La maledizione delle offerte speciali

Mi succede che una gentile signorina di un call center mi chiama per offrirmi l’ultima novità promozionale della compagnia che mi fornisce l’elettricità. Inutile fare il nome, perché, mi dirà la mia interlocutrice, “tanto lo fanno anche le altre”.

Quindi diamolo per inteso.

Allora la mia gentile signorina, mi dice che io sono un vecchio abbonato che ancora utilizza la tariffa bioraria. Significa che pago 12 centesimi al kilowatt /ora fino a una cert’ora e poi 10, nella fascia notturna.

Siccome sono un vecchio cliente, per me c’è un’offerta speciale: se passo dalla tariffa bioraria a quella monoraria pagherò appena otto centesimi per tutta la giornata.

Calcolo rapidamente: uno sconto dal 20 al 30%: perbacco, quelli della compagnia devono essersi decisi a trattarmi bene, visto che sto con loro da 18 anni.

Quasi quasi ci casco.

Poi il mio cinismo e la scarsa fiducia che nutro nei confronti del cuore dell’uomo mi fa uscire di bocca la solita domanda:

Dov’è la fregatura?

Mi deve essere uscita bene, perché l’ottima signorina decide di dirmi la verità.

La fregatura, mi spiega, che non troverà scritta in nessun contratto è che se lei non fa la lettura del contatore per almeno i primi sei mesi la compagnia ha il diritto di mandarle una bolletta pari fino a 250 volte il consumo stimato.

Ma io ho il contatore digitale, dico, me lo avete montato voi proprio per evitare la lettura.

Eh sì, conferma, ma che vuole: si sta tornando un po’ ai vecchi tempi.

Ah.

Perciò se vuole la tariffa mi dia i suoi dati anagrafici così il commerciale le manda il contratto, che comunque può sempre strappare se non è convinto, conclude.

Mi viene il sospetto che la gentile signorina del call center sia indignata almeno quanto me. Che condivida con me lo sdegno di chi usa l’esca di un’offerta speciale per farti arrivare a tradimento, se salti un’autolettura, una bolletta da chissà quanti euro.

Guardi le dico queste cose perché preferisco perdere i due euro che avrei guadagnato da questa telefonata se lei mi avesse autorizzato a trasmettere la domanda, piuttosto che patire le sue maledizioni non appena le fosse arrivata una bolletta da 3-400 euro, mi conferma.

Lei è una brava persona, le dico.

No perché, aggiunge, mi è capitato che a un pensionato da 500 euro gli sia arrivata una bolletta dello stesso importo. Poi gliela rimborsano, eh, ma ancora dopo un anno quello aspetta.

Lei è una bravissima persone, sottolineo. E se potessi le darei i due euro che ha perso per causa mia.

Guardi ci pensi su e vada sul sito. L’offerta speciale la trova cliccando di qua e di là.

Grazie, le dico, soprattutto per la sua correttezza.

Eh, ma che vuole, conclude, sono fatta così. Lo dice quasi sconfortata.

Faccio il tifo per lei, le dico.

Mi ringrazia quasi commossa.

La immagino mentre torna al suo lavoro ingrato che la costringe a tirare fregature per due euro dovendo pure farselo piacere.

Una volta attaccato il telefono ho avuto molto più chiara la ragione per la quale questo paese è così depresso. E non ha nulla a che vedere con la bilancia dei pagamenti, il debito pubblico, la politica, l’euro o l’America.

E’ tutta colpa delle offerte speciali.

E’ stata un rivelazione.

Mi sembrava giusto condividerla con voi.

ps Ovviamente mi tengo la tariffa bioraria. 

Il silenzioso ritorno del protezionismo

Quello che la crisi mette in ombra, accendendo i riflettori sulla finanza impallata e gli stati mezzi falliti, è che la vera vittima dei suoi guasti è il commercio internazionale, ossia ciò per il cui sviluppo tutto questo mondo libero e bello è stato costruito.

Una nemesi.

Sta succedendo quello che tutti dicevano non sarebbe più successo, forti della memoria depressiva degli anni ’30.

Sta succedendo quello che tutti dicevano non sarebbe più successo se si fossero lasciati gli stati liberi di de-regolamentare e la finanza libera di circolare.

Sta tornando il protezionismo.

D’altronde, perché stupirsi. E’ del tutto naturale subire la tentazione di chiudersi in casa quando piove e fa freddo. E poiché l’inverno del nostro scontento sembra non aver mai fine, era giocoforza succedesse che gli stati iniziassero a vedere il proprio vicino non più come un’opportunità, ma come un problema.

Quando le risorse diminuiscono, si cerca sempre di tenere il proprio fieno nella propria cascina.

Senonché tutto questo potrebbe apparire come una semplice (e inutile) elucubrazione, se non fosse per un rapporto pubblicato a giugno scorso dal Cepr e redatto dal Global Trade Alert eloquente già dal titolo: “Protectionism’s Quiet Return”.

Questo ritorno silenzioso non deve ingannare. Sarà più silente, ma è altrettanto aggressivo e subdolo. “I provvedimenti protezionistici imposti fra l’ultimo quarto del 2012 e il primo quarto del 2013 rappresentano per numero un record da quando il GTA ha iniziato il suo monitoraggio”, recita il rapporto.

Un altro elemento? “Da giugno 2012 a maggio 2013 sono stati emesse il triplo di misure protezionistiche rispetto a misure di liberalizzazione”. Per la cronaca, sono state 431 le prime e 141 le seconde.

Allora uno pensa: queste brutte pratiche devono essere appannaggio dei soliti paesacci arretrati. E invece no: “Le nazioni del G8 sono responsabili del 30% di questi provvedimenti protezionistici imposti negli ultimi 12 mesi. Se si includono le nazioni del G20 si arriva al 65%”. Tanto è vero che proprio le nazioni del G8 sono quelle più frequentemente colpite da politiche del tipo beggar-thy-neighbour, ossia pratiche commerciali scorrette che tendono a scaricare sul paese vicino i costi della competizione godendosene i vantaggi.

Quello che potevamo immaginare, pur senza conoscerne l’entità, è che il paese più colpito da misure protezionistiche sia la Cina, oggetto di un migliaio di provvedimenti restrittivi del commercio dal 2008 in poi.

Vi sembra parecchio? allora considerate che l’America, nello stesso periodo, è stata colpita da ben 800 provvedimenti restrittivi.

Non vi stupisce che la Cina e l’America siano i colossi verso i quali si indirizza il nascente protezionismo?

A me fino a un certo punto. in fondo sono loro quelli che muovono gran parte del commercio internazionale.

Il rapporto ci fornisce alcuni altri elementi di riflessione. 

Il primo è che le pratiche protezionistiche usano lo strumento del sussidio di stato più di quello “classico” del vincolo all’importazione. E tuttavia tali forme tradizionali di protezionismo – tariffe o dazi – rappresentano ancora un po’ meno del 40% delle pratiche protezionistiche”.

Il secondo è la conclusione, persino, divertente: “Dall’inizio della crisi, i governi sono diventati molto creativi nell’eludere la disciplina del WTO”.

In questa istruttiva classifica, troviamo che “Argentina, Cina, India e Italia appaiono nella top five delle nazioni più protezioniste”, mentre l’Ue a 27 è addirittura al primo posto per numero di misure protezionistiche adottate, seguita dalla Federazione Russa, dall’Argentina, dall’India, dalla Bielorussia, dalla Germania, dal Regno Unito, dall’Italia, la Francia e il Brasile.

Che l’Unione europea detenga questo poco commendevole primato stupirà di sicuro gli alfieri del mercato unico come strumento per la promozione del commercio internazionale. Ma si sa, fra il dire e il fare ci sono di mezzo corposi interessi che spesso fanno strame dei buoni principi teorici.

Sempre per la cronaca, il nostro paese è secondo nella classifica per il numero di settori interessati da misure di protezionismo (dopo l’Ue a 27) e sempre secondo nella lista di coloro che danneggiano i partner con queste misure (sempre dopo l’Ue a 27).

Questi dati ci consentono di guardare sotto una luce completamente diversa il nostro commercio estero. Ma, sempre in teoria, anche la crescita risicata del nostro Pil, atteso che il pensiero economico mainstream assegna al commercio internazionale il ruolo di alfiera della crescita.

Se spostiamo l’analisi dall’ultimo anno agli ultimi cinque, quindi dal 2008 in poi, cambia poco. L’Ue a 27 è la prima per misure protezionistiche imposte, per il numero dei settori a cui fanno riferimento e per numero di partner che ne hanno subito le conseguenze.

Anche l’Italia mantiene le sue posizioni. A dimostrazione del fatto che l’Europa, eurozona compresa, è molto brava a predicare bene e a razzolare male.

Se andiamo poi a guardare le schede dei singoli paesi, scopriamo ad esempio che la Germania ha subito 1.082 provvedimenti che hanno danneggiato i suoi interessi commerciali, di cui 806 ancora vigenti. A Fronte di ciò, la Germania ha messo in campo 158 misure protezionistiche di cui 14 ancora vigenti.

L’Italia dal canto suo ne ha subite 939, di cui 687 ancora in essere, e ne ha inflitte 150, 12 delle quali ancora in forza.

Mi fermo qui, anche perché i dati degli altri paesi considerati non si discostano poi tanto da queste cifre.

Il succo è semplice: aldilà dei buoni propositi, la crisi ha devastato il commercio internazionale. E questo di certo non ha giovato ai vari Pil regionali.

A furia di mettere fieno in cascina i paesi avanzati rischiano di bruciarlo.

Tutto ciò non può che nuocere alla causa del riequilibrio, visto che il commercio internazionale dovrebbe essere uno dei suoi principali strumenti operativi.

Un fantasma degli anni ’30 si aggira per il mondo.

Eu-topia

Dobbiamo essere grati a Mario Draghi, non tanto per le politiche monetarie perseguite dalla Bce sotto la sua presidenza (sulle quali peraltro ognuno avrà le sue opinioni), ma per la straordinaria chiarezza con la quale illustra il momento storico che sta vivendo l’Unione europea.

Nel deserto intellettuale nel quale si sta consumando l’epopea del nostro continente, le allocuzioni di Draghi, ma si potrebbe dire lo stesso di molti suoi colleghi banchieri centrali, hanno il pregio di innalzare il livello di un dibattito che, senza questi contributi, sarebbe davvero miserevole, con i politici che cercano di spuntare qualche euro per soddisfare la loro fame di consenso, e le opinioni pubbliche, stremate dalla crisi, per le quali l’Europa ormai è un fatto prevalentemente monetario.

E invece sotto la traccia delle polemiche ormai diffusissime pro o contro la moneta unica, cova una filosofia politica che è anche un progetto portato pervicacemente avanti da oltre sessant’anni, che sembra esser finito in ombra, ma che invece, al di là delle apparenza, è vitale ed estremamente funzionale. Un progetto innanzitutto politico, che rappresente, piaccia o no, la vera novità del nostro tempo.

Perciò dobbiamo essere grati a Mario Draghi che in una recente lettura pubblica alla Harvard Kennedy School di Cambridge ha spiegato con rara precisione cosa bolle in pentola, ossia la “Ricerca di un’Unione più perfetta” nella quale sono impegnati i cervelloni europei.

“L’Europa è impegnata in un profondo processo di riforma – dice Draghi -. Molte di queste riforme sono condotte a livello degli stati membri, che lavorano per rendere le loro finanze pubbliche più sostenibili, le loro economie più competitive e più solidi i bilanci delle loro banche. Ma ci sono anche riforme che si stanno conducendo a livello europeo. Sono state create nuove regole e istituzioni e questo cambierà le relazioni fra l’Unione e gli stati membri”.

Il preambolo dei Trattati, dice Draghi, enuncia che si vuole arrivare a un’Unione più stretta fra gli stati europei.

Il famoso “più Europa”.

“Per molte persone – osserva – questo crea ansia. Sembra promettere un inesorabile movimento verso un futuro super-stato. Molti europei, con storie e culture differenti, sentono di non essere pronti”.

Ma dietro quest’ansia, spiega Draghi, si annida un fraintendimento.

“Quello che l’Europa ha di fronte – sottolinea – non è adeguatamente rappresentato dall’espressione ‘Unione più stretta’. Dal mio punto di vista è meglio rappresentato dal termine preso a prestito dalla Costituzione americana: l’affermazione di una ‘Unione più perfetta’”.

Che significa?

“Significa che dobbiamo perfezionare qualcosa che è già cominciato, precisamente l’Unione economica e monetaria lanciata nel 1999. I policy-makers stanno adesso facendo i conti con la decisione di creare un genuino mercato unico supportato da una moneta unica”.

Conseguenze che, evidentemente, i politici europei non hanno valutato pienamente.

Perché se lo avessero fatto, saprebbero due cose che Draghi, molto efficacemente, ricorda:

1) “Un mercato unico ha necessariamente implicazioni politiche, nelle quali una parziale condivisione di sovranità degli stati nazionali può essere il miglior mezzo per preservare la loro sovranità”. Vi sembrerà una contraddizione, ma ha una sua logica.

2) Da tale considerazione nasce l’esigenza di garantire un”Unione bancaria e il rafforzamento fiscale” “per rafforzare il mercato unico e la moneta unica”.

Cominciamo dal primo punto. “Per capire l’Ue e l’eurozona – dice – bisogna capire la differenza fra un’area di libero scambio e un vero mercato unico. La prima è un accordo parziale e reversibile. Un mercato unico, al contrario, è un’unione permanente e universale. In questo caso governi e parlamenti nazionali hanno rinunciato dal principio firmando il Trattato al potere di reintrodurre controlli alle frontiere. Ciò comporta che, a differenza di quanto accade in un’area di libero scambio, i governi nazionali non possono proteggersi da soli contro comportamenti competitivi scorretti che arrivino dall’esterno”.

Devono quindi rivolgersi a qualcosa che sia più ampio di loro, ossia un livello “sovranazionale“.

“Questo livello deve essere insieme giudiziario e col potere di rinforzare la competizione al livello del singolo mercato”. E questo, ricorda Draghi, è il lavoro che fa la Corte di giusitizia europea. Sin dai tempi della Ceca, ricordo io. Fu in quegli anni che nacque l’intuizione che l’unione politica dell’Europa sarebbe necessariamente passata dall’Unione economica.

“Se c’è un livello giudiziario, deve esserci anche un livello che si occupi di scrivere le leggi – aggiunge – e questo è quello che fanno il Parlamento Europeo e il Consiglio europeo”.

Infine, ” se c’è un potere giudiziario e un potere legislativo, serve anche un potere esecutivo che implementi le loro decisioni”, il riferimento, ovvio, è alla Commissione europea.

“Questo è quello che voglio dire quando osservo che un mercato unico ha implicazioni politiche”, dice Draghi. Vale a dire il fatto che il Mercato unico genera, per sua stessa natura, gli organismi sovranazionali che sono chiamati a regolarlo.

Un’osservazione assai cara ai giuristi europeri degli anni ’50.

Il problema, osserva Draghi, è “quale grado di poteri debba essere trasferito a livello sovranazionale, ossia quanta sovranità debba essere ceduta”. Ma per rispondere, serve un piccolo assaggio di filosofia politica.

Draghi ricorda che un modo per considerare la sovranità è quello di natura “normativa”, ossia quella storicamente legata ai primi stati assolutistici, interpretato dalla filosofia di Jean Bodin nel XVI secolo. “In questo senso, la sovranità è definita in relazione ai diritti: il diritto di dichiarare guerra e di concludere la pace, il diritto di imporre tasse, di battere moneta e di giudicare in ultima istanza”.

Ma c’è un altro modo di definire la sovranità che Draghi definisce “sovranità positiva”. In questo senso, dice Draghi ricordando la filosofia di John Locke, “la sovranità è in relazione alla capacità di erogare i servizi essenziali che il popolo si aspetta dal governo”. “Una sovranità incapace di rispettare tale mandato sarebbe solo una sovranità di nome, non di fatto”.

Manco a dirlo, è a questo secondo tipo di sovranità che bisogna guardare per rispondere alla domanda su quanta sovranità debbano cedere gil stati nazionali per favorire la buona salute del mercato unico “e quindi determinare quali poteri debbano essere affidati al livello nazionale o sovranazionale”.

Con questa logica “si esce da un gioco a somma zero, in cui a una cessione di sovranità di qualcuno corrisponde un guadagno di sovranità di qualcun altro e si entra in un gioco a somma positivo che privilegia i bisogni dei cittadini”.

Vi sembrerà molto astratto, ma non lo è. “Questo modo di pensare è già incorporato nei Trattati europei, nel principio di sussidiarietà. Questo prevede che i poteri non possano essere trasferiti al livello dell’Unione fino a quando un’azione non si dimostri più efficace di quanto lo sia al livello nazionale”.

In altre parole, “si mette l’enfasi sull’efficacia dell’azione politica”, non sul soggetto che la esercita.

Proprio questa logica ha condotto alla scelta della moneta unica, allo scopo di “massimizzare i potenziali guadagni per gli stati membri che formano un mercato unico”.

Gli argomenti a sostegno di questa tesi sono due:

1) la desiderabilità di un singolo mezzo di pagamento e di un’unica unità di conto. “Una moneta unica non è solo per il commercio, ma risulta utile per eliminare i costi di conversione e incrementare la trasparenza di prezzo”;

2) Il secondo argomento è quello che mette l’indice sulla necessità di avere una competizione equa nel mercato comune. “In un sistema di cambi flessibili i singoli governi possono esser tentati di manipolare la propria valuta per avere vantaggi competitivi. Un’economia che incrementa la produttività e la competitività può essere privata dei benifici che ne conseguono a causa della svalutazione di un paese concorrente”. E questo, sembra di capire, non è giusto. Tanto è vero che il Trattato che fonda l’Ue richiede “che ogni stato consideri il tasso di cambio come una materia di interesse comune”.

La conseguenza è che in un mercato comune “il cambio fisso è un importante componente di una competizione corretta. E in questo senso la moneta unica è diventato uno strumento per massimizzare i benefici del singolo mercato”. Senza contare, osserva, che la cessione della sovranità monetaria – nel senso sussidiario che abbiamo visto – “garantisce paradossalmente una maggiore influenza nazionale”, visto che anche gli stati più piccoli hanno voce in capitolo, nell’eurosistema, insieme ai più grandi. Il famoso gioco a somma positiva.

Se avete tutto chiaro fino a qua, capirete anche perché Draghi si spenda così tanto per l’Unione Bancaria, il secondo punto del suo ragionamento. 

Alla straordinaria cessione di sovranità “normativa” che ciò comporta per gli stati nazionali a vantaggio del livello sovranazionale corrisponde un’altrettanto aumento di sovranità “positiva” in quanto, secondo Draghi, con l’Unione bancaria gli stati nazionali saranno molto più in grado di assicurare banche stabili e quindi capaci di proteggere assai più che adesso il risparmio e garantire il credito all’economia. Servizi che, lo ha dimostrato la crisi di questi anni, gli stati nazionali non sembrano più in grado di fornire con efficacia.

E questo ci conduce al salto finale: le politiche fiscali.

“L’Unione bancaria può spezzare il circolo vizioso fra banche e debito sovrano, riconducendo quest’ultimo a ciò che dovrebbe essere: un asset privo di rischi“. Ma perché si arrivi a questo è necessario stringere i controlli sui deficit fiscali degli stati e impedire che le banche li finanzino. Ciò può ottenersi soltanto “rinforzando le regole fiscali comuni”.

Ecco, ancora una volta, il principio di sussidiarietà all’opera: gli stati non gestiscono la politica fiscale in maniera efficace, quindi è meglio, nell’interesse dei cittadini, che la deleghino a organismi sovranazionali che agiscono nell’interesse del mercato unico. “Questi cambiamenti rappresentano un trasferimento di poteri al livello europeo, ma proprio come l’unione bancaria, io non vedo questo come una perdita di sovranità”.

D’altronde sarebbe strano che dicesse il contrario.

Infine una notazione sul futuro di questa scommessa: “Nei giorni neri della crisi molti commentatori americani erano convinti che il progetto delll’euro area sarebbe fallito. Ma costoro hanno sottostimato la profondità dell’impegno europeo nell’euro. Hanno scambiato l’euro per un regime di tassi fissi quando, in effetti, è una moneta unica irreversibile. Ed è irreversibile perché nasce dall’impegno delle nazioni europee per una maggiore integrazione che ha le sue radici nel nostro desiderio di pace, sicurezza e di trascendere le nostre differenze”.

Insomma, per Draghi, e per tutti coloro che ci stanno lavorando, l’Europa non è un’utopia ma, per dirla con le parole di Keynes, un’eutopia.

In inglese si pronuncia allo stesso modo, ma il significato delle due parole è profondamente diverso.

L’Utopia è un luogo meraviglioso, ma irraggiungibile.

L’Eutopia è qualcosa di altrettanto meraviglioso, ma possibile.

Keynes rese celebre questo termine quando presentò, il 4 agosto 1942, la quinta versione del suo documento che proponeva una profonda revisione del sistema monetario internazionale, basato su una unità di conto comune (e quindi un’unione monetaria internazionale) e una clearing house. Il documento si intitolava The international Clearing Union, e recava il sottotitolo: Not Utopia, but Eutopia, a voler  sottolineare che non si trattava di un progetto utopistico, ma della progettazione di uno spazio internazionale ben costruito, grazie ad importanti cessioni di sovranità, per favorire il riequilibrio delle bilance dei pagamenti e l’incontro pacifico fra i popoli.

A sentire Draghi, sembra che l’eutopia keynesiana abbia ispirato non poco gli architetti dell’Unione europea.

Not Eutopia, but Eu-topia.

La Fed ci penserà 2,3 trilioni di volte prima di chiudere i rubinetti

Fra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di denaro. Più o meno quello che potrebbe andare in fumo in mezzo mondo una volta che la Fed deciderà di tirarsi fuori sul serio dalla generosa politica monetaria che ormai porta avanti da cinque anni.

Il problema è che tanta generosità ha finito col far crescere ancor di più la montagna di debiti che ormai arbitra il nostro destino, e tirarsi fuori da queste obbligazioni non sarà facile, né semplice.

E, soprattutto, non sarà gratis.

Abbiamo già analizzato la quantità di disastri che potrebbe provocare la tanto ventilata (e poi altrettanto smentita) exit strategy americana. Quello che finora ci mancava era una stima dei danni. Ma era solo questione di tempo.

Infatti pochi giorni fa il Fondo monetario internazionale ha rilasciato il suo ultimo Global financial stability report che, non a caso, dedica un capitolo proprio all’annosa questione americana, ossia come smettere di far debiti senza poter smettere di farne.

“Condurre gradualmente – scrive il Fondo – la transizione verso tassi di interesse più elevati potrebbe essere positivo per la stabilità finanziaria, perché i rischi associati ai bassi tassi e l’accumulazione di eccessi possono essere ridotti”.

Senonché, il problema è che questi rischi non solo non si sono ridotti (e perché mai avrebbero dovuto ridursi?), ma “continuano ad accumularsi, includendo il deterioramento  delle condizioni di credito delle imprese non finanziarie e la ricerca di rendimenti di fondi pensioni e assicurazioni, oltre ad un aumento della duration dei portafogli”.

Tutto ciò rende improbabile che la normalizzazione monetaria non finisca col causare qualche disastro. 

Nel migliore dei mondi possibili, prospettivi di un rialzo dei tassi a breve dovrebbero condurre a un’ordinata ricalibrazione dei portafogli, che porterebbe con sé il riprezzamento di tutti i rischi. Se la liquidità sostiene questa “riconversione” non ci sono problemi, specie se, come dovrebbe essere, il contesto economico non è avverso.

Senonché queste condizioni ideali non sono molto probabili in un mondo drogato da anni di bonanza monetaria, che reagisce con estremo nervosismo anche solo a un annuncio di normalizzazione.

Sicché il Fondo si è trovato ad elaborare alcuni scenari, che prevedono la possibilità che la correzione delle condizioni di credito non sia così ordinata come dovrebbe, ma porti con sé perdite importanti nei portafogli mondiali, gonfi come non mai (compresi quelli delle banche centrali) di obbligazioni denominate in dollari e quindi pesantemente esposti al ribasso dei corsi provocato da un rialzo dei tassi. Senza contare le vendite forzate di asset che tali perdite potrebbero portare con sé, che avrebbero un ulteriore effetto crash sui mercati finanziari.

La peggiore di queste simulazioni prevede un aumento di 100 punti base sui tassi dei titoli decennali. Scelta non casuale. Le politiche di quantitative easing, infatti, hanno finito, fra le altre cose, con l’allungare la duration degli investimenti, visto che i tassi bassi, e la relativa fame di rendimenti che hanno provocato, hanno finito con l’orientare gli investitori sulle scadenza più lunghe.

Di conseguenza il grosso del rischio si è spostato su questa classe di titoli.

Ebbene, un incremento di 100 punti base sui titoli decennali americani provocherebbe perdite fino al 5,6% del portafoglio globale dei bond.

Una robetta da 2.300 miliardi di dollari, 2,3 trilioni.

“Ovviamente – sottolinea il Fondo – l’impatto di queste perdite dipende da varie condizioni”. E di sicuro i vari gestori, siano essi banche o fondi pensione, si staranno già posizionando in tal senso.

Ma i tassi più alti potrebbero essere anche la miccia capace di far esplodere la bomba delle banche-ombra.

Lo shadow banking, infatti, usa molto l’indebitamento a breve per indebitarsi sul lungo. La qualcosa potrebbe finire di mettere sotto stress il sistema finanziario, vuoi perché un rialzo dei tassi costringerebbe le banche ombra a disfarsi di asset, vuoi perché potrebbero diventare fonte di contagio sistemico.

Per uscire dal cul de sac nel quale si è infilata con le sue stesse mani, dice il Fmi, la Fed dovrà affidarsi “a una strategia ben ponderata di comunicazione”.

C’è da scommetterci che ci penseranno.

Almeno 2,3 trilioni di volte.

I travet pubblici italiani pagano il conto del 2013

Pochi giorni dopo la pubblicazione dei conti nazionali per il 2012, l’Istat ha rilasciato  il conto economico trimestrale delle amministrazioni pubbliche, che ci consente di fare un piccolo passo avanti nella nostra analisi della contabilità pubblica.

Poiché ormai sapete tutto sul senso e il significato dell’avanzo primario non ci tornerò sopra. Vi basti sapere che nel secondo trimestre 2013 tale saldo è risultato positivo per una quota pari al 4,7% del Pil, lo 0,9% in più dello stesso trimestre del 2012.

Una buona notizia che ne nasconde un’altra: ossia l’andamento del saldo corrente, anch’esso positivo e in crescita rispetto al secondo trimestre 2012 (dallo 0,2% allo 0,4% del Pil).

Fermiamoci un attimo: cos’è il saldo corrente?

Molti di voi lo sapranno già, però è utile rimarcare la differenza fra il saldo primario (differenza fra entrate e uscite correnti senza considerare gli interessi sul debito) e il saldo corrente (differenza fra entrate e uscite correnti compresi gli interessi sul debito).

In sostanza il saldo corrente è quello che rimane delle entrate correnti al netto delle spese correnti complessive.

La ciccia, insomma.

Bene, nel secondo trimestre 2013 il nostro saldo corrente è migliorato ed è positivo. Significa che, malgrado la mole di interessi passivi che hanno divorato il nostro avanzo primario, siamo riusciti pure a salvare qualcosa dalla nostra spesa corrente. In particolare quello 0,4% del Pil che equivale precisamente a 1,644 miliardi.

La buona notizia, tuttavia, non dovrebbe esimerci da una semplice domanda: da dove sono arrivati questi soldi?

Come ogni saldo, anche quello corrente è la risultante di entrate e spese. Quindi dobbiamo vedere innanzitutto come siano cambiate le entrate e le spese correnti rispetto al 2012.

Dal lato delle entrate si vede che sono aumentate dell’1,2% fra i due trimestri considerati (2012/2013), passando da 180,091 miliardi a 182,297. Il grosso dell’aumento è da imputarsi all’aumento delle imposte dirette (+4,1%, da 57,748 mld a 60,132) che compensa il calo di quelle indirette, diminuite del 2,1% (da 57,964 a 56,723). Quindi abbiamo +2,384 miliardi di incassi da imposte dirette e -1,241 miliardi di imposte indirette. Che significa +1,143 mililardi di entrate da tasse come saldo positivo.

Il calo delle imposte indirette (Iva in testa) è uno degli effetti del calo dei consumi, evidentemente, in qualche modo connesso con l’aumento del carico fiscale, che infatti nel trimestre considerato ha generato entrate record, pari al 48,3% del Pil, corrispondente a una pressione fiscale del 43,8%, 1,3% in più rispetto al trimestre corrispondente del 2012.

All’aumento delle entrate correnti dell’1,2%, tuttavia, ha corrisposto un aumento delle uscite correnti dello 0,7%, pari a 2,206 miliardi.

In particolare, sono passate dai 179,466 miliardi del secondo trimestre 2012 a 180,653 nel 2013. Quindi una parte del nostro aumento di entrate è andato a compensare un aumento di spesa.

La constatazione è tanto più rilevante in quanto, scorrendo i dati analitici, scopro che una delle voci più rilevanti della nostra spesa corrente, ossia quella per gli interessi sul debito, è diminuita nei due trimestri, addirittura del 7%. In particolare è passata dai 23,827 miliardi del secondo trimestre 2012 a 22,148 miliardi, ben 1,679 miliardi in meno.

Ciò malgrado la spesa corrente complessiva è aumentata.

Come mai?

La parte del leone l’hanno fatta le prestazioni sociali in denaro (il welfare), cresciute del 2,9%.

In particolare sono aumentate di 2,082 miliardi (da 72,750 mld a 74,832). Un altro +4,1% l’hanno segnato i consumi intermedi, aumentati di 895 milioni di euro (da 21,593 a 22,488). Il totale di queste due voci sfiora i tre miliardi (2,977 mld) di spesa corrente in più. Se poi ci aggiungiamo le “altre uscite correnti”, cresciute del 3,5% (781 milioni) li superiamo abbondantemente.

Ricapitoliamo: abbiamo avuto meno spese per interessi per oltre 1,6 miliardi (grazie alla generosità della Bce che ha fatto diminuire gli spread) e abbiamo speso oltre tre miliardi in più. Come abbiamo fatto ad avere un saldo corrente positivo?

Semplice: abbiamo avuto più entrate fiscali e, soprattutto, abbiamo risparmiato sul costo del lavoro dei dipendenti pubblici.

La voce Redditi da lavoro dipendente segna infatti un calo di 892 milioni di euro, passando dai 39,239 miliardi del secondo trimestre 2012 ai 38,347 del 2013, il 2,3% in meno.

Quindi circa la metà del nostro saldo corrente positivo l’hanno pagato i dipendenti pubblici. La loro è l’unica voce della spesa corrente che non solo non aumenta ma diminuisce.

Un grazie sarebbe solo una questione di buona educazione.

Equilibrio vuol dire fiducia (lo dice anche la Bce)

L’economia di oggi è una (pseudo) scienza rozza, che dissimula con l’astrusità delle formalizzazioni la sua debolezza epistemologica e la grossolanità dei suoi presupposti.

Vi sembrerà un paradosso, ma l’economia era più vicina alla realtà all’epoca d’oro della filosofia morale, quella di Adam Smith per intendersi, se per realtà si intende il modo in cui vanno le cose e non il paradiso artificiale che descrive come dovrebbero andare. Il mondo dei modelli formali che ti fanno scervellare, salvo poi scoprire che hanno la capacità prospettica di un neonato.

Ma non è tanto questo il problema. L’economia, scegliendo la matematica ha scelto implicitamente di studiare solo ciò che si può misurare, ossia ciò che è quantitativo. Così facendo ha tagliato fuori dal suo campo d’indagine l’altra metà del cielo, ossia ciò che è qualitativo, effimero.

Ha reciso le sue radici.

Prendiamo la fiducia, ad esempio. Sappiamo tutti che senza fiducia l’economia semplicemente non esisterebbe (per non parlare del credito). Eppure l’economia non se ne occupa. La lascia sullo sfondo. Si limita a postularla, come qualcosa di evidente di per sé. Perché la fiducia sappiamo tutti cos’è.

E sappiamo altresì che fatica ad entrare in un sistema di equazioni.

Ciò non impedisce che qualcuno ci provi.

Alcuni economisti, che evidentemente sentono il richiamo della foresta della filosofia, hanno prodotto (pochi) studi interessanti sul rapporto fra la cultura di un paese, in particolare la sua religione (pensate a Max Weber) e il suo sviluppo economico, arrivando all’incredibile risultato che effettivamente c’è un nesso.

Chi l’avrebbe mai detto? Chissà quanta matematica è servita per arrivarci.

La cosa si fa più interessante quando il richiamo della foresta si fa ancora più forte e si cerca di mettere insieme il diavolo e l’acqua santa, ossia i numeri e i sentimenti, ipotizzando ad esempio che si sia un correlazione fra il grado di fiducia e il livello di squilibrio di cui soffre una paese. Nel senso che sono inversamente proporzionali.

Un punto di vista nuovo: di solito gli economisti si occupano della correlazione fra fiducia e sviluppo economico, che è anche più immediata e altrettanto sfuggente per carenza di informazioni statistiche sui sentimenti.

Questa novità, ossia la ricerca di una correlazione fra fiducia e squilibrio, è finita in un paper della Bce pubblicato alcune settimane fa: “Macroeconomic imbalances: a question of trust?” che è davvero istruttivo leggere. Se non altro per avere un’idea di come lavorano gli economisti.

Che poi sono gli stessi che dicono di conoscere la ricetta del nostro benessere.

Cominciamo dalle definizioni. Ognuno di noi pensa probabilmente una cosa diversa quando si parla di squilibrio. Gli autori lo intendono come un indice (ecco la matematica) che assembla il saldo fiscale, il saldo del conto corrente e il tasso d’interesse. Ogni altra cosa non viene considerata. Tipo, per dirne una a caso, il livello di debito delle famiglie.

Il terreno si fa più scivoloso quando entra in gioco la fiducia, categorizzata come “fiducia interpesonale” che viene considerata il driver del capitale civico di un paese.

Tale “fiducia” viene misurata attingendo a una serie di dati estratti dal World Values survey e dall’European values study nelle tre decadi 1980, 1990 e 2000 e poi a questi dati vengono associate sei  modalità nelle quali, secondo gli autori, si declina la fiducia: onestà, obbedienza, fede nell’autodeterminazione, affinità per la concorrenza, lavoro etico, importanza riconosciuta alla parsimonia.

Questa è la fiducia di cui stiamo parlando, non quella che pensate voi, che magari al concetto di fiducia interpersonale associate altre caratteristiche tipo la generosità, l’altruismo, la disponibilità, eccetera.

Da tali presupposti si sviluppa l’analisi che, nella sua parte finale, è ovviamente dedicata all’eurozona.

La domanda che gli studiosi si pongono è la seguente: l’introduzione dell’euro ha attenuato o amplificato gli effetti della cultura dei singoli paesi sui loro squilibri economici?

Detto in altre parole: si è verificata almeno la convergenza sui valori “effimeri” visto che sui valori economici c’è ancora parecchio da lavorare?

Insomma: l’euro è servito a “educare” in qualche modo ai valori giusti (quelli di prima, non altri) i paesi (macroeconomicamente) squilibrati?

La congettura che gli autori si prefiggono di dimostrare col solito modellino matematico è che “le società siano più capaci di affrontare gli squilibri macro (come prima definiti, ndr) quando nel paese prevalgono alti livelli di fiducia interpersonale (come prima definita, ndr), la qualcosa accade quando il capitale civico è più sviluppato”.

Per fortuna gli autori si rendono conto della complessità del reale e perciò fanno quello che di solito fanno gli economisti quando devono dimostrare qualcosa: semplificano all’osso. E poi travestono con i numeri le proprie semplificazioni. Il che dà loro quell’aura preziosa di scientificità che rende tali congetture miracolosamente credibili.

Alla fine delle formule, le conclusioni confermano l’ipotesi: “Abbiamo trovato – scrivono – una forte prova del link fra la fiducia interpersonale e gli squilibri economici”. “Abbiamo riscontrato delle differenze nella fiducia fra i paesi dell’eurozona a bassi tassi e ad alti tassi, che però non sono statisticamente significanti e non abbiamo trovato prove che l’euro abbia avuto un impatto sul link fra fiducia e squilibri”.

Neanche a questo è servito.

Tuttavia, focalizzando l’attenzione sull’eurozona gli studiosi sono arrivati a calcolare che controllando le differenze fra i gradi di fiducia interpersonale si potrebbe rimuovere circa un quinto delle differenze fra gli squilibri dei paesi a bassi e alti tassi.

Insomma: se avessimo lo stesso livello di fiducia della Germania all’interno del nostro paese, i nostri squilibri macroeconomici diminuirebbero di un quinto.

Sai che svolta.

Ciò basta per dedurne che fiducia vuol dire equilibrio.

Avere i valori morali giusti aiuta ad avere migliori valori economici. Ci sono arrivati, grazie alla matematica, gli economisti della Bce.

A me l’aveva detto mio padre.

Il default statale come requisito della stabilità europea

Siamo arrivati a un punto di svolta nella ultradecennale tenzone fra gli stati nazionali europei e le entità sovranazionali europee.

Me ne sono convinto leggendo un articolo pubblicato il primo ottobre scorso sul Financial Times firmato dal governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, che ha il pregio, essendo destinato a un vasto pubblico (anche se di settore) della chiarezza. Anche se c’è molto di non detto in quello che c’è scritto.

Di che parla Weidmann? Il pezzo si intitola “Bisogna smetterla di incoraggiare le banche ad accumulare debito sovrano”. Tema assai gettonato nel dibattito sull’Unione Bancaria, e del quale più volte ho scritto.

In sostanza, dice Weidmann, bisogna “spezzare il collegamento fra banche e debito sovrano”. Un collegamento, sottolinea il governatore, “disastroso” che il progetto di Unione bancaria si propone di spezzare una volta per tutte.

Per farvela semplice, lo schema è questo: le banche prendono a prestito dalla Bce all’1% e comprano bond decennali dello stato dove risiedono guadagnandoci un sostanzioso rendimento differenziale. In Italia, per dire, il rendimento del decennale quota oltre il 4%. “Questa specie di carry trade – scrive Weidmann – sostiene la bassa profittabilità di queste banche e pospone il necessario aggiustamento”.

Per dare un’idea di quanto sia diffusa questa pratica, il nostro governatore fornisce un dato: “La quota di bond sovrani dell’eurozona negli asset bancari totali dell’area è aumentata di un quinto, negi ultimi cinque anni, passando da 4 al 5,3%”. Con l’avvertenza che questa media maschera importanti differenze nei singoli paesi.

“Studi recenti, uno dei quale della Bundesbank – spiega – evidenziano che grandi banche, banche meno capitalizzate e banche che dipendono dal finanziamento a breve investono più di altre in debito sovrano”. Da ciò si deduce che “più le banche sono vulnerabili più investono nel debito sovrano”.  E più il debito sovrano è vulnerabile, più avrà bisogno delle sua banche residenti per rimanere in piedi, si potrebbe glossare.

E il pensiero corre al nostro Monte dei Paschi, che proprio in questi giorni ha comunicato che diminuirà la quota di titoli di stato italiano presenti nel suo portafoglio.

Le ragioni per tali pratica sono diverse, sottolinea Weidmann: la ricerca di rendimenti, la moral suasion, il tentativo di stabilizzare il debito sovrano o considerazioni di tipo strategico”: Quel che conta, sottolinea, è che “se il debito sovrano di uno stato va in defalut è probabile che le banche facciano defalut a loro volta”.

E tuttavia “le banche hanno incentivi a investire in bond sovrani finché le cose vanno bene, quello che avverrebbe in caso di default non è considerato rilevante, e questo mina la disciplina di mercato per il governo e rallenta gli incentivi a fare le riforme strutturali”. “Dall’altra parte – aggiunge – le banche, che possono ottenere cash illimitato in cambio di collaterale sovrano, sono disincentivate alla disciplina nei confronti degli investitori che affidano loro dei fondi”.

Disciplina a parte, c’è un’altra controindicazione in questa pratica. L’aumento di acquisti di bond sovrani diminuisce la possibilità per le banche di prestare denaro all’economia reale: “Le banche esposte sul debito sovrano hanno ridotto i prestiti al settore privato”, osserva.

Alla radice di questo problema c’è un fatto regolamentare.

I principi del Comitato di Basilea sull’adeguatezza dei requisiti patrimoniali delle banche, infatti, prevedono che il possesso di bond sovrani non generi l’esigenza di nuovo capitale. In pratica, i bond sovrani vengono considerati asset sicuri, risk free, che, di conseguenza, non richiedono addizioni di capitale per essere sostenuti.

Senonché, dice Weidmann, l’esperienza dimostra che così non è: “La corrente assunzione regolamentare che i bond governativi siano risk free è stata sconfessata dalla recente esperienza. I tempi sono maturi – conclude – per affrontare il trattamento normativo dei bond sovrani. Senza tale revisione non vedo possibilità di spezzare il legame fra banche e debito sovrano”.

L’ultima notazione che vale la pena riportare è la considerazione che una volta che tale legame verrà spezzato, “un sistema bancario sano con una migliore diversificazione porrebbe meno oneri per gli stati (in caso di salvataggi, ndr), quindi le passività potenziali del governo potrebbero diminuire, riducendo di conseguenza il rischio di investire sul debito sovrano e quindi abbassando i relativi rendimenti”.

Tutto è bene quel che finisce bene.

Provo a ricapitolare.

Le banche comprano i bond sovrani, e così’ facendo indeboliscono la disciplina degli stati, che potendo contare su tali “compratori di ultima istanza”, non fanno le riforme strutturali, e insieme indeboliscono la propria disciplina di mercato oltre a fare sempre meno quello che dovrebbero fare (prestare i soldi all’economia reale) per fare quello che fanno (carry trade con i soldi della Bce). Ciò accade perché i bond sovrani, secondo i regolamente bancari di Basilea, sono considerati risk free, e quindi le banche possono accumularli senza mettere sotto stress i propri coefficienti patrimoniali.

Di fronte a questo scenario Weidmann pone due questioni: smetterla di considerare i bond sovrani come risk free, e quindi computarli nel patrimonio bancario al pari dei bond delle aziende, e, tramite Unione Bancaria scoraggiare tale pratica utilizzando gli strumenti della supervisione e dell’eventuale risoluzione.

Conclusione: un sistema bancario più sano e meno esposto al debito statale, che quindi presta i soldi all’economia reale e non finanzia i deficit pubblici.

Ma è facile capire che la stessa storia si può raccontare in un altro modo.

Togliere la qualifica di risk free ai bond sovrani significa assimilarli a un qualunque altro bond corporate, che paga uno spread più alto perché incorpora il rischio del fallimento, formalmente assente dai default sovrani. Ciò comporterebbe, fra le altre cose, che le banche non avrebbero più la convenienza che hanno a comprare bond sovrani, e quindi, nell’immediato, ciò provocherebbe un aumento del costo del finanziamento per gli stati, tanto più se deboli.

Costoro dovranno assoggettarsi assai più di quanto hanno fatto finora alla disciplina dei mercati, dal lato fiscale. Il rischio che un’asta di titoli pubblici che vada male, quindi, diverrebbe assai concreto, con tutto ciò che questo comporta sulla tenuta dei conti di uno stato che, di fatto, potrebbe finire tranquillamente in default come una qualunque società, se i suoi fondamentali non sono buoni abbastanza da reggere il mercato senza l’obrello delle banche amiche. Quindi è meglio che tutti gli stati facciano le riforme, sennò…

Altra conclusione: la possibilità che uno stato fallisca (implicita peraltro già nel Trattato di Maastricht, che vieta il finanziamento via Bce dei deficit) è un fattore di potente stabilizzazione nel tormentato mondo dell’eurozona. Che si arrivi a tale risultato agendo sulle banche anziché direttamente sugli stati dipende dal fatto che sono loro a tenere la cassa dei governi.

Un bel default, insomma, serve a migliorare la disciplina, oltre a spostare sempre più peso specifico dalle entità nazionali a quelle sovranazionali.

Finché non succede davvero.

L’export tedesco sul ciglio del burrone

Il 13 non porta fortuna all’export tedesco. Se è senza dubbio esagerato parlare del 2013 come l’anno nero della bilancia commerciale della Germania, un dato salta all’occhio scorrendo i dati pubblicati di recente dall’istituto di statistica: tolti gennaio e aprile, ogni mese l’export tedesco del 2013 è stato inferiore a quello del 2012.

Al contrario, l’import si è stabilizzato al rialzo.

Vediamo le cifre. Nel mese di agosto 2013, rispetto ad agosto 2012, le esportazioni su dati provvisori sono calate del 5,4%, a fronte di un calo di importazioni quotato intorno al 2,2%. E se pensate che questi dati siano brutti per la bilancia commerciale, considerate che sono anche migliorati rispetto a luglio (+1% export ad agosto, +0,4% import).

La conseguenza della decrescita dell’export e della decrescita più lenta dell’import, ovviamente, è che si restringe il saldo positivo. L’Istituto calcola che ad agosto il surplus commerciale, sempre ad agosto 2013, è stato di 13,1 miliardi, a fronte dei 16,3 di agosto 2012, circa il 20% in meno.

Ma se guardiamo i dati aggiustati per il calendario, il surplus di agosto 2013 risale a 15,6 miliardi.

Vale la pena, perciò, dare un’occhiata più da vicino ai dati aggregati.

Da gennaio ad agosto 2013 i flussi di beni e servizi esportati dalla Germania sono stati contabilizzati in 726,1 miliardi, a fronte dei 734,2 dello stesso periodo del 2012. Mentre l’import è sceso dai 607,6 miliardi del periodo gennaio-agosto 2012 ai 598,9 del 2013.

Il saldo, di conseguenza è rimasto stabile, anzi è leggermente aumentato, passando dai 126,6 miliardi del 2012 ai 127,1 del 2013.

Un segnale rassicurante, se non fosse che poi, andando a frugare fra i conti, viene fuori un elemento che getta un’altra luce sul futuro delle esportazioni tedesche.

Analizzando i flussi di esportazioni e importazioni classificate per gruppi di paesi, infatti, viene fuori che l’export è collassato del 3,1% nell’eurozona (periodo gennaio-agosto 2013 su 2012) ed è calato dello 0,3% anche nei paesi terzi. Al contrario è salito nei paesi dell’Ue non euro dell’1%, il che porta la media del calo delle esportazioni nell’Ue all’1,7%.

Se si guarda al solo dato di agosto 2013, si vede che l’export nell’eurozona è crollato anche di più, arrivando a -7,2%.

Né il freddo né il caldo aiutano favoriscono le esportazioni, evidentemente.

Lato importazioni, il copione si ripete: aumentano solo nei confronti dei paesi europei non aderenti all’euro (+1,8%), mentre calano quelle dall’eurozona (-0,8%) e dai paesi terzi (-3,8%).

Cosa significano questi dati? 

In sostanza i conti esteri tedeschi sono in equilibrio sul ciglio di un burrone. Con l’aggravante che l’andamento dell’eurozona sarà determinante per capire se partirà una frana.

Peraltro l’ultimo outlook diffuso dal Fondo Monetario Internazionale, nella sezione dedicata alla prospettive regionali, scrive a chiare lettere a proposito dell’eurozona che “la domanda è persistentemente debole, specialmente nei paesi periferici, a causa del prosieguo del processo di de-leveraging del settore pubblico e privato”.

E poi, dopo aver sottolineato “le aumentate preoccupazioni di un trend sotterraneo di disinflazione o deflazione”, il Fmi rileva che tale trend verrà aggravato da una moltitudine di fattori, a cominciare dalla crescente debolezza dell’export causato dal rallentamento nei mercati delle economie emergenti”.

Come se non bastasse “nelle economie core dell’area, malgrado i recenti miglioramenti nella fiducia, la domanda privata è affetta da preoccupazioni circa la crescita globale e le contnue incertezze sulle prospettive dell’euroarea”.

Da tutto ciò il Fmi ne deduce la stima che le attività si ridurranno di circa lo 0,5% per cento nel 2013, più o meno quanto si è visto nel 2012, a fronte di una crescita concentrata nel secondo semestre di circa lo 0,75%.

In pratica l’eurozona è ferma. Proprio come l’export tedesco.

Ferma sul ciglio di un burrone,

L’Europa Ogm (organismo giuridicamente modificato)

Che cos’è l’Europa?

E’ una comunità di stati sovrani, viene da dire.

Facile ed elementare.

Poi però uno si deve sforzare di approfondire, visto che guardando il planisfero l’Europa proprio non si vede. Si vedono i singoli stati, ognuno col suo bel colore per distinguersi dall’altro, ma dell’Europa non c’è traccia nella cartine geografiche, a differenza, ad esempio, dell’America, che appare monocromatica e gigantesca.

Per l’Europa, insomma, vale più o meno quello che disse (ma gli storici sono indecisi) Metternich dell’Italia pre-risorgimentale: è un’espressione geografica.

Un’espressione. Quindi un modo di dire.

Però l’Europa esiste eccome: ne sentiamo parlare tutti i giorni.

Addirittura ha una moneta unica. Non tutta, solo un pezzo. Però, ci dicono, l’Europa è ben più grande dell’eurozona e tende a espandersi.

Manco fosse un’epidemia.

E allora: cos’è l’Europa?

Per provare a rispondere dobbiamo inerpicarci lungo una storia lunga sessant’anni, partendo però dalla fine.

L’occasione ce la fornisce una quaderno giuridico pubblicato pochi giorni fa dalla Banca d’Italia, intitolato “Dalla vigilanza nazionale armonizzata alla Banking Union“.

Un testo molto utile perché ripercorre le tappe salienti del processo di integrazione bancaria, ovvero la punta di diamante del percorso di unificazione europeo che dovrebbe condurre, nell’arco di un decennio, alla completa unificazione politica dell’Ue.

Questo in teoria.

in pratica, scrivono i giuristi di Bankitalia, “la crisi ha fatto emergere tutte le criticità insite nel processo di unificazione europea evidenziando, per quanto attiene in particolare al campo dell’integrazione bancaria e finanziaria, l’odierna inadeguatezza del modello della vigilanza armonizzata, introdotto, insieme al principio dell’home country control, dalle direttive europee, che avevano iniziato a disciplinare il settore bancario a partire dalla fine degli anni ’70”.

Che fosse necessario superare tale impostazione si è capito “mano a mano che la libertà di movimento dei capitali e l’adozione della moneta unica hanno accelerato l’integrazione dei mercati finanziari europei” che ha provocato “la nascita di imprese bancarie sovranazionali le cui dimensioni travalicavano le possibilità di controllo delle singole autorità nazionali. In tale contesto la crisi ha operato da catalizzatore evidenziando la necessità di promuovere un modello europeo di vigilanza pienamente integrata”.

Che peraltro l’integrazione finanziarie europea fosse fragile era chiaro sin dai tempi di Maastricht, visto che il gruppo dei governatori centrali, ai tempi delle riunioni propedeutiche alla stipula del trattato, aveva chiesto che fosse affidata alla Bce il compito di vigilare sulle banche europee. “Ma all’epoca – notano – le resistenze degli stati nazionali non consentirono di superare il modello della vigilanza ripartita su scala nazionale”.

Ancora una volta nella dialettica fra gli stati nazionali e il governo sovranazionale, i primi hanno prevalso sul secondo che, molto pazientemente, ha atteso che arrivasse il momento giusto per affermarsi.

Vent’anni dopo, la vigilanza accentrata, è diventata una legge comunitaria. Grazie alla crisi.

Le crisi, peraltro, si sono dimostrate un ottimo strumento di governo dell’Europa.

Non a caso Yves Mersch, di recente, ha citato una celebre dichiarazione di Jean Monnet, secondo il quale “L’Europa sarà forgiata dalle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per le crisi”.

Il riferimento a Monnet, uno dei padri dell’Europa, ci riporta all’inizio della nostra storia. Quando tutto cominciò.

Facciamo un salto nel passato, dove sono stati piantati i semi del nostro presente.

Arriviamo ai primi anni ’50, quando pochi visionari diedero vita al sogno europeo dopo intensi dibattiti iniziati nel dopoguerra che diedero origine ad alcuni accordi intergovernativi e poi, più tardi, al primo ente sovranazionale europeo: le CECA, antensignana della CEE.

La nascita della CECA, comunità europea del carbone e dell’acciaio, prende spunto proprio dalle intuizioni di Monnet e viene sponsorizzata da un altro francese, l’allora ministero degli esteri Robert Schuman, che il 9 maggio 1950 pronunciò una celebre dichiarazione dove annunciava il progetto di un’Europa a costruzione graduale a pragmatica.

Tale costruzione sarebbe cominciata mettendo in comune risorse economiche, ma con un fine più ambizioso: “Mettendo in comune le produzioni di base e istituendo una nuova Alta Autorità,le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia e la Germania e i paesi che vi aderiranno, si costituirà il primo nucleo concreto di una federazione europea indispensabile al mantenimento della pace”. L’intento è chiaro: creare un’Europa politica, utilizzando lo strumento del cosiddetto “federalismo funzionale”: ciò che faccio definisce ciò che sono. “Conosciamo il nostro più temibile avversario: l’egoismo nazionale che divide i popoli”, disse all’epoca il capo della delegazione tedesca Walter Hallstein.

La CECA fu istituita nell’aprile del ’51 e la sua nascita segnò un’autentica evoluzione nel cammino europeo. Non tanto per le questioni economiche ad essa sottintese. Ma per quelle giuridiche.

Furono i giuristi, e non gli economisti, che oggi come allora erano solo in secondo piano (malgrado le apparenze) a compiere l’impresa.

L’Ue, come la conosciamo oggi è innanzitutto una loro creatura.

Furono i giuristi, ad esempio, a inventare la definizione di “organismo sovranazionale” da applicare alla CECA per caratterizzare il suo essere una sorta di terza via fra il diritto degli stati e quello internazionale.

E furono sempre i giuristi a mettere le fondamenta del diritto comunitario, che a molti di loro parve una felice (e aggiornata) riedizione dello ius commune medievale, ossia di quel corpo di norme e commentari che, per il suo rifarsi ai vecchi codicii romani, si pensava fosse applicabile a tutto il territorio del Sacro Romano Impero e che finì nel dimenticatoio una volta che gli stati nazionali iniziarono a voler fare da soli.

Ieri come oggi è stata la dialettica fra le entità sovranazionali e statuali a fare la storia.

La CECA si componeva di Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Belgio e Paesi Bassi. Il Trattato fissò i suoi organi amministrativi (con la Germania che spingeva per avere un peso specifico più rilevante degli altri) decise la sua sede (il Lussemburgo) e persino gli stipendi e le pensioni del suo personale (anche solo dopo quattro anni di servizio). Si discusse anche a lungo del regime lingustico, che prima fu il francese, poi gradualmente sostituito dall’inglese.

Ma fu chiaro da subito che gli esperti legali avevano in mente sin dall’inizio la costruzione di uno stato europeo federale, tanto è vero che proposero di dare alla CECA un regime speciale che comprendesse anche l’extraterritorialità in modo da farne una sorta di distretto federale.

Per la cronaca, Jean Monnet divenne il primo presidente dell’Alta autorità della CECA, che si insedierà nel Lussemburgo il 10 agosto 1952, ossia dell’organo esecutivo della Comunità. Poi c’era l’Assemblea comune, composta da delegati dei parlamenti nazionali, priva di poteri salvo il diritto idi censura, e infine la Corte di Giustizia, l’antesignana dell’attuale Corte di giustizia europea.

L’Ue, in nuce, era già tutta lì.

Fu in quei primi anni ’50 che il sogno europeo parve diventare una realtà.

E in effetti si arrivò a un passo dal successo.

Sull’onda del successo della CECA furono tratteggiati e messi in cantiere la Comunità europea di difesa (CED) e la Comunità politica europea (CPE). Lo schema era lo stesso: delega allo strumento sovranazionale di poteri settoriali, con progressiva spoliazione degli stati nazionali.

La CED fu addirittura oggetto di un Trattato, firmato dai sei stati della CECA il 27 maggio 1952. Il Trattato prevedeva la messa in comune di risorse militari, una esercito europeo, e giocoforza portava con sé l’elaborazione di strumenti politici che avessero potuto disporre di tali eserciti.

I politici di allora, insomma, puntavano su roba grossa: altro che moneta.

Senonché, furono proprio i francesi, che pure avevano contribuito in maniera determinante a dare origine alla CECA, a far fallire la CED e con essa la CEP, che finora è l’unico compiuto tentativo di costruzione politica dell’Europa e nella quale avrebbero dovuto fondersi la CECA e la CED.

 L’Assemblea nazionale francese, il 30 agosto 1954, bocciò il trattao che istituiva la CED. Pochi giorni prima era morto il nostro Alcide De Gasperi, uno dei grandi fautori dell’unificazione europea nel campo della difesa. Un anno dopo, nel 1955, Jean Monnet si dimise da presidente dell’Alta autorità della CECA.

Il sogno europeo si scontrò con la realtà.

Fu allora che si comprese che la via dell’Europa unita non poteva passare dalle assemblee nazionali. Nessuno Stato si sarebbe mai privato delle sue competenze se non “costretto”.

Servono le crisi, appunto, come diceva Monnet.

La palla, di conseguenza, passò dai politici che si occupavano di grandi ideali impraticabili ai tecnici amanti dei cavilli, giuristi in testa, usando il cavallo di Troia dell’economia, che si rivelò essere, come già il caso della CECA aveva dimostrato, il miglior collante per obbligare gli stati a fondersi insieme. Cosa meglio della pagnotta mette d’accordo tutti?

 Sicché si arrivò alla Risoluzione di Messina, nel 1955, che mise le basi per la costruzione della CEE. L’Europa riusciva ad edificarsi solo partendo dall’economia. Che vuol dire che, non potendo parlar d’altro, di parla di ciò di cui non parla nessuno (a parte gli addetti ai lavori). L’economia, appunto.

E infatti, senza troppi problemi nel 1956 viene firmato il Trattato di Roma che data la nascita della CEE. Un mercato comune europeo pieno di merci e uomini in omvimento transfrontaliero.

Ma il fine ultimo era, come al solito, più ambizioso. Si trattava nientemeno che della “completa integrazione degli Stati europei”, come ebbe a dire nel 1960 Karl Roemer, avvocato generale tedesco della Corte di Giustizia. “I Trattati – spiegò – non sono che la parziale realizzazione di questo grande programma generale”.

Due anni dopo, nel 1962, un altro fervente europeista tedesco, Walter Hellstein, che presiedette in quegli anni la commissione CEE (antesignana di quella Ue), disse che “l’integrazione economica europea è, nella sua essenza, un fenomeno politico. La CEE costituisce un’unione politica nel campo economico e sociale”.

Col passare del tempo le comunità europee, a partire dalla CECA fino alla CEE e poi all’UE, grazie all’intensa opera delle Corte di Giustizia europea, che si occupò di commentare, e rileggere le norme nazionali alla luce dei Trattati, divennero così comunità di diritto capaci, proprio perché sovranazionali di imporsi sugli Stati. Una sorta di riedizione del Sacro romano impero, senza sacro né romano, ma profano e sovranazionale. 

La nascita del diritto comunitario fu lo strumento principe, e lo è tuttora, della lenta conquista dell’Unione politica europea che procede, oggi come ieri, tramite argomenti noiosi come l’Unione Bancaria. avendo come fine, ormai dichiarato, l’Unione politica.

Ce ne sarebbe tanto ancora da raccontare (lo faremo, prima o poi) ma per il momento è più utile tornare alla mia domanda iniziale.

Cos’è l’Europa?

Se leggiamo lo studio di Bankitalia di cui ho parlato, viene fuori che l’Europa, almeno relativamente alle questioni finanziarie (ma in fondo vale per tutto il resto), è un corpo di norme giuridiche che nel tempo sono diventate sempre più appannaggio di sconosciuti legulei le cui coordinate vengono fissate in vertici intergovernativi e scritti a Bruxelles e a Strasburgo.

L’Europa, quindi, è un organismo giuridico disincarnato.

Un OGM.

Organismo giuridicamente modificato.

 

Ps

Con questo post ho provato ad allargare il campo dell’analisi dai temi prettamente economici a quelli storico-giuridici, che come spero di aver reso chiaro, ad essi sono sottintesi. Non essendo giurista, come d’altronde non sono economista, mi perdonerete semplificazioni ed errori. Lo scopo, come sempre, non è dare lezioni o rivelare segreti. Lo scopo è ragionare insieme sul nostro presente, per provare a capire il futuro che ci aspetta. Da questo punto di vista sarebbe miserevole ridurre tutto all’economia.

Buona lettura e grazie per l’attenzione. 

Svuotare il mare (del debito) col secchiello (dell’avanzo primario)

I conti nazionali italiani relativi al 2012 diffusi dall’Istat ieri mostrano con chiarezza una verità molto semplice: pensare di abbattere il nostro debito pubblico con l’accumulo di un avanzo primario è come pensare di svuotare il mare col secchiello.

Se i nostri governanti fossero onesti dovrebbero ammetterlo invece di propinarci la solita storiella.

I dati Istat, poi, ci dicono un’altra cosa. Anzi: la fotografano.

Le curve che misurano l’andamento del Pil, la quota di profitto delle società non finanziarie e l’andamento del risparmio nazionale sono in calo dal 2000. Quest’ultimo è ai suoi minimi da 22 anni, ed è crollato dal 14% del 2000 a poco più dell’8%.

Il calo generale si è aggravato dal 2010, quando invece la curva dell’avanzo primario ha iniziato a salire. E malgrado tale risalita, il debito è aumentato.

Quindi il nostro secchiello è pure bucato.

E’ utile fare un approfondimento, visto che dell’avanzo primario tutti sentono parlare ma pochi sanno cos’è. O magari sanno cos’è ma non hanno analizzato il suo significato.

Nella contabilità nazionale, il saldo primario (avanzo se positivo, deficit se negativo) equivale alla differenza fra le entrate dello stato e le spese, al netto degli interessi pagati sul debito pubblico.

Questo non vuol dire tali interessi non debbano essere pagati.

Al contrario. Tanto è vero che la spesa per gli interessi viene classificata fra le uscite correnti del bilancio dello Stato.

Il saldo primario, in pratica, costituisce un tesoretto che lo Stato raggranella e che viene utilizzato innanzitutto per pagare gli interessi sul debito, che, nel caso dell’Italia ormai veleggiano verso i 90 miliardi di euro l’anno.

Facciamo due conti della serva. Nel 2012 abbiamo avuto un avanzo primario del 2,5% del Pil, equivalente a 39,7 miliardi di euro. Siccome la montagna degli interessi è molto più elevata, ecco che abbiamo chiuso il 2012 con un deficit di bilancio complessivo del 3% del Pil (nei limiti europei, evviva), pari a circa 46,9 miliardi. Se sommiamo il deficit finale all’avanzo primario, abbiamo la somma totale degli interessi pagati sul debito, ovvero oltre 86,7 miliardi di euro.

Avere un buon avanzo primario, nel caso italiano, serve a pagare gli interessi sul debito, non ad abbattere il debito lordo, che infatti cresce senza sosta. Serve a rassicurare i nostri creditori, non a risolvere una situazione debitoria alla lunga insostenibile.

Infatti, nella definizione della contabilità nazionale, il saldo primario viene indicato come uguale all’indebitamento netto meno la spesa per interessi. Quindi tornando ai nostri conti della serva, l’indebitamento netto nel 2012 è stato, appunto, di 46,9 miliardi. Se a questo sottraiamo la spesa per interessi, gli altri 86,6, otteniamo il nostro bell’avanzo primario di 39,7.

Solo che questi soldi spariscono nel gorgo del servizio del debito. Quindi se li godono i possessori di titoli di stato in Italia e nel mondo.

E così il debito, nutrito dal deficit, non accenna a diminuire. 

Se guardiamo i numeri assoluti, vediamo infatti che il debito nel 2010 è stato di 1.851 miliardi, 1.907 nel 2011 e 1.989 nel 2012.

Per far diminuire questa montagna, di conseguenza, è necessario che l’avanzo primario copra almeno interamente la spesa per interessi, in modo da non fare altro deficit che vada ad aumentare il debito complessivo. Meglio ancora se la supera: vuol dire che il debito si abbatte della cifra corrispondente.

Infatti nel Def del giugno scorso, il governo prevedeva di arrivare ad avere un avanzo primario di circa il 5,7% del Pil. Che detto in soldoni significa tirare fuori un avanzo primario pari a circa 90 miliardi di euro, ossia alla spesa presunta per gli interessi sul debito prevista entro l’arco di tempo del Def. 

In questo modo si arriverebbe al pareggio di bilancio, ossia all’azzeramente dell’indebitamento netto, che peraltro è un obbligo votato dal Parlamento in omaggio ai vari fiscal compact, six pack, eccetera. 

Se fermiamo l’analisi ai dati Istat del 2012, e senza considerare la variabile (molto incerta) della crescita, significa che la spesa pubblica italiana dovrebbe diminuire di quei famosi 46,9 miliardi. E se considerate la cagnara che si è scatenata in Italia (con finta crisi di governo inclusa) per evitare l’aumento dell’Iva, che vale un misero miliardo, avrete la chiara rappresentazione di quanto sia probabile che questo pareggio di bilancio lo raggiungeremo sul serio.

Questo che significa?

A parte che dobbiamo abituarci a convivere con un debito eterno, vuol dire che dobbiamo prepararci comunque a una robusta cura dimagrante. Anche perché il debito pubblico, aumentando, finisce anche con l’aumentare il nostro debito estero, che rende il nostro paese sempre più ostaggio dei mercati internazionali.  

Chiaro che il governo redivivo abbia ricominciato a parlare di spending review.

Ma da dove dovrebbero arrivare i tanto auspicati risparmi sulla spesa pubblica?

Anche qui ci vengono in aiuto i valori aggregati forniti dall’Istat.

Agli odiatori professionisti della spesa pubblica farà piacere sapere che l’unica spesa pubblica cresciuta dal 2010 al 2012 è proprio  quella per gli interessi sul debito, passata dai 70,8 miliardi del 2010 agli 86,6 del 2012. La spesa corrente al netto degli interessi, infatti, è aumentata di soli 6 miliardi, passando dai 660 del 2010 ai 667 del 2012. In pratica, a fronte di un aumento della spesa per interessi del 22% c’è stato un aumento della spesa corrente (senza interessi) dell’1%.

In compenso le entrate correnti (quindi tasse e altro) sono passate da 699 a 748 miliardi, quindi sono cresciute del 7%. Ecco da dove è venuto fuori il nostro avanzo primario.

E’ chiaro che, se la crescita non ripartirà a passo sostenuto, il governo non avrà altra scelta che aumentare ancora le entrate correnti, quindi le tasse, o tagliare severamente la spesa corrente al netto degli interessi, se vuole davvero raggiungere l’avanzo primario che si propone di raggiungere.

E allora che tagli, dicono i nostri odiatori professionisti.

Va bene: ma dove?

Le voci che pesano sono tre: la spesa per consumi finali, che nel 2012 ha pesato 314 miliardi (dentro ci sono 165 miliardi di costo del lavoro pubblico, 88 di consumi intermedi e 43 di prestazioni sociali acquistate sul mercato), le prestazioni sociali in denaro (quindi il welfare) che ci è costato 311 miliardi, e altre uscite correnti non meglio specificate che ci sono costate 40 miliardi.

Questa è la torta

Serviranno un bel po’ di avanzi per accumulare l’Avanzo.