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La guerra (persa) dell’Europa contro la povertà

Sembra una buona notizia, ma a ben vedere non lo è: Eurostat ha rilasciato le sue ultime rilevazioni sulla quota di europei a rischio di povertà ed esclusione sociale, sottolineando la circostanza che finalmente siamo tornati al livello pre crisi. Sembra una buona notizia ma non lo è per la semplice circostanza che questo livello quota oggi – e quotava allora  – il 23,7% della popolazione, dopo aver raggiunto quasi il 25% fra il 2009 e il 2012.

“la riduzione del numero delle persone a rischio povertà o esclusione sociale è uno degli obiettivi chiave della strategia Europa 2020”, ricorda Eurostat. Ma i risultati per il momento non sono incoraggiati. La curva praticamente piatta che fotografa questa situazione ne è la rappresentazione migliore. L’Europa, malgrado sia una terra ricca, e esporti grandi quantità di ricchezza, non riesce nel suo insieme a offrire una speranza di miglioramento nelle condizioni di vita dei suoi abitanti.

Se dal dato aggregato si va nelle singole economie, il presunto miglioramento finisce col trasformarsi in sostanziale peggioramento per molti paesi, fra i quali il nostro. L’Italia infatti è passata dal 25,5% della popolazione a rischio al 28,6, e ancora peggio è andata ai paesi all’epicentro della crisi, come la Grecia, dal 28,1 al 35,7%, la Spagna, dal 23,8 al 28,6%, a Cipro, dal 23,3 al 28,9 e al Portogallo, dal 26 al 26,6%. Vi parrà strano, ma la situazione è persino peggiorata nel Lussemburgo, dal 15,5 al 18,5%, che però rimane abbondantemente sotto la media. La Germania ha visto un lievissimo miglioramento, dal 20,1 al 20%, mentre sono peggiorati anche Belgio e Olanda, dal 20,8 al 21,1% e dal 14,9 al 16,8%.

I miglioramenti registrati si sono concentrati in un piccolo gruppo di paesi. La Francia, che ha visto la percentuale scendere dal 18,5 al 17,7%, l’Austria, dal 20,6 al 18,3%, la Finlandia, dal 17,4 al 16,8%,. Il risultato migliore si è visto in Polonia, dove si è ridotta dal 30,5 al 23,4, in Romania, dal 44,2 al 37,3, in Lettonia, dal 34,2 al 30,9 e in Bulgaria, dal 44,8 al 41,3%.

Tre di questi paesi sono fuori dall’euro, ma forse è solo un caso.

 

 

La stagnazione demografica dei matusalemme asiatici

Guardo il Giappone e mi domando se non sia laggiù che, ormai da quasi un quarto di secolo, si stia consumando l’agonia di un certo modo di essere delle nostre società. Quello che ha generato città densamente popolate di atomi umani anonimi e indifferenti, interessati al loro personale benessere piuttosto che a quello condiviso, incapaci persino di desiderare nulla di più di ciò che giova a loro. E mi domando, senza trovare risposta, se non sia questo rimpicciolirsi del cuore a motivare la nostra decadenza sociale, prima ancora che economica.

Rimane il fatto che in Giappone i prezzi stagnano insieme al prodotto e si constata con l’implacabilità dei numeri l’impotenza delle politiche monetarie e fiscali. Ancora oggi, nonostante l’imponente quantità di denaro messa in campo dalle autorità, il paese non riesce a uscire dalla deflazione strisciante e dalla crescita risicata.

Sicché non è ozioso domandarsi se questo paese non sia davvero l’avanguardia dell’Occidente, già dal fatto che ancora patisce i danni della recessione patrimoniale esplosa alla fine degli anni ’80 che, per dimensioni e conseguenze, ricorda da vicino quella vissuta dai paesi avanzati dal 2008 in poi. Ma non solo. Il Giappone è all’avanguardia anche per la sua evoluzione demografica. Lo stato asiatico, scrive la Banca Mondiale in un recente rapporto, è per molti versi “la nazione più vecchia del mondo”, nel senso che la composizione della sua popolazione vede una maggioranza relativa di over 65, che ormai ha superato il 20%. Un paese di matusalemme.

In tal senso diventa interessante cercare la risposta alla domanda che i tecnici della World Bank si fanno nel loro rapporto. Specificamente se l’invecchiamento della popolazione sia responsabile del “drammatico slowdown” giapponese.

Partiamo da alcuni dati. Durante gli anni ’60 il Giappone visse un’età dell’oro con crescite medie nell’ordine del 9%, come la Cina d’inizio XXI secolo. Dopo quarant’anni, per tutto il primo decennio dei 2000, la crescita è stata inferiore all’1%. Questo prosciugarsi di ricchezza ha coinciso con un sostanziale mutamento demografico. Negli anni ’60 gli over 65 erano il 6% della popolazione, mentre nell’ultimo decennio, come abbiamo visto, hanno superato il 20%. I giovani, che erano il 27% nei ’60, nel XXI secolo sono diventati il 14%. La conseguenza è stata che mentre nei ’60 c’erano 11 lavoratori per ogni pensionato, oggi ce ne sono solo 2,5, mentre la popolazione ha iniziato a declinare.

Sarebbe interessante sapere cosa abbia provocato un mutamento così profondo delle consuetudini sociali in Giappone, similmente peraltro a quanto accaduto in altri paesi avanzati negli ultimi quarant’anni. Ma sarebbe domandare troppo agli economisti della Banca mondiale. Costoro, vuoi per compiti d’istituto vuoi per formazione, possono solo usare la lingua che conoscono, quella della tecnica economica, per immaginare una risposta, che vale comunque la pena ascoltare perché ci rivela alcune informazioni interessanti.

La strada scelta per analizzare il problema passa per la scomposizione della crescita del Pil, che viene raccolta in una tabella. I dati elaborati (non si sa bene come) dicono che gli 8,4 punti di Pil perduti nei quarant’anni dipendono solo per un punto dagli andamenti demografici e per 7,4 punti dallo slowdown della crescita pro capite, dipesa a sua volta in gran parte dal crollo della produttività, calata di 6-7 punti.

Su quest’ultimo fenomeno, gli andamenti demografici, calcola la WB, hanno pesato solo 0,7 punti. Ciò principalmente in ragione di alcuni meccanismi di compensazione: una quantità sempre minore di persone in età lavorativa ha saturato sempre più il tasso di partecipazione al mercato del lavoro, al contrario di quanto accadeva nei ’60. E ciò spiega perché il Giappone oggi abbia uno dei tassi di disoccupazione più bassi fra i paesi avanzati. A pensarci bene, è una magra soddisfazione.

Rimane il fatto che il grande sviluppo dei ’60, comunque anche questo a molti paesi, fu dovuto in gran parte all’urbanizzazione e all’industrializzazione, che spostò enormi masse di persone dall’agricoltura, scarsamente produttiva, all’industria. Questo cambiamento strutturale, che durò per tutti i ’70, condusse il paese verso una sostanziale trasformazione sociale ed economica, che culminò nell’esplosione della bolla di fine anni ’80. Quest’ultima, “insieme all’accorciamento della settimana lavorativa deciso fra gli anni ’80 e ’90”, può aver ridotto la crescita del pil pro capite. E tuttavia, nota la WB, “si potrebbe anche argomentare che la bolla finanziaria e i cambiamenti nei mercati del lavoro sia stati più la conseguenza che la causa del rallentamento economico”.

Insomma, non è per nulla agevole trarre un insegnamento dal caso giapponese, almeno se si usano gli strumenti analitici per individuare le influenze dirette della demografia sulla crescita economica. A meno di non accontentarsi dei dati che risultano dalla scomposizione del Pil. L’unica evidenza è che il Giappone soffre davvero di una stagnazione secolare che investe la società e ciò che produce. E come al solito i tecnici dell’economia riescono solo a imprigionarci in ragionamenti circolari che dicono tutto il suo contrario.

Ancora più difficile è rispondere alla domanda se i cambiamenti demografici abbiamo avuto effetti indiretti sulle performance economiche. “Il Giappone ha una lunga tradizione di scarsa flessibilità nel mercato del lavoro e leggi sull’immigrazione restrittive, mentre la mobilità nel mercato del lavoro è critica per sostenere l’innovazione, specie in una società che invecchia”. Per di più, sottolinea ancora, “l’aumento della spesa pubblica per le pensioni e il grande livello di debito pubblico sono diventati un fardello per la crescita”. Una situazione che ricorda molto da vicino quella italiana, che peraltro ricalca molto da vicino l’evoluzione demografica giapponese. Con la differenza che il Giappone è un creditore netto sull’estero. L’Italia no.

(7/fine)

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Due terzi del debito globale sono del settore privato

Se davvero fossimo capaci di usare saggiamente il debito, come consiglia il Fmi nel suo ultimo Fiscal monitor, non saremmo arrivati al punto di cumularne uno globale che supera il 225% del pil mondiale, due terzi dei quali – circa 100 trilioni – sono stati originati dal settore privato. Se poi la saggezza suggerita dal Fmi dovesse valere da oggi in poi, allora dovremmo cominciare ricordando che questa montagna di obbligazioni non pesa per tutti allo stesso modo, anche se tutti saremo chiamati a pagarne le conseguenze.

Il paesaggio del debito, infatti, chiamiamolo così, è assai composito. “Il debito privato è alto nei paesi avanzati e in pochi sistemicamente importanti economie emergenti”, con trend che sono stati assai diversi dal 2008 in poi. “Le economie avanzate – spiega il Fmi – che sono state l’epicentro della crisi, hanno diminuito i debiti in maniera non uniforme e in alcuni casi i debiti privati sono anche aumentati. Anche i debiti pubblici sono aumentati in questi paesi, in parte a causa dei bail out bancari”. Oltre a questo, è notevole la circostanza che “le facilitazioni al finanziamento internazionale hanno condotto a un boom del credito privato in alcune economie emergenti, specialmente in Cina”. E difatti il grafico che monitora l’andamento del debito globale ha un andamento molto diverso se si aggiunge la Cina o si sottrae. Infine nei paesi a basso reddito, il debito è aumentato, ma i livelli debito/pil rimangono contenuti. In sostanza, è molto indebitato chi se lo può permettere. Ma poi se lo può permettere davvero?

Ancora una volta, l’invito a esser saggi è da considerarsi con attenzione, perché sempre più numerose e allarmate si fanno le voci di chi teme che, alla lunga, questa montagna di debiti finirà con lo zavorrare anche l’economia più dinamica, come peraltro lascia sospettare l’andamento declinante della crescita che lo stesso Fmi ha illustrato nel suo ultimo World economic outlook. Ciò probabilmente anche a causa della lentezza con la quale sta procedendo il disindebitamento, frenato dall’inflazione bassa sulla quale evidentemente contavano tutti per avere un aiutino, gli stati come le imprese.

Saggezza dovrebbe ricordarci, inoltre che un alto livello di debito privato, come ci ricorda sempre il Fmi, aumenta le probabilità di una crisi finanziaria, a sua volta accompagnata da perdite di prodotto e distruzione di ricchezza, oltre alla circostanza che avere tanti debiti scoraggia sia l’investimento che il consumo.

“L’evidenza suggerisce – osserva il Fondo – che per ottenere un deleveraging significativo servano la crescita e l’inflazione, quindi cosa bisogna fare in mondo costretto da vincoli sempre più stringenti?” Esperto in domande retoriche, il Fmi si risponde che, sul fronte fiscale, programmi sponsorizzati dai governi per ridurre i debiti – si pensi alla questione degli NPLs – potrebbero aiutare. “Ma la politica fiscale non può risolvere il problema da sola”, sottolinea. Come d’altronde neanche la politica monetaria può, come ci ricordano ormai pressoché ogni giorno le banche centrali.

Sicché bisogna innanzitutto impedire che la montagna cresca ancora, “specialmente nei paesi emergenti”, nota Vitor Gaspar, direttore del dipartimento degli affari fiscali del Fmi. Che è come dire che bisogna chiudere la stalla anche se i buoi sono fuggiti. E poi sperare di riuscire a ritrovarli.

Buona fortuna.

 

Il rischio globale finisce sotto il tappeto

Sicché pare che il sistema finanziario continui a prendere tempo, ossia la risorsa scarsa per eccellenza, rosicchiando stabilità nel breve periodo e spalmando l’instabilità nel medio-lungo. Detto in altre parole, il rischio globale, che continua a crescere in un orizzonte appena più lungo della settimana di borsa, viene nascosto sotto il tappeto di una sostanziale lateralità che attende di declinarsi in un trend consolidato.

Ne abbiamo già parlato. E sarebbe inutile ripetersi se non fosse che il Fmi fa sostanzialmente lo stesso ragionamento nel suo ultimo Global financial stability report dove si dice a chiare lettere che “il rischio a breve termine è stato abbattuto” mentre “i rischi a medio termine sono aumentati”. Il che mi sembra la migliore sintesi possibile dello spirito del nostro tempo, che guarda all’oggi infischiandosene sostanzialmente del domani.

Tant’è. Affrontare le radici di questa rischiosità sembra un compito davvero improbo, affondando queste ultime nella crescita debole che ormai spinge i mercati finanziari ad aspettarsi un lungo periodo di bassa inflazione e tassi di interesse rasoterra mentre, sul versante politico, incoraggia i cosiddetti populismi, i quali aggiungono pulsioni disgregatrici a un contesto generale che già ne è ampiamente fornito.

Se questo è il quadro, la cornice lungo la quale operano le istituzioni finanziarie appare fin troppo sottile e fragile per riuscire a contenerlo. Le banche continuano a doversela vedere con una profittabilità debole. Il Fmi calcola che il 25% della banche delle economie avanzate, che pesano per circa 11,7 trilioni di asset, rimarranno deboli anche nel futuro prossimo e dovranno affrontare importanti sfide strutturali. Fra questa primeggiano le banche europee, ovviamente, ma anche quella giapponesi. Queste ultime stanno cercando di compensare con l’attivismo sull’estero la stagnazione dei profitti che proviene loro da un contesto interno debole, esponendosi però a rischi collegati alla loro capacità di ottenere fondi in dollari. Nell’ipotesi che il funding in dollari diventasse problematico, sarebbero costrette a limitare notevolmente sia i loro prestiti che i loro investimenti, aggravando di fatto la loro posizione.

Oltre alle banche, tutto il mondo dei cosiddetti investitori istituzionali inizia a mostrare crescenti fragilità, in gran parte esacerbate dai bassi tassi di interesse e insieme dai cambiamenti demografici, che allungando la vita aumentano anche la durata media delle obbligazioni che questi soggetti sono chiamati ad onorare.

E poi ci sono i mercati emergenti, la Grande Incognita, che si agitano fra le turbolenze delle commodity declinanti, il rimpicciolirsi degli scambi globali e i notevoli problemi finanziari che l’età del debito ha lasciato loro in eredità. Solo qualche numero basterà a comprendere. Il Fmi sottolinea quello del debito del settore corporate di questi paesi e calcola che circa l’11% di questo debito, che vale 400 miliardi, è detenuto da soggetti che hanno una capacità di ripagarlo definita “debole”. Uscirne perciò è diventato assai problematico il che aggiunge complessità sia interne che esterne a queste economie che, lo ricordo, hanno una rilevante quota dei loro debiti espressa in dollari.

Il Fmi ha buon gioco a ricordare che “un aggiustamento disordinato è ancora possibile se il premio del rischio globale aumenta”. E in questo caso “i buffer di capitale delle banche in alcune economia emergenti verrebbero esauriti”.

Di fronte a questo scenario il richiamo del Fmi alla necessità di “politiche più potenti e coordinate per favorire la stabilità” fa eco alla nutrita congerie di appelli simili che ormai tutte le organizzazioni, più o meno internazionali, recitano a fronte dell’avanzare minaccioso della disgregazione. Un’eco ormai stucchevole che rimbalza fra orecchie sorde.

A lezione di deflazione dal Giappone

Poiché il mondo che conta soffre di inflazione declinante, per non dire deflazione, diventa istruttivo studiare il caso del Giappone, che sperimenta questo tormento da circa un ventennio senza essere riuscito a uscirne malgrado gli sforzi non siano mancati.

L’occasione ce la offre un’analisi contenuta nel recente World economic outlook del Fmi (“The Japanese Experience with Deflation“) che passa in rassegna l’ampia letteratura che si è generata nel tempo sull’enigma giapponese ponendosi poche semplici domande: Che cosa ha condotto all’episodio deflattivo giapponese a metà degli anni ’90? Come ha influenza l’economia? Quanto è rilevante l’esperienza giapponese nel trend corrente di disinflazione?

Come premessa giova ricordare che “i continui sforzi di reflazionare l’economia sono finora falliti, mettendo in evidenza la difficoltà a sfuggire dalla trappola della deflazione una volta che le aspettative siano ancorate attorno ad un equilibrio di prezzi calanti”.

Il Fmi ricorda che l’esplosione della bolla degli asset dei primi anni ’90 è spesso menzionata come lo shock che diede il via alla deflazione. “L’inflazione e le aspettative di inflazione declinarono gradualmente come conseguenza dello sforzo di famiglie, banche e imprese di rafforzare i bilanci e ricostruire la ricchezza pure a costo della domanda”. Altre concause vengono considerate i cambiamenti nella struttura dell’offerta e gli apprezzamenti del tassi di cambio nel periodo più acuto. Inoltre il Giappone ha dovuto vedersela con lo shock provocato dalla crisi asiatica del 1997-98, che indebolì ulteriormente la domanda, e ha pagato il prezzo della risposta esitante della classe dirigente al problema dei non performing loan (NPLs), ossia le sofferenze bancarie, all’origine di una crisi bancaria che ha finito con l’aggiungere spinte deflazionistiche all’economia.

Il boom dei prezzi delle commodity iniziato ai primi del 2000 contribuì a far salire l’inflazione, ma quella core, ossia al netto di energia e cibo fresco, rimase negativa. Altri shock, come lo scoppio della bolla dei titoli tecnologici e, dulcis in fundo, quello del 2008, hanno finito col congelare la domanda e peggiorare l’output gap, ossia la differenza fra il pil e il pil potenziale. Si arriva così al 2013, quando viene lanciata l’Abenomics, dal nome del primo ministro, allo scopo di contrastare le difficoltà di crescita (anche dei prezzi). Ma poi arrivò il calo del petrolio del 2014, e così gli sforzi del governo e della banca centrale, che intanto aveva lanciato il suo QQE, furono in parte vanificati.

Di recente l’inflazione core ha mostrato un andamento più favorevole e il governatore della BoJ ha più volte ripetuto di essere convinto che il paese tornerà a un’inflazione stabile. Ma neanche l’ottimismo può celare il fatto che i rischi di deflazione siano ancora rilevanti, vuoi per la domanda bassa, vuoi per il declinare delle aspettative di inflazione.

“Fattori strutturali hanno esacerbato gli effetti degli shock da domanda – scrive il Fmi – e alcuni di questi fattori sono rilevanti oggi in molte economie avanzate”. Fra i fattori citati, ci sono l’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori e poi l’andamento demografico, somma di invecchiamento e lenta crescita della popolazione. In tal senso non è esagerato dire che la sindrome giapponese si è estesa a mezzo mondo. In effetti in calo significativo delle retribuzioni reali (vedi grafico) può aver “nutrito”, come scrive il Fmi, la deflazione “indebolendo la dinamica salari-prezzi”. “Le aziende sono diventate meno propense ad assumere con contratti stabili, visto che le aspettative erano sembra caute sulle prospettive della domanda, con la conseguenza che la quota dei lavoratori stabili sul totale diminuì in tutto il periodo, abbassando il costo unitario del lavoro, il reddito e i benefici per i lavoratori. Gli sviluppi demografici fecero il resto.

“La timidezza della risposta politica negli anni ’90 viene pure citata come concausa della deflazione”, ricorda il Fmi. I particolare le scarse facilitazioni offerte dalla politica monetaria e la risposta fiscale. In effetti, sottolinea lo studio, “la posizione fiscale rimase accomodante per tutto il periodo, ma periodici tentativi di consolidamento condussero a politiche di stop and go. Inoltre ci fu un cattivo coordinamento delle politiche fiscali con quelle monetarie”. Fra le altre cose si ricorda che la BoJ stava muovendo i primi passi verso l’indipendenza proprio in quegli anni e che solo nel 2013 fu introdotto nei suoi statuti in target d’inflazione. “Come conseguenza, le aspettative di inflazione non erano bene ancorate negli anni ’90 rendendo l’economia più sensibile agli shock”.

Tutte queste ragioni hanno condotto il Giappone ad essere un’economia dove c’è una costante riluttanza ad investire e dove i consumatori tendono sempre a posporre gli acquisti. La deflazione ha spostato le preferenze degli investitori verso asset considerati sicuri riducendo l’offerta di capitale di rischio, e quindi rendendo ancor più fragile la crescita. Inoltre, sono peggiorati gli indici del debito, a cominciare da quelli del debito pubblico, mentre, sul versante monetario, “nonostante la grande espansione del bilancio della BoJ, l’inflazione rimane testardamente bassa”.

La scelta dell’aggettivo “testardo” non è casuale. “L’impatto della deflazione persistente può essere ampio e una volta che le aspettative di deflazione emergano può essere difficile spingere l’economia fuori dalla trappola della liquidità. Fattori strutturali in molte economie avanzate, incluso un declino secolare nel potere contrattuale dei lavoratori, possono generare ulteriori venti contrari”.

Il resto del mondo è avvertito.

 

L’Europa del futuro raccontata dai francesi

In questo crepuscolo globale mi diverte collezionare le opinioni dei personaggi illustri che stanno scrivendo la commedia della nostra contemporaneità nella quale la vicenda europea, e segnatamente quella dell’eurozona, ha finito con l’assumere il ruolo di attrice coprotagonista.

Abbiamo già visto la versione di Weidmann, il potente governatore della Bundesbank. Diventa perciò interessante raccontarne un’altra, stavolta affidandosi alle riflessioni di François Villeroy de Galhau, governatore della Banca di Francia, ossia del paese che in qualche modo ha finito con l’assumere il ruolo di competitore e insieme partner della visione tedesca. Si è a lungo discettato dell’asse franco-tedesco come motore dell’integrazione europea, a volte esagerando o addirittura fraintendendo. Ma rimane il fatto che l’eurozona trova in questa relazione il suo meccanismo di avanzamento e quindi il suo punto di equilibrio fra la visione nordica, chiamiamola così, e quella latina, essendo la Francia nient’altro che il luogo – anche geografico – dell’incontro fra le due anime dell’Europa che oggi si trovano a doversi confrontare. E che sia un confronto complesso e denso di incognite non dovrebbe stupire nessuno. Le differenze fra le popolazioni europee sono e rimangono enormi.

Questo non è necessariamente un problema, secondo il nostro banchiere francese. Semmai i problemi nascono dal fatto che “le nostre differenze di opinione tendono a far passare in secondo piano le aree in cui condividiamo un terreno comune”. Naturale, peraltro, in un momento che vede sedici milioni di persone senza lavoro, solo nell’eurozona. Costoro sono gli interlocutori ideali della vulgata euroscettica, il cui avanzamento nell’opinione pubblica è troppo marcato perché si possa sottovalutare. I tormenti generati dalla Brexit, ma anche l’avanzata dei partiti contrari all’integrazione europea, sono lì a dimostrarlo.

E tuttavia, spiega ancora il governatore, “dovremmo rimanere fieri della nostra identità europea”. Tema antico a ben vedere. Di identità europea si discute da decenni, spesso questionandone il senso e il significato. Nella visione di Villeroy de Galhau quest’ultima è molto più “della nostra grande storia di riconciliazione e assai più della nostra ricca diversità”. Il senso dell’identità europea, sottolinea, è “il nostro unico modello sociale, combinato con alti standard di servizi pubblici e livelli relativamente bassi di diseguaglianza, assai minori che nella società americana”. Il tutto ottenuto all’interno di “un’economia di mercato”. “Infatti – sottolinea – il segno distintivo dell’Europa è un’economia sociale di mercato”. E questo ci riporta alla visione ordoliberale di Weidmann, se osserviamo bene. Per questa ragione il banchiere francese esorta a “non abbandonare il nostro modello comune o abbassare la bandiera europea”.

Se l’Europa, come dice il nostro cugino francese, è un modello di integrazione fondato su un’economia sociale di mercato, è evidente che la soluzione ai nostri dilemmi debba essere ricercata all’interno del modello, facendo leva sui punti di forza che il governatore sottolinea con forza. “Abbiamo costruito il mercato unico – dice – che è un asset notevole che appartiene a tutti noi. Non è una coincidenza che l’accesso al mercato unico sia alla base del dibattito su Brexit”. A tal proposito, osserva, deve risultare chiaro che “l’accesso al mercato unico deve essere soggetto a una stretta accettazione delle regole europee”. Niente comportamenti opportunistici.

Il secondo punto di forza che viene identificato è l’euro “una solida moneta riconosciuta a livello globale” e che, nell’EZ, vede “il 68% dei cittadini affezionati alla loro valuta”. Affezione psicologica, quindi, ma con ricadute anche assai pratiche. “La politica monetaria europea – sottolinea – è una pietra di paragone di stabilità e ha prodotto risultati tangibili: sta spingendo la domanda fra lo 0,3 e lo 05% ogni anno, e anche l’inflazione” che dovrebbe eccedere l’1% l’anno prossimo e arrivare all’1,6% nel 2018.

Questi due punti di forza sono le leve che dovrebbero servire a rilanciare la crescita dell’area seguendo tre progetti concreti (in neretto nel testo). Primo passo: “L’Europa ha bisogno di quella che io chiamo la Financing and Investment Union (FIU), più che una semplice unione del mercato dei capitali“. Ciò in quanto “ci sono in Europa aziende che vogliono investire e innovare ma non riescono a trovare finanziamenti”, malgrado i soldi ci siano eccome: “Nell’EZ il surplus di conto corrente è più del 3% del Pil. E’ enorme”. Insomma: il banchiere centrale francese si iscrive alla vulgata, in constante crescita, che punta sugli investimenti produttivi quale soluzione per uscire dalle secche della crisi. E’ quella vulgata che ha dato origine al piano Juncker, partendo dalla constatazione che il gap di investimenti, calcolato all’epoca della presentazione del piano, sia ancora nell’ordine del 2% del Pil.

Un visione non tanto alternativa a quella di Weidmann ma semmai complementare. “Per creare la FIU dobbiamo anche completare le iniziative in corso: l’unione dei capitali, ovviamente, ma anche il piano Juncker e l’Unione bancaria”. Come dire: al principio della responsabilità di marca tedesca, si aggiunge quello della facilità di spesa che caratterizza la Francia. Il tutto semplificando il quadro di soggetti e competenze che rende le tre gambe della FIU ancora periclitanti, in modo da realizzare “un grande mercato europeo per il risparmio e l’investimento”.

Questo, sottolinea, “ci consentirebbe di realizzare iniziative più ambiziose”. E come esempio viene citato la necessità di facilitare il finanziamento delle imprese – in Europa l’equity pesa il 51% del Pil a fronte del 121% Usa – e quindi “armonizzare le leggi fallimentari”, e poi migliorare il settore finanziario consentendo “maggiori fusioni transfrontaliere”. Inoltre “per allentare il link eccessivo fra debito sovrano e banche nazionali (tema assai caro a Weidmann, ndr) una soluzione potrebbe essere creare bond sintetici sull’euro zona (European safe bonds)” con sotto pacchetti di bond emessi da diversi stati che lascino a ognuno di loro la responsabilità dell’emissione e del pagamento delle loro obbligazioni. Un’idea che manifesta la grande fatica che si fa ad accettare in Europa il principio della mutualizzazione del debito,e che ricalca di fatto la strada seguita dalla Bce per i suoi acquisti di bond sovrani all’interno del QE.

Come secondo esempio di “obiettivo ambizioso” c’è quello di elaborare una strategia economica collettiva, perché l’agire isolato “genera soluzioni sub-ottimali”. “Noi sappiamo che la crescita e l’occupazione sarebbero maggiori se ci fossero maggiori riforme strutturali dove servono, come ad esempio in Francia, e più supporto fiscale dove c’è spazio di manovra, come ad esempio in Germania”. Per arrivare a questo coordinamento servirebbe un’istituzione che sviluppi la fiducia che potrebbe consistere in un ministro delle finanze con alle spalle un Tesoro europeo. Tutto ciò consentirebbe di realizzare il terzo passo, ossia dotare l’Unione di una sua capacità fiscale che “aumenterebbe il senso di fiducia fra gli stati membri”.

Le riflessioni di Villeroy de Galhau sono quelle di un banchiere centrale, ovviamente, come lui si premura di sottolineare, che mai e poi mai invaderebbe il campo della politica alla quale è demandato di occuparsi di queste decisioni, consapevole che “la politica monetaria non può fare tutto da sola”. Eppure queste riflessioni sono utili a delineare ciò che in comune hanno i banchieri centrali di Francia e Germania, relativamente all’idea di Europa, e quello che li separa. In comune c’è l’idea che l’integrazione debba procedere tramite l’economia, che è un po’ il leit motiv dell’Ue sin dai tempi della Ceca. Dall’altro una diversa percezioni delle priorità e degli strumenti da utilizzare. Ma in fondo è un dettaglio. Oggi l’identità europea è solo una questione di numeri, grafici e tabelle. Questo unisce Francia e Germania.

E il resto di noi.

Il segreto del successo della demografia francese

La Francia non è Parigi, pure se Parigi è la Francia. Questo apparente non senso racconta molto dell’evoluzione demografica dei nostri cugini d’Oltralpe, citati  – e a ragione – come i portabandiera della riscossa demografica dei paesi dell’eurozona, essendo i soli con l’Irlanda ad esibire un tasso di fecondità di due figli per donna, ossia il minimo sindacale per non far decrescere la popolazione al netto dell’immigrazione.

Diventa interessante, di conseguenza, osservare il caso francese per capire quanto e come le politiche di sostegno del governo, di sicuro rilevanti, abbiano contribuito al mantenimento della natalità, domandandosi se anche altri fattori vi abbiano contribuito. In sostanza per provare a falsificare, in senso popperiano, la vulgata materialista che trova nella spiegazione semplicemente economica la chiave di comprensione degli andamenti demografici.

Come sempre, faccio riferimento ai dati dell’istituto francese di statistica iniziando da quelli aggregati. Un primo approfondimento utile lo trovo in quest’articolo, pubblicato nel marzo scorso, che riepiloga molte delle variabile che ci interessa osservare. La prima cosa che mi colpisce è il grafico che illustra le nascite dal 1900 al 2015. Ricordo che i valori assoluti, per avere significato, dovrebbero essere sempre raffrontati col totale della popolazione, ma in ogni caso sono un indicatore utile da osservare.

All’inizio del secolo scorso le nascite superavano le 900 mila l’anno. Nel 2015 siamo a circa 100 mila meno. Nel 115 anni trascorsi si osservano tre momenti in cui le nascite crollano: nella seconda metà degli anni Dieci, quando c’era la Grande Guerra, con le nascite che si dimezzano. Subito dopo il gap viene rapidamente colmato e già nel 1920 le nascite erano tornate sopra le 800 mila. Una lunga fase di declino si sviluppa da quell’anno in poi per toccare il minimo nei primi anni ’40, poco sopra le 500 mila. Da quel momento in poi la curva si rialza raggiungendo il picco massimo nel 1950, poco sotto le 900 mila. Nel ventennio fra il 1950 e il 1970 le nascite oscillano per tornare, sempre in valore assoluto, al livello originario, poco sotto le 900 mila. Poi si osserva un altro rapido declino, con l’ingresso nell’età fertile della generazione dei primi anni ’50, che porta le nascite poco sopra le 700 mila a metà dei Settanta. Da quel momento risalgono a 800 mila nel 1980, dove, con andamento oscillante, si sono mantenute fino ad oggi. I tre momenti di forte declino individuati quindi sono in corrispondenza di due guerre e dei primi anni ’70.

Se vogliamo confrontare il numero dei nati con l’andamento della popolazione, dobbiamo incrociare gli indici di natalità con l’indicatore medio di fecondità. Ricordo che il primo misura il numero di bambini vivi nati in un anno ogni mille abitanti. Il secondo il numero medio di figli delle donne in età fertile. Il pattern francese non è così dissimile da quello di altri paesi avanzati, europei e non: si fanno meno figli e sempre più tardi. Il tasso di natalità, che era a 20,6 nel 1950, nel 2015 è arrivato a 12 per la Francia, e a 11,8 per la Francia metropolitana. L’indicatore di fecondità, che nel 1950 quotava 294,7, tocca il suo minimo di 177 per la Francia metropolitana nel 1990, per poi risalire verso l’attuale 193,1, a fronte del 196,1 della Francia nel suo insieme. Anche in Francia come altrove è andata aumentando l’età media in cui si diventa madri, ormai di poco superiore ai 30 anni. A differenza di altri paesi con più alta partecipazione al lavoro come il Canada, che abbiamo visto come possa essere considerata un’altra variabile che influenza la natalità, quella francese è ancora relativamente contenuta seppure molto cresciuta, come si può osservare leggendo questo articolo.

Questa semplici osservazioni comunicano un’evidenza: l’andamento demografico francese non è così diverso da quello dei paesi vicini. E’ stato solo più resiliente. Dobbiamo perciò chiederci perché.

La risposta più semplice è che le politiche governative di sostegno alla natalità, in effetti invidiabili per i genitori italiani e non solo, abbiano contribuito significativamente. E poiché esiste una vasta letteratura che sostiene questa ipotesi, mi sembra persino superfluo sottolineare questo punto, che in fondo è alla base dell’ipotesi materialista che si facciano figli in relazione alle possibilità economiche. Sarebbe saggio anche domandarsi, visto l’andamento della partecipazione al lavoro, se la qualità e la quantità di questa partecipazione abbia influenza sulla natalità. Abbiamo già discusso del sostanziale dilemma che ogni donna deve affrontare fra produrre – leggasi partecipare alla crescita del Pil – e riprodurre, e quindi partecipare alla crescita della popolazione, e sarebbe poco saggio non tenerne conto. Tale dilemma è chiaramente visibile già nell’aumento dell’età della prima gravidanza. Ma è interessante anche a esplorare un altro punto di vista che scopro essere poco frequentato: l’articolazione della distribuzione della popolazione sul territorio.

Mi viene in aiuto un altro articolo dell’ufficio francese di statistica dove si osserva la scomposizione dell’indicatore di fecondità per aree dipartimentali. Qui la prima evidenza che salta all’occhio è l’andamento dell’indicatore per l’Île-de-France, il dipartimento che ospita la capitale Parigi. Qui lo schema è curioso. La parte a nord est di Parigi ha un indicatore oltre 250, ossia 250 figli per mille donne fertili, quelle intorno a Parigi fra 182 e 250. Parigi è fermo a 156, il livello più basso della Francia dopo quello del sud della Corsica. L’indicatore 200 fa riferimento a tutta la Francia, dunque maschera profonde differenze che non possono esse spiegate semplicemente con la questione del sostegno governativo, che vale per tutti i dipartimenti, ma evidentemente hanno a che fare con lo stile di vita e la cultura del territorio.

Il dato di Parigi, che sta sotto al livello della media Ue, dice assai più della demografia francese di quanto non spieghino le analisi economicistiche sul sostegno alla maternità. La Francia non è Parigi, appunto, ma Parigi è, nel nostro immaginario, la Francia. Quest’ultima invece vive in una vasta provincia, che i dati sull’ultimo censimento distribuiti nel giugno scorso fotografano con chiarezza.

Dall’analisi emerge una delle caratteristiche salienti dell’articolazione territoriale francese, relativamente al numero di abitanti: poche grandi città, una capitale enorme, una pletora di piccoli comuni. Qualche numero aiuterà a comprendere. I grandi arrondissement sono tre: Marsiglia, Lione e Parigi. Marsiglia nel 2013, anno a cui è aggiornato il censimento, contava circa 855 mila abitanti, Lione circa 500 mila, Parigi, con i suoi 20 arrondissement circa 2,2 milioni di abitanti.

Se retrodatiamo l’osservazione al 1968, fino a dove risale la serie storica, osserviamo che Marsiglia contava circa 889 mila residenti, Lione 527 mila, Parigi 2 milioni 590 mila. Quindi le grandi città hanno perso abitanti. Tendenza quest’ultima che si può riscontrare con l’andamento delle nascite. La serie delle nascite non risale al ’68 per tutte e tre le città, quindi dobbiamo accontentarci dal dato parigino. Fra il 1968 e il 1975 a Parigi sono nati 262 mila bambini. Nei dieci anni successivi erano poco più 220 mila. Fra il 2008 e il 2013, ultimo confronto disponibile, 152 mila. Se volessimo confrontare un periodo analogo al primo, quindi di dieci anni, possiamo osservare il dato più vicino, ossia 1999-2008, quando le nascite sono state 284 mila. Va detto però che nel frattempo è aumentata, fra il 2000 e il 2014, la percentuale di nascite in famiglie con entrambi i genitori stranieri, passata dal 6,5 all’8,4%, così come quelle derivanti da matrimoni misti, dall’8,7 al 14,1%, a discapito delle famiglie di francesi, che in quattordici anni sono diminute dall’84,8 al 77,5%. In sostanza l’aumento della natalità a Parigi sconta il contributo degli immigrati. E il decennio 1999-2008 è stato quello che ha visto crescere la popolazione parigina di circa 100 mila unità, mentre dal 2008 è rimasta stabile e comunque inferiore rispetto agli ’60.

Se adesso andiamo a vedere la distribuzione della popolazione negli oltre 36.600 unità comunali censite, osserviamo che al netto dei tre grandi arrondissement, che insieme sviluppano circa tre milioni e mezzo di abitanti, gli altri circa 62 milioni vivono in miriadi di piccole città, fra le quale quelle che superano i 100 mila abitanti non sono più di una decina. Sono questi piccoli centri dove si è concentrata la gran parte della popolazione della Francia e dove si è registrato l’incremento più deciso della natalità nel corso del tempo.

Questa analisi, pure se sbrigativa, suggerisce che la distribuzione territoriale possa avere una qualche influenza nello sviluppo demografico. La grande città sembra scoraggi la genitorialità al contrario di quanto accade nei piccoli centri, pure a parità di incentivi economici. Le ragioni posso essere diverse e ognuno può immaginarle.

Il mio sospetto è che il segreto del successo della demografia francese risieda nella sua fisionomia del territorio urbano piuttosto che nelle sue scelte fiscali. Forse sarebbe saggio aggiungere anche questo elemento di riflessione al quadro d’insieme.

(6/segue)

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La Cina dimagrisce e il mondo con lei

Mi torna in mente quella storiella, chissà quanto vera, di quel tale re di un arcipelago esotico che ogni volta che decideva di smagrire metteva a dieta l’intera popolazione, mentre leggo l’ampia dissertazione del Fmi sui rischi di contagio globale che può provocare il dimagrimento dell’economia cinese. D’altronde la Cina, come il nostro leggendario re, può essere raccontata come un’autentica sovrana, almeno relativamente agli scambi internazionali, che ha dominato lungo tutto il primo decennio del XXI secolo per scoprirsi oggi, a metà del secondo, troppo ingombrante e incapace di reggere il suo stesso peso.

Sicché non stupisce che i medici di mezzo mondo, Fmi compreso, suggeriscano alla Cina una sostanziale cura dimagrante, che nel linguaggio felpato dell’economia viene definita come una “transizione verso un modello di crescita sostenibile”. Quindi non più basato su un diluvio di investimenti pubblici, che hanno finito col creare una capacità produttiva che oggi appare inutile almeno quanto inutilizzata, oltre ad avere addestrato il resto del mondo a una domanda cinese – si pensi ad esempio a quella di petrolio o metalli – che oggi l’appetito del gigante asiatico non è più in grado di alimentare.

Tutto ciò spiega perché il Fmi abbia inteso dedicare un capitolo del suo recente Spillover report alla transizione cinese e agli effetti che tale dimagrimento può provocare sul resto del mondo, che sul successo cinese, e quindi la sua domanda di importazioni, aveva fondato buona parte del suo successo. “La rapida crescita cinese basata sugli investimenti – sottolinea il Fmi – nel decennio passato ha favorito una notevole espansione del commercio globale e il prezzo delle commodity. Più recentemente, il necessario rallentamento degli investimenti cinesi e la sua transizione verso un modello di crescita basato sui consumi ha coinciso con un notevole declino del tasso di crescita dei commercio”, acuendo di fatto il cupio dissolvi del commercio globale. Ma non solo, la minore domanda di materie prime ha pure aggravato il calo delle commodity, petrolio in testa, che viene unanimamente indicato come una delle cause della disinflazione, quando non addirittura deflazione, che ha messo in crisi le banche centrali di mezzo mondo.

Ovviamente, c’è anche un lato positivo in questo dimagrimento. Il calo delle commodity avvantaggia gli importatori, e al tempo stesso l’aumento della domanda cinese di prodotti finiti può avvantaggiare nuova categorie di esportatori. Ma è sempre difficile capire se i saldi globali saranno positivi o negativi. Per dire: gli effetti deflazionistici del calo petrolifero saranno compensati dagli effetti espansivi del maggior potere d’acquisto dei consumatori? Oppure, la transizione cinese verso un modello di crescita più equilibrato sarà in grado di garantire che la Cina continuerà a pesare il 10% dell’import globale (vedi grafico)?

Trovare la risposta è molto difficile. Gli esiti del commercio internazionale e dell’inflazione lasciano sospettare che il saldo rischia di essere negativo, almeno nel periodo breve. La Cina è in piena transizione, con gli investimenti scesi dal 47,2% al 46,4% del Pil, e il consumo salito dal 49,1 al 51,6%, ma l’economia internazionale finora non sembra abbia tratto quei giovamenti che pure tutti si aspettavano. Dipende dal fatto che il contagio si estende innanzitutto tramite il canale del commercio, e lo fa colpendo innanzitutto i principali partner cinesi e creando vincitori e vinti”.

Il secondo canale di contagio, quello delle commodity, è altrettanto difficile da decodificare. Alla fine del 2014 la domanda cinese di metalli pesava il 40% di quella globale, senza considerare che la sovrapproduzione cinese – si pensi all’acciaio e alle polemiche recenti nel G20 – ha intasato aree strategiche della produzione industriale.

Infine, c’è il terzo canale, che finora ha avuto effetti limitati ma che sta accelerando la sua capacità di contagio: quello finanziario. La Cina è ancora parzialmente integrata nei mercati finanziari, visto che sembra ancora lunga la strada verso la piena convertibilità, “e tuttavia i collegamenti di stanno intensificando”, sottolinea il Fmi. Per il momento le vicende cinesi hanno scritto importanti capitoli, nel mesi scorsi, del lungo libro dedicato alla volatilità dei mercati finanziari. Perché la Cina può pure essere ancora ai margini dei mercati finanziari, ma i mercati finanziari guardano alla Cina come un player internazionale, convertibilità o meno.

L’insieme di queste circostanze rende la dieta del sovrano asiatico assai dimagrante anche per il resto del mondo. Che, se tutto andrà bene, dovrà attendere che il re cinese recuperi la sua forma migliore – e quindi concluda la sua transizione verso una crescita più equilibrata – per godere a sua volta degli effetti benefici che ne deriveranno in termini di importazioni e stabilità finanziaria. Ma nel frattempo dobbiamo soffrire, noi e i cinesi, senza più neanche la consolazione di ricordare i vecchi tempi. Siamo troppo distratti.

Ecco il numero zero di Crusoe: commentatelo e sostenetelo

Ieri sera è arrivato sulle caselle di posta dei primi fondatori il numero zero di Crusoe, la newsletter che noi di TheWalkingDebt abbiamo progettato in collaborazione con Slow news. Ve l’avevo annunciato la settimana scorsa ed eccolo: lo trovate a questo link.

Inutile dilungarsi troppo. Come ogni esperimento, anche questo avrà bisogno di essere verificato quanto ai risultati finali. Ed è qui che entrate in gioco voi lettori. La vostra opinione, in tal senso, è la cartina tornasole del nostro lavoro. Quindi leggete il primo esperimento di Crusoe, commentatelo, anche in calce a questo post, e soprattutto sostenetelo. Qui trovate il link per contribuire. C’è ancora tempo per essere fra i nostri fondatori, ossia i veri proprietari di Crusoe.

Grazie a tutti

L’ennesima piroetta della BoJ per far funzionare il QQE

Ormai è un lavoro da appassionati seguire le evoluzione monetarie della BoJ, da un triennio impegnata nel difficile compito di far uscire il paese dalla deflazione da un ventennio e insieme dare un calcione all’economia nazionale, che vivacchia con poco entusiasmo da altrettanto. Eppure vale la pena investire un po’ di tempo e leggere i documenti ufficiali. Per la semplice ragione che la BoJ, come rivendica il suo governatore Kuroda, è da sempre all’avanguardia negli esperimenti monetari, seppure con esiti discordanti.

Anche di recente, riferendosi ai nuovi strumenti messi in campo, il governatore ha sottolineato che “la BoJ è la prima nel mondo a introdurre questi nuovi tool”, riferendosi allo yield curve control e all’inflation-overshooting commitment. Non cambiate canale: si tratta di cose molto semplici che solo la complicazione linguistica della politica monetaria rende esotici. Il succo è presto detto: malgrado il grande sforzo avanguardistico la BoJ ancora fatica a riportare l’inflazione dove vorrebbe. In compenso il suo QQE ha contribuito significativamente ad abbassare la curva dei rendimenti a un livello tale che la BoJ ha avvertito l’esigenza di fornirsi di uno strumento capace di regolare lo yield, ossia il rendimento reale, utilizzando, come ha fatto sinora gli acquisti massicci di bond pubblici come strumento di controllo.

In sostanza, da un lato si sottolinea il profondo impegno (inflation-overshooting commitment) a far crescere la base monetaria, ormai arrivata all’80% del pil nominale per tirare su i prezzi. Al tempo stesso si prova a manovrare la curva dei rendimenti (yield curve control) per evitare che gli acquisti di bond pubblici, effettuati in ottica di QE, abbassino troppo o troppo poco i rendimenti rispetto agli obiettivi di stabilità finanziaria che la BoJ comunque deve tenere presente.

A tal proposito è sufficiente ricordare, come fa lo stesso Kuroda, che “l’efficacia della politica di declino dei tassi di interesse dipenderà dal suo impatto sui profitti delle istituzioni finanziarie, che si riflette nella loro capacità di prestito”. Detto chiaramente, poco serve il QQE se poi le banche soffrono e gli assicuratori e i fondi pensioni vedono aggravare la loro profittabilità e sostenibilità. Raggiungere il target d’inflazione con un sistema finanziario fragile sarebbe una vittoria di Pirro per la BoJ. Ed ecco perché sono stati introdotti questi nuovi strumenti. Sempre nella presunzione che siano efficaci.

Ed è proprio sulla funzionalità delle misure intraprese che la BoJ e lo stesso Kuroda impegnano e si giocano tutta la loro credibilità. Kuroda, nel suo speech, ha ripetuto ancora una volta che la cosa più difficile da sconfiggere per le autorità monetarie giapponese è il deflationary mindset, ossia la psicologia deflazionaria nata a cresciuta nel ventennio perduto giapponese ancora permanente pure se la deflazione è stata tecnicamente superata, e Kuroda lo rivendica: il CPI (consumer price index) per tutti i beni meno il pesce fresco è in territorio positivo dall’autunno 2013 e lì è rimasto per due anni e dieci mesi. “E’ la prima volta dalla fine degli anni ’90 che succede”, nota il banchiere. Ma la deflazione è ancora nella testa dei giapponesi, sembra di capire. E ovviamente Kuroda, che è un sacerdote della moneta, deve credere che tramite la politica monetaria – il QQE e le sue varie piroette – questa deformazione dello spirito si possa raddrizzare.

Tutto ciò richiede un’esibizione di argomenti che la BoJ ha collazionato in un documento di 60 pagine col quale ha fatto il punto sull’evoluzione e gli esiti delle politiche monetarie. Una lettura sicuramente istruttiva che consiglio a tutti gli appassionati di politica monetaria. Qui basterà arrivare al punto. Tre anni dopo, e dopo aver sperimentato un’infinità di tool, la BoJ deve ancora convincere i giapponesi, oltre che se stessa e il resto del mondo, che riuscirà a raggiungere il suo target di inflazione. A fronte di questa difficoltà, Kuroda rivendica che il “QQE ha portato ad una inversione di tendenza positiva dell’attività economica e dei prezzi”. Come è giusto che sia, Kuroda guarda il bicchiere mezzo pieno, senza nascondere quello vuoto, per il quale è sempre pronta una ricetta di policy o un nuovo tool. E la storia continua.

Over and over again.