Categoria: cronicario

La questione peninsulare

C’è molto da imparare a leggere l’ultimo rapporto sul reddito disponibile delle famiglie pubblicato di recente dall’Istat, e ancora di più a scorrere le serie che raccontano la storia del reddito italiano sin dal ’95.

Cominciamo dalla voce più robusta del reddito disponibile, ossia la quota che deriva dal lavoro dipendente. Tale quota pesava il 55,9% nel 1995. Nel 2011 è arrivata al 61,5%. L’andamento nei 15 e passa anni considerati è stato più o meno crescente. Ha rallentato a fine anni ’90 e poi è cresciuta con regolarità dal 2003 in poi raggiungendo il picco del 61,7% nel 2010. In pratica siamo sempre più un paese di impiegati e sempre meno di imprenditori.

Tale sospetto si rafforza se guardiamo l’andamento del reddito misto, ossia del flusso che rappresenta la quota del risultato economico dell’impresa destinato alle famiglie produttrici. Nel 1995 tale voce pesava il 22,7% del reddito disponibile e da questa quota si è sposta di pochi decimali in più o meno fino al 2005, quando per la prima volta è scesa al 21,6%.  Il calo è proseguito negli anni successivi fino al 20,5% del 2011, in leggera ripresa dopo il picco di ribasso del 20,3% del 2010.

Un altro indicatore molto interessante è quello relativo all’andamento delle imposte correnti. Nel 1995 pesavano il 14,7% del reddito. Nel 2000 erano già arrivate al 17,2%. Calano leggermente a partire dal 2001 (16,3%) per arrivare al 15,4% nel 2005. Nel 2006 si era già tornati al 16,2, per arrivare al 17,6 del 2010 e al lieve calo del 17,3% l’anno successivo.

Quindi l’incremento della quota di reddito riservata al lavoro dipendente è in rapporto di correlazione diretta (ed è anche facile capire il motivo) con l’andamento di quello del peso delle imposte (i redditi da lavoro dipendente sono gli unici che danno soddisfazione al fisco) e in rapporto di correlazione inversa con quella dei redditi misti.

Altra voce eloquente è quella delle prestazioni sociali, ossia i trasferimenti correnti corrisposti alle famiglie per, genericamente, la sicurezza sociale. Quindi il Welfare.

Tali passaggi di denaro pesavano il 24,5% del reddito nel 1995. Nel 1999 erano già il 26,4%. Calano lievemente fino al 2002 e poi riprendono a correre. Sono il 26,7% nel 2003, il 26,9 nel 2006, il 28,2% nel 2008 e superano stabilmente il 30% dal 2009 in poi.

Quindi una quota robusta del reddito disponibile viene originata dal lavoro dipendente e dal Welfare. E questa situazione, pure nelle differenze regionali, spesso sorprendenti (capita che la Sardegna abbia avuto una crescita percentuale del reddito disponibile per abitante fra il 2008 e il 2011 del 2,1%, più alta di Bolzano) accomuna tutto il paese.

Siamo un paese che campa di stipendi e di assistenza, dove la ricchezza prodotta dal redditi da capitale è crollata dal 27,3% del reddito del 1995 al misero 17% del 2011 e sopravvive a fatica una certa ricchezza immobiliare, anche questa falcidiata.

L’Italia si è meridionalizzata.

Ormai è esplosa la questione peninsulare.

Cercasi India disperatamente

Sapete tutti di Cindia, fortunata crasi giornalistica di Cina e India, ossia la pangea economica a venire destinata a cambiare le sorti del pianeta. Si che lo sapete. Non passa semestre che qualcuno non vi dica che il pendolo del mondo si è spostato a Oriente, nel magico ed esotico mondo delle tigri asiatiche, del dragone cinese e, last but not the least, del pachiderma indiano.

Fedeli alla consegna che ci siamo dati di rimuovere un po’ di mitologia sui Bric e i loro satelliti, siamo andati a vedere le carte, approfittando dell’ultimo staff report sull’India rilasciato dal Fondo monetario internazionale. Un centinaio di pagine che fotografano lo stato generale del subcontinente e che ci auguriamo leggano tutti i seguaci dell’Oriente, se non altro perché sorga in loro il sospetto che l’India che dicono arriverà si basa sugli auspici assai più che sui fondamentali.

Il Fondo esordisce dicendo che l’economia indiana è andata rallentando significativamente dopo la rapida ripresa post crisi del 2008. E le previsioni parlano di crescita col freno a mano tirato anche per i prossimi anni a causa di alcune ragioni interne.

In cifre, il fondo nota che nel 2012 la crescita è stata del 6,5% ( era l’8,4 fra 2010/11 e il 10% nel 2006) e si prevede scenderà al 5,4 quest’anno per poi tornare al 6% nel 2013. Ciò a fronte di una produzione industriale crollata dagli 8,2 punti del 2011 ai 2,9 dell’anno scorso.

Nel periodo 2004-2011 la crescita media dell’India era stata dell8,3%, trainata, da bravo Bric, dall’export. Ma tanta fortuna ha generato un aumento della domanda interna  di cibo, elettricità, acciaio e trasporti, e in generale di infrastrutture, di fronte alla quale il Paese si è trovato drammaticamente impreparato, come si è visto, nota il Fondo, nel blackout del luglio 2012 che ha spento mezza India.

Servono quindi investimenti robusti per stare al passo dell’India che dovrebbe germinare Cindia. Il problema è che, pure se si riuscisse a far decollare gli investimenti (l’India gareggia con l’Italia per scandali e corruzione), bisognerebbe tenere conto degli ampi deficit fiscali, che ancora affliggono il Paese, e dell’inflazione a due cifre. “Una risposta comune alla bassa crescita – scrive il Fondo – è adottare politiche fiscali controcicliche”, ossia espandere la spesa pubblica. “Ma tali politiche – nota ancora – sono inappropriate per l’India. L’alta inflazione comporta che ci sia solo un piccolo spazio per tagliare i tassi, mentre il deficit fiscale, previsto all’8,7% del Pil nel 2013, mostra che sia prioritario controllare la spesa pubblica piuttosto che espanderla”.

Il quadro macroeconomico, d’altronde, non è semplice. Le esportazioni crescono più delle importazioni (309 mld di dollari previsti nel 2013 a fronte di 499 mld di import) e il saldo corrente della bilancia dei pagamenti è in costante rosso (-78 mld previsto per il 2013 e il 2014). C’è un deficit fiscale (con un debito estero in crescita costante, dal 18,7% del Pil del 2011 al 20,4 e 21,7 dei due anni successivi), l’inflazione è alta, più o meno sopra il 10%, e i bond a dieci anni pagano in media, nel 2012, l’8,2%.  Ciò spiega perché il Fondo parli di “vulnerabilità esternea causa del deterioramento della bilancia dei pagamenti”. Questo a fronte di un rapporto debito/Pil intorno al 66%.

Che fare allora?  Il Fondo auspica un consolidamento fiscale unito a un controllo dell’inflazione per rafforzare la posizione sull’estero. Allo stesso tempo che si rimuovano gli ostacoli strutturali agli investimenti, affrontando i problemi connessi all’energia (il governo sta pensando di togliere i sussidi ai carburanti) e alle materie prime. Poi servirebbero riforme per l’agricoltura, la scuola, il mercato del lavoro, la sanità, per ridurre i rischi finanziari e promuovere la solidità delle banche pubbliche.

Cercasi India disperatamente.

I futuri pensionati si preoccupano, ma non abbastanza

Chi dice che sulla questione previdenziale nel nostro Paese ci sia una diffusa incosapevolezza è male informato. Una recente indagine del Censis, commissionata dalla Covip, la commissione che vigila sui fondi pensione, dimostra tutto il contrario.

I lavoratori italiani non si aspettano granché dal proprio futuro pensionistico. Sanno già che la loro pensione sarà bassa e che non potranno lasciare il lavoro se non in età avanzata. Quello che stupisce, leggendo i dati della rilevazione, è che sembrano rassegnati al loro futuro di sostanziale povertà. Tutt’al più sperano di cavarsela.

L’indagine campionaria è stata fatta ascoltando 2.400 lavoratori, equamente suddivisi fra il settore pubblico, privato e autonomo. Il 45,8% è convinto la la sua sarà una vecchiaia di ristrettezze, e solo l’8,2% è covinto che potrà godersi un po’ di serenità grazie ai redditi previdenziali. Il 24,5% si accontenterà di “togliersi qualche sfizio”.

Vediamo perché. La soglia media di pensione che il campione di aspetta di ricevere sarà pari al 55% dell’ultimo stipendio. Questo, mentre si aspetta di lavorare oltre i 70 anni il 14,5% dei dipendenti pubblici, a fronte del 23,4% dei privati e del 33,8% degli autonomi. Il Censis calcola che solo il 23,5% dei lavoratori andrà in pensione all’età desiderata. Quindi più vecchi e più poveri. Con l’aggravante che l’84% è convinto che le regole cambieranno ancora in futuro, presumibilmente in peggio.

In più, il 34,1% teme sopra ogni altra cosa di perdere il lavoro e di non riuscire quindi a maturare la contribuzione per prendere la pensione, sebbene bassa e in tarda età. Percentuale alla quale bisognerebbe aggiungere quel 24,9% che, a causa della precarietà, è seriamente a rischio di contribuzione. Per costoro, in caso non riescano a raggiungere la quota contributiva prevista per andare in pensione, rimarrà solo la pensione di vecchiaia, l’attuale pensione sociale. Ovviamente tale paura si concentra nella fascia più giovane del campione, i soggetti fino a 34 anni.

Interessante anche leggere come tali soggetti pensano di affrontare una vecchiaia siffatta. I dipendenti pubblici pensano di salvarsi grazie ai propri risparmi (45,4%) e al proprio patrimonio immobiliare (17,3%); per i privati tali percentuali passano rispettivamente al 38,1% e al 18%; per gli autonomi al 41,5% e al 21,4%.

In totale (e in media) il 58,6% del campione riserva alla propria ricchezza privata (risparmi+mattone) il compito di difendersi dalla miseria senile, a fronte di un 16,5% che si affida ai fondi pensione. Il che fa sorridere: in un paese dove il Censis e la Covip stimano 11 milioni di analfabeti finanziari, viene fuori che il 58,6% dei lavoratori conta di cavarsela in vecchiaia investendo in finanza o nel mattone. Ma fa anche riflettere: questi lavoratori contano di riuscire a poter contare su una quota significativa di risparmi e di patrimonio, malgrado i redditi reali medi non crescano da anni.

Ma questa forse è solo un’eredità culturale, più che un calcolo economico razionale. Per 50 anni il popolo italiano ha imparato che si andava in pensione con l’80-100% dell’ultimo stipendio e con una liquidazione, con la quale comprava titoli di stato al 10-15% (ignorando la tassa dell’inflazione) o si comprava una casa. Questi redditi integrativi assicuravano un livello di vita, anche perché si andava in pensione giovani, spesso superiore a quello di fine carriera.

Speriamo che non servano altri 50 anni per capire che non è più così.

Cina: la tigre e il micione

Si fa un gran parlare di Cina, però se ne sa sempre troppo poco. Ci si immagina orde di formiche operaie che producono a rotta di collo e a basso prezzo merci che inondano i nostri mercati, cieli pieni di smog, come la Londra dell’800, grattacieli che si ergono sfidando la supremazia americana. Si prefigura per la Cina un futuro radioso, di supremazia. Il ruggito della Tigre dell’Est spaventa l’Occidente, che infatti blandisce il suo grande creditore esibendosi in continui porta a porta da piazzista: vendiamo titoli di stato, aziende, pezzi di territorio.

Ma poi che sappiamo davvero della Cina? Il documento più aggiornato disponibile lo ha redatto pochi giorni fa la Banca Mondiale (Gobal Economic prospect 2013) e vale la pena leggerlo perché si scoprono tante cose.

I dati macroeonomici, per esempio, con tanto di proiezioni fino al 2015, che minano seriamente alcuni luoghi comuni. A cominciare da quello della crescita infinita. Il Pil cinese, calcolato a prezzi di mercato del 2005, è in calo costante dal 2010, quando ha toccato il suo picco di crescita del +10,41%. Poi è sceso al 9,32% nel 2011 e al 7.94% stimato nel 2012. Nel 2013 è previsto al 8,37%, 8,04 nel 2014 e al 7,87 nel 2015. Se poi si applica il deflatore del Pil, si scopre che una parte sostanziosa dei 10 trilioni di dollari circa di Pil a valore nominale previsti per la Cina nel 2015 (nel 2012 il Pil nominale è di quasi 8.300 miliardi) se li mangia l’inflazione. La tigre corre, e i prezzi con lei. A cominciare da quelli del settore immobiliare, che preoccupano notevolmente il governo.

Il secondo luogo comune riguarda la potenza dell’export cinese. Nel 2010 il rapporto fra l’attivo del saldo del conto corrente della bilancia commerciale e il Pil era pari a 4,01. Già nel 2011 tale rapporto è crollato a 2,76, per scendere ancora a 2,34 nel 2012. Nel 2013 è previsto ancora in calo a 2,28, così come nel 2014 (1,95) per avere un lieve ripresa nel 2015 (2,01). Il digiuno dell’Occidente, se continuerà, rischia di affamare la tigre.

Il terzo luogo comune (alimentato anche dalle autorità cinesi) è che i consumi interni e gli investimenti cinesi compenseranno il calo dell’export. Le previsioni della Banca Mondiale dicono tutt’altro. Il contributo dei consumi privati alla crescita del Pil è previsto in calo dai 3,3 punti del 2011 ai 3,1 punti del 2015. Altresì la spesa pubblica, che è prevista in calo dagli 1,3 punti a 1,2. Ancora peggio va agli investimenti fissi. Dal picco di 8,9 punti registrato nel 2009, questa voce macroeconomica è in calo costante anno dopo anni, fino ad arrivare a 2,3 nel 2015. La tigre, a casa sua, finora sonnecchia.

L’ultimo luogo comune è che i cinesi esportino, ma non importino nulla. La quota dell’import sul Pil passa dai 22,3 punti del 2009 ai 31,4 previsti nel 2015, mentre l’export passa dai 26,7 punti del 2009 ai 34,1. Quindi l’export continuerà ad avere un ruolo importantissimo per l’economia cinese, ma l’import avrà un ruolo sempre maggiore, con conseguenze relative sulla bilancia commerciale. La tigre scopre gli ozi occidentali, s’ingrassa e diventa pigra.

Peraltro, la tigre invecchia maluccio. Le prospettive demografiche per il colosso asiatico non sono le migliori. Secondo il World Population Prospects and the Global Economic Outlook, report pubblicato nel 2011 dall’American Enterprise Institute, la Cina dovrà affrontare “tempeste demografiche” che rischiano di far scricchiolare le previsioni di una crescita di 7 punti l’anno di Pil fino al 2030.

Secondo gli studiosi, la forza lavoro del paese, già entro il 2015, raggiungerà il suo picco, poi comincerà a calare. Gli over 65 raddoppieranno da qui al 2030 (da 120 milioni a 240), senza che la Cina abbia un welfare paragonabile al vicino Giappone. Poi c’è la circostanza che la politica del figlio unico, con preferenza per un maschio, ha reso le donne scarse. Nel 2030 si stima che i trentenni impossibilitati a sposarsi per mancanza di controparte saranno il 25%. In più molti saranno figli unici di figli unici, quindi senza alcuna forma di protezione familiare. La tigre invecchia male e da sola.

Se guardiamo questi numeri, la tigre dell’est somiglia a un micio cresciuto troppo, che anziché ruggire dovrà imparare a fare le fusa a quelli che oggi spaventa.

Più che una tigre, un micione.

Mattone, la bolla non c’è ma si vede

Qualche giorno fa l’Istat ha certificato l’ennesimo calo delle quotazioni del mattone italiano nel 2012. Il dato aggregato parla di un calo dei prezzi del 3,2% che si accoppia aun calo delle compravendite del 23,6% sul residenziale (25% il commerciale). Il combinato disposto ha riacceso il timore che il mattone italiano balli  sull’orlo di un burrone, anche perché le aspettative del settore delle nuove costruzioni, che ha un peso specifico rilevante nell’immobiliare italiano, continuano ad essere scoraggianti.

Lo stesso giorno che l’Istat certificava la deflazione in corso nei valori immobiliari, un’associazione di consumatori affermava che i prezzi sono ancora troppo alti, visto che per una famiglia di reddito medio è del tutto proibitivo, specie nelle grandi città, riuscire a comprare una casa: prezzi ancora troppo elevati, da una parte, e ritrosia delle banche a concedere credito dall’altra. Senonché la gran parte degli osservatori dice che in Italia, a differenza di quanto è accaduto in Spagna, Irlanda o negli stessi Usa, non esiste una bolla del mercato immobiliare.

Chi ha ragione? Anche qui, bisogna intendersi su cosa si intenda per bolla. La definizione che abbiamo estratto da Wikipedia dice che “la bolla immobiliare  è caratterizzata da un rapido aumento dei prezzi immobiliari che si portano a livelli insostenibili in rapporto ai redditi medi o ad altri parametri”.

Guardiamo i dati. Ci viene in aiuto uno studio di Bankitalia del 2009 intitolato “L’andamento del mercato immobiliare italiano e i riflessi sul sistema finanziario”, che per quanto datato (gli ultimi dati fanno riferimento al 2008), illustra con grande chiarezza cosa sia successo sul mercato negli ultimi anni.

Intanto l’incidenza del mattone sul Pil italiano, pari al 19,5%, più di Germania e Gran Bretagna (circa 18%), meno che in Francia e Spagna (circa 25%) e Irlanda (28%). Poi il peso degli immobili nel portafogli delle famiglie italiane. A fine 2008 il mattone in mano alle famiglie quotata 4.700 miliardi, il 61% delle attività complessive, pari a circa quattro volte il reddito disponibile, contro il 2,5 della Francia e il 3,1 della Germania.

E veniamo ai prezzi. Fatti 100 i prezzi del 2005, si vede che nel 2000 tale indice quotava 70, per arrivare a 120 nel 2008. Quindi dal 2000 l’indice è cresciuto di 50 punti, un incremento pari in media al 72%. Se si guarda agli incrementi per macroaree, si nota che i prezzi sono pressoché raddoppiati fra il 2000 e il 2008 nel centro Italia. Più o meno quanto è successo a livello nazionale in Spagna. Nel confronto internazionale si vede che la crescita dei prezzi in Italia è stata poco superiore alla media Ue, ma se si va a vedere la crescita per macroaree, viene fuori che l’impennata dei prezzi i alcune zone è assimilabile a quanto accaduto in Francia, Gran Bretagna e Danimarca. Evidentemente nel caso italiano, per calcolare la media dell’aumento dei prezzi vale la regola del pollo di Trilussa. Come dire la bolla c’è, ma distribuita qui e là. Perciò non si vede.

Un riscontro a quest’affermazione viene dall’analisi dei dati finanziari. Abbiamo detto che nel 2008 la ricchezza immobiliare delle famiglie era stimata in 4.700 miliardi. A fine 2011 (ultima relazione Bankitalia su ricchezza famiglie) le attività reali delle famiglie venivano stimate in 5.978 miliardi, l’84% delle quali (5.021 mld) sono abitazioni, circa 200 mila euro a famiglia, 65 mld in più rispetto al 2010, pari a un incremento dell1,3%, assai meno del 5,6% medio annuo registrato nel quidicennio 1995-2010. In particolare, fatta 100 la ricchezza in abitazioni delle famiglie nel 1995, l’indice è cresciuto costantemente fino a quotare oltre 220 nel 2010 per poi sostanzialmente stabilizzarsi sullo stesso livello fra 2011 e 2012.

Quindi le quotazioni (dalle quali dipendono i valori del patrimonio) sono più che raddoppiate in quindici anni.

E i redditi? Non c’è bisogno dell’Istat per sapere che di certo non sono raddoppiati, anzi hanno subito una sostanziale riduzione reale dopo l’introduzione dell’euro nel 2002. Tuttavia se ci andiamo a vedere la serie storica Istat (disponibile dal 1999 in poi) vediamo che a inizio 1999 le famiglie totali avevano redditi lordi disponibili per 195 miliardi, che sono diventati 276 a fine 2011: un incremento di circa il 43%.

Se ne deduce che il livello del reddito non ha seguito l’andamento dei corsi immobiliari. Tanto è vero che la Banca d’Italia scrive che le famiglie hanno sostenuto il proprio livello di consumi attingendo alla ricchezza immobiliare, “in un contesto di debolezza del reddito disponibile”. Ciò spiega bene perché negli ultimi due anni siano crollate le compravendite, ma i prezzi siano ancora stabili. In un contesto di “debolezza dei redditi” le famiglie ci pensano due volte prima di “svendere” la loro riserva di valore.

Un ultimo dato. Nel rapporto del 2009 Bankitalia scrive che i finanziamenti al mercato immobiliare (famiglie e imprese) del sistema creditizio pesano 550 miliardi, un terzo degli impieghi totali a fronte del 20% del 2000: il 13% in più in otto anni. Le banche italiane, perciò, sono notevolmente esposte sul mattone.

In queste condizioni le bolle, anche quando ci sono, è meglio non vederle.

Patrimoniale? Meglio un prestito “spintaneo”

Nell’estate del 2007, in appendice a un libro che stavo terminando, scrissi un capitolo che si intitolava “Ripatrimonializziamo la società”. Il succo di quel capitolo era che per il nostro Paese era sostanzialmente impossibile rientrare dal debito usando la logica dell’avanzo primario. Servivano, pensavo all’epoca, misure straordinarie.

Sei anni dopo sono cambiate alcune cose:

1) Lo stock di debito pubblico accumulato era di circa 1.600 miliardi di euro nel 2007 (circa il 106% del Pil). Oggi abbiamo superato i 2.000 (120% del Pil, più o meno);

2) All’epoca la parola patrimoniale era totalmente (o quasi) assente dal dibattito pubblico. Oggi se fate una ricerca su Google news vengono fuori centinaia di record e sono state elaborate decine di proposte per operazioni straordinarie per abbattere il debito;

3) il nuovo governo qualcosa dovrà fare, visto i vincoli stringenti che si impone il fiscal compact e l’ineludibilità di alcune riforme strutturali, che inevitabilmente costano.

In questi sei anni sono cambiate tante cose e non sono più convinto che, stante il contesto attuale, la patrimoniale sia ancora un’idea valida. Non almeno nelle forme classiche alle quali si pensa di solito. L’idea che mi sono fatta è che sia più utile, e meno conflittuale dal punto di vista sociale, mobilitare la corposa quota di risparmio privato che ancora esiste in Italia per indirizzarlo verso progetti specifici, senza che però che i risparmiatori siano vessati, ma anzi premiati. Un prestito allo Stato che sia spontaneo e non obbligato. Al limite “spintaneo”.

In sostanza, dovremmo farci dei project bond nostrani.

Prima di spiegare meglio cosa intendo, serve una premessa. In tempi in cui la pressione fiscale è alta com’è adesso da noi, credo sia più razionale dal punto di vista economico per il singolo individuo puntare non su maggiori ricavi (che vengono ipertassati), ma su meno spese (quindi meno tasse, grazie ad esempio a uno sgravio). Quindi se il governo mi propone un titolo di stato a un tasso basso, mettiamo equivalente al tasso di sconto, ma mi compensa lo spread fra il mio rendimento e quello di un titolo di stato normale con uno sgravio fiscale almeno equivalente che valga per l’intera durata dell’obbligazione, come investitore non ci perdo nulla. Anziché incassare un cedola mettiamo di cento euro (sulla quale peraltro pago una ritenuta), ne incasso una di 30, e godo di una deduzione fiscale di 70. Finisce pure che ci guadagno.

Al di là dell’esempio, che è tecnicamente semplicistico, quel che conta è il principio. La domanda che dobbiamo porci è: se lo Stato mi proponesse uno scambio che prevede meno tasse (e quindi più reddito disponibile in tasca per me) in cambio di un prestito a lungo termine, accetterei o no?

Personalmente me la sono posta qualche giorno fa, quando mi sono trovato a decidere cosa fare del misero gruzzoletto che tengo da conto per le emergenze, e che quindi voglio solo difendere dall’inflazione avendo smesso da tempo di pensare che possa crescere. Apro il solito conto deposito? Mi compro un Bot o un Btp? O magari un Bund? I tassi sono in calo, e quindi è già difficile riuscire a recuperare il potere d’acquisto che si perde ogni anno. Se potessi impiegarlo in qualcosa di utile per il Paese (che non sia alimentare semplicemente il Moloch della Spesa Pubblica), che magari mi consente di pagare meno tasse ogni mese, e quindi avere qualche euro in più per i consumi, credo che ci penserei sopra molto accuratamente.

Faccio due esempi. Nei mesi scorsi sono finite sul tappeto un paio di questioni sociali di peso, per le quali si stenta a trovare una soluzione. La questione degli esodati e quella della riforma del mercato del lavoro. La prima ha richiesto, e richiederà in futuro, risorse ingenti per essere risolta. La seconda pure di più. Quando il Parlamento provò a riesumare le pensioni di anzianità, lo ricorderete, con un emendamento in commissione, la Ragioneria dello Stato fece due conti e bloccò il tutto: servivano almeno 10 miliardi per cominciare. Per capire quanto potrebbe costare la riforma del lavoro, guardiamo al caso tedesco. Fra il 2000 e il 2005 la Germania, ha visto crescere il suo debito sul Pil dell’8,3%. gli economisti calcolano che la Germania abbia speso circa 90 miliardi di euro (da qui l’aumento del debito) per politiche attive di sostegno nei confronti delle imprese e del lavoro. In pratica la Germania ha finanziato a debito la famosa flexsecurity, che poi le ha consentito, nel giro di pochi anni, di avere un mercato del lavoro efficiente e un sistema produttivo assai più performante di prima, con grande giovamento per l’export.

Torniamo a noi. Se il governo proponesse dei project bond alle condizioni che ho detto prima per finanziare una revisione della riforma delle pensioni e del mercato del lavoro, sareste interessati a considerare la proposta? Probabilmente tale domanda se la porrebbero anche molti pensionandi, o molti lavoratori che magari pure loro, come il sottoscritto, hanno qualche miseria da parte per le emergenze e non sanno più cosa farne. Magari l’idea di investire su qualcosa che li riguarda potrebbe persino interessargli. E potrebbe anche interessare gli imprenditori, e persino quei ricchi che molti esecrano ma che probabilmente sono meno cattivi di quanto si pensi, purché non li si spinga a fuggire in Svizzera (visto che sono gli unici che possono permetterselo).

Ovvio che quest’idea ha come premessa che lo Stato si comporti seriamente. Che i soldi raccolti finiscano in un capitolo di bilancio creato alla bisogna e non nel mare (magna) magnum del bilancio pubblico.

Ovvia anche un’altra cosa, per creare i nostri project bond serve un’inversione culturale. Capire che lo scopo dell’investimento non è il massimo profitto, ma la massima utilità (e non sempre le due cose coincidono). Swappare tasse e prestiti segnerebbe un’evoluzione nel nostro comportamento economico credo senza precedenti.

Una volta tanto potremmo dar prova di quella qualità che molti ci riconoscono, ma che scarseggia nel dibattito politico: la fantasia.

Il mattone scricchiola, le pensioni tremano

La crisi finirà da dove è cominciata: dal settore immobiliare. Se e quando il mercato si riprenderà – se ne sono avute recenti avvisaglie negli Stati Uniti – allora potremo dire che la paura del grande crollo sarà archiviata. Almeno fino al prossimo scossone.

Per dare un’idea di quanto sia concreta quest’affermazione basta scorrere uno studio recente della JP Morgan Asset Management, di cui fa menzione il Financial Times, nel quale si rileva che il 43% degli investitori istituzionali del mondo ha già notevolmente investito sull’immobiliare. Si calcola che tali investitori gestiscano in totale asset per 7.800 miliardi di dollari. E secondo gli esperti la quota di investimenti diretti sul mattone è destinata a raddoppiare nei prossimi dieci anni. E i prezzi seguiranno (sempre che il credito rimanga facile).

Stando così le cose, vale la pena andarsi a rileggere un rapporto pubblicato qualche mese fa da Tre-Tamburini real estate con Cordea Savills per capire come l’andamento del settore immobiliare, e del suo mercato derivato dei fondi immobiliari, impatti sul sistema previdenziale italiano. Abbiamo già visto, in un post precedente, quanto pesi l’esposizione in titoli di stato italiani dei vari fondi pensione italiani. Adesso crediamo sia utile vedere come e quanto le diverse casse di previdenza, pubbliche e private, siano esposte sul mercato immobiliare, per compredere come gli scricchiolii del mattone rischino di far tremare l’intero sistema della previdenza.

Alcuni dati. Lo studio calcola in circa 20 miliardi di euro il patrimonio immobiliare di assicurazioni e fondazioni bancarie italiane. A questi si devono aggiungere altri 23,4 miliardi di patrimonio in pancia alle casse di previdenza, 18,8 dei quali in investimenti diretti, quindi proprietà vere e proprie, e 4,6 miliardi investiti in fondi immobiliari. Tale somma equivale al 21,25% del totale del patrimonio delle casse. Numeri che bastano a comprendere perché quanto l’andamento del mattone abbia un’influenza diretta sulla redditività (e sul patrimonio) di queste entità.

In dettaglio, la previdenza obbligatoria, privata e pubblica, detiene 19,7 miliardi di mattone, i fondi pensione 3,7 miliardi. I 4,6 miliardi investiti in fondi immobiliari dalla previdenza italiana pesano circa il 10% del totale del mercato dei fondi immobiliari (circa 50 miliardi). I18,8 miliardi di investimenti diretti equivalgono al 42% del patrimonio immobiliare dello Stato, valutato in 55,6 miliardi.

Inps e Inail detengono circa sei miliardi di patrimonio, il che porta al 49,8% l’esposizione della previdenza pubblica ai capricci dell’immobiliare. Circa 3,5 miliardi di questo patrimonio è messo (o dovrebbe essere) a reddito, il resto è patrimonio strumentale. Di questi 3,5 miliardi a reddito, 1,3 miliardi sono beni derivanti dalle ex cartolarizzazioni, sostanzialmente fallite.

Se guardiamo ai rendimenti, c’è poco da entusiasmarsi. Pure nella grande varietà di strumenti utilizzati per calcolarli, si evince che le varie casse spuntano rendimenti oscillanti fra l’1 e il 3% dal proprio patrimonio, a fronte di rendimenti di mercato che variano fra il 5 e il 7%.

La previdenza italiana, quindi, è pesantemente esposta nel mattone italiano, addirittura più delle assicurazioni, ma ne ricava ben poco. In caso di crisi prolungata del mercato, le cose non potrebbero che peggiorare.

La soluzione immaginata per sbloccare questo patrimonio incagliato è quella dei fondi immobiliari che, in teoria, dovrebbe gestire con maggiore efficienza i beni. Ma sempre che il mercato tiri, sennò l’unica valorizzazione che le casse otterrebbero sarebbe quella una tantum del trasferimento a prezzi correnti dei beni (valutati al costo storico) al fondo.

Ce n’è abbastanza per paventare un rischio pensioni? I più pessimisti direbbero di sì.

C’è da sperare che ci vengano in soccorso gli investitori internazionali, di sicuro incoraggiati dalla liquidità a basso costo. E se JP Morgan ha visto giusto, il raddoppio degli investimenti degli istituzionali in dieci anni condurrà senza dubbio ad un aumento dei prezzi.

Ma attenzione però. Kiyohiko G. Nishimura, vice governatore della Banca del Giappone, ha pochi giorni fa lanciato un monito: le bolle immobiliari sono da tempo riconosciute come un rischio per l’economia. Si è visto proprio in Giappone a fine anni ’80, e poi, più di recente negli Usa.

Non vorremmo rivederlo di nuovo.

2013, l’onda lunga della liquidità fa trionfare gli inflazionisti

Sarà perché c’è il 13 di mezzo, ma l’anno che è arrivato si candida ad essere uno dei più fortunati per il mercato finanziario dall’inizio della Grande Crisi del 2007. Una serie di dati e alcune semplici considerazioni, inducono a credere che il 2013 sarà un anno di snodo nella grande tenzone che oppone il partito degli inflazionisti, guidato dai due big come Stati Uniti e Giappone, a quello dei deflazionisti, dove ormai (e chissà per quanto, visto che a settembre si vota) è rimasta solo la Germania con il suo piccolo portato di Nord-Europa. Mettiamoci pure che i mercati mordono il freno ormai da sei anni. Sono affamati e, per loro fortuna, la liquidità non è mai stata così abbondante e così a buon mercato.

L’ultima ciliegina sulla torta è arrivata pochi giorni fa, con la decisione di alleggerire le regole di Basilea per le banche. Le borse hanno reagito con un plauso (ossia rialzo) arrivando a battere record storici, come quello turco, che proprio lunedì 7 gennaio ha battuto il suo massimo di sempre, mentre pochi giorni fa la borsa americana rivedeva il livello del dicembre 2007. Si capisce perché in un recente report Goldman Sachs dica che il peggio è passato descrivendo il 2013 come un anno di transizione verso una nuova Europa più integrata.

Fa riflettere un altro dato. Nel 2012 le 88 banche centrali monitorate dal sito Central Bank hanno tagliato il costo del denato 127 volte a fronte di 31 operazioni di rialzo dei tassi. Il leit motiv è sempre lo stesso: la crisi contribuisce a tenere l’inflazione bassa, per cui non c’è da preoccuparsi del costo del denaro. Quello che la Fed ripete ormai da anni, e che il Giappone, che sta preparando un piano da cinque trilioni di yen da iniettare sul mercato, pratica da oltre un ventennio con risultati da classica trappola della liquidità. Sempre lunedì 7, la banca centrale rumena, che aveva abbassato il tasso di 75 punti nel 2012, ha deciso di tenerli fermi al 5,25%, con la premessa che garantirà adeguata liquidità alle banche. 

Questa settimana capiremo meglio se la tendenza delle banche centrali a rilassare ancora di più l’accesso al credito sarà confermata. Se, vale a dire, l’onda lunga della liquidità che ha iniziato a montare già all’indomani della crisi si infrangerà sul 2013 provocando un innalzamento generale dei corsi, azionari, ma anche immobiliari e delle commodity.

Il 10 gennaio, infatti, sono attese le decisioni sui tassi da parte della Banca centrale europea e della banca centrale inglese. La prima aveva già fatto filtrare nei mesi scorsi (anche questo fatto senza precedenti) che molti componenti del board avevano chiesto di portare i tassi allo 0,5% dallo 0,75 attuale. Ma sarà anche interessante vedere cosa faranno la banca centrale thailandese (tassi scesi da 3% al 2,75 in un anno) e quella polacca (dal 4,75 al 4,25) il 9 gennaio, o quella indonesiana (dal 6 al 5,75%) il 10, o quella kenyota (dal 18% all’11 sempre in un anno) e persino quella del Mozambico (dal 15 al 9,5%). Per non parlare di quella della Corea del Sud, che in un anno ha tagliato i tassi dal 3,25 al 2,75, e dovrà decidere cosa fare l’11 prossimo. Osservare il comportamento delle diverse banche centrali, insomma, fornirà indicazioni significative sulle aspettative di liquidità per i prossimi 12-24 mesi.  

Un calo generalizzato del costo del denaro, unito all’allentamento dei collaterali, implica con ragionevole certezza un aumento generalizzato dei prezzi non appena si riaccenda il motore della crescita. Spingere la crescita con l’allentamento monetario porta con sé la fastidiosa controindicazione che la crescita ristagna non appena si toglie la benzina del credito/debito facile (come insegna il caso giapponese). Ma nessuno ha intenzione di chiudere i rubinetti.

Il motivo è presto detto: il partito degli inflazionisti si avvia ormai ad avere la maggioranza assoluta, per non dire l’unanimità, potendo contare anche sul sostegno di grandi masse di popolazioni stanche di stringere la cinghia. Quando i debiti crescono a dismisura, l’unico modo per (non) pagarli è fare aumentare l’inflazione. Il prezzo lo pagheranno i titolari di redditi fissi e di rendite. E i grandi creditori.

Ma, come insegna la storia, se ne accorgeranno quando sarà troppo tardi.

L’enigma giapponese

“La gente spera nel cambiamento, ma la realtà è che abbiamo già visto questa situazione”. Con questa riflessione dal tono sconsolato Atsutomo Ohto, pezzo grosso del gruppo Capital Markets Mizuho Securities a Tokyo, conclude un colloquio con il Financial Times sul ritorno alla premiership di Abe. “In particolare – sottolinea Ohto – abbiamo già visto Mr Abe, prima”. E’ tutto qui, nel cambiamento che assomiglia al passato, lo spirito dell’enigma giapponese che lascia basiti gli osservatori da quasi trent’anni. Da quando, vale a dire, l’economia giapponese si è impantanata in una palude di liquidità che nutre il debito, da una parte, e la deflazione e la decrescita dall’altra. Un paradosso economico.

Il ritorno di Abe al potere segna un chiaro ritorno al passato. I vari governi liberlademocratici che si sono succeduti in Giappone hanno provato senza troppo successo la strategia degli stimoli monetari. Il neo primo ministro ha detto di volere un’inflazione al 2% e di infischiarsene del tetto al debito pubblico fissato dal governo precedente. In parole povere, il Giappone stamperà moneta più di quanto non abbia fatto sinora ed emetterà debito. E poco importa se il debito pubblico continuerà a crescere (dovrebbe arrivare al 236% per marzo 2013). Di sicuro non importa ai mercati. Da quando Abe si è insediato l’indice di borsa Nikkei si è impennato, lo Yen si è indebolito sul dollaro e i rendimenti sui bond quinquennali sono scesi. Più soldi per tutti, insomma, e i mercati fanno festa.

Ma anche questo è un film già visto. Dopo la crisi del 1989, quando scoppiò la grande bolla immobiliare e borsistica, la società giapponese conobbe una distruzione di ricchezza senza precedenti. Per dare un’idea, basti pensare che l’indice di borsa crollò a poco più di 15.000 punti (da 40.000) in un paio d’anni. Dall’euforia alla depressione il passo è breve, come sanno bene economisti e psicologi. A metà degli anni ’90 si calcolava che il Giappone avesse bruciato circa un milione di miliardi di Yen.

La reazione delle autorità giapponesi allo scoppio della bolla furono sbagliate, dicono gli analisti col senno di poi. I governi scelsero un percorso di austerità, aumentando le imposte e riducendo la spesa pubblica, che ricorda la storia di oggi, fornendo benzina alle spinte deflazionistiche. Ma la pulsione rigorista durò poco. Scottato dalla deflazione e la disoccupazione, il Giappone sperimentò l’espansione monetaria (anche questa sembra storia di oggi). Il tasso di sconto, portato al 6% nel 1990, in piena crisi da bolla, crollò all’1,75% già nel 1993 per arrivare allo 0,5% nel 1995 e allo 0,1% nel 2001, e da lì è rimasto più o meno stabile fino ad oggi. Il governo allargò i cordoni della borsa, ma nella letteratura economica gli anni ’90 del giappone vengono ricordati come quelli del decennio perduto, fatto di bassa crescita, disoccupazione ed enormi quantità di denaro messe a disposizione che però hanno fatto solo la fortuna dei carry traders, coloro che hanno preso a prestito praticamente gratis dal Giappone per investire a rischio pressoché zero sul mercato dei bond lucrando sugli spread. Assai prima e assai più dell’America il Giappone ha contribuito ad aumentare la liquidità nel mondo a disposizione della speculazione.

Nel 2001 il premier liberaldemocratico Koizumi vara un importante programma di liberalizzazioni, ma l’instabilità politica (sette premier in sette anni dal 2001 al 2008) non aiuta e la società non risponde. Il cavallo non beve, malgrado l’acqua (liquidità) sia abbondante e a basso costo. Fra marzo 2001 e marzo 2002 la base monetaria aumenta del 33% ma il Pil diminuisce dello 0,5%. Il Pil si riprende giusto il tempo di recepire gli ampi programmi di stimolo varati dai governi, per poi inabissarsi di nuovo. Nel 2002 diminuisce dello 0,3% (nonostante il boom dell’export). La banca centrale continua a immettere liquidità a costo zero, i governi a varare piani di espansione (il deficit sul Pil supera il 6%). Ma la disoccupazione aumenta e i consumi interni languono.

Nel 2003 finalmente il Giappone esce dalla recessione, trainato dalla ripresa internazionale. Il Pil cresce del 2,5%, un livello che non vedeva dal 1996. Ma intanto fra il 1997 e il 2003 erano spariti due milioni di posti di lavoro, i contratti di lavoro erano diventati più flessibili e il costo del lavoro era diminuito del 6% (anche questa sembra storia di oggi).  Nel 2004 la crescita si stabilizza, aumenta leggermente nel 2005 per iniziare, lentamente a declinare, complice – forse – anche la nuova politica di rigore sui conti decisa dal governo per rientrare dall’immane debito e la politica monetaria meno accomodante – ma comunque generosa. C’è spazio per un po’ di ottimismo. I prezzi tornano moderatamente a crescere, l’occupazione si stabilizza.

Dal 2006 in poi il Pil torna a diminuire, ma è ancora ampiamente positivo. Perciò nel 2007 la BoJ riporta il tasso di sconto allo 0,5%, mentre il deficit sul Pil scende al 4,9%. Segni di una normalizzazione che però è un fuoco di paglia. Senza la droga monetaria e del debito pubblico, l’economia inizia a sgonfiarsi (complice anche il rallentamento della domanda mondiale e domestica). Il 2007 viene archiviato con un +2,1% di Pil a fronte del +2,4% del 2006.

La resa dei conti arriva nel 2008. Il Pil torna negativo (-0,7%). La banca centrale, a fine anno, riporta il tasso allo 0,1%. A metà 2008 le autorità annunciano spese pubbliche per un ammontare di due punti di Pil. Ricomincia la giostra. Come prima e anche peggio. Nel 2009 il Pil crolla del 5,2% (-15,9% nel primo trimestre 2009), riemerge la deflazione, la banca centrale annuncia che mettera sul tappeto operazioni di finanziamento pari a circa 4 punti di Pil, il disavanzo sul Pil arriva al 10,3%.

La cura da buoni risultati l’anno dopo. Il Pil aumenta del 4% (senza recuperare la perdita dell’anno precedente), ma al prezzo di politiche monetarie mai così espansive e di bilancio mai così generose, senza peraltro riuscire a debellare la deflazione. Ciò malgrado nel 2011 il Pil torna di nuovo ad essere negativo (-0,7%), la deflazione non aumenta ma neanche diminuisce. Il deficit supera di nuovo il 10% e il debito si stima arriverà al 240% del Pil per l’anno prossimo. Il bilancio della banca centrale, impegnata in massicci programma di acquisti di titoli di stato, arriva al 30% del Pil.

“Abbiamo già visto questa situazione”, dice sconsolato Atsutomo Ohto. Come dargli torto? L’economia giapponese, forse inconsapevolmente antesignana del destino delle economie cosiddette avanzate, continua ad essere un enigma per gli economisti e i politici, che hanno provato tutte le ricette e il loro contrario senza cavare un ragno dal buco. Il dilemma è quello noto: spendere e (e)spandere  a suon di debito (immaginando che possa cresce all’infinito) oppure non spendere e dimagrire. Come tutti i dilemmi, anche questo sembra destinato ad incornare chi si avventuri a immaginare una soluzione.

Forse la domanda “che fare?” nel caso giapponese (ma vale anche per noi europei e per gli americani), è una di quelle domande che i buddisti zen chiamano domande Mu, ossia domande che non hanno risposta perché dipendono da presupposti errati.

Forse quel presupposto siamo noi stessi.

Borse, i croupier si comprano il casinò

C’è da fidarsi a giocare in un casinò dove i croupier si sono comprati il banco? Me lo chiedo da quando è diventata ufficiale la notizia dell’acquisizione del Nyse-Euronext da parte dell’ICE per 8,3 miliardi di dollari, una di quelle notizie che le persone normalmente disinteressate di finanza neanche notano e che i giornali confinano nelle pagine più esoteriche.

Eppure la notizia ha un’importanza che trascende la sua pur specifica settorialità, anche perché si inserisce in una tendenza ormai dominante nel mondo dei mercati (exchanges): quella di autofagocitarsi.

E’ un fatto: le borse di tutto il mondo, ma in particolare quelle americane ed europee, sono alle prese con una febbre da fusioni/acquisizioni che non ha precedenti nella storia del capitalismo. Già solo questo fatto dovrebbe suggerire che c’è in ballo qualcosa di più  del solito spirito animale da profitto.

La storia del mercato delle borse, i casinò del nostro tempo, è avara di notizie fino alla fine degli anni ’90. Le borse sono o statali o possedute da alcuni gruppi di investitori indipendenti. Si segnala, nel 1998, la creazione di Eurex, una borsa specializzata in derivati, nata con la fusione fra la tedesca Deutsche Terminboerse (DTB) e la svizzera Swiss Options and Financial Futures Exchange (SOFFEX), e poi, un anno dopo, la fusione fra le borse canadesi di Vancouver e Alberta, che dà origine al TSX Venture Exchange.

Le prime avvisaglie del grande risiko planetario si hanno nel 2001, quando le borse di Amsterdam, Bruxelles e Parigi si uniscono e danno vita a Euronext, una borsa paneuropea che poco più di un anno dopo comprerà anche il Liffe, il mercato londinese dei derivati, e la borsa di Lisbona. Degna di nota, sempre nel 2001, la nascita dell’ICE, un mercato specializzato in derivati energetici saldamente controllato da alcune banche d’affari, alcune delle quali molto attive proprio nel commercio di derivati energetici, e da alcuni fondi.

Poi, silenzio per quasi cinque anni. E’ solo a partire dal 2006 che riparte il Grande Gioco. E a riaprire le danze è di nuovo il Nyse, che si fonde con Archipelago holding, una compagnia specializzata in elettronica delle comunicazioni. Scelta non casuale, visto che l’infrastruttura, nel tempo del trading automatico, diventa l’asset privilegiato di una borsa che voglia essere davvero competitiva. E ancora il Nyse, sempre nel 2006, completa il suo capolavoro fondendosi con l’europea Euronext con un merge da 14 miliardi di dollari che crea una borsa che pesa, in termini di capitalizzazione, circa 26 miliardi di dollari. Il 2006 si conclude con la fusione delle due storiche borse di Chicago specializzate nel commercio di derivati, il Chicago Mercantile Exchange (CME) e il Chicago Board of Trade (CBoT).

Il 2007 è un altro anno di battaglia. Eurex compra l’International Securities Exchange (ISE), un mercato americano specializzato in opzioni, mentre il Nasdaq, rivale storico del Nyse, si compra per 3,7 miliardi di dollari il Nordic markets and technology group OMX, dopo il tentativo (fallito) di comprarsi la borsa di Londra, il London Stock Exchange. Quest’ultima si fonde con la nostra borsa italiana nel giugno dello stesso anno, un’operazione da 1,5 miliardi di euro.

A gennaio del 2008 si segnala un’altra grande operazione: il CME compra il mercato energetico Nymex, specializzato in derivati del petrolio, per 8,9 miliardi di dollari, dando vita al più grande mercato di derivati del mondo, con una capitalizzazione di circa 60 miliardi di dollari.

La crisi del 2008, con relativo spauracchio, mette fine al risiko. A parte un paio di operazione fra Dubai e l’Australia, i mercati si pacificano fino al febbraio del 2011, quando la Deutsche Börse rivela di aver avviato colloqui con il gigante Nyse-Euronext per arrivare all’ennesima fusione capace di creare un gigante ancor più grosso. Sui colloqui arriva la tegola di un’altra proposta targata Nasdaq e ICE, che, in aprile, mettono sul piatto 11,3 miliardi di dollari di offerta proprio per il Nyse-Euronext, che però rifiuta per ben due volte la proposta (salvo accettarla pochi giorni fa malgrado sia di tre miliardi più bassa). La proposta abortisce il 16 maggio, dopo che il dipartimento di Giustizia americano fa notare che una fusione fra Nasdaq, ICE e Nyse, avrebbe “sostanzialmente eliminato la competizione”. A settembre, intanto, la BaFin (la Consob tedesca) approva il piano di fusione fra borsa tedesca e Nyse. Sembra che la fusione si farà, ma sul deal pesa il giudizione dell’Ue, che manifesta preoccupazioni sulla posizione dominante che la fusione potrebbe provocare nel mercato dei derivati.

Si arriva al 2012. La Commissione europea, a febbraio, pone il veto sulla ventilata fusione fra Deutsche Börse e Nyse. Il sogno della superborsa tedesco-americana tramonta. A giugno si segnala l’acquisizione da parte dell’Hong Kong Exchanges and Clearing del London Metal Exchange, conteso al CME e all’ICE, e a settembre l’acquisizione della più grande borsa canadese, il TMX Group, da parte di un consorzio di banche, brokers e fondi pensione (il Maple Acquisition Corp) che sborsano 3,8 miliardi di dollari. In Giappone, sempre ad agosto, si completa la fusione fra il Tokyo Stock Exchange e l’Osaka Securities Exchange, che crea il terzo più grande mercato borsistico del mondo per valore e azioni quotate. Ma il fuoco d’artificio del 2012 rimane l’acquizione del Nyse-Nuronext da parte di ICE: il mercato più giovane del mondo si mangia quello più vecchio. Un segno dei tempi, sicuramente.

Questa lunga cavalcata ci dice alcune cose:

1) La Grande Crisi sembra giovare al fiorente mercato delle borse, per il quale si mettono sul piatto decine di miliardi di dollari;

2) A comprare le borse sono gli stessi che poi ci lavorano, ossia banche, broker, fondi: i cosiddetti investitori istituzionali, che stanno investendo risorse ingentissime per garantirsi il controllo dei mercati internazionali, in particolari quelli dei derivati, regolamentati e non;

3) L’abbondante liquidità messa a disposizione dagli Stati per fronteggiare la crisi iniziata nel 2008 ha fornito munizioni senza fine a questi investitori, che stanno consolidando i loro investimenti sui mercati per renderli sempre più tecnologicamente integrati e veloci;

4) La gestione delle borse garantisce dei ritorni eccezionali ai proprietari, visto che guadagnano su ogni operazione (comprese le proprie).

Rimane la domanda: c’è da fidarsi a giocare in un casinò dove i croupier sono i proprietari?