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Prezzi in crescita per il mattone, ma fuori dalle grandi città
L‘ultimo bollettino della Bce conferma una tendenza che avevamo già osservato nel nostro paese ma che si conferma essere comune alla zona euro: i prezzi del mattone sono in crescita, ma soprattutto nelle zone esterne alla grande città, dove la crescita dei prezzi è inferiore a quella media.
Si tratta ovviamente di un’osservazione parziale, perché limitata a pochi trimestri, ma comunque interessante da sottolineare perché conferma una certa uniformità di tendenze che lascia sospettare esigenze molto comuni fra regioni parecchio diverse fra loro. La “fuga” dalla grande città, ad esempio.
A livello aggregato la crescita su base annua dei prezzi delle abitazioni è passata dal +4,3% di fine 2019 al +5,8% dell’ultimo trimestre 2020, a ulteriore conferma del fatto che la pandemia ha spinto al rialzo la domanda di mattone. Evidentemente per molti l’esperienza del lockdown è stata uno stimolo per riconsiderare le proprie scelte abitative e, per chi ne ha avuto la possibilità, l’occasione per trasformare il maggior afflusso di risparmio indotto dalle limitazioni sanitarie in un sovrappiù di investimento immobiliare. Detto diversamente, chi ha aumentato il proprio gruzzoletto deve aver pensato di impiegarlo in una casa nuova, magari più spaziosa e confortevole lontano dalla grande città.
La cosa interessante è che questa espansione dei prezzi è stata condivisa da tutti paesi dell’area, anche se la parte preponderante dell’aumento dei prezzi – oltre il 70% – è dipeso da Germania, Francia e Paesi Bassi.

In Germania, poi, la crescita dei prezzi è iniziata addirittura nel 2010, compensando un lungo periodo di prezzi sottotono.
La crescita dei prezzi si è associata a un calo robusto delle compravendite, determinato dal lockdown, che però ha trovato nel credito a buon mercato un potente incentivo, visto che il tasso è arrivato al minimo storico dell’1,3%.
Un altro aspetto interessante da osservare è che la domanda di immobili, e quindi la pressione sui prezzi, si è soprattutto indirizzo verso gli immobili esistenti, anche perché le nuove costruzioni, anche a causa del lockdown, hanno rallentato notevolmente. E poiché questi ultimi hanno un peso relativo importante sugli indici dei prezzi, ecco spiegata una parte della loro impennata.

In sostanza, scrive la Bce, “la contrazione degli investimenti immobiliari nell’area dell’euro osservata nel 2020 (superiore al 5% in termini annui) potrebbe aver pesato sull’offerta di nuove costruzioni, esercitando così un’ulteriore pressione al rialzo sui prezzi delle abitazioni esistenti. La contrazione dei permessi di costruzione osservata nel corso del 2020 potrebbe prolungare questo fenomeno, continuando così a sostenere i prezzi delle abitazioni”.
L’ultimo punto osservato dagli economisti della banca riguarda il confronto dei prezzi fra le capitali e il resto del paese. L’analisi parte dalla premessa che i diversi andamenti dei prezzi potrebbero essere spiegati anche alcuni fattori fondamentali, come le differenze di reddito regionale. Rimane il fatto che “nel corso del 2020 i prezzi delle abitazioni nell’area dell’euro in determinate capitali sono aumentati di 0,7 punti percentuali in meno, anno su anno, rispetto all’aggregato dell’area dell’euro”.

Questo andamento potrebbe “riflettere una certa decelerazione naturale della dinamica dei prezzi, dati i forti aumenti dei prezzi delle case nelle capitali negli anni precedenti e il fatto che i livelli elevati dei prezzi raggiunti in alcune giurisdizioni hanno innescato ricadute di prezzo o spostamenti della domanda verso aree al di fuori delle capitali”. Ma esiste anche la possibilità che “l’aumento osservato dei prezzi delle case al di fuori delle capitali può anche riflettere uno spostamento delle preferenze associato a maggiori possibilità di lavorare da casa”.
Insomma, è presto per trarre conclusioni. Forse ha ragione chi dice che nulla sarà più come prima. Ma per adesso l’unica evidenza è che i prezzi salgono. E questo somiglia molto al passato più recente.
La sfida russa al mercato del gas liquefatto
La Russia, dunque, dovrà fare i conti con una serie di difficoltà tecniche e finanziarie per continuare a mantenere le sue quote di mercato – e quindi di influenza – nei settori del petrolio e del gas, dovendo fare i conti con una lunga e difficile transizione energetica che minaccia di erodere strutturalmente la sua rendita. Ma insieme a queste difficoltà, esistono anche delle opportunità nate grazie al progresso della tecnologia. In particolare da quando abbiamo imparato a produrre gas naturale liquefatto che offre il notevole vantaggio di poter essere immagazzinato e trasportato senza bisogno di usare strutture costose e politicamente complesse come i gasdotti.
La nascita del mercato del gas liquefatto (LNG) ha portato con sé quella di forti player che subito hanno scalato le vette della produzione mondiale. Il Qatar, ad esempio, ma anche l’Australia e gli Stati Uniti. E’ arrivata anche la Russia, ma in ritardo. Alcuni osservatori attribuiscono questa lentezza al monopolio di Gazprom sull’export russo di gas che non ha incoraggiato la compagnia a finalizzare alcuni progetti specifici.
La situazione è cambiata a partire dal 2013, quando il governo russo annunciò di voler esportare gas liquefatto, dando di fatto il via libera ad altri operatori come Novatek e Rosneft. Novatek, in particolare, era già impegnata nello sviluppo del progetto LNG nella penisola di Yamal, che abbiamo già incontrato in passato discorrendo della rotta artica sulla quale Mosca sta investendo molte delle sue speranze per il futuro.
La produzione di LNG a Yamal è iniziata nel 2017 e nell’arco di due anni era già arrivata a 16,5 milioni di tonnellate l’anno: un risultato ottenuto rispettando tempi e budget previsti: un caso più unico che raro. Forse alla base di questo successo ci sta anche la struttura societaria del progetto Yamal. La Novatek, infatti, pur mantendo la maggioranza del consorzio con il 50,1%, è affiancata dalla Total, col 20%, e dai cinesi della China National Petroleum Corporation (20%), e dal China’s Silk Road Fund (9.9 %). L’esperienza positiva ha ispirato un bis. Sempre nel 2019, infatti, è stato avviato il progetto Arctic LNG 2, che dovrebbe raggiungere nel 2025 la capacità produttiva di 20 milioni di tonnellate l’anno.
Dal canto suo Rosneft ha pianificato di iniziare una produzione di LNG nelle isole Sakhalin, dove anche Gazprom aveva piani di espansione nell’ambito del progetto di sviluppo del porto di Ust-Luga sul Baltico. Ma si tratta di progetti che richiederanno anni per essere realizzati.
Quanto al mercato del gas liquefatto russo, tutte le produzioni di Yamal e Sakhalin vengono in larga parte vendute in Asia. Secondo le statistiche di British Petroleum (BP), nel 2019 la Russia ha esportato gas liquefatto per 40 miliardi di metri cubi. I dati non sono concordi, tranne che sul fatto che l’export di gas liquefatto russo è più che raddoppiato fra il 2018 e il 2019 con la quota russa globale arrivata al 15%, toccando il picco del 20% l’anno scorso.

In sostanza la Russia è diventato il quarto produttore mondiale di gas liquefatto dietro Qatar, Australia e Usa. E questo è bastato al governo per impostare una strategia di espansione di questo settore che dovrebbe condurlo a produrre fra le 46 e 65 milioni di tonnellate entro il 2024 – a fronte dei 30 milioni di oggi – fino alle 80-140 milioni entro il 2035. Per riuscirci le tre compagnie impegnate nella produzione – quindi Rosneft, GazoProm e Novatek – dovrebbero riuscire a finalizzare nei prossimi dieci i loro piani di sviluppo. Compito non facile vista la situazione internazionale con le sanzioni a penalizzare le strategie di investimento e le notevoli difficoltà tecniche ancora da risolvere.
E tuttavia, l’attivismo russo sul LNG rende chiaro che il governo ha capito che deve correre per vincerla, questa scommessa. Anche per riuscire a “catturare” nella sua orbita del gas paesi come l’India, uno dei più delicati punti di faglia fra le due globalizzazioni concorrenti che stiamo osservando. Correre non vuol dire arrivare primi, ovviamente. Ma intanto, che si arrivi primi o quarti, bisogna farlo.
(5/segue)
Puntata precedente. Il futuro asiatico del gas russo
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Tre scenari economici per il prossimo autunno
Il problema, o il paradosso se volete, si intuisce leggendo le prime righe della relazione annuale della Bis, ovviamente in gran parte dedicata agli sviluppi della crisi sanitaria. Quest’ultima ha generato un’economia che ha finito col rafforzare la tendenza degli ultimi vent’anni a rimediare ai problemi economici con robuste iniezioni di risorse finanziarie, sia fiscali che monetarie. Scelta obbligata, scrive la banca di Basilea, ma che non risolve il nostro problema. Quale? Molto semplice: “Il mondo è entrato nella crisi improvvisamente e come un tutt’uno; i singoli paesi stanno entrando nella fase pandexit ognuno con la sua velocità e a modo loro. In particolare la crescita in molte economie emergenti è rimasta indietro e alcuni vedono una crescita persistente dell’inflazione”.
Che significa? Che proprio come il virus, che è simile per tutti ma fa ad ognuno un diverso effetto, la nostra globalizzazione funziona egregiamente come canale di trasmissione dei problemi, ma poi difetta a trasmettere altrettanto bene le opportunità. Problema noto, ovviamente, ma che la pandemia mette in luce con grande evidenza. I paesi più deboli, proprio come le persone più fragili, stanno rischiando molto e stanno affrontando con grande fatica le notevoli complessità che la gestione di un’economia di guerra – o da pandemia se preferite – porta necessariamente con sé, specie in un momento in cui il denaro sembra non finirà mai, quando è vero il contrario. La stagione degli stimoli a pie’ di lista – all’americana potremmo dire – volge silenziosamente al termine, e alla fine si faranno i conti.
Perciò è molto utile leggere i tre scenari che la Banca ha preparato per provare a immaginare la stagione economica che comincerà il prossimo autunno, quando alcune delle domande che da mesi martellano nella testa degli osservatori inizieranno ad avere le prime, iniziali, risposte. Ad esempio: l’inflazione in crescita. Sarà una tendenza momentanea, o ci stiamo avventurando in un percorso di aumento persistente dei prezzi? E poi: il valore degli asset: borse, mattone e persino le criptovalute stanno mostrando tendenze a strappare un rialzo via l’altro, con una crescente importanza degli investitori retail. Un segno evidente, scrive la Banca, del momento topico – e quindi rischioso al massimo – che stiamo vivendo sui mercati finanziari, e che l’andamento dell’inflazione potrebbe finire col condizionare.
Se la crescita dei prezzi si dimostrasse persistente, sarebbe inevitabile per le banche centrali tirare la corda. Circostanza che ai mercati piace poco. E poi ovviamente c’è il cuore della questione: l’andamento della pandemia. Il grande interrogativo è se e come le varie campagne vaccinali saranno capaci di prevenire nuove ondate, che potrebbero pregiudicare la ripresa in corso, che è stata robusta ma, appunto ineguale. Forte in Cina e anche negli Usa, meno in Europa, altalenante nelle economie emergenti. Ancora una volta non riusciamo a distribuire in modo equo opportunità e problemi, con i secondi a gravare più su quelli che già ne hanno molti.
I tre scenari, dunque. Quello centrale, che poi è quello augurabile, ipotizza “un recupero relativamente regolare”. Che poi il “relativamente” è quello che bisogna ricordare. In questo scenario la pandemia è “costantemente sotto controllo” e i consumi continuano a sostenere la crescita, come abbiamo visto accadere nel secondo semestre dell’anno scorso e nel primo del 2021. In molti paesi l’inflazione supera i target, ma si tratta di sforamenti temporanei, perciò le condizioni finanziarie rimangono distese. Ma anche in questo scenario “positivo”, rimangono le differenze che abbiamo detto all’inizio. Le economie emergenti (EMEs) – a parte la Cina – faranno una gran fatica. E chi pensa che la cosa non ci riguardi ha poco chiaro come funziona l’economia internazionale.
Il secondo scenario mette insieme una crescita robusta a un’inflazione che eccede le aspettative conducendo a un peggioramento delle condizioni finanziarie. I mercati reagiscono anticipando una stretta monetaria. La Banca mostra di credere poco alla plausibilità di un’inflazione stabilmente in crescita, ma ciò non toglie che i mercati possano crederci, e ai livelli di rischio attuali “la domanda chiave riguarda la resilienza dell’intermediazione finanziaria non bancaria, in particolare in un contesto di leva finanziaria nascosta e disallineamenti di liquidità”. Traduzione: non sappiamo come reagirebbero tante entità finanziarie che non sono banche ma che fanno circolare molti soldi.
Il terzo scenario ipotizza una ripresa in stallo a causa delle difficoltà di contenimento della pandemia. In questo caso le tensioni fiscali sarebbero insidiosi e anche la “restituzione” dell’eccesso di risparmi cumulati durante la pandemia all’economia rischia di bloccarsi. In questo scenario le difficoltà delle imprese potrebbero riemergere come scogli finiti in secca, mano a mano che la liquidità si asciuga dai mercati. Le stime delle perdite su crediti disponibili ci dicono che sono gestibili dal sistema bancario, a patto però che “il sostegno politico sia presente per tutto il tempo necessario”. E questo ci riporta alle insidie fiscali.
Aldilà degli scenari, un punto merita di essere sottolineato. “Prima o poi – scrive la Banca – la pandemia finirà, lasciando dietro di sé problemi che potrebbero essere più scoraggianti e duraturi”. Detto diversamente: il paradiso può attendere.
Lo smart working fa i conti col futuro
Non dovremo aspettare a lungo per capire se, come pensano molti, lo smart working rimarrà davvero una costante delle nostre vite o se scomparirà mano a mano che il virus cesserà di spaventare le nostre società. Un’osservazione che si preannuncia molto interessante. La pandemia ha messo a dura prova la nostra organizzazione del lavoro e se è sicuramente comprensibile che nel momento dell’emergenza tutti tifino per il lavoro agile, non è affatto detto che alla fine rimarrà questa preferenza.
Alcune grandi organizzazioni hanno già fatto sapere che manterranno questo istituto, ma non saranno certo loro a fare tendenza. A far la differenza, in un paese dove la piccola e piccolissima impresa costituiscono parte rilevante del tessuto produttivo, saranno proprio queste entità. E poi, ovviamente, quelle pubbliche.
Tralasciando queste ultime, si può farsi un’idea delle intenzioni del settore privato leggendo la rilevazione effettuata da Bankitalia sull’uso del lavoro agile in questa parte del mercato del lavoro, che come si può immaginare è stata massiccia.

In sostanza, il numero dei dipendenti in lavoro agile si è quasi decuplicato, passando da meno di 200.000 nel secondo trimestre del 2019 a oltre 1,8 milioni nello stesso periodo del 2020: il 14,4% degli occupati nel settore privato rispetto all1,4 del 2019. Le imprese che hanno fatto ricorso a questa modalità sono passate dal 28,7% – che comunque non è poco – all’82,3%, coinvolgendo quindi in sostanza tutte le tipologie.
Quanto all’identikit del lavoratore interessato dallo smart working, si confermano le prime impressioni: da remoto hanno lavorato in larga parte le donne, specie quelle con figli fra i 6 e i 14 anni, e i dipendenti con titolo di studio più elevati. In sostanza parliamo di lavori facilmente remotizzabili “specie nei servizi di informazione e comunicazione”.
La prima evidenza interessante da riportare è che “il lavoro agile ha consentito alle aziende che vi hanno fatto ricorso di limitare l’utilizzo di schemi di integrazione salariale”. In queste aziende, infatti, nel secondo trimestre del 2020 i lavoratori “remotizzati” hanno avuto il 10% in meno di probabilità di finire in Cig e inoltre la loro retribuzione è stata superiore del 6% per effetto del maggior numero di ore lavorate. Per le donne, che hanno fatto maggiormente ricorso al lavoro agile, la crescita retributiva è stata in media più elevata: il 7% a fronte del 4,5 degli uomini.
Altro elemento interessante deriva dall’osservazione che “durante il terzo e il quarto trimestre del 2020 − nonostante la diminuzione dei nuovi contagi nei mesi estivi, la ripresa delle ore lavorate e la riapertura delle scuole − il numero di lavoratori a distanza è rimasto su valori significativamente più elevati di quelli antecedenti la pandemia”. Parliamo di 1,3 milioni di occupati nel terzo trimestre e 1,5 nel quarto, pari al 9,9 e al 12,1% di lavoratori nel settore privato. Ciò malgrado “l’ assenza di vantaggi retributivi e a fronte della minore necessità delle imprese di farvi ricorso”.
Ciò basta per dedurne che “la quota di lavoratori da remoto possa restare su livelli di gran lunga superiori a quelli osservati nel 2019 anche dopo la piena ripresa delle attività economiche al termine della pandemia”. Ma il problema è capire quale sarà questa quota. Abbiamo già osservato altrove che lo smart working può generare un effetto di allontanamento dalla grande città, che attrae notevoli masse di lavoratori, che alla lunga può rivelarsi problematico. E questo è un elemento da non sottovalutare, quando si prova a indovinare quale sarà il futuro di questo strumento. I ceti dirigenti che vivono nelle grandi città ci faranno sicuramente un pensierino.
Cartolina. Transazione energetica

Poiché tanto si discorre di transizione energetica, ennesimo viatico verso la felicità di un’epoca tecnoconfusa ma convintamente, vale le pena ricordare che un’auto elettrica ha bisogno di 200 chili di minerali per funzionare invece della quarantina di un’auto a benzina, consumando almeno il doppio di rame. Altresì che un impianto di energia eolica ha bisogno di 8 tonnellate di rame per produrre un megawatt, a fronte dei 1.100 chili di un impianto a gas naturale. Certo, i carburanti fossili sono brutti, sporchi e cattivi. Quelli rinnovabili, belli, puliti e buoni. Ma siamo sicuri che basti scambiare l’oro nero con l’oro rosso per essere felici? La transizione energetica richiede nuove transazioni. E non sono gratis.
Il futuro asiatico del gas russo
Diciamolo semplicemente: i russi hanno un problema col gas. Diciamolo meglio: i russi hanno un problema con l’Europa che finisce col provocare un problema col gas. Russia ed Europa, infatti, condividono ancora molti rapporti commerciali basati sul gas che però risentono sempre più delle tensioni politiche – il caso Ucraina ad esempio, dove passa molto del gas russo diretto in Europa – e delle preferenze crescenti (almeno a parole) dell’Europa verso le fonti rinnovabili. E per quanto il gas sia più pulito del petrolio, rimane sempre una risorsa fossile.
La storia dell’ultimo ventennio racconta di questo problema e dei tentativi fatti per risolverlo. E il fatto che le prospettive di mercato per il gas russo in Europa siano sempre meno incoraggianti, al netto di certe stagionalità che tirano al rialzo il prezzo del gas, lo conferma l’andamento della domanda, che per quanto ancora sostenuta si prevede stagnante se non addirittura in ribasso.

Le principali destinazioni del gas russo in questa parte dell’Europa sono Germania, Italia e Turchia, con la prima ormai ad assorbire quasi un quarto dell’export russo in quest’area, oltre ad incarnare il ruolo di paese di transito del gas russo nel resto dell’Europa, un po’ come la Turchia. Non a caso entrambi in entrambi paesi sono stati sviluppati gasdotti: Nord stream per la Germania, con il Nord stream 2 ancora in attesa di essere completato e al centro di numerose liti internazionali, e Turkstream per la Turchia, che dovrebbe portare il gas russo anche nella zona sudorientale dell’Europa.

Il grande protagonista di questi giochi è Gazprom, ovviamente. L’azienda gestisce gran parte delle esportazioni russe di gas, potendo contare su una notevole rete di infrastrutture sulle cui capacità di utilizzazione non si riesce ancora ad avere una visione ampia, per quanto se ne conoscano per grandi linee le dimensioni.

Rimane il problema: il futuro delle esportazioni di gas russo in Europa rimane instabile, esposto com’è ai capricci della geopolitica – il recente riavvicinamento fra Usa e UE potrebbe essere la pietra tombale per le ambizioni commerciali russe – e della transizione energetica. Le ultime previsioni dell’IEA contenute nel World economic outlook individuano il picco del consumo di gas russo in Europa già raggiunto nel 2019 e un calo costante del 5% fino al 2030. Un atterraggio morbido, insomma, ma comunque un atterraggio, che certo non invoglia i russi a puntare sull’Europa come mercato del futuro.
Il futuro, d’altronde, è sempre più asiatico. anche per il gas, a quanto pare. Anzi, cinese. Pechino infatti ormai è la Grande Speranza per il gas russo. E a Mosca lo hanno detto con chiarezza presentando il gasdotto di Altai che offrirà gas estratto dai campi della Siberia occidentale alla Cina occidentale. All’inizio i cinesi sembravano poco interessati, ma si è arrivati comunque ad annunciare, nel dicembre 2019, l’avvio del gasdotto Power of Siberia, che dovrebbe raggiungere una capacità produttiva di 38 miliardi di metri cubi di gas entro il 2025, portando al 15% l’export russo di gas in Cina. Altri gasdotti sono stati proposti a Pechino, per portare energia nella parte nord-orientale della Cina, dove la domanda di gas è alta. Ma questo “Power of Siberia 2” ancora non è stato pianificato.
In compenso la Russia, seppure con lentezza, ha saputo realizzare alcuni progetti di successo che coinvolgono il gas naturale liquefatto (LNG), partendo da quello organizzato nella penisola di Yamal che si collega al grande progetto della rotta artica. Ne abbiamo già parlato, ma forse un promemoria non farà male.
(4/segue)
Puntata precedente. Gli Usa lasciano indietro i russi nella corsa al gas
Se gli italiani divorziano dalla grande città
L’ultima relazione di Bankitalia contiene, come di consueto, un breve approfondimento dedicato all’andamento del mercato immobiliare che nell’anno orribile del Covid è andato peggio di prima ma molto meglio di quanto si potesse immaginare. Le compravendite sono diminuite, in gran parte nella prima metà dell’anno, quando il lockdown in pratica impediva l’attività degli agenti immobiliari, ma nel secondo semestre c’è stata una certa ripresa che ha riportato un po’ di sereno in un settore strategico della nostra economia.

Le prospettive non sono ancora entusiasmanti, come si può osservare dal grafico in alto a destra. Dalle varie indagini campionarie si deduce che gli operatori vedano ancora diversi mesi in chiaroscuro prima che la domanda e l’offerta tornino a incontrarsi riportando i prezzi su un trend di crescita.
Ma aldilà del dato economico, è la tendenza sociale emersa nel secondo semestre scorso a meritare un approfondimento. Sia nel secondo semestre 2020 che dalle rilevazioni dei primi mesi del 2021 emerge con chiarezza la preferenza degli acquirenti per i comuni minori, dove la domanda di abitazione è stata elevata, a differenza di quella nelle grandi città. “Il recupero delle transazioni negli ultimi due trimestri del 2020 ha riguardato soprattutto le abitazioni indipendenti e quelle di maggiore dimensione, in prevalenza collocate nelle aree a bassa densità abitativa”.
Ovviamente è prematuro trasformare una preferenza in una tendenza, tantomeno in una tendenza di lungo periodo. Ma sarebbe un errore sottovalutarla. Come nota opportunamente la Banca, “poiché l’acquisto di un immobile è una delle scelte economiche più importanti (e meno frequenti) delle famiglie, e riflette dunque anche considerazioni di lungo termine, le variazioni già osservate delle preferenze suggeriscono che almeno una parte dei nuclei valuti le nuove modalità lavorative come non transitorie”.
Alla base di questa ricomposizione ci stanno i cambiamenti indotti dalla pandemia, smart working in testa. Che evidentemente molti nuclei familiari giudicano come definitivo, al punto da orientare le proprie scelte di investimento verso i centri che, con minore spesa, possono garantire loro un miglioramento abitativo: una casa più grande, o magari indipendente; un giardino o altre comodità. E tali orientamenti “potrebbero mantenersi anche in futuro, soprattutto se le trasformazioni dell’organizzazione del lavoro divenissero o fossero ritenute in prospettiva permanenti”.
Il problema è che questo possibile esodo si compie ai danni della grande città. Nel 2020, sottolinea la Banca “la distribuzione della domanda nel contesto geografico dei sistemi locali del lavoro ha registrato una netta ricomposizione dalle zone più centrali a favore di quelle periferiche”. Su questa scelta probabilmente incide anche il vincolo di portafogli: non tutti possono permettersi di comprare una casa centrale. Però è un fatto che fino a prima del Covid questo vincolo veniva eluso o con un maggiore indebitamento, o con pretese più basse per l’immobile.

La pandemia, invece, ha cambiato proprio questo orientamento. E’ evidente che se questa tendenza divenisse persistente, per le economie delle grandi città si potrebbe preparare un periodo molto difficile. La metropoli, come scriveva Lewis Mumford negli anni ’30 del XX secolo, vive soprattutto dei profitti della congestione, che, fra le altre cose, implica una costante rivalutazione della rendita immobiliare. I frutti di questa rendita, scriveva l’urbanista-sociologo, vengono in gran parte raccolti dai ceti più ricchi, che anche grazie ai vantaggi offerti dalla metropoli hanno costruito la loro fortuna.
Seguendo la linea di questo ragionamento, l’esodo dalla grande città rischia di far scoppiare una bolla che si gonfia da decenni, per non dire da secoli, ossia da quando si è imposto il modello delle metro-megalopoli, delle quali l’esempio più lampante è quello delle capitali, che attraggono masse crescenti di cittadini con la promessa di opportunità che poi si sostanziano in notevoli oneri, a cominciare da quelli immobiliari, e faticose transumanze quotidiane nel tragitto casa-lavoro che rubano ore di vita e generano costi economici (e quindi ricavi per qualcuno) ed esternalità ambientali.
Il fatto che Mumford ne scrivesse un secolo fa non vuol dire che il problema sia stato risolto: al contrario. Gli interessi costituiti attorno alla capacità delle grandi città di generare ricchezza, in sostanza per quelli che sono già ricchi – un aspetto della diseguaglianza raramente sotto i riflettori -, hanno costantemente impedito che si generassero nuovi modelli di convivenza. L’esperienza Covid, semmai, ha solo permesso di ricordare a molte persone che la qualità della vita significa poter disporre di spazio, aria buona e città più a misura d’uomo nelle quali, come hanno scritto in molti, in un quarto d’ora si riesce ad arrivare dovunque. Le città giardino dei primi del XX secolo, per fare un esempio.
Per la grande città, quindi, e insieme per i ceti che devono a lei la loro fortuna, la tendenza a decentrarsi di molti, che neanche devono sottoporsi alla corvée del pendolarismo, è una autentica minaccia esistenziale. Abbiamo già osservato come lo smart working, oltre a spostare le famiglie fuori dai centri urbani, diminuisca anche la domanda di immobili direzionali e commerciali, oltre alla domanda di servizi che prosperano nell’affollamento cittadino: si pensi ai bar popolati dai pendolari nelle pause pranzo. Il tutto implica una costante erosione delle base fiscale della metropoli che ne rende insostenibile l’amministrazione quindi in sostanza la stessa sopravvivenza. La cronache di qualche anno fa raccontavano con raccapriccio la desertificazione di Detroit e gli effetti deleteri vissuti dalla municipalità. Di recente qualcosa del genere si è visto anche a New York.
Insomma l’esodo dalla grande città, in nome di una maggiore vivibilità, significa innanzitutto l’impoverimento della grande città a vantaggio dei centri più periferici. Significa il miglioramento della vita di alcuni a svantaggio di altri che finora hanno approfittato delle varie rendite, a partire da quella immobiliare, generate dalla metropoli.
Il problema è capire se le esigenze di chi vuole vivere meglio avranno la meglio su chi vuole mantenere lo status quo. Se la classe media e medio-alta che può fare smart working – abbiamo visto che questo “privilegio” è limitato a circa un terzo della forza lavoro – avrà forza sufficiente per trasformare la preferenza in una tendenza collettiva. O se magari i pochi che vivono già una condizione abitativa soddisfacente nella grandi città, perché magari possono permettersi una villa in centro, basteranno a frenare l’esodo che distruggerebbe il valore dei loro asset.
Il fatto che i primi siano tanti e i secondi pochi non garantisce che i tanti avranno la meglio. Anzi, la storia, solitamente scritta dalle élite, suggerisce il contrario.
La digitalizzazione cambia il gioco della moneta
Chi volesse rapidamente farsi un’idea di come la tecnologia sta cambiando le consuetidini secolari che soggiacciono al complesso mondo della moneta, può sfogliare la trentina di pagine pubblicate dalla Bis che sono un ottimo punto di partenza per addentrarsi nel ginepraio di questioni sollevate dalla digitalizzazione della moneta. Ne abbiamo parlato molte volte in queste pagine, ma vale sempre la pena riepilogare visto che, piaccia o meno, il tema delle valute digitali accompagnerà sempre più la nostra vita quotidiana.
Il punto centrale da tenere presente è che le monete digitali – che non bisogna confondere con la moneta elettronica che usiamo ogni giorno con le carte di credito o di debito – consentono pagamenti peer to peer – modello bitcoin per intenderci – senza bisogno di passare per il sistema dei pagamenti gestito dalle banche centrali e da quelle commerciali. Per questo “l’avvento di queste nuove monete può riconfigurare la natura della competizione monetaria”. E se si ricorda che al questi strumenti saranno i “cardini centrali” delle grandi piattaforme di importanza sistemica “che trascendono i confini nazionali”. allora si comprende che la competizione monetaria ha a che fare con la riconfigurazione dello spazio politico, che vede sempre più opporsi le nazioni territoriali a quelle digitali che stanno emergendo dalla cloud.
Se osserviamo la questione delle monete digitali da questa prospettiva emerge subito chiaro che gli aspetti tecnici, che sono numerosi e anche complessi, non dovrebbero scoraggiarci dal capire meglio quello che vi si agita sotto. Come ricorda lo studio Bis, in Cina i digital wallet di WeChat e Alipay sono arrivati in cima al sistema dei pagamenti nazionali – e questo spiega un certo nervosismo politico da parte del governo – in Africa, ne abbiamo parlato anche qui, M-Pesa e Safaricom sono realtà consolidate nei pagamenti, mentre Facebook sta ancora lavorando alla sua Libra, che adesso si chiama Diem, che la prima stablecoin che potrebbe giocare un ruolo innovativo nell’ecosistema digitale, essendo agganciata a monete ufficiali.
Soprattutto, le moneta digitali potrebbero favorire la costituzione di “Digital currency areas” (DCA) che funzionano all’interno di un network, “piuttosto che in un paese specifico”. In sostanza il perfetto trasferimento di poteri dal territorio alla cloud. Con l’aggravanete che una moneta digitale siffatta potrebbe creare rischi notevoli, sia per le economie avanzate che per quelle emergenti, si “dollarizzazione digitale”, ossia che i paesi possano utilizzare la moneta digitale anche per le loro transazioni interne, un o’ come accade nei casi di dollarizzazione, eprò analogica, in molti paesi.
Il fatto che si usi l’espressione “digital dollarization” per connotare questo fenomeno non è certo casuale. La dollarizzazione di molte economie è la prova del peso specifico della valuta statunitense nell’economia internazionale. Se questo ruolo finisse con l’essere svolto da una valuta digitale, significherebbe che l’America l’ha perso. Il nuovo dollaro sarebbe una valuta digitale emessa da qualcun altro. E non è affatto detto che sia uno stato-nazione.
Il tramonto dell’Occidente non risparmia la Cina
Ai tanti che discorrono del secolo asiatico, giudicando inarrestabile lo spostamento verso Oriente dell’asse del potere internazionale, vale la pena ricordare che il tramonto dell’Occidente, che dai tempi del fortunato libro di Spengler nutre le nostre fantasie decliniste, non risparmia neanche il sempre più prospero Oriente, e la Cina in particolare, che, proprio come noi è alle prese con il vero protagonista del secolo: l’invecchiamento della popolazione.
In Cina, come mostrano gli ultimi dati de censimento analizzati di recente da Bofit, i numeri ci dicono non solo che la popolazione cresce sempre più lentamente, aumentando quindi la velocità dell’invecchiamento della popolazione, ma che si sta sempre più incardinando anche il modello di sviluppo occidentale basato sull’aumento dell’urbanizzazione che, a sua volta, incoraggia la denatalità. Ciò ha effetti diretti sul dependecy ratio, ossia il rapporto fra quelli che lavorano e quelli che sono a loro carico.
Fra il 2010 e il 2020, periodo ricoperto dalle nuove statistiche della popolazione cinese, la popolazione in età lavorativa è diminuita del 7%, arrivando al 63% del totale della popolazione, mentre gli over 60 sono cresciuti del 5%, arrivando al 19% della popolazione. Numeri molto “occidentali”, a ben vedere. Specie se consideriamo che la popolazione 0-14enne è cresciuta nel decennio solo dell’1%, con un tasso di fertilità crollato a 1,3 figli per donna.
Al tempo stesso continua il forte processo di urbanizzazione, con un totale di persone che vive nelle città pari al 64%. e questo malgrado ci siano ancora difficoltà burocratiche da risolvere legate alla normativa dell’hukou, mentre in campagna rimane ormai appena il 36% della popolazione.
La rivoluzione cinese, insomma, sta assumendo sempre più la fisionomia di quelle vissute negli ultimi due secoli in Occidenti e non si capisce perché non dovrebbe finire nello stesso modo.

Per adesso sembra che la Cina non stia prendendo in considerazione l’idea di far entrare un numero crescente di migranti per compensare la propria debolezza demografica. Ma probabilmente è solo questione di tempo prima che il tema divenga di attualità pure laggiù. Per il momento il paese è ancora impegnato nella transizione dalle campagne alla città, e il governo sta lavorando per favorirla, visto che ancora esistono limiti molto stringenti legati alle vecchie pratiche di impedire il trasferimento dei contadini.
Rimane il fatto che l’aumento dell’indice di dipendenza e la diminuzione della popolazione in età lavorativa, due facce della stessa medaglia, finisce col rendere urgente anche una riforma dei sistemi pensionistici, che però rischia di impattare pesantemente sui meccanismi di welfare, largamente basati sugli aiuti famigliari, che consentono alle donne di lavorare.
La coperta è corta, insomma. Qualunque sia la soluzione che si sceglierà – riforma delle pensioni, aumento dell’immigrazione – anche la Cina dovrà vedersela con i malumori che ormai da decenni caratterizzano le popolazioni occidentali. Tutto il mondo è sempre più un paese. Altro che deglobalizzazione.
Cartolina. La dipendenza degli anziani

Quando ci saranno – nella migliore delle ipotesi – sessanta anziani ogni cento persone in età lavorativa, allora forse capiremo esattamente cosa rappresenti per una società il tasso di dipendenza degli anziani, che suona male e ha effetti pure peggiori. Capiremo che avere tanti over 65 che traggono il loro sostentamento dal lavoro altrui significa di fatto caricare il lavoro di un peso che finisce col diventare insostenibile. Quelli più spiritosi potranno liquidare il tutto con una battuta. Dire, ad esempio, che il lavoro nobilita l’anziano più che l’uomo. Altri concluderanno che la dipendenza degli anziani è la peggiore minaccia per l’indipendenza del lavoratore. Ma intanto, poiché viviamo un tempo che coltiva la dipendenza, solido sostegno della rendita, questa minaccia futura non ci spaventa, anzi ci rassicura. Perché quando il futuro verrà saremo finalmente anziani anche noi. E non sarà più un problema nostro.
