indicatori di competitività basati sui prezzi alla produzione rispetto alla fine del 2014, con guadagni stimati tra il 3 e il 4 per cento per i quattro maggiori paesi dell’area”.

La notazione interessante è che “tra il 1999 e il 2014 la competitività sui mercati internazionali, sempre sulla base dei prezzi alla produzione, è migliorata per le imprese tedesche e francesi, principalmente in virtù degli scambi con gli altri paesi dell’area dell’euro; è invece fortemente peggiorata per quelle spagnole. Nel nostro paese si è attestata, nella media del 2014, sui livelli dell’inizio dell’Unione monetaria“.

Ancora più interessante è notare come “il divario accumulato dall’Italia rispetto alla Francia e, soprattutto,
alla Germania, risulta decisamente maggiore se misurato con gli indicatori di competitività basati sui costi unitari del lavoro, elaborati dalla BCE”. Con l’avvertenza tuttavia che “analisi empiriche indicano tuttavia
che per l’Italia gli indicatori di competitività basati sui prezzi, tra cui quelli alla produzione, spiegano meglio l’andamento delle esportazioni di beni rispetto a quelli basati sui costi unitari del lavoro, che risultano distorti dal processo di globalizzazione”.

Insomma: se guardiamo alla competitività sul versante dei costi del lavoro, stiamo messi maluccio. Se guardiamo alla stessa cosa, ma sul versante dei costi alla produzione, siamo ai livelli pre-euro.

Dipende, tutto dipende…

La sfiducia più del credit crunch fa crollare gli investimenti italiani

Di fronte a dati allarmanti, come quelli che calcolano in un -30% la caduta degli investimenti italiani da inizio crisi, è giocoforza chiedersi come e perché sia potuto accadere tutto questo, se non altro per trarne un qualche ammaestramento per il futuro, ammesso che fossimo capaci di imparare dai nostri errori, piuttosto che ripeterli con fastidiosa regolarità.

Mi ha soccorso, in questa difficile opera di comprensione, un box che ho trovato nella relazione annuale di Bankitalia, che ospita un grafico nel quale la fantasia econometrica dei nostri studiosi ha dato veramente il meglio di sè sforzandosi di isolare le diverse componenti che possono aver determinato un siffatto disastro, che non è esagerato definire storico.

La componenti che determinano il flusso degli investimenti, secondo questa schematizzazione, sono cinque: l’incertezza, l’offerta di credito, il costo del capitale, il clima di fiducia e il valore aggiunto. Alcune di queste variabili hanno dignità statistica, altre sono stime e come tali vanno considerate, ossia disperati tentativi di dare corpo quantitativo a entità qualitative, come possono essere appunto il livello di incertezza e il clima di fiducia.

In questa incarnazione numerica di fenomeni squisitamente immateriali leggo il paradosso della cosiddetta scienza economica, che s’illude di misurare l’incommensurabile, senza il quale, peraltro, il misurabile non avrebbe senso economico alcuno. E la parabola degli investimenti declinanti italiana ne è chiara evidenza.

La storia comincia nel 2007 quando, contrariamente a quanto sostiene la vulgata, il declino degli investimenti italiano era già ben avviato. Al termine di quell’anno la curva degli investimenti tocca zero, portandosi in territorio negativo già nel primo semestre 2008, ossia ancor prima che l’autunno americano di Lehman Brothers allungasse le sue perturbazioni barometriche fino a noi.

Perché gli investimenti pre crisi declinano?

I nostri econometristi stimano che gran parte della responsabilità sia stata del costo del capitale, ancora troppo alto, almeno secondo gli standard dei tempi dello zero lower bound.

Ma guardando alle componenti ancora positive di quel periodo, osservo soprattutto che è il clima di fiducia che lentamente sparisce e solo in conseguenza scompare con lui l’offerta di credito. Ciò malgrado l’incertezza rimana stabile per tutto questo periodo e il valore aggiunto, che potremmo intendere come il livello del profitto atteso, rimanga quasi costante fino alla seconda metà del 2008.

Non chiedetemi cosa sia il clima di fiducia. E’ una di quelle cose che tutti sanno cosa siano, ma appena la si provi a definirla inevitabilmente si sbaglia. Ed è su questo che si basa l’economia, a ben vedere, quindi la disciplina che si propone di trovare i giusti prezzi di equilibrio. Ossia si basa su una cosa che non ha prezzo.

Quando inizia la fase terribile di fine 2008-2009, tute le componenti entrano in territorio negativo e contribuiscono a far sprofondare la nostra curva degli investimenti a quasi il -20%.

Nel 2010 il costo del capitale più basso e il tornare a far capolino del valore aggiunto riportano su la curva degli investimenti, ma è solo a metà del 2010 che riappare la fiducia che contribuisce ad abbattere l’incertezza, e compensando anche l’ancora timida offerta di credito, appena accennata lungo tutto il 2010 e il 2011.

La fiducia sostiene la curva degli investimenti fin a tutto il 2011, fino al terribile autunno di quell’anno, quando l’aumento costo del capitale – la crisi degli spread – il crollo dell’offerta di credito e lo sprofondarsi del valore aggiunto, che insieme alla fiducia approssima secondo Bankitalia le condizioni della domanda, tornano a far sprofondare la curva degli investimenti fino al -12%.

L’offerta di credito riappare, sempre timida, nel 2013, insieme a una robusta componente positiva rappresentata dal costo del capitale, che le politiche della Bce ormai hanno reso più che conveniente. Ma la fiducia?

Appare timida fra il finire del 2013 e i primi tre trimestri del 2014, ma già nel quarto è ridotta al lumicino, malgrado l’fferta di credito delle banche, per la prima volta da metà 2008, torna a un livello visibile.

A tal proposito Bankitalia spiega che “i vincoli imposti dall’offerta di credito spiegano circa un terzo
della riduzione degli investimenti nei periodi di crisi più acuta, il biennio 2008-09 e quello 2012-13; anche la loro influenza, tuttavia, è poi progressivamente venuta meno, con il normalizzarsi dei mercati finanziari e l’attenuazione delle tensioni sul debito sovrano”.

Ma adesso? “Nella fase attuale – spiega Bankitalia – la fase di accumulazione resta frenata dalle prospettive di domanda ancora bassa, seppure in ripresa, e dalla residua incertezza sull’evoluzione dell’economia”.

Quindi l’incertezza sull’economia frena le prospettive dell’economia. Con buona pace del credito facile ed economico.

Non sarà che serve un po’ di fiducia?

Le svalutazioni competitive del secolo XXI

Questo secolo gli anni Trenta sono arrivati prima, mi viene da pensare, osservando gli andamenti valutari sintetizzati in un grafico, che ho trovato nell’ultima relazione annuale di Bankitalia, che mi riporta a quel tempo lontano quasi cent’anni che la storia ricorda per le sue svalutazioni competitive.

E mi dico, fra il serio e il faceto, che se esistesse un indice che misurasse l’andamento della competitività valutaria sarebbe con tutta probabilità l’unico a regalare soddisfazioni in questa primavera fredda, dove l’economia ristagna incerta in un non luogo dove non si respira l’aria felice della crescita gagliarda, ma neanche quella depressa della decrescita stile anni ’30.

E ciò malgrado, o forse per conseguenza, “il commercio mondiale si è espanso assai meno delle attese formulate all’inizio dell’anno, continuando a mostrare, rispetto al periodo antecedente la crisi, una più contenuta elasticità al prodotto”, come nota Bankitalia.

Stagnazione, quindi, e anche su questo Bankitalia ci regala un breve approfondimento di cui parlerò un’altra volta.

Qui preferisco raccontarvi di questo tanto evocato quanto poco osservato susseguirsi di svalutazioni, conseguenza presumibile della politica monetaria allentata che ormai tutte le economie, comprese quelle emergenti, hanno dovuto attivare, con esiti chiari, sul valore delle loro valute, come un altro grafico sempre di Bankitalia ci mostra con chiarezza.

Ma poiché si tratta di una storia, è meglio raccontarla dall’inizio, ossia dal 2011, quando l’indice dei cambi effettivi nominali delle principali quattro valute del nostro gioco valutario segnava 100.

Quell’anno si assiste, complice certo il QE statunitense e britannico, a una sostanziale rivalutazione nominale dello yen, che solo sul finire dell’anno si riporta a quota 100, e dell’euro, che arriva a sfiorare 110.

Nel 2012 il dollaro e la sterlina si apprezzano mentre lo yen, dopo un’impennata nel primo semestre, torna a 100 a fine anno, con l’euro che prima scende sotto 100 e poi chiude l’anno riportandosi al livello del 2011.

Il 2013, quando la BoJ inizia a costruire il sue QQE, si assiste all’inabissamento dello yen, che chiude l’anno a un indice 80, ossia il 20% in meno rispetto al 2011, mentre l’euro, ancora indeciso come la sua banca centrale, vivacchia intorno a 100, con dollaro e sterline che camminano sostanzialmente appaiati, guadagnando qualche punto.

Il 2014 segna l’apice delle svalutazioni della zona euro, ormai in odore di QE, e del Giappone mentre, di conseguenza il dollaro e la sterlina cercano nuovi massimi.

Alla fine dell’anno lo yen ha un indice di poco superiore a 70, quindi più o meno una svalutazione nominale del 30%, mentre l’euro scende sotto 100 per poi intraprendere una deciso ribasso che lo ha portato a 90 ai giorni nostri. A fronte di ciò la sterlina ha superato 110 e il dollaro 120.

La forza del dollaro, paravento evidente delle debolezze altrui, ha conseguenze dirette sulle valute dei paesi emergenti.

Ma prima di mostrarvele, vale la pena osservare le ragioni di scambio nominali bilaterali fra le coppie di valute in gioco. Scopriamo così che nel 2011 ci volevano 80 yen per un dollaro, e adesso 120, 115 yen per un euro e adesso poco meno di 140. La sterlina si è rivalutata sull’euro, così come il dollaro. Quindi lo yen è l’unica valuta che si è svalutata verso tutti. Così come il dollaro è quello che si è rivalutato di più, provocando qualche patimento alla bilancia commerciale americana e, di conseguenza al Pil.

Ciò comporta una fastidiosa controindicazione per i paesi emergenti, specie in tempi in cui la Fed fa capire di essere pronta a rialzare i tassi.

Il grafico dei tassi di cambio del dollaro con le principali valute emergenti, infatti, mostra che le loro valute hanno subito corpose svalutazioni a partire dalla metà del 2013, quando iniziarono a spirare i primi venti dell’exit strategy americana, e da allora non hanno smesso di svalutarsi, anche a causa dei corposi deflussi di capitale estero. In particolare si segnalano il forte deprezzamento della lira turca e del rublo. Tutto ciò solleva parecchi interrogativi sulla stabilità di queste economie nei mesi a venire.

Fa eccezione però la Cina. Il renminbi, dal 2013 a oggi, è rimasto sostanzialmente piatto.

Quindi gli Usa si trovano a dover gestire un dollaro forte, a fronte delle valute europee e giapponesi in corso di svalutazione e quella della Cina, che ha notoriamente i suoi problemi, che non vuole saperne di rivalutarsi.

Secondo voi che faranno gli Usa?

Il default greco come palingenesi dell’eurozona

Certo non è di buon auspicio condurre un difficile negoziato con un paese balcanico in concomitanza di un impegnativo centenario e per giunta a Dresda, dove si è svolto il vertice G7 dei ministri finanziari, che più di ogni altra città tedesca evoca paurose memorie di distruzione.

Eppure questa tarda primavera, che sembra preparare un’estate prematura per l’Europa, riserva di questi scherzi che i cacciatori di presagi come me annotano nel taccuino, convinti che aiutino assai più del birignao tecnico a capire quale possa essere l’esito del gran vociare che si spreca per novellare e commentare e minacciare il disastro greco.

Ma l’unica cosa che mi torna in mente, una volta che si abbassi la marea ridicola delle chiacchiere, sono le parole che ormai più di un anno fa disse il governatore della Bundesbank Jens Weidmann discutendo di alcune questioni sistemiche dell’eurozona: il legame fra debito sovrano e banche, il bail-in, il trattamento preferenziale accordato ai bond sovrani. Tutte cose che, come ci raccontano le cronache, sono nel frattempo diventate una realtà. Tranne una: il default di uno stato dell’Unione.

Sempre Weidmann ne accennò in un’altra sua lunga allocuzione dove fece capire con teutonica franchezza che il principio di responsabilità non avrebbe potuto operare all’interno dell’eurozona finché non sarebbe stato possibile per l’unione monetaria “digerire” il default di uno dei suoi stati.

Sicché il negoziato di Dresda, con il Fmi, la Bce, i ministri finanziari, e la Grecia mi appare come uno snodo storico, e non potrebbe essere diversamente stante l’abbondanza di coincidenze, per capire se l’eurozona sia destinata a una palingenesi o a una qualche forma di estinzione.

Il punto dirimente, sul quale sono ragionevolmente certo molti si stiano arrovellando, è in che misura un default del debito greco, ormai in gran parte in pancia ad istituti internazionali, debba coincidere con un’uscita della Grecia dall’eurozona.

Il punto non è semplicemente semantico, in un mondo peraltro (quello finanziario) che sulla semantica basa la sua sopravvivenza. Mandare in default il debito greco e tenere la Grecia nell’eurozona significherebbe in pratica aver la botte piena e la moglie ubriaca. Così come è stato il caso Cipro a far digerire il bail in bancario alle società europee, il default greco sarebbe il modo più eclatante per far capire ai paesi europei che l’indisciplina, alla lunga, non paga. Bruxelles, politicamente, diventerebbe un gigante.

Da questa elementare conclusione deduco che qualcuno ci stia pensando, e anche piuttosto seriamente. E scorrendo l’ultima relazione di Bankitalia ho trovato un’informazione che in qualche modo sostiene la possibilità che tale scenario si possa concretizzare.

In particolare mi riferisco alla tabella che riepiloga il sostegno finanziario che l’Europa ha concesso ai paesi in difficoltà, dove leggo che fa il 2010 e il maggio 2015, la Grecia ha ottenuto 215,7 miliardi di euro, il 120% del Pil 2014.

Questi ultimi, leggo in piccolo in una nota, sono al netto “della restituzione all’EFSF, a febbraio 2015, di fondi stanziati e non utilizzati (10,9 miliardi)”. Con la precisazione che “tali risorse potranno essere utilizzate dalla Grecia fino al completamento del programma per interventi a supporto del sistema bancario, su richiesta della BCE o del Meccanismo di vigilanza unico”.

Converrete che è quantomeno curioso che la Grecia abbia restituito prestiti per oltre dieci miliardi al fondo EFSF appena tre mesi fa. Peraltro a febbraio il nuovo governo era già stato eletto. Quindi è lo stesso governo che oggi tratta che ha preso la decisione di rinunciare a questi fondi.

Ma il punto non è nemmeno questo. Il punto è che, come abbiamo visto, tali risorse possono essere restituite alla Grecia su richiesta della BCE o del Meccanismo di vigilanza unico, quindi sempre della BCE.

Ora proviamo a immaginare cosa succederebbe se il prossimo 5 giugno, quando dovrebbe andare in pagamento la tranche di restituzione al FMI di un prestito, la Grecia non pagasse. Il default di solito non scatta automaticamente, perché le prassi prevedono un mese cosiddetto di grazia. Però il segnale ai mercati sarebbe chiarissimo: il default sarebbe di fatto se non di diritto.

La prima conseguenza potrebbe essere che la Grecia verrebbe tagliata fuori dal mercato dei prestiti a breve, gli unici che si può permettere. In questo caso le banche finirebbero sotto pressione e il governo, dovendo pagare stipendi e pensioni, di conseguenza.

A quel punto potrebbe intervenire la Bce, che con i suoi ELA, ossia i prestiti di liquidità concessi per il tramite della banca centrale greca e sotto notevoli condizionalità, tiene in piedi le banche greche. La Bce potrebbe fare due cose: revocare l’ELA, e quindi dar decorso alla tragedia greca, oppure riattivare i fondi EFSF sotto precise ulteriori condizionalità per dare ossigeno alle banche elleniche.

In quest’ultimo caso al bastone del default, paventato ma non conclamato, seguirebbe la carota dei prestiti.

La perfetta quadratura del cerchio.

 

Il fascino discreto dell’investimento estero italiano

Abituati come siamo, noi italiani, a tacere delle nostre fortune usando al contrario far mercato delle nostre disgrazie, difficilmente faremo caso agli ultimi dati di Bankitalia sulla nostra bilancia del pagamenti e la nostra posizione estera, che rivelano un’altra notevole caratteristica del carattere nazionale: il costante subire, noi tutti, la seduzione dell’investimento estero.

Questa pratica, iscritta negli annali della nostra Repubblica con toni ora di esecrazione ora di esaltazione, conosce in questi mesi la sua ennesima primavera, propiziata certo da regole internazionali ormai accomodanti e dai timori nazionali mai sopiti di un qualcosa di brutto sempre pronto a bussare all’uscio.

Sia quel che sia,  succede che sia sul lato degli investimenti di portafoglio che su quello degli investimenti diretti, ossia la carta e le fabbriche, gli italiani investano all’estero più fondi di quanti dall’estero ne arrivino da noi. Il che, come ogni cosa ha vantaggi e svantaggi che forse è meglio ricordare.

Cominciamo dai dati. Il grafico degli investimenti di portafoglio fotografa con chiarezza il cambiamento di verso del saldo fra attività e passività intervenuto fra la metà del 2012, quando il saldo era positivo, che vuol dire che erano usciti capitali esteri in misura maggiore di quanti capitali italiani erano rientrati dall’estero, a la prima metà del 2013, quando le passività estere hanno ricominciato a tornare in Italia. Sul finire del 2013 tornano a crescere le attività italiane sull’estero, quindi i residenti hanno comprato attivi esteri.

Il 2014 è l’anno in cui si consolida questo trend. L’ingresso di capitali esteri e il deflusso di capitali italiani all’estero si sommano, facendo sprofondare il saldo a -100 miliardi. Il calo degli spread spiega perché sul conto corrente vediamo comunque la curva dei redditi primari, ossia il saldo fra le rendite che paghiamo all’estero e quelle che incassiamo dall’estero per gli investimenti di portafoglio, avvicinarsi gradualmente verso lo zero.

Sul finire del 2014, tuttavia, si osserva che per la prima volta dal 2010 le attività italiane sull’estero superano le passività estere in Italia. “Nei dodici mesi terminanti a marzo 2015 – osserva Bankitalia – il saldo degli investimenti di portafoglio ha registrato un aumento delle attività nette per 18,4 miliardi”.

Tale tendenza sembra essere confermata anche dai dati di marzo 2015, quando, dice Bankitalia, “vi sono stati considerevoli acquisti netti di titoli di portafoglio esteri da parte dei residenti (20,5 miliardi) e gli investitori esteri hanno effettuato elevati acquisti netti di titoli di portafoglio italiani (24,4 miliardi), in larga parte titoli pubblici (17,7 miliardi)”.

Vale la pena notare che nei dodici mesi finiti a marzo 2015 gli italiani hanno cumulato attivi di portafoglio esteri per quasi 141 miliardi, a fronte di investimenti esteri di portafoglio in Italia per 122,5. Quindi chi dice che siamo squattrinati dice una mezza verità.

Sul versante degli investimenti diretti lo scenario è simile, anche se prevalgono chiaramente gli investimenti diretti italiani all’estero sugli investimenti diretti esteri in Italia. Nel 2009, per dire, avevamo un saldo positivo per oltre 60 miliardi, oggi siamo sotto i 20.

E tuttavia, nota la Banca centrale, “nei dodici mesi terminanti a marzo 2015 gli investimenti diretti hanno
registrato acquisizioni nette di attività sull’estero per 14,3 miliardi”. Tendenza anche questa confermata dai dati di marzo 2015, quando “i residenti hanno effettuato investimenti netti all’estero per 3,4 miliardi, mentre i non residenti hanno investito in Italia per 1,4 miliardi”.

Tutto ciò manifesta con chiarezza una semplice verità: il fascino discreto degli investimenti esteri, per gli italiani che se possono permettere, è assai più seduttivo di quanto non sia l’idea di investire sui titoli o le fabbriche del proprio Paese.

Di tutto ciò si ha evidenza anche guardando la posizione patrimoniale netta sull’estero che, al netto dei flussi trimestrali e degli aggiustamenti di valutazione, è negativa per il 27,4% del Pil, ossia per 447,9 miliardi, migliorata di 3,8 punti di Pil rispetto al trimestre precedente grazie al miglioramento delle partite correnti, visto che, specifica Bankitalia nella sua Relazione annuale, “gli aggiustamenti di valutazione hanno avuto un impatto nel complesso negativo (5,4 miliardi), per effetto di un incremento del valore delle passività più forte di quello delle attività”.

Dovremo ricordarci infatti, quando festeggiamo per la caduta degli spread, che “la rivalutazione delle passività è stata determinata per oltre la metà dalla crescita, con la discesa dei tassi di interesse, del valore di mercato dei titoli pubblici italiani detenuti da non residenti”.

Se considerate che all’estero, sempre secondo i conti di Bankitalia, risiede circa il 30% del nostro debito pubblico, avrete chiaro da cosa dipenda sostanzialmente la nostra posizione netta.

E data la propensione degli italiani a investire fuori porta, non c’è da scommettere che questa tendenza si invertirà in futuro.

A meno che l’estero non smetta di comprarci.

 

L’economia segreta dei fondi pensione

L’altra faccia della previdenza, tanto nota quanto poco discussa, è quella rappresentata dai fondi pensione. Entità ormai stellari che muovono decine di trilioni di asset cercando di spuntare rendimenti per i loro iscritti, che poi saranno i pensionati di domani.

Ancor meno discussa è la circostanza che i fondi pensione rappresentino meno di un quarto del totale delle risorse che i cosiddetti investitori istituzionali hanno totalizzato.

L’Ocse, nel suo ultimo Pension market focus ci ricorda tali asset essere arrivati a fine 2013 a 96,6 trilioni di dollari, ossia all’incirca al livello, com’è logico che sia, del totale dei debiti corrispondenti.

Questa montagna di ricchezza se la spartiscono i fondi di investimento, per 34,9 trilioni, le compagnie di assicurazione, 26,1 trilioni, e i fondi pensione, per 24,7 trilioni. I fondi di riserve delle pensioni pubbliche arrivano ad appena 5,1 trilioni e al 1,8 trilioni arrivano da altri investitori.

Se restringiamo il focus sui fondi pensione, notiamo che l’indice valore asset/Pil, che dà l’idea del peso specifico di queste entità sul totale dell’economia, è passato dal 77,1% del Pil nel 2012 (dato medio riferito ai paesi Ocse) all’84,2 nel 2013. A significare perciò che queste entità crescono a rotta di collo.

Dovrebbe farci piacere dopotutto. In un’età in cui la previdenza pubblica mostra la corda, sapere che ci sono entità più o meno private che si occuperanno di garantire la nostra vecchiaia dovrebbe rasserenarci.

Però, vedete, mentre osservo il sorgere dell’alba di questi nuovi giganti, all’orizzonte intravedo anche alcune curiosità che trovo utile condividere con voi perché credo che ci aiutino meglio a capire che mondo si sta preparando. Perché accanto all’economia ufficiale dei fondi pensioni, ce n’è un’altra segreta, rappresentata dagli effetti che le strategie di investimento di questi soggetti finiscono con l’avere sui mercati internazionali.

I dati generali ci dicono che i rendimenti dei fondi pensione, nel 2013, sono stati positivi in media del 5,6% (dato riferito al’area Ocse) con il picco degli Usa (+11,7%) e la perdita dei fondi danesi (-4,7%), potendo godere degli effetti positivi dei vari allentamenti monetari.

La classe dominante degli asset è quella dei bond, che pesano il 52% del totale, ma in molti paesi, a cominciare dagli Usa, le azioni vengono subito dopo, con quota fra il 40 e il 50%.

Un altro dato merita di essere osservato, ossia la crescita impressionante del valore degli asset detenuti globalmente, che nel 2001 era di poco superiore a 10 miliardi e adesso è pressoché raddoppiata.

Ma è dall’analisi dell’aggregato che si evincono le informazioni più interessanti. I fondi pensione, infatti, con i loro 24,7 trilioni di asset gestiti rappresentano il 68% del totale degli asset pensionistici privati.

Negli Stati Uniti, dove queste entità sono fra le più ampie al mondo, i fondi pensioni hanno asset per l’83% del Pil, che perciò ogni anno devono circolare per il mondo cercando di far fruttare rendimenti sufficienti per i loro iscritti, molti dei quali, e questa è una circostanza poco apprezzata, hanno contratti a prestazione definita.

Questo non è un dettaglio di poco conto. I fondi si distinguono fra quelli che hanno una contribuzione definita, quindi l’iscritto sa quanto paga ogni mese, ma non sa fino a che non va in pensione quanto incasserà,  e quelli a prestazione definita, nei quali l’iscritto conosce la momento della sottoscrizione quanto sarà la sua rendita pensionistica.

Un grafico illustra chiaramente quale sia lo stato dell’arte in proposito. In Italia, ad esempio, si è optato in larghissima parte per fondi a contribuzione definita. In altri paesi, come il Cile, la Repubblica Ceca, l’Estonia, la Francia, la Grecia, l’Ungheria, la Polonia, la repubblica Slovacca e la Slovenia i fondi sono tutti a contribuzione definita.

Altri paesi, al contrario, hanno fondi a prestazione definita. I particolare, Svizzera, Germania e Finlandia, sono interamente a prestazione definita. In larga parte anche quelli canadesi. E questo spiega perché la politica dei tassi bassi perseguita dalla Bce innervosisca questi paesi.

Negli Stati Uniti i fondi a prestazione definita sono maggioritari, con oltre il 55% delle posizioni che sanno già a quanto ammoneterà pensione. O per lo meno i fondi sanno quanto dovranno pagare. E il punto, se ci pensate, è proprio questo.

Sappiamo infatti che nel 2013 gli asset dei fondi pensione americani pesavano il 56,3% del totale, quindi parliamo di oltre 13 trilioni. A fronte di ciò abbiamo oltre il 55% di posizioni aperte a prestazione definita. E ciò obbliga i gestori di questi fondi a fare whatever it takes, per citare un noto brocardo, per garantire le rendite ai loro iscritti.

Ciò vuol dire, in pratica, che alcuni milioni di persone, che casualmente risiedono nell’economia più forte del mondo, finiscono col determinare, anche se indirettamente, gran parte degli andamenti dei mercati internazionali, vista la quantità di asset che i fondi americani sono in grado di mobilitare. E il fatto che gli Usa siano in testa ai rendimenti illustra meglio di ogni altro ragionamento questa evidenza.

Poi c’è un’altra circostanza che vale la pena sottolineare: gli investimenti esteri di questa entità. Nella classifica redatta da Ocse spiccano, per la loro assenza, proprio gli Stati Uniti. Mentre i fondi pensione italiani nel 2013 hanno investito il 57,1% dei loro asset oltre confine, quarto paese dopo Estonia, Lussemburgo, Repubblica Slovacca, gli Usa nella selezione Ocse, che vede ultima la Turchia con l’1% del totale di asset investito all’estero, non ci sono. Ne deduco che i 13 mila e passa miliardi che queste entità gestiscono trovano confortevole ospitalità in patria o che perlomeno l’Ocse non ha ritenuto di censirle perché poco significative o magari per carenza di informazioni.

E’ chiaro a tutti che se così fosse, se vale a dire i fondi Usa investissero tutto a casa loro, si spiegherebbe molto del boom borsistico di questi anni nonché dei rendimenti a due cifre dei fondi americani.

Comunque sia, un’evidenza mi appare chiara, al termine di questa disamina: i nuovi rentier made in Usa sono i veri (e unici) pensionati del futuro.