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Cronicario: L’Ue ha un piano: più #StrongBanks meno #StronzBanks
Proverbio del 23 novembre: A San Clemente l’inverno mette un dente
Winter is coming. E siccome l’inverno sta arrivando sul serio, i re travicelli che siedono sul trono di spade (spuntate) di Bruxelles guardano preoccupati l’orda di banche zombie che dall’est remoto, passando per il nord, sta arrivando dritto nel cuore del regno europeo, con gli occhi freddi di ghiaccio e carica di sofferenza.
Anzi, di sofferenze.
Il grafico l’ho tratto dall’ultimo memento mori della Bce sui NPLs, rilasciato di recente, che fa il paio con un malloppo simile pubblicato dall’Esm qualche giorno prima.
il tema è sempre lo stesso: le sofferenze bancarie. Che ha come corollario questo:
le banche dell’Ue e in particolare quelle eurovinate hanno una redditività bassa, anche a causa delle generosità monetarie della Bce che strizzano i loro margini di interesse, ma soprattutto perché sono imbottite di prestiti morti che piano piano le hanno zombizzate, proprio come è successo in Giappone negli anni ’90.
Senza stare a farvela troppo lunga, il succo è che i commissari di Bruxelles hanno pensato di risolvere la questione una volta per tutte. Messo mano al pennino, hanno vergato un bellissimo pacchetto di riforme del settore bancario per l’Ue al grido di #StrongBanks. L’urlo di battaglia viene rilasciato massicciamente sulla rete e diventa virale.
L’idea che per rafforzare le banche serva una legge mi ricorda Nietzsche quando sfotteva quelli che credevano che un regolamento potesse cambiare la realtà, osservando che meritavano di insegnare filosofia in un’università tedesca. Tanto più in un’area geografica che è talmente piena di soldi da spedirli all’estero per spuntarci qualcosa.
E mica noi italiani siamo diversi
Abbiamo portato un paio di cento miliardi là fuori negli ultimi due anni e siamo pure contenti
salvo poi deprimerci quando ci tocca sentire storie come questa, che mi fanno capire una cosa molto semplice: nell’Ez per avere più #StrongBanks bisogna far piazza pulita delle #StronzBanks, che temo però siano la maggioranza. Sennò non si spiegherebbe come mai l’Ez, che è impaccata di soldi, ha le banche peggiori dopo quelle cinesi.
A proposito quei burloni del FT se ne escono con un pezzo che parla di Lehman moment per le banche dei figli di Mao, dovuto al fatto che il mercato all’ingrosso – ossia dove si vanno a chiedere i soldi per il funding bancario – minaccia di diventare più caro.
Fossero solo questi i problemi della Cina…
Più perfidamente Bloomberg parla della Germania perché la Bce intenda e tira fuori un grafico che mostra come il biennale tedesco abbia visto diminuire il rendimento di una decina di punti negli ultimi giorni.
la fame di collaterale tedesco, alimentata dai dubbi sul futuro del QE made in Bce, ha portato il rendimento al -0,74%, ai livelli del 1990. In pratica dovete pagare un euro e mezzo per comprare un biennale da 100 euro che scade a dicembre 2018. Viviamo tempi miracolosi. Abbiamo scoperto il prezzo della paura.
Un altro prezzo che inquieta molti, e sul quale il vostro Cronicario preferito vi riferirà ogni giorno, almeno fino al 30 novembre, è quello del petrolio che oggi è tornato volatile.
i soliti bene informati danno la colpa all’Iran e all’Iraq, che non vogliono tagliare la produzione
ma la partita è un filo più complicata di come la racconta il cronicario globale. Di mezzo c’è il balletto fra Opec e Russia, e soprattutto il terzo incomodo a stelle&strisce col faccione di Mister T.
A molti sarà sfuggito che alla fine del 2015 gli Usa, con Obama a nicchiare, parecchio contrariato, hanno liberalizzato l’esportazione di petrolio Usa vietata dal 1975. Il risultato è questo
Notate che il mercato di destinazione del petrolio Usa è principalmente l’Europa, casualmente lo stesso mercato preferito del petrolio iraniano insieme a quello cinese e indiano, che come nota Bloomberg di roba americana ne comprano poco.
Cosa significa? Mettetevi una pulciona nell’orecchio e provate a rispondervi da soli.
E sempre per parlare di prezzi paurosi, guardate questo
In Brasile i prezzi immobiliari sono crollati del 20% nel secondo quarto 2016 rispetto a quello 2015, secondo voi come se la stanno passando le banche brasiliane?
Se vi è rimasto tempo e vi va di giocare fatevi un giro qui. E’ un simulatore preparato da Ubs tramite il quale potrete mettere alla prova la vostra capacità di governare un paese. Sarete i sovrani assoluti della politica fiscale, monetaria ed estera del vostro paese. Dei veri Trump. Non vi preoccupate di far bene. Finisce sempre male.
A domani.
Cronicario: Arriva la parità di genere fra dollaro e euro
Proverbio del 22 novembre: Il soverchio rompe il coperchio.
Parità parità, chi non la vorrebbe? Parità nelle opportunità, nei generi, nelle paghe. Pari e patta, recita il detto. E parità deve essere anche nel borsellino delle valute, specie adesso che negli Usa è arrivato un meraviglioso conducator
che sogna di avere Farage come ambasciatore britannico negli Usa.
Sicché il momento è arrivato: la data è stata fissata, come per l’arrivo degli alieni in X Files: finalmente l’anno prossimo arriverà anche la parità fra dollaro ed euro.
Parità del genere sui generis. Non si capisce bene, per dire, quale sia la valuta forte o quella debole, proprio come chi sia il sesso forte fra l’uomo e la donna: dollaro ed euro giocano a sopraffarsi, ma sognano la parità e la favoriscono, sospinti dolcemente dall’urto della civilizzazione. Trump avrà pure giovato alla mascolinità del dollaro, ma il testosterone covava da tempo, almeno dal 2014, e di certo anche grazie al cambio d’umore della Bce, che proprio in quel tempo lanciava i suoi allentamenti monetari.
Perciò la parità fra euro e dollaro, che commuove tutte le anime belle del continente, è solo un capitolo del grosso libro delle relazioni internazionali fra gli Usa e l’Europa. Il dollaro forte arriva anche per gentile concessione europea. E il fatto che Société Générale veda la parità raggiunta nell’imminenza delle elezioni francesi del 2017 è solo l’ennesimo atto del teatrino economico che ci toccherà in sorte con l’anno nuovo, replicandosi il copione di Brexit, con i buoni della finanza schierarsi compatti contro i cattivi della politica.
Cioé lei.
che è la versione francese di lei
Ossia la versione femminile di Mister T, lo stesso che ha mandato in panico mezzo mondo, quello che affaccia sul Pacifico, dopo aver detto che uscirà dal TPP.
Poi certo, sul super dollaro pesa la scommessa che il mese prossimo la Fed alzerà di nuovo i tassi. Scommessa facile per i giocatori di professione, ma anche qui il confine fra la realtà e la fantasia è davvero sottile.
In alcuni casi sottilissimo. Trovo un caso esemplare nel cronicario europeo: il manifesto di Moscovici
Il fatto che le élite europee confidino nella fiscal stance mi convince che abitiamo come Candido nel migliore dei mondi possibili. Ai Pangloss europei suggerisco di leggere cosa dice questo signore.
Forse non sbagliava chi ci accusava di tircheria. Ma leggere il WSJ che lo sottolinea, raccontando come le imprese europee prendano a prestito i soldi a basso costo dalla Bce e poi non li spendono mi sembra davvero troppo. Povero Mario.
Perciò cambio continente e trovo quest’altra circostanza che mi fa pensare
Lo so che è un colpo basso tirare fuori la solita storia dei redditi piatti a fronte della crescita delle borse – redditi mediani, attenzione – però questa roba rimbalza come una molla nel cronicario globale, trattando di un malanno che i cervelloni additano come ragione della deriva populista che li spaventa a morte. Una storiella niente male, che ha il vantaggio di convincere un sacco di persone. E che giustifica quell’altra storiella che ormai ci raccontano ogni giorno, ossia che bisogna tornare a fiscalizzare, usare il governo per spendere e distribuire. Sarà, intanto ho trovato quest’altra cosa.
Bloomberg, che è ancora arrabbiata per la Brexit, scrive che l’esito del referendum ha fatto diminuire del 15% i milionari inglesi. Non serve il governo, allora, per tagliare le teste dei ricchi. Basta andare a votare.
Shhh, ma che siamo matti? Parlare di elezioni in Europa, quando ci aspetta una fine d’anno col botto fra Italia e Austria e un 2017 franco-tedesco, rischia di farti finire all’inferno dei menagramo. Meglio allora dedicarsi alle notizie di costume come quella che racconta di una frammentazione che ignoravo fra le tante scoperte finora nella nostra magica Europa: le paghe dei governatori delle banche centrali. Son veramente frammentate: da meno di 100 mila a 500 mila.
Lo so, anche questo è un colpo basso da populista, motivato da rancorosa invidia sociale. Però che volete, bisogna pur farlo leggere questo Cronicario e soprattutto è curioso scoprire che il governatore belga guadagna otto volte quello lituano e non è che il Belgio sia tanto più grande. Pensate che soddisfazione, poi, quando ho scoperto che il nostro Visco è secondo in classifica e guadagna più di Weidmann il terribile. Abbiamo rischiato di vincere un altro primato. Speriamo di riuscire l’anno prossimo.
D’accordo la finisco con queste misere storie di soldi. Ma solo perché ho scoperto con somma soddisfazione che quest’anno gli italiani sono più contenti e questa mi sembra una bellissima notizia che dovete assolutamente conoscere
Mi fa ridere parecchio scoprire che i giovani fra il 14 e i 19 anni sono altamente soddisfatti per il 54,1% proprio come il 34,4% degli ultra 75enni, che aumenteranno, immagino, l’anno prossimo grazie ai pensieri delicati del governo sulle pensioni. Sorvolo sui ventenni e quelli dopo di loro, anche perché non è che ci siano buone nuove. Ma soprattutto mi fa ridere scoprire grazie all’Istat che nel 1861 le donne erano il 40% della popolazione attiva, ossia di quella che potenzialmente lavora. C’è voluto più di un secolo per recuperare e 150 anni dopo siamo poco sopra. Inizio a sospettare che le nostre compatriote siano squisitamente sagge.
Ma non ho il tempo di soffermarmi perché vedo quest’altra notizia che già mi aveva investito la settimana scorsa farsi ancora più ingombrante: la straordinaria crescita delle quotazioni del rame: +20% in un mese.
Sempre merito di Mister T, dicono i bene informati e delle promesse espansionistiche, per ora solo fiscali. Sarà, ma forse qualcos’altro sta maturando nel mondo delle commodity e anche i recenti strappi del petrolio, che vengono attribuiti all’imminente accordo Opec, sembrano confermarlo.
A proposito, se volete sapere chi produce quanto dentro l’Opec vi servirà questo grafico
Cosi anche saprete di chi sarà la colpa quando l’accordo fallirà.
A domani.
Cronicario: Il capriccio di Trump mette in crisi la tirchieria Ue
Lunedì 21 novembre. Ogni riccio è un capriccio, diceva mia nonna, e perciò figuratevi che capricci verranno fuori da un uomo dotato di pettinature così elaborate.
Bloomberg, per dire, ne ha scovato uno: il Trump tantrum sul mercato obbligazionario.
Che vuol dire? Facile: aumentano i rendimenti e perciò le obbligazioni che avete nel cassetto valgono di meno. Potreste pure infischiarvene, se le conservate fino a scadenza. Ma il fatto è che non siete soli al mondo e ci sono entità astruse tipo banche e assicurazioni che con i market value delle loro obbligazioni devono tipo chiuderci i bilanci e calcolare gli indici di solidità finanziaria. Perciò il capriccio di Trump, traduzione libera del Trump tantrum, rischia di inzeppare più di quanto non lo sia già la caracollante finanza europea, già stressata dal problema più grave di tutti: la tirchieria.
Sempre Bloomblerg nota che nemmeno i tassi negativi riescono a frenare l’ossessione europea di mettere i soldi da parte. La sindrome di Arpagone s’è abbattuta su di noi trasformandoci in collezionisti di euro dei quali non sappiamo che fare e che perciò prestiamo all’estero.
Noi tirchi e Trump fa i capricci: secondo voi chi vince?
Una prima risposta mi arriva dall’Esm, il fondo europeo di stabilizzazione. Proprio oggi il direttore generale Regling ci ha regalato alcune perle di saggezza. La prima: una delle ragioni per le quali l’integrazione finanziaria si è ripresa così lentamente dopo la crisi è la bassa redditività della banche europee.
Il blu è il ROI delle banche Usa, insomma quanto rendono, il giallo quello Ue. Sono un paio di percento in più per gli Usa, mica scherzi. E notate che siamo pure migliorati rispetto al 2012 quano il ROI europeo era negativo per il 2% e quello Usa positivo per l’8%.
Seconda perla: gli Usa hanno meno sofferenze ma adesso anche in Europa stanno diminuendo.
Che è vero se guardate il giallo, ma di meno se osservate la striscia blu, che è bella piatta. Rimangono sul groppone delle banche europee oltre 800 miliardi di sofferenze lorde coperte si e no per la metà dalle garanzie. D’altronde si sa che i tirchi soffrono.
E sembra che soffriremo anche in futuro.
La linea rossa che vedete lassù è la crescita Usa che va verso il 3%, quella azzurra la nostra di noi europei, che galleggia sopra l’1,5%. Sempre Bloomberg, che oggi ce l’ha con noi, dice che i capricci di Trump, oltre a terremotare l’obbligazionario, faranno barba e capelli anche all’euro, ormai lanciato verso la parità sul dollaro, e che il piano di infrastrutture che SuperTrump tirerà fuori dal cilindro farà il resto.
Che sarà di noi, mi domando mentre osservo tristemente il Giappone annunciare il suo millesimo piano di stimolo à la Trump
E che sarà: sarà questo.
E per noi italiani quest’altro:
Vi do solo due numeri: il nostro Pil rimarrà sotto l’1% quest’anno e il prossimo. E poi la crescita delle importazioni è prevista superiore a quelle delle esportazioni, sempre quest’anno e il prossimo con un contributo negativo crescente dell’export netto sul pil. E chi ha orecchi intenda. Gli altri emigrino.
Il problema della tirchieria europea provoca anche effetti indiretti, tipo questo
con le borse dei paesi con le mani bucati che perdono e recuperano, come il Giappone, o che crescono e basta, come l’Uk e gli Usa, mentre Germania e Francia, epigone della tirchieria europea, sono in pareggio, nei due semestri dell’anno, o addirittura in perdita. La tirchieria ha finito col trasformarci in riccastri riottosi che più stanno bene e più si lamentano. Quando leggo che in Olanda sta covando l’ennesima bomba anti Ue sottoforma di euroscettici o come si chiamano adesso gli indignati speciali, mi rendo conto che il problema dell’Ue non è l’Ue, ma chi ci abita. Siamo profondamente ammalati di tristezza.
E scopro anche la cura: liberarsi di Bruxelles per smettere di essere tirchi. Entrare nelle nuova tendenza. Essere alla moda. Almeno per chi ci crede.
Chi legge il Cronicario già da giorni sa che il grosso della partita si giocherà ad aprile. E adesso dopo che Sarkozy è finito trombato dall’ennesimo sbracciatore
Capirete che qualcuno inizia a preoccuparsi sul serio.
Tocco ferro ed emigro sulle fasce del cronicario globale, dove trovo la notizia che il petrolio oggi rimbalza, notizia coccolatissima da Goldman Sachs tristemente nota per le sue previsioni errate sui prezzi del petrolio e per i suoi interessi di bottega sul prodotto e i suoi derivati (soprattutto questi), che oggi pronostica l’arrivo a 55 dollari nel 2017 mentre la ditta ha pensato bene di uscire dal business dello blockchain. Vuoi mettere le care vecchie materie prime?
Tanto ottimismo è dovuto ai buoni auspici circa l’esito positivo del meeting di Vienna, quando l’Opec dovrebbe congelare la produzione, o almeno provarci. Ma questa fantasia dove fare i conti con un paio di dure realtà. La prima è che l’Arabia Saudita, che comunque è il pezzo grosso dell’Opec, ha ancora un notevole spazio di riserve per continuare a bruciarne: ha giù speso 167 miliardi di dollari, – altro che tirchieria europea – ma gliene rimangono 552. Più del doppio del 2007 quando comunque viveva benissimo e il dollaro valeva assai meno di oggi.
Inoltre secondo un grafico prodotto da Commerzbank le riserve saudite, con il petrolio a 45 dollari, potrebbero durare almeno altri sette anni.
Ancora sette anni di vacche grasse e poi arriverebbero le vacche magre. Credete ancora che l’accordo di Vienna sia così scontato?
Scontato, di sicuro.
A domani.
Cronicario: L’export italico emigra in Cina, il liberalismo in Germania
Vabbé il mondo si è capovolto, e ci sta pure in un anno bisestile dove è successa qualunque cosa compresi svariati terremoti. Ma leggere sull’ultima release Istat che le esportazioni italiche verso la Cina a settembre sono aumentate del 23% mi fa venire l’acquolina in bocca e gli occhi a mandorla, convincendomi che la nostra metamorfosi in copie dei cinesi, lungamente auspicata nell’ultimo ventennio, finalmente si è compiuta. Siamo noi i Grandi Esportatori, altro che i tedeschi, e tantomeno gli originali – i cinesi appunto – che ormai crescono solo perché hanno ottimi statistici in servizio permanente effettivo.
Invece noi: altroché. La quota delle nostre esportazioni extra Ue sul totale delle europee è passata dall’11 all’11,1%. Vinceremo. E giù altre cifre: export verso il Giappone: +18,2%. Export verso Usa (scusa Mister T.): +11,1%.
La nostra sfortuna è che ancora girano quei tirchi dell’Ue, quelli dello Zerotre e dello Zerocinque, che spendono poco, e infatti il nostro export verso l’Ue è diminuito del 3,3%. E siccome il grosso di questo export lo facciamo in casa – per modo di dire – va a finire che la tirchieria dell’Ue ci ha guastato il trimestre, che si è chiuso con un export congiunturale in calo dell’1,6% e dell’import del 4,5. Già, importiamo pure, e per fortuna ancora l’energia è cheap, almeno finché i rialzi del dollaro non ce la faranno pagare cara. Ma a quanto pare nessuno sente il bisogno di avvisarci che il superdollaro può farci maluccio, specie se associato a una politica protezionista di marca Usa.
Ma la conferma che il mondo si è capovolto, mi arriva dall’ennesimo spiffero che soffia nel cronicario globale dopo la gloriosa vittoria di Mister T: la Germania come ultimo ostello del liberalismo, il faro di libertà dell’Occidente e robe così. E mica lo dicono solo quelli del Foreign Affairs. Lo dicono un sacco di persone, che evidentemente coltivano il gusto sadico della nemesi e non hanno mai letto i libri di Sombart dei primi anni ’30.
Insomma: gli italiani sono diventati cinesi e i tedeschi americani. Dal che deduco che i cinesi sono diventati italiani e gli americani tedeschi.
Cerco le prove nel cronicario e ne trovo a bizzeffe. Ve ne dico solo alcune. I cinesi sono sempre più pazzi per l’automobile, come eravamo noi ai tempi della 500. Figuratevi che il consumo nazionale di acciaio rimane in piedi solo grazie al fatto che l’industria automobilistica è in grande spolvero. Quanto agli Usa, beh, facile: a parte la prevalenza del biondo rame
il dollaro sta diventando una moneta rifugio come il vecchio marco.
Ne volete ancora? Trump in piena hybris germanica, si è messo a fare asse col Giappone, il premier Abe è il primo dei suoi incontri seri dopo le elezioni, e si telefona col bisnipote politico di Molotov, Putin. L’afrore di anni Trenta percola da ogni dove, convincendomi sempre più che il mondo è cambiato sul serio in questo scorcio di 2016. Persino certezze indubitabili, come l’aggancio della moneta dell’Arabia Saudita al dollaro, ormai vengono messe in discussione dai pezzi grossi del deserto. Gli arabi minacciano pure di uscire da Twitter e Citigroup, Non so se mi spiego. Oppure il QE della Bce: uno pensava che fossi qui per sempre, e invece no: perde pezzi grossi. La Bce potrebbe toglierci il paracadute monetario molto presto, questo è il succo del discorso. Ma non c’era l’inflazione bassa?
Un altro zerocinque globale dice Eurostat. Ancora poco, ma ci stanno lavorando. Intanto arriva la notizia che è stato raggiunto l’accordo sul bilancio dell’Ue per il 2017 dopo 18 giorni di negoziazioni fra il Consiglio e il Parlamento europeo. Ora lo approveranno, alla faccia di chi aveva minacciato veti e quant’altro. E in attesa che il potente piano di stimolo suggerito ieri dalla Commissione Ue sortisca i suoi effetti, beccatevi questa perla
che fa il verso a quest’altra
Vedere candidati così sbracciati e abbraccianti mi apre il cuore. Ma quanto si vogliono bene i francesi? E soprattutto quanto ci vogliono bene? Se ancora avete dubbi che il futuro dell’Europa – e quindi il nostro – si decida il prossimo aprile 2017, quando voteranno i Galli, beh allora cambiate canale: non vi meritate Cronicario.
Rimane il fatto che chiunque vinca, in Francia, sarà un insuccesso. Sarkozy che suggerisce un secondo referendum ai britannici una volta che l’Ue avrà completato le sue riforme dimostra un senso della realtà non meno problematico della sua potenziale sfidante. Di sicuro nell’UK non vedono l’ora.
Tutto questo mentre un fantasma si aggira per l’Europa, a portar sfiga
Siamo davvero a un punto di svolta e ci aspettano tempi duri. Mi consola appena il pensiero che non dureranno. Ancora un millennio. Poi il mondo finirà. Alé.
A domani.
Cronicario: Miracolo in Giappone, mentre l’Ue campa di speranze
Manchiamo solo noi, mi dico, mentre spero che l’aura di Mister T sbarchi finalmente anche nella nostra povera Europa, dopo aver lambito nella prima mattina le coste giapponesi, miracolate d’autunno: il Pil è cresciuto del 2,2% nel terzo trimestre.
Certo, non è il 2,9% degli Usa. Ma d’altronde quelli hanno Abe
e quegli altri il magico Trump,
ma comunque è sempre una “crescita inaspettata”, come si affrettano a sottolineare tutti i commentatori che continuano a sottovalutare il potere taumaturgico di Mister T, che pure col terzo trimestre non c’entra niente, firmatario recente del contratto con gli americani, come usava da noi dieci anni fa
Lo dico sempre: il mondo ci capirà fra vent’anni.
Sicché c’è rimasta solo l’Europa a corto di buone nuove. L’ultimo outlook sull’eurozona l‘ha diffuso Vitor Constancio, vice presidente della Bce, e non è che sia paragonabile. “Le sfide rimangono e sono emersi nuovi rischi”, dice. E quanto all’Europa la sfida principale risulta dai rischi di un crescente protezionismo (e basta guardare questo grafico diffuso dall’istituto statistico tedesco per capire perché)
e poi dall’andamento delle economie emergenti, che all’Europa sono legate a filo doppio, sia sul versante commerciale che su quello finanziario.
Già, gli Emergenti. La Cura Trump rischia di danneggiarli parecchio e i mercati, come sempre sensibilissimi, reagiscono così.
Le valute sono le prime a soffrire, ovviamente, ma non saranno certamente le ultime. Intanto però la trumpmania si sfoga in parte sull’equity, che assorbe denaro dall’obbligazionario,
e poi proprio sul valutario, col dollaro a fare la parte di Sigfrido. O, meglio, di Superman.
euro e yen sono ai minimi da mesi, la qualcosa sicuramente piacerà al Giappone, che proprio grazie all’export ha visto il suo quarto di pil crescere più delle attese, e anche l’Europa dovrebbe trarne beneficio. D’altronde quando ci si convince che sia in arrivo un fiume di dollari cos’altro potrebbe succedere?
La Reuters scrive che il piano fiscale di Trump potrebbe spingere alla crescita anche l’Europa, che quindi s’iscrive di fatto e di diritto al club dei possibili miracolati. La convinzione che Mister T accenderà la voglia di fiscal spending anche negli austeri governi europei assomiglia a un atto di fede, persino superiore a quello che il fiscal spendig sia davvero utile a risolvere i problemi. Ma così va il mondo in questo scorcio d’anno, e lungi da noi di volerlo questionare.
Più interessante osservarlo. Notare ad esempio il tormento deflazionistico di casa nostra, con i prezzi ottobrini in calo dello 0,1% su base mensile e dello 0,2% su base annuale. Oppure osservare come, ancora a settembre, la produzione industriale europea sia diminuita dello 0,8% rispetto ad agosto, spuntando un povero +1,2% rispetto al settembre 2015. Nulla che serva al buonumore.
Sicché tocca accontentarsi delle spigolature. Scopro che la Commissione Ue vuole dotarsi di una task force per studiare il FinTech, ossia la finanza tecnologica, quella roba astrusa che va dalle Blockchain ai servizi finanziari digitali. Roba futuribile, ma già assai concreta, come ci ricorda l’Economist.
Ma sempre futuribile rimane. Oggi farebbe più piacere pagare meno tasse e avere più lavoro nell’EZ e nell’Ue. Ma questo miracolo qui non accade. L’unica cosa di un certo interesse la segnala Fitch: le banche australiane e canadesi si stanno rivolgendo sempre più al mercato europeo dei fondi monetari denominati in dollari per i loro prestiti a breve termine, dopo la riforma del settore entrata in vigore negli Usa. L’Europa sembra sempre più una banca, e poi ci stupiamo che le banche soffrano. Casualmente sono proprio quelle tedesche, ossia il paese economicamente più robusto, a soffrire di più.
Ma mi rendo conto che non è per nulla popolare l’idea che pensare troppo alle banche faccia male alle banche. Perciò la oblitero e ritorno sul cronicario, per regalarvi quest’ultima perla scovata sotto la sabbia.
Secondo Eurostat, i popoli dell’Ue possono aspettarsi di lavorare quasi due anni in più rispetto a quanto facevano dieci anni fa. In pratica si è allungata la durata della vita lavorativa.
E qui scovo l’ennesimo primato italiano. Nel 2015 la vita lavorativa più lunga è prevista in Svezia, con 41,2 anni, e quella più corta in Italia, con 30,7. Allegria.
A domani
Cronicario: L’oro cambia colore e diventa rosso come il conto della casalinga di Beijing
L’onda lunga dei miracoli di Mister T s’allunga a oggi, proseguendo l’incredibile serie di successi del nostro nuovo Re Taumaturgo. Prendete l’oro: da quando Mister T ha preso piede è successo questo:
L’oro è crollato. Anzi meglio: ha cambiato colore. E’ diventato rosso, come il rame che ha stupito tutti per la sua crescita: +26% in 15 giorni.
Forse aveva ragione chi ipotizzava una primavera della commodity. Ma tanto finché non lo scrive Bloomberg…
Nessuno dubita del merito di Mister T, ovviamente. La sua promessa di far volare le infrastrutture mette le ali anche ai metalli. Cos’altro deve curare il Re Taumaturgo?
Giusto la scrofola.
E la Cina? Curiosamente proprio mentre risorge l’oro rosso la Reuters si accorge di un altro rosso fisso, ossia il conto delle casalinghe di Beijing. Sta a vedere che adesso che lo dice la Reuters diventa una notizia, mentre quando lo dicevano i pirati del web era poco più di un frizzo, un lazzo, un’esagerazione, un gufaggio. Ebbene sappiatelo una volta per tutte: le famiglie cinesi si sono riempite di debiti, e stendiamo un velo pietoso sulle imprese, gli enti locali, le banche ombra. In Cina solo lo stato ha un debito pubblico mediamente basso. Forse perché ha fatto indebitare gli altri.
E difatti il debito delle famiglie cinesi è raddoppiato in meno di dieci anni, portandosi al 40,7% del pil, che è poco per gli standard occidentali, ma assai per quello cinese, dove gli stipendi sono quelli che sono. Pensare che i crediti al consumo concessi dalle banche cinesi sono passati da 3,8 trilioni di yuan di fine 2007 a 17,4 trilioni in meno di dieci anni è come salire sull’ottovolante e chiudere gli occhi: una vertigine. Capite bene la povera casalinga di Beijing, che oggi gode sul Cronicario dei suoi quindici secondi di celebrità, costretta a districarsi fra debiti in crescita e spazio abitativo in diminuzione a sempre a maggior prezzo.
E adesso è arrivato pure Mister T. Poverina, quello gliel’ha giurata ai cinesi. Guardate un po’ cos’è successo alle valute asiatiche da quando ha vinto l’uomo biondo.
Per non parlare del resto del mercato emergente. E invece guardate cosa è successo al pound britannico, che si è intonato per pura simpatia linguistica al successo di Mister T.
Oppure, ancora più interessante, al mercato dei bond.
Sarà mica vero che il mondo è cambiato? Non sono convintissimo. Alcune cose non cambieranno mai. Questa tipo:
Sapere di vivere in una zona del mondo – l’eurozona – dove le tasse superano il 40% del prodotto (e notate quanto sono aumentate negli ultimi cinque anni) mi fa venire voglia di cambiare pettinatura.
Non coltivo infatti la minima speranza che questa situazione possa cambiare, anzi: può solo andar peggio.
Dite che esagero? E chi dovrebbe rassicurarmi, i nostri sagaci scrittori di giornali e altre amenità? Non mi aspetto sorprese dalla loro perspicacia: sanno proporci solo analisi che sanno di brodino caldo. Adesso tutti a parlare di populismo. L’ennesimo bau bau.
Dopo che oggi ho letto nel giornale di quelli che si sentono cool che la Germania ormai è la guida dei paesi liberi ho quasi superato la capienza delle bestialità. Manca solo qualcuno che confermi la Cina un’economia di mercato e poi il Cronicario ha fatto il pieno per questa settimana.
L’unico rosso che non si vede oggi, ma neanche per sbaglio, è quello che si dovrebbe scorgere sulle guance dei tanti fenomeni che ci hanno intrattenuto con le loro analisi regolarmente sbagliate e che ancora vorrebbero spiegarci i perché e i percome. Non state a perderci tempo, quello che vi serve di sapere lo trovate sul Cronicario e sul resto di TheWalkingDebt. E’ ancora gratis, ma non durerà per sempre, quindi approfittatene.
Ci rivediamo lunedì.
Cronicario: Dal T-Blond al T-Bond: è il giorno dei miracoli
Oggi è di nuovo il giorno di mister T letteralmente onnipresente nel cronicario della rete, che però a differenza dell’originale
ha un bellissimo ciuffo biondo e la carnagione capace di rassicurare i fedeli della white supremacy, ormai sfiancati da otto anni di presidente abbronzato.
Oggi perciò, come ieri, è il giorno di Hillary Trump, ma in versione T-Blond, l’uomo fascinoso del momento, l’appuntamento col destino, il guaritore di scrofola. Passata la paura tutti di corsa a sperare nel nuovo Re Taumaturgo. Sicché la sintesi migliore di questa mezza giornata la trovo in questi due grafici, uno postato su Twitter da Jamie McGeever, della Reuters
che mostra come il rendimento sul T-Bond Usa abbiano segnato il maggior aumento settimanale degli ultimi sette anni, al nono posto degli ultimi 30. L’altro grafico mostra invece l’andamento declinante dello yen verso il dollaro, al suo minimo da quattro mesi.
Come leggere questi segnali? Come interpretarli? C’è la fila di auruspici là fuori, andateveli pure a cercare. Al Cronicario basta osservare che il clima è cambiato verso il nostro Mister T-Blond, ora poco ci manca divenga Creso. Ora piace, se lo allisciano.
Sentite Bloomberg: la vittoria di Trump fa salire le quotazioni delle banche europee. Il che somiglia davvero a un miracolo, come sa bene chi conosce le banche europee, assai più difficili della scrofola.
I più ostinati, per consolarsi raccontano che l’anti Mr T-Blond sarebbe questo tizio.
Mister T-Blond è riuscito a compiere davvero un miracolo: ha risuscitato Michael Moore. Ma che tristezza. Per dirla con le parole di un tizio
Bah. Meglio lasciare il circo Usa, che tanto ne avrà di migliori da riservarci nelle prossime settimane, e passare ad argomenti se non più seri, almeno più interessanti. E il primo che trovo riguarda una di quelle cose che diamo sempre troppo per scontato (nel senso che costa poco di questi tempi): il petrolio.
Ricordo a tutti che il prossimo 30 novembre a Vienna ci sarà la riunione dei ministri Opec che dovrebbe servire a congelare la produzione. Ma il succo l’ha spiegato poche ore fa l’IEA, ossia l’agenzia internazionale dell’energia. La domanda è prevista in calo e però i componenti Opec hanno pompato 33,8 milioni di barili in ottobre, persino oltre la soglia di 32,5-33 milioni fissata durante l’ultimo meeting di Algeri. Bisognerebbe capire perché, e poi tagliare, visto i chiari di luna.
Quanto al perché guardate qui
Il rosso è la produzione dell’Iran, che dopo aver siglato la pace americana è tornato a pompare milioni di barili. O meglio, a venderli. L’offerta di petrolio dall’Iran è al suo massimo da 7 anni. Addirittura ad ottobre, mese boom (e per fortuna si erano visti ad Algeri), l’Iran è tornato al livello pre sanzioni di 3,72 milioni di barili. E chi sono i partner dell’Iran?
Gli azzurrini siamo noi europei, nel caso non l’aveste notato. Ora mi chiedo cosa combinerà Mister T-Blond con l’Iran e tutto ciò che ne conseguirà per il petrolio, l’Europa, lo stretto di Hormuz e la compagnia cantante della globalizzazione senescente. Ma decido di non distrarmi e leggo questo:
Il partito unico della Cina, sapete quel paese che l’Ue deve decidere se è un’economia di mercato (vedi foto), ha deciso che serve maggiore disciplina al proprio interno. Disciplina di partito, mica di mercato, che avete capito? Immagino sia anche questo un miracolo di Mister T Blond.
Ma oggi i miracoli abbondano. Eccone un’altra, di miracolata, che ora ci crede davvero
Che c’avrà da guardare? Ho qualche sospetto, ma non sono il solo.
Intanto l’Economist gufa. Manco avesse visto i dati Istat sulla nostra produzione industriale di settembre, calata dello 0,8 rispetto ad agosto o i dati dell’economia in breve di Bankitalia. Pure a noi servirebbe un miracolo, altroché.
Finisco in bellezza, dopo tante bruttezze. Merito di DB che ha rilasciato uno studio secondo il quale le Blockchain potrebbero cambiare le nostre vite assai prima di quanto si pensi. Mi tocca sperare nella blockchain per avere una vita migliore? Ora chiedo a Mister T.
A domani.
Cronicario: Bim, bum, Trump: anche l’Ue fa bam
Come previsto con due giorni d’anticipo dal vostro Cronicario, Hillary Trump ha vinto le elezioni e ora tutti si stupiscono, ma solo perché sono scarsi in traduzioni e ancor di più in fantasia. Sicché oggi guardano attoniti allo scenario globale.
Questa bella crepa è persino meno profonda e grave di quella che si è aperta da un pezzo nel tessuto delle relazioni internazionali e non certo per colpa di Trump, che è un simpatico epifenomeno. Il problema è che i nodi vengono sempre al pettine, prima o poi, e già vedo il prossimo farsi largo allegramente verso di noi.
Lasciate che gli elettori vengano a me, dice M.me Le Pen. Presto, molto presto. Ad aprile 2017 si vota in Francia.
Ma prima vorrei regalarvi un momento fotografico perché della vittoria di Trump oramai sapete tutto, ne avrete piene le orecchie, ma gli occhi non ne hanno mai abbastanza. Perciò godetevi il meglio che ho trovato on line (e scusate per i crediti rubati) a cominciare da questa, che è da standing ovation.
Trump il “rosso”, manco a dirlo, ha fatto sdilinquire mezzo mondo. Chi ha sorriso seducente
chi sguaiato
chi l’ha buttata in diplomazia
Ma il ritornello è sempre lo stesso. Il mondo non sarà più lo stesso. La differenza di opinioni è fra chi aggiunge per fortuna alla frase e chi purtroppo. Anzi, purtroppamente.
Ma ci vuole poco a mettersi d’accordo. Il WSJ, ad esempio, preso atto dell’accaduto
ha subito sfumato il ciuffo di Trump,
evitando accuratamente le foto di profilo che giravano fino a ieri
E così, mentre i mercati sprizzavano gioia da tutti i pori per la vittoria di Trump (il petrolio per dire ha perso il 4% a notizia acquisita, salvo poi recuperare)
e i politici del mondo si congratulavano, si consumava il bim bum bam del girotondo globale. Solo che a buttare giù i numeri non erano gli Usa, che ancora contavano le schede elettorali, ma l’Ue.
Prima di vederli però, è utile leggere questa rilevazione pubblicata poche ore fa dal sito di statistica tedesco.
Non fatevi ingannare. La notizia non è che i paesi poveri esportano poco – sennò non sarebbero poveri – ma che il 7% della popolazione mondiale, casualmente residente nell’Ue a 28, pesa quasi il 35% del totale dell’export, a fronte del 10,3% degli Usa. Capite perché la vittoria di Trump generi ondate di panico in Europa?
E sarà pure un caso, ma nel giorno della scontata vittoria di Hillary Trump, arrivano le previsioni di autunno, assai più fredde di quanto non fossero pochi mesi fa. Per togliervi la sete col prosciutto, come si dice a Roma, guardatevi quelle sull’Italia.
poi quelle sulla Germania
e poi indovinate chi sono i buoni e chi i cattivi in questa storia.
Ne vogliamo parlare? Ma no, parliamo di Trump. Il bam dell’Ue può ancora attendere. Ma ricordatevi che è cominciato.
A domani.
Cronicario: Fra Brexit e Hillary Trump, la fine del 2016 è #MesChina
Rispondete subito senza pensarci: la Cina è un’economia di mercato? Smettetela di ridere e prendetela sul serio. Almeno quanto la prendono sul serio a Bruxelles quelli della Commissione Ue, che entro un mesetto dovranno rispondere a questa domanda. Mi figuro la buonanima di Von Mises, il grande teorico del calcolo come costituente di un’economia di mercato, che dimostrò l’impossibilità di un calcolo economico in un’economia socialista. Oggi temo faticherebbe a spiegare a Bruxelles che un’economia dove gli investimenti pubblici sono la metà del Pil e dove si fanno i piani quinquennali solo con molta fantasia filologica può essere considerata un’economia di mercato. Ma vabbé, siamo in piena hybris creativa, perciò vincono senza i dubbio i creatori dell’hashtag #MesChina, che ha ispirato #NoMeSChina sponsorizzato da quelli che domani saranno a Bruxelles e altrove per invitare lorsignori a dire no al market economy status (MES) per l’aspirante Impero d’Oriente (China).
#MesChina, peraltro, è proprio la fine di questo 2016. Pensate all’Impero d’Occidente: non è che se la passi benissimo. I lettori di Cronicario sanno già che Hillary Trump vincerà le elezioni e cosa ciò significhi. E sanno pure che l’Impero è ancora scosso dopo la botta di Brexit di giugno scorso. Ci mancava pure adesso che l’Ue – dico l’Ue – decida se la Cina è o no un’economia di mercato. Figuratevi se questa cosa agli imperatori piace. Proprio per nulla. E secondo me piace ancor meno ai cinesi, che già devono archiviare un mese di ottobre con l’export in calo del 7,3% e l’import dell’1,4. Dov’è finito il miracolo cinese? Vorranno mica fa’ davvero gli americani?
Stando a Bloomberg, che racconta dell’aumento del 20% delle vendite di auto in Cina per questioni fiscali sembra propri di sì. Ma Per il momento l’unica cosa che emerge è che il surplus cinese nei confronti degli Usa si restringe sempre più,
e questo dà una coloritura ulteriormente #MesChina a tutta la vicenda.
Ai tormenti imperiali si aggiungono le seccature delle periferie che pensano di essere determinanti. Come l’Ue, appunto. Solo che stavolta è il turno dei petrolieri che questo mese sperano di arrivare a un accordo per congelare la produzione per sostenere i prezzi, che già tornano a vacillare. Ne avrebbero ben donde, secondo questo grafico:
Anche questa, se ci fate caso, è una vicenda #MesChina. Ma d’altronde, se il petrolio non risale che ne sarà delle magnifiche sorti dei metodi alternativi di estrazione, che hanno il grave difetto di costare più di quanto rendono a queste quotazioni. Non pensiate che esagero, leggete questo.
Ma la notizia più triste del giorno è senz’altro un’altra: la produzione industriale tedesca è crollata dell’1,8% a settembre. Pure i tedeschi si stanno immiserendo, e sono certo che molti stappano lo champagne che hanno comprato con soldi presi a prestito. Vicenda assai #Meschina pure questa se ci pensate.
Per concludere in bellezza mi consolo con i giapponesi, ossia i cinesi degli anni ’80. Dove vanno loro andiamo noi. E allora vedo la faccia del premier Abe, che promette l’ennesimo stimolo fiscale nel 2017, e mi convinco
La fine d’anno sarà davvero #MesChina. D’altronde è un anno bisestile.
A domani.
Cronicario: I cinesi sognano le stelle, noi la pensione
Si comincia d’un lunedì pieno di sole, che perciò sollecita suggestioni pigre, tipo passeggiare e far nulla in pieno spirito latino. Guardo distratto lo smartphone che cinguetta notizie e soprattutto noto l’insistenza con la quale uno dei tanti account della Commissione Ue da stamane promoziona un evento dove si discorre dell’opportunità di realizzare un mercato europeo dei piani pensionistici individuali. Addirittura è stata lanciata una consultazione pubblica sul tema, alla quale si può partecipare seguendo questo link. Ci metto un po’ a entrare in modalità antenne alzate. In fondo fa caldo e farei volentieri di meglio. Ma un qualche cromosoma nordico prende il sopravvento e così inizio a scorrere la lunga cronologia di tweet che sta accompagnando l’evento da stamane.
Il succo è presto detto: le pensioni di domani saranno appena bastanti per le mezze porzioni, quindi meglio attrezzarsi con piani personali di sostegno, e magari lavorare più a lungo e risparmiare di più per poterle riempire di contributi. E siccome quest’affare riguarda tutta l’Europa, non sarebbe meglio fare l’ennesimo mercato comune? D’altronde qual è lo sviluppo più logico di un’Unione del mercato dei capitali se non l’unione dell’investimento previdenziale? Mi torna in mente una roba che ho scritto qualche anno fa. Le finte pensioni di domani sono un tema sensibile per i cittadini europei, così come le erano il carbone e l’acciaio negli anni ’50. E quindi sono il veicolo ideale perché i soliti marpioni proseguano l’integrazione economica europea. Cambia il vento ma noi no (cit.).
Il problema delle finte pensioni, peraltro, è che fanno capo a chissà quanti finti giovani che iniziano a lavorare già sognando di smettere. Dev’essere il modo europeo di pensare la giovinezza, mi dico, mentre mi cade l’occhio su un grafico di Bloomberg:
I self employed, gli auto-impiegati, gli autonomi, chiamateli come vi pare, crescono a rotta di collo in Corea del Sud, una delle tante declinazioni del miracolo economico asiatico, peccato che solo il 30% delle piccole imprese locali superino i cinque anni. Così facendo hanno aumentato del 9% la montagna dei debiti che per questa categoria ora ha superato i 225 miliardi. La giovinezza coreana si nutre di debiti, almeno quanto la nostra del sogno della pensione. E in questo i coreani somigliano ai loro mentori: gli Usa. Sempre Bloomberg rilascia un altro grafico assai eloquente:
In pratica dopo quattro anni dalla laurea, gli studenti Usa hanno sul groppone in media 30-40.000 dollari di debiti, con gli afroamericani a guidare la fila con 50.000. Nei primi anni ’90 non si arrivava a 10 mila. E così viene fuori un’altra caratteristica della gioventù contemporanea: i debiti.
Ormai il pomeriggio è rovinato, e il tempo si mette pure al brutto. Sicché decido di continuare a leggere e mi cade l’occhio sull’ennesimo studio di una società di consulenza che preconizza 2.500 miliardi di pil in più per l’Europa entro il 2025 se finalmente saremo capaci di fare la rivoluzione digitale. Questa cosa di immaginare la tecnologia come la levatrice dei nostri successi futuri mi fa capire quanto ci sia ancora da lavorare sulla nostra autostima. Anzi: quanto ci sia ancora da lavorare e basta.
A proposito di tecnologia. Fra le pieghe scovo quest’altra notizia estratta dall’ultimo bollettino mensile della Bundesbank. Un altro mito del nostro tempo, strettamente legato a quello della tecnologia che ci salverà, è l’High frequency trading che ci sterminerà. Ne siamo vittime tutti, io per primo. Siamo cresciuti fra minacce di apocalissi nucleari e invasioni aliene, e ancora aspettiamo l’extraterrestre che ci porti via. Il Terminator borsistico è solo l’ultimo degli uomini neri che abbiamo inventato per farci paura. Ma intanto godiamoci la storia e ripassiamo insieme la fiorente letteratura dei flash crash.
A proposito di uomini neri, i cultori della materia scopriranno con raccapriccio che la Cina ha superato la Russia nella spesa per le missioni spaziali
Non solo la Cina comprerà tutti i nostri palazzi e le nostre fabbriche – di recente anche la Germania si è preoccupata – adesso minaccia pure di comprarsi le stelle. I cinesi sognano le stelle almeno quanto noi la pensione. Ma quelle, perfide, si allontanano ogni giorno. E le pensioni pure.
A domani.











































































































