Cronicario: L’arma segreta dei Corpi speciali Ue: il giovane disoccupato

Proverbio del 7 dicembre Da una piccola scintilla, un grande fuoco

Numero del giorno: 485.000.000 Multa dell’antitrust Ue a un cartello di banche

E pure oggi applauso. La Commissione Ue si conferma l’esperimento più riuscito di situazionismo politico della storia umana. E non tanto perché almanacca da un pulpito gassoso in una ventina di lingue, ma per quello che dice. Siete a corto di idee? Fatevi un giro sui canali social delle Commissione. Il Cronicario lo fa sempre, e state pur certi che ci scappa sempre un titolo. Pure oggi: ho impugnato il cliccatore e via, vado a Bruxelles. E che ci trovo: I Corpi speciali

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L’evento viene lanciato in pompa magna nella tarda mattinata. Non faccio in tempo a innamorarmi della maglietta che mi arrivano le istruzioni: European solidarity in action: the #EUSolidarityCorps is launched. Volunteering and paid work experience for young people in Europe. Aspetta che dicono? Solidarietà europea in azione: corpi di solidarietà composti da volontari ed esperienza lavorativa retribuita per i giovani europei. Geniale. Il giovane disoccupato, che immagino dovrebbe essere fra i destinatari della solidarietà europea, viene assoldato con i soldi della Commissione, per offrire solidarietà a se stesso. Neanche ai tempi dei lavori socialmente utili…

Ma sono sicuro che vorrete saperne di più perché di sicuro c’avrete un figlio disoccupato da qualche parte. Ecco: leggetevi questo e cercate la maglietta. Già li vedo i corpi speciali Ue marciare compatti verso il sole (un po’ grigetto) dell’avvenire.

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Se poi uno volesse veramente far qualcosa di utile per i giovani europei disoccupati, oppure occupati con stipendi da cottimista del secolo decimonono, allora forse dovremmo cominciare da un discorso senza peli sulla lingua tenuto da Mark Carney della BoE, di cui vi offro questo delizioso estratto.

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Ma veramente vogliamo parlare di questo? Vorreste farmi credere che siamo in grado di confessare pubblicamente che i padri (anzi, i nonni) si sono mangiati più o meno colpevolmente il futuro dei figli?

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Figuriamoci. Cambiamo argomento, come dicono i telegiornalai quando passano dalla nera alla bianca.

E l’argomento interessante è l’ennesimo report di Fitch sulle banche. Prima è toccato alle cinesi, inguaiatissime com’è noto, poi a quelle tedesche, e oggi a chi tocca? Alla Turchia. Scelta esotica, direte. Neanche tanto: la Turchia deve un sacco di soldi a un sacco di gente, ed è bene che qualcuno ce lo ricordi. E il FT, meglio conosciuto come Financial Terror, è notoriamente prodigo. Infatti viene fuori con la notizia, davvero sorprendente, che le banche dei paesi emergenti, fra i quali si annoverano anche la Cina e la Turchia, sono in pessima salute e un terzo di loro rischia il downgrade. Ovviamente la fonte è Fitch.

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Ma che noia queste banche Possibile che non ci sia altro che meriti l’edizione del Cronicario?

Qualcosina la trovo. Immagino che gli amanti del fintech troveranno appassionante la notizia che la Bce e la BoJ, la banca centrale giapponese, stanno lavorando insieme per sviluppare un progetto di ricerca basato sulle blockchain, mentre qualcun altro ci ricorda che bitcoin è cresciuto dell’80% sul dollaro quest’anno, dimostrandosi un raro esempio di stabilità. Fate due più due e scoprirete a chi è servita questa tecnologia.

Poi mi accorgo che spente le candeline della festa e scolati i calici, l’accordo di Vienna per tagliare la produzione di petrolio non si sente più tanto bene. E così l’oro nero tornato a galleggiare poco sopra i 50 dollari in una giornata in cui sale qualunque cosa, pure l’euro.

Infine, mentre scelgo di ignorare l’andamento claudicante della nostra occupazione, vengo catturato dal dato tedesco sulla produzione, che ad ottobre cresce dello 0,3%.

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Ma non tanto per il dato in sé, quanto per il fatto che esce insieme a quello del numero degli aborti, cresciuti dello 0,2% nel terzo trimestre: appena 24.200, tre quarti dei quali decisi da donne fra i 18 e i 34 anni. C’è un dilemma fra produzione e riproduzione? Specialmente in Germania? Sarebbe saggio quantomeno chiederselo.

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Ma ormai è tardi e gli operai hanno appena terminato di costruire il ponte dell’Immacolata. Già li vedo i venditori di bibite farsi largo a spintoni sui marciapiedi, mentre automobili riempite di belle speranze si preparano strombazzanti ad attraversarlo. Mi mancherà il Cronicario di domani e di venerdì. Ma a voi festaioli credo proprio di no. Buon ponte.

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A lunedì.

 

La banca centrale svedese sogna una e-corona

Chi segue la nouvelle vague fintech, così di voga fra i moderni eruditi, non sarà sorpreso nello scoprire che la banca centrale svedese si sta ponendo con una certa serietà il problema se non debba emettere una corona elettronica, una e-krona insomma, per far fronte a un problema, questo sì serissimo: gli svedesi amano sempre meno il cash. Tematica già approfondita in uno speech recente, dove si osservava proprio la circostanza che “in Svezia la domanda di contante è bassa e continua a diminuire”.

Sicché l’allocuzione di Cecilia Skingsley (“Should the Riksbank issue e-krona?“) è molto più che un’esercitazione teorica. La banca centrale svedese potrebbe essere la prima del suo genere a emettere moneta virtuale, in forza del ragionamento che”i progressi tecnologici creano nuove opportunità”. “Come una volta l’invenzione della stampa ha reso possibile la stampa delle banconote”, che erano e sono il complemento della moneta coniata, “allo stesso modo un mezzo di pagamento elettronico, diciamo una e-krona, sarebbe il complemento al contante fisico”.

Ma perché non dovrebbero bastare le semplici carte di credito? Il problema è di duplice ordine. C’è un problema di crollo del signoraggio, che implica minori ricavi per la banca centrale in un momento in cui il bilancio è fortemente stressato dalle politiche monetarie adottate. E poi c’è un problema squisitamente istituzionale. L’uso di carte di credito e simili implica un utilizzo crescente della cosiddetta moneta bancaria, ossia quella originata dalla creazione di depositi bancari, che è sostanzialmente fuori dal controllo della banca centrale, rendendosi così difficoltoso il controllo della base monetaria.

Vale la pena ricordare che una specie di e-krona c’è già, ed è la moneta elettronica che la banca centrale iscrive nei conti intestati ad alcune istituzioni (banche, governo, eccetera) che tiene presso di sé. Ma non è una moneta che usa il pubblico. Si utilizza per i movimenti contabili fra la banca centrale e i suoi “clienti”.

La moneta che si usa più correntemente, perciò, è la moneta bancaria, ossia quella che si trova nei depositi, che in Svezia pesa circa 2.200 miliardi di corone, circa la metà del pil nazionale, a fronte dei quali esistono appena 130 miliardi di moneta di banca centrale, 60 dei quali sono contanti. Il resto sta nei conti istituzionali della banca. Dal 1950 l’uso di contante in Svezia è decisamente crollato, passando dal 10% del pil a circa l’1,5% di oggi a fronte di una crescita costante della domanda di mezzi di pagamento.

Ed ecco il senso della domanda che titola l’intervento. Emettere una e-krona per il pubblico, che usi i supporti elettronici o veri e propri conti correnti con dentro moneta di banca centrale – come le banconote appunto – e non moneta bancaria significherebbe per la banca centrale tornare al centro del sistema dei pagamenti e della politica monetaria, oltre che a rinverdire le finanze esauste. Ecco perché la Riksbank sta studiando bene la questione. Ci sono ancora molte domande che devono trovare una risposta. Ma è rilevante il fatto che siano state poste.

Cronicario: La giovine Italia emigra e ci lascia i debiti da pagare

Proverbio del 6 dicembre: In tempi di carestia le patate non hanno buccia

Numero del giorno: 13 Aumento percentuale dei giovani italiani laureati emigrati nel 2015 rispetto al 2014

Zitti, parla Barnier. E chi è Barnier? Il capo negoziatore dell’Ue che dovrebbe occuparsi della Brexit contrattandone i perché e i percome. Dice che faranno presto.

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Dormite preoccupati, perfidi albionici. Le massime intelligenze europee sono all’opera e i negoziati finiranno prestissimo: fra un paio d’anni. Sempre che nel frattempo Barnier non sia rimasto disoccupato per decesso della ditta o che magari quei fenomeni oltremanica non abbiano cambiato idea.

Viviamo tempi straordinari, d’altronde. Costosi, ma straordinari. A un certo punto, per dire, sul cronicario globale comincia a circolare la notizia che con i governanti (con quali?) si starebbe preparando un bail out per Mps (con quali soldi?).  Dicono che gli investitori privati che avrebbero dovuto metterci soldi loro per salvare la banca

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siano evaporati dopo la dipartita prematura del niño de oro. E tuttavia si vocifera di un decreto lampo che verrà approvato nel week end (con quali soldi pubblici?).

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Non siete ancora convinti che viviamo tempi straordinari? Allora dovreste consultare l’Istat che oggi ci ha regalato due perle. La prima riguarda un tema tanto popolare quanto sostanzialmente ignorato, aldilà delle dichiarazioni di circostanza: la povertà. Il numero che viene magnificamente nei tiggì ci dice che da noi il 28,7% è a rischio povertà o esclusione sociale.

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Ovviamente è una media: al Sud è il 46%.Poi se avete almeno tre figli siete spacciati: si supera il 51%, sempre di media.

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Adesso non iniziate a lamentarvi. O a dire che è per questo che gli italiani sono vagamente irrequieti e magari votano NO a qualunque cosa che non sia un aumento di stipendio. Ricordatevi sempre che c’è una via d’uscita. Ma proprio di uscita, letteralmente. E sempre l’Istat, generosissima, ce la suggerisce.

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Rileggete: Sono sempre di più i laureati italiani con più di 25 anni che lasciano il paese, quasi 23 mila nel 2015, il 13% in più del 2014. L’emigrazione aumenta anche fra chi ha titoli di studio medio bassi, 52 mila persone (+9%). C’è speranza per tutti.

La povertà è quella che è,  quindi la Giovine Italia emigra, lasciandoci i debiti di Mps, del governo e di chissà chi altro da pagare. Non fa una piega. Bravi ragazzi. Anzi sapete che c’è:

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A domani.

 

 

 

Il taglio Opec rilancia la produzione Usa

L’accordo Opec del 30 novembre segna sostanzialmente un armistizio nella lunga e sotteranea guerra del petrolio che ha opposto l’Arabia Saudita agli Stati Uniti, con il prezzo del greggio nel ruolo di arma letale. Il taglio della produzione, del quale dovrebbe farsi carico in gran parte l’Arabia Saudita, ha già provocato una robusta crescita delle quotazioni che ormai hanno superato stabilmente i 50 dollari al barile. Tanto quanto basta all’industria americana dello shale oil, autentico convitato di pietra al vertice di Vienna, di rimettersi in carreggiata e tornare a produrre.

Le prime notizie che arrivano dal versante finanziario confermano questo scenario. Le compagnie Usa produttrici di shale si stanno coprendo con contratti a termine e altri strumenti finanziari per quest’anno e il prossimo per un livello di prezzo superiore a 50 dollari al barile, che è quanto corrisponde grossomodo al loro punto di pareggio. Il che, com’è logico, funzionerà come incentivo alla produzione. E in tal modo rischia di vanificarsi l’effetto sull’offerta del taglio deciso da Opec di 1,2 milioni di barili, ai quali dovrebbero aggiungersene altri 400 mila per lo più derivanti dalla Russia.

Che questo possa essere l’esito di tutta la vicenda, si può osservare dall’andamento della curva della produzione Usa. Come si può osservare, dal 2015 a oggi gli Usa hanno prodotto circa un milioni di barili in meno, essendo divenuto antieconomico ai prezzi di quel momento continuare a estrarre petrolio dagli scisti. Ma adesso le circostanze sono cambiate.

Cosa possa aver indotto l’Opec, e quindi l’Arabia Saudita che nell’organizzazione recita la parte del leone, a cambiare la propria strategia è argomento assai dibattuto, che investe questioni insieme economiche e geopolitiche. Qui basterà notare questo grafico che mette a disposizione Bloomberg. Agli arabi la guerra fredda contro lo shale Usa è costata oltre 200 miliardi di riserve e uno sconquasso fiscale e finanziario non indifferente. Potevano di sicuro reggere ancora il gioco, ma sarà risultato chiaro anche a loro che alla lunga i danni sarebbero stati superiori ai benefici. E qui più che il borsellino, pesa il cappello.

Cronicario: La caduta del niño de oro deprime solo il lingotto e UnIntesa

Proverbio del giorno Baci facili si dimenticano facilmente

Numero del 5 dicembre: 300. Percentuale sul Pil del valore degli asset dei fondi pensione danesi.

E ditecelo che ve ne infischiate, voi all’estero, del nostro tormento nazionale, col niño de oro finito a impacchettare souvenir a Palazzo Chigi. Voi, dico, quelli che per giorni ci avete fischiato allarmi a mezzo stampa sul day after il referendum e che oggi, quando era facile, ve ne uscite così

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così

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o peggio ancora così

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Col Sor Schauble, votatore di sì, che c’illustra illuminante come gli shock dal voto italiani siano limitati. Per loro forse, ma per noi?

Noi lo sapevano già che oggi il cielo sarebbe stato più blu. Ci cruccia piuttosto che abbiamo riabilitato i sondaggi, per la qual colpa non c’è espiazione sufficiente. Ci siamo resi prevedibili, quasi noiosi.

E infatti i mercati sono noiosissimi oggi. Ci regala qualche emozione giusto l’euro, che scende nottetempo per le solite oscure ragioni e poi riemerge in mattinata, al contrario della borsa italiana, che si sveglia anche lei intonata al rialzo salvo collassare nel post prandiale affossata dalle solite banche con UnIntesa in testa. Forse i nostri si sono ricordati che senza governo è più difficile organizzare un salvataggio? Nulla a che vedere con Brexit comunque, che fece temere la fine del mondo. Noi italiani siamo stati capaci solo di affossare la nostra borsa con le nostre banche. Siamo così.

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L’unico mercato che si è intonato al nostro umore instabile è quello dell’oro, che come el niño nacional, si è affossato alle prime luci e là è rimasto.

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Che c’entra l’oro con Renzi? C’entra, c’entra. Intanto per pura simpatica metallurgica. Poi perché le loro parabole si somigliano. Tutti li volevano fino a un mese fa e ora a dire: chi, io? La solita vecchia storia. Prendete l’Istat. Che mi fa nel giorno della massima sciagura? Se ne esce con la nota mensile sull’economia italiana dove maramaldescamente si nota il buon risultato dell’ultimo trimestre, il famoso Zerotré.

All’oro rimane la soddisfazione di venir per la prima volta ammesso come asset di investimento nella finanza islamica. A Renzi col turbante, però, non ce lo vedo proprio.

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Ancora più perfida, l’Ocse rilascia proprio nel giorno delle tristi dimissioni il suo outlook sulle pensioni. Ma la cattiveria più deliziosa l’ho trovata qui: un economista della Nomura ipotizza che il nostro referendum potrebbe costringere la Bce a prolungare il QE.

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Finirà che qualcuno ci ringrazierà.

Fuori dalla calca del cronicario globale, che oggi rumoreggia per lo più dei casi nostri, trovo giusto qualcosina che merita l’onore del vostro Cronicario. Scopro ad esempio che oggi la Cina ha aperto il suo secondo mercato borsistico, quello di Shenzhen, che fra mille rinvii e svariati sospetti circa le loro ragioni, suona come una buona notizia per la disastrata Mainland almeno fino a che quei buontemponi di Fitch non escono con il loro outlook sulle banche cinesi (negativo), che conclude con l’allegra previsione di sofferenze crescenti, e debiti ormai stellari, previsti complessivamente al 274% del Pil a fine del 2017.

Incidentalmente, proprio oggi, Goldman Sachs dedica uno speciale all’apertura di Shenzhen, dal quale traggo l’informazione che i mercati cinesi aggregati quotano 10,6 trilioni di dollari, collocandosi secondi dopo i 18,9 trilioni del Nyse. Mi chiedo per quanto tempo ancora alla Cina andrà bene questo ruolo di eterno secondo.

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La seconda informazione che traggo, scorrendo le slide, è che coautrice della ricerca è Bloomberg, la cui agenzia oggi ha rilanciato la notizia.

A proposito di GS. Ricordate quando il vostro Cronicario vi ha raccontato della pregnante analisi della banca americana secondo la quale un prezzo più alto del petrolio fa bene all’economia? Bene oggi il Wsj dice la stessa cosa. Mi chiedo perché non limitarsi a leggere Goldman Sachs. Si fa prima e costa meno. Ma forse sarebbe poco cool.

A domani.

Il debito “minato” che spaventa mezzo mondo

L’introduzione del bail in nelle regole europee ha sortito un effetto chissà quanto previsto dai suoi fantasiosi inventori. Ha creato, accanto ai normali strumenti di debito, una sorta di debito “minato”, pronto a esplodere non appena si verifichi il click di una qualche disgrazia nella banca che l’ha emesso. Il caso di Mps, che sta tormentando i sonni di molte famiglie italiane, è l’esempio più vicino a noi di come funzioni e gli effetti che provochi questo debito a orologeria. Ma non è certo l’unico. Al contrario, la tematica è talmente sensibile che la Bce ha ritenuto opportuno farne oggetto di un approfondimento nella sua ultima financial stability review.

E non è difficile capire perché. “Sotto il nuovo regime di bail in eventuali svalutazioni e/conversioni in equity devono essere distribuite fra gli azionisti e i creditori secondo una gerarchia predefinita evitando effetti di contagio sul sistema finanziario più ampio”. Il problema è che sovente le buone intenzioni conducono all’inferno. “Se una banca si trovasse in difficoltà – sottolinea – un’alta concentrazione del suo debito soggetto a bail in nel settore finanziario in può condurre a preoccupazioni di contagio. D’altra parte, se il debito soggetto a bail in è in gran parte posseduto dal settore delle famiglie, l’uso di questo tool in un processo di risoluzione bancaria può avere effetti negativi sull’economia, sia provocando effetti sulla spesa che su potenziali tensioni politiche”.

Traduco: se una grossa banca ha distribuito debito minato per tutto il settore finanziario, qualora la stessa banca entrasse in sofferenza gli effetti dell’esplosione di questa mina sarebbero globali. Se invece il debito minato è in mano al settore delle famiglie, allora il conto lo paga il paese dove si verifica l’esplosione. E il caso Mps è qui a ricordarcelo.

Questa premessa ci consente di apprezzare due grafici che la Bce ha costruito per osservare la distribuzione di questo debito potenzialmente soggetto a bail in per  settori e per collocazione geografica, che bisogna leggere insieme per avere la visione completa.

Il primo grafico è relativo alla distribuzione settoriale. Il primo istogramma, che sfiora un valore di debito a potenziale bail in (chiamiamolo PB) di 500 miliardi è relativo alle banche. E’ interessante osservare che mentre il debito PB delle banche francesi è stato comprato in gran parte da assicurazioni e fondi pensioni (ICPFs), il debito PB in pancia ad altre banche è per la maggior parte emesso dalle banche tedesche e italiane. Altrettanto interessante è osservare che “una larga parte del debito PB emesso dalle banche italiane è detenuto dalle famiglie (HHs)”. Una evidente conseguenza del lungo romanzo popolare che ha legato le obbligazioni bancarie alle famiglie. Infine, la Bce sottolinea che i fondi monetari (MMFs) sono quelli che, in relazione ai loro bilancio, hanno una maggiore esposizione (l’8,6%) al debito minato.

Il secondo grafico ci dice quanto questo potenziale contagio possa essere esteso. “Gran parte del debito dei due paesi che ne hanno emesso di più, ossia Francia e Germania, è detenuto sia a livello domestico che fuori dall’eurozona. L’ampia quota di debito PB nella zona fuori dall’euro può indicare che un’operazione di bail in in una banca dell’eurozona può anche avere effetti non trascurabili nel resto del mondo”. Per convincersene basta notare che il debito minato emesso dalle banche tedesche – si parla di oltre 700 miliardi totali – è detenuto in gran parte fuori dall’eurozona e solo per il 33% in Germania. Al contrario l’80% del debito minato emesso dalle banche italiane è in mano agli italiani. Ciò spiega bene perché Mps sia un problema nostro, mentre Deutsche Bank è un problema di tutti.

In conclusione vale la pena sottolineare che negli ultimi due anni “le famiglie hanno diminuito i loro investimenti in debito bancario ma, a differenza di quanto hanno fatto le banche, hanno aumentato la loro quota di debito subordinato”. Altrettanto hanno fatto gli intermediari finanziari non bancari. Le banche se ne sono guardate bene.

E’ uscito il primo numero di Crusoe. Ecco cosa ci trovi

Come da programma, è uscito il primo numero di Crusoe. Come articolo di apertura ti raccontiamo della particolarità del sistema contabile statunitense che consente di applicare regole diverse per calcolare i risultati d’esercizio delle imprese. Con la conseguenza che la rappresentazione dell’utile cambia sostanzialmente a seconda del sistema contabile.

Questo rischia di condurre a notevoli storture, anche se ha favorito il boom di molti settori, in primis quello dell’Hi Tech. Ed è proprio in questo settore che si sta combattendo una guerra silenziosa per il dominio che usa proprio le regole contabili come strumento per battere gli avversari. Ne parliamo anche nella Chat, la nostra rubrica di conversazioni on line, con Davide Zaottini.

Nella newsletter troverai anche il pezzo che riepiloga i principali eventi economici della settimana, alcuni mini post con segnalazioni interessanti e una lettura consigliata. Questa settimana tocca al Global outlook di Ocse che propone esplicitamente agli stati di usare la leva fiscale per far ripartire la crescita.

Buona lettura

Per leggere Crusoe devi abbonarti. Tutte le informazioni le trovi qui.

Cronicario: E alla vigilia della fine del mondo da referendum…

Proverbio del 2 dicembre Anche domani il sole risplenderà

Numero del giorno: 1,3. Percentuale italiana sul Pil di investimenti in R&D

E così lunedì, quando il Cronicario tornerà sui vostri display, ci saremo tolti questa scocciatura del referendum che da giorni affolla il cronicario globale come una pestilenza. E ci accorgeremo, comunque vada a finire, che eppure il vento soffia ancora e che il cielo è sempre più blu. Possiamo spaventarci con tutte le brexit che vogliamo. Ma la realtà è un’altra cosa, e parla una lingua che nessuno frequenta nel cronicario globale.

E sempre lunedì, quando saremo devastati dalle analisi, le previsioni e i crolli di borsa o le risalite, sappiate che gli spaventapasseri saranno già al lavoro per il prossimo spauracchio che ha una faccia che non ha bisogno di presentazioni.

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Il circo, sempre lo stesso, si rimetterà in moto esattamente come è successo per Londra, Washington e Roma. Stavolta toccherà a Parigi, durerà per tutto l’inverno e metà della primavera. Attrezzatevi di paraorecchi. Il circo sta già scaldando i motori.

Ma siccome non è ancora lunedì, bensì un dolce venerdì di fine corsa, mi decido a dare un’ultima ravanata al cronicario globale perché ci sarà pure qualcosa di utile da farvi sapere, a parte le solite minchiate referendarie che tutti (me compreso) si sentono obbligati a socializzare. Ne trovo una che ormai fa parte del pantheon narrativo del discorso economico contemporaneo, anche se ormai è palesemente desueta: l’andamento della disoccupazione in America.

Diventato celebre ai tempi in cui la Fed millantava exit strategy che non volevapoteva perseguire, il dato sulla disoccupazione Usa è uno di quei grilletti che dovevano servire alla banca centrale Usa per decidere quando avviare la normalizzazione monetaria. Si disse che il trigger sarebbe scattato quando il dato avrebbe raggiunto il 5%, ma poi, quando si raggiunse, si specificò che non era solo quello, bisognava vedere tutto l’insieme.

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Stremati dalle supercazzole statunitensi, che i banchieri chiamarono per l’occasione forward guidance, gli osservatori si rassegnarono. Ma ancora adesso il dato ha una dignità di cronaca e quello rilasciato oggi, che certifica un livello del 4,6%, il più basso da nove anni, conferma che il percorso di normalizzazione, peraltro già avviato, è saldamente indirizzato verso l’ulteriore rialzo dei tassi che ormai tutti si aspettano prima di natale.

Pro memoria: il calo della disoccupazione ha molte facce e la storia che racconta Bloomberg ne rivela una che non dovremmo mai dimenticare: In Canada  la disoccupazione è calata sostanzialmente perché le persone si sono tolti dalle liste non perché hanno trovato un lavoro.

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Davvero. La statistica è una fonte di meravigliosi fraintendimenti.

Ma hai voglia a cambiare continente. Oggi il cronicario globale guarda in Europa pensando all’Italia. La Reuters tira di nuovo fuori la leggenda metropolitana che la Bce salverà i bond italiani in caso di caos postdemocratico. Bloomberg nota che il governo italiano è il secondo dopo quello greco in ordine di efficienza governativa.

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Il WSJ dice che gli investitori stanno vendendo bond italiani. Non c’è niente da fare: siamo la notizia del week end. E sospetto ci piaccia.

Per sfuggire a questo stormo di gufi rimane solo una cosa da fare:

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E così, ormai alla vigilia della fine del mondo faccio la cosa più giusta: stacco e mi godo la vita.

Buon week end

 

L’economia dell’immaginario: La fabbrica dei sogni animati

Hollywood, what else? I pallidi tentativi di imitazione indiani o cinesi evaporano come sogni all’alba quando si vanno a vedere le cifre che muove Hollywood nell’industria cinematografica globale, e soprattutto il peso che tuttora rappresenta nel nostro immaginario. Dici film e pensi Hollywood. Discorso chiuso. E questo ancora oggi, pure se è chiaro che “l’età dell’oro è passata”, come osserva lo stesso Dipartimento del commercio Usa nello studio di cui stiamo parlando.

Sarà pur vero, ma rimane valido il detto che “se puoi farlo a Hollywood puoi farlo dovunque”, come sottolinea il documento. Detto che rivela una supremazia psicologica che nemmeno i grandi numeri delle orde asiatiche riusciranno a spodestare, almeno nel futuro immaginabile. “Gli Usa rimangono il mercato più ricco per produzione e consumo e per le prospettive di ricavo – aggiunge – anche se il settore e le comunità creative sono fiorenti in tutto il mondo”. La fabbrica dei sogni animati, attira quantità sempre maggior di persone e non deve stupire che sia così. A differenza di quanto accadeva (e accade) per gli operai di una fabbrica reale, chi lavora nella fabbrica dei sogni viene coccolato da soldi e successo, ossia il mito per eccellenza della cultura statunitense. Importa poco esser cinesi se si sogna come gli americani.

I numeri sono un’ottima cartina tornasole di questo potere. Gli incassi dell’industria dei film e delle produzioni televisive sono previsti in crescita a un tasso del 4,6% l’anno fino al 2019, fino a raggiungere i 35,3 miliardi negli Usa. Ciò a fronte di grandi innovazioni tecnologiche – si pensi alla fruizioni in streaming o alla rivoluzione digitale – che stanno cambiando la fisionomia del sistema. Anche se non più di tanto. Se il numero dei film prodotti si è ridotto, anche a causa della pressione della competizione globale, se i cinema sono costretti a inventarsi eventi per attrarre un pubblico sempre più orientato verso la fruizione casalinga, l’industria che “tradizionalmente consisteva in corporation multinazionali, major studios e indipendenti (cd Indies)” vede oggi affermarsi anche produttori autonomi fioriti grazie allo sviluppo dei canali digitali. “Si parla molto più di content che di movie nel circolo dell’entertainment, e i video e la realtà virtuale sono i giocatori chiave nel mercato dell’audiovisivo nel 2016”. Questo per far comprendere come la tecnologia abbia spostato il focus dai vecchi studios ai content producer e provider. In sostanza verso i giganti di internet, che, non a caso, sono sempre più attivi nel mercato cinematografico. Di sicuro vi sarà capitato di vedere qualche film prodotto dagli studi di Amazon, mentre gli operatori notano una presenza crescente di produttori e finanziatori che investono nell’audiovisivo i denari fatti con l’Hi tech.

“E tuttavia – nota il dipartimento Usa – l’industria dei film è ancora dominata dai sei motion picture studios Usa, che formano la base dell’associazione MPAA“, che raggruppa i produttori Usa, “e da un pugno di cosiddetti grandi studi indipendenti, come ad esempio la Lionsgate Films o la Weinstein Company, che insieme producono blockbuster che dominano classifiche di tutto il mondo”. I cosiddetti Indie hanno molti più problemi a funzionare. Rimane il fatto che “Hollywood ha perfezionato la triade composta franchising, sequel e remake, che produce rendimenti costanti al botteghino”. E anche queste sono caratteristiche che hanno finito con l’improntare la fisionomia dell’industria globale. Gli incassi del box office sono previsti in crescita fino a 12,6 miliardi nel 2019 e la MPAA stima che l’industria dei sogni animati generi due milioni di posti di lavoro negli Usa e paghe per 104 miliardi nel settore e nell’indotto, incassi all’erario per 16,7 miliardi e 14,3 miliardi di ricavi dalle esportazioni. Per un paese come gli Usa in deficit commerciale da parecchio tempo è un dato estremamente indicativo.

E non deve neanche stupirci. “C’è un boom nel settore dei video – sottolinea – sembra non esserci limite alle forme di collaborazione ne creare un contenuto unico per il consumo on line”. La fabbrica dei sogni animati si evolve, insomma, coinvolgendo sempre più gli spettatori, anch’essi ormai divenuti globali. “I film Usa sono visti in 140 paesi – osserva il Dipartimento – anche se ci sono grandi barriere di mercato”. E tuttavia fra i mercati meglio penetrati dall’industria cinematografica Usa, insieme con l’UK, troviamo proprio la Cina e poi il Brasile. E questo significa avere influenza non soltanto economica, ma anche culturale. I film non sono barattoli. Conducono idee e miti. Per questo la fabbrica dei sogni animati parla l’idioma di Hollywood. E il resto del mondo di conseguenza.

(3/segue)

Puntata precedente

Cronicario: Lo shopping di Mps fa scopa con l’Iva digitale unificata

Proverbio dell’1 dicembre Chi sciupa il tempo deruba se stesso

Numero del giorno: 13% La percentuale di europei che non può permettesi una cena al ristorante con gli amici una volta al mese

Mi sforzo di essere serio oggi, che Cronicario ormai è cresciuto e deve finirla di sembrare uno scugnizzo irrispettoso. Perciò mi accingo con la compunzione che si deve al cronicario globale, cercando come ogni giorno notizie che meritino d’esservi raccontate. Ma poi m’imbatto in questa.

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Con tanto di tweet edificante: “Il Monte dei Desideri: come acquistare marchi prestigiosi direttamente in filiale”. Meraviglioso. Promuovere l’acquisto di marchi prestigiosi proprio mentre si è in chiusura di trattativa con i fondi che dovrebbero comprarti mi sembra una straordinaria dimostrazione di genio italico. Merita tutta l’attenzione del Cronicario e anche la vostra. Poi però non lamentatevi che ogni tanto scantono.

cazzaro

Cliccando sul link suggerito mi trovo dentro una piattaforma di e-commerce collegata al sito della banca. Quindi io entro e compro marchi prestigiosi (o qualche azione se avanzano due spicci) e tutti vissero felici e contenti.

Vi sembra futile? Perché non sapete tutta la storia. La verità è che quei fenomeni di Mps sapevano che sarebbe successo questo:

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La Commissione Ue ha proposto una norma per sostenere il commercio elettronico delle imprese on line. Le norme “consentiranno ai consumatori e alle imprese, in particolare le start-up e le PMI, di acquistare e vendere più facilmente beni e servizi online”. E visto il futuro dimensionale che si prospetta per Mps si può dire che la proposta capiti a fagiolo.

Comunque oltre a realizzare il portale europeo dei pagamenti Iva delle imprese Ue, la ciliegina sulla torta è che “gli Stati membri potranno applicare la stessa aliquota Iva alle pubblicazioni elettroniche, come i libri in formato elettronico e i quotidiani online, e ai loro equivalenti in formato cartaceo”. Finalmente è arrivata l’Unione fiscale. 

L’Ue ha trovato finalmente il luogo dove realizzare compiutamente le sue ambizioni unificatrici. E’ il cyberspazio. Nel caso non lo sappiate c’è anche un responsabile per il mercato unico digitale che si chiama Andrus Ansip, che fa molto hi tech. E fanno sul serio a Bruxelles.

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Accendete quel pc, perbacco, e imparate a scrivere algoritmi. O almeno fatevi uno smartphone. E se vi chiedete perché mai dovreste, vi risponderò con un paio di semplici dati. L’Europa è quel posto dove al più basso tasso di disoccupazione dal 2009

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corrisponde un 13% di persone che non si può permettere una cena fuori una volta al mese con gli amici. Sarà evidentemente una questione di skill digitali carenti.

Dimenticavo. E’ stato pure approvato il budget 2017.

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Ma la vera notizia del giorno (di ieri) è quella del taglio di produzione deciso dall’Opec che stamattina avrete letto sui giornali. Qui aggiungerò solo un dettaglio, tralasciando il fatto che fra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di oro nero. Ossia chi taglia quanto.

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La Russia, che dovrebbe tagliare un 300 mila barili ha detto che lo farà, con calma e per favore. Senza che ciò cambierà granché.

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Ma adesso è il momento dei festeggiamenti, non statevi a intristire col buon senso. Le borse salgono per merito del petrolio come prima cadevano per colpa del petrolio, che intanto ha raggiunto quota 50. Storia buona per chi ci crede.

Intanto osservo divertito che mentre il petrolio galoppa rialzi, l’oro, entrato in crisi d’identità dal 4 novembre scorso, colleziona ribassi. Oggi più del 6%. Il 3 novembre, alla vigilia del trionfo di mister T, quotava 1.300 dollari, ora poco più di 1.100. L’eredità aurifera passa il testimone: ieri l‘oro rosso, oggi l’oro nero, ma la destinazione evidente è una sola: l’oro verde: il dollaro.

Ma questa storia è ancora tutta da scrivere, e ce la godremo con l’anno nuovo. Per oggi accontentatevi di questo bel grafico che mostra le riserve internazionali di alcuni paesi emergenti, che ho trovato sull’Economist

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Mettetelo da parte. Lo rivediamo fra un semestre.

Concludo con una perla che rivela il senso del cronicario globale.

bosone

il cronicario globale serve a chi scrive. Questo Cronicario a chi lo legge.

A domani.