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State sereni: Vinceremo! (Premio: un altro ’92)
Ecco il circo italiano che riscalda i motori per l’ennesima replica di un copione già scritto. La Commissione europea rilascia le sue valutazioni marzoline sullo stato del nostro Paese. L’Ansa batte la notizia dell’ennesima bocciatura europea, e subito, con maschia prontezza, arriva una nota del nostro governo che dice sostanzialmente che siamo pronti a tutto, e che qualunque sia il da farsi lo faremo in fretta.
Vinceremo!
L’indomani la stampa rilancia l’una e l’altro, ospitando ampie interviste che dicono tutto e niente e autentiche castronerie, come quella scritta dal corrispondente di un giornale italiano secondo il quale solo l’Italia, fra i paesi dell’euro, è finita nel tritacarne della procedura per gravi squilibri, sottolineando che gli altri due paesi incolpati, Croazia e Slovenia non appartengono all’euro e quindi non sono portatori di contagio. Peccato che la Slovenia sia entrata nel’euro nel 2007.
Nulla di strano. L’impeto di drammatizzazioni a mezzo stampa e virili rassicurazioni governative è l’anima del circo e molti di noi, cresciuti nei meravigliosi anni ’90, quelli delle taumaturgiche privatizzazioni&liberalizzazioni, lo sanno bene.
Cosa ci aspetta, dunque?
L’analisi della commissione è ormai stranota: alto debito, scarsa competitività, salari rigidi, correzione degli squilibri esteri solo grazie alla compressione delle importazioni, settore bancario appesantito da sofferenze e incagli e, dulcis in fundo, una crescita al luminicino che appesantisce ulteriormente la sostenibilità del nostro debito pubblico.
Con un’avvertenza: “Gli squilibri italiani hanno effetti di contagio sull’intera euro area”. Con il suo Pil, che vale il 16,5% dell’eurozona, una crescita alla rallentatore italiana fa affossare anche quella europea, mettendo a rischio anche la fiducia. “Allo stesso tempo – scrivono – nel contesto dell’unione monetaria – la bassa domanda e la bassa inflazione nel resto dell’area rendono l’aggiustamento più difficoltoso”.
Anche perché, spiegano, per riuscire davvero a venirne fuori dovremmo mantenere nel tempo “un notevole avanzo primario“. Avendo cura di “monitorare i possibile rischi deflazionari che hanno conseguenza negative per il debito, pubblico e privato”.
Ricetta: intervenire sulla competitività, agire sulla crescita delle retribuzioni e mantenere una costante disciplina fiscale.
In una parola: austerità.
La pronta risposta del governo lascia poco spazio all’immaginazione. Ci siamo già passati.
Nel 1992 l’Italia cambiò faccia. Anche allora, come dicono faranno oggi, furono varate riforme strutturali che cambiarono il volto di questo paese. Si smontò l’economia pubblica, si inizò a parlare di riformare le pensioni, si misero le basi per la vendita degli asset pubblici e venne pure la patrimoniale sui conti correnti. Tutte cose magnifiche. Così il circo ripeté a ogni pie’ sospinto.
Da così tanto riformare ne risultò che mentre nel ’91 il 10% più ricco della popolazione deteneva circa il 40% della ricchezza nazionale, nel ’93 lo stesso 10% se ne era accaparrata il 45%.
Uno studio di Bankitalia del febbraio 2013 mostra anche un’altra cosa. Mentre nel ’91 la ricchezza finanziaria lorda degli under 35 era vicina al 18% del totale, nel ’93 era scesa sotto il 15%. E da allora ha continuato inesorabilmente a scendere (nel 2010, per dire, era sotto il 5%, mentre quella degli over 65 sfiorava il 35%, quando era il 20% nel 1991).
Vinceremo, dunque, la sfida con i terribili commissari europei, percorrendo fieri il sentiero dei provvedimenti d’emergenza grazie al nostro riconosciuto senso di responsabilità.
Alla fine della sfida ci aspetta un meraviglioso premio: un altro bel 1992 in versione XXI secolo.
Penultimo tango a Parigi
Nel cronicario dell’eurozona le vicissitudini francesi occupano quel posto d’onore che ben s’addice a un popolo che balla sempre sul confine fra Italia e Germania, indeciso ogni volta fra il consegnarsi ai disastri contabili dei paesi latini o iscriversi d’ufficio nel club di quelli che contano.
Nello spread vieppiù ampio fra i fondamentali economici e quelli politici della Francia, ormai è chiaro a tutti, si gioca la vera partita del futuro di eurolandia. Se, vale a dire, la commedia dell’euro proseguirà il suo cammino o se finirà come la mitica comunità europea di difesa, che sempre la Francia fece abortire sul nascere nei primi anni ’50, o come il progetto di costituzione Ue, che, la Francia ancora una volta, ha “terminato” a inizio XXI secolo.
Non è certo un caso che la commissione Ue abbia messo anche la Francia nella procedura di squilibrio macroeconomico insieme all’Italia e, per motivi opposti, alla Germania, ponendola ancora un volta nel mezzo. Né di qua, ossia il vizioso incartarsi italiano, né di là, ossia il virtuoso correggersi tedesco. La Francia d’altronde, proprio come l’Italia, è oggetto delle amorevoli attenzioni della Commissione e delle sue In depth review già dal 2012, al contrario della Germania che c’è entrata per troppo surplus e solo di recente.
D’altronde le analisi della commissione lasciano poco spazio alle alternative. Nelle sue previsioni più recenti, quelle invernali, gli economisti di Bruxelles fotografano una situazione di crescita con prospettive migliori delle nostre, ma assai meno di quelle tedesche. E anche nella composizione di tale crescita si nota lo stare in mezzo francese rispetto al profondo sud italiano e il profondo nord teutonico.
Il perché è presto detto. La crescita francese, prevede la Commissione, sarà dell’1% nel 2014 e dell’1,7 nel 2015, ben al di sotto di quella tedesca e ben al di sopra di quella italiana (+0,6% nel 2014 e +1,2 nel 2015). Però, proprio come accade per la Germania, sarà la domanda interna a trainarla, senza avere però dalla sua le risorse che hanno i tedeschi.
La Francia, perciò, è condannata ad avere un deficit fiscale al 4% nel 2014 e al 3,9% nel 2015, a fronte di conti esteri sempre sofferenti, che esibiscono un deficit di conto corrente in crescita (al -2,2% nel 2015).
Rispetto a questi dati persino noi italiani sembriamo virtuosi (conto corrente +1,3% nel 2014, +1,2% nel 2015, deficit fiscale -2,6% nel 2014 e -2,2% nel 2015).
Ciò malgrado, la Francia continuerà a ballare il suo malinconico tango sui boulevard parigini e a godersela. Il consumo privato rimarrà robusto quest’anno a il prossimo. Addirittura nel 2015 è previsto quattro volte superiore a quello del 2013. E anche il consumo pubblico rimarrà sostenuto, pressoché al livello del 2013.
Detto in altre parole: la Francia è condannata a spendere più di quanto non sarebbe saggio, perseverando in un deficit fiscale fuori soglia e allargando il deficit estero, se vuole conservare la sua grandeur politica e la sua ambizione di pari grado col vicino tedesco.
E, a dirla tutta, non sembra che i nostri cugini ballerini si facciamo pregare.
E’ vero che a gennaio scorso è stato annunciato il “Responsability pact”, che dovrebbe normalizzare la deriva della spesa pubblica. Ed è vero altresì che è stata approvata una riforma delle pensioni che eleverà gradualmente l’età pensionabile dai 60 ai 62 anni. Ma il cammino francese verso le tanto decantate riforme è ancora assai lungo. Col risultato che la pressione fiscale è prevista costante al 46% del Pil anche per gli anni a venire e il debito pubblico, in assenza di correzioni significative sul deficit, è previsto in crescita fino al 97,3% nel 2015 (dal 93,9 del 2013).
Né c’è tanto da attendersi dal graduale miglioramento della competitività francese, o dall’auspicato incremento di domanda di beni dall’estero, visto che, come ho detto, all’aumento previsto dell’export corrisponde un quasi altrettanto aumento delle importazioni. Sicché il saldo commerciale non darà sollievo alla bilancia dei pagamenti e neanche al Pil.
L’orchestrina (pubblica) francese, insomma, continuerà a suonare la sua musica finché qualcuno non le dirà di smetterla. Ma l’esperienza insegna che i ballerini francesi non capiscono (o non gradiscono) gli inviti espressi in lingue diverse dalla loro. E tendono a imbizzarrirsi e a rovesciare i tavoli, se si insiste.
Al tempo stesso però i più avveduti sanno che la musica non potrà durare ancora a lungo se i francesi non cambieranno danza.
Il penultimo tango pariginio, ci metterà poco a diventare l’ultimo.
Mangiarsi l’avanzo primario e decrescere (in)felici
I conti nazionali dell’Istat sono sempre un’occasione di riflessione, sempre che uno abbia voglia di scrutarli in lungo e largo.
Vale per la statistica ciò che si dice di tante materie tecniche, ossia che sia disciplina arida e ostica. Epperò, scorrendo in filigrana i dati, e con l’umiltà che ben si conviene a tanta complicazione, nel deserto dei numeri spuntano qua e là piccole oasi di informazione che ci permettono di capire di noi stessi assai più di quanto riportino le cronache, quelle sì aride, di tanta informazione mainstream.
Prendiamo il dato sul prodotto. Ormai saprete perché ve l’hanno urlato chissà quante volte, che il volume della produzione si è contratto dell’1,9% nel 2013, confrontandosi questo calo con l’aumento dello stesso livello (però positivo) del prodotto negli Usa e in Gran Bretagna, in un anno in cui persino il deflazionario Giappone è cresciuto dell’1,6.
Peggio ancora, analizzando la composizione di tale prodotto, scorgiamo che i consumi finali, privati e pubblici, sono calati del 2,2%, gli investimenti fissi lordi crollati del 4,7, e l’export è aumentato di un risicatissimo 0,1%, ai confini dell’errore statistico, salvandosi il saldo commerciale solo grazie alla contrazione del 2,8% dell’import, che rima bene con il calo dei consumi finali.
Fin qui ci sarebbe poco da aggiungere. Salvo il fatto che primeggiamo nella assai trendy moda della decrescita, visto che stiamo sotto, per volume del Pil, al livello del 2000. Se imparassimo ad essere felici, in questa costante decrescita, potremmo pure finirla qua.
E invece non è così. Siamo tristi e arrabbiati. Così ci dicono tutti i giorni.
A bene vedere un motivo di tristezza, o almeno di rimpianto, potremmo trovarlo andando a scrutare il conto delle amministrazioni pubbliche. Scopriremo che delle tante previsioni sbagliate dal governo uscito, quella che fa più male, è quella sull’avanzo primario, che si prevedeva, ancora a fine settembre scorso, arrivasse al 2,4%, e che invece l’Istat inchioda al 2,2%.
Due decimali di Pil sono circa tre miliardi. Una bazzecola viene da dire.
Ma, vedete, il rimpianto non nasce dal fatto che chissà dove andremo a recuperarli questi tre miliardi. Il rimpianto nasce dal fatto che, ancora una volta, non siamo stati capaci di sfruttare la congiuntura positiva sui tassi, il famoso spread calante, per aumentare l’avanzo primario.
Detto in parole semplici: abbiamo speso meno per gli interessi sul debito, ma il risparmio non è bastato a mantenere l’avanzo primario del 2012.
In sostanza, ne abbiamo rosicchiato un pezzo (era il 2,5%, nel 2012) e siamo pure riusciti a decrescere (in)felici.
Sappiamo già che l’avanzo primario può essere definito, e meglio ancora compreso, considerando il rapporto che c’è fra l’indebitamento netto della PA (differenza fra totale uscite e totale entrate) e gli interessi che paghiamo sul debito pubblico. L’indebitamento netto, ossia il deficit fiscale, è quello che dobbiamo riuscire a tenere sempre al massimo al 3% del Pil per non avere scocciature europee.
Sommando algebricamente il deficit e l’avanzo primario, otteniamo esattamente la cifra che paghiamo per gli interessi sul debito. O, per dirla in altro modo, se avessimo un deficit pari a zero (tipo la Germania) il nostro avanzo primario pagherebbe gli interessi sul debito senza bisogno di fare nuovi debiti (ossia deficit) per pagare i vecchi debiti. Ciò in sostanza farebbe diminuire il debito pubblico totale (sempre come sta accadendo in Germania).
Nel 2013 in Italia è successa invece una cosa molto singolare. Gli interessi sul debito sono diminuiti, grazie al calo degli spread, passando dagli 86,474 miliardi del 2012 agli 82,043 del 2013. Quindi un risparmio di 4,431 miliardi. Solo che questo risparmio è stato assorbito interamente dal deficit, che infatti è rimasto pressoché costante (47,321 mld a fronte dei 47,356 del 2012), col risultato che è diminuito l’avanzo primario (da 39,118 mld a 34,722).
Se fossimo riusciti a rispettare le previsioni del vecchio governo, al contrario, quello 0,2% previsto in più di avanzo primario avrebbe potuto essere utilizzato per abbassare il deficit. Quindi sempre di circa 3 miliardi.
Vale la pena rilevare che il deficit è rimasto inchiodato al livello del 2012 innanzitutto per l’aumento delle uscite correnti (che comprendono anche gli interessi sul debito), passate da 752,082 mld a 756,404. In particolare sono aumentate le prestazioni sociali, passate dai 311,11 mld del 2012 ai 319,525 del 2013, e la voce Altre uscite correnti (da 40,359 a 43,211 del 2013) che non si sa bene cosa ci sia dentro. Gli aumenti di queste voci hanno più che compensato il calo delle altre. E persino il crollo degli investimenti (da 48,7 mld a 42,5) non è bastato a mitigare il deficit.
Anche perché se è vero che sono diminuite le uscite complessiva (spese correnti più spese in conto capitale), passate da 800,8 mld a 798,4, è vero altresì che sono diminuite anche le entrate complessive (da 753,5 mld a 751,6) per lo più a causa del crollo delle imposte indirette (da 234 mld a 225), quindi Iva, Imu e accise.
In sostanza, la registrata diminuizione della pressione fiscale, dal 44% al 43,8% del Pil corrisponde in decimali esattamente al calo dell’avanzo primario. O, per dirla diversamente, su aumentiamo le tasse aumenta l’avanzo primario, se le diminuiamo cala. Il deficit sembra inossidabile e davvero non si capisce come dovremmo arrivare ad un avanzo primario di oltre il 5% nei prossimi anni come prevedeva Saccomanni.
L’arida statistica, insomma, ci consegna l’immagine di un paese stremato dalla crisi che sta lentamento prosciugando il suo tesoretto (l’avanzo primario). Con la conseguenza che aumenta il debito pubblico, ormai arrivato al 132,6 del Pil dal 127% del 2012, senza che l’avanzo primario, ottenuto principalmente con l’aumento delle tasse, riesca minimamente ad incidervi.
Di più, i conti nazionale del 2013 gettano una luce sinistra sulle previsioni autunnali del passato governo. Dopo aver sbagliato la crescita prevista, che nel 2014 sarà ben più contenuta di quanto auspicato, e l’avanzo primario, rimane solo il livello dello spread che sembra ancora in linea con quanto scritto dal Tesoro in autunno.
Ma lo spread è l’unica cosa sulla quale il governo può fare ben poco.
L’export non spinge più la crescita tedesca
Quando finisce un’epoca, lunga e duratura come è stata quella della crescita del Pil tedesco trainata dall’export netto, servirebbe un minimo di solennità. E’ vero che i segnali erano da tempo sotto gli occhi di tutti, così come il sorgere della vocazione da rentier della Germania. Ma adesso che l’inversione del ciclo tedesco si è avverata sembra un fatto scontato, quasi banale.
Il mutato destino della cosiddetta locomotiva d’Europa (definizione alquanto generosa, a conti fatti) è finito confinato in un paio paginette contenute nell’ultimo rapporto con le previsioni invernali della commissione Ue. Meno persino di una nota a margine di una storia così gloriosa.
D’altronde, è scritto nella storia, prima ancor che nelle previsioni, che un paese inizia vendendo merci finché non consolida un capitale sufficiente a compensare i saldi commerciali con quelli delle rendite. E la Germania, dopo oltre un decennio durante il quale ha accumulato surplus giganteschi, adesso sembra essere entrata proprio in questa fase.
Le previsioni Ue certificano che il Pil tedesco crescerà nell’ordine del 2% fra quest’anno e il prossimo, trainato però stavolta dai consumi interni e dagli investimenti. L’export, semplicemente, non c’è più.
O meglio, rimane forte e abbondante, addirittura in crescita. Ma altresì è previsto in crescita l’ammontare dell’import. Talché il netto commerciale, nel peso sulla crescita reale del Pil, diventa persino negativo.
Questa piccola rivoluzione è raccontata in un grafico che racconta l’andamento delle componenti del Pil tedesco dal 2005 in poi.
Prima della crisi, il peso dell’export netto sul Pil viaggia fra l’1 e quasi il 2% del Pil. Il consumo privato fra capolino nel 2006 e poi si inabissa per riapparire dopo la crisi, nel 2010.
Quell’anno, che segna la riscossa tedesca, dopo il disastro del 2009, il peso dell’export sul Pil torna positivo per 2 punti, ossia circa la metà del totale della crescita raggiunta. Il resto va a consumi privati, circa mezzo punto, investimenti e consumi pubblici.
Nel 2011 l’export netto cala di oltre la metà e il consumo privato diventa protagonista, mentre gli investiment crescono leggermente.
Nel 2012 scompaiono gli investimeti. L’export netto recupera quote, mentre i consumi privati collassano. La ripresa del Pil non basta a tenere il livello di crescita dell’anno precedente. Il risultato finale è un buon dimezzamento del Pil 2011.
Nel 2013 il Pil tedesco scende ancora. Ed è proprio l’anno scorso che si consuma la rivouzione. Il contributo dell’export a Pil diventa negativo.
Le previsioni Ue ipotizzano una crescita, quest’anno e il prossimo, guidata dagli investimenti e dal consumo privato, mentre la spesa del governo rimane sostanzialmente costante, come è stata nel decennio considerato.
Ecco come la racconta la Commissione: “La crescita annuale (nel 2013, ndr) è stata guidata dai consumi privati e del governo. Gli investimenti continuano a mostrare una debolezza e insieme con l’export netto hanno contribuito negativamente alla crescita”.
Così finisce un’epoca.
Quanto al futuro, “il contributo alla crescita si aspetta rimanga ampiamente immutato per l’export (quindi negativo, ndr) mentre crescerà per la domanda domestica”.
Cosa è successo? “Il consumo privato reale – spiega la Ue – è supportato dai tassi bassi e dalla dinamica contenuta dei prezzi al consumo. Gli sviluppi robusti del mercato del lavoro (ossia aumento delle retribuzioni, ndr) sono alla base dell’aumentata propensione delle famiglie al consumo”. Inoltre, “l’outlook degli investimenti è favorevole e suggerisce una loro ripresa. Gli investimenti in costruzioni dovrebbero muoversi in sincronia con gli investimenti in attrezzature, mentre i vibranti investimenti in abitazioni si prevedono in rallentamento”.
Questo contesto avrà effetti positivi sulle esportazioni, ovviamente, ma soprattutto sulle importazioni che si prevedono crescano “più dinamicamente delle esportazioni, contribuendo così a una limitata riduzione del surplus delle partite correnti. Il saldo di conto corrente, infatti, che è arrivato a un surplus del 7% sul Pil nel 2013 si ridurrà al 6,6 e al 6,4 fra il 2014 e il 2015.
Tutto questo a fronte di dati fiscali a dir poco eccezionali, con il saldo fiscale vicino a zero, quindi senza deficit, e il debito, di conseguenza, in calo costante il rapporto al Pil.
La Germania, insomma, sta voltando pagina. Forse davvero i consumi dei tedeschi inizieranno a trainare l’economia europea fuori dalle secche dell’eurodepressione. O forse la Germania è solo vittima finale designata dell’austerità, che ha prosciugato le sue esportazioni nell’eurozona. E’ presto per dirlo.
Rimane la sensazione di rivedere una storia già vista. La Gran Bretagna, prima della Grande Guerra, campava di rendite e se ne infischiava del suo saldo commerciale costantemente negativo. Grazie alla sterlina comandava le piazze finanziarie di mezzo mondo e con le sue rendite dagli investimenti esteri teneva in piedi la bilancia dei pagamenti. Non a caso era un’alfiera del libero mercato, dopo essere stata mercantilista quando serviva (all’epoca di Cromwell).
La Germania, che ha favorito una politica spiccatamente mercantilista nei primi dieci anni del XXI secolo potrebbe essere avviata sulla stessa strada.
Sempre che l’euromarco resista.
Genealogia del Pil – Il destino statalista dell’Occidente “liberale”
Il Pil, dunque, dal secondo dopoguerra, diventa il dio benefico che elargisce e certifica lo sviluppo delle società occidentali.
Dio riveritissimo, peraltro, che finisce a comune denominatore di qualunque altro indice economico, rapportandosi ogni cosa in relazione ad esso e ignorando (o colpevolmente omettendo) quanto tali formulazioni implichino una crescente responsabilità statale nei processi economici.
Allo Stato tutto si chiede: servizi, reddito, regole e, soprattutto, costosissimi diritti. E gli stati, benigni e paterni, aumentano i loro bilanci che, confluendo nella contabilità nazionale, dilatano il prodotto per la gioia di tutti. Persino dei pagatori di tasse, che spesso neanche si accorgono del giro tortuoso grazie al quale piove loro addosso denaro pubblico che viene poi restituito all’esattore o, per quanto possibile, evaso.
Ed è in questo circuito in cui il vizio e la virtù si mescolano per decenni, che si caratterizza l’economia del ricco Occidente.
Fino a quando il meccanismo s’inceppa negli anni stagflazionari, che preparano quelli liberalizzanti.
I mitici anni anni ’80 di Reagan e della Thatcher.
Quelli del trionfo dell’ipocrisia liberale.
Perché nel tempo in cui trionfavano i teorici del libero capitale in libero stato, la statistica economica consolidava la sua presa sull’economia.
La formula del Pil si precisa e si sviluppa. Il reddito nazionale Y diventa per tutti la somma di consumi (C), investimenti (I), spesa pubblica (G) ed esportazioni nette (NX).
Giova a questo punto abbandonarsi alla tecnica, per capire la profondità del pensiero che ha indotto il paternalismo statale, a cui ognuno ancora oggi si rivolge per uscire dalle ambasce del reddito declinante, a farsi tutore del nostro benessere, fino a immaginare nuovi indici statistici, ancora più pervasivi, cui dare l’incarico di misurare ciò che più ogni altra cosa appartiene allo spirito: la felicità.
Perché stupirsi? La materializzazione del nostro destino passa per la statistica, ormai divenuta la costruttrice di senso dell’economia. Che poi è l’unica cosa che conti davvero, nelle nostre società viziate dal consumo compulsivo e dai beni durevoli.
Il Pil dunque. I manuali ci insegnano che non rappresenta solo il prodotto, ma insieme il reddito di una nazione e la sua spesa. La perfetta trinità economica del nostro tempo, che ognuno prega da mattino a sera sperando così che si rivitalizzi.
L’equazione prodotto=reddito=spesa si può declinare così: il Pil è la somma di tutti i beni e servizi finali di un’economia in un determinato momento. Oppure si può scegliere un’altra formulazione: il Pil è la somma di tutti i beni e servizi finali e non, meno i beni intermedi, in un determinato momento, ossia la somma dei valori aggiunti. O, infine così: il Pil è la somma di tutti i redditi di un’economia in un determinato momento. Ovviamente, qualunque sia la definizione che si scelga, i valori non cambiano, come ben si addice alla moderna aritmetica politica onnicomprensiva.
Onnicomprensiva, ma mai abbastanza. I tanti critici del Pil, infatti, non lamentano la sua attuale composizione per eccesso, come pure autorizzebbe a pensare la nouvelle vague liberale del nostro tempo, ma per difetto. Il Pil, dicono costoro, non misura importanti variabili economiche come l’economia sommersa, il lavoro nero, il mercato dell’usato, il lavoro casalingo e persino l’autoproduzione di beni.
Ma al di là di ciò che non c’è, è quello che c’è che bisogna comprendere.
La C dei consumi, quindi, che viene definita come la somma dei beni e servizi acquistati dai consumatori di una nazione.
Poi la I di investimenti. In questa categoria rientrano gli investimenti pubblici e privati fissi, diversi da quelli in scorte fatti da privati e aziende, in cui rientrano sia quelli non residenziali (macchinari e impianti) che quelli residenziali (acquisiti di nuove abitazioni). Le compravendite di case usate, infatti, non rientra nel calcolo, come non ci rientra tutto il mercato dell’usato.
La G della spesa pubblica viene definita come la somma di tutti i beni e servizi acquistati dallo Stato. In tale spesa non sono compresi i trasferimenti, come le pensioni, né gli interessi sul debito pubblico.
C’è tuttavia un problema. Perché se è vero che alcuni servizi delle amministrazioni pubbliche vengono venduti (pensate alle Ferrovie) altri sono letteralmente fuori mercato (pensate ad esempio alla giustizia). Per misurare quindi il valore del prodotto gli statistici devono sommare il monte retributivo dei dipendenti pubblici e gli ammortamenti dei beni capitali, ottenendo quindi il valore dei servizi al loro costo.
Ciò provoca l’interessante paradosso che un aumento dei costi delle amministrazioni pubbliche, quindi una circostanza che lascerebbe immaginare una certa inefficienza di gestione, porti con sé un aumento del Pil. Se aumentasse l’efficienza, e quindi la Pa costasse di meno, il Pil potrebbe diminuire. Al contrario di ciò che pensano gli odiatori della spesa pubblica, insomma, assumere i famosi forestali siciliani porta con sé un aumento del prodotto.
Se questa cosa vi turba, ricordatevi di puntare il bersaglio giusto: le regole di contabilità (inter)nazionale, non la macroeconomia, che da esse di fatto dipende.
La somma di C+I+G definisce la spesa per beni e servizi da parte dei residenti. Aggiungendo a questa somma anche le esportazioni nette (ossia al netto dell importazioni) arriviamo al nostro prodotto.
Per capire perché sia diventato così importante, basti citare quel che disse Paul Samuelson nel suo celebre libro Economics nel 1948, nel quale il futuro Nobel spiegava (non a caso) l’economia keynesiana.
Il Pil, scrisse “è una di quelle misure aggregate senza le quali chi si occupa di orientare le politiche economiche si troverebbe sperduto in un mare di singoli dati e non sarebbe in grado di stabilire e ragiungere obiettivi economici”. Come dire: il Pil serve al governo a decidere le sorti dell’economia. Ed è proprio sull’irreversibilità dell’intervento pubblico nell’economia che il Pil segna il suo trionfo più duraturo. Persino negli anni in un cui Keynes non era più così di moda, e anzi ampiamente criticato.
Ricordate di sicuro il celebre motto di Reagan secondo il quale “il governo, nell’attuale crisi, non è la soluzione: è il problema”. E come dimenticarlo? Ha dato più lavoro lui ai cosiddetti liberali, quelli che vogliono lo Stato fuori dall’economia, che duecento anni di pensiero economico. Per dire quanto spesso una battuta funzioni meglio di qualunque ragionamento, spiegandosi con ciò il successo di tanti battutari nostrani.
Ma sopra questo slogan campeggiava una straordinaria ipocrisia.
Chi andrà a vedere quanto sia aumentato il bilancio della spesa pubblica (specie militare) durante l’epopea reaganiana? E ancor meno ricorderanno che fu Reagan a nominare alla Fed Alan Greenspan, ossia il futuro guru dell’indebitamento internazionale coatto pompato dai fondi pubblici, ossia i denari della banca centrale. Lo sapete, sì, che i soldi delle banche centrali sono fondi pubblici mascherati? Lo Stato è il prestatore di ultima istanza della propria banca centrale, esattamente come la banca centrale lo è nei confronti del sistema finanziario.
Insomma, gratta gratta, se si scava abbastanza, nel cuore dei liberali trovate degli statalisti arrabbiati, se in buona fede. La gran parte sono lobbisti al soldo del capitale privato, evidentemente alla costante ricerca di fonti di profitto, per il quale l’economia pubblica è una fastidiosa concorrente. Gli anni ’90, per chi li ha vissuti, sono stati ritmati da questo conflitto.
Ma oggidì, conoscete qualche liberale, di quelli che riempiono pagine di giornali o fondano associazioni, che abbia proposto di espungere la spesa pubblica dal calcolo del Pil? Dicono solo che bisogna tagliarla, per pura ideologia. Senza capire che tagliare la spesa pubblica, quando si usa un sistema di calcolo del prodotto che la comprende fra gli elementi che creano reddito, equivale a tagliarsi una mano per risparmiarla.
Il concetto di spesa pubblica improduttiva, salvo casi estremamente specifici, è semplicemente insensato in un mondo in cui qualunque spesa, quindi anche quella pubblica, è reddito. Non capirlo significa non vedere che il problema, se problema è la spesa pubblica, è nel calcolo del prodotto.
Questo mi aspetto dicano gli odiatori professionisti della spesa pubblica per ritenerli credibili. Ma dicono che la spesa pubblica è cattiva per principio, perché generatrice di inefficienze e corruzione. Ma il Pil non guarda da dove arrivino i soldi: si limita a contarli.
Pecunia non olet.
Il nostro breve viaggio sulla genealogia del Pil potrebbe finire qui. Con la celebrazione dell’ipocrisia liberale che dai tempi di Reagan asfissia senza costrutto alcuno, che non sia un’aumentata diseguaglianza e una compressione dei redditi da lavoro, il dibattito economico pubblico.
Ma torna utile tracciare rapidamente dove si sta orientando la fertile immaginazione dei nostri statistici economici, sempre più tesi a fornire a chi governa i numeri utili a decidere destini sempre più ampi ed economicizzati, tristi come la pseudoscienza di cui sono espressione.
Il futuro, dicono i beneinformati, sarà la sostituzione dell’obsoleto concetto della produzione con quello più sofisticato di benessere. Le migliori menti del mondo sono all’opera per definire compiutamente tale concetto, infilandoci dentro tutto ciò che vi rima per simpatia (dalla qualità ambientale, alla salute, alle relazioni sociali) a patto però che tali variabili siano misurabili.
Ed è qui, nell’idea stessa che ogni cosa sia misurabile, che si insinua la dittatura strisciante della materia, che oggi viene volgarmente declinata nelle equazioni economiche, che peraltro hanno il pregevole merito di essere sommamente astruse, quindi incomprensibili abbastanza da poter suggestionare con la loro “credibilità”. La dittatura della materia, che impone l’economia per via scientifica.
Se tutto è materia, e quindi è misurabile, basterà formulare un nuovo indice (al momento il più gettonato è “l’indice di sviluppo umano”) per saziare gli appetiti delle popolazioni. Col magnifico risultato che tutto ciò che in tale indice non sia compreso sarà irrilevante ai fini economici. Ergo: non esisterà.
Ciò spiega bene perché il mondo guardi con simpatia e interesse al Gross national happiness elaborato dal piccolo Bhutan. Il diritto alla felicità, inserito nella costituzione americana dai padri fondatori, trova la sua compiutezza nella statistica elaborata da un mini stato buddista. Quale migliore esemplificazione del trionfo della globalizzazione made in Usa?
Incredibile che solo pochi notino, in questa deriva statistica, il sorgere irrefrenabile del Leviatano.
(3/Fine)
Il fantasma della deflazione si materializza (per ora) fra i Pigs
Dunque i nostri banchieri centrali dicono che non c’è nessun rischio deflazione in Europa, e segnatamente nella zona euro. E anzi assicurano che qualora dovessero percepire questo rischio faranno tutto ciò che è necessario per evitarlo.
Non c’è nulla che più spaventi i banchieri della temutissima sindrome giapponese.
Poi però arriva Eurostat che pubblica i dati di gennaio 2014. Viene fuori che l’inflazione annuale dell’eurozona, calcolata a gennaio 2014, è ferma allo 0,8%, stesso livello di dicembre. Ma che un anno fa, quindi a gennaio 2013, era il 2%. Più del doppio.
Peggio ancora, viene fuori che l’inflazione mensile di gennaio 2014 è stata negativa per l’1,1%.
A livello di Unione europea, la situazione cambia poco. L’inflazione annuale a gennaio 2014 è stata dello 0,9%, in calo rispetto all’1% di dicembre 2013. Mentre il dato riferito a un anno prima segnala un +2,1%. Quindi anche nell’Ue nel suo complesso, l’inflazione si è più che dimezzata. L’inflazione mensile di gennaio, è stata negativa per lo 0,9%.
Mentre mi chiedo come valuteranno questi dati i nostri banchieri, scorro l’intera nota di Eurostat e trovo altre informazioni che dicono molto di più del semplice dato aggregato.
La prima informazione è che la frammentazione dei prezzi dell’eurozona si è ulteriormente polarizzata. I paesi in crisi, a furia di disinflazionarsi, vedono materializzarsi il terribile fantasma della deflazione. Nei paesi forti, al contrario, il livello di prezzi si avvicina al livello previsto dalla Bce. Anche se rimane sottotono, almeno è positivo.
Il che ci conduce all’estremo paradosso per il quale i paesi più indebitati vedranno i loro debiti, privati e pubblici, farsi più pesanti, proprio a causa del calo dei prezzi, al contrario di quanto accade per i paesi meno indebitati, ai quali l’inflazione regala un po’ di sollievo. Come se non bastassero gli spread.
Prendiamo gli estremi: Grecia e Germania.
In Grecia l’inflazione annuale registrata a gennaio è stata negativa per l’1,4%.
In Germania, lo stesso dato riporta un’inflazione positiva per l’1,2%.
Che tale dato, per quanto parziale, esprima una tendenza, tuttavia, lo si rileva guardando ai tassi di inflazione degli altri paesi della zona. Cipro, per dire, registra un’inflazione negativa per l’1,6%, in Portogallo l’inflazione è aumentata di un risicato 0,1% , In Irlanda e Spagna dello 0,3. In Italia dello 0,6. La media Ue, come ho detto è del +0,8%.
Se andiamo a vedere i paesi “sani”, troviamo l’Olanda perfettamente in media, il Belgio all’1,1%, il Lussemburgo all’1,5% come l’Austria, e la Finlandia all’1,9%, come la Gran Bretagna. L’unica eccezione è la Slovenia (+0,9%), ma sappiamo che lì il peggio deve ancora venire.
Nel paradosso del nostro tempo, per il quale una moderata inflazione è un bene, il mercato europeo si scopre vieppiù frammentato anche relativamente a questo “beneficio”.
Ma c’è un’altra circostanza di cui è saggio tener conto. La deflazione dei Pigs, di fatto, viene importata dagli altri paesi che ne sono controparte negli scambi. Esattamente come succede quanto c’è inflazione. Quindi, se la pressione al ribasso sui prezzi dovesse continuare, neanche i paesi più forti si salveranno.
Guardiamo sempre alla Germania. L’istituto di statistica ha rilasciato il dato dell’inflazione sui prezzi dei beni importati che, sempre a gennaio 2014, ha visto l’indice decrescere del 2,3% rispetto a gennaio 2013. Si conferma così una tendenza già emersa e novemebre e dicembre 2013, quando il ribasso dell’indice, sui corrispondente mesi del 2013, era già stato del -2,9 e -2,3%.
Ovviamente di tale tendenza risentono anche i prezzi all’export tedeschi, che, sempre agennaio 2014, sono diminuiti dello 0,8% rispetto a gennaio 2013.
La disinflazione/deflazione, insomma, si autoalimenta in tutta l’area euro, anche grazie alla moneta unica che impedisce gli aggiustamenti di prezzo tramite il cambio.
Un altro elemento interessante, si vede scrutando i grafici preparati dall’Eurostat, è che dal gennaio 2010 la forbice fra l’inflazione nell’area euro e quella dell’intera Ue è andata via restringendosi. Oramai i due dati camminano sostanzialmente appaiati. Segno evidente che la tendenza deflazionaria (o disinflazionaria, come preferiscono definirla gli esperti) sta uscendo fuori dai confini dell’eurozona e sta contagiando tutta l’Europa.
Se dalla visuale parziale, perché provvisoria, di Eurostat ci spostiamo a una visione più di sistema, la sensazione che il fantasma della deflazione agiti rumorosamente le sue catene sulle nostre teste non diminuisce. Anzi.
Il documento più aggiornato che ho trovato sull’argomento è quello contenuto nelle previsioni invernali della commissione Ue pubblicate pochi giorni fa, dove l’argomento dell’inflazione occupa molto spazio.
In particolare, il rapporto ospita un box, dove si analizzano le tendenze disinflazionarie nell’eurozona che hanno iniziato a manifestarsi fin dalla fine del 2011. “L’ultimo quarto del 2013 tuttavia – sottolinea la Commissione – ha sorpreso per il ribasso dell’indice HICP, caduto allo 0,8%”.
L’Indice HICP, lo ricordo ai non appassionati, è l’indice armonizzato per i paesi europei dei prezzi al consumo. Si riferisce alla spesa monetaria per consumi finali sostenuta esclusivamente dalle famiglie. Si tratta quindi di un indicatore molto eloquente circa la reale voglia dei cittadini consumatori di spendere i propri soldi, visto che a una minore domanda di beni finali corrisponde, per la nota legge della domanda e dell’offerta, un calo dei prezzi. E poiché la deflazione di solito si verifica quando i consumatori rimandano gli acquisti perché pensano che i prezzi diminuiranno in futuro, ecco che monitorare questo indice può essere molto utile ai fini dell’analisi.
Per darvi un’idea di cosa sia successo nell’eurozona negli ultimi sette anni, basti sapere che l’indice in questione è diventato negativo nella seconda metà del 2009 e tale è rimasto per un anno intero. Eppure neanche allora si parlò tanto di deflazione quanto se ne parla adesso.
Perché?
L’indice, sempre per la cronaca, risalì dal 2010 in poi arrivando al 3% a fine 2012, quando, senza una ragione chiara, ha ricominciato a declinare. Per completare lo schema, è utile sapere che prima della crisi, alla fine del 2008, l’indice era arrivato al 4%.
La Commisione perciò si propone di analizzare se tale ribasso sia da considerare temporaneo o se nasconda una tendenza deflazionaria di fondo, che prima o poi spingerà la Banca centrale a fare “tutto ciò che è necessario”, anche se non è ancora chiaro cosa.
Nell’analisi della Commissione, parte della recente caduta dei prezzi è da imputarsi a fattori temporanei, legati all’aumento della tasse indirette e di alcuni prezzi amministrati, collegati alle misura di austerità varate in alcuni paesi in crisi. Detto in altri termini, il consolidamento fiscale ha sottratto denari dalle tasche dei cittadini facendo diminuire la domanda globale. Quindi l’indice che misura la spesa monetaria per consumi finali non poteva che diminuire.
Ma oltre a questi fenomeni transitori (chissà quanto transitori, poi, visto che la fine dell’austerità sembra assai di là da venire) ci sono anche fattori ciclici che devono essere considerati. “Fattori ciclici e strutturali – scrive la commissione – relativi alla fragile ripresa e all’andamento del costo del lavoro possono spiegare molto”.
La crescita del costo del lavoro infatti (e parliamo dell’intera eurozona) è diminuita all’1% nel terzo quarto del 2013 a fronte della crescita del 2,1% dello stesso periodo di un anno prima. La spinta deflazionaria, insomma, si alimenta col calo dei salari che, scrive la Commissione “ci si può aspettare continui nei prossimi trimestri”.
Per i PIIGS, poi, la situazione è ancora più complicata. “La disinflazione nei paesi fragili – osserva – può amplificare la sua magnitudo, infatti il declino relativo dei tassi di inflazione coincide con il sostanziale sforzo di riforme strutturali che ha posto espressamene come obiettivo le rigidità di prezzi e salari”. Ossia si è proposta di flessibilizzarli.
Di fronte a questo scenario suonano particolarmente allarmanti le conclusioni della Commissioni, che pure prova a rassicurare tutti scrivendo che “il rischio di deflazione è basso”.
Certo, se per deflazione si intende una protratta e significativa caduta dei prezzi nell’intera eurozona, il rischio si può definire basso. Ma, vedete, è tutta una questione di capirsi sulle definizioni. Perché la Commissione scrive di aspettarsi comunque “un protratto periodo di bassa inflazione nei prossimi trimestri”. E poi aggiunge che “anche in assenza di una deflazione vera e propria, un’inflazione persistentemente sotto il target Bce non sarebbe senza rischi per i paesi membri al range più basso di dispersione dell’inflazione”.
Che poi sarebbero i PIIGS, appunto, ossia quelli dove i prezzi stanno lentamente franando.
“Un protratto periodo di inlfazione molto bassa – conclude – aumenta il valore reale dei debiti, pubblici e privati, provocando un aumento dei tassi reali e rendendo il processo di aggiustamento di questi paesi più difficile e il deleveraging più sfidante”.
Ve lo dico in altre parole: anche non ci sarà la deflazione vera e propria (nell’intera area), è facile che il fantasma farà capolino nei paesi disgraziati, dove la caduta dei prezzi rischia di provocare il solito avvitamento: più austerità, più debiti, più austerità, più debiti, eccetera eccetera.
Talché la deflazione, a ben vedere, è davvero l’ultimo dei problemi.
Nel senso che gli ultimi di solito sono i primi.
Cura irlandese (e cartolarizzazioni) per l’eurozona
Sarà perché l’Eurostat rilasciava i dati 2013 della produzione industriale, ma improvvisamente la lettura di un recente intervento di Yves Mersch, banchiere della Bce, nella quale mi stavo intrattenendo è diventata interessante. L’andamento declinante della nostra contabilità europea rimava perfettamente con ciò di cui discorreva Mersch a Dublino qualche settimana fa. Tema quantomai attuale: far ripartire la crescita nell’eurozona (Reviving growth in the euro area, Institute of International European Affairs, Dublin, 7 February 2014).
Lo so che ne parlano tutti, per non dire che ne parlano e basta. Ma la questione, anzi il coacervo di questioni che la crescita porta con sé, dovrà pur essere affrontata, prima o poi. E leggere Mersch risulta utile perché aiuta a capire le coordinate del problema, a dimensionarlo e a sapere cosa frulla nella testa dei nostri banchieri centrali che, in ultima analisi, piaccia o meno, sono diventati gli autentici timonieri dell’eurozona.
La domanda dunque è: come possiamo far ripartire una crescita sostenibile nella zona euro? La prima risposta è che “possiamo aspettarci solo una risposta limitata dalle politiche di stimolo della domanda”. Quindi i teorici della spesa pompata da debito faranno bene a disilludersi.”La politica monetaria rimarrà accomodativa per tutto il tempo necessario, ma non può risolvere i problemi: può solo comprare tempo”.
Il tempo è denaro, notoriamente, e per sua natura la Banca centrale ne fornisce in quantità illimitata.
Nel frattempo ci sono alcune cose che dovremmo sapere. Primo: la crescita pompata dal debito (debt-fuelled) degli anni pre-crisi non sarà più possibile: “Non ci possiamo aspettare di vedere un ritorno alla crescita di domanda aggregata del passato”, dice. Questo comporta che dobbiamo “guardare alla capacità produttiva potenziale dell’economia nel suo complesso”.
Vista deprimente, comunque, perché “la situazione non è incoraggiante”, dato che nelle stime della Commissione Ue tale crescita potenziale è passato dal 2,2% del periodo 2000-2007 a un miserello +0,9% nel quinquennio 2008-12.
A guidare la contrazione, spiega Mersch, è stata innanzitutto quella degli investimenti, la cui quota globale è diminuita del 15% nell’eurozona dal picco raggiunto nel 2008. Tale calo ha conseguenze chiare anche sul futuro della crescita.
Ciò viene riscontrato anche dalla debolezza del mercato del lavoro. Basti ricordare che il tasso dei disoccupati di lungo periodo è raddoppiato, dal 3 al 6%. La terza gamba della crescita, ossia i fattori totali della produzione “che essenzialmente catturano i progressi tecnologici di lungo periodo”, nella definizione di Mersch, sta messa un po’ meglio di come stanno capitale e lavoro, ma la situazione è comunque difficile perché “si trova in una situazione di trend declinante”. Tanto per cambiare viene da dire.
Tutto ciò per dire che all’eurozona serve una cura da cavallo. Se vi fischiano le orecchie non è colpa mia.
La cure di Mersch si basa essenzialmente su due direttrici: quella finanziaria, che passa dalla “riparazione” del mercato dei capitalei, frammentato prima dalla crisi e poi dalla mancanza di fiducia, e quella “reale”, ossia mercato del lavoro e dei prodotti.
La prima via, quella finanziaria, trova nell’Unione bancaria il suo pilastro costitutivo, come abbiamo visto più volte ripetere dai nostri banchieri centrali. Ma poi ecco che Mersch tira fuori un altro asso dalla manica che, ventilato qua e là nei mesi passati, sembra essere diventato uno dei probabili passaggi obbligati della Banca centrale europea: il rilancio delle cartolarizzazioni, il cui mercato europeo “si è virtualmente essiccato negli anni recenti”.
Sappiamo tutti che l’uso selvaggio e incontrollato di cartolarizzazioni è stato uno dei fattori scatenanti della crisi del 2008, in particolare nel mercato americano, che questi strumenti ha inventato e diffuso negli ultimi decenni. Per non dire poi che, in fondo, le cartolarizzazioni non sono altro che un modo di far circolare debiti nell’ipotesi assolutamente teorica che ciò serva a distribuire il rischio, annullandolo.
E tuttavia ai mali estremi, rimedi estremi, sembra dire Mersch, secondo il quale “vedo nelle cartolarizzazioni un importante strumento per consentire alle banche di gestire il rischio di credito associato alle piccole e medie imprese”. Perché quelle grandi dovrebbero rivolgersi sempre più al mercato del capitale, nelle rosse aspettative del nostro banchiere.
Per non fare gli sbagli del passato Mersch conta sui progressi della regolazione, fatti sulla scorta del disastro subprime americano. Forte anche del fatto che il tasso di default europeo degli Abs, fra il 2007 e il primo quarto del 2013 è stato intorno all’1,4% a fronte del 17,4 americano. Come dire: siamo più bravi e prudenti.
Ma ovviamente è il lato delle riforme strutturali quello che più interessa il nostro banchiere, il quale, visto che parlava a Dublino, non si è peritato di additare l’Irlanda come una buona pratica per l’efficienza con la quale ha superato la crisi (?)
Detto in altri termini, bisogna partire da un dato: “Il 45% degli investimenti fissi in Europa è concentrato in settore dove il governo ha una significativa influenza regolatoria e ciò implica che riforme strutturali possano generare un balzo significativo di investimenti” anche nelle economie deboli.
Inoltre, dati i trend demografici europei, servono chiare riforme previdenziali e del mercato del lavoro che consentano di prolungare il tasso di partecipazione al mercato del lavoro: quindi lavorare di più e in numero crescente, anche favorendo i flussi transfrontalieri. Le Germania cerca lavoratori, se interessa, visto che le previsioni Ocse la prevedono in declinante crescita sotto l’1% entro il 2020 proprio a causa della sua situazione demografica.
E di nuovo, “l’Irlanda e un esempio molto concreto di sistema funzionante”. Le riforme del mercato del lavoro hanno fatto riassorbire due punti di disoccupazione (dal 14 al 12% fra il 2012 e il 2013), ma soprattutto “l’Irlada sta implementando il giusto tipo di politiche che miglioreranno la crescita in futuro”. Talché l’Irlanda, che ha ancora diversi problemi, come riconosce lo stesso Mersch, sembra il campo ideale dal quale estrarre suggerimenti per gli altri paesi fragili, visto che l’Europa, dal 1990, si trova in una situazione in cui le necessarie riforme aspettano ancora di essere realizzate.
Ci hanno provato con l’euro, ma a quanto pare la frusta monetaria non è bastata.
Ora magari proveranno con le buone maniere.
Le imprese europee sedotte (dal debito) e abbandonate (coi debiti)
E’ una storia amorosa, con i suoi risvolti di tradimenti e abbandoni, quella che si è consumata nell’ultimo decennio fra le imprese e le banche europee. E come tutte le storie amorose del nostro tempo, si dibatte fra il sogno di un lieto fine e una realtà da fine assai triste, dove i crediti elargiti con graziosa generosità del passato sono diventati debiti vieppiù inesigibili. Il che toglie molto romanticismo a tutta questa vicenda.
A leggerla poi, questa storia, dall’ultimo bolletino della Bce qualunque sentimento amoroso evapora. C’è solo la triste e incolore realtà dei bilanci a farla da padrona. E i bilanci, come i creditori, sono implacabili. Perciò per provare a renderla intellegibile, ho pensato di dividerla in due atti: la seduzione e l’abbandono.
Atto primo: la seduzione. Il corteggiamento parte silenzioso nel 2001. L’integrazione monetaria, come ogni primavera, allenta il buon senso. L’eurozona, fresca di matrimonio, si abbandona a un consumo febbrile di liquidità. La cavalcata del credito, che viene elargito incurante di ogni fondamentale a chicchessia dura un settennio intero, alla fine del quale, all’inizio del 2007, i prestiti delle imprese finanziarie, quindi banche in testa, alle imprese non finanziarie, arrivano a sfiorare i 500 miliardi di euro, un po’ meno della metà totale della montagna di debito privato raggiunto dal settore corporate europeo. L’indebitamento corporate procede senza freni per tutto l’anno. Nell’ultimo quarto i prestiti alle imprese raggiungono quasi quota 600 miliardi su un totale di debiti di oltre 1.400. Il debitore corporate europeo raggiunge il suo picco. La calda estate del credito europeo, però, prepara l’autunno.
Atto secondo: l’abbandono. Nel 2008 inizia la contrazione. Ancora contenuta nel primo trimestre, quando il totale dei debiti scende sotto i 1.400 miliardi, di cui quasi 600 di provenienza bancaria, si fa pronunciata nel secondo, quando il totale crolla a 1.200 e i prestiti bacanri a 500. Alla fine dell’anno il totale è sceso intorno ai 900 miliardi e la quota bancaria a poco più di 400. Il de-leveraging prosegue tumultuoso nel 2009, l’anno orribile dell’eurozona, al termine del quale il totale del credito concesso alle imprese scende addirittura sotto i 400 miliardi e i prestiti bancari diventano addirittura negativi.
L’abbandono è senza pietà, come vuole la prassi amorosa. Nel primo trimestre del 2010 i prestiti bancari diventano negativi per 100 miliardi e rimangono assenti sostanzialmente per tutto l’anno. Le banche si guardano bene dal prestare alle aziende che, per trovare di che vivere, devono sperimentare altre vie, emettendo azioni, titoli di debito o gestendo i crediti commerciali. Ciò malgrado le imprese europee non vengono risparmiate dal gelido inverno del credito.
Atto terzo: come finisce un amore. I dati del bollettino della Bce, aggiornati ai primi due trimestre del 2013, mostrano una curva di credito circolante ormai ridotto al lumicino, sotto i 400 miliardi, con il credito bancario che zavorra il totoale con quasi -200 miliardi. Le banche hanno altro da fare che prestare i soldi alle aziende. Più facile e meno rischioso comprare titoli di stato.
E ciò malgrado la Bce nota con una certa soddisfazione gli effetti benefici di tale de-leveraging. “Il rapporto fra debito delle imprese non finanziarie e il Pil ha continuato ad aumentare anche dopo lo scoppio della crisi, toccando il livello massimo del 105% nel 2009-2010 (..). Sebbene si osservi solo una lieve correzione nell’insieme dell’area, il quadro di riduzione della leva societaria appare più preciso a livello nazionale e per settore di attività”.
Già, la famosa frammentazione della zona euro. Prima che si frammentassero gli spread, la frammentazione era quella del credito. Nel senso che all’interno dei singoli stati ci sono state profonde differenze nell’elargizione del credito. Una cosa in comune però ce l’hanno, gli stati: fino al 2000 i debiti delle aziende europee erano contenuti. Poi l’indebitamento è esploso.
Ma non dite che è colpa dell’euro.
In Irlanda, per dare un’idea, il settore corporate è passato da poco meno il 100% di debito corporate sul Pil al 226% del picco. Ora le aziende irlandesi sono al 218%. “Nel secondo trimestre del 2013 le società (in alcuni paesi, ndr) hanno registrato progressi nella riduzione degli elevati livelli debito/pil”, nota la Bce. Ma rimangono ancora elevati in paesi fragili, come Portogallo e Cipro, dove la crisi ha fatto crollare il prodotto e quindi i debiti corporate sono rimasti a un livello assai superiori della media euro.
La buona notizia, visto che bisogna pur trovarne almeno una quando finisce un amore, è che si è ridotta la quota di debito a breve utilizzata per finanziare quello a lungo, passata, nell’area, dal 33% del 2000 al 24% del 2013. “Da questo punto di vista – nota la Bce – le società sembrano essere relativamente ben protette a fronte di brusche variazioni delle condizioni di fnanziamento di breve termine”. Sempre che si finanziano a tassi fissi e non variabili, visto le probabili future tensioni sui tassi. Anche perché in paesi come la Finlandia e l’Estonia oltre l’80% di questi prestiti, sia a breve che a lungo, sono stati contratti a tasso variabile.
Insomma: la nostra storia d’amore si conclude come da copione: con un bel divorzio.
Difficile capire però chi pagherà gli alimenti.
Genealogia del Pil – Il trionfo della volontà (statale)
In mano ai regnanti moderni, l’aritmetica politica, che più tardi diverrà economia politica tout court, si rivela arma migliore del cannone per dominare i popoli e vessarli (con le imposte).
La politica di potenza degli stati europei trova negli astrusi calcoli degli economisti il lievito ideali per freddi sogni di gloria pesati sulla bilancia del commercio, che tanto più è florida tanto più conferma tali astruserie.
L’economia perciò è politica, sin dal suo sorgere. E solo un occhio ingenuo potrebbe sfogliarne i testi senza tener conto che tutti costoro, i primi economisti e anche i secondi, in un modo o nell’altro furono e sono legati al declinarsi periclitante della potenza statale e ai suoi sussidi, siano essi cattedre, consulenze o munifiche sponsorizzazioni per alti fini di ricerca.
Petty, perciò, fu solo il primo di molti e non sarà l’ultimo.
Occorse tuttavia una lunga strada, e sempre peggiori guerre, per arrivare a quello che oggi conosciamo come Pil, dovendosi aggiungere a queste guerre anche le inspiegabili (eppure commentatissime) depressioni nelle quali l’economia internazionale talvolta indulge.
Nel corso del secolo XIX si gettarono le basi dell’evoluzione contabile del prodotto nazionale. Dall’epoca di Adam Smith, che escludeva dal computo del reddito nazionale le professioni e i servizi, si passò a quella di Alfred Marshall, inglese anch’egli e matematico di formazione, che iniziò a discorrere sul finire del secolo, dell’opportunità di inserire nel calcolo del prodotto anche coloro i quali non producevano nulla che fosse smithianamente misurabile. Ossia che generasse valore aggiunto. Il cantante, per dire, o l’avvocato, che nella visione di Smith non producevano ricchezza, pur rappresentando un valore economico, ma la consumavano.
Nell’Inghilterra di Smith, infatti, erede della tradizione fisiocratica, solo l’agricoltura produceva valore, aggiungendosi a quest’ultima il lavorio dell’industria, del commercio e dei trasporti. Si era agli albori della rivoluzione industriale, d’altronde, e ceti emergenti chiedevano di essere rappresentati, persino nella contabilità.
Che la trovata di Marshall corrispondesse a una precisa visione del mondo inglese, e più tardi americana, è chiaro agli studiosi di questa materia. Basti ricordare che la definizione di prodotto netto elaborato dalla Russia sovietica fosse assai più simile a quella di Smith, che di Marx sulla questione era stato grande ispiratore, che non a quella di Keynes. Così come è chiaro che l’impero inglese, facendosi vieppiù potente, necessitasse di rappresentare la sua volontà di potenza anche nell’arido campo della statistica economica.
E quale miglior modo se non aggiungendo al calcolo del reddit0 anche i servizi? Gonfiandosi il reddito si mostrano i muscoli, né più né meno di come facciano certe bestie gonfiando il petto.
Ecco che l’ombra del Pil, l’indice che tutto comprende, segna il definitivo affermarsi del trionfo della volontà degli stati.
Riducendo tutto a contabilità, lo Stato allarga insieme la sua volontà di controllo e la base imponibile. Che poi significa assegnarsi d’imperio il diritto a decidere chi debba guadagnare e in che quantità il soldi esatti dalle tasse.
Ma questo trionfo della volontà statale, che verrà chiamato pudicamente “politica redistributiva del reddito” vedrà la sua epifania solo nell’America di Roosvelt per europeizzarsi, ovviamente, tramite l’Inghilterra nel secondo dopoguerra grazie al decisivo influsso di Keynes.
Il New Deal, ha scritto qualcuno, fu la variante americana di quello che i fascismi fecero in Europa: spesa pubblica a sostegno del reddito, banche sotto tutela statale, protezionismi e dazi. Peraltro con meno efficacia economica di quanto i fascismi europei avevano ottenuto, se si confrontano – per dire – i dati macroeconomici americani con quelli nazisti.
Ma fu sotto il New Deal che l’intervento dello Stato nell’economia fu finalmente digerito e assimilato. Ne abbiamo visto tanti esempi, nel corso del nostro viaggio, e abbiamo anche scoperto come certe pratiche nate in quel periodo siano ancora assolutamente attuali.
Ebbene: il Pil, anche se pochi lo sanno o lo ricordano, completa l’arsenale americano messo in campo dal governo per sconfiggere la depressione degli anni ’30. Diede un calcio di incoraggiamento al prodotto: ampliandolo.
Ciò che l’economia depressa degli anni ’30 non poteva più garantire, il reddito, l’avrebbe garantito lo Stato. Ma perché ciò fosse visibile occorreva che tale progresso “economico” fosse misurabile e misurato.
Il nuovo araldo del principe fu individuato in un erudito economista ebreo nato in Bielorussia ed emigrato negli Stati Uniti poco più che ventenne: quale sintesi esemplare dell’epopea novecentesca del Capitale.
Il suo nome era Simon Kuznets.
Pochi ricordano questo una volta celeberrimo economista insignito del Nobel nel 1971. Nella sua lunga carriera, cominciata nei primi anni ’30, quando entrò nel NBER, si occupò di talmente tante cose e per così tanti soggetti che raccontare la sua biografia diventa defatigante.
Ai nostri fini, tuttavia, ci interessa un periodo particolare della storia di Kuznets: quello che si consumò fra il 1931 e il 1934, quando assunse la responsabilità di coordinare il progetto che il NBER stava svolgendo per il Dipartimento del Commercio americano, che era alla disperata ricerca di un nuovo indice capace di rappresentare al meglio le esigenze di crescita dell’America di Roosvelt.
Cercavano un indice capace di registrare i progressi del’economia, sedotti dal pensiero magico delle aspettative che si autorealizzano. Quanto più l’indice avesse raccolto e fotografato, tanto più il New Deal sarebbe stato non più un sogno, ma una solida realtà.
La volontà dello Stato, di conseguenza, non poteva né doveva farsi limitare dalla statistica. I pudori dei miti economisti, condannati a doversi guadagnare il pane, dovevano necessariamente farsi da parte.
Nel 1934 il 33enne Kuznets presentò al Congresso americano il suo primo calcolo del Pil, inaugurando la lunga e felice vita a quest’indicatore. Mai certo avrebbe potuto immaginare che sarebbe diventato una divinità, questo indice, anche perché ben ne conosceva i limiti e le complicazioni, come pure provò a spiegare ai burocrati del ministero guadagnandoci solo un prematuro divorzio.
Si ripete, anche per Kuznets, il destino del saggio che pensa d’istruire il regnante, dimenticando che l’istinto animale del sovrano mal si accorda con le aeree astrazioni del pensiero razionale, giudicandole infine manifestazioni invertebrate di una volontà di potenza ancora immatura. E forse è davvero così.
Kuznets, insomma, a un certo punto abbandona il suo Pil, quasi rinnegandolo, come si conviene ad ogni studioso che, ricercando, abbia scoperto di aver dischiuso un vaso di Pandora. Fugge terrorizzato dall’icona totalitaria che aveva contribuito a creare giudicandola ben lungi dal poter rappresentare la ricchezza di una nazione. “E’ difficile capire – scriverà – perché il prodotto netto di un’economia debba includere non solo il flusso dei beni ai consumatori finali ma anche il costo aumentato delle attività governative”.
Difficile da capire per lo studioso, ma non per l’economista politico, genìa ormai in predicato di potenza. E non sarà certo un caso che a chiudere il cerchio statistico saranno ancora una volta gli economisti inglesi, figli di Petty ma soprattutto di Keynes.
Forti dell’eredità di Keynes, tutta una generazione di economisti inglesi confeziona la nuova equazione del reddito (Y), dove innanzitutto la spesa statale G entra di diritto nel computo, aggiungendosi a C (consumi) e I (investimenti).
Coevo di Kuznets, Colin Clarke era inglese infatti. Chimico di formazione, quindi in origine scienziato puro come Marshall e perciò facile alle seduzioni dell’oggettività, scopre la sua vocazione più autentica con la tavola degli elementi del reddito, che compone in un indice sostanzialmente simile a quello del collega americano.
Il suo sforzo era teso a aggregare in un’unica variabile tutte le informazioni di un sistema economico in un determinato periodo di tempo. Il tutt’uno scientifico che promette, una volta conosciuto, l’eldorado di una felicità alla portata di tutti, di cui è sostanzialmente compito dello Stato occuparsi.
Ed ecco “Le condizioni del progresso economico”, come si intitolò il più celebre lavoro di Clarke pubblicato nel 1940.
E un anno dopo, gli ultimi dioscuri della contabilità nazionale, Richard Stone e James Meade, contribuirono, meritandosi per l’occasione un Nobel qualche decennio dopo, a un testo fondamentale pubblicato dal Tesoro inglese (guarda il caso). Il libro si intitolava “An analysis of the source of war finance and an estimate of the national income and expenditure in 1938 and 1940”.
La novità di quel testo fu che per la prima volta il bilancio statale entrò a far parte della contabilità nazionale.
Ecco l’economia di guerra che genera l’economia del dopoguerra che così tanta fortuna ha portato ai politici europei, a cui fu finalmente concesso di distribuire i soldi delle tasse secondo personalissime visioni del mondo.
Fino a quando l’economia del dopoguerra degenera in una nuova economia di guerra, ossia basata su un indebitamento crescente che finisce con lo scaricarsi sui bilanci statali direttamente o per il tramite delle banche centrali. Ma questa è già cronaca.
Prima di arrivarci è utile ricordare che è l’eredità keynesiana a generare il sistema normalizzato della contabilità nazionale. Il lavoro di Stone è la base del national account americano.
Secondo questa visione del mondo alla crescita del prodotto contribuiscono le imprese, le famiglie, la pubblica amministrazione e il resto del mondo.
Gli economisti costruiscono lo strumento, il politico lo suona e la statistica scrive lo spartito. Inizia il concerto della contabilità nazionale che, per funzionare, come abbiamo visto, deve essere quanto più internazionale possibile. La parzialità mal si addice a chi tenda all’assoluto.
Nel 1953 viene pubblicata la prima versione del System of national account, che l’Onu pubblico in versione finale nel 1968. Per colmo di ironia, nell’anno della sedicente grande rivoluzione, si aggiornava il sistema della grande omologazione: la contabilità nazionale dei paesi del blocco occidentale.
Sette anni dopo , nel 1975, fu codificato dall’ufficio statistico dell’Onu il Sistema di statistiche demografiche e sociali, sempre grazie al determinante contributo di Stone, che si vide assegnare il Nobel nel 1984.
Più tardi, nel 1993, quando ormai il processo di omologazione era in fase di avanzato consolidamento un trust di cervelloni dell’Onu, del Fmi, dell’Ue dell’Ocse e del Wto, aggiornò il sistema di contabilità nazionale.
E così arriviamo all’alveare statistico dei giorni nostri che tutti abitano senza neanche saperlo né conoscerlo, celebrando il trionfo della volontà.
Statale.
(2/segue)
Lezione norvegese sulla sovranità
I sovranisti nostrani, nostalgici ormai residuali di qualcosa che non abbiamo mai davvero conosciuto, dovrebbero guardare alla Norvegia quale esempio preclaro di come un piccolo paese possa cavarsela assai bene nel difficile mondo globale, avendo dalla sua risorse naturali e una classe dirigente degna di questo nome.
Diranno, i nostri sovranisti, che il nostro paese, pur difettando di petrolio e gas, di cui invece abbonda la Norvegia, avrebbe pure tante altre risorse a cui attingere. E che il problema nostro, a ben vedere, è la classe dirigente, a cominciare dai politici.
Il problema però è che una classe dirigente non si improvvisa, ma è un retaggio della storia. Né tantomeno si seleziona col suffragio, come dimostrano le nostre terribili cronache politiche. La Norvegia, per arrivare al punto in cui è ci ha messo duecento anni, e non è stato un percorso facile. Vale la pena raccontarlo in breve attingendo da un discorso tenuto da Øystein Olsen, governatore della Banca centrale norvegese, tenuto in occasione del bicentenario della costituzione nazionale.
Nel 1799, quando Malthus si trovò a viaggiare in Norvegia, registrò nel suo diario una società pressoché agricola, dove la popolazione sopravviveva combattendo ogni giorno con la fame, mentre i ricchi lamentavano l’alto costo dei beni che dovevano importare per condurre una vita rispettabile. Quando poi, all’inizio del secolo XIX, scoppiarono le guerre napoleoniche, andò ancora peggio: il paese fu sottoposto a un blocco navale, subì carestie ed epidemie, col risultato che fra il 1809 e il 1813 la fame divenne un’emergenza tanto pressante che il numero della popolazione diminuì.
Successe allora che il re Federico VI fece quello che si prova a fare di solito quando finiscono i soldi: si stampano. Per sostenere la spesa pubblica diede lavoro ai torchi, il che, combinandosi con la scarsità materiali dei beni acquistabili provocò la prima grande iperinflazione della storia norvegese. Nel 1813 la moneta nazionale arrivò a svalutarsi di quasi il 90% rispetto alle valute principali del tempo.
I torbidi che ne seguirono, condussero alla convocazione della prima assemblea nazionale nella cittadina di Eidsvoll, dove i 112 rappresentanti di un popolo alla fame scrissero la nuova Costituzione che l’Assemblea approvò nella primavera del 1814. Che poi è rimasta la stessa di oggi.
In una temperie densa di grande speranze a voglia di libertà, il popolo si riappropriò del suo diritto all’autodeterminazione, forte delle influenze che i 112 legislatori avevano tratto dai loro viaggi all’estero, dove avevano appreso i rudimenti della filosofia inglese e delle recenti rivoluzioni americane e francesi.
Il risultato fu la fine della monarchia assoluta e l’introduzione della separazione dei poteri, a cominciare da quelli sulla moneta. Christian Magnus Falsen, uno dei costituenti più in vista a quel tempo, disse che non poteva esistere Stato che non contemplasse un sistema monetario funzionante. Un altro, Wedel Jarlsberg, convinse i costituenti sull’importanza che una nazione abbia la sua banca nazionale.
Così si arrivò alla formulazione dell’articolo 75 della Costituzione che affidò al Parlamento norvegese “la responsabilità di supervisionare gli affari monetari del Reame”. E questo spiega bene perché la Norvegia sia fuori dall’euro.
Lo Storting, il parlamento norvegese, delegò alla banca centrale tale supervisione nel 1816. Col che si sottrasse al Re il potere di decidere le sorti della moneta. E, per rimarcare la separazione dal potere politico, la sede della banca centrale fu fissata a Trondheim, ben lontano dal governo di Christiania. La valuta fu stabilizzata agganciandola a uno stock di argento. E tuttavia ci vollero anni prima di tornare alla normalità. Solo nel 1842 furono emesse le prime banconte pienamente convertibili in argento. Nel frattempo, intorno al 1825, ci fu anche un periodo di significativa deflazione.
Dalla metà del XIX secolo la moneta norvegese conobbe una certa stabilità, salvo che nel periodo della Grande Guerra, che tale è rimasta fino ai nostri giorni, malgrado lo scenario internazionale sia sostanzialmente mutato. Nel 1814, ricorda il nostro banchiere, l’Europa dominava il commercio, oggi il baricentro si è spostato in Asia, con la Cina che ha superato gli Stati Uniti per quota di bene commerciati con l’estero. Ciò malgrado la Norvegia rimane un paese monetariamente stabile e fiscalmente responsabile.
Dalla sua la Norvegia ha la fortuna di galleggiare su un mare di petrolio e gas. Ma anche su questo, la classe dirigente fa la differenza.
I politici norvegesi, infatti, sono riusciti a mettere a valore le loro risorse naturali, destinandone i proventi a un fondo pubblico (Government Pension Fund Global (GPFG) ) i cui rendimenti vengono utilizzati per stabilizzare la spesa pubblica quando necessario. Dopo la crisi del 2008, fra il 2009 e il 2010 ad esempio, il governo ha attinto ai rendimenti del fondo per fare spesa pubblica senza gravare sul deficit. Ma già nel 2011 la spesa finanziata dai rendimenti del fondo è scesa sotto il totale del cash flow ottenuto dagli investimenti.
Ma tale circostanza era accaduta anche in passato. Dai dati presentati dal banchiere centrale si evince che dalla fine degli anni ’90 fino al 2005 la spesa attinta dal fondo è stata sempre superiore ai rendimenti. Solo nel 2006 la massa critica di risorse gestita dal fondo, di cui si occupa la Banca centrale, ha orginato rendimenti superiori alla spesa, consentendo perciò una sua rapida e notevole capitalizzazione. Sicché, nel 2013, il fondo capitalizzava oltre 5 trilioni di corone dalle poche centinaia di miliardi del 1998.
Interessante anche notare come il rendimento del fondo sia notevolmente cresciuto dall’esplodere della crisi finanziaria. E l’andamento stabile della corona ha pure consentito di eliminare le perdite derivante dal cambio. Nell’ultimo quarto del 2013 il rendimenti cumulati hanno superano i 1.800 miliardi di corone. Il grosso degli asset è investito sul lungo periodo, su carta e sempre più in mattone.
I nostri sovranisti, insomma, troveranno di che argomentare, studiando il caso norvegese, dimostrazione chiara di come una gestione assennata del bene pubblico sia persino capace di creare giovamento alla popolazione. Ma dovrebbero ricordare che una classe dirigente ha molto a che fare con la popolazione che la esprime.
Guardiamo le banche. All’epoca della costituzione di Eidsvoll non c’erano banche private in Norvegia, col risultato che gli uomini d’affari dovevano andare in Danimarca o in Germania per procacciarsi i prestiti di cui avevano bisogno. I costituenti allora incaricarono la Norges Bank, ossia la banca centrale, che divenne la fonte primaria di erogazione creditizia fino a quando, nella seconda metà del XIX secolo non si tramutò in prestatore di ultimo istanza del neonato sistema bancario privato.
L’innovazione ebbe conseguenze. Le banche private iniziarono a far circolare allgramente il credito (la storia è sempre la stessa) fino a che non si creò un’enorme bolla sul mercato immobiliare. Il risultato fu una crisi bancaria, che nel 1899 esplose con tutta la sua virulenza nella capitale. Per capire la gravità dell’accaduto, basti sapere che ci vollero più di cento anni perché i prezzi reali delle casi di Oslo tornassero ai livelli pre-crisi. E sappiamo già che tali livelli non sono rassicuranti neanche adesso.
Adesso la Norvegia sta lavorando sul versante della regolazione e della risoluzione ordinata dei fallimenti bancari, sul modello di quanto sta faticosamente tentando l’eurozona. E i precedenti non lasciano immaginare che facilmente questi uomini del Nord si faranno convincere a entrare nella nostra unione bancaria.
La storia, come vedete, dimostra che da soli si può far bene in economia, e anche meglio degli altri, a dispetto di chi dice che servono grandi aggregati territoriali per competere nella globalizzazione.
A patto però di esserne capaci.
