Cronicario: Il capriccio di Trump mette in crisi la tirchieria Ue

Lunedì 21 novembre. Ogni riccio è un capriccio, diceva mia nonna, e perciò figuratevi che capricci verranno fuori da un uomo dotato di pettinature così elaborate.

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Bloomberg, per dire, ne ha scovato uno: il Trump tantrum sul mercato obbligazionario.

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Che vuol dire? Facile: aumentano i rendimenti e perciò le obbligazioni che avete nel cassetto valgono di meno. Potreste pure infischiarvene, se le conservate fino a scadenza. Ma il fatto è che non siete soli al mondo e ci sono entità astruse tipo banche e assicurazioni che con i market value delle loro obbligazioni devono tipo chiuderci i bilanci e calcolare gli indici di solidità finanziaria. Perciò il capriccio di Trump, traduzione libera del Trump tantrum, rischia di inzeppare più di quanto non lo sia già la caracollante finanza europea, già stressata dal problema più grave di tutti: la tirchieria.

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Sempre Bloomblerg nota che nemmeno i tassi negativi riescono a frenare l’ossessione europea di mettere i soldi da parte. La sindrome di Arpagone s’è abbattuta su di noi trasformandoci in collezionisti di euro dei quali non sappiamo che fare e che perciò prestiamo all’estero.

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Noi tirchi e Trump fa i capricci: secondo voi chi vince?

Una prima risposta mi arriva dall’Esm, il fondo europeo di stabilizzazione. Proprio oggi il direttore generale Regling ci ha regalato alcune perle di saggezza. La prima: una delle ragioni per le quali l’integrazione finanziaria si è ripresa così lentamente dopo la crisi è la bassa redditività della banche europee.

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Il blu è il ROI delle banche Usa, insomma quanto rendono, il giallo quello Ue. Sono un paio di percento in più per gli Usa, mica scherzi. E notate che siamo pure migliorati rispetto al 2012 quano il ROI europeo era negativo per il 2% e quello Usa positivo per l’8%.

Seconda perla: gli Usa hanno meno sofferenze ma adesso anche in Europa stanno diminuendo.

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Che è vero se guardate il giallo, ma di meno se osservate la striscia blu, che è bella piatta. Rimangono sul groppone delle banche europee oltre 800 miliardi di sofferenze lorde coperte si e no per la metà dalle garanzie. D’altronde si sa che i tirchi soffrono.

E sembra che soffriremo anche in futuro.

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La linea rossa che vedete lassù è la crescita Usa che va verso il 3%, quella azzurra la nostra di noi europei, che galleggia sopra l’1,5%. Sempre Bloomberg, che oggi ce l’ha con noi, dice che i capricci di Trump, oltre a terremotare l’obbligazionario, faranno barba e capelli anche all’euro, ormai lanciato verso la parità sul dollaro, e che il piano di infrastrutture che SuperTrump tirerà fuori dal cilindro farà il resto.

Che sarà di noi, mi domando mentre osservo tristemente il Giappone annunciare il suo millesimo piano di stimolo à la Trump

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E che sarà: sarà questo.

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E per noi italiani quest’altro:

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Vi do solo due numeri: il nostro Pil rimarrà sotto l’1% quest’anno e il prossimo. E poi la crescita delle importazioni è prevista superiore a quelle delle esportazioni, sempre quest’anno e il prossimo con un contributo negativo crescente dell’export netto sul pil. E chi ha orecchi intenda. Gli altri emigrino.

Il problema della tirchieria europea provoca anche effetti indiretti, tipo questo

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con le borse dei paesi con le mani bucati che perdono e recuperano, come il Giappone, o che crescono e basta, come l’Uk e gli Usa, mentre Germania e Francia, epigone della tirchieria europea, sono in pareggio, nei due semestri dell’anno, o addirittura in perdita. La tirchieria ha finito col trasformarci in riccastri riottosi che più stanno bene e più si lamentano. Quando leggo che in Olanda sta covando l’ennesima bomba anti Ue sottoforma di euroscettici o come si chiamano adesso gli indignati speciali, mi rendo conto che il problema dell’Ue non è l’Ue, ma chi ci abita. Siamo profondamente ammalati di tristezza.

E scopro anche la cura: liberarsi di Bruxelles per smettere di essere tirchi. Entrare nelle nuova tendenza. Essere alla moda. Almeno per chi ci crede.

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Chi legge il Cronicario già da giorni sa che il grosso della partita si giocherà ad aprile. E adesso dopo che Sarkozy è finito trombato dall’ennesimo sbracciatore

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Capirete che qualcuno inizia a preoccuparsi sul serio.

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Tocco ferro ed emigro sulle fasce del cronicario globale, dove trovo la notizia che il petrolio oggi rimbalza, notizia coccolatissima da Goldman Sachs tristemente nota per le sue previsioni errate sui prezzi del petrolio e per i suoi interessi di bottega sul prodotto e i suoi derivati (soprattutto questi), che oggi pronostica l’arrivo a 55 dollari nel 2017 mentre la ditta ha pensato bene di uscire dal business dello blockchain. Vuoi mettere le care vecchie materie prime?

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Tanto ottimismo è dovuto ai buoni auspici circa l’esito positivo del meeting di Vienna, quando l’Opec dovrebbe congelare la produzione, o almeno provarci. Ma questa fantasia dove fare i conti con un paio di dure realtà.  La prima è che l’Arabia Saudita, che comunque è il pezzo grosso dell’Opec, ha ancora un notevole spazio di riserve per continuare a bruciarne: ha giù speso 167 miliardi di dollari, – altro che tirchieria europea – ma gliene rimangono 552. Più del doppio del 2007 quando comunque viveva benissimo e il dollaro valeva assai meno di oggi.

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Inoltre secondo un grafico prodotto da Commerzbank le riserve saudite, con il petrolio a 45 dollari, potrebbero durare almeno altri sette anni.

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Ancora sette anni di vacche grasse e poi arriverebbero le vacche magre. Credete ancora che l’accordo di Vienna sia così scontato?

Scontato, di sicuro.

A domani.

 

Viene al pettine il nodo dell’ingresso della Cina nel WTO

Sono quasi passati quindici anni da quando la Cina ha fatto il suo ingresso nel WTO, l’Organizzazione mondiale del commercio, suggellando così la sua definitiva uscita dalla cortina di ferro e una straordinaria rivoluzione commerciale globale la cui narrazione è stata uno dei filoni portanti della globalizzazione recente.  “La sezione 15 del protocollo prevedeva che la Cina potesse essere tratta come una non market economy (NME) nei procedimenti anti dumping se le aziende cinesi non fossero state in grado di provare che operano in condizioni normali di mercato”, ricorda un documento del Parlamento europeo redatto alla fine del 2015. Questo stato di NME era previsto durasse proprio 15 anni al termine dei quali la Cina avrebbe potuto ottenere lo stato di economia di mercato.

Inutile dire che i cinesi se lo aspettano, anzi per loro si tratta di un fatto assolutamente automatico. Un’interpretazione che lo studio del Parlamento Ue ha definito “altamente controversa”. Nel frattempo tuttavia la status MES alla Cina è stato riconosciuto da alcuni paesi, come il Brasile, mentre altri, come l’Australia e il Sud Africa, ne hanno fatto la base per accordi bilaterali. Il succo è chiaro: tutti vogliono fare affari con la Cina come se fosse un paese con un’economia di mercato anche se sanno benissimo che è vero il contrario.

L’Ue si trova esattamente nella stessa posizione. La Cina è un partner importante, ma molti temono che riconoscerle lo status MES significherebbe far sparire i dazi sui prodotti cinesi e quindi mettere in crisi diversi settori industriali europei. Non a caso il Parlamento Ue ha votato alcuni mesi fa una risoluzione non vincolante per la Commissione Ue, che alla fine dovrà dire la sua, proprio per non concedere lo status MES alla Cina. Risoluzione alla quale hanno fatto seguito alcune dichiarazioni, rilasciate lo scorso 20 luglio da due commissari europei che hanno sottolineato come il problema non sia tanto la concessione dello status MES alla Cina, quanto la costruzione di un sistema di regole che consenta di difendere l’industria europea dal dumping cinese, anche nel caso che tale status venga concesso. Il che somiglia a un tentativo diplomatico per far contenti i cinesi e non spaventare gli europei.

Sono state scritte miliardi di parole su come l’ingresso nel WTO abbia consentito alla Cina di realizzare tassi di crescita stellari e insieme accumulare miliardi di riserve grazie agli attivi commerciali, mentre i paesi importatori dislocavano le loro produzioni in Cina per risparmiare sui costi di produzione e intanto interi sistemi produttivi non capaci di competere o di esternalizzare venivano sbriciolati dalla concorrenza cinese. La Cina ormai è diventato il bau bau del XXI secolo – l’acquirente di ogni cosa – così come lo era stato il Giappone negli anni ’80, prima che implodesse, e ancora oggi si guarda alla Cina come il naturale competitore degli americani, mostrando con ciò di aver sottovalutato quanto sia pervasivo il legame che lega l’uno all’altro i due presunti competitori. E in mezzo ci sta l’Europa, entità ectoplasmatica ma comunque reale. Paradossalmente sarà proprio l’Europa chiamata a scrivere una pagina assai importante della storia cinese.

In ballo non c’è una semplice questione semantica. Ci sono dazi sulle merci cinesi che cadrebbero, qualora la qualifica MES (market economy status) venisse riconosciuta alla Cina, e quindi profondi impatti sulle produzioni europee che molti immaginano persino peggiori rispetto a quelle osservate con l’ingresso nel WTO. Ci sono effetti politici internazionali non trascurabili, con gli Usa a scoraggiare l’Ue dal fare un passo così controverso, in ciò echeggiando i numerosi movimenti più o meno nazionalisti ostili. Ci sono effetti politici interni, con alcuni paesi europei favorevoli e altri contrari.

Lo stato di NME, infatti, ha un ruolo determinante quando si tratta di valutare i procedimenti antidumping, che la Cina ha collezionato in questi anni, visto che consente di utilizzare metodologie di analisi diverse rispetto a quella basata sulla semplice struttura dei costi interni per misurare i margini di dumping. Ciò nel presupposto che i costi interni siano tenuti artificialmente bassi grazie al sussidio pubblico (si pensi al caso dell’acciaio). Sicché in questi quindici anni molti prodotti cinesi, proprio in virtù dello status NME di quest’economia, sono stati considerati fonte di dumping e soggetti a dazi. Una situazione che non ha mancato di alimentare le discussioni fra la Cina e l’Ue, essendo peraltro la Cina il secondo maggior partner commerciale dell’Unione dopo gli Usa.

Rimane il fatto che i nodi conseguenti alla decisione del 2001 di ammettere la Cina nel WTO sono infine venuti al pettine. E questo accade nel periodo di minor consenso possibile nei confronti della globalizzazione. L’appuntamento dell’Ue, in tal senso, è molto più di una semplice decisione tecnica. E’ l’ennesimo pretesto per capire se la nuova globalizzazione finirà da dove era cominciata quindici anni fa.

In fondo sarebbe perfettamente logico.

Cronicario: La disoccupazione (t)ec(n)ologica al tempo dei Draghi

No, davvero, che fortuna mi dico mentre sfoglio il cronicario globale: noi europei viviamo nella terra dei Draghi e delle auto elettriche: il mito remoto e il futuro mitologico. L’avete letto, no, l’ultimo outlook dell’IEA?

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Già mi ci vedo, nel 2040, mezzo rincoglionito dentro una macchinetta elettrica. Epperò se questo è il futuro capisco bene perché gli europei, e in particolare i tedeschi, ormai decisamente americanizzati, si siano portati avanti licenziando un trentamila persone alla Volkswagen.

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Questi qui hanno fatto scrivere sui giornali di mezzo mondo che così potranno favorire la riconversione industriale verso le auto elettriche che camminano da sole, la qualcosa segna un’evoluzione notevole nella teoria economica. La disoccupazione tecnologica che Keynes paventava nel 1930 nelle sue Prospettive economiche per i nostri nipoti diventa la disoccupazione ecologica che piace alla gente che piace e che ricicla. Geniale. Vedete perché l’Europa è il futuro?

Ma siamo anche la terra dei Draghi, appunto, il migliore dei quali – e lo dico per puro amore di bottega, visto che è italiano come noi – ha parlato poco fa a Francoforte levandosi un paio di sassolini dalla scarpa da mille euro.

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Il tema è sempre lo stesso: la ripresa d’Europa che aspettiamo come quell’altro mito di Godot, dovendoci accontentare di una ripresina senza sapore, ‘na cosetta da zerotre e di prezzi mezzi morti. Ora è vero pure che l’inflazione sta risalendo – siamo allo zerocinque – ma siamo ancora lontani da quei prezzi crescenti che dovrebbero anche curarci dai debiti. E poi c’è Trump, che promette sfracelli fiscali. Che dovremmo fare noi europei? Niente: reflazionare.

Via il primo sassolino: in Europa la politica monetaria reflazionaria sarà al centro dello scenario anche nei prossimi anni, anche perché immagino l’arma della politica fiscale è alquanto spuntata. Secondo sassolino: sulla regolazione bancaria non si dovrebbe tornare indietro su quanto deciso. Ripenso subito al nyet della Yellen a Trump di ieri, ossia il canto del cigno della banchiera che ancora non si rassegna al fatto che ora comanda un politico.

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Problema che i Draghi europei non conoscono né conosceranno mai, visto che di politici europei che comandano i banchieri non se ne vede uno. O meglio qualcuno ne intravede con terrore il prototipo

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Ma sicuramente il combinato disposto Draghi&autoelettrica si rivelerà un rimedio implacabile contro la deriva plebiscitaria. Perché meglio che lo sappiate: mister T e i suoi epigoni troveranno nell’Europa di Supermario la più fiera e risoluta resistenza. Due visioni del mondo si confrontano, quella dei Draghi che guidano il mondo dall’alto dei cieli sputando fuoco e fiamme, e quella dei maghi, che promettono miracoli a terra agitando il bastone e la carota. La padella o la brace? Scegliete voi.

Letteralmente: secondo il WSJ noi siamo i prossimi a dover decidere dove far pendere il pendolo della storia.

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Ma chi ci è rimasto davvero male a sentire le notizie dalla Germania sono stati i petrolieri. Stanno facendo i salti mortali all’Opec per accordarsi fra di loro in vista del vertice di Vienna e poi per accordarsi con i Russi, in uno sforzo negoziatorio che ricorda quelli di casa nostra. Scopo del gioco congelare la produzione per sostenere le quotazioni. E cosa mi succede? Mi sale il dollaro. Una cattiveria, visto che tutti sanno che quando il dollaro sale il petrolio scende. Figuratevi quanto sarà facile tagliare la produzioni in queste condizioni. Qualcuno ha fatto fuoco e fiamme.

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L’Iran, in particolare, a cui l’Opec ha chiesto di mettere un limite alla sua produzione. chissà perché

Fonte: IEA

Fonte: IEA

Insomma: questi già hanno problemi. Adesso pure le auto elettriche? Capirete che gira un certo malumore a Oriente, che parte dal Medio e arriva quasi all’Estremo. Si salva giusto il Giappone, ma solo perché Abe e Trump si sono piaciuti subito.

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E la Cina? Poverina. Laggiù sono sempre più preoccupati per i deflussi di capitali che l’ammosciamento dello yuan, già moscio di suo, sembra espellere fuori dal paese. Se volete sapere di chi siano quei capitali, leggetevi questo speech, oppure fidatevi di me: in gran parte sono europei. E poi ovviamente americani. E cosa hanno in comune questi fondi? Che sono denominati in dollari. Per stendere la Cina non serve abbassare l’elmetto: basta alzare il dollaro.

Ma così si rischia di finire sul serio, quando al massimo il vostro Cronicario è semiserio. Siamo qui per darvi notizie e tendenze dell’economia, e quella emersa oggi – la disoccupazione ecologica in Europa- mi sembra spieghi bene quale sia davvero il nostro spirito e cosa si proponga di realizzare

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Non saprei dirlo con parole migliori, pure se Proust le ha pronunciate un centennio fa. Noi abitanti dell’Europa non siamo interessati alla felicità: quella è un’americanata. A noi interessa il dolore per sviluppare il potere della mente. E viaggiare in auto senza inquinare.

Buon week end.

L’economia dell’immaginario: Il ritorno di panem et circenses

Chi occupa il nostro tempo è il signore della nostra vita. Se lavorassimo ventiquattr’ore al giorno – e ci siamo andati vicini nel XIX secolo – non saremmo null’altro che lavoratori, essendo il tempo la nostra unica proprietà. Oggi nessuno si sogna più di farci lavorare tutto il giorno, al contrario: il tempo del lavoro si riduce da un secolo a questa parte, mentre si espande a livelli inusitati il cosiddetto tempo libero. Ne nasce una curiosa contraddizione: mentre resiste il mito della produzione, si espande il desiderio di masse sempre più grandi di perdersi nella nullafacenza imbambolata dell’intrattenimento, per la semplice ragione che questo tempo libero non sanno come occuparlo.

Così, l’economia della produzione materiale, di cui è rimasto solo il mito, viene via via surclassata da un’altra economia, che con la prima condivide il metodo e l’afflato totalitaristico, in quanto si propone di occupare tutto il nostro tempo: l’economia dell’immaginario.

Questa economia ha radici profonde e robuste che affondano in desideri ancestrali del nostro essere uomini e che ha prodotto diversi esempi nella storia – si pensi al panem et circenses romano – in qualche modo incoraggiati dai vari dispotismi. Un uomo sazio e imbambolato è il sogno di ogni governante. Da questo punto di vista le varie idee di reddito garantito, prive di una qualunque forma di corrispettivo, sono il secondo piede sul quale si poggia lo sgabello dell’economia immaginaria. A pancia vuota non si potrebbe godere del circo, ossia il sostegno del nostro sgabello.

Oggi avere la pancia piena non significa semplicemente avere il pane, come ai tempi dei romani, ma significa avere una connessione internet, accesso ai contenuti e svariati device. Ed è in queste costituenti, che connotano la specificità dell’economia dell’immaginario contemporanea, che si individuano le linee guida del nuovo potere che si sta contendendo il bottino: ossia il nostro tempo.

Penserete che divago. E invece queste riflessioni sono il frutto della lettura di un rapporto assai concreto che reputo la più aggiornata esemplificazione tecnica dell’attuale economia dell’immaginario. Il documento, rilasciato dal Dipartimento del commercio Usa, è specificamente riferito al settore Media&Entertainment e contiene alcune indicazioni dedicate agli esportatori Usa. Non a caso: se il pane dovranno in qualche modo provvederlo gli stati, ognuno con i mezzi che può, il Circo è un meraviglioso tendone a stelle e strisce.

L’industria culturale americana, chiamiamola con questo delizioso termine retrò, è semplicemente la più potente al mondo. E nel mondo di internet, probabilmente ancor di più. Chiunque lamenti la supremazia militare degli Usa, o quella monetaria del dollaro americano, trascura di osservare il peso specifico dell’industria culturale Usa, intendendo con ciò la produzione di film, musica, libri e tutto ci che oggi si può veicolare attraverso una rete, senza considerare la rete stessa, i cavi, le piattaforme software che la compongono, i vari sistemi di sharing, eccetera.

Solo episodiche notizie clamorose, come quella di qualche settimana fa, già digerita pur nella sua enormità – ossia l’acquisizione da parte di AT&T della TimeWarner – ci ricordano quale sia l’oggetto del desiderio dei moderni aspiranti monopolisti. Ed è sempre lo stesso: il nostro tempo. Vogliono tutto il nostro tempo. Che significa in pratica monopolizzare (a pagamento) il nostro immaginario.

Dedicheremo altri approfondimenti a questa economia dell’immaginario. Intanto vi basti questo grafico che misura il tempo mensile che varie coorti demografiche statunitensi dedicano all’intrattenimento. Guardatelo bene e poi fatevi due conti. Io ne ho fatto uno. I Millenials, ossia la generazione meno fortunata fra quelle esaminate, passano in media 360 ore al mese intrattenendosi con vari device. Quindi dodici ore al giorno. Le loro ore di veglia sono assediate dal continuo rumore di fondo del Circo.

Interessante osservare che quelli più vecchi di loro – i baby boomers – arrivano a 400 ore mensili, la metà delle quali però dedicate alla tv, che per i Millenials vale circa la metà. In compenso questi ultimi giocano il triplo ai videogiochi, passano il 50% di ore in più sulle app dei loro smartphone e tre volte il tempo dei più anziani a guardare video sul telefono. In sostanza, sono attivi produttori di contenuti, a differenza dei loro nonni. L’economia dell’immaginario in pratica si alimenta con i contenuti gratuiti diffusi dall’onanismo tecnologico dei suoi fruitori. Come se, nel XIX secolo, l’operaio avesse dovuto procurarsi il telaio e il filo da tessere, oltre a stare venti ore in fabbrica a produrre panno.

Alle venti ore di intrattenimento ci arriveremo. Intanto compratevi i telai e il filo.

Buon divertimento.

(1/segue)

Puntata successiva

Cronicario: L’export italico emigra in Cina, il liberalismo in Germania

Vabbé il mondo si è capovolto, e ci sta pure in un anno bisestile dove è successa qualunque cosa compresi svariati terremoti. Ma leggere sull’ultima release Istat che le esportazioni italiche verso la Cina a settembre sono aumentate del 23% mi fa venire l’acquolina in bocca e gli occhi a mandorla, convincendomi che la nostra metamorfosi in copie dei cinesi, lungamente auspicata nell’ultimo ventennio, finalmente si è compiuta. Siamo noi i Grandi Esportatori, altro che i tedeschi, e tantomeno gli originali – i cinesi appunto – che ormai crescono solo perché hanno ottimi statistici in servizio permanente effettivo.

Invece noi: altroché. La quota delle nostre esportazioni extra Ue sul totale delle europee è passata dall’11 all’11,1%. Vinceremo. E giù altre cifre: export verso il Giappone: +18,2%. Export verso Usa (scusa Mister T.): +11,1%.

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La nostra sfortuna è che ancora girano quei tirchi dell’Ue, quelli dello Zerotre e dello Zerocinque, che spendono poco, e infatti il nostro export verso l’Ue è diminuito del 3,3%. E siccome il grosso di questo export lo facciamo in casa – per modo di dire – va a finire che la tirchieria dell’Ue ci ha guastato il trimestre, che si è chiuso con un export congiunturale in calo dell’1,6% e dell’import del 4,5. Già, importiamo pure, e per fortuna ancora l’energia è cheap, almeno finché i rialzi del dollaro non ce la faranno pagare cara. Ma a quanto pare nessuno sente il bisogno di avvisarci che il superdollaro può farci maluccio, specie se associato a una politica protezionista di marca Usa.

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Ma la conferma che il mondo si è capovolto, mi arriva dall’ennesimo spiffero che soffia nel cronicario globale dopo la gloriosa vittoria di Mister T: la Germania come ultimo ostello del liberalismo, il faro di libertà dell’Occidente e robe così. E mica lo dicono solo quelli del Foreign Affairs. Lo dicono un sacco di persone, che evidentemente coltivano il gusto sadico della nemesi e non hanno mai letto i libri di Sombart dei primi anni ’30.

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Insomma: gli italiani sono diventati cinesi e i tedeschi americani. Dal che deduco che i cinesi sono diventati italiani e gli americani tedeschi.

Cerco le prove nel cronicario e ne trovo a bizzeffe. Ve ne dico solo alcune. I cinesi sono sempre più pazzi per l’automobile, come eravamo noi ai tempi della 500. Figuratevi che il consumo nazionale di acciaio rimane in piedi solo grazie al fatto che l’industria automobilistica è in grande spolvero. Quanto agli Usa, beh, facile: a parte la prevalenza del biondo rame

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il dollaro sta diventando una moneta rifugio come il vecchio marco.

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Ne volete ancora? Trump in piena hybris germanica, si è messo a fare asse col Giappone, il premier Abe è il primo dei suoi incontri seri dopo le elezioni, e si telefona col bisnipote politico di Molotov, Putin. L’afrore di anni Trenta percola da ogni dove, convincendomi sempre più che il mondo è cambiato sul serio in questo scorcio di 2016. Persino certezze indubitabili, come l’aggancio della moneta dell’Arabia Saudita al dollaro, ormai vengono messe in discussione dai pezzi grossi del deserto. Gli arabi minacciano pure di uscire da Twitter e Citigroup, Non so se mi spiego. Oppure il QE della Bce: uno pensava che fossi qui per sempre, e invece no: perde pezzi grossi. La Bce potrebbe toglierci il paracadute monetario molto presto, questo è il succo del discorso. Ma non c’era l’inflazione bassa?

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Un altro zerocinque globale dice Eurostat. Ancora poco, ma ci stanno lavorando. Intanto arriva la notizia che è stato raggiunto l’accordo sul bilancio dell’Ue per il 2017 dopo 18 giorni di negoziazioni fra il Consiglio e il Parlamento europeo. Ora lo approveranno, alla faccia di chi aveva minacciato veti e quant’altro. E in attesa che il potente piano di stimolo suggerito ieri dalla Commissione Ue sortisca i suoi effetti, beccatevi questa perla

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che fa il verso a quest’altra

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Vedere candidati così sbracciati e abbraccianti mi apre il cuore. Ma quanto si vogliono bene i francesi? E soprattutto quanto ci vogliono bene? Se ancora avete dubbi che il futuro dell’Europa – e quindi il nostro – si decida il prossimo aprile 2017, quando voteranno i Galli, beh allora cambiate canale: non vi meritate Cronicario.

Rimane il fatto che chiunque vinca, in Francia, sarà un insuccesso. Sarkozy che suggerisce un secondo referendum ai britannici una volta che l’Ue avrà completato le sue riforme dimostra un senso della realtà non meno problematico della sua potenziale sfidante. Di sicuro nell’UK non vedono l’ora.

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Tutto questo mentre un fantasma si aggira per l’Europa, a portar sfiga

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Siamo davvero a un punto di svolta e ci aspettano tempi duri. Mi consola appena il pensiero che non dureranno. Ancora un millennio. Poi il mondo finirà. Alé.

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A domani.

L’Italia affossa la fragile ripresa del mattone europeo

Uscito a pezzi dalla crisi del 2008, il mattone europeo tenta disperatamente di ritrovare la strada della rilancio, riuscendo in parte ma senza con ciò superare la notevole frammentazione dei mercati dei singoli stati. Ancora in questo scorcio di 2016, mentre la ripresa sembra avviata, pure se ancora nella fase precoce, rimangono incertezze di fondo che si riflettono negli andamenti divergenti dei prezzi all’interno dell’eurozona.

L’analisi della Bce, contenuta nell’ultimo bollettino, dice infatti cose molto diverse a seconda se si osservi l’indice aggregato dei prezzi o quello riferito alle singole economie. Il primo, nel secondo trimestre del 2016, è risultato in crescita del 3%, in aumento dal 2,7 del primo trimestre e dal 2,2 del quarto trimestre 2015. Questo trend crescente lascia ipotizzare  che stia proseguendo la ripresa iniziata col 2014 dopo il minimo registrato l’anno precedente. La curva dei prezzi aggregata si può osservare qui.

La prima evidenza è che i tassi di crescita dei prezzi nominali sono ancora ben lontani dal periodo pre crisi, al contrario di quanto accade se si considerano i prezzi reali calcolati col deflatore dei Pil. In sostanza, l’inflazione fredda ha sostenuto le quotazioni reali. Addirittura “la crescita annuale dei prezzi reali delle abitazioni è stata di fatto superiore alle medie di lungo periodo”. La seconda è che i prezzi nominali sono ancora sotto il picco del 2006. Insomma, la ripresa è avviata ma non è particolarmente scoppiettante.

Quanto alla frammentazione, “l’andamento dei prezzi degli immobili residenziali nell’area dell’euro è ancora eterogeneo tra i diversi paesi – sottolinea la Bce – ma le differenze si stanno riducendo”. E tuttavia “la risalita dei prezzi delle abitazioni
ha avuto luogo a tassi di crescita diversi a seconda del paese”. In particolare, i paesi che dal 2014 hanno registrato tassi più alti di crescita degli immobili sono la Germania, l’Estonia, l’Irlanda, il Lussemburgo, l’Austria e il Portogallo. Al contrario la crescita dei prezzi è rimasta negativa per Grecia, Cipro e Italia, anche dopo il 2014. La situazione generale è illustrata da questo grafico.

Come si può osservare, gran parte della ripresa dei prezzi è dipesa dai paesi dove le quotazioni erano crollate, con l’eccezione della Germania, che con il suo peso specifico fa sicuramente la differenza. La Francia, al contrario, espone una curva pressoché piatta, la Spagna sta recuperando, mentre l’Italia non ci riesce. La situazione replica sostanzialmente quella che abbiamo visto a proposito degli investimenti delle imprese. Ancora una volta, la situazione del mercato italiano è quella che intona la ripresa dell’immobiliare europeo. Il che è logico, considerando il pezo specifico dell’economia italiana su quella dell’EZ.

“L’attuale ripresa dura da poco più di due anni ed è pertanto ancora in una fase
piuttosto precoce – sottolinea la Bce – . La durata media delle principali fasi di ripresa dei dati storici è di circa nove anni”. Quindi è ancora presto per capire se l’eurozona è avviata su un pattern sostenibile di crescita dei prezzi oppure no. Anche perché “la prospettiva aggregata non esclude valutazioni eccessive e corrispondenti vulnerabilità a livello di singoli paesi o regioni, specie laddove le dinamiche dei prezzi delle abitazioni sono associate a un’elevata crescita dei mutui e un’alta leva finanziaria. Nell’attuale contesto di bassi rendimenti e di connessa ricerca di rendimento, tali vulnerabilità vanno attentamente monitorate”.

Mentre che la Bce monitora, noi affidiamoci ai vecchi metodi: gli scongiuri.

Cronicario: L’EZ spende e (e)spande con lo zerocinque

Ieri era lo zerotre, oggi il numero dell’allegria europea è lo zerocinque, che su un pil eurozonesco che vale più o meno 11 mila miliardi significa un cinquantino abbondante di miliardi. A tanto dovrebbe ammontare la manovra espansiva che la Commissione europea, in un impeto dissipatore ha suggerito durante le sue ultime comunicazioni sul prossimo semestre europeo. Una rivoluzione: mai successo prima. Siccome non si può parlare di politica comune di bilancio, per la semplice ragione che un Tesoro comune non c’è, ecco la perifrasi, il giro di parole in corsivo, la supercazzola. Si parla di fiscal stance. Imperdibile.

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La fine d’anno, si sa spinge all’ottimismo, qualcuno pensa persino che questa fiscal stance verrà presa sul serio e che qualcuno leggerà le raccomandazioni generosamente elargite oggi per il primo semestre 2017.

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Il sospetto è che ormai la mania delle politiche espansive sia irrefrenabile. Preparatevi, pioveranno soldi. Poi però non lamentatevi che sono soldi vostri. Mi piace sperare che i 50 e rotti miliardi teorici, sommati agli ancor più teorici 300 miliardi del piano Juncker risolveranno finalmente l’annosa questione della povertà nell’Ue, dove un bambino su quattro è a rischio esclusione.

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Ma devo accontentarmi delle opinioni della Commissione sui budget fiscali dei paesi membri. Quella sull’Italia la trovate qui. Leggerla male non fa, rischiate solo un attacco di sbadigli. Il succo è presto detto: l’Italia fa come le pare. La Commissione si costerna, si indigna e s’impegna e poi getta la spugna con gran dignità, (cit.) e rimanda tutto alla primavera prossima. Sono anni che leggo queste lettere e sono sempre uguali: ognuno può trovarci quello che gli fa più comodo.

Se siete amanti delle visioni d’insieme poco impegnative, la situazione alla vigilia del prossimo semestre è questa

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La casella in alto a sinistra è quella dei paesi con procedura di deficit eccessivo. E il problema non è tanto che ci siano Spagna, Portogallo e Croazia, che contano quanto il due di coppe con la giocata a oro. Il problema sono i bleu: i francesi. Sono in deficit eccessivo e devono pure andare a votare ad aprile, in pieno semestre ’17. Sai che fortuna. Già si sentono i soliti fenomeni dei sondaggi dire le consuete bestialità.

Ti credo che ride la signora Le Pen.

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Stanco dell’europa con i suoi zerovirgola, decido di dedicarmi ai numeri veri, e il primo che trovo è questo:

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Il dollaro, dice Markit, è al suo miglior livello dal 2003. E allora fareste bene a leggere un pregevole discorso di uno dei cervelloni della Bis, che già ieri il Cronicario vi ha segnalato, che associa problemi di vario genere al rialzarsi del dollaro. Un giorno o l’altro ve li racconto, ma se avete voglia di scervellarvi, lo speech lo trovate qui.

Ricambio continente.  A metà fra i dollarosi e gli eurovinati, incerto sulla loro autentica collocazione geografica, trovo i neofiti di brexit, i poundotati, che oggi hanno postato un trimestre con disoccupazione ancora in calo

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Rischieranno pure la pelle, dopo brexit. Intanto però godono: gli occupati sono cresciuti di 49 mila unità nel terzo trimestre e i disoccupati sono diminuiti di 37 mila.

Così è la vita, mi dico vagamente depresso, mentre leggo che da noi gli occupati a tempo determinato sono diminuiti di altri 3.700 unità mentre l’altr’anno erano aumentati di 53mila.

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Che si fa si emigra?

Mentre preparo la valigia l’occhio mi cade su un’altra notizia

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Non è tanto il fatto che i leader finanziari vedano in grande maggioranza il mercato delle commodity in rialzo – c’ero arrivato pure da solo – ma la circostanza che ci sia stato un evento che si chiama Global financial leadership conference che non si segnala tanto per la qualità, sicuramente eccelsa, dei relatori, ma per il fatto che è organizzato da una delle borse più ricche del mondo – casualmente molto impegnata nelle commodity – e che si conclude con una matinée dedicata al golf. D’altronde, dopo aver passato due giorni interi a parlare di numeri, che c’è di meglio che sgranchirsi le mazze?

Mi viene subito voglia di socializzare la mia invidia sociale sui soliti mezzi

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ma poi mi ricordo che pure i soliti mezzi fanno parte del Circo globale che ci fa lavorare tutti gratis, me compreso che scrivo queste finezze.

Capisco che non c’è speranza e in quel preciso momento scopro che Nintendo sta per rilasciare la prima release di Supermario Bros per IPhone. L’ansia si placa dopata dalla futilità. M’incanto davanti allo smartphone e mi tranquillizzo.

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Bit siamo e bit ritorneremo.

A domani.

Il lato oscuro delle espansioni fiscali: il caso cinese

Oggi che tornano di moda, coccolate dai potenti e invocate dalle voci roche di popolazioni arrabbiate, le espansioni fiscali vengono definitivamente liberate dall’onere di provare che risolvano assai più problemi di quanti ne provochino. Si evoca il public spending, con imperiale noncuranza circa l’eventuale deficit, facendo credere, e magari credendoci sul serio, che allargando i cordoni tutto andrà bene, come nei peggiori film americani. L’austerità fa male, quindi spendi e guarisci. Eccola qua la politica economica della seconda metà del primo decennio del XXI secolo. Qualcuno obietterà che somiglia a quella di molti decenni trascorsi e che ci ha condotto al nostro tormentato presente, ma è notorio che la memoria breve faciliti certi entusiasmi.

Chi non si accontenti di tifare questo o quello, e magari mantenga spirito critico e curiosità, potrebbe perciò essere interessato alla lettura di un paper uscito qualche settimana addietro per il NBER, (“The long shadow of a fiscal expansion“) che ha il pregio di osservare gli effetti dell’imponente manovra di politica fiscale messa in campo dal governo cinese dopo la crisi del 2008. Ovviamente sarebbe errato dedurne che ciò che è valso per la Cina varrà anche per altre economie. E tuttavia sarebbe altrettanto inopportuno sottovalutare una semplice circostanza, che il caso cinese conferma ancora una volta: quando si manovra l’economia con la politica monetaria o quella fiscale, le conseguenze non intenzionali sono assai più pervasive e impreviste di quanto chiunque fosse in grado di anticipare. E sovente dannose.

Cominciamo dai numeri. Fra il 2009 e il 2010 la Cina mise in campo quattro trilioni di yuan di stimolo fiscale, equivalente al 12% del Pil. Per capirci, sarebbe come se il governo italiano mettesse in campo spesa aggiuntiva per 180 miliardi di euro in un biennio. Lo stimolo fiscale cinese fu finanziato tramite l’attivazione di veicoli di finanza locale, quindi fuori dal bilancio dello stato, che presero in prestito e spesero seguendo le indicazioni dei governi locali.

Il problema è che questi veicoli non smisero di spendere alla fine del 2010, quando l’attività doveva formalmente interrompersi. “Dopo la fine del programma di stimolo, la spesa da questi veicoli fu di circa il 10% del Pil ogni anno. Una quota crescente di questa spesa riguardava progetti commerciali essenzialmente privati”. E questo ci dice le prime due cose da ricordare: intanto che non è facile fermare una macchina che divora soldi una volta che sia stata attivata (e questo noi italiani dovremmo saperlo bene) e poi che a un certo momento se ne perde semplicemente il controllo.

Se guardiamo ai risultati, il paper ci dice che “la spesa fuori bilancio dei governi locali è probabilmente responsabile dell’aumento del 5% nel tasso aggregato di investimento e del declino del 7-8% del surplus del conto corrente della bilancia dei pagamenti registratosi dal 2008”. Non esistono pasti gratis. Neanche in Cina.

Infine lo studio sostiene che “i governi locali hanno usato il loro accesso a risorse finanziarie per facilitare l’accesso al capitale a imprese private favorite. Ciò ha potenzialmente peggiorato l’efficienza generale dell’allocazione del capitale”. Con la conseguenza che “gli effetti di lungo periodo di queste spese fuori bilancio dei governi locali può essere un declino permanente nel tasso aggregato della produttività e del Pil”. L’esito giapponese del miracolo cinese, appunto.

Paul Krugman, commentando la scelta cinese di un maxi piano di stimolo fiscale scrisse nel 2010 che la Cina si era impegnata “in uno stimolo molto più aggressivo di quanto abbia fatto ogni nazione occidentale e (questo stimolo, ndr) ha funzionato bene”. Capisco che i premi nobel siano esentati dall’onere della prova, tantomeno a posteriori. Questo non vuol dire che dicano cose sensate.

 

Cronicario: Sorpasso italico a bordo dello Zerotré

Lo zerotre, mica bruscolini. Giusto ieri il Cronicario auspicava una buona notizia per l’Europa ed eccola qua: ci ha pensato Eurostat. Nell’eurozona il Pil, nel terzo trimestre 2016, è cresciuto dello 0,3%.

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Quello dell’Ue a 28 dello 0,4%, ma vabbé: non stiamo a questionare. Quel che conta rilevare è che lo Zerotré diventa un mezzo ospitale dentro al quale finisce pure il nostro paese. E sullo Zerotré amaranto si sta un incanto, per parafrasare il vecchio Paolo Conte, tanto più quando viene fuori che l’agile vascello che condividiamo con la Repubblica Ceca, si lascia alle spalle la Germania e la Francia, entrambe bloccate allo 0,2%.

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La Germania batte le aspettative, ma al ribasso, per colpa di un export che rallenta e pesa sulla crescita, che è tutta dovuta alla domanda interna, proprio come da noi. Ma chi volete che stia a squadernare questi approfondimenti. Il cronicario nazionale è tutto un cliccare sul pil migliore delle aspettative in Italia e peggiore in Germania. Manco si vincesse qualcosa. O forse sì: il sorpasso italico darà maggior fiato alle trombe dei Turchetti nazionali, che si ripeteranno Allegria, Allegria, Allegria prima di condurci al nostro personale armageddon dicembrino, quando il vento della Brexit spirerà dalle nostre parti di ritorno dagli Usa e in attesa di arrivare in Germania e Francia l’anno elettorale prossimo. Puro avanspettacolo.

Sicché, non essendoci votato, m’inerpico sui sentieri più ripidi del cronicario globale per scovare qualcosa che valga l’inchiostro e il nostro tempo. E trovo questa:

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Che vuol dire? Semplice: il dollaro si sta rafforzando grazie al SuperTrump (oggi però ha rifiatato) e un paper recente della Bis, che di mestiere studia la stabilità finanziaria fra le altre cose, mostra che un dollaro più forte è associato a maggiori tensioni sui mercati finanziari e a una minore attività di prestito da parte delle banche. Insomma: nessun pasto è gratis, neanche quelli che promette Mister T.

A proposito, il FT ci fa sapere che Mister T è stato telefonato dal compagno Putin che pare voglia instaurare una corrispondenza d’amorosi sensi col collega yankee. Ce li vedete voi come coppia di fatto?

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Io no. Secondo me l’unica cosa che li unisce è l’antipatia verso i cinesi e i fighetti europei come Juncker che dopo aver dato del dilettante a Trump oggi ha sottolineato che la sua campagna elettorale è stata disgustosa. Vedremo come finirà.

Intanto però la Russia, come aveva anticipato qualcuno che sa di non sapere, sta assai meno peggio di quanto previsto. Di sicuro non andrà da Trump col cappello in mano. Magari col colbacco, va.

Di nuovo c’è che il petrolio ha strappato un bel rialzo dopo che l’Opec ha fatto trapelare che sta lavorando a un accordo in vista del vertice del 30 novembre

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Personalmente ho qualche dubbio. Ma ne riparleremo a dicembre.

Poi mi ricordo che in fondo è la nostra giornata – quella dello Zerotré – sicché mi sembra giusto continuare a parlare di quanto siamo belli e bravi noi europei. E così dedico mezz’ora a leggere quest’analisi che confronta lo stile di vita di americani ed europei il cui succo è questo grafico:

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In pratica negli Usa quasi il 70% delle persone impiegate lavora 40 o più ore a settimana, dato in crescita dal 2009, nell’Ue solo il 56%, dato in calo dal 2009. Certo dipende da una serie di cose, a cominciare dai tassi di disoccupazione, ma la morale, mi pare, è che loro si meritano Trump, così come noi ci meritiamo Juncker. Piccola appendice. La percentuale più alta di gente che lavora oltre 40 ore a settimana ce l’ha la Corea del Sud, con l’80%, la più bassa la Danimarca, con poco più del 10%.

Gira e rigira, sempre al problema del lavoro si ritorna. Mister T ha promesso milioni di posti di lavoro, come fanno tutti i politici, e allora può essere utile ricordare, in un’epoca in cui tutti auspicano flessibilità e riforme dei mercati del lavoro, che l’ILO, International Labour organization, ha lanciato poche ore fa un report che spiega molto bene come sia la situazione per i “fortunati” che hanno forme contrattuali flessibili:

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Il 90% di chi è precario vorrebbe un lavoro vero, altroché. Ma questa evidenza la narrazione sulla bellezza del part time difficilmente la palesa. Tutti a parlare della bellezza del tempo libero. Salvo dimenticare che costa caro.

A domani.

Un diluvio di petrolio sul vertice Opec di Vienna

Qualche giorno fa l’Iea, l’Agenzia internazionale dell’energia, ha rilasciato il suo outlook recente sulla situazione del mercato petrolifero che potrebbe sintetizzarsi così: non solo 2016, ma anche il 2017 si caratterizzerà per un eccedenza di offerta, prevista in crescita, sulla domanda, prevista in calo. Col risultato che l’industria dovrà vedersela con quotazioni ballerine ma tendenti al basso, con tutto quello che ciò provoca a livello globale, sia per i paesi esportatori (vedi equilibrio fiscale e commerciale) che importatori (inflazione depressa).

All’inizio dell’autunno alcune speranze di erano accese fra gli osservatori di cose petrolifere quando si era intravista la possibilità che la Russia e l’Arabia Saudita trovassero un accordo per arrivare a un congelamento della produzione. E l’attenzione si è concentrata sul meeting Opec del prossimo 30 novembre a Vienna, che molti individuavano come il momento in cui i paesi del cartello sarebbero arrivati alla definizione di una politica di tagli o almeno di freno della produzione.

Senonché i fatti recenti hanno raffreddato parecchio l’entusiasmo. All’ultimo vertice Opec di Algeri di fine settembre si era detto che si sarebbe trovato il modo di settare la produzione Opec fra il 32,5 e i 33 milioni di barili al giorno, con l’intenzione di coinvolgere anche i produttori non Opec nel contenimento della produzione. Senonché, ha notato l’Iea, il mese di ottobre si è segnalato per un notevole incremento della produzione Opec, arrivata a 33,8 milioni di barili. La qualcosa non è certo un buon viatico per il vertice del 30 novembre di Vienna. Un diluvio di petrolio non sembra il miglior modo per inaugurare un meeting di contenimento della produzione.

Peraltro non sembra che la Russia, che pure non aderisce all’Opec, abbia fatto diversamente. Al contrario, la produzione è aumentata di 230 mila barili al giorno nel 2016 e si prevede che crescerà di altri 200 mila l’anno prossimo per arrivare al livello record di 11,1 milioni di barili. La produzione è prevista in crescita anche in Brasile, Canada, Kazakistan, per un totale di 500 mila barili al giorno l’anno prossimo a fronte del calo di 900 mila quest’anno. “Ciò significa – sottolinea l’Iea – che il 2017 potrebbe essere un altro anno di incessante crescita dell’offerta globale similmente a quanto osservato nel 2016”.

Dal lato della domanda il quadro è stabile, con una crescita di domanda per 1,2 milioni di barili al giorno per il 2016 e il 2017. Ma se i tagli non verranno effettuati, si rischia di confermare anche per l’anno prossimo l’eccedenza di offerta “con la conseguenza che si verifichi un altro calo dei prezzi”.

Il problema è che se tutti i produttori sono d’accordo su un livello di produzione che garantisca un prezzo stabile, nessuno sembra intenzionato a fare il primo passo per dare il buon esempio. La situazione si è particolarmente complicata dopo la fine dell’embargo nei confronti dell’Iran, che ha riportato il paese nel circuito della produzione petrolifera, con gli effetti che si possono osservare in questo grafico. Come si osserva il grosso degli aumento di produzione si deve a Iran, Iraq e Arabia Saudita, e questa circostanza apre una difficile partita geopolitica, specie dopo il cambio di guardia nell’amministrazione Usa, circa il futuro del cartello. Fra i due litiganti che dovrebbe trovare un accordo, ossia i paesi Oec e non Opec, si è inserito da un pezzo il gigante Usa, con il suo settore shale e adesso con il suo jolly Trump.

In queste condizioni il vertice di Vienna servirà a poco. Giusto agli auguri di felice anno nuovo.