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La sfida fra Usa e Cina passa anche dall’industria dei farmaci
Poiché, piaccia o meno, la disputa fra Usa e Cina fa parte dell’imponderabile – per quanto molto ponderato – che decide della nostra quotidianità, è buona prassi provare a farsi un’idea quanto più possibile compiuta della vastità del legame che avvinghia le due potenze, nel quale – paradossalmente – risiede una delle ragioni del conflitto.
Per iniziare questa opera di apprendimento, vale la pena dedicare un po’ di tempo al lungo rapporto che la US-China Economic and security Review commission – e già che ci sia un organo del genere è indicativo – ha indirizzato al Congresso Usa l’anno scorso. L’ultimo di una lunga serie iniziata nel 2002, ossia un anno dopo l’ingresso della Cina nel WTO, che ci comunica alcune informazioni importanti. A cominciare proprio dal fatto che alla commissione servono ben 593 pagine per esaurire – e solo per il 2019 -il quaderno delle doglianza contro la Cina. Alcune delle quali persino sorprendenti.
Se infatti ormai non è più una novità che fra le tante ragioni dei dissidi vi siano questioni legate alla tecnologia di domani, espressioni di tensioni geopolitiche più profonde, per molti sarà stupefacente scoprire che una delle fonti delle tensioni fra i due paesi, addirittura indicata come scaturigine di rischi per la sicurezza nazionale Usa, è l’industria farmaceutica. O, per meglio dire, la profonda dipendenza degli Usa dalle produzioni cinesi.
Il rapporto, frutto di lunghe audizioni della commissione, disponibili on line per chi volesse inerpicarvicisi, parte da una constatazione molto semplice che non ha bisogno di molti commenti: “La Cina è il maggiore produttore mondiale di active pharmaceutical
ingredients (API). Gli Stati Uniti sono fortemente dipendenti dai farmaci che provengono dalla Cina o includono API proveniente dalla Cina”. In sostanza, la Cina produce massicciamente farmaci e i principi attivi che vengono utilizzati dall’industria Usa per produrre farmaci. Questa dipendenza “è specialmente vera per i farmaci generici”.
La preoccupazione della Commissione deriva anche dalla circostanza che la normativa Usa non prevede che le compagnie farmaceutiche abbiano l’obbligo di dettagliare la zona di provenienza delle API che utilizzano. Quindi, “i consumatori americani possono inconsapevolmente accettare i rischi associati a farmaci che derivano dalla Cina”. Uno potrebbe dire che basterebbe obbligare le compagnie produttrici a indicare la provenienza delle API. Ma se fosse così semplice, il mondo, non servirebbero rapporti di 593 pagine.
La questione si arricchisce di contenuti se si ricorda che “il governo cinese ha designato le biotecnologie come un’industria prioritaria nel suo 13° piano quinquennale e nell’iniziativa Made in China 2025“, con l’aggravante che “lo sviluppo dell’industria farmaceutica cinese segue un pattern già visto in alcune delle sue industrie, come quella chimica e delle telecomunicazioni, dove il supporto dello stato promuove le compagnie domestiche a spese dei competitori esteri”.
C’è quindi una questione di metodo. Ma anche di merito. “L’industria farmaceutica cinese non è regolata dal governo cinese”. Nel senso che il governo “non ha risorse adeguate per sovrintendere migliaia di produttori, anche se Pechino ha fatto di questa supervisione una sua priorità”. Ciò spiega perché la Food and Drug Administration (FDA) Usa, anche lei a corto di personale, fatichi così tanto a garantire la sicurezza dei principi e dei farmaci (drug) importati dalla Cina. Con l’aggravante che “data la dipendenza degli Usa dalla Cina per moti farmaci critici, fermare certe importazioni per frenare il rischio di contaminazioni, può provocare una carenza di farmaci negli Usa”.
Conclusione, doverosamente apocalittica: “l cittadini americani, comprese le forze armate, sono a rischio di esposizione a medicinali contaminati e pericolosi. Se Pechino scegliesse di usare la dipendenza degli Stati Uniti come arma economica e tagliasse l’offerta di scorte di droghe essenziali, avrebbe un effetto serio sulla salute dei consumatori statunitensi”. America, oggi.
Cronicario: C’ho lo shock fiscale e me ne vanto
Proverbio del 14 gennaio A ogni male è necessario un medico: il tempo
Numero del giorno: 424.390.000.000 Surplus commerciale cinese nel 2019
Mi volevo regalare un momento di serietà dopo aver letto che il surplus cinese del 2019 era cresciuto del 21,2% rispetto al 2018. Già mi sorgevano domande profonde tipo: ma come: e i dazi? E visto che gli Usa hanno diminuito il deficit commerciale verso i cinesi ad appena 295,8 miliardi (-8,5%) mi stavano persino sorgendo risposte profonde tipo: ah ma allora stanno vendendo ad altri, o dubbi inquietanti tipo: non sarà che stanno diminuendo le importazioni.
Sicché stava per venire fuori un Cronicario serio, quando per fortuna ha prevalso il genio italico nella forma di un osservatorio economico di commercialisti che mi ha comunicato una verità profonda: “Le famiglie italiane non hanno ancora assorbito lo shock fiscale del 2012”.
E allora tutto mi si è chiarito. Abbiamo (chi paga le tasse, quindi una minoranza) sulle spalle un peso fiscale che vale il 17,8% del pil, l’1,63% in più rispetto al fatidico anno. Da allora abbiamo recuperato un miserevole 0,18. Il grosso della fatica la sostengono le famiglie, assai più che le imprese e le istituzioni finanziarie.
Mi stavo deprimendo quando a un certo punto mi è caduta sotto gli occhi l’esternazione del presidente di un noto ente previdenziale divenuto celebre per quello che possiamo definire una specialità nazionale.
Notate il talento affabulatorio (rectius: cazzaro): “Valutando insieme i dati sulle pensioni, la congiuntura non particolarmente positiva e la tendenza lievemente in aumento nel mercato del lavoro possiamo dire che quota 100 non ha certamente avuto un impatto negativo sull’occupazione”.
Ma c’è anche di meglio: “Il reddito di cittadinanza, e così il decreto dignità, non creano lavoro in senso letterale, aiutano ad allocare il lavoro sul mercato attraverso l’incrocio tra domanda e offerta, come qualsiasi altra politica attiva. Per creare lavoro servono investimenti”.
Lo shock fiscale mi è sembrato persino piacevole.
A domani.
Le retribuzioni dell’EZ spinte da salari minimi e calo dei contributi
Una buona illustrazione contenuta nell’ultimo bollettino della Bce ci aiuta a fare il punto sulle condizioni del mercato del lavoro dell’Eurozona nel paragone con il periodo pre-crisi, che ormai risale a un quindicennio fa.
Il grafico ci consente di osservare che molti degli indicatori che servono a qualificare il mercato, dal tasso di disoccupazione a quello dei posti vacanti, hanno recuperato notevolmente i livelli post crisi, eguagliando ormai quelli precedenti, mentre rimangono ancora deboli altri indicatori come quello relativo alla produttività – fermo al livello del 2013 – e quello del reddito reale, che pure se in crescita risulta ancora debole.
Proprio per provare a spiegare gli andamenti del reddito per occupato, gli economisti di Francoforte hanno sviluppato un approfondimento che ci aiuta a capire meglio come si siano evolute in questi anni le varie componenti di questa voce che, lo ricordiamo, viene definita come la retribuzione totale, in denaro o in natura, pagabile dai datori di lavoro ai dipendenti in cambio di una prestazione lavorativa, ossia retribuzioni lorde, gratifiche, pagamenti per ore di lavoro straordinario e contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro, diviso per il numero totale di dipendenti.
In sostanza il reddito per occupato è una misura del costo del lavoro. In quanto tale può essere influenzato non solo dal livello dei contributi previdenziali, ma anche da quello del salario minimo, che viene fissato sostanzialmente dai poteri pubblici. Detto altrimenti, contributi e salario minimo possono spiegare molto dell’andamento del reddito e quindi dei salari, con tutto quello che ciò comporta sugli andamenti dei prezzi alla produzione e al consumo.
I dati, ad esempio, mostrano un certo divario fra la crescita del reddito per occupato e l’aumento delle retribuzioni per dipendente nel periodo 2015-16, che peraltro si osserva anche a inizio 2019.
Il divario si spiega col fatto che in questi periodi sono diminuiti i contributi a carico dei datori di lavoro. Questi ultimi, lo abbiamo visto, sono incorporati nel reddito per occupato. Quindi una loro diminuzione ha effetti sul livello dei redditi, che diminuisce, ma non su quello di salari e stipendi, che rimangono stabili: il lavoratore non percepisce i contributi previdenziali, quindi una loro diminuzione per lui è neutra.
E’ interessante sottolineare che nel periodo 2015-16 furono i principali quattro paesi dell’area a tagliare i contributi, quindi Francia, Germania, Spagna e Italia (grafico sopra a destra). Mentre nel 2019 il divario che si osserva nuovamente è stato generato dalla decisione della Francia di diminuire significativamente i contributi in conseguenza di una modifica legislativa che ha sostituito con questo taglio fiscale permanente alcuni crediti d’imposta. Al contrario, negli altri paesi i contributi sono aumentati.
Per la Francia il calo dei contributi ha determinato che i redditi per dipendenti sono cresciuti più lentamente – del 2,3, del 2,2 e del 2,1% nei primi tre trimestri del 2019 – rispetto alle retribuzioni per dipendente (+2,6%, +2,5% e +2,5%). Ciò significa che bisogna sempre tenere presente questa distinzione – fra reddito per occupato e retribuzione – quando si osserva il mercato del lavoro per non incorrere in equivoci che mescolano le due voci non tendendo conto del cuneo fiscale generato dalla contribuzione obbligatoria.
Per le stesse ragioni, bisogna sempre considerare il peso dei salari minimi, presenti in 15 paesi su 19 nell’eurozona, che in qualche modo irrigidiscono la struttura del costo del lavoro. Anche su questa voce esistono profonde differenze nell’eurozona. L’ammontare dei salari minimi varia infatti dai 430 euro mensili della Lettonia ai 2.071 euro del Lussemburgo, con aumenti che negli ultimi dieci anni sono stati in media fra l’1,5% irlandese e il 7% estone. I salari minimi aumentano ogni uno-due anni, seguendo svariate formule, e il 2019 si è segnalato per essere l’anno in cui il salario minimo è cresciuto molto rispetto alle retribuzioni complessive. In particolare, dopo esser cresciuti dell’1% nel 2018 sono aumentati di un robusto 4,6% l’anno scorso.
Aldilà dell’aumento complessivo, c’è da segnalare che i salari minimi sono aumentati in tutti i paesi, nel 2019, con incrementi che vanno dall’1,5% francese al 17,9% spagnolo.
Pure se, come scrive la Bce, “l’impatto meccanico diretto delle variazioni nel livello di salario minimo sull’aumento complessivo delle retribuzioni nell’area dell’euro tende a essere limitato”, bisogna tenerlo presente quando si valutano i livelli di reddito per occupato e soprattutto i livelli delle retribuzioni. Queste ultime hanno mostrato un andamento solido, favorito, come abbiamo visto, dall’aumento dei salari minimi e dalla diminuzione dei contributi. Ma rimane da chiedersi, in un contesto di produttività lenta, come sarebbero le retribuzioni al netto di queste componenti occasionali. E le risposte non sembrano incoraggianti.
Cronicario: Il governo rivede l’Irpef, ma non la riconosce
Proverbio del 13 gennaio Tollera il tuo prossimo e spera che lui faccia altrettanto
Numero del giorno: -1,4 Calo % annuo a novembre vendite dettaglio piccoli negozi
Innanzitutto auguri, visto che ancora quest’anno il Cronicario non voleva saperne di cominciare, e abbiamo dovuto usare le maniere forti per costringerlo.
Ma poi va detto pure che sinora il clima era fiacco. Sì, c’era stata qualche crisi occasionale, ma niente che valesse il piacere dell’ozio del vostro affezionatissimo. Ma oggi l’aria è cambiata. Su un noto quotidiano nazionale è apparsa una intervista davvero frizzante al nostro Primo minestra, con argomenti davvero inediti nella nostra storia contemporanea.
No, scusate ho preso la foto vecchia. Ecco: questa è quella giusta.
Lo so, vi sono venuti i lucciconi. La riforma dell’Irpef, leggasi taglio delle tasse sta, a pari merito col ponte sullo stretto, al top della classifica dei miti nazionali, gareggiando col deficit espansivo e gli investimenti produttivi.
Ora magari vi chiederete come sarà questa riforma. Ma non state a scervellarvi: ce lo spiega il Signor Viceministro, che tutto sa del Primo minestra. Ed ecco il succo distillato dell’annuncio.
“Rivedere l’Irpef può garantire indirettamente l’intervento sul cuneo fiscale perché a parità di costo-azienda il netto è più alto e quindi è un vantaggio per il lavoratore e di conseguenza per l’azienda”.
Ora che avete sorbito il distillato, non stupitevi del capogiro. E’ perfettamente normale se avete capito nulla. Avete colto il punto.
A domani.
La Russia cerca un passaggio per l’India
La recente presentazione di Turkstream, diventata il palcoscenico delle ambizioni di potenza russo-turche sullo scenario del Mediterraneo orientale, con tanto di richiesta di pace fra le fazioni libiche – peraltro spalleggiate una dalla Turchia e l’altra dalla Russia – conferma qualora fosse necessario il valore politico dello sviluppo infrastrutturale nella tessitura della nuova rete di interessi – ancora prematuro definirle alleanze – che sta dando forma al nuovo grande gioco euroasiatico. Russia e Turchia, quindi. Ma anche Cina, ovviamente.
Si può facilmente immaginare che molto presto l’influenza di questa triplice coincidenza di interessi si estenderà all’Egitto, che come insegna la storia è nientemeno che strategico nella saldatura fra Asia e Africa, già in uno stato avanzato di relazioni con la Russia, con la quale peraltro sta negoziando da tempo l’ingresso nell’Unione Euroasiatica di Putin. Esiste anche una possibilità molto concreta che l’Egitto accetti, come richiesto dalla Russia nel giugno scorso, di firmare un accordo di libero scambio con l’Unione, come peraltro ha fatto l’Iran, pochi mesi fa. Ciò per dire che ormai l’influenza Russa in questa regione – non dimentichiamo la crisi siriana – è un fatto evidente.
Lo stesso vale per la Cina, come è stato icasticamente rappresentato dall’esercitazione navale congiunta russo-turco-cinese che si è svolta a fine 2019 nel mare Arabico e nell’Oceano indiano, che ha rappresentato una notevole novità.
Ma se l’approfondirsi dell’influenza russa verso il sud nel quadrante del Mediterraneo è ormai un fatto scontato, lo è meno quello che Mosca ormai da tempo sta tentando verso il Sud Est, e in particolare verso l’India. O almeno così sembra a chi abbia dimenticato come la Russia zarista, per gran parte del XIX secolo, abbia coltivato l’ambizione di arrivare fino in India, all’epoca saldamente in mano ai britannici, contribuendo a generare nella potenza egemone dell’epoca un profondo sentimento di russofobia che verrà eguagliato solo all’epoca della Guerra Fredda, ma stavolta dagli americani. Gli inglesi erano molto preoccupati dell’avanzata russa nelle vaste pianure del centro Asia, all’origine peraltro della duratura influenza di Mosca in quelle regioni, perché avevano capito che l’obiettivo delle armate russe non erano certo le fredde steppe dell’Asia centrale ma la ricca India, che all’epoca svolgeva un ruolo vitale per gli interessi economici, finanziari e politici di Londra.
La prima guerra mondiale mise fine al Grande Gioco, magistralmente raccontato in un vecchio libro di tanti anni fa. Ma il ritorno in scena della Russia sullo scacchiere internazionale con velleità di potenza deve aver fatto ricordare la vecchia idea di allungare la propria sfera di influenza fino all’Asia del Sud, in un altro quadrante regionale, quindi molto diverso da quello Mediterraneo, dove l’India – ma anche il Pakistan che dell’India è un fiero avversario, gioca un ruolo determinante. Vuoi per il suo peso specifico, vuoi per quello strategico, visto il rapporto che lega l’India agli Usa e il suo ruolo nel Quad il quartetto diplomatico formato da Usa, India, Giappone e Australia che si propone in qualche modo di svolgere un’azione di coordinamento nell’area del Pacifico.
E tuttavia la Russia proprio di recente ha ribadito il suo invito all’India a unirsi alla “sua” Unione euroasiatica anche se nella forma affievolita di una partnership commerciale, facendo seguito a quanto dichiarato da Putin nel 2016. Ossia l’intenzione di promuovere accordi commerciali preferenziali con i partner con i quali la Russia intrattiene rapporti commerciali avanzati. All’elenco, oltre alla Cina, erano stati aggiunti anche l’India, il Pakistan e l’Iran.
Da allora l’UEE di Putin ha fatto notevoli progressi. Accordi commerciali di vario genere sono stati siglati proprio con la Cina, l’Iran, il Vietnam, la Serbia, il Tajikistan, Singapore. E i colloqui sono in corso, oltre che con l’Egitto, anche con Israele. Ma arrivare fino in India, paese col quale la Russia ha una lunga frequentazione, sarebbe un notevole progresso per la presenza di Mosca in quell’area. I legami peraltro sono già molto profondi. Manca solo da fare l’ultimo passo.
(1/segue)
Puntata finale: La via del petrolio e del gas che porta da Mosca all’India
Cartolina: Il lavoro che vorrei
Col tempo che volge al bello, nel mercato del lavoro dell’eurozona, rimane da chiedersi come mai oggi, rispetto a prima della crisi, si registri un maggior disallineamento fra la domanda di competenze e la relativa offerta – a significare una certa incomunicabilità fra le due curve – e soprattutto perché sia così tanto peggiorata la dispersione geografica del tasso di disoccupazione, ossia il coefficiente che misura il tasso di disoccupazione ponderandolo con quello di occupazione. A guardar bene, le due cose ce ne dicono una sola. Il lavoro magari c’è, ma non è quello che vorrei. E scusate se è poco.
Il renminbi rallenta, ma aggiusta il tiro
L’ultima Quarterly review della Bis contiene un box molto interessante che ci consente di fare il punto sull’andamento della moneta cinese, osservata speciale da quando Pechino ha deciso di internazionalizzare la sua valuta pur senza delineare un orizzonte chiaro sulla sua definitiva convertibilità.
La strategia cinese si è basata su una sorta di doppio forno, articolato sulla base di due monete uguali e diverse il renminbi (RMB) offshore (CNH) contrattato su alcune piazze finanziarie come Hong Kong e Macao, e il renminbi onshore (CNY), che è quello che si scambia sulla Mainland cinese. Il primo è relativamente “libero”: le autorità possono influenza l’offerta di moneta, ma non la domanda, che arriva dal resto del mondo. Il secondo ancora fortemente regolato. Per questo le valute possono esprimere tassi di cambio differenti.
Il cambio del CNH, che viene regolato tramite clearing bank asiatiche, viene determinato sostanzialmente dall’incrocio fra offerta e domanda che arriva dai mercati esteri. Il cambio del CNY viene deciso dalla banca centrale di Pechino. Le cronaca offre vari esempi di disallineamenti fra le due quotazioni, che teoricamente dovrebbero corrispondere, proprio in ragione dei diversi metodi di costruzione dei tassi di cambio.
Ricordare queste premesse ci aiuta a comprendere meglio l’analisi svolta dagli economisti della Bis, che parte da un primo dato rilevante: il renminbi, nel periodo di osservazione, che è quello della Triennal survey, ha rallentato la sua corsa. Pur arrivando a un turnover di 280 miliardi di dollari al giorno ad aprile 2019 – il turnover rappresenta il volume delle transazioni in valore – la moneta cinese è ancora all’ottavo posto per uso internazionale, con una crescita nel suo utilizzo che è risultata inferiore al previsto: il 4,3% nel 2019. A zavorrare la crescita è stato proprio il mercato CNH, per motivi che hanno a che fare con questioni squisitamente finanziarie, come ad esempio alcune restrizioni sul flusso dei capitali. La conseguenza è stata che “per la prima volta in più di dieci anni l’importanza relativa del mercato onshore (CNY, ndr) è aumentata mentre la quota del turnover del CNH è diminuita dal 73% del 2016 al 64% del 2019 (grafico sotto, pannello di destra).
La Bis attribuisce il calo della quota offshore del RMB ad una serie di ragioni, fra le quali i rendimenti sui depositi offshore in ribasso che hanno scoraggiato gli investitori (grafico sotto a sinistra).
A ciò si aggiunga che i rafforzati controlli delle autorità cinesi hanno scoraggiato le emissioni di bond sul mercato offshore, i cosiddetti dim sum bond, delle aziende cinesi, col risultato che lo stock dei bond è diminuito nel triennio considerato, drenando la liquidità.
Ma c’è anche un altro motivo, più interessante perché sostanziale: “Le autorità cinesi hanno iniziato a offrire vie più dirette agli investitori stranieri per accedere al mercato del RMB. Hanno aperto più canali come lo Stock Connect, il Bond Connect e il CFETS connect, e hanno aumentato la quota per gli investitori istituzionali esteri. Queste iniziative hanno generato un flusso di investimenti netti da Hong Kong alla Mainland per 350 miliardi di RMB fra il secondo quarto del 2018 e il primo quarto del 2019”.
In sostanza, l’aumentata permeabilità del conto capitale cinese, indice di una mutata disponibilità verso il capitale estero, ha spostato le risorse dal parcheggio offshore alla Mainland. Il primo, in fondo, somiglia a un espediente per “saggiare” il mercato prima di farlo entrare in casa propria.
Un espediente utile anche per altri fini. Lo yuan offshore ha consentito a molte piazza finanziarie estere – si osservi il caso di Londra (grafico sopra pannello centrale) – di sperimentarvisi e per giunta con ottimi risultati. Il che non potrà che giovare al processo di internazionalizzazione della moneta.
Ma c’è un altro aspetto che la survey ci permette di apprezzare. La circostanza, vale a dire, che la valuta cinese sia diventata molto popolare fra le istituzioni ufficiali, a cominciare dalle banche centrali che hanno acquistato yuan a fini di riserva estera (grafico sopra pannello di destra).
Mentre il turnover del RMB rallentava, insomma, la moneta cinese finiva nel mirino delle istituzioni ufficiali, che sono arrivati a pesare il 51% del turnover complessivo nel terzo quarto del 2018. La quota di moneta cinese nelle riserve è quasi raddoppiata arrivando a quasi 200 miliardi di dollari nel triennio (circa il 2% del totale), certo anche in conseguenza dell’inserimento del RMB nel basket degli SDR emessi dal FMI, deciso nel 2015.
Ai fini dell’apertura del conto capitale cinese avere la fiducia delle banche centrali – perché questo implica l’aumento delle riserve denominate in RMB – è molto più importante dell’appetito degli hedge fund, che infatti si è notevolmente ridotto. E questo Pechino lo sa bene.
Lezioni indiane sulla cittadinanza (e la finanza) digitale
Poiché pochi dubitano della circostanza che il futuro del mondo passi da quello dell’Oriente, dovremmo prendere l’abitudine di scrutare le cronache che lentamente, ma con crescente assertività, stanno componendo il secolo asiatico che purtroppo spesso rimangono inosservate o frettolosamente archiviate da noi occidentali, ancora in fregola di supremazia, malgrado l’accidia e i capelli bianchi.
Il problema semmai è riuscire a individuare, in quel tanto che succede, le linee sottili che compongono la fisionomia di questo secolo orientale, che con molta probabilità finiranno col diventare il futuro anche per noi occidentali distratti dal futile al punto da aver smarrito il senso dell’utile.
E poiché il discorso qui inizia a farsi lungo, meglio prendere una scorciatoia e segnalare subito un bel paper della Bis che illustra molto bene la rivoluzione finanziaria in corso in India. Ed essendo la finanza un fatto squisitamente politico, parliamo anche di una rivoluzione sociale, che passa inevitabilmente dal Grande Driver di questi cambiamenti: la tecnologia. Tutto si tiene, ovviamente. E in Oriente ancora di più, per una serie di motivi che non serve riepilogare qui.
Meglio concentrarsi sui fatti. E il primo è che l’India fin dal 2009 è impegnata in un progetto di identità biometrica di massa – Aadhaar programme – che in un decennio ha contribuito parecchio a cambiare il panorama dei servizi, rappresentando uno dei pilastri dell’iniziativa delle autorità per aumentare – ad esempio – l’inclusione finanziaria. Che questo porti con sé un aumentato livello di controllo non deve stupire: fa parte della visione asiatica, che ormai si è estesa all’Occidente liberale (di una volta), l’idea di scambiare la propria libertà – concetto che poco ha di orientale – con una maggiore connessione al sistema per le più svariate ragioni. La sicurezza, ad esempio. Ma anche avere accesso a un sistema dei pagamenti digitali può essere un ottimo incentivo.
E questo probabilmente è il caso dell’India. Qui mezzo miliardo di adulti ha aperto un conto corrente fra il 2011 e il 2017, colmando quindi in parte quel gap che ancora rimane ampio fra i paesi dove avere un conto corrente rappresenta una normalità e quelli – segnatamente quelli più poveri – dove ancora non lo è. Abbiamo già visto altrove che assicurare una maggiore inclusività finanziaria è uno degli obiettivi del FinTech, non a caso molto diffuso in Africa.
Si calcola che nel mondo ci siano ancora 1,7 miliardi di persone senza conto corrente. Ciò, oltre ad essere segno di povertà economica, rappresenta anche un universo di consumatori potenziali che rimane fuori dall’economia globalizzata. Per dirla semplicemente: questi consumatori potenziali devono entrare nel sistema per contribuire a farlo funzionare bene.
Torniamo in India. Insieme al programma Aandhaar, il primo del suo genere al mondo, il paese ha infatti sviluppato “diverse piattaforme digitali innovative, costruite come beni pubblici”, spiega la Bis. “Ogni piattaforma risolve una singola esigenza come identità, pagamenti o condivisione dei dati. Messe insieme, queste piattaforme creano una potente pacchetto di applicazioni”. Il tutto – e questo è il punto “politico” – è stato fatto all’interno del sistema regolatorio vigente. Quindi sotto il controllo dei poteri pubblici, che includono non solo il governo, ma soprattutto la banca centrale.
Questo pacchetto di applicativi “rafforza l’innovazione privata nel settore fintech, supportando mercati aperti, liberi e contestabili nella finanza digitale”. In questo modo “il settore ufficiale ha creato un sistema di pagamenti caratterizzato innanzitutto dall’interoperabilità”. L’identità digitale, ad esempio “non solo ha notevolmente aumentato l’inclusione finanziaria, ma ha anche offerto procedure robuste contro il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo”.
Ricapitoliamo: un sistema governativo identifica il cittadino, per adesso su base volontaria, quindi lo “spinge” verso l’utilizzo di applicazioni di diversa natura alcune delle quali, sviluppate dal settore privato e disegnate sotto la sorveglianza delle autorità monetarie. Queste app aggiungono alla qualifica di cittadino digitale, quella di soggetto economico digitale, ossia capace di assumere obbligazioni ed esprimere domanda di consumo di beni o servizi. E alla fine tutti vivono felici e contenti. Se solo fosse una favola.
(1/segue)
Dopo il sogno americano: Il risveglio dei poveri Millennial
La seconda metà del XX secolo è la cronaca di un sogno, sognato oltre Atlantico e da lì condiviso ovunque grazie alla potenza dei cannoni e dell’immaginazione: il sogno americano. Ossia la reificazione di quel diritto alla felicità che la costituzione statunitense statuisce nelle sue premesse, che trova nella libera espressione dell’individuo che agisce all’interno di un contesto ad esso favorevole, lo strumento del suo arricchimento, innanzitutto materiale. E da lì in poi, ogni cosa è possibile.
Il sogno disegnava il mondo come una prateria di opportunità, semplicemente da cogliere. E le cronache hanno raccontato per decenni questi raccolti, nella forma di uomini e donne nuovi emersi dalla caligine indifferenziata del popolo per divenire star. Prima degli affari, poi dell’intrattenimento, oggi del web.
Ma come tutti i sogni, prima o poi arriva il momento del risveglio, quando si inizia a comprendere che la vita meravigliosa coltivata dalla propaganda di un certo ottimismo interessato e dall’entusiasmo di un mondo nuovo che si costruiva, celava una filigrana fragile. E il sogno americano, ormai da tempo avviato al risveglio, consegna oggi alla cronache una popolazione oceanica con gli occhi pesti e le membra stracche di chi abbia dormito molto, ma riposato male. Oggi li chiamano Millenials, per pura questione anagrafica. Ma sono coloro che hanno attraversato il secolo essendo già adulti, anche se una certa letteratura oggi sogna – il sogno prossimo venturo – che adulti non si diventerà mai.
Costoro, i millennial, ci dice la Fed, sono la quota più numerosa di adulti negli Stati Uniti e rappresentano il 38% della forza lavoro. In sostanza sono il futuro. E tuttavia – ed ecco il sogno svelarsi – la ricchezza che hanno accumulato in media è di gran lunga inferiore di quanto gli esperti si aspettassero, basando le previsioni sugli andamenti patrimoniali della generazione precedente.
Il sogno di una crescita infinita, che avrebbe condotto ognuno a stare meglio dei propri genitori – una delle sfaccettature del sogno americano (e occidentale) – mostra così il suo aspetto menzognero. Forse i millennial Usa sono una generazione perduta – come pure ipotizza la Fed – ma se così fosse dovremmo aspettarci che la generazione successiva riprenderà il trend ascendente dei loro nonni. La qualcosa contraddice ogni buon senso, persino fra gli ottimisti, per la semplice ragione che nessuno se l’aspetta.
Certo, la Grande Crisi ha avuto l’effetto del canto del gallo, sui sognatori del benessere infinito e crescente. Ma stupisce scoprire che i millennial “sono stati l’unico gruppo a perdere sia reddito che ricchezza, nel 2010”, andando pure peggio nel 2016, “al 3% sotto il reddito atteso e il 34% in meno rispetto alla ricchezza attesa”. “A partire dal 2016, le famiglie millennial più anziane erano quelle più indietro”.
E questo alimenta una delle grandi narrazioni della nostra contemporaneità: la disparità nella distribuzione della ricchezza, che è come veleno per il sogno americano. Al punto da diventare uno dei capitoli dell’agenda politica, appena sotto il riscaldamento globale.
Il sogno ci ha condotto a un mondo diseguale, inquinato e in debito di speranza, dove i giovani, che pure appaiono più istruiti e quindi teoricamente con tutte le carte in regola per il successo, inseguono inutilmente la ricchezza dei loro padri. Ma tutto ciò che riescono ad afferrare è la loro eredità. Vale per gli Usa. Vale per tutti.
Tutte le strade (della Bri) portano nello Xinjian
Un recente articolo ci ricorda molto opportunamente quale sia davvero il tallone d’Achille della Belt and Road initiative cinese, o il suo punto cardine – a seconda di come lo si osservi – e soprattutto ci consente di fare un passo in avanti nella comprensione del disegno strategico che questo punto cardine – o tallone d’Achille – porta con sé: l’avvicinamento della Cina alla Turchia, e viceversa, con l’Asia centrale avvolta nel quadro delle relazioni economiche fra i due paesi, con la Russia a far da connettore. Partiamo da una semplice mappa.
Il vecchio Turkestan cinese, lo Xinjiang, ossia la “nuova frontiera”, nome che i regnanti cinesi della dinastia Qing diedero alla zona più occidentale della Cina che confina con il vasto mondo centroasiatico, col quale il Turkestan – o Uiguristan, come lo chiamano i tradizionalisti della zona – condivide una lunga tradizione etnica (turcofona) e religiosa (islamica), all’origine delle polemiche circa il trattamento degli uiguri da parte di Pechino.
La Turchia in passato è stata una fiera accusatrice della Cina. Oggi, che le relazioni fra i due paesi sembrano voltare pagina, i toni si sono molto ammorbiditi. Molti osservatori hanno collegato questa “indifferenza” allo stringersi delle relazioni fra Turchia e Cina che ormai coltivano numerosi interessi, che sono finanziari – la Banca centrale cinese ha fatto un prestito da un miliardo di dollari di recente alla Turchia – commerciali – la Cina è uno dei partner commerciali di spicco della Turchia, e ovviamente anche logistici, visto che la Turchia è uno dei terminali della Bri.
Aldilà degli interessi economici che avvolgono Cina e Turchia, e che fatalmente possono diventare politici, il fatto già da ora evidente è che lo Xinjiang già adesso è diventato un pezzo strategico della Cina di domani sul quale si concentrano le attenzioni di molto capitale cinese. Raccontano ad esempio che l’Amer international group abbia investito quasi tre miliardi di dollari per costruire nella regione autonoma un parco industriale dove produrre le merci che poi vengono spedite – magari via treno – in Europa.
I dati riportati dalle dogane regionale mostrano la crescita costante del numero di treni merci che partono da qui – nei primi dieci mesi del 2019 si è superato il totale del 2018 – grazie a un tessuto industriale sempre più fiorente che conta quasi 360.000 imprese, un numero che cresce a doppia cifra ogni anno. Merito anche del capitale estero, non solo di quello cinese. La tedesca Basf, ad esempio.
La prossimità della regione col blocco centroasiatico – al cuore della Bri cinese come d’altronde dell’Unione Euroasiatica russa – spiega perché il Kazakistan sia il principale partner commerciale della regione, con tassi di crescita dell’interscambio cresciuti nell’ordine del 28% nei primi mesi di quest’anno rispetto al 2018. Segno evidente che l’infittirsi della trama della Bri produce risultati. Come d’altronde mostra l’incremento generalizzato dei flussi commerciali anche con gli altri partner dello Xinjiang, che spaziano dall’Australia al Pakistan, fino alla Gran Bretagna e all’Argentina. Per essere una regione semisconosciuta nel cuore dell’Asia è un risultato invidiabile. E questo spiega perché sia finita – per altri motivi – all’attenzione delle cronache.
Per completezza, può essere utile ricordare che sempre nello Xinjiang fa capolinea la Central Asia-China gas pipeline, un’altra di quelle infrastrutture energetiche che compongono la ragnatela degli interessi che unisce sempre fittamente la Cina, la Russia e l’Asia centrale. Il fatto che ancora si fatichi a metterla a fuoco non vuol dire che non esista.




















