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L’ipoteca cinese sul mercato dell’energia e sul clima

Poiché la questione energetica è a dir poco dirimente nel nostro secolo, come d’altronde è sempre stata anche assai prima che i cieli diventassero grigi per lo smog, vale la pena concedersi la lettura di un bel paper diffuso da Bofit dove si fa una pregevole sintesi dello stato dell’arte usando come punto di osservazione la Cina, per la semplice ragione che ormai da tempo il paese asiatico primeggia non solo per il consumo di energia, ma per le conseguenze naturali di tale primato: i livelli di emissioni inquinanti.

Detta semplicemente, qualunque analisi circa il futuro del clima non può prescindere da quella delle fonti energetiche e quindi dei mercati che vi soggiacciono, con tutte le implicazioni economiche e politiche che ormai siamo abituati a considerare.

Perciò la Cina. Piaccia o meno, l’epopea cinese è il fatto saliente della fine del secolo XX e di questo inizio di XXI, non a caso definito da molti come il secolo asiatico. Ormai da anni Pechino è diventato il Grande Consumatore di energia col quale il mondo deve fare i conti non solo perché questa Grande Fame ha chiari effetti sulla geoeconomia internazionale, ma perché la “digestione” cinese di queste risorse produce circa il 30% delle emissioni globali che tanto preoccupano gli ambientalisti.

Non c’è solo questo, ovviamente. La voracità cinese suscita – dovrebbe suscitare – qualche interrogativo anche fra noi benpensanti che viviamo nelle ricche terre d’Occidente, dove si guarda con preoccupazione ai 100 gigajoule di energia pro capite consumato dei cinesi nel 2019, a fronte della media di 76 del mondo.

Dimentichiamo però che i consumi cinesi impallidiscono di fronte a quelli europei – la Finlandia quota 200 GJ – e sembrano poca cosa di fronte a quelli Usa, che sfiorano i 300. Ciò per dire che l’Occidente preoccupato dai cinesi somiglia al medico che dimentica di curare se stesso. O che forse vorrebbe che la sua salute non fosse turbata dal desiderio di altri di somigliargli.

Oggi siamo nella situazione che mentre i consumi energetici lentamente declinano in Occidente, a metafora chissà quanto indovinata del declino di queste economie se non addirittura del loro ruolo nel mondo, in Cina la Fame non solo non diminuisce ma anzi aumenta. Non più intensamente come negli anni Dieci del XXI secolo, quando cresceva al ritmo del 10% l’anno, ma comunque sempre di un robusto 4% l’anno nel secondo decennio del secolo, col risultato di pesare oltre il 40% del consumo globale di energia registrato nel frattempo.

Per saziare la sua Fame la Cina ancora oggi usa per un buon 60% il carbone, seguito per un 20% dal petrolio e per il resto da gas naturale (l’8%) e l’energia idrica (8%). Le fonti rinnovabili, malgrado il notevole potenziale cinese, rimangono residuali. E poiché la produzione interna non basta certamente a soddisfare il Gargantua cinese, ecco che le importazioni diventano la variabile economica, e quindi necessariamente politica, che agita la complessa equazione dell’equilibrio socio-economico cinese. Ciò spiega i massicci investimenti esteri che reificano la ragnatela degli interessi cinesi nel mondo e animano narrazioni come quella delle Belt and Road initiative.

L’altra faccia delle medaglia è quello dell’impatto sull’ambiente. La Cina, aderendo all’accordo di Parigi, si è impegnata a ridurre del 60-65% il livello delle sue emissioni del 2005 entro i 2030, quando peraltro dovrebbe raggiungere il picco di emissioni derivanti dal carbone. E il presidente Xi, nel suo discorso all’Onu del settembre scorso, ha assicurato che la Cina arriverà alla neutralità delle emissioni da carbone entro il 2060, un tempo abbastanza lungo perché la promessa venga dimenticata.

Rimane il fatto che la Grande Fame cinese è la causa dell’essere la Cina il Grande Inquinatore globale. Ma questo è anche conseguenza della circostanza che la Cina produce molta roba utilizzata altrove – l’acciaio ad esempio – che è esattamente il contrario di quello che accade in Usa e nell’UE.

Queste ultime consumano di più e inquinano meno, perché la Cina, pur consumando meno, inquina di più. Fa il lavoro sporco. D’altronde qualcuno deve pur farlo, per far girare la giostra.

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Puntata successiva. La dominanza cinese del carbone

La Bce spiega la ri(e)voluzione della moneta digitale

Un bell’intervento di Fabio Panetta ci aiuta a fare altri piccoli utili passi in avanti nella comprensione dello straordinario processo iniziato dalla Bce e dalle altre banche centrali per la creazione delle monete digitali di banca centrale (CBDC, central bank digital currency). Processo dall’esito incerto, almeno a parole, – Panetta ha più volte sottolineato che la decisione sull’emissione dell’euro digitale ancora non è stata presa – ma sul quale pochi dubitano: l’euro digitale si farà per la semplice ragione che non si può fermare il progresso.

Non a caso l’intervento comincia ricordando come in passato “le innovazioni in campo monetario hanno sfidato e alterato la struttura dei sistemi finanziari”. Accadde con le banconote, che già dal secolo XVII giravano per i paesi con fortune alterne, prima di diventare una nostra abitudine consolidata. E poi anche con i depositi bancari, ovvia consuetudine per noi e i nostri padri, ma innovazione molto discussa e destabilizzante nel secolo XIX, quando divennero uno strumento diffuso.

L’euro digitale, ossia una sorta di banconota virtuale, non è meno complesso da immaginare, quanto agli effetti sulle consuetudini e la stabilità sistemica. Proprio come le banconote e i depositi di una volta, una moneta digitale di banca centrale, che sarebbe una moneta di banca centrale diversa da quelle che siamo abituati a conoscere, porta con sé rischi e opportunità in eguale misura, che devono essere valutate e temperate il più possibile per arrivare a trasformare questa innovazione in un miglioramento della vita per tutti.

Panetta sottolinea che la Bce è al lavoro proprio su questo, e che a quest’esito contribuiranno le varie attività messe in campo – a cominciare dalla survey ormai conclusa per chiedere a tutti i settori economici dell’unione monetaria opinioni e suggerimenti – per svolgere un’analisi quanto più possibile compiuta. Ma proprio la storia ci dice che non è possibile prevedere tutto. L’euro digitale si farà, ma le conseguenze rimangono celate nel futuro.

Quello che sappiamo è che in un contesto crescente di domanda di pagamenti digitali, che vede emergere il ruolo di provider di servizi di pagamento esteri, le banche centrali sono in qualche modo costrette a partecipare al gioco “per mantenere la moneta come un bene pubblico”. Perché questo è il livello della sfida, non altro. E se ricordiamo quanto tempo c’è voluto per affermare il concetto di moneta come bene pubblico, capiamo anche perché sia così importante tutelarlo nel momento in cui giganti tecnologici, già ricchi di dati personali, lavorano per imporre una loro moneta privata.

Detto ciò, rimangono le questioni puramente tecniche, che poi finiscono sempre per divenire politiche, essendo – appunto – la moneta un bene pubblico. “Paradossalmente – dice – un euro digitale può avere troppo successo. Se non venisse progettato bene, la sua maggiore forza, sicurezza e liquidità potrebbe avere effetti sula stabilità finanziaria e monetaria”.

Non serve granché per capire le ragioni di questa affermazione. Un denaro digitale di banca centrale può facilmente spiazzare il denaro di origine bancaria – tipicamente quello dei depositi – proprio come una banconota, specie in tempi di crisi, ha più successo di un investimento finanziario o di un deposito bancario. L’istinto della tesaurizzazione può trovare di che alimentarsi facilmente e a buon mercato con le banconote digitali, che non richiedono neanche particolari accorgimenti per essere custodite – a differenza di quanto accade adesso per le banconote – avendo a disposizione un wallet magari custodito presso la banca centrale.

Ecco uno dei tanti problemi. E a cosa si riferisce Panetta quando parla della necessità di progettare bene questa innovazione. Ad esempio imponendo un limite massimo di euro digitali che ogni persona può conservare. Senza dimenticare che il sistema attuale di gestione della moneta non può fare a meno della collaborazione delle banche commerciali. L’idea che i cittadini abbiano rapporti diretti con la banca centrale non è proponibile, a meno di non rivoluzionare il sistema. Cosa che nessuno, a cominciare proprio dalle banche centrali, vuole.

Serve un’evoluzione, piuttosto che una rivoluzione. “Un euro digitale dovrebbe essere un mezzo di pagamento efficiente, a livello nazionale e internazionale. Ma soprattutto, al fine di preservare la stabilità, dovrebbe essere progettato in modo da impedirne l’utilizzo come una forma di investimento”.

Ma anche qui, aldilà delle soluzioni tecniche che si andranno ad elaborare, è ovvio che esiste sempre il rischio che il coniglio fugga dal cappello. Proprio la storia delle innovazioni monetaria ci racconta che gli apprendisti stregoni della moneta hanno dovuto, prima o poi, fare i conti con le forze che hanno scatenato con la loro fervida immaginazione, e che servono decenni, se non secoli, per digerire.

L’euro digitale si farà, nel medio periodo, ma gli effetti di lungo termine sono ignoti. La buona volontà dei banchieri centrali, e il loro impegno, non potrà evitare effetti indesiderati. Il primo dei quali sarà proprio il fatto che l’evoluzione della moneta da loro intrapresa condurrà inevitabilmente in una rivoluzione. Che lo vogliano o no.

Cartolina. L’età del lavoro

Non dovremmo stupirci osservando che l’unica classe d’età che nell’ultimo ventennio ha visto crescere l’occupazione è quella degli over 60. E’ accaduto negli Usa, ma è trend comune in molte economie avanzate. Vuoi perché molti ex giovani sono invecchiati nel frattempo. Vuoi perché siamo riusciti ad allungare a fatica l’età del pensionamento. Né sorprende che nei turbini del 2008, col mondo a temere una nuova Grande Depressione, gli over 60 restassero saldi in sella, mentre gli under sprofondavano verso la disoccupazione. Giusto in occasione della pandemia questa classe ha avuto un fremito, poco più di un turbamento. Nessuno stupore, neanche qui. Chi conosce lo spirito del tempo sa leggere questi grafici, che sono una conferma sublime del fatto che stiamo vivendo la fase migliore dell’età del lavoro iniziata con la rivoluzione capitalista. Quella della terza età. 

La mutazione genetica dei fondi istituzionali

Una ricognizione molto istruttiva della Bundesbank ci racconta della trasformazione – una autentica mutazione genetica – che i tassi bassi hanno finito con l’indurre in una delle creature più placide dell’universo finanziario: i fondi istituzionali di investimento.

Quelli che una volta erano considerati elementi di stabilizzazione dei mercati, oggi hanno finito col generare comportamenti prociclici che esasperano la caratteristica saliente del nostro evo finanziario: la volatilità. Potenza della fame di rendimento, che anni di tassi rasoterra, che tutti ripetono dureranno ancora a lungo, hanno esasperato allo sfinimento.

La ricerca è focalizzata sugli istituzionali tedeschi, ma ci sono ottime ragioni per pensare che questi atteggiamenti siano comuni a tutta questa categoria che, lo ricordiamo, gestiscono gli asset degli investitori istituzionali, come banche e assicurazioni, ma anche fondi pensioni, fondazioni e persino chiese. Tutti investitori, quindi, con un’ottica di medio e lungo periodo, almeno in tempi normali.

Il problema è che però il nostro new normal è fatto di tassi bassissimi che hanno finito col generare rendimenti negativi facendo quindi crescere a dismisura la fame di rendimento e, per conseguenza naturale, i rischi. L’analisi condotta dagli studiosi della Buba, infatti, condotta nel periodo novembre 2009-giugno 2017, conferma un sostanziale degrado dei rating degli asset acquistati, passati da AA+ a AA-. In sostanza i gestori hanno acquistato in media titoli più rischiosi per avere maggiori ricavi.

L’ulteriore conseguenza di questo atteggiamento è stata una crescente sensibilità dei gestori alle turbolenze di mercato. In sostanza sono aumentati i comportamenti pro-ciclici: quando tutti vendono, anche gli istituzionali vendono. Sicché questi elementi di stabilizzazione dei mercati sono diventati fattori di instabilità, al pari di “normali” fondi speculativi.

Non c’è di che stupirsi. Chi affida asset in gestione è molto più esigente che in passato, e i gestori devono fare i salti mortali per non perdere l’incarico. La ricerca della Buba evidenzia che “i fondi che cercano meno il rendimento hanno il triplo delle probabilità che gli investitori revochino il loro mandato”, con l’aggravante che “questo effetto si inverte in tempi di maggiore tensione finanziaria”. Quando il tempo si fa brutto, insomma, gli investitori tendono a penalizzare i gestori aggressivi. Una vita davvero complicata.

Così si spiega perché a febbraio e marzo del 2020 i prezzi dei bond governativi di Italia, Spagna e Francia, colpiti duramente dalla pandemia crollarono: i fondi istituzionali tedeschi vendettero un miliardo di bond di questi paesi in poche settimane, comprando 300 milioni di bond di paesi dell’eurozona considerati più sicuri, anche se a breve termine.

E così arriviamo alla conclusione: “Questi fondi acquistano obbligazioni quando i loro prezzi aumentano e le vendono quando i prezzi scendono. Si consiglia alle banche centrali e alle autorità di vigilanza di tenere d’occhio i fondi specializzati poiché questo comportamento intensifica il prezzo delle attività volatilità”. Sorvegliati speciali, insomma. Neanche fossero Hedge fund.

La globalizzazione emergente. L’Iran eurorusso

Le ultime notizie che arrivano dall’Iran, ossia la possibilità che la Repubblica islamica diventi parte dell’Unione euroasiatica di Putin, sembrano fatte apposta per alimentare i pensieri di chi crede che “l’amicizia Turchia-Iran-Cina-Russia sia l’alleanza del 21° secolo”, come ha dichiarato di recente il presidente del Vatan Partisi turco Dogu Pericek.

Qualcuno ricorderà che l’Iran e l’EAEU hanno siglato un accordo di libero scambio diversi mesi fa e che ormai da tempo sono visibili le connessioni e gli interessi che legano gli iraniani ai russi e, indirettamente, ai cinesi, con i quali peraltro l’Iran ha siglato un importante accordo commerciale e ai quali ha continuato a vendere petrolio in barba all’embargo statunitense.

In tale contesto le notizie di un ulteriore avvicinamento fra Russia e Iran acquistano un certo rilievo, nell’ambito dell’ampia ricognizione su quella che abbiamo definito la globalizzazione emergente. Chi frequenta la storia ricorderà sicuramente l’importanza che l’Iran – all’epoca si chiamava Persia – ebbe nella diatriba fra l’egemone in carica – la Gran Bretagna – e le ambizioni imperiali della Russia, ieri come oggi regolarmente frustrate.

Oggi il gioco è diverso, ma la sostanza non cambia. L’Iran rimane il miglior punto di avvicinamento all’India e quindi al vasto mondo dell’Asia sud-orientale. Al tempo stesso è un interlocutore obbligato nel complesso mosaico del Caspio e del Medio Oriente, affacciandosi anche verso l‘Asia centrale, dove “abitano” anche paesi come il Kazakhstan, che fanno parte dell’Unione euroasiatica russa. Come d’altronde l’Armenia.

Sarà pure un caso, ma nel suo ultimo giro dei paesi che ruotano attorno al Caspio il ministro degli estero iraniano avrebbe proposto proprio la riattivazione di una ferrovia dell’epoca sovietica che collegava l’Iran all’Armenia attraverso l’enclave di Nakhchivan, incuneata fra il territorio azero e quello turco. Come ormai è chiaro a tutti, le infrastrutture, specie quelle ferroviarie, giocano un ruolo strategico nella globalizzazione emergente.

Tutto ciò per dire che l’adesione dell’Iran all’UEE (EAEU) guidata da Mosca implica un aumento dell’influenza russa in tutte le zone nelle quali l’Iran si affaccia e questo non può che preoccupare le potenze occidentali, alle prese col difficile dilemma di un accordo con la Repubblica islamica le cui sorti sembrano sempre più incerte.

Al contrario, la Russia ha tutto l’interesse a stringere la relazione diplomatica con l’Iran, paese col quale condivide non soltanto sanzioni internazionali, ma robusti canali commerciali e finanziari e anche partite geopolitiche importanti come quella siriana. Discorso simile vale anche per la Cina, e in qualche modo per la Turchia.

E’ presto per dire dove condurrà questa “amicizia” fra i quattro stati, che intanto però sta producendo importanti reti di relazioni, e non solo. Forse è esagerato dire, come ha detto sempre il presidente del del Vatan Partisi che “il mondo è entrato nell’era della civilità euroasiatica dopo la fine della civiltà atlantica”.

Ma, certo, qualcuno può iniziare a inquietarsi leggendo nella stessa intervista che “la civiltà eurasiatica è una civiltà più umana, più condivisiva, più pubblica, più pianificata, più disciplinata, più libertaria e più democratica”. Una civiltà che mette insieme lo spirito libertario e quello pianificatore riecheggia vecchi totalitarismi. Ossia l’incubo peggiore.

Il Secolo asiatico. La “giapponesizzazione” della moneta

Le dichiarazioni rilasciate dalla presidente della Bce Lagarde sull’attenzione che la Banca sta dedicando all’evoluzione dei rendimenti nominali di lungo termine dei bond dell’eurozona (yield curve control) sembra fatta apposta per riaprire l’annoso dibattito sulla cassetta degli attrezzi del central banking, costretta ad arricchirsi in ragione diretta delle complicazioni dell’economia internazionale. Ma soprattutto conferma ancora una volta la sensazione di chi, fra gli osservatori, nota come le politiche monetarie europee o statunitensi seguano ormai, con qualche ritardo, le invenzioni del paese che prima di tutti le ha sperimentate nel tentativo (disperato?) di rianimare la propria economia: il Giappone.

I banchieri centrali giapponesi, peraltro, lo ripetono da anni nelle numerose allocuzioni che rilasciano in giro per il mondo: il Giappone è l’antesignano delle politiche monetarie che il resto del mondo scoprirà solo più tardi. E’ stato così per i tassi a zero, poi per il QE, e anche per l’overshooting inflazionistico, che ormai fa parte dell’armamentario della Fed.

Sarà così, con tutta probabilità anche per il “QQE with Yield Curve Control”, che il Giappone sperimenta ormai da un quinquennio. Dal che sorge comprensibile il timore che sarà così anche relativamente agli esiti che leggiamo nelle considerazioni di Wakatabe Masazumi, vice governatore della BoJ. Anzi, che rileggiamo. Proprio come le rivendicazione del primato dell’innovazione monetaria della Banca giapponese, anche il risultato finale – più o meno deludente – è una costante della narrazione giapponese.

Così anche il nostro vice-governatore: “L’obiettivo di stabilità dei prezzi del 2% non è stato ancora raggiunto”. E qui si potrebbe chiudere il pezzo.

Ma sarebbe ingeneroso. Perché la “giapponesizzazione” in corso della politica monetaria globale – l’ennesima declinazione del Secolo asiatico che si annuncia – merita qualche riga in più. Anche perché ormai questo esito – la Japanification, come la chiama Wakatabe – ormai appartiene anch’essa all’armamentario degli argomenti che i banchieri centrali giapponesi esibiscono in pubblico, chissà se con mestizia o con orgoglio.

A noi rimane il dubbio che dubitino anch’essi, aldilà delle dichiarazioni di prammatica, dell’efficacia di questo costante aumentare la disponibilità di moneta a basso costo. Ma leggendoli sembra proprio il contrario. Wakatabe ribadisce che le politiche stavano funzionando. Le aspettative di inflazione stavano migliorando, e anche l’output gap – una delle tante misure leggendarie del nostro central banking – stava diventando positivo, a dimostrazione di una crescente possibilità di aumento dei prezzi.

L’occupazione, inoltre, migliorava e si iniziavano a vedere gli effetti sulle paghe – come se la curva di Phillips si fosse improvvisamente risvegliata -: l’economia non sembrava più in deflazione.

 

Ma poi, di nuovo, l’esito: niente 2% di inflazione. Colpa del “mindset” deflazionistico del popolo – altro argomento ricorrente – e poi delle imprese, che hanno usato lo spazio di manovra regalato loro dalla banca centrale per recuperare produttività. E poi del Covid, ovviamente. Il virus è il pretesto ideale per fare tutto ciò che è necessario e anche di più.

E’ colpa del Covid se l’outup gap è sprofondato – e sarebbe difficile sostenere il contrario – e se le le aspettative di inflazione sono peggiorate. E soprattutto “ci vorrà un tempo considerevole per arrivare all’obiettivo del 2% di inflazione”. Nessun dubbio a tal proposito. Non solo in Giappone. Ovunque.

(3/segue)

Puntata precedente. Il secolo asiatico? La domanda è giusta la risposta forse no

Central bank digital currency, la versione della Buba

Una cosa risulta chiara leggendo il breve ma molto istruttivo discorso di Burkhard Balz, componente del board della Bundesbank: le monete digitali di banca centrale si faranno e funzioneranno soltanto se insieme crescerà il coordinamento internazionale che dovrà fissarne le caratteristiche sostanziali.

Le CBDC (central bank digital currency), insomma, saranno l’esperimento più avanzato che servirà anche a testare l’efficacia di quella che, ironicamente, abbiamo chiamato l’internazionale dei banchieri centrali, nel disegnare il futuro della moneta, mai quanto oggi al centro di desiderata fortemente centripeti rispetto la modello tradizionale basato sul duopolio banca centrale/commerciale, sotto l’egida dei governi.

Perciò il nostro oratore, dopo una breve introduzione, arriva al punto: “La cooperazione internazionale sarà l’elemento chiave nel delineare il futuro ecosistema della CBDC”, visto che “ci sono alcune caratteristiche fondamentali e standard comuni preziosi per guidare un banca centrale quando decide di emettere una valuta digitale per il pubblico”.

Queste caratteristiche fondamentali sono convertibilità, interoperabilità e standard internazionali. La prima serve ad assicurare fiducia nella valuta – e questo spiega perché lo yuan inconvertibile anche se magari già digitale – sia ancora molto impedito nel suo ruolo di moneta internazionale. La convertibilità, infatti, garantisce al possessore della valuta che può cambiarla in qualunque forma egli voglia in qualsiasi momento.

Per interoperabilità si intende il fatto che la moneta possa circolare senza impedimenti in qualunque sistema dei pagamenti. Ma è lo standard internazionale della valuta, ossia la sua capacità di operare in maniera efficiente nei pagamenti transfrontalieri, a segnare il punto focale dell’interesse.

“Dal mio punto di vista – dice il banchiere tedesco – queste tre caratteristiche sono essenziali per una qualunque valuta digitale”. A patto però di far evolvere al tempo stesso anche il sistema internazionale dei pagamenti. Compito che peraltro fa parte della roadmap disegnata dal G20 per sviluppare i pagamenti transfrontalieri, nella quale anche la moneta digitale di banca centrale è entrata a far parte.

Ciò che risulta chiaro, infine, è che questa sfida per il futuro della moneta e dei pagamenti internazionali, in un mondo dove ogni giorno nuovi soggetti privati si candidano a fornire l’una e gli altri, le banche centrali – e i governi – non possono esimersi dall’accettarla.

“È responsabilità della banca centrale creare fiducia nella propria valuta e garantire che i pagamenti rimangano competitivi, innovativi e sicuri. Dobbiamo anche assicurarci che il denaro digitale di banca centrale sarà offerto in modo compatibile con l’economia digitale”.

Questo non è semplicemente un modo per garantirsi il futuro. Ma, per dirla con le parole di Lincoln citate nel discorso, “per creare il futuro”. La Buba, e le banche centrali unite, non si scomodano per meno di questo.

Cartolina. Anno 2020, fuga dal Sud Europa

Molte considerazioni si potrebbero fare osservando la fuga degli investitori istituzionali tedeschi dai bond dei paesi del Sud Europa nei primi mesi del 2020, quando la pandemia iniziò a infliggere le sue ferite nelle nostre società. La prima, quella più facile, è che le esigenze della finanza non contemplano la solidarietà europea, che pure ha dato forma al Recovery fund. L’altra, meno popolare, è che questi fondi, una volta elemento di stabilità nei mercati, operano in un ambiente di tassi rasoterra che ne ha esasperato la fame di rendimento generando comportamenti prociclici: vendono quando tutti vendono. E’ la vendetta dei creditori, potremmo dire, che nessuna solidarietà ricevono in quest’alba di nuovo secolo. E quindi non ne danno.

Il lungo declino del credito in dollari fuori dagli Usa

Le ultime statistiche diffuse dalla Bis sulla liquidità globale confermano due trend che ormai si può dire caratterizzino almeno gli ultimi due decenni. Da una parte la continua crescita del debito denominato in dollari fuori dagli Usa, in gran parte alimentata da obbligazioni, e insieme il lento declinare di questa crescita, che non ha più rivisto i massimi osservati prima del 2008.

Questa due tendenze sono osservabili chiaramente guardando i grafici di breve e lungo periodo proposti dalla Banca. Il primo misura l’incremento del credito in dollari ai prenditori non bancari fuori dagli Usa nel terzo quarto del 2020, cresciuto “solo” del 5% su base annua. Un rallentamento, rispetto al passato più recente, ma che comunque ha portato il totale di questa massa di obbligazioni a quota 12,7 trilioni.

Come si può osservare dal grafico, alla crescita sottotono del credito in dollari si è affiancata un sostanziale regresso di quelli in euro e yen, a conferma del fatto che solo la valuta statunitense, in questo momento particolare, rimane attrattiva a livello internazionale. Conseguenza evidente del ruolo che gioca nella partita globale.

Anche il credito in dollari agli emergenti ha rallentato, portandosi a una crescita del 6% su base annua. Ma l’ammontare in valore assoluto ha raggiunto quota quattro trilioni, guidato in larga parte dall’emissione obbligazionaria.

Al contrario, il credito ai residenti continua a crescere in tutte e tre le valute per i residenti assai più che ai non residenti.

L’emergenza sanitaria, insomma, ha concentrato l’attività creditizia all’interno dei paesi più che all’esterno, confermando un trend che però risale anche agli anni successivi alla crisi del 2008.

Dal grafico si osserva con chiarezza che la curva totale del credito non ha più raggiunto i livelli ante 2008 e che, dopo una parziale ripresa dei flussi fra il 2010-11 ha assunto una pendenza declinante a prescindere dall’apprezzamento del dollaro.

Insomma: il flusso globale di dollari rallenta, pure se rimane robusto, e non sembra che possa nel breve-medio periodo tornare ai livelli pre 2008. Forse la globalizzazione finanziaria ha trovato un nuovo ritmo, meno esuberante. O forse questo declino prelude a nuove geografie del credito.

Quali che siano gli esiti futuri, bisogna tener conto del fatto che i debiti in dollari fuori dagli Usa, pure se meno di prima, continuano a crescere. E prima o poi bisognerà regolarli.

La globalizzazione emergente. Il matrimonio fra Cina e Swift

Meno di un mese fa il prolifico ventre dell’economia cinese dava alla luce una compagnia dal nome anodino e insieme suggestivo: la Finance Gateway Information Service Limited. Con un capitale di una dozzina di milioni di dollari, la neonata società registrata a Pechino non ha suscitato particolare interesse fino a quando non si è saputo chi fossero gli azionisti.

Infatti la notizia è che da una parte troviamo lo Swift, il sistema internazionale di messaggistica interbancaria di cui abbiamo parlato più volte, che detiene il 55% della società tramite una società sussidiare stanziata da Hong Kong. Dall’altra parte troviamo una società interamente controlla dalla People bank of China ( PBoC), la banca centrale cinese, ossia la China National Clearing Center (CNCC), con il 34%. Il resto delle azioni se le sono divise la Cross-border Interbank Payments and Settlement Limited (CPIS), che abbiamo già incontrato, che detiene il 5%, il PBoC’s Digital Currency Research Institute, controllato anch’esso dalla banca centrale cinese, con il 3%, e la Payment and Clearing Association of China (PCAC), con il rimanente 3%.

Questa specie di matrimonio segue all’ingresso in grande stile di Swift nel mercato cinese, che risale ormai a più di un anno fa, e alimenta le congetture di chi vede in queste operazioni la conferma della volontà di Pechino di far crescere il ruolo internazionale della moneta cinese, vuoi passando per la partecipazione alle grande infrastrutture internazionali, vuoi favorendo lo sviluppo della sua valuta digitale di banca centrale, vuoi puntando soprattutto sul commercio internazionale. Non è certo un caso che la Cina abbia siglato non più tardi di pochi mesi fa un accordo regionale di peso con i paesi asiatici, Australia compresa, per lo sviluppo di un’area di libero scambio: il Regional Comprehensive Economic Partnership.

Ovviamente è presto trarre conclusioni da quello che al momento appare come un semplice inizio di rapporti d’affari. Ma certo la qualità dei soci lascia ipotizzare che a trarre beneficio da questa collaborazione sarà l’internazionalizzazione della valuta cinese, magari nella sua forma digitale, che ormai sembra matura per una sperimentazione all’estero, dopo che per alcuni mesi è stata fatta circolare all’interno. Contentiamoci, per il momento, di prendere nota.