Etichettato: maurizio sgroi
Cronicario. Finalmente faremo vacanze sovrane (a casa)
Proverbio del 12 giugno L’uomo morale si adatta alle circostanze della vita
Numero del giorno: 260.000 Aumento inattivi in Italia nel IQ 2020
Siccome è venerdì di una settimana vissuta pericolosamente, fra minacce di nuove Pontemie, memorie da lockdown e siparietti vari, mi sembra giusto augurarvi buon week end affrontando un tema che sono sicuro sarà in cima ai vostri pensieri visto che siamo stati tre mesi chiusi in casa a fare smart working o per meglio dire niente: le ferie estive.
E siccome fra Btp tricolori e amenità del genere risulta che la Pontemia ci ha fatto diventare tutti un po’ più patriottici, vi do subito la buona notizia: quest’anno, dicono i soliti sondaggiari ben il 92,3% di noi farà vacanze in Italia.
Da quel risicato 7 e spicci per cento che non rinuncia alle fascinazioni estere possiamo solo dedurre che ormai solo una minoranza non risponde all’appello della patria e che quindi stiamo marciando felici verso il sol dell’avvenire sovrano. Ma soprattutto dall’informazione che solo il 5% ha prenotato qualcosa, possiamo inferire che si sta delineando lo scenario perfetto, per le nostre ferie.
La vacanza sovrana. Ma a casa. L’unica che ci possiamo permettere.
Buon week end.
Cartolina. Prima gli italiani
Nessuno avrà nulla da ridire, nell’osservare il primato italiano per deficit e debito che si prevede seguirà alla pandemia. Nessuno avrà nulla da ridire, e con buone ragioni, visto che, com’è noto, prima di tutto viene la salute e nessuno può preferire un numeretto a una vita, eccetera eccetera. Perciò pazienza se arriveremo al 10 per cento di deficit e al 160 per cento di debito sul pil. Gli italiani vengono prima dei debiti. Sono sempre venuti prima. E si vede.
C’era una volta l’accordo fra Cina e Usa
Dicono che sia ancora valido l’accordo commerciale siglato ad inizio d’anno fra Cina e Usa, col quale Pechino si impegnava a comprare merci per 200 miliardi dagli Usa in due anni, prologo del riequilibrio commerciale fra i due paesi che Trump ha messo alla base della sua politica estera e interna.
Dicono che l’accordo sia ancora valido, i due presidenti, malgrado nel frattempo sia intervenuta una pandemia che ha sconvolto produzione e commercio internazionali, incattivendo anche notevolmente le relazioni bilaterali, fra accuse americane di reticenza sull’emergenza sanitaria e repliche piccate dei cinesi, che arrivano alla minaccia, seppure velata, non appena gli Usa tirano in ballo Taiwan, come hanno fatto di recente, scoprendo persino il segreto di Pulcinella che ogni tanto si finge di dimenticare: il confronto fra i due colossi ha molto a che fare anche con la tecnologia, come peraltro mostra chiaramente il caso Huawei, e viene suonato lungo lo spartito degli infiniti punti di frizione che possono emergere fra la potenza egemone e quella emergente.
Il caso dei microchip di Taiwan, con la Taiwan semiconductor che dovrebbe aprire una fabbrica in Arizona, è solo l’ennesimo epifenomeno di un conflitto neanche troppo strisciante già abbondantemente documentato anche qui.
In questo contesto, dicono sempre i due presidenti, come ben ci ricorda un post di Bofit, che l’accordo commerciale è ancora vigente, fra le minacce di Trump e le assicurazioni di Xi. Peccato però che alle tante parole facciano seguito fatti scarsini, almeno se li contiamo col metro degli scambi commerciali effettivi.
Il grafico parla chiaro e non ha bisogno di molti commenti. Il primo quarto ha registrato importazioni cinesi dagli Usa assai inferiori a quanto servirebbe per raggiungere i target previsti dall’accordo e l’istogramma giallo serve a quantificare il gap che la Cina dovrebbe coprire per rispettare le quote previste quest’anno.
Dicono, perciò, che sia ancora valido quest’accordo invernale che così tanto aveva fatto sperare per il raffreddarsi delle tensioni fra i due contendenti. Ma forse perché bisogna intendersi sul significato di questo termine. Forse la Cina comprerà quanto promesso, magari invocando un proroga che in tempi di coronavirus non si nega a nessuno, ma che questo rispettare gli accordi commerciali sia il sintomo di un accordo equivale a credere che basti essere in rapporti d’affari per diventare amici. L’accordo commerciale magari ci sarà ancora. Ma solo quello.
Cronicario. Sembrava una Guerra e invece era un Gurria
Proverbio del 10 giugno Troppo è peggio che poco
Numero del giorno: 158,2 Debito/pil in Italia previsto da Ocse a fine 2020
A un certo punto, dopo aver esibito le solite previsioni uau che vanno alla grande in tempi di pandemia di previsioni uau…
dove si vede che l’Italia potrebbe perdere 14 punti di pil quest’anno (uau), e vi faccio grazie del resto,
qualche genio di quelli che non mancano mai ha chiesto al prode capo dell’Ocse, fonte di queste previsioni uau, se lo preoccupasse il fatto del debito italiano.
Ma quello, imperterrito, ha risposto: “Oggi dobbiamo impiegare tutte le risorse che abbiamo, non bisogna lasciare nulla da parte, per combattere il virus, per vincere questa guerra contro il nemico”. Manco fosse un qualunque supercommissario delle mascherine.
Poi leggo meglio. Non era Guerra. Era Gurria.
A domani.
Il credito zombie che affossa l’inflazione
I tanti che si scervellano cercando di capire come mai malgrado il dichiarato e pluriennale impegno di tante banche centrali l’inflazione rimanga sottotono, dovrebbero dedicare un po’ di tempo a leggere un bel paper pubblicato dal NBER che analizza una relazione solitamente poco osservata, ossia quella fra certi eccessi del credito, in particolare quello diretto alle cosiddette aziende zombie, e le pressioni disinflazionarie.
In sostanza, gli economisti ipotizzano che “il credito a buon mercato alle imprese deteriorate ha un effetto disinflazionistico“. Vale a dire che le politiche delle banche centrali, dichiaratamente intraprese per sostenere l’inflazione intorno al 2% generano indirettamente l’ecosistema ideale per non riuscire nell’intento. Sempre perché il mondo è un filo più complicato di come lo vorrebbero i modelli economici.
In sostanza, la “perversione” del target inflazionistico è conseguenza del fatto che aiutare le imprese decotte a stare a galla tende a favorire un eccesso di capacità produttiva che finisce col generare un effetto depressivo su profitti e prezzi.
La conclusione è arrivata dopo aver esaminato un ampio pannello di dati riferiti a diversi settori di una dozzina di paesi europei dal quale si è dedotto che il credito alle aziende zombie fa decrescere insieme al tasso di insolvenza, che è un fatto sicuramente positivo, anche i prezzi alla produzione e la produttività, specie se guardiamo dallo spioncino della banca centrale.
I nostri economisti hanno quantificato che se non ci fosse stato il credito zombie, così diffuso a partire dal 2012, nei quattro anni successivi l’inflazione sarebbe stata più elevata di 0,45 punti. Certo, probabilmente avremmo patito altre conseguenze negative, ma intanto vale la pena annotare nel nostro taccuino che spesso ciò che serve non coincide esattamente con ciò che si pensa debba essere fatto.
Il link ipotizzato fra disinflazione e credito low cost può soffrire, come accade a molte congetture per quanto fondate, di una qualche approssimazione. Qualcuno potrà persino trovarlo ingannevole. E tuttavia è fuor di dubbio che le imprese zombie siano aumentate molto nell’ultimo decennio e questo ha provocato diverse conseguenze che si possono osservare anche dal grafico sotto.
In sostanza a partire dal 2012 è aumentata la quota di imprese zombie sul totale di imprese poco efficienti, mentre queste ultime sono leggermente cresciute rispetto al totale delle imprese. Al tempo stesso è aumentata significativamente la quota di credito che le banche hanno destinato alle imprese zombie, a differenza di quanto accaduto a quelle di alta qualità. Comportamento comprensibile: le banche hanno potuto usare il credito a basso costo innanzitutto per salvare le aziende verso le quali erano probabilmente più esposte. Ma poiché le risorse non sono illimitate, ciò ha comportato che le imprese più efficienti hanno avuto meno accesso a risorse. Ed ecco spiegato perché ne abbia risentito la produttività.
Da qui l’esercizio controfattuale sui livelli di inflazione che si sarebbero ottenuti se le imprese zombie fossero rimaste allo stesso livello del 2012 invece di crescere notevolmente come accaduto, ad esempio, in Francia, dove solo nel settore manifatturiero si è avuto un aumento del 38,5% della quota di queste imprese.
Ma se fosse andata così – se cioé le imprese zombie non fossero cresciute e l’inflazione fosse stata più vicina ai target della Bce – sarebbe sorto un altro problema non da poco: come conciliare le politiche espansive con livelli di inflazione crescenti. Il fantasma dell’inflazione incarnata, fa sicuramente più paura delle imprese zombie.
Cronicario. Dica Fase 3: Colao Meravigliao
Proverbio del 9 giugno Il mondo lusinga l’elefante e ignora la formica
Numero del giorno: 470.000.000.000 Calo in valore stimato dell’export Ue nel 2020
In questo susseguirsi di Fasi, che dalla 1 ci ha portato alla 1bis, e poi ter, quater quinquies fino ad approdare alla 2 e da lì verso il sol dell’avvenire della Fase X+1, ricordatevi sempre di cominciare qualunque discorso facciate con la premessa che adesso siamo nella Fase 3, sennò la gente si confonde.
Perché ormai è tutto uno sfrigolare di cronache che raccontano di riaperture più o meno riuscite, mancate, pretese, conclamate, agognate, rassegnate. Ma soprattutto con la Fase 3 è tornato protagonista del dibattito pubblico ciò che tutti credono sia indispensabile per salvare il paese da se stesso: il Piano.
Non fate gli spiritosi. Sapete benissimo di che Piano parlo. L’ha scritto un supermanager che si capisce già dal nome che è un predestinato al successo: il dottor Meravigliao.
Chiaramente, a parte le slide, non ne sa niente nessuno del Piano Meravigliao e dubito che anche l’autore se lo ricordi. Però è un Piano, perbacco, e a noi ne serve uno. Specie adesso che la Pontemia è finalmente solo un ricordo. Ci sono rimasti solo i Piani ad allietarci il futuro, visto che il presente è fosco almeno quanto l’ultimo estratto conto.
Il Piano Meravigliao ha acceso il dibattito pubblico come non capitava dal salto di qua(g)lità invocato da uno dei partiti di maggioranza. Ossia da ieri. E domani? Domani lo sapete già cosa ci aspetta.
Il giorno di un altro piano Meravigliao.
A domani.
I tassi negativi non danneggiano le banche. Per ora
La lunga ricognizione degli effetti dei tassi negativi imposti dalle Bce sin dal 2014 contenuto nell’ultimo bollettino della banca centrale, ci consente anche di fare un primo bilancio su una delle questioni maggiormente dibattute negli ultimi anni: l’impatto di questa politica sulla redditività degli istituti.
La conclusione alla quale arrivano gli economisti della Bce è vagamente controintuitiva, almeno in prima battuta: “Sebbene alcune banche siano maggiormente esposte a un contesto caratterizzato da bassi tassi di interesse, finora non vi sono evidenze di un
impatto complessivamente negativo della politica NIRP (tassi di interesse negativi, ndr) sulla redditività delle banche tra i vari modelli di business adottati dagli istituti”. A conforto di questa tesi la Bce ha elaborato alcuni dati, arrivando al grafico sotto.
Come si può osservare l’effetto negativo intuibile, ossia il calo dei margini di interesse generato dal ribassare dell’intera curva dei tassi, è stato compensato dagli effetti Istogramma giallo) che la NIRP ha avuto sugli accantonamenti – favorendo la loro diminuzione per le perdite su crediti – e il rendimento globale dell’attività. In sostanza si ipotizza che i tassi bassi, che pure hanno generato un costo sulle riserve in eccesso, abbiano al contempo migliorato il contesto nel quale la banca opera favorendo una crescita del volume della attività, che ha spinto il rendimento complessivo.
Al saldo delle varie componenti, risulta che “tale politica (i tassi negativi, ndr) abbia avuto finora un impatto trascurabile sulla redditività delle banche”.
Questa conclusione, tuttavia, sconta un difetto di parzialità che la stessa Bce sottolinea poco dopo. E’ stata raggiunta, infatti, sulla base dei rendiconti degli ultimi cinque anni che comprendono prestiti passati che incorporano tassi di interesse molto più alti di quelli più recenti. “È probabile che l’impatto negativo sui margini netti di interesse sarà più significativo se i tassi di interesse resteranno a livelli contenuti per un periodo di tempo più lungo”, sottolinea la Banca. Questo a fronte di benefici sempre minori per le altre componenti del conto economico.
A ciò si aggiunga che il prolungarsi di questa politica potrebbe spingere sempre più le banche – cosa finora che non sembra sia accaduta – ad assumere comportamenti rischiosi per difendere i propri margini. Insomma, la conclusione più corretta appare questa: la politica di tassi negativi, finora, non ha prodotto danni alle banche. Ma potrebbe produrli qualora fosse ancora prolungata nel tempo. E’ evidente che, visti i tempi che corrono, è proprio questo il problema.
Cronicario. E dopo la Pontemia, serve un salto di qua(g)lità
Proverbio dell’8 giugno Da grandi profitti, grandi rischi
Numero del giorno: 4,6 Crescita % del Pil prevista in Italia per il 2021
Si moltiplicano come i pani e i pesci i segnali della miracolosa uscita estiva dalla Pontemia. Dico estiva perché per l’autunno ci stiamo organizzando col plexiglass, quindi vi faremo sapere. Ma per il momento accontentiamoci dei dati bellissimi che arrivano dai sanitari (e non fate battute stupide) che confermano come aldilà di qualche impiccio qua e là l’estate stia arrivando, oltre che finendo, e noi siamo pronti ad affrontare le nuove sfide che ci attendono, con coraggio, ma in sicurezza.
Ma aldilà di quello che ci attende per l’estate, sono i segnali di normalizzazione che mi rassicurano. Per dire: siamo tornati a parlare di crisi di governo, di rimpasti, di svolta necessaria. Manca solo che qualcuno parli della Rai, ma ci arriveremo presto.
Oggi il primo segnale di normalizzazione l’ha dato l’ex vicepremier attuale social-premier, che ha auspicato senza se e senza ma la caduta in autunno, insieme con le foglie, del governo, che notoriamente sta come le foglie in autunno (cit.) da che mondo è mondo. E mica solo questo. Ha aggiunto che “votare in autunno servirebbe a dare tranquillità agli italiani per i prossimi cinque anni”.
A questo primo sboccio di normalità, se ne aggiungono altri, copiosamente, fra i quali ho selezionato quello di uno degli azionisti di maggioranza del governo che ha tirato fuori un classico: “Lo scenario pretende scelte nuove e una decisiva svolta da svolgere con gli alleati, questo è il cuore del confronto di queste ore e che continuerà nelle prossime settimane, nessuna contrapposizione ma la necessità per tutti di un salto di qualità necessario”.
Dite la verità: vi mancava qualcuno che esortasse “alla necessità di un salto di qualità necessario” giusto? Purtroppo c’era un refuso nella dichiarazione. Ma non vi dico quale.
A domani.
Russia e Cina aumentano la spesa militare
Gli ultimi dati Sipri sintetizzati da Bofit sulla spesa militare sottolineano la crescita notevole della spesa militare per i principali attori del gioco globale, con sorprese certo interessanti, come ad esempio la crescita in India del 6,8% nel 2019 rispetto al 2018, persino più elevato del +5,3% degli Usa, che della spesa militare sono ovviamente i campioni, e per ragioni evidenti.
Ovviamente è la spesa complessiva ad essere cresciuta, collocandosi ormai a quasi due trilioni di dollari (1,92, precisamente) in crescita – sempre nel 2019 sul 2018 – di un robusto 4% che denota non soltanto il vigore dell’industria delle armi, ma anche il suo irrobustirsi mano a mano che l’internazionalizzazione prende piede e diventa non più solo un gioco di commercio di beni e servizi o circolazione di uomini.
La globalizzazione è, e non potrebbe essere diversamente, un affare che molto ha a che fare con l’egemonia e le influenze, che non possono declinarsi senza avere alla spalle un robusto apparato militare. E questo vale sia per chi pensa di doversi difendere – la spesa militare saudita – sia per chi pensa di dover mantenere la sua posizione – la spesa Usa – oltre che per chi sta cercando di farsene una: la Cina.
Il grafico sopra, perciò, è una buona approssimazione del livello di globalizzazione che cresce in ragione diretta della capacità degli stati di attrezzarsi per confronti anche più aspri – se necessario – di quelli che coinvolgono di solito la bilancia delle merci.
La Cina, in crescita del 5,1%, e la Russia, del 4,5, manifestano semmai una tendenza interessante da sottolineare quando si noti che insieme, i due gemelli diversi della globalizzazione emergente, hanno speso 322 miliardi (261 la Cina, 61 la Russia), che equivale a meno della metà di quello che spendono gli Usa ogni anno per mantenere il suo potente e onnipresente dispositivo militare (732 miliardi). Ma al tempo stesso è evidente la rapidità con la quale questa spesa cresce, a dimostrazione del fatto che i due paesi non hanno nessuna intenzione di farsi distanziare troppo. E basta osservare in particolare l’istogramma giallo, che monitora la spesa cinese, per averne contezza.
Gli Usa, al contrario, hanno rallentato le spese già a partire dal 2010, rafforzandolo solo di recente, con ciò armonizzando le spese guerresche al linguaggio minaccioso del loro capo supremo, che per adesso le guerre le ha fatte solo al commercio. Anche il resto del mondo mirato dall’istogramma blu ha preso slancio. E questo vuol dire che il messaggio è arrivato. Forte e chiaro.
Cronicario. E’ verdedì, la giornata mondiale di quelli al verde
Proverbio del 5 giugno Il raccolto di un anno dipende dalla semina dell’estate
Numero del giorno: 40 Quota % di alberghi italiani che hanno riaperto sul totale
Mi commuovo come un cucciolo quando vedo la copia su carta verdolina di un noto quotidiano, mentre un altro – sia noto che quotidiano – mi propone una falsa copertina popolata di alberi, fiori ed erbette varie.
Penso che a qualcuno siano partite le rotative, ma poi mi ricordo che oggi non solo è venerdì – il verde s’intona bene con la speranza di passare un week end ragionevolmente popolato di ozio e vizi – ma che è pure friday. Anzi, fridays. Il giorno di Gretas. E allora capisco che qualcosa mi sfugge.
Poi qualcuno mi svela l’arcano. Oggi è la giornata mondiale dell’ambiente, perbacco. Finalmente capisco: non un semplice venerdì, e neanche un normale fridays: è verdedì. Finita la Pontemia siamo tornati alle nostre meravigliose abitudini notoriamente assai f/utili.
Peraltro il coronacoso, oltre ad aver ripulito (momentaneamente) l’aria, ci ha pure lasciato al verde, manifestando la sua chiara vocazione ecologista. Per questo celebriamo. Il virus ci ha fatto la festa. Oggi facciamo da soli.
Buon week end.


























