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Delusioni da QE: gli Usa nella trappola del dollaro

Sarà pure colpa del freddo, come si sono affrettati a dire in tanti commentando l’andamento deludente del Pil Usa nel primo trimestre 2015 americano, ma sospetto leggendo qua e là che più che la meteorologia a gelare l’economia statunitense sia stato il clima globale, divenuto d’improvviso avverso all’economia americana.

Ne ho un primo sentore quando leggo nell’ultimo bollettino della Bce che l’andamento del Pil americano ha risentito “in larga misura del contributo negativo della domanda estera” .

E poi un altro, quando leggo nel Global financial stability review del FMI che il QE europeo si prevede origini deflussi imponenti dagli asset europei, nell’ordine di un trilione di euro, a causa del calo brusco dei rendimenti. E poiché non è che ci sia tutta questa roba da comprare all’estero, ne deduco che questo fiume di denaro andrà a ingrossare il già imponente mare dove naviga il dollaro, destinato, complice anche l’ormai imminente avvio dell’exit strategy americana, a rafforzarsi, con tutto ciò che ne consegue per le economie emergenti e la nostra.

Approfondisco leggendo la nota sul Pil del primo trimestre americano diffusa dall’ufficio statistico Usa (BEA), dove c’è scritto che “la crescita del Pil reale nel primo quarto 2015 (+0,2%, ndr) riflette contributi positivi dalla spesa per consumi personali e dagli investimenti privati, che sono stati in parte erosi dal contributo negativo dell’export, dagli investimenti fissi esteri e dalla spesa del governo”.

Insomma: la crescita americana rimane in territorio positivo soprattutto grazie ai consumi privati, che però sono decelerati, ma soprattutto ha risentito del calo delle esportazioni, cui probabilmente ha contribuito, oltre all’andamento deludente della domanda globale, il rafforzamento della valuta seguito alla svalutazione europea e giapponese.

In particolare, i consumi reali sono aumentati dell’1,9% nel primo trimestre 2015, a fronte del 4,4% del quarto trimestre 2014. I beni durevoli sono cresciuti dell’1,1%, a fronte del 6,2% precedente, mentre i beni non durevoli sono diminuiti dello 0,3%, che si confronta con il +4,1% del trimestre precedente. Rallentano anche i servizi, dal 4,3 al 2,8%.

Sul versante degli investimenti fissi, quelli dei non residenti sono diminuiti del 3,4%, a fronte di un aumento del 4,7 a fine 2014, mentre quelli dei residenti sono aumentati dell’1,3% a fronte del +3,8 del trimestre precedente.

Quanto all’export, i numeri si fanno più corposi. Le esportazioni reali sono diminuite del 7,2% nel primo quarto 2015 a fronte dell’aumento del 4,5% dell’ultimo quarto 2014, mentre le importazioni sono aumentate dell’1,8 a fronte del 104 di fine 2014.

A fronte di questi dati, il BEA rileva una crescita della ricchezza personale e del risparmio. Circostanze queste ultime, cui certo hanno contribuito i recenti ribassi dei corsi petroliferi oltre che alcune scelte fiscali americane, che convincono i tanti osservatori che guardano agli Stati Uniti che comunque le prospettive dell’economia Usa, che si fonda in gran parte sui consumi interni, troverà al suo interno le risorse per mantenersi robusta nei trimestri successivi.

Il che è sicuramente possibile, mentre è difficile capire quanto sia probabile.

Noto però che il contributo dell’export netto al Pil è diventato negativo già dal 2014, assai prima quindi che iniziasse la svalutazione dell’euro, e che nel primo trimestre 2015 il contributo negativo dell’export ha quasi del tutto compensato la spesa dei privati residenti per beni e servizi.

In particolare, quest’ultima ha dato un contributo positivo dell’1,31% sul Pil (a fronte del 2,98% del quarto trimestre 2014), mentre l’export netto ha eroso l’1,25% del tasso di crescita, un contributo negativo mai così elevato dal 2011 a oggi.

Insomma: alla vigilia dell’exit strategy gli Usa si trovano indeboliti sul versante estero proprio a causa della forza del dollaro, che se da un lato rafforza la domanda dei residenti, dall’altro scoraggia quella dei non residenti, sia sul versante dei beni che su quella degli investimenti. L’aumento dei tassi non potrà che esacerbare i rischi per la crescita derivanti dalla trappola del dollaro forte.

Sarà per questo che la Fed ripete sempre di non aver fretta.

(3/segue)

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Delusioni da QE: l’inconcludenza anglo-americana

Ora che anche il dato del Pil Usa ha deluso gli osservatori, con un povero +0,2% di crescita, dopo che era accaduto lo stesso con quello inglese, col suo misero +0,3%, mi chiedo se il vero danno che rischiano di provocare i vari QE non finirà col coincidere con quello che tutti dicevano di voler evitare: la perdita di fiducia.

La fiducia nel QE, innanzitutto.

Me lo dico mentre guardo ai nostri problemi europei, con la BCE a pompar  fiducia tramite l’acquisto di asset, iniziando noi a godere dei benefici, per adesso esclusivamente finanziari, di cui Usa e UK godono  dall’inizio del secondo decennio del secolo. Ossia da quando hanno iniziato a far lavorare le proprie banche centrali.

E mi chiedo pure se quello che sta accadendo in quelle economie in qualche modo non dovrebbe servirci da lezione.

Il problema del QE, ebbe a dire un noto banchiere centrale, è che non funziona in teoria ma in pratica sì. Senonché quest’inizio di 2015 ci dice un’altra cosa: funziona in pratica ma fino a un certo punto.

Sarebbe avventato trarre conclusioni dall’andamento di un trimestre economico. Però non posso fare a meno di notare che il dato deludente dei paesi capofila dei QE arrivi proprio quando la BCE ha iniziato la sua politica di allentamento e la banca centrale giapponese ne ha preannunciato ulteriori. La conseguenza è stata che le monete di questi paesi si sono ulteriormente svalutate, a vantaggio soprattutto del dollaro. Ed ecco che la statistica ha presentato il conto.

Sarà pure un caso, ma la sensazione è che il QE sia la forma aggiornata e contemporanea delle vecchie svalutazioni competitive.

Tuttavia, poiché diffido delle sensazioni, corro a leggere le release degli istituti di statistica che, al di là del dato numerico, come sempre provvisorio e soggetto a revisioni, fotografano l’andamento dei vari settori del prodotto. E comincio da quello inglese.

La prima informazione utile che trovo nella rilevazione dell’istituto di statistica inglese è che l’unico settore che ha visto il prodotto in crescita è stato quello dei servizi, che tutti noi sappiamo essere intimamente correlato a quello finanziario. In particolare i servizi sono cresciuti dello 0.5%.

Al contrario il settore delle costruzioni ha perso l’1,6%, quello industriale lo 0,1% e l’agricoltura lo 0,2%. La dieta pane e mattoni degli inglesi evidentemente mostra la corda.

La seconda informazione è che il primo trimestre 2015 sul primo trimestre 2014 ha visto un Pil in crescita del 2,4%, quando gli analisti si aspettavano arrivasse al +4% rispetto al picco negativo del primo quarto 2008.

La terza informazione la deduco osservando le tabelle. Fatto 1.000 il peso del prodotto complessivo, il settore dei servizi pesa 784 sul totale, e ciò spiega perché una crescita del Pil dei servizi sia capace di spostare l’indicatore delle crescita in territorio positivo. Il settore delle costruzioni, per dire, pesa appena 64. Il calo dell’1,6% del pil nel primo trimestre del settore, quindi, ha un peso relativo assai inferiore sul totale del prodotto rispetto alla crescita dello 0,5% dei servizi.

In tal senso, il QE, che ha servito assai bene l’industria finanziaria, è stato sicuramente un ottimo viatico per la crescita inglese che, fatto 100 l’indice del 2011, al rimo trimestre 2015 è arrivato a 106,6.

L’ultima notizia la deduco dall’osservazione del grafico che misura con istogrammi l’andamento dei vari trimestri della crescita inglese rispetto a trimestre precedente. Nel corso del 2014 il trend è chiaramente in declino.

La crescita inglese, insomma, rallenta.

Di quella americana vi parlerò domani.

(2/segue)

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Delusioni da QE: la svalutazione giapponese non spinge export né Pil

Sempre perché è utile provare ad attraversare il mare che separa il dire dal fare, ossia la teoria dalla pratica, è illuminante investire un po’ di tempo e leggere il riquadro che la Bce dedica nel suo ultimo bollettino economico all’analisi dell’andamento delle esportazioni nette giapponesi dal 2012 a oggi.

Tema assai contemporaneo, vuoi perché nel frattempo lo yen ha perso il 30% , vuoi perché le tanti voci che discorrono di svalutazione tendono ad accreditare il teorema che indebolire il cambio abbia esiti positivi sull’export netto e quindi sul Pil. Il che ha senso, ma non vuol dire che sia reale, come abbiamo già visto analizzando il caso inglese.

Il caso giapponese, poi, è da scuola.

La lunga marcia del deprezzamento valutario, infatti, è iniziata in Giappone da prima del novembre 2012, quando si insediò in Giappone il governo Abe, suscitando grandi speranze con la promessa di una politica assai aggressiva, sul versante monetario e fiscale, che avrebbe rilanciato l’economia e sconfitto la ventennale deflazione che affligge il Giappone.

Fu in questa temperie che maturò il QQE (quantitative and qualitative easing), versione nipponica potenziata di quanto avevano iniziato a fare la Fed e la BoE in America e Regno Unito.

Le grandi speranze suscitate ad Abe e dalla banca centrale giapponese hanno avuto da allora esiti contrastanti, ma per nulla concludenti. A parte l’evidente aumento dei rischi, il Giappone sembra ancora impelagato nella terra di mezzo di una crescita periclitante, con i prezzi ancora lì sulla soglia della stagnazione e la BoJ costretta a rilanciare.

All’esibizione della sua deludente contabilità non sfuggono neanche le esportazioni, una volta cavallo di battaglia dell’economia nipponica e adesso lumicino di una crescita incerta, piuttosto che alfieri di quella riscossa che tutti si aspettavano, a fronte di cotanta svalutazione.

Il problema, in Giappone come altrove, è che la realtà se ne infischia dei modelli macroeconomici, soprattutto in un mondo come il nostro, dove ognuno per una via o per l’altra, è imparentato con qualcun altro nella fiera dell’economia globale. E soprattutto un mondo in cui il commercio internazionale ristagna ormai da un lustro.

I dati raccolti dalla Bce permettono di apprezzare questa evidenza. Ma soprattutto fanno giustizia di una vulgata che vuole l’export sempre e comune avvantaggiato dalla svalutazione e di conseguenza il Pil del quale l’export netto è una componente.

Per dirla con le parole della Bce, “negli ultimi due anni e mezzo il paese ha registrato in termini reali una crescita piuttosto modesta delle esportazioni e una dinamica relativamente robusta delle importazioni”. Con l’edificante conclusione che “dalla fine del 2012 il contributo della domanda estera alla crescita del PIL è stato, in
media, pressoché nullo”.

Tutto il contrario di quello che dovrebbe accadere nel migliore dei mondi (economici) possibili.

Ovviamente tutto ciò ha una ragione e una logica che la Bce sommarizza così: “Il tasso di cambio costituisce solo una delle determinanti. Un ruolo importante è svolto anche dalla domanda relativamente modesta di esportazioni giapponesi oltre che, in misura inferiore, dall’aumento della domanda di gas naturale importato dopo il terremoto del 2011”.

La corposa svalutazione dello yen si evidenzia con chiarezza guardando a un grafico che sommarizza l’andamento del cambio e dei prezzi all’esportazione. Fatto 100 l’indice del 2010, a fine 2014 il tasso di cambio effettivo reale è arrivato a 70, mentre quello nominale una quindicina di punti sopra.

A fronte di ciò abbiamo che i prezzi delle esportazioni in yen, che erano arrivati vicino a 90 a fine 2012, sono risaliti arrivando a sfiorare quasi 115, ossia il livello del 2000, e decisamente superiore a quello del 2010.

Se andiamo a vedere i prezzi relativi, ossia i prezzi dell’export in relazione alle altre valute, notiamo però che stanno poco sopra 85, quando erano 100 nella seconda metà del 2012, ossia da quando la svalutazione ha iniziato a farsi decisa.

Ciò significa che la forte svalutazione è stata parzialmente compensata dall’incremento dei prezzi in yen deciso dagli esportatori giapponesi, che quindi ha ridotto il vantaggio competitivo dei prodotti giapponesi, visto che i prezzi relativi sono diminuiti meno di quanto è diminuito il cambio.

Ne è risultato che “dalla fine del 2012 (ossia da quando è iniziata la svalutazione, ndr) la crescita media delle esportazioni è stata piuttosto modesta in Giappone”.

In dettaglio, “le esportazioni sono cresciute notevolmente all’inizio della fase di deprezzamento dello yen, ma sono rimaste poi stabili nei quattro trimestri successivi, per poi tornare ad aumentare solo nella seconda metà dello scorso anno. Escludendo la volatilità, la crescita media sul periodo precedente dal quarto trimestre del 2012 è stata pari all’1 per cento. Questo dato, seppur in linea con la media dal 2000, è tuttavia inferiore a
quello osservato durante i precedenti episodi di netto deprezzamento dello yen”.

Tale “dinamica modesta delle esportazioni va ricondotta principalmente alla domanda estera, che è stata più debole del previsto”. E il Giappone ha visto crollare le esportazioni in Cina e nell’Asia emergente, che poi sono i suoi principali mercati, proprio a partire dal 2012.

Ma per avere la visione d’insieme, dobbiamo guardare anche all’altra metà del cielo, ossia le importazioni. Ricordo che l’export netto, componente del Pil, è dato dal saldo fra export e import.

La prima cosa che salta all’occhio è che “la robusta dinamica delle importazioni ha pesato sul contributo delle esportazioni nette alla crescita del PIL”, con la sottolineatura che “le importazioni sono aumentate mediamente dell’1,5% sul trimestre precedente dagli inizi del 2013, ( ossia a QQE innescato, ndr) più della media dal 2000”.

Verrebbe da pensare che il QQE abbia incoraggiato la voglia di consumi esteri, malgrado la svalutazione abbia aumentato i prezzi relativi alle importazioni. E in parte è così, visto che la domanda interna è aumentata nella fase anteriore all’aumento dell’IVA voluto dal governo.

Ma tale conclusione non tiene conto però del fatto che una quota elevata delle importazioni giapponesi è rappresentata dalle materie prime, la cui domanda è particolarmente cresciuta dopo l’incidente di Fukushima. Considerate che da allora il volume del gas importato è aumentato del 40%.

Nessuno è un’isola, insomma. Nemmeno se è un’isola sulla carta geografica.

E nessun QQE può farci nulla.

(1/segue)

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La disinflazione petrolifera fra esplodere i debiti cinesi

Sicché in Cina devono vedersela con un calo dell’inflazione che minaccia di rendere insostenibile la montagna di debiti, in particolare del settore immobiliare che complessivamente ha superato i 25 trilioni di yuan, cresciuta di oltre 15 dal 2010, 12 se si escludono i debiti collegati ai mutui.

Questa situazione si inserisce in un contesto dove i prezzi sono in deciso calo – circostanza giudicata necessaria dal Fmi nel suo ultimo Global financial stability report – pure se a tale necessità si aggiunge la complicazione che la disinflazione rischia di far finire in fibrillazione il sistema finanziario, visto che il tasso effettivo reale dei prestiti è di poco inferiore al 6%.

Non che il Fmi dica nulla di nuovo. Che sul capo della Cina pendesse un Mattone di Damocle era noto da tempo. La novità è che il filo che ancora tiene sospeso il rischio di un disordinato deleveraging si sta assottigliando, in un momento peraltro in cui la Cina dà segnali di rallentamento, cui certo contribuisce la montagna di debiti accumulata nella fase successiva alla crisi, quando i governanti cinesi decisero di rimediare al crollo della domanda globale che teneva in piedi il loro Pil con un volume inusitato di investimenti pubblici, pompando fino allo sfinimento l’industria delle costruzioni e quella ad essa collegate.

Ciò ha indotto la banca centrale cinese a allentare la politica monetaria replicando in sedicesimo quanto fatto dalle altre. Per dire: è stato aumentato il loan to value, ossia l’ammontare delle risorse che si possono prendere in prestito sul totale del valore dell’immobile, scaricando di fatto sul bilancio della banca centrale i rischi del settore privato. Lo scopo evidente è incoraggiare la domanda di abitazione da parte delle famiglie e provare a sostenere i prezzi, in deciso calo.

Il rapporto del Fmi ha l’utilità di aggiornare lo stato dei rischi della Cina, soprattutto in relazione alla sua capacità di contagio, veicolata dagli oltre 130 miliardi di debito estero emesso a partire dal 2010.

Il Fmi ricorda le difficoltà nelle quali, nel gennaio scorso, si è trovato uno sviluppatore, Kaisa, che mancò un pagamento creando un certo disordine negli spread del mercato asiatico delle obbligazioni high-yeld. Il Fmi ne deduce che “l’incertezza collegata alla seniority dei creditori esteri e il loro accesso ai collaterali può aumentare bruscamente”. Con tutto ciò che ne potrebbe conseguire.

Tanto più in un contesto di mercato dove i prezzi declinanti  – i prezzi delle case nuove sono visti in calo e previsti in decrescita – sta erodendo i flussi di cassa delle imprese e la loro capacità di ripagare i debiti.

Ciò a fronte di un aumento dell’indebitamento dei settori pubblico e privato che fra il 2007 e il 2014 è cresciuto dell’81% del Pil, 58 punti del quale nel settore corporate.

I settori a rischio, che includono oltre alle costruzioni, il chimico e le miniere, sono gli stessi che più pesantemente si sono indebitati dal 2009 in poi. E se da un lato il Fmi definisce “benvenuto” il ritracciare dai prezzi, dall’altro non può non notare come ciò comporti rischi sostanziali per i creditori.

Per le banche il rischio sembra gestibile, nota il Fmi. “Ma le loro esposizioni fuori bilancio, alcune delle quali sono servite a eludere le politiche macroprudenziali, possono essere molto più alte”. Il che potrebbe erodere rapidamente i loro ancora ampi buffer di capitale.

In questa situazione sono intervenuti i ribassi petroliferi, a complicare la situazione dell’inflazione, da un lato, e della gestione dei loro debiti, dall’altro. E non solo: “Il declino dei prezzi petroliferi ha tagliato la profittabilità delle compagnie energetiche, particolarmente in Cina”, anche se le prime difficoltà di ripagare i debiti per il momento si sono manifestate in Argentina, Nigeria, Brasile e Sud Africa.

A difendere la Cina per ora basta l’mponente muro rappresentato dall’ingente stock di riserve finora accumulate.

Ma la storia ci ricorda che le grandi muraglie, sottoposte alle pressioni, a un certo punto crollano.

Non c’è nessun motivo per il quale la Cina dovrebbe fare eccezione.

 

Le Assicurazioni europee non rassicurano

Non è che mi diverta questo cercare il pelo nell’uovo, sollevare timori e additare rischi, quando il mondo intero, e l’Europa in particolare in quanto ultima arrivata, balla sul Titanic del QE.

Però, vedete, mi ci tirano per i capelli. Specie quando mi accorgo che alcune mie malfondate intuizioni hanno finito col trovare spazio nelle argute analisi di persone assai più intelligenti di me. Della qualcosa dovrei forse compiacermi, se non fosse che spero sempre di sbagliarmi, quando vedo nero.

E invece no: di fronte al dilemma salvare banche o assicurazioni, la BCE ha scelto le banche. Ma mica lo ha fatto per cattiveria. E’ solo una questione di tempi. Le banche, a differenza delle assicurazioni, hanno una struttura patrimoniale che le espone costantemente al rischio di trasformazione e di duration, mentre le assicurazioni, specie quelle che agiscono sul ramo vita e delle polizze, hanno tempi assai lunghi.

Ciò le rende più capaci di sopportare rendimenti bassi dei propri investimenti. Ma ciò non vuol dire che, in un ambiente come quello in cui viviamo adesso, dove i rendimenti obbligazionari sono negativi per i tempi medio-lunghi, tale robustezza non abbia a risentirne.

E infatti il Fmi, nel suo ultimo Global financial stability report parla proprio di questo. Concentrandosi in particolare sul mercato assicurativo europeo, che deve vedersela con rendimenti negativi dei bond governativi, ossia quella classe di asset sulla quale il settore assicurativo investe parecchio.

Giusto per ricordarvelo: siamo nella situazione nella quale in Germania i bond governativi hanno rendimenti negativi fino alla scadenza di sette anni, con un decennale che spunta pochi punti. E in una situazione simile a quella tedesca si trovano la Svizzera, la Finlandia, l’Olanda, l’Austria, il Belgio e la Francia. Persino l’Italia, di recente, ha venduto in asta un bot annuale praticamente a zero.

Sicché, mentre i giornali applaudono il crollo degli spread, è indice di buon senso ricordare che non esistono pasti gratis. Ciò che i governi risparmieranno sugli interessi dei loro debiti, lo pagheranno i risparmiatori, nella forma di rendimenti pressoché negativi sui loro investimenti finanziari, a meno di non voler rischiare l’osso del collo con investimenti assai rischiosi, e indirettamente le assicurazioni, che comunque gestiscono sempre soldi dei risparmiatori.

Perciò invece di raccontarvi dei prodigiosi progressi del mercati finanziari e valutari e delle promettenti prospettive del settore bancario, dopo l’avvio del QE di marca BCE, preferisco dedicare questo approfondimento al nostro settore assicurativo, chissà perché sempre trascurato dalle nostre cronache bancocentriche.

Bene. Cominciamo dal titolo che il Fmi dedica a questo approfondimento che dice già tutto: “Assicurazioni europee sulla vita: un modello di business insostenibile in un ambiente di bassi tassi”.

Chiaro no?

Sempre il Fmi scrive che “il corrente ambiente di tassi bassi, che il QE esacerberà, pone una sfida severa all’industria assicurativa europea del settore vita. La pratica dell’industria di sottoscrivere accordi di lungo termine, a volte superiori ai trent’anni, senza asset di corrispondente durata ha provocato un gap di duration negativo. Inoltre tali accordi prevedevano ritorni generosi (agi investitori, ndr) che sono insostenibili nel contesto di bassi tassi di oggi”.

E fin qui siamo alle linee di principio. Che però sono assai concrete.

Il Fmi, infatti, cita un recente lavoro dell’EIOPA (European Insurance and Occupational Pensions Authority) secondo il quale più della metà delle assicurazioni europee sta garantendo ai suoi investitori un rendimento che supera quello dei bond governativi locali a dieci anni, incorrendo in negativi spread da investimento”. Aggiungo, solo per amore della cronaca, che lo studio dell’EIOPA risale al 2013, quindi precede di parecchio l’attualità, che vede rendimenti ancora più bassi rispetto a due anni fa.

I paesi che soffrono insieme di ampi disallineamenti di duration e spread negativi sugli investimenti “sono particolarmente sensibili a un ambienti di tassi bassi”. E per una volta nella classifica degli inguaiati non troviamo l’Italia o la Grecia, ma la Germania e la Svezia, che pesano insieme il 20% del totale dei premi lordi sottoscritti nel 2013 e soffrono di entrambi i problemi segnalati. Ma sono in buona compagnia: nel gruppo dei fragili troviamo anche l’Olanda, la Francia, la Polonia e altri.

Sicché, sempre l’EIOPA, stavolta nel 2014, ha condotto alcuni stress test sull’industria assicurativa, che certo hanno avuto meno visibilità di quelli fatti dalla BCE sulle banche, ma sempre perché l’informazione è bancocentrica.

Peccato perché ce ne sarebbe da scrivere. A cominciare da quello che nota il FMI: “Gli stress test mostrano che il 24% degli assicuratori non sono in grado di raggiungere il 100% del loro solvency capital ratio richiesto in uno scenario alla giapponese”. Rassicura di più la circostanza che ci vorranno fra gli 8 e gli 11 anni prima che l’industria “incontri seri problemi” anche se “tale valutazione sembra ottimistica visto ce adesso i tassi sono molto più bassi di quanto fossero al momento degli stress test”.

Ne deriva che le assicurazioni di taglia media “si trovano di fronte ad alti e crescenti rischi di stress. Il fallimento di una di queste può provocare una perdita di fiducia”, e il resto del film potete immaginarlo da soli. Anche perché “la mancanza di uno schema di protezione o di un set di regole uniche per l’intera Ue magnifica il rischio di distruzione del mercato”.

Sta a vedere che adesso dopo la supervisione bancaria unificata dovremo mettere mano a quella assicurativa.

Questi tormenti si esasperano ricordando che il sistema assicurativo è pesantemente interconnesso con l’intero sistema finanziario europeo, visto che le assicurazioni sono spesso collegate alle banche e che gestiscono una robetta da 4,4 trilioni di asset.

Ed ecco che il rischio bancario, uscito dalla finestra del QE, rientra dalla finestra delle assicurazioni.

Ma questo non ce lo dicono tutti i giorni.

I venti gelidi che spirano da Mosca

Nel peggiore dei suoi inverni, la Russia continua a bruciare riserve valutarie pur di tenersi al caldo, mentre i freddi della gelida perturbazione che spira da Mosca iniziano a soffiare sull’Europa.

L’ultima volta avevo incontrato la Russia prima dell’insorgere del conflitto ucraino, che ha generato le sanzioni economiche, e del crollo del petrolio, che ha provocato un notevole dimagrimento dell’Orso russo, ormai definitivamente in letargo.

Di fronte a un tale combinato disposto, non dovrei stupirmi, eppure mi succede, quando leggo della Russia nell’ultimo Global financial stability review del Fmi e scopro a che a fine marzo di quest’anno le riserve sono arrivate a 325 miliardi di dollari, quando erano 486 alla fine del primo trimestre 2014.

In pratica in un anno sono diminuite quasi del 50%.

Nel peggiore dei suoi inverni, l’Orso Russo sta consumando il grasso che aveva accumulato nei tempi buoni, quando il greggio costava caro e tutti ormai salutavano il suo ingresso a passo di carica nei Bric nell’economia internazionale. Adesso invece si trova a dover far fronte al clima rigido che la comunità internazionale gli ha costruito attorno, con poco riguardo degli esiti che sulla stessa comunità può provocare una ulteriore consunzione del gigantesco organismo che vive vicino a noi.

Gentilmente, il Fmi ce le ricorda, ma chi lo ascolterà?

Mi faccio obbligo perciò di farvene menzione, anche perché sento dire con allegra faciloneria che la Russia potrebbe soccorrere i nostri cugini greci, presi d’assedio dai loro debiti con l’Europa. Che sarebbe come dire, usando i proverbi, il cieco che guida l’orbo, stando almeno a quanto ci dicono i numeri.

Ve ne dico alcuni, e mi scuserete per la pedanteria.

Nei primi nove mesi del 2014 i deflussi di portafoglio dalla Russia sono stati di 21 miliardi, 13 dei quali dall’equity. Ciò ha ridotto a 225 miliardi lo stock di investimenti di portafoglio esteri in Russia, mentre al contempo i russi aumentavano di 10 miliardi, arrivando a 63 miliardi, lo stock di investimenti russi all’estero.

Insomma: anche fra i residenti, chi può investe altrove.

Sul versante estero, è utile ricordare che il totale del debito è arrivato a 599 miliardi a fine 2014, 74 miliardi dei quali a breve termine che andranno in scadenza fra aprile e dicembre di quest’anno, dei quali il 61% a carico del settore corporate e il resto delle banche. E’ vero come nota il Fmi, che tale cifra impegna solo un quinto del totale delle riserve esistenti. Così come è vero che il settore pubblico hanno ancora diverse risorse all’estero che possono essere liquidate. Ma basterà a calmare gli spiriti animali degli investitori internazionali?

In dettaglio, la Russia ha all’estero 61 miliardi di asset di portafoglio, 184 miliardi in valuta e depositi e 32 miliardi in prestiti a breve termine.

E tuttavia, tutti noi conosciamo bene, per averla vissuta per anni, quanto sia urticante la graticola degli spread. E immaginatevi i russi allora, che hanno le sanzioni e i ricavi del petrolio in calo. Non a caso, nota il Fmi “gli spread sui titoli sovrani e corporate sono aumentati bruscamente”.

Ma più di tutto sono le banche a preoccupare il Fmi.

Un grafico illustra meglio di ogni ragionamento l’andamento del ROE (return on equity) del sistema bancario russo, che è passato dal 18% del dicembre 2012 all’8% di due anni dopo, con i non performing loans (NPLs) cresciuti al 6,7% alla fine del dicembre scorso.

Ciò a fronte di un Loan-to-deposit ratio, ossia di copertura dei prestiti con i depositi, del 150%, che rende le banche russe disperatamente bisognose di cercare finanziamenti sul mercato dei capitali – che abbiamo visto a prezzi e con quale riluttanza glieli concedono – per funzionare. Con la complicazione, per sovrammercato, che sette banche russe, che pesano il 75% del settore, sono state sanzionate e quindi non potranno neanche provarci, ad avere soldi dall’estero.

Perciò è facile prevedere, che continuando così, le banche russe dovranno sempre più poter contare su settore pubblico per tenersi in piedi, mentre quest’ultimo potrà sempre meno contare sulla fonte principale delle sue entrate, ossia i ricavi energetici.

L’Orso russo, insomma, è destinato a dimagrire ancora.

E potremmo anche disinteressarcene, se non fosse che è così vicino a noi, e così tanto ci allieta con le sue importazioni cui corrispondono sovente nostre esportazioni di merci e capitali.

Perché le banche europee, ancora fresche di stress test Bce, sono alle prese da più di un anno con lo stress test russo, e non è che le cose siano cambiate granché.

Al contrario. L’esposizione delle banche estero verso la Russia è diminuita, nel frattempo, ma “la stabilità del sistema bancario europeo puà essere notevolmente stressata se le preoccupazioni geopolitiche spingeranno l’avversione al rischio degli investitori, che condurrebbero a tassi più alti e a un dollaro più forte”.

Ma vale anche il contrario: tassi più alti e un dollaro più forte, ossia ciò che appartiene alla logica dell’exit strategy della Fed, ormai imminente, e a QE della Bce, possono avere sui russi lo stesso effetto dell’aumentata avversione al rischio provocata dalle tensioni geopolitiche.

E allora le banche austriache, che hanno il 29,4% del totale dell’esposizione bancaria russa all’estero, quella italiane, con il 5,3 e quelle francesi, ridotte ormai appena all’1%, patirebbero per prime i freddi del peggiore inverno della Russia.

Noi per secondi.

Comprare casa con i prezzi del 2005 e i redditi del ’91

Sento dire, e anzi ripetere, che la domanda di mutui cresce, e leggo sulla stampa di aumenti a due cifre delle compravendite. Mi chiama persino il mio bancario, chiedendomi se davvero non voglia approfittare dei tassi straordinariamente bassi, “come mai ho visto in venti anni che lavoro in banca”, e magari fare un debituccio per comprare una casa più grande.

Magari, mi dico. Ma per fortuna mi è rimasto un po’ di buon senso.

Capisco perciò che l’industria del mattone sta provando a far ripartire il suo motore arrugginito dalla speculazione dissennata dei primi anni 2000, spargendo qua e là semi di fiducia che si spera fioriscano con i soldi delle banche centrali.

Ma il velo di Maya dell’illusione monetaria, sapientemente tessuto dalla Bce, non può celare a lungo la mia ragionevolezza esercitata al lume dell’economia domestica.

Sicché, una volta strappato questo velo, appare nuda e cruda una semplice verità che le statistiche farlocche sui presunti rimbalzi immobiliari non possono celare: per comprare casa ci vogliono i soldi. E anche tanti.

Il denaro preso a prestito a basso costo non serve a niente se poi non dispongo di redditi sufficienti a onorare i mie debiti (a parte che nessuna banca mi darebbe un mutuo) e inoltre il denaro a basso costo non ha nessuna influenza diretta su quella che è poi la variabile più importante: il prezzo delle abitazioni.

Eh, ma dai, i prezzi sono calati dopo il 2008, direte voi. Certo, come no. L’Istat ce lo dice ad ogni rilevazione.

Però suggerisco di dare un’occhiata a un grafico che la Banca d’Italia ha pubblicato nell’ultimo bollettino economico di aprile, dove si raffigura in una curva l’andamento del prezzo delle abitazioni dal 2000 al 2014.

Ebbene, fatto 100 l’indice nel 2005, oggi siamo appena sotto, dopo aver toccato un picco vicino a 115 nel 2008.

Quindi è vero che i prezzi sono calati. Ma è vero altresì che siamo ai livelli del 2005, quando i prezzi erano in pieno boom. E se pensate che esagero, allora sappiate che nel 2000 l’indice quotava meno di 70.

Ciò significa che siamo ancora nella fascia alta della curva dei prezzi. E questo non c’è QE che possa cambiarlo. Anzi, semmai può solo incoraggiare ulteriori aumenti.

Se i prezzi sono questi (e le compravendite sono ancora intorno a un indice 55), bisogna chiedersi quali redditi dovrebbero sostenerli.

Bene, per avere una visione storica dell’andamento dei nostri redditi mi servo di una rilevazione pubblicata nel dicembre scorso sempre dalla Banca d’Italia, quella sui bilanci delle famiglie italiane, che per quanto recente è stata costruita sui dati del 2012. Ma tanto non mi pare ci siano stati significativi aumenti di reddito da allora. Al contrario: il prodotto è sceso.

Bankitalia nota che fra il 2010 e il 2012 il reddito familiare ha subito un calo del 7,3%. Che non sarebbe un gran problema se non si inserisse in un trend alquanto depressivo.

Per apprezzarlo, Bankitalia usa la definizione di reddito equivalente, che ha lo scopo di ricavare una misura che approssimi il livello di benessere economico.

Il reddito equivalente corrisponde in pratica al “reddito di cui ciascun individuo dovrebbe disporre se vivesse da solo per raggiungere lo stesso tenore di vita che ha nella famiglia in cui vive”.

Quindi, ad esempio, il reddito di cui dovrebbe disporre una persona che vive da single. Per la cronaca, tale reddito equivalente nel 2012 era 17.814 euro, come dato di media generale (indice 100/Italia)

La cosa interessante è che i dati presentati da Bankitalia mostrano l’andamento del reddito equivalente dal 1991 al 2012.

Quello che scopro, guardano i grafici, è alquanto deprimente. La categoria dei lavoratori dipendenti ha visto diminuire il suo indice dai 115 punti del 1991 a poco sotto 110 nel 2012. Quindi il loro reddito equivalente è diminuito di circa il 4% nel frattempo.

Gli autonomi, che partivano da 135 nel 1991, stanno poco sopra 140. Quindi per loro il reddito equivalente è cresciuto di quasi il 4%.

Il reddito equivalente delle persone d’incerta condizione professionale è rimasto piatto.

L’unico reddito cresciuto è quello dei pensionati, passato da 95 a 115: +21%.

Ne deduco che gli unici che forse si possono permettere di comprare una casa siano i pensionati, che hanno di sicuro risparmi da parte e una possibilità di sostenere la rata del mutuo con il proprio reddito. Peccato che di solito un anziano la casa ce l’ha già. Potrà comprarla per i figli allora, sempre che la banca accetti di fargli un mutuo ventennale alla sua età.

Per il resto di noi, che vive del proprio lavoro, l’enigma economico rimane: come dovremmo fare a comprare una casa coi prezzi del 2005 e i redditi del 1991?

Accetto suggerimenti.

 

Gli Usa e noi: il futuro non è cambiato

Oggi voglio solo riportarvi parole non mie, che mi sono capitate sotto gli occhi e che ho trovato una ottima rappresentazione della nostra situazione e di quella globale. Ne riporto i passi salienti.

“I problemi economici degli Stati Uniti sono, necessariamente, al centro dell’attenzione mondiale, più di quanto i problemi economici del mondo, nel suo insieme, risultino interessare la politica economica statunitense”.

“La formula kennediana ‘Dalla indipendenza alla interdipendenza’, anche a livello di speranza o di obiettivo potenziale, non sembra avere alcun rapporto con l’indifferenza benevola che ha ispirato negli ultimi tempi le decisioni economiche rilevanti degli Stati Uniti, con riguardo particolare ai problemi monetari internazionali. E si tratta di una “indifferenza” che, agli effetti pratici, sposta l’accento su un rapporto di dipendenza di molti paesi del resto del mondo dagli Stati Uniti, più che su legami di interdipendenza”.

“A questi esiti, d’altra parte, non è stata estranea l’incapacità dimostrata dall’Europa a dare un contributo positivo alla creazione di un sistema di poteri bilancianti, destinati ad evitare un assoggettamento effettivo della disgregata area economica rispetto alle potenze egemoni. Non può sfuggire che il futuro europeo, come configurato dalla prevaricante ed economicamente osoleta visione teutonica, non corrisponda agli ideali che mossero la costruzione economica”.

“Questa negli auspici avrebbe dovuto basarsi su rapporti di effettiva parità tra i vari membri: sulla realistica comprensione che i dislivelli di partenza dei diversi paesi non potevano non ingenerare tensioni con il procedere dell’unificazione; sulla conseguente necessità di accorgimenti adeguati, per poter avanzare di conserva ed evitare l’instaurarsi di direttorii”.

“Più che sui problemi di fondo, tuttavia, l’attenzione odierna sembra concentrarsi sull’evoluzione congiunturale. Ciò non toglie che gli Stati Uniti siano soprattutto preoccupati dei loro problemi interni, concorrendo non di meno, per le dimensioni stesse di quei problemi, ad aggravare quelli degli altri”.

“Prevale ora negli Stati Uniti, per quanto riguarda l’andamento dell’economia nella seconda parte dell’anno, un clima più fiducioso. I consiglieri economici presidenziali e i responsabili della Fed (questi ultimi anche come artefici della ripresa), con la determinazione di più agevoli condizioni monetarie si attendono un consistente miglioramento in termini di reddito”.

“Più dubbie sono le previsioni per l’occupazione, specie se dai dati globali si passa alle cifre concernenti particolari categorie di lavoratori, meno favoriti per età e grado di qualificazione. Ancor più grigio appare il quadro di chi spinge a considerare se l’espansione fiscale e monetaria odierna non si tradurrà a breve scadenza in rinnovate tensioni inflazionistiche. Ne manca chi indichi vicina l’epoca di un nuovo rapido deterioramento alla situazione economica”.

Personalmente credo che non si possa sintetizzare meglio quello che sta accadendo.

Dimenticavo: il testo da cui ho attinto è un articolo scritto da Federico Caffé il 3 giugno 1975, intitolato “Dalla interdipendenza alla dipendenza?”.

Cosa è successo nei quarant’anni successivi?

Niente.

Il futuro non è cambiato.

Il DEF non è roba da Signorini

Quando finalmente arrivo alla 28esima e ultima pagina della lunga audizione in commissione parlamentare sul DEF di Luigi Signorini, vice direttore generale della Banca d’Italia, scovo nei recessi della memoria un pensiero atavico che riemerge come un fungo velenoso dalla nebbia: si stava meglio quando si stava peggio.

E non sono tanto le argomentazioni di Signorini, che sono cortesi e documentate come si conviene a un banchiere centrale, a farmi rifugiare nel passato. Piuttosto alcune tavole aggiunte in appendice che monitorano la nostra contabilità pubblica dal 2005 al 2014.

Mi rendo conto che, rispetto ad oggi, il 2005, che pure non è che fosse ‘sto granché, era una anno meraviglioso.

Per dire: avevamo un debito/pil del 101,9%, a fronte del 132,1 del 2014, la spesa pubblica era al 47,1% a fronte del corrente 51,1%. La pressione fiscale, compresi i contributi, era al 39,1, e ora siamo al 43,5 e pagavamo interessi sul debito per il 4,5% del Pil a fronte del 4,7 del 2014.

E mi accorgo, guardando queste cifre e poi rileggendo Signorini che tornare da dove siamo partiti, fosse anche il 2005, agli albori della peggiore crisi della nostra storia recente, richiederà ben altro sforzo che quello delineato nei documenti del governo che Signorini commenta con tono trattenuto, spinto dall’evidente dovere d’ufficio e insieme dal desiderio di seminare qualche elemento di ragionevolezza nel fantastico mondo delle previsioni governative.

Ma sarebbe ingeneroso dire che il DEF è un libro dei sogni. I tanti che lo dicono dimenticano quale sia la sua funzione precipua. Il DEF non è un documento di economia. E’ un documento politico, che usa retoricamente l’economia per sostenere decisioni politiche.

In tale contesto ha gioco facile chi individui battibecchi fra governo e Bankitalia, come quello sul presunto tesoretto che ha campeggiato sulla stampa in questi giorni. E’ del tutto evidente che Bankitalia faccia Bankitalia, ricordando la necessità di mantenere l’equilibrio dei conti pubblici, utilizzando eventuali risorse a consolidare il percorso di rientro fiscale. Così come è evidente che il governo faccia il governo facendo credere al popolo che sono in arrivo risorse aggiuntive per saziare la sua fame atavica.

Poiché questo gioco, che pure ho giocato anch’io, mi ha stancato, decido di leggere il DEF, e le valutazioni di Signorini provando a coglierne le qualità, invece delle quantità.

Ne viene fuori, oltre al pensiero che già vi ho detto, una fastidiosa sensazione, che il dettato del DEF e il commento di Signorini rafforzano: stiamo facendo una scommessa collettiva, peraltro con i soldi della Bce (ma soprattutto di Bankitalia).

Parlo di scommessa non a caso.

La premessa che il ciclo dell’economia mostri segni di miglioramento non basta a celare la sostanza della questione in gioco. “Lo scenario descritto nel DEF per il biennio 2015-16 – sottolinea Signorini – è plausibile, anche se non esente da rischi a breve termine: i miglioramenti della fiducia devono consolidarsi; l’incertezza sull’esito delle trattative sul programma di aggiustamento del governo greco resta elevata e può indurre
volatilità nelle condizioni finanziarie”.

Ma “questo scenario è reso possibile dal pieno dispiegarsi degli effetti del programma di acquisto di
titoli dell’Eurosistema”. Ossia dalla Bce, che con il suo QE ha rivitalizzato innanzitutto i mercati finanziari e valutari, incoraggiando la propensione al rischio e svalutando l’euro quel tanto che si spera basti per dare ossigeno alle esportazioni, ossia la voce principale che sostiene la crescita del nostro prodotto.

Le misure interne, infatti, dal credito d’imposta per i dipendenti agli sgravi Irap, “fornirebbero un contributo positivo di circa un terzo di punto percentuale alla crescita del prodotto nel biennio 2015-16”.

Se si nota che il grosso del nostro sviluppo dipenderà come pare dal contesto internazionale, si può apprezzare compiutamente il senso della scommessa del governo.

Ancor di più se si nota come il DEF, per il triennio 2017-2019 preveda un’espansione ancora più robusta, ma sempre basandosi sull’ipotesi che permangano “condizioni estremamente favorevoli sui mercati finanziari e l’ipotesi di quotazioni del greggio stabili, ai livelli minimi osservati negli ultimi mesi”.

Tutte variabili al di fuori del nostro controllo.

Da parte nostra, nota Signorini, dovremmo provvedere ad attuare le riforme – i politici – e riprendere a consumare e a investire, le famiglie e le imprese. Circostanze alquanto aleatorie.

E poi c’è la questione della finanza pubblica. E’ stato fatto qualche progresso nel contenimento della spesa, osserva Signorini, ma lungi dall’essere sufficiente. E il grosso del miglioramento dei nostri conti pubblici si deve sostanzialmente al calo della spesa per interessi, (variabile ancora una volta fuori dal controllo del governo) diminuita di o,3 punti di Pil, che però è stata compensata da un minore avanzo primario dello 0,2%.

E anche il rispetto delle regole europee sul deficit e sul debito è appesa all’andamento di quest’anno e del prossimo, quando le regole verranno violate, e siamo ancora in attesa di sapere cose ne dirà la Commissione europea.

Noto, grazie a Signorini, che l’introito previsto dal governo per le privatizzazioni, altro sacro graal governativo insieme con le spendig review e le riforme, è stato rivisto al ribasso, dallo 0,7 per cento del Pil ogni anno per i prossimi tre del DEF scorso, allo 0,4% del DEf attuale fra il 2015 e il 2018. Ma, nota il banchiere, bisogna spingere sul pedale dell’attuazione, esattamente come occorebbe fare per le riforme.

Insomma: siamo infilati in una scommessa che si gioca, letteralmente sulla fiducia. Questo capisco. E le persone ragionevoli che guardano ai numeri coltivano ampi dubbi circa l’esito di tale scommessa.

Ma d’altronde, come dicevo prima, il Def è un documento politico, roba per gente con parecchio pelo sullo stomaco e senza peli sulla lingua, non certo roba da signorine.

Tantomeno da Signorini.

 

 

 

L’origine estera della crescita italiana

Mentre sfoglio curioso il volume dell’ultimo DEF del governo, dalla Banca d’Italia arriva l’ultimo bollettino economico che fotografa l’andamento dell’economia e tira le somme del 2014.

Poiché i consuntivi dicono sempre di più dei preventivi, mi affretto a cambiare argomento e inizio a leggere quello che dice Bankitalia, nel cui bollettino il riferimento al Def occupa poche righe dell’ampio sommario che precede il resoconto.

Qui leggo che, anche grazie al QE della BCE, “in uno scenario di piena attuazione del piano, la crescita del prodotto in Italia potrebbe essere superiore allo 0,5 per cento quest’anno e attorno all’1,5 il prossimo”.

Tutti d’accordo insomma: il 2015 sarà l’anno del ritorno alla crescita. Che sia dello 0,5, come si prevede, o di qualche decimale in più dal mio punto di vista cambia poco. Quel che conta è invertire una tendenza che dura ormai da anni. E anche su questo c’è piena sintonia fra gli osservatori.

Poi però trovo una tabella che riepiloga l’andamento del Pil l’anno scorso, suddivisa fra le varie componenti, col suo triste -0,4% finale, che ci racconta di un anno, quello trascorso, dove la domanda nazionale ha contribuito negativamente per -0,7%, e gli investimenti ancora peggio, con il -3,3%.

A fronte di ciò appare una crescita dell’import, in aumento dell’1,8% rispetto all’anno precedente, e soprattutto dell’export, +2,7%. Il saldo indica che l’export netto ha contribuito alla crescita solo per lo 0,3%, non sufficiente quindi a controbilanciare gli altri contributi negativi che sono arrivati dal resto delle componenti del Pil.

Mi chiedo perciò da dove dovrebbe arrivare la crescita quest’anno.

Bankitalia riconosce che permane una debolezza di fondo dell’attività economica, con l’indicatore Ita-coin ancora in territorio negativo. Ricordo che tale indicatore misura l’andamento della congiuntura.

“Segnali più favorevoli provengono dalle inchieste qualitative, che delineano un quadro di maggior fiducia nei giudizi di imprese e famiglie, soprattutto in termini prospettici”, aggiunge.

In pratica, la crescita dovrebbe dipendere dalla nostra capacità di farci tornare la voglia di produrre e lavorare di più, oltre che di spendere i soldi che teniamo fermi in banca.

In sostanza è una scommessa sul futuro.

A ciò si aggiunga che un “impulso alla crescita potrà scaturire dall’ampliamento del programma di acquisto di titoli recentemente varato dal Consiglio direttivo della Banca centrale europea” e che “l’attività economica beneficerebbe inoltre delle basse quotazioni del greggio: la riduzione della spesa energetica libera risorse che famiglie e imprese possono destinare a consumi e investimenti e potrebbe contribuire a un effetto sul prodotto nell’ordine di mezzo punto percentuale in due anni”.

Se questo è il quadro, l’unica cosa certa è che la crescita è incerta, per il semplice fatto che si basa su ipotesi molto incerte.

L’unica cosa sicura, al momento, è il QE, i cui effetti macroeconomici sono altrettanto incerti, basati come sono su stime della banca centrale italiana effettuate sulla base del proprio modello econometrico.

Tali stime ipotizzano che il Pil italiano potrebbe aumentare cumulativamente dell’1,4% nel biennio 2015-16 grazie al QE di Draghi.

Attenzione però: tale assunzione porta con sé alcune ipotesi macro, che è interessante conoscere per capire su cosa sia fondata questa previsione.

In particolare Bankitalia ipotizza che “i rendimenti dei titoli di Stato scendano di circa 85 punti base, favorendo una ricomposizione dei portafogli verso strumenti più redditizi; i tassi bancari si riducano di 35 punti base per le famiglie e di 20 per le imprese, contribuendo a stimolare la domanda di prestiti; il tasso di cambio si deprezzi nei confronti del dollaro dell’11,4 per cento (del 6,5 tenendo anche conto della quota di scambi commerciali dell’Italia con il resto dell’area dell’euro e con gli altri paesi); la domanda estera potenziale dell’Italia cresca di quasi lo 0,5 per cento, grazie alla più sostenuta attività economica negli altri paesi dell’area”.

Se tutte questi condizioni si verificheranno, il QE potrebbe favorire una crescita del prodotto “superiore allo 0,5 per cento quest’anno e attorno all’1,5 il prossimo”.

A fronte di queste previsioni, il DEF del governo stima “per il 2015 un incremento del PIL pari allo 0,7 per cento, che si porterebbe all’1,4 e all’1,5 per cento nel 2016 e 2017”.

Quindi secondo il governo, nel biennio 2015-16 il Pil dovrebbe crescere cumulativamente del 2,1%, secondo Bankitalia almeno del 2%, l’1,4% del quale grazie al QE.

In sostanza, la crescita dipenderà dall’assunzione di maggiori rischi e più debiti, da parte degli operatori interni, e dalla domanda estera.

Soprattutto da quella.