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Bruxelles e Francoforte accerchiano Berlino
Così anche a Bruxelles si sono accorti (meglio tardi che mai) che la Germania vive diversi squilibri macroeconomici.
A modo suo, certo.
Per il momento la Commissione si è limitata a fornire alcuni dati, a cominciare dal surplus di conto corrente che ormai veleggia intorno al 7% del Pil, e a decidere che bisognerà dedicare a Berlino un’analisi approfondita della situazione tedesca per arrivare a determinare se effettivamente la circostanza che la Germania sfori alcuni indicatori da anni sia la prova che il paese è squilibrato.
E’ questo il senso dell’Alert mechanism report rilasciato di recente dalla Commissione, che altro non è che l’avvio di un nuovo ciclo di macronomic imbalance procedure (Mip),ossia di altre analisi il cui scopo è quello di identificare squilibri capaci di creare problemi all’economia europea e all’unione monetaria.
A tal fine vengono redatte le In depth review (Idr), al cui termine si decide se tali eventuali squilibri necessitino di un’azione correttiva oppure no.
Per il momento, perciò, l’ingresso della Germania (anche dell’Italia, ma questa è una non notizia) nell’Amr e quindi il fatto che meriti un’Idr, equivale a una sostanziale messa in mora, i cui esiti si conosceranno soltanto nella primavera dell’anno prossimo, quando i risultati saranno resi noti, e andranno a fornire il materiale per il prossimo semestre europeo di coordinamento della politiche economiche. Ossia la sede dove eventuali decisioni verranno prese.
Tutto questo serve a capire quanto sia cervellotica la buropolitica di Bruxelles.
Degna di nota la circostanza che la Germania finisca all’indice della Commissione europee poche settimane dopo (ma sarà di sicuro un caso) il rapporto del Tesoro americano che ha accusato Berlino di essere una fonte di squilibri globali, a causa dei suoi attivi commerciali.
A quest’attacco “politico” arrivato di qua e al di là dell’Atlantico, Berlino ha risposto con un rapporto redatto da cinque saggi dell’economia (tutti tedeschi) secondo il quale non è vero che i surplus tedeschi siano un problema.
Questo è il succo, anche se all’interno dei saggi le opinioni sono assai più sfumate.
Il problema è che all’attacco “politico” se ne è aggiunto un altro assai più silente ma altrettanto insidioso: quello condotto dalla Bce lato Unione bancaria.
Le cronache raccontano dell’orientamento che starebbe sorgendo all’interno del futuro governo tedesco per evitare che il meccanismo di risoluzione bancario (SRM), secondo pilastro dell’Unione bancaria, venga costituito a livello sovranazionale, come è stato per il meccanismo di sorveglianza (SSM) che è stato affidato proprio alla Bce.
I tedeschi, secondo quanto dicono i bene informati, vorrebbero che il Risolutore fosse composto da autorità nazionali: sul modello dell’EBA, quindi.
Al contrario nella proposta formulata dalla Commissione, si propone un’entità sovranazionale alla quale far partecipare anche i rappresentanti degli stati e in qualche modo la Bce.
I banchieri centrali, dal canto loro, hanno più volte fatto capire di essere d’accordo con questa impostazione, visto che solo un risolutore assolutamente indipendente e credibile sarebbe capace di restituire fiducia alle banche europee conducendo a un risultato giudicato assolutamente irrinunciabile: il taglio del nodo che tutta esiste (e che la crisi ha rinforzato) fra il debito sovrano e le banche residenti.
Al di là dei tecnicismi, che comunque appassionano solo pochi, quello che conta è che la Germania stia subendo un vero e proprio accerchiamento, sia sul lato della propria politica economica che su quello bancario, che mira chiaramente a edulcorare il suo peso politico e, di conseguenza si traduce in un indebolimento della sua sovranità nazionale.
Ed è esattamente questo il punto.
Il processo di Grande convergenza, che viene proposto come unica soluzione ai vari trilemmi che affliggono l’eurozona, non poteva che concludersi mirando al bersaglio grosso: la Germania. Ossia l’unico stato nazionale che la crisi ha paradossalmente rinforzato (lo vedremo in un altro post) e che perciò rischia di essere un ostacolo invalicabile lungo il gagliardo percorso di crescita dell’Unione Europea.
Percorso che si nutre della crisi degli stati nazionali, come è noto. Ovvero della loro incapacità a fornire risposte alle sfide della globalizzazione.
Solo che, mentre era facile applicare la teoria degli effetti benefici della crisi ai poveri PIIGS, incapaci di difendersi a causa dei propri debiti, assai più difficile prendersela con i pezzi grossi che hanno anche la ventura di essere i creditori.
Sempre la Germania.
Il Grande Creditore diventa improvvisamente un pericolo. E le sue banche un fattore di instabilità da tenere sotto controllo.
Vedremo come reagirà Berlino all’accerchiamento.
Certo non basteranno cinque saggi.
Di buono c’è che lo capiremo presto, visto che tutti questi processi andranno in cottura entro il 2014.
Intanto vale la pena sottolineare il paradosso per il quale tutti coloro che hanno coltivato sentimenti di inimicia nei confronti della Germania oggi dovrebbero augurarsi che riesca a resistere all’attacco (travestito di innocui rilievi tecnici) concentrico di Ue e Bce, se hanno a cuore la sovranità degli stati europei.
La “caduta” della Germania, infatti, segnerebbe il definitivo tramonto della sovranità nazionale e il trionfo delle entità sovranazionali.
Il dilemma di Thomas Mann fra una Germania europea e un’Europa tedesca verrebbe finalmente sciolto a favore dell’Unione Europea tout court. E certo non è un caso che lo scrittore tedesco lo abbia formulato nel lontano 1953, due anni dopo la nascita della CECA.
La Germania, tutt’al più, sarebbe un’azionista di riferimento dell’Ue.
In ogni caso, un passaggio storico.
Meditate gente, meditate.
Per salvare il mattone basta controllare il costo degli affitti
Dicono tutti che servono idee nuove a costo zero per far ripartire la crescita. E molti di costoro puntano l’indice sul mercato immobiliare, visto il suo peso specifico sul Pil e i rischi che comporta per la nostra stabilità finanziaria.
Senonché di idee nuove non si vede neanche l’ombra nel nostro dibattito politico che si è impantanato sull’Imu, come se davvero una mancia di qualche centinaio di euro elargita (con l’elastico) alle famiglie possa risolvere i nostri problemi.
Invece le idee ci sono, a cercarle.
Prima di illustrarle però vale la pena vedere da dove partiamo.
Di recente Bankitalia ha rilasciato il suo ultimo sondaggio congiunturale sul mercato delle abitazioni in Italia relativo al terzo trimestre 2013, dal quale si evince che, pur proseguendo, si sono attenuati i segnali di debolezza del mercato. Il sondaggio, che fa la sintesi di una rilevazione condotta presso gli agenti immobiliari, nota che sono diminuiti i giudizi che prevedono un ulteriore calo dei prezzi (dal 76,8% al 68,2%) mentre è aumentata la percentuale di coloro che prevedono prezzi stabili nel prossimo futuro (il 31% dal 23,1%).
Ma a parte questo lieve ottimismo, l’indagine rileva che la quota di agenti che ha venduto almeno un’abitazione si è ridotta al 59,8% dal 63,6 di luglio, anche se è migliorata rispetto al 55,7% del terzo trimestre 2012. Invariato lo sconto sull’acquisto, che quota il 15,7%, mentre aumenta il tempo della trattativa.
Interessante il dato sulle locazioni. Il numero delle agenzie che ha affittato almeno un immobile è aumentato dall’80% all’81,2%, e il 57,2% degli agenti ha registrato una calo dei canoni rispetto al trimestre precedente anche se una quota maggiore di prima (il 40,3% rispetto al 37,9%) vede canoni stabili per il futuro immediato.
Cosa ci dice questo sondaggio? In pratica che gli agenti sono leggermente più ottimisti, ma prevedono prezzi stabili o in calo contenuto, sia sul versante delle compravendite che degli affitti, che si prevede aumentino di numero.
Segno che la domanda è ancora debole, malgrado ciò contrasti con l’evidenza di una larga domanda insoddisfatta (basta pensare alle grandi città) che non riesce a trovare il modo di avere una casa perché per queste famiglie gli affitti sono ancora troppo alti e le case costano ancora troppo. E a fronte di ciò ci sono quote rilevanti di case nuove invendute o disabitate.
Un spreco, che è anche un disastro sociale.
Stando così le cose, un’idea a costo zero per le casse dello Stato potrebbe essere semplicemente quella di imporre un prezzo controllato sugli affitti, il cui trend, secondo quanto stima Bankitalia, è in crescita.
Una sorta di nuovo equo canone, per le fasce più deboli ma non solo.
In tal modo, paradossalmente, si finirebbe col favorire il mercato delle compravendite, fermando il calo dei prezzi, che ha un impatto rilevante sulla stabilità finanziaria di banche e famiglie, e sbloccando ingenti quantità di ricchezze finanziarie congelate nei conti correnti o chissà dove invece di essere impiegate nell’economia reale.
Penserete che si tratti di un’idea peregrina e forse è così.
Ma vi confesso che non ci avrei mai pensato se non mi fossi imbattuto in uno studio del Nber che racconta del prodigioso effetto che ebbe sul mercato immobiliare americano la decisione di mettere sotto controllo statale il costo degli affitti fra il 1940 e il 1945.
Lo studio si intitola “The home front: rent control and the rapid wartime increase in home ownership”, e ne consiglio vivamente la lettura a tutti i teorici del libero mercato.
Vi do il dato più eclatante. Nei cinque anni considerati il numero dei proprietari di casa aumentò del 10%, circa la metà dell’intero incremento registrato in tutto il XX secolo. Persino più dell’incremento registrato nel periodo del boom, ossia dal 1945 al 1960.
Non servono i mutui subprime e la finanza creativa per far galoppare il mattone. Basta rendere conveniente l’acquisto, avere capacità di risparmio (quindi redditi adeguati) e un circuito bancario ragionevole che eroga credito.
Mentre oggi sta diventando conveniente (ma solo perché le famiglie non possono permettersi di comprare) la locazione. E dovrebbe essere chiaro a tutti che una famiglia in locazione è finanziariamente ed economicamente più fragile di una proprietaria. Il che ha un effetto diretto sulle sue possibilità di consumo, e quindi sul Pil nazionale.
La trovata intelligente, e forse casuale, fu che ad affitti sotto controllo si accoppiarono prezzi di vendita di mercato, quindi liberi. Con la conseguenza che al danno sofferto dai proprietari/locatari corrispose un guadagno dei proprietari/venditori allorquando gli inquilini comprarono, a prezzi di mercato, la casa che prima avevano preso in affitto a prezzo amministrato. La classica situazione win/win, ossia a somma positiva.
Un gioco cooperativo, quindi., non competitivo, che mostra meglio di ogni teoria che la salvezza dell’economia non arriverà (o almeno non solo) dal livello dei tassi, ma dalla capacità dell’economia reale di ripartire sulla base di uno scambio di beni.
La storia vale la pena raccontarla perché è molto istruttiva.
La guerra provocò una grande espansione della produzione nell’industria militare già dal 1940. Tale sviluppo funzionò da calamita nei confronti delle popolazioni rurali, attirate verso i centri urbani dalla promessa di un buon impiego.
Si calcola che fra il 1940 e il 1945 la popolazione civile sia aumentata di più del doppio in alcune città.
L’aumento di domanda di locazioni che ne conseguì, provocò una brusca salita del costo degli affitti che attirò l’attenzione del governo federale (evidentemente erano poco liberali, all’epoca), preoccupato che l’aumento del costo degli affitti facesse diminuire i salari reali e, di conseguenza, l’attrattività dell’abitare in città. Il che avrebbe avuto un effetto deprimente sulla produzione industriale bellica.
Sicché, due anni dopo, nel 1942, l’OPA (office of price administration) fissò alcuni prezzi amministrati, fra i quali anche quelli degli affitti nelle aree di interesse della Difesa. Che ben presto divenne tutta l’America. I prezzi furono fissati al livello precedente all’incremento della attività industriali, quindi a prima del 1940.
Alla faccia del mercato.
La tagliola dei prezzi amministrati, che doveva terminare con la fine della guerra, fece sentire i suoi effetti fino alla fine degli anni ’40. In tutto questo periodo il mercato immobiliare americano, afflitto peraltro da una mancanza di offerta di nuove costruzioni provocata dall’economia di guerra, mutò profondamente.
L’OPA, infatti, non aveva alcuna autorità sui prezzi di vendita degli immobili, che aumentarono notevolmente durante la guerra. Ciò costituì un notevole incentivo per i proprietari a disfarsi di immobili che rendevano poco ritirandoli dal mercato degli affitti e rendendoli disponibili per la vendita a coloro che erano già inquilini.
L’OPA provò a frenare questa deriva imponendo restrizione agli sfratti di coloro che non volevano comprare. Ma l’intesa fra proprietari e inquilini fece sfumare le intenzioni del governo. I primi iniziarono ad accettare piccoli anticipi, accoppiato a regolari pagamenti che andavano a coprire il prezzo della vendita, in cambio dell’acquisto delle case.
L’OPA ancora una volta provò ad opporsi, arrivando a fissare in almeno un terzo del totale della compravendita l’anticipo minimo per cedere una proprietà (poi portata a un quinto). Ciò malgrado la trasformazione di inquilini in proprietari era ormai un processo irrefrenabile.
Molti osservatori, fra i quali Friedman, nel dopoguerra ne dedussero che il controllo degli affitti genera un alto tasso di proprietari per diverse ragioni.
I dati raccolti nello studio confermano questa teoria. “Non solo l’incremento di proprietari è rimarchevole per la sua entità – scrive l’autore – ma anche per il fatto che sia avvenuto in un breve lasso di tempo”.
La crescita del numero di proprietari fra il 1947 e il 1950, infatti, fu relativamente molto modesta rispetto a quella registrata nella prima metà del decennio”.
Dai dati, inoltre, si deduce che il grosso di questo incremento avvenne proprio a causa degli accordi “affitto e compro”, talmente ventaggiosi per inquilini e proprietari che neanche la buona volontà del governo riuscì a impedirli.
Il mercato, quello reale, trova sempre la strada, a differenza di quello del capitale, che alla fine senza il supporto dello stato (leggi: banche centrali o bail out) non si regge in piedi.
Infatti mentre il numero degli inquilini-proprietari cresceva di ben 4,8 milioni fra il 1940 e il 1945, quello degli inquilini semplici a fitto amministrato calava di oltre due milioni nel periodo considerato. Questo mentre i prezzi nominali delle case in 35 città crescevano, sempre nel periodo, in media del 56%.
Tutto questo in un contesto di redditi crescenti per le famiglie e credito bancario stabile, visto che i prestiti al settore immobiliare si spostarono dal settore delle imprese di costruzioni, praticamente congelato dalla guerra, a quello delle famiglie che compravano casa.
“Mentre gli altri periodi di aumento del numero dei proprietari hanno sempre coinciso con un aumento del numero delle costruzioni – nota l’autore – il numero estremamente limitato di nuove costruzioni durante la guerra ha determinato una creazione di nuovi proprietari sulla base delle case esistenti”.
Non è una differenza da poco.
In pratica, un ceto limitassimo di persone, ossia i pochi proprietari che possedevano grandi quantità di immobili, sono stati “invitati” a venderli. Si fece pressione su un pugno di rentier, per dirla con Keynes, e così facendo si mise in moto un meccanismo di economia reale che ha cambiato il mercato immobiliare a vantaggio di tutti, rentier compresi, che hanno spuntato prezzi di vendita assai vantaggiosi.
L’economia funziona quando c’è scambio di beni o servizi, dovremmo ricordarcelo. Non quando tutti vogliono vivere di rendita, immobiliare o finanziaria che sia.
Secondo le stime dell’autore tale politica di affitti controllati spiega almeno il 65% di incremento di proprietari nella prima metà degli annni ’40. E soprattutto, conclude, “la rapida creazione di un grande nuovo gruppo di proprietari di casa ha esercitato una notevole influenza nelle decisioni politiche del dopoguerra”.
E’ la nascita ufficiale del ceto medio.
Lo stesso che si sta sgretolando adesso.
Se torniamo a noi e al nostro tempo, l’insegnamento di questa storia è più che eloquente.
Una politica lungumirante dovrebbe scoraggiare la rendita, in questo caso immobiliare, imponendo prezzi controllati sugli affitti ed elaborando opportuni strumenti, fiscali o creditizi, per favorire contestualmente l’acquisto delle case prese in locazione. In questo modo si arriverebbe a scoraggiare anche la rendita finanziaria, che è altrettanto perniciosa per l’economia reale.
La lezione è chiara, insomma.
Ma nessuno la ascolta.
La Giovine Europa (reloaded)
Ecco che i giovani diventano il lievito del dibattito europeo.
Sono loro, poverini, che dovranno pagare i debiti lasciati dai loro genitori.
Sono loro che dovranno farsi carico del fallimento epocale di un paio di generazioni, che tanto hanno preso quanto poco oggi vogliono restituire.
E’ in nome loro, perciò, che i governi devono farsi carico di tutto ciò che è necessario fare per rimettere in pista la macchina della crescita.
Perché in caso contrario questi giovani non avranno un futuro.
Ecco che i giovani diventano il denominatore comune di stati agli antipodi, come la Germania e la Grecia, tanto per citare gli ultimi due sui quali si è esercitata la retorica dei nostri banchieri centrali.
Vi sembrerà strano, ma anche la virtuosa Germania ha un debito nei confronti dei suoi giovani. Certo, differente da quello della Grecia, ma altrettanto cogente.
Della Grecia si è occupato Yves Mersch, che ha tenuto un discorso alla Minsky conference intitolato “Intergenerational justice in times of sovereign debt crises”, che già dal titolo è tutto un programma.
Il popolo greco, dice Mersch, ha compiuto “un aggiustamento fiscale di dimensione storiche e si è indirizzato sulla difficile strada delle riforme strutturale”. E tuttavia “l’inversione di tendenza è ancora a metà. C’è ancora molto lavoro da fare”.
Non basta mai.
Anche perché “la Grecia ha di fronte delle sfide fiscali di lungo termine collegate all’alto livello del debito pubblico e agli sviluppi demografici. Queste sfide sollevano profonde questioni di giustizia intergenerazionale”.
Che significa? Che se “il consolidamento fiscale parte oggi, allora la generazione che ha beneficiato di più dai suoi debiti giocherà il ruolo principale nella loro riduzione. Ma se il consolidamento verrà ritardato, allora le generazioni future dovranno farsi carico del peso della riduzione del debito, il che costituirebbe un diretto trasferimento a suo vantaggio dai suoi figli e nipoti”.
La decisione spetta a noi, sottolinea Mersch, visto che i nostri figli e nipoti non hanno voce in capitolo.
Il mito di Crono, che divora i suoi stessi figli, si attaglia perfettamente al caso greco.
Ma, sottolinea lo stesso Mersch, sono tutte le società occidentali chiamate a farci i conti.
Questo dilemma non riguarda solo la gestione del passato (i debiti), ma ha a che fare con il futuro (i debiti che dovremo fare).
Mersch calcola che da qui al 2060 ci saranno solo due lavoratori per un ultra 65enne, a fronte dei quattro di oggi. Quindi più previdenza e welfare, il cui peso si scaricherà sempre più su sempre meno persone.
“Questo significa che se le generazioni correnti saranno proattive nel riformare il sistema delle pensioni – dice – si potrà ridurre il peso sulle spalle delle generazioni future, sennò tale peso sarà sempre più gravoso”.
Da qui la domanda: “Riuscirà la generazione corrente a farsi carico delle responsabilità delle sfide fiscali di lungo termine nelle quali hanno avuto una gran parte di responsabilità?”
“E’ chiaro cosa sarebbe giusto fare in un’ottica di giustizia intergenerazionale”, conclude.
Le linee guida per la Grecia sono tre: consolidamento fiscale, aumento della competitività (leggi azione sul mercato del lavoro), attrazione di investimenti dall’estero. Quest’ultima prescrizione si attaglia perfettamente al ruolo di economia emergente che la Grecia si appresta a interpretare nel palcoscenico europeo.
Diciamo che è una sua specificità
Ma le altre due sono universali.
Lasciamo Mersch e andiamoci a leggere quello che dice Sabine Lautenschläger, vice presidente della Bundesbank, che ha parlato più o meno della stessa cosa a Francoforte il 26 ottobre scorso. Il suo discorso si intitola “The European sovereign debt crisis and its implications for the younger generation”.
Ve la faccio breve perché sono sicuro abbiate già capito. La nostra banchiera, dopo aver magnificato il successo della riforma del lavoro tedesca (le varie riforme Hartz) sottolinea che anche in Germania bisogna fare i conti con l’equità intergenerazionale.
Ma, aggiunge, è un problema che riguarda tutto il mondo.
La Germania, semmai, si trova un passo in avanti perché ha compiuto alcune riforme.
Ma altre ancora devono essere compiute, specie a livello europeo. A cominciare dall’Unione bancaria.
Degna di nota è la citazione che apre il suo discorso: “Il progresso degli enormi debiti, che al presente opprimono, e nel lungo periodo probabilmente rovineranno, tutte le grandi nazioni d’Europa, è stato pressoché uniforme”.
“Penserete che si tratta di una citazione recente – dice la frau – ma questa citazione data 1766 ed è tratta da uno scritto di Adam Smith, considerato il fondatore dell’economia classica”.
Come si vede, è sempre successo che i padri abbiano finito col mangiare i figli.
Salvo poi subire la ribellione dei superstiti. Che magari si sono rifiutati di pagare questi debiti in uno dei mille modi creativi con i quali si può fare (dal default, all’inflazione alla guerra). Tanto è vero che la nefasta previsione di Smith, nel lungo periodo, non si è mai avverata e gli stati europei sono ancora qui, malridotti, ma vivi e vegeti.
Fino ad oggi.
E tuttavia il problema rimane. “Molti giovani nei paesi europei colpiti dalla crisi stanno sperimentando una grande difficoltà a trovare lavoro e la crisi del debito proietta un’ombra sul loro futuro”, dice.
“Questi debiti saranno caricati sulle spalle delle giovani generazioni e il peso degli interessi restingerà notevolmente la politica fiscale”, aggiunge.
“Chiaramente, di conseguenza, le cause della crisi devono essere eliminate una volta per tutte nell’interesse delle giovani generazioni”, conclude.
E ancora una volta si pone l’accento sulle solite riforme, necessarie quanto ineludibili nel brevissimo periodo.
Per tutti.
Ecco perciò che i giovani diventano il migliore argomento per parlare di riforme del mercato del lavoro, della riorganizzazione della finanza europea e del necessario consolidamento fiscale.
Ecco che i giovani diventano la testa d’ariete di un’offensiva facilmente spendibile sui tavoli delle cancellerie europee.
Questo spiega bene perché ormai, di conseguenza, si sia perso il conto di quanti leader politici abbiano speso parole a favore dei giovani, sempre evitando di aggiungere che saranno proprio i giovani di oggi (e non i garantiti gonfi di diritti acquisiti) a pagare il prezzo maggiore della correzione storica di un andazzo traballante.
Ecco che il giovani diventano l’argomento principe della retorica “sviluppista” che, volente o nolente, non potrà far altro che esacerbare il conflitto intergenerazionale che sta maturando nell’eurozona e nel mondo, al grido di “giovani di tutto il mondo unitevi”.
D’altronde a chi meglio dei giovani può rivolgersi un’istituzione giovane come l’Unione europea?
La nuova Giovine Europa ha bisogno di una Santa allenza dei giovani da contrapporre alla Santa allenza degli Stati sovrani, artefici neanche troppo celati del dissesto finanziario del nostro tempo, come quella che si tentò, ai tempi di Mazzini, contro la Santa Allenza dei sovrani tout court.
A quel tempo l’esprimento fallì.
Ma ancora non c’erano le banche centrali.
Dopo le banche, anche le assicurazioni entrano nell’ombra
All’ombra della regolazione non fiorisce solo lo shadow banking.
Meno noto alle cronache, ma non per questo meno fiorente, è lo spostamento di una montagna di debiti delle compagnie di assicurazione verso soggetti che sfuggono alle maglie della regolazione finanziaria. Gli studiosi chiamano questo fenomeno shadow reinsurer.
Il fenomeno è finito sotto la lente di alcuni economisti del Nber, che qualche giorno fa hanno rilasciato un paper intitolato “Shadow insurance” che da una misura chiara della posta in gioco negli Stati Uniti e solleva notevoli interrogativi circa la capacità dei regolatori di far fronte alla straordinaria fantasia elusiva della finanza globale.
Un primo dato serve a dare l’idea della dimenzione del fenomeno.
Le passività cedute dagli assicuratori sulla vita al sistema-ombra dei riassicuratori è cresciuto dagli 11 miliardi di dollari nel 2002 ai 363 miliardi nel 2012: in pratica si è moltiplicato per 33. Le compagni assicurative che usano tali pratiche pesano il 50% del mercato e cedono 28 centesimi per ogni dollaro incassato alle assicurazioni ombra, a fronte dei 2 centesimi nel 2002.
Perché le assicurazioni abbiano preso questa deriva è facile capirlo. Secondo gli autori, infatti, “in assenza di assicuratori-ombra i costi marginali aumenterebbero dell’1,8%”.
La ricerca dell’efficienza nei costi, così come quella dei ricavi, genera il rischio sistemico.
Lo shadow reinsurer si compone di entità speciali, per lo più veicoli finanziari, allocati in alcuni stati americani o in paradisi fiscali che sono soggetti a una regolazione meno stringente o a normative fiscali più favorevoli. E vista la quantità di risorse in gioco, è pure agevole capire perché tale pratica abbia finito col diventare di moda.
Nel 2012, infatti, le passività delle assicurazioni americane, quindi gli obblighi accumulati nei confronti dei loro sottoscrittori, avevano raggiunto la somma di 4.069 miliardi di dollari. Un ammontare di tutto rispetto, se confrontato con un’altra montagna di passività, ossia quella accumulata nei depositi di rispamio, che, sempre nel 2012, valeva 6.979 miliardi.
Fino a pochi anni fa le passività delle compagnie assicurative non suscitavano l’attenzione degli osservatori, visto che venivano considerate più prevedibili e quindi stabili rispetto alle passività bancarie.
Ma i grandi cambiamenti nella regolazione hanno cambiato questo scenario.
Le compagnie di assicurazione, per garantirsi una gestione più efficiente (leggi meno costosa) delle propri passività hanno iniziato a spostare masse di debiti sul circuito ombra dei riassicuratori.
Così arriviamo ai 363 miliardi di passività censiti dagli autori che hanno trovato casa in questo circuito ombra.
Per capire quanto sia rilevante questo spostamento di passività, basti considerare che nel 2004, quindi in pieno boom della finanza e prima del collasso, il mercato delle asset-backed commercial paper emesse dal circuito bancario ombra delle banche americane quotava 650 miliardi.
Ad aggravare i rischi contribuisce anche la circostanza che la pratica di dislocare passività nel circuito ombra sia appannaggio delle più grandi compagnia assicurative americane, che pesano circa il 50% del mercato.
“Abbiamo riscontrato – scrivono gli autori – che lo shadow insurance aggiunge un tremendo ammontare di rischi finanziari per le compagnie coinvolte che non viene considerato nel rating attuale di cui dispongono”.
Nelle loro stime, se le agenzie di rating tenessero conto di tale pratica, i coefficienti patrimoniale delle compagnie assicurative sarebbero abbattuti del 49% (risk-based capital) con un impatto sul rating di tre notches (per le compagnie medie). Quindi un rating A diventerebbe B+.
L’aggiustamento proposto dagli autori causerebbe perdite per l’industria di oltre 15 miliardi di dollari che “attraverso le garanzie di stato finirebbero in carico ai taxpayers e alle altre compagnie che non usano il circuito ombra”.
Come sempre accade, sono sempre i buoni a pagare il conto dei cattivi.
Peraltro, sottolineano, “mentre lo shadow insurance ha chiaramente questi costi, i benefici sono difficili da quantificare”.
Capite bene perché i regolatori americani si siano allarmati. Anche perché, sottolineano gli autori, la stima di 363 miliardi di valori di passività finite nell’ombra, “potrebbe essere solo la punta di un iceberg” qualora la pratica dello shadow reinsurer sia diffusa anche nel resto del mondo.
Peraltro, ricordano, la crisi ha mostrato che “anche un piccolo shock può essere amplificato dall’interconnessione che esiste nel mercato finanziario” e uno shock nei mercati assicurativi può avere ripercussioni sull’economia reale “attraverso il mercato dei corporate bond”.
Di recente le autorità hanno chiesto una moratoria di tali pratiche. Un appello pressoché ignorato anche in considerazione del fatto che “il settore assicurativo è regolato a livello nazionale” negli Usa e questo “rende il coordinamento nazionale difficoltoso”.
Anche gli americani, insomma, hanno i loro trilemmi.
Prima o poi dovremmo farci i conti pure noi.
Un altro trilemma per l’eurozona
Siccome viviamo tempi difficili non basta più dover affrontare semplici dilemmi.
Ormai l’eurozona si trova di fronte solo trilemmi.
Deve vedersela con un celebre trilemma monetario, e deve far fronte ad un altro impegnativo trilemma politico.
Ma da quando è esplosa la crisi è arrivato un altro trilemma: quello finanziario.
L’ultimo a parlarne è stato Vitor Constancio, vide presidente della Bce, in una recente conferenza organizzata dalla Banca Santander a Madrid. Il tema ve lo potete immaginare: l’Unione Bancaria.
Lontano dal clamore delle cronache, i nostri banchieri centrali si stanno dando un gran daffare per spiegare urbi et orbi (ma sempre in ambienti tecnici) la bellezza e la bontà della nascente Unione bancaria. Tutti costoro concordano sull’origine della crisi europea e intravedono nella nuova unione bancaria il rimedio più sicuro per curare i sintomi del malessere sin dalla loro origine, che poi è molto semplice: il credito facile.
E’ stato il credito facile infatti a generare gli afflussi di denaro in conto capitale dei PIIGS e il relativo deficit sulle partite correnti. “L’esposizione delle banche dei paesi core verso i paesi periferici è più che quintuplicata dal 1999 al 2007”, dice il nostro banchiere.
E’ stata la ritirata del credito facile a rendere insostenibili debiti privati gonfiati fino allo sfinimento dal credito facile e a provocare l’esplosione del debito pubblico, chiamato a metterci una pezza e quindi finito in crisi anch’esso.
Dulcis in fundo, è arrivata la crisi dello spread, conseguenza diretta della crisi del debito pubblico, che ha “costretto” le banche a farsi carico del finanziamento dei debiti sovrani, opportunamente foraggiate dalla Bce.
Così siamo arrivati alla fine del problema che corrisponde all’inizio: le banche.
Sono le banche, oggi, il problema dell’eurozona, come ieri, secondo i nostri banchieri centrali, erano le monete volatili.
Sicché è del tutto logico che all’unione monetaria succeda un’unione bancaria.
Questo è il succo della narrazione di Constancio che prepara la ricetta che conosciamo bene: meccanismo unico di supervisione e poi di risoluzione, una volta chiarito a norma di legge chi dovrà mettere i soldi sul tappeto per tappare eventuali falle scovate dal supervisore sovranazionale una volta che la Bce avrà concluso il suo assessment sulle principali banche europee a fine ottobre del 2014.
“Il Single supervisory mechanism – spiega Constancio – inizierà formalmente la supervisione nel novembre 2014 – sottolinea Constancio – ed è stato disegnato per risolvere il trilemma finanziario provocato dal livello nazionale di supervisione, al fine di garantire l’integrazione e la stabilità finanziaria spostando la supervisione a livello sovrazionale”.
Ecco il punto: anche il trilemma finanziario, al pari degli altri due, si risolve spostando potere dal livello nazionale a quello sovranazionale.
Vale la pena approfondire.
Il concetto di trilemma finanziario è stato elaborato da Dirk Schoenmaker, studioso di finanza bancaria, che nell’aprile 2011 ha pubblicato uno studio (“The financial trilemma”) che ha scalato le classifiche delle banche centrali.
Schoenmaker è una delle firme illustri della Duisenberg school of finance, presso la quale ha pubblicato diversi paper dedicati proprio all’analisi delle questioni bancarie europee, che è un’istituzione intitolata, non a caso, al primo presidente olandese della Bce, Wim Duisenberg.
Questo serve a contestualizzare un po’ l’analisi.
Al termine di una lunga dissertazione, il nostro economista definisce il nuovo trilemma in questi termini: non è possibile avere allo stesso tempo la stabilità finanziaria, banche transfrontaliere e la supervisione nazionale. Bisogna scegliere di rinunciare a una cosa per avere le altre due.
Il trilemma, insomma, ricalca lo schema classico: fisso tre opzioni, le rendo simultaneamente incompatibili e “suggerisco” a quale rinunciare.
Un espediente retorico.
E sarà pure un caso, ma tutti i trilemmi finiscono con la rinuncia a qualcosa di nazionale.
Infatti lo stesso Schoenmaker, pochi mesi dopo, nel gennaio 2012, pubblica un altro paper dal titolo “Banking Supervision and Resolution: The European Dimension”, dove propone una personalissima soluzione al trilemma da lui stesso inventato: “Bisogna muovere la supervisione bancaria dal livello nazionale a quello sovranazionale. E fare ciò renderà necessario mettere in mani europee la risoluzione delle crisi, basata su una credibile dotazione finanziaria e accordi legali”.
Ma non è che bisognava essere economisti di spicco per trovare questa soluzione. Alla stabilità finanziaria, infatti, nessuno vuole o può rinunciare. Che le banche siano ormai transfrontaliere è un dato di fatto, da quando c’è totale libertà di movimento dei capitali. Rimane la supervisione nazionale, e capirai: se ne può tranquillamente fare a meno per avere le altre due cose.
E infatti a giugno 2012 il Consiglio europeo, pressato dalla crisi e dalla frammentazione finanziaria europea, fissa i paletti della futura Unione bancaria, fissando i tre pilastri, primo fra i quali la supervisione, che viene affidata alla Bce.
Sicché si capisce beneperché Constancio concluda manifestando la convinzione che “la lezione più importante che abbiamo imparato è che un mercato finanziario unico con una moneta unica necessita di un meccanismo sovranazionale unico di supervisione e di risoluzione”.
E poi dice che gli economisti non servono.
Servono eccome.
In tutti i sensi.
Il segreto del deficit al 3%
Uno si chiede: ma perché il deficit dei paesi dell’eurozona non può superare il 3%?
La prima risposta è quella facile: perché è scritto nei Trattati europei.
I più scrupolosi andranno a leggersi il Trattato di Maastricht, ma non troveranno scritto nulla del genere.
Il mitico 3%, infatti, non è scritto nel Trattato che nel 1992 fissò la coordinate della nuova Unione europea, bensì in un protocollo successivo che “desiderando precisare le modalità della procedura per i disavanzi eccessivi di cui all’articolo 104 C, paragrafo 2 del trattato”, fissa i valori del deficit a 3% del Pil e del debito pubblico al 60% del Pil.
Non c’è scritto però perché si sia arrivati a queste due cifre. E’ scritto così e basta.
Vi sembrerà una questione oziosa. Qualcuno penserà che sia frutto di chissà quale esoterismo economico. O magari crederete alla ricostruzione uscita qualche mese fa sulla stampa francese (Aujourd’hui-Le Parisien, 28 settembre 2012) secondo la quale l’invenzione del tetto del 3% del deficit si deve a un burocrate francese secondo il quale Mitterand aveva bisogno di una regola chiara e semplice per frenare le richieste di soldi (leggi deficit) dei suoi ministri e allora “senza alcuna riflessione teorica” si fissò il 3% perché, disse “è un buon numero, un numero storico che fa pensare alla Trinità”.
Vabbé, io amo le favolette, però purtroppo mi hanno anche insegnato a fare i conti, che rendono la realtà assai più prosaica della mitologia.
E poiché mi hanno insegnato che è sempre meglio approfondire, mi sono messo a tavolino e ci ho pensato un po’ su.
Come al solito, la risposta era davanti ai miei occhi. Come nella Lettera scarlatta, non c’è miglior modo per nascondere una cosa che rendendola visibile.
Così mi è apparso chiaro d’improvviso che 3 è il 5% di 60.
Questa percentuale – il 5% – è il numero magico della finanza pubblica europea.
Per capire perché, tuttavia, serve un po’ di noiosa contabilità pubblica.
Sappiamo che il saldo primario di un bilancio pubblico è uguale alla differenza fra le entrate correnti e le spese correnti nette, ossia al netto della somma pagata per gli interessi sul debito.
Sappiamo, di conseguenza, che la spesa corrente lorda include la spesa per gli interessi. Quindi se un paese ha un saldo primario nullo significa che il totale delle sue entrate copre tutte le spese e quindi l’indebitamento dell’anno è pari a zero. Quindi non ha fatto deficit.
Nella situazione ideale, perciò, un paese, non facendo deficit, non aumenta il debito pregresso, che perciò rimane fermo al livello fissato. Il famoso 60%, nel caso dell’eurozona.
Ma cosa significa se questo paese può avere un deficit pari al 3%?
In pratica vuol dire che le entrate dello Stato non coprono tutte le spese e che tale deficit può pesare al massimo il 3% del Pil.
Nell’ipotesi che il saldo primario sia uguale a zero, ciò implica che il deficit coincida esattamente con la spesa per interessi che lo Stato deve pagare per il servizio del suo debito.
Che è sempre il solito 3% del Pil.
Fin qua rimaniamo nel campo dei numeri fissati da chissà chi in sede di scrittura dei protocolli.
Più interessante è capira cosa sussumano questi numeri.
Definire un deficit massimo del 3% significa, l’abbiamo visto, fissare a questo livello la spesa massima per gli interessi sul debito di un paese. Nel caso dell’eurozona, questo implica che si sussume che il tasso di interesse che pago per remunerare il debito è pari al 5%, se il mio debito è fissato al 60% del Pil.
Ma chi paga (a parte noi PIIGS) tassi così alti sul debito?
Un esempio aiuterà a capire.
Il paese X dell’eurozona nell’anno Y ha avuto un Pil di 100 euro. Siccome è un paese virtuoso (sennò non sarebbe entrato nell’eurozona) il suo debito pubblico totale è di 60 euro.
Un anno dopo, il nostro paese ha fatto un deficit del 3%, che significa che ha pagato tre euro di interessi sul suo debito. Visto che il debito era di 60 euro, se ne ha pagato 3, vuol dire che tale debito è stato remunerato a un tasso del 5% e adesso il suo debito vale 63 euro.
Viene da ridere a pensare alla Germania o all’Olanda che pagano il 5% di tassi sui loro debiti.
Ma vabbé, andiamo avanti perché il meglio viene ora.
Siccome i trattati impongono al nostro paese un debito/pil sempre del 60%, il nostro paese si trova nella necessità, per non vedere aumentato il proprio debito, di chiudere l’anno con un pil almeno a 105. Infatti 105 diviso 63 fa 0,6, ossia 60%.
Quindi non solo si ipotizza che i paesi paghino il 5% sui loro debiti, ma anche che la crescita a prezzi correnti del Pil sia almeno pari al tasso d’interesse pagato sui debiti.
In pratica, forzando un po’ le cifre, il nostro paese ipotetico deve subire un tasso greco accoppiato a una crescita cinese.
Uno spettacolo, che è anche un programma (politico).
Tutto questo è stato scritto nel 1992 e non è stato più messo in discussione, entrando ormai di diritto nella dogmatica del dibattito europeo. Nel ’97, poi, su queste fondamenta è stato scritto il patto di stabilità, e da li si è arrivati ai giorni nostri.
Vale la pena rilevare che se anziché ipotizzare un tasso d’interesse al 5%, che forse era realistico ai tempi di Maastricht (ma non per la Germania) se ne ipotizzasse uno più vicino alla realtà, mettiamo il 2%, il nostro deficit non potrebbe superare l’1,2% del Pil.
Quindi nella logica di Maastricht, a tassi bassi devono corrispondere deficit bassi, per mantenere il debito stabile.
L’austerità è scritta nei trattati (anzi: nei protocolli) firmati da tutti.
Anche da quelli che oggi se ne lamentano.
Ora uno può chiedersi: ma perché il tetto del debito è stato fissato al 60% del Pil?
Accetto suggerimenti.
Tramonto finlandese
Pure i ricchi finlandesi piangono. Questo mal comune, che di sicuro consolerà gli amanti del mezzo gaudio, dovrebbe preoccupare al contempo non poco chi ha cuore la stabilità economica. Perché quando un paese che, come ha ricordato di recente Seppo Honkapohja, componente della banca centrale finlandese, “è il solo dell’area euro con un rating sovrano a tripla A e un outolook stabile” suscita preoccupazioni, vuol dire che i rischi ai quali è sottoposta l’economia globale son ben lungi dall’essere superati.
Anche un piccolo paese come la Finlandia, può generare un rischio sistemico.
D’altronde non è una novità. La Commissione europea, nel maggio scorso, ha pubblicato la sua ultima In depth review (IDR) dedicata al piccolo paese nordico che, scrive “sta sperimentando squilibri macroeconomici che meritano di essere monitorati e richiedono azioni politiche”.
Quello che preoccupa, in particolare, è il “sostanziale deterioramento della posizione del conto corrente e la debole performace dell’export, provocata dalla ristrutturazione industriale e dalla perdita di competitività”. Tale situazione “indebolisce la posizione economica del paese compromettendone la futura prosperità, anche a causa dell’invecchiamento della popolazione”.
La perdità di competitività è stata provocata, fra le altre cose, “dal significativo aumento del costo unitario del lavoro”, mentre, sul versante finanziario, la Commissione registra un preoccupante crescita dell’indebitamento, in particolare quello privato e quello estero.
Qualche numero aiuterà a capire.
Il saldo di conto corrente finlandese, che nel periodo 1992-2008 ha registrato un surplus medio del 4,2% del Pil, con un picco dell’8% nel 2008, dal 2009 in poi ha cominciato a calare trasformandosi in un deficit dell’1,3% nel 2011. Tale deficit si è allargato l’anno successivo all1,6%, ed è previsto in crescita fino all’1,8% nel 2014.
La crisi ha colpito il driver principale del Pil, ossia l’export che pesa circa il 40% sul prodotto del paese, che è peggiorato anche a causa della perdità di competività.
Nell’ultimo decennio, nota la Commissione, la Finlandia ha perso il 23% della sua quota mondiale di export. Ha pesato anche la ristrutturazione del settore industriale. La crisi della Nokia, intanto, ma anche dell’industria della carta, che sta delocalizzandosi in Asia e America Latina.
Come se non bastasse il paese soffre di una notevole dipendenza dalle importazioni di energia, che pesa circa il 20% dell’import.
A ciò si aggiunge l’aumento del livello di indebitamento. Il settore privato, escludendo quello finanziario, ha accumulato debiti fino al 179% del Pil, due terzi dei quali sono in pancia alle imprese. Al contrario il debito pubblico è previsto rimanga sotto la soglia del 60% fino al 2014 (a fronte della media del 46% fra il 1992 e il 2008), anche in virtù di un deficit contenuto. Va detto, tuttavia, che la Finlandia aveva un surplus di bilancio pubblico del 4,4% nel 2008, che è diventato un deficit del 2,5% nel 2010. Il consolidamento fiscale deciso dal governo lo ha ridotto allo 0,6%, ma la Commisione lo prevede nuovamente in crescita, anche se rimarrà sempre al di sotto del 3%.
Ma è l’unica nota positiva di uno spartito stonato.
Il debito delle famiglie, infatti, è un’altra fonte di preoccupazione. Anche se più basso di altri paesi nordici, negli ultimi anni è passato dal 65% del reddito al 118%.
Ma soprattutto è degno di nota che la crescita anno su anno dei debiti non consolidati del settore finanziario, nel 2011, abbia raggiunto il record del 30,8%.
Tale boom si deve per lo più ai movimenti di mercato del portafoglio dei derivati della Nordea bank, ossia la principale banca finlandese (che poi è una succursale di una banca svedese), conseguenza diretta dell’essere la Finlandia un “paradiso sicuro” per gli investitori.
E questo ci riporta al deficit di bilancia dei pagamenti, paradossalmente aggravato proprio dalla tripla A che attira capitali tramite investimenti di portafoglio e quindi, indirettamente, aumenta il debito estero, che era vicino a zero nel 2008 e adesso pesa circa l’1% del Pil.
Sembra poca cosa, ma considerate che nei primi anni del XX secolo la Finlandia era un prestatore netto e aveva crediti (dato 2003) superiori all’8% del Pil.
Tutto ciò si ripercuote sulla posizione degli investimenti esteri (NIIP). Le vicissitudini della Nokia pesano non poco sul flusso degli investimenti di portafoglio, che sono il driver principale dell’andamento della NIIP. “Il 75% delle azioni Nokia sono in mano agli stranieri – scrive la Commissione – e dato il valore della capitalizzazione ciò ha un effetto rilevante sulla NIIP”. Per la cronaca, la Nokia valeva oltre 100 miliardi in borsa, nel 2007 (a fronte di un Pil di circa 189 miliardi nel 2011, a prezzi correnti), per poi crollare intorno ai 15 miliardi nei tempi recenti. Il calo di questa capitalizzazione ha avuto un effetto positivo sulla NIIP che è diventata leggermente positiva malgrado l’aumento dei investimenti di portafogli esteri in Finlandia e quelle degli investimenti diretti all’estero delle imprese residenti.
Conclusione: “Al momento – scrive la commissione – il deficit di conto corrente è contenuto e la sostenibilità esterna è ancora forte, ma si sta indebolendo: anziché accumulare riserve se le sta mangiando”. Il contrario di quello che dovrebbe fare un paese con una popolazione che invecchia.
Nota a parte merita l’analisi del settore bancario, che nel 2012 ha accumulato asset per il 308% del Pil.
Le banche hanno reagito bene alla crisi scoppiata nel 2009, quando il Pil crollò dell’8,5%. Non hanno avuto bisogno di supporto statale e hanno avuto l’accortezza di esporsi solo limitatamente ai PIIGS. A oggi le banche hanno una buona profittabilità, con un return on equity (ROE) di circa il 10% e una buona capitalizzazione.
E tuttavia tanta salute nasconde i germi di una nascente fragilità.
L’esplosione di indebitamente registrato nel 2011 (+30,8% sul 2010) “merita un esame attento”, secondo la Commissione, anche perché insieme agli asset sono praticamente raddoppiati anche i debiti del sistema bancario dalla fine degli anni ’90 in poi.
Poi c’è la questione del mercato immobiliare. I prezzi reali sono aumentati del 92% dal ’97 al 2007, meno di altri paesi. Ciò non esclude che “il mercato immobiliare possa rappresentare un rischio per l’economia finnica, anche perché certe caratteristiche del mercato tendono ad amplificare la volatilità”. E questo, stante l’alto livello d’indebitamento delle famiglie, ha un effetto indiretto sullastabilità del sistema finanziario, vista la quantità di mutui che le banche hanno in portafoglio.
Un’altra fragilità sta nel fatto che “il settore bancario finlandese è altamente concentrato, con Nordea Bank Finlandia che possiede due terzi del totale degli asset”, un caso eccezionale in Europa. La Nordea finlandese, che è una sussidiaria della Nordea svedese, pesa per circa la metà del totale della crescita dei debiti nel settore finanziario e la crescita dei suo portafoglio di derivati, arrivato a valre 166 miliardi a fine 2011, pesa circa un terzo del totale della crescita dei debiti del settore finanziario finnico. Una fonte di rischi, spiega la Commissione, peraltro concentrata in una banca che è più che sistemica, nella finanza finnica.
Ancora. Sempre lo stato di “paradiso sicuro” della Finlandia ha attirato parecchio depositi dall’estero, che nel 2011 sono cresciuti di 67 miliardi, arrivando per lo più da altri paesi dell’area del Nord che hanno depositato in Finlandia, unico paese “vichingo” aderente all’euro, le loro eccedenze denominate nella valuta unica.
Il totale di queste fragilità nascenti fa concludere alla Commissione che sia necessario “un attento monitoraggio” per i notevoli rischi di contagio e, soprattutto, sui rischi derivanti da improvvisi richiami di capitali dall’estero.
Un deflusso di capitali esteri sarebbe fortemente destabilizzante per la banche.
Cosa ci dicono questi numeri?
Che la Finlandia sta ancora godendo dei suoi frutti della sua lunga estate economica, ma il sole tramonta e l’inverno ormai è alle porte.
Il terribile inverno del Nord.
Il paese sta consumando le sue riserve e aumentando i suoi debiti, mentre la popolazione invecchia e perde quote di mercato estero, ossia la fonte primaria del suo benessere. Segno evidente che i i tassi di crescita medi del 3% registrati fra il 1992 e il 2008 sono ormai un bel ricordo.
Il bilancio pubblico dovrà farsi carico di tutto ciò, in un modo o in un altro, come ricorda bene anche mister Honkapohja nel suo intervento dell’ottobre scorso, secondo il quale “l’economia finlandese soffrirà più altre economie europee gli effetti dell’invecchiamento della popolazione”, che poi significa welfare, quindi pensioni e sanità. E dovrà fare i conti anche con profonde riforme struttruali, innanzitutto del mercato del lavoro, per contenere la perdità di competitività e l’andamento demografico.
“Dobbiamo evitare che siano le pressioni del mercato a forzare il governo a prendere le decisioni necessarie”, ha esortato il nostro banchiere centrale.
Devono evitare, insomma, che accada a loro quello che accade in Italia da vent’anni e nel resto dell’europa del Sud da cinque.
Auguri.
Il lavoro flessibile? Frena l’occupazione
Nell’epoca dei luoghi comuni, vale la pena appassionarsi ad analisi come quella che ha pubblicato il Nber che si propone di rispondere a una domanda annosa quanto controversa: il lavoro flessibile di tipo americano fa davvero crescere il mercato del lavoro?
Il paper (Failing the Test? The Flexible U.S. Job Market in the Great Recession) firmato da Richard B.Freeman prende in esame il periodo della grande recessione provocata dalla crisi iniziata nel 2007, ed è concentrata sul mercato del lavoro americano, che certo non può essere sospettato di rigidità.
“La grande recessione – scrive – ha testato l’abilità della grande ‘macchina americana del lavoro’ a limitare la severità della disoccupazione nelle maggiori economie e a recuperare la piena occupazione”. Ma purtroppo, “nella crisi il mercato americano del lavoro ha deluso le aspettative”.
Il livello e la durata della disoccupazione, infatti, “sono aumentati sensibilmente durante la crisi e la crescita dei posti di lavoro è stata lenta e anemica nel momento della ripresa”.
Vi ricorda qualcosa?
La conclusione è alquanto impietosa: “La performance americana nella grande recessione contraddice l’opinione convenzionale della virtù della flessibilità rispetto all’approccio istituzionale per l’aggiustamento del mercato del lavoro e contraddice anche la nozione che istituzioni del lavoro deboli e una maggiore flessibilità del mercato offrano la strada migliore per il successo economico in una moderna economia capitalista”.
Potremmo concludere qui, ma vale la pena leggere la trentina di pagine dello studio perché scopriamo altre chicche utili a sviluppare la nostra capacità di comprensione di questi fenomeni.
Prima della grande recessione, gli economisti e i politici americani magnificavano la “US jobs machine”, ossia la macchina fabbrica-lavoro americana, come il segno più evidente della capacità di un mercato del lavoro flessibile a creare occupazione. Punti di forza di questa “macchina” erano (e sono) la facilità di licenziamento, la flessibilità delle retribuzioni e la mobilità dei lavoratori, che possono muoversi facilmente da un lavoro all’altro senza particolari problemi.
Questo almeno dice la vulgata.
Vulgata peraltro fondata empiricamente sul grande incremento di occupazione che l’economia americana ha visto fra il 1980 e il 1990, quando i tassi di disoccupazione Usa surclassarono quelli di altri paesi occidentali. “Poiché i lavoratori americani lavorano più ore e prendono meno vacanze, il gap fra gli Usa e le altre economie avanzate divenne sempre più grande relativamente al numero di ore lavorate”.
La famosa produttività crescente.
Qualcuno si accorse che tale miracolo portava con sé un crescente tasso di ineguaglianza, tassi di povertà stagnanti e decadenza delle rappresentanze sindacali, senza contare gli effetti che tali politiche avevano sul welfare (pensioni e sanità).
Ma che volete che sia.
Di fronte all’imperio dei numeri positivi gli economisti celebrarono il modello americano indicandolo come la strada maestra per i paesi europei che da quel momento in poi furono invitati a “riformare il mercato del lavoro”.
Il Fmi profetizzò, nel 2003, che tali riforme avrebbero potuto condurre a un guadagno di prodotto del 5% e a un calo di disoccupazione del 3%. “Tali benefici. aggiunse – possono anche raddoppiare se si verificano sforzi simultanei per aumentare la competitività nel mercato dei prodotti”.
Più o meno quello che si dice oggi.
Senonché, intanto, l’America, spinta dalla crisi, ha iniziato a mettere in discussione l’ennesimo dogma della flessibilità/mobilità.
La visione del miracolo del mercato del lavoro americano è stata messa in discussione da diverso tempo negli Usa.
Una ricerca svolta dall’autore su Google sulla key “great american jobs machine” mostra risultati tipo: “Chi ha rotto la macchina amerciana crea-lavoro?”, oppure “Finalmente si è rotta la grande macchina americana crea-lavoro?”, mentre a gennaio 2013 l’American economic association apriva una sessione sul tema domandandosi “Cos’è successo al miracolo dell’occupazione americana?”.
Per contrasto, nota malignamente l’autore, se si fa una ricerca su Google col termine “mercato del lavoro tedesco e grande recessione”, vengono fuori titoli come “Cosa spiega il miracolo del mercato del lavoro tedesco?”, oppure “Un altro miracolo economico: il mercato del lavoro tedesco durante la grande recessione”.
Prima di rispondere a queste domande, vale la pena evidenziare alcuni dati.
La perdita di occupazione sofferta dagli Usa fra il 2007 e il 2009 è stata la peggiore registrata dal dopoguerra in poi. La perdita di posti di lavoro è arrivata al 6,3%, un’enormità paragonata al range 1,2-5,2% (media 3%) di perdita di posti di lavoro sofferta dall’economia Usa negli ultimi sessant’anni.
Ad aggravare la situazione, la circostanza che quattro anni dopo il 2009 la recessione è ufficialmente terminata, ma “l’occupazione rimane sotto il suo livello di picco e sembra improbabile che recuperi tale livello prima di tre-quattro anni”. In pratica, si è allungato anche il tempo necessario al mercato del lavoro a riprendersi.
Nel 1981 bastarono due trimestri per vedere gli effetti positivi sul lavoro dalla fine della recessione.
Dopo la recessione del 1990 ce ne vollero quattro.
Nel 2001, addirittura, malgrado una crisi molto breve, la perdita di posti di lavoro proseguì anche nei trimestri positivi.
Quello che emerge, quindi è un indebolimento del legame fra crescita del prodotto e crescita dell’occupazione.
Lo confermano anche i dati dell’ultima crisi. Dalla fine della recessione a fine 2012 il Pil americano è cresciuto del 7,5%. L’occupazione di uno striminzito 1,2%.
Ce n’è abbastanza per dubitare del “miracolo” americano.
Che peraltro tale miracolo non sia poi così miracolo lo dimostra anche uno sguardo sulla storia.
Dopo la crisi del ’29, l’occupazione crollò fino al 1933 e non recuperò il suo livello pre-crisi prima del 1940 (mentre infuriava la guerra in Europa). E tuttavia, a fronte di un calo del Pil reale del 31%, fra il 1929-33, l’occupazione cadde “solo” del 18%. In pratica il contrario di quanto è accaduto ai giorni nostri.
Per il lavoro la crisi attuale è stata peggiore di quella degli anni ’30.
Lo dimostra anche come andarono le cose dal ’33 in poi. Il Pil reale crebbe del 44%, l’occupazione del 21%, un rapporto di elasticità pari a 0,48, che è il triplo di quello registrato ai giorni nostri (0,16).
Da cosa dipende questo cambiamento “storico”?
L’autore nota che, a differenza della grande depressione degli anni ’30, la grande recessione del XXI secolo si è basata escluviamente su stimoli macroeconomici, il salvataggio delle grandi banche e la politica monetaria della FEd, mentre altri paesi Ocse hanno aggiunto a queste politiche altre politiche capaci di incoraggiare le imprese a mantenere l’occupazione malgrado il calo di prodotto.
Il confronto con la Germania, ad esempio, mostra che nell’ultimo trimestre del 2010 sia la Germania che gli Usa avevano raggiunto il livello di Pil pre-crisi, ma mentre il mercato del lavoro americano era ancora sotto del 5,9% rispetto a prima, quello tedesco era aumentato dell’1,6%. Persino il Giappone è andato meglio.
Perché?
Secondo l’autore quello che ha funzionato di più è stato il modello tedesco basato sulla contrattazione sindacale, la flessibilità interna e la valorizzazione del lavoro suportata dall’intervento pubblico.
Al contrario ha fallito l”US-style”.
L’autore esamina una serie di questioni legate al modello di sviluppo americano, compresa la relazione fra salari e produttività, nell’ipotesi che le due variabili si siano sfasate (come si dice per gran parte dell’Europa). Senonché i dati mostrano che il mercato americano “è stato flessibile, sul lato dei salari”.
Allora forse c’è una terza questione, scrive, Vale a dire che responsabilità vadano cercate nella politica del licenziamento facile, riassumibile col detto “prima licenzia, poi chiedi”.
Forse – spiega – la facilità di licenziamento ha spinto i manager a focalizzare l’attenzione più sui loro bonus e sui profitti a breve, piuttosto che sulla ripresa. “Forse – aggiunge – tale lentezza nella ripresa del mercato del lavoro riflette la debolezza dei sindacati e la scarsa volontà del governo di fare politiche per l’impiego”.
Insomma: è il contesto che è diventato avverso al lavoro, malgrado i denari non manchino.
Il lavoro flessibile, conclude, può funzionare in un contesto in situazione di equilibrio, ma un contesto più istituzionalizzato (leggi meno affidato a pure logiche di mercato) può funzionare meglio in caso di crisi profonde.
E se lo dice lo zio Sam…
Non posso più comprare casa mia
Mi succede che a un certo punto devo cambiare casa perché ormai non ho più spazio abbastanza. Chiaramente sono triste, perché ci abito da quasi vent’anni, e l’idea di impelagarmi in un cambio di casa, con tutto ciò che comporta (agenzie immobiliari, traslochi, notai, burocrazie varie) mi provoca attacchi di panico.
Ma poi mi dico: vabbé. Ci riescono tutti, ci posso riuscire anch’io.
Per minimizzare lo stress metto come condizione il fatto che voglio rimanere nello stesso quartiere. Non mi sembra una grande pretesa.
E quando le varie agenzie immobiliari che inizio a frequentare mi chiedono quali siano le mie aspettative dico: guardi mi bastano un paio di stanze e un bagno in più.
Neanche questa mi sembra una grande pretesa.
Poi finalmente mi decido e propongo a un agente di venire a valutare casa mia.
Mi si presenta un giovane con la solita cravatta larga che mi fa i soliti discorsi tipo: sono il migliore della piazza, di sicuro le vendo casa entro quattro mesi, lo so che gli agenti immobiliari dicono un sacco di balle, ma io sono diverso, eccetera.
Lo ascolto incantato e penso che agenti immobiliari si nasca: impossibile diventare così. Poi arriviamo al punto. Ma quanto vale casa mia? Gli chiedo. Si guarda intorno, si contorce un po’ e poi mi dice che certo, il mercato è calato. Se l’avesse venduta cinque anni fa avrebbe preso molto di più, sottolinea. Al che io dico che avevo ancora abbastanza spazio, cinque anni fa.
Si figuri, mi racconta, che vendevo della robaccia a prezzi incredibili, cinque anni fa. E la gente comprava, comprava…
Quasi quasi mi spiace per lui.
Dunque? chiedo.
Beh guardi…e spara una cifra, quasi scusandosi per quanto gli sembra bassa rispetto a cinque anni fa. Io rimango a bocca aperta. Ricordo esattamente quanto ho pagato questa casetta a metà degli anni ’90. All’epoca, finalmente dotato di un contratto di lavoro spendibile sul mercato dei mutui, la mia retribuzione di neoassunto era decisamente bassa. Ma era in lire.
Il mio povero papà dovette firmare la solita fideiussione per convincere la banca a darmi un mutuo che copriva i due terzi del costo dell’immobile. Dovetti indebitarmi in valuta (franchi svizzeri) perché i tassi fissi italiani erano proibitivi e poiché l’Italia sembrava aver stabilizzato il suo cambio, mi pareva più ragionevole, anche se rischioso, correre un rischio di cambio a fronte di un differenziale fra i tassi italiani e quelli elvetici di oltre otto punti.
Anche perché col mio povero stipendio, se mi fossi indebitato in lire, sarei stato a rischio insolvenza ogni semestre (quando scattava la rata).
Feci un mutuo decennale, durante i quali ho aspettato il mese di settembre e febbraio col patema d’animo della rata. Però ce l’ho fatta.
Tutta questa storia mi è tornata in mente mentre sentivo la valutazione del mio simpatico agente immobiliare.
Mi sono distratto.
Sentivo la sua voce distante magnificare la sua competenza professionale e le sue strategie di vendita, ma vedevo solo numeri.
Com’è possibile? mi chiedevo in silenzio. Se pure avessi lo stesso anticipo (ma era in lire) di cui disponevo a metà anni ’90 (grazie papà), dovrei fare un mutuo quintuplo rispetto a quello dell’epoca per riuscire a comprare la casa dove abito. In pratica il mutuo dovrebbe coprire oltre i cinque sesti del prezzo.
Poi penso che a metà degli anni ’90 guadagnavo più o meno un quarto di quello che guadagno adesso. Ma adesso vengo pagato in euro. E ciò malgrado col mio stipendio non potrei mai pagare una rata di un mutuo del genere neanche se mi indebitassi in yen. Dovrei fare un mutuo di almeno trent’anni, per avere una speranza di poterlo pagare (a fronte di quello di dieci che feci all’epoca). E l’idea stessa di vivere per trent’anni i patemi delle rate semestrali mi provoca un improvviso bruciore di stomaco.
Mentre le parole dell’agente immobiliare sfumano sempre più sullo sfondo, mi accorgo di un’evidenza che mi sembra valga più di mille statistiche.
A metà degli anni ’90, giovane neoassunto, sono riuscito a comprarmi la casa dove abito. Dopo vent’anni di carriera e di risparmi (e un cambiamento valutario) non più. Oggi non potrei più comprare casa mia.
Figuratevi comprarne una più grande.
Si allarga lo spread fra governo e Bankitalia
Una cosa l’ho capita, leggendo la lunga audizione del vice direttore della Banca d’Italia, Luigi Signorini, in Senato sulla legge di stabilità del 29 ottobre scorso. Ho capito che il governo ha fatto una rischiosa scommessa al ribasso sullo spread da qui al 2016. E che da questa scommessa dipende lo stato di salute della nostra finanza pubblica, visto che tutti i conti tornano solo se questa scommessa verrà azzeccata.
Avere la conferma da una fonte così autorevole di una circostanza che mi era già parsa singolare, mi ha fatto capire un’altra cosa: lo spread determinerà il nostro futuro, con tutto ciò che sussume. Vale a dire la dipendenza della nostra politica fiscale dagli umori dei mercati finanziari e dal contesto internazionale.
Che poi è un altro modo per dire che l’ammontare del nostro debito pubblico, per la montagna di interessi che genera e la dipendenza dall’esteroo che provoca, è un’ipoteca sempre più pesante sul nostro futuro.
Faccio un passo indietro.
A un certo punto della sua lunga audizione, Signorini ricorda che nella Nota di aggiornamento al DEF che il governo ha presentato a settembre “le proiezioni a medio termine sono basate anche sull’ipotesi di una significativa discesa del differenziale di rendimento tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi, che passerebbe, sulla scadenza decennale, dagli attuali 245 punti base a 150 nel 2015 e a 100 nel 2016-17”.
Senonché, sottolinea, “attualmente le previsioni dei mercati sono meno favorevoli”.
E come se non bastasse, “l’evoluzione futura dei rendimenti presenta ampi margini d’incertezza, risentendo dell’andamento dei mercati finanziari, dell’evoluzione dell’assetto istituzionale europeo e del quadro interno nel nostro Paese”.
Dulcis in fundo, sottolinea Signorini, “secondo le nostre valutazioni, la riduzione dello spread ipotizzata contribuirebbe a una maggior crescita di 3-4 decimi di punto percentuale l’anno”.
Ricapitolo.
Da una parte la Banca d’Italia osserva che le previsioni dei mercati sull’andamento dello spread sono meno favorevoli di quelle ipotizzate dal governo. Dall’altra che l’andamento di tale variabile solo in parte è conseguenza di quello che faremo come sistema Paese, mentre in gran parte dipende dal resto del mondo. E infine nota come fallire la scommessa dei ribassi previsti dal governo porti con sé conseguenze sul Pil nell’ordine dello 0,3-4% in termini di prodotto.
Ricordo che il DEF portava con sé la previsione di un Pil a +1,7% nel 2015 (spread a 150), a +1,8 nel 2016 e a +1,9% nel 2017 (spread a 100 punti). Le previsioni di Bankitalia portate in audizione non arrivano così lontano. Però è chiaro che si discostano da quelle del governo. Basta notare che la crescita prevista dal DEF per il 2014 è dell’1%, mentre Bankitalia si ferma a un +0,7%. E siccome il DEF si regge, oltre che sulla scomessa sullo spread anche su quella della crescita prevista, capite bene quanto sia caracollante il futuro che ci aspetta.
Ancora più interessante è leggere una nota in corsivo contenuta nell’audizione: “La Nota di aggiornamento non fornisce informazioni sul metodo di stima dei tassi d’interesse utilizzato nelle previsioni. L’andamento previsto per la spesa per interessi suggerisce che vi sia stato un cambiamento rispetto alla metodologia adottata negli ultimi documenti di programmazione, che utilizzava i tassi impliciti nella curva dei rendimenti per l’Italia”.
Non fatevi scoraggiare dal tecnicismo. Il senso è molto chiaro: il governo ha cambiato metodo di calcolo per ipotizzare l’andamento della spesa per interessi, e di conseguenza l’andamento del nostro saldo primario con tutte le conseguenza che ciò comporta su quello del deficit, sostituendo quello usato finora con uno assolutamente arbitrario.
Una scommessa, appunto.
Tanto è vero che, sottolinea, “le prospettive di una ripresa solida e duratura sono legate al realizzarsi di favorevoli condizioni interne e internazionali”.
Teniamo incrociate le dita. Perché vincere tale scommessa determinerà se davvero raggiungeremo il pareggio di bilancio nel 2015 (che dovevamo raggiungere a fine 2013), se non avremo bisogno di ulteriori manovre correttive, se, per farla semplice, riusciremo a mantenere i conti pubblici sotto controllo, a cominciare dal nostro livello di debito che, nota Signorini, nella Nota viene quotato, per il 2013, al 132,9% del Pil “livello superiore di quasi 12 punti rispetto al picco toccato a metà degli anni ’90“.
Vale la pena rilevare, a tal proposito, che in due anni il debito/pil è aumentato del 12,2%, del 7,7% se si escludono le somme versate per il sostegno dei paesi europei in difficoltà e l’effetto del pagamento dei debiti commerciali. Se non ci fosse stata la recessione che ha consumato l’Italia dal 2011 in poi, “si può valutare che il rapporto debito/pil sarebbe stato costante”, sempre al netto degli aiuti e del pagamento dei debiti commerciali.
Vuol dire, in pratica, che il nostro debito è inchiodato sostanzialmente da vent’anni.
Nel frattempo però la nostra pressione fiscale, calcolata come percentuale delle entrate totali delle amministrazioni pubbliche sul Pil, è arrivata al massimo storico, nel 2012, del 48,2% (era il 44,7 nel 2003).
Per capire dove siano finiti questi soldi, basta notare che la spesa per le amministrazioni pubbliche è passata dal 48,4% del Pil del 2003 al 51,2% del 2012. A tale andamento ha contribuito principalmente la spesa corrente (dal 44% al 48,1), è aumentata la spesa per interessi (compresa nella spesa corrente), dal 5,1 al 5,5%, mentre quella in conto capitale, quindi gli investimenti, è scesa dal 4,3 al 3,1%.
Vale la pena notare che l’incremento più rilevante della spesa corrente è stata quella per pensioni, passata dal 15,1% del Pil al 17,4%, malgrado le numerose riforme previdenziali.
Stando così le cose, capirete bene perché la scommessa del governo diventa rilevante. E anche perché Bankitalia si preoccupi di metterla in evidenza, ripetendo più volte che sarà necessario uno stretto controllo della spesa, che bisogna fare le riforme, e tutte le solite cose che sappiamo.
SIcché alla fine della lettura mi è sorto un sospetto.
Lo spread sul bund magari si restringerà.
Ma intanto si sta allargando quello fra il governo e Bankitalia.
