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I crediti bancari italiani (e le banche) continueranno a soffrire
Ultima in ordine d’arrivo, la sostanziale bocciatura di S&P della strategia del governo italiano per ridurre le sofferenze bancarie italiane, non aggiunge granché alle numerose analisi che sono state svolte all’indomani dell’accordo raggiunto fra il governo e la Commissione europea. La garanzia governativa offerta alle obbligazioni senior cartolarizzate con sottostante crediti deteriorati, in tal senso, viene interpretata per quello che sostanzialmente è: un modo per prendere tempo sperando che la ripresa, semmai arriverà robusta quanto serve, faccia il miracolo.
Per dirla con le parole di S&P, “il piano italiano per ridurre i non performig loans non è per niente una cura”, semmai un palliativo. La qualcosa è di sicuro meglio che niente, ma non vuol dire che sarà sufficiente. Ma questo non dipende dalla manovra in sé, ma dalla quantità di NPLs che le banche italiane si trovano a dover gestire. Le stime di S&P parlano di 350 miliardi di crediti sofferenti, dei quali ben 207 sono considerati NPLs, ossia deteriorati.
Per capire quanto pesi questa contabilità sui bilanci bancari italiani, può essere utile una simulazione svolta dal Credit Suisse alcuni giorni fa, che lascia anche immaginare perché non sia stato possibile procedere con il progetto di bad bank di cui si era parlato nei mesi scorsi.
La banca ha calcolato che sui circa 200 miliardi di NPLs il settore bancario abbia riserve che ne coprono 113. Ipotizzando che i 200 miliardi venissero conferiti alla bad bank con un haircut del 75%, ciò avrebbe significato una svalutazione da circa 150 miliardi che, al netto dei 113 miliardi di riserve, avrebbero cumulato una perdita secca da 37 miliardi per il settore bancario, che avrebbe aperto notevoli problemi nei capitali bancari. Nella tabella elaborata da Credit Suisse si evidenziava che Intesa e Unicredit avrebbero subito i cali maggiori, rispettivamente per circa quattro e sei miliardi, seguiti da Mps con oltre due.
Ovviamente nessuno vuole sentire parlare di ricapitalizzazioni bancarie, di questi tempi, ed è comprensibile che le banche non avrebbero accettato di buon grado di accollarsi svalutazioni tanto rilevanti.
Sicché alla fine il governo, dovendo tenere conto dei paletti europei, ha finito con l’approvare una soluzione che, di fatto, scontenta tutti. “Noi pensiamo – scrive S&P – che il meccanismo italiano (GACS) non produrrà probabilmente benefici comparabili con quelli del meccanismo usato in Irlanda e Spagna nel 2009 e nel 2012”. In questi paesi, infatti, si creò una band bank che attinse ai fondi europei dell’ESM, che però hanno la scomoda caratteristica di essere condizionati, ossia soggetti ad accordi preventivi con l’Europa. E anche questa possibilità, visti i rapporti non proprio idilliaci fra il nostro governo e la Commissione, è stata giudicata evidentemente troppo difficile da osservare.
“Per queste ragioni – conclude S&P – noi crediamo che il GACS non avrà probabilmente immediato impatto sul rating delle banche italiane”.
Ciò vuol dire che le sofferenze rimarrano lì.
E che le banche continueranno a soffrire.
Le metamorfosi dell’economia: la scomparsa della disoccupazione
Non ho fatto in tempo a leggere La terza rivoluzione industriale, pubblicato qualche tempo fa da Jeremy Rifkin, e per fortuna, mi dico, visto che nel frattempo molti dicono che è arrivata la quarta. Ne trovo traccia in epigrafe in un tomo pubblicato a gennaio scorso dal World Economic Forum (WEF) intitolato The future of jobs, che sembra faccia il verso a un altro libro di Rifkin scritto una ventina di anni fa che si intitolava La fine del lavoro. Sarà mica che la fine del lavoro preconizzata dalla terza rivoluzione industriale di Rifkin coincide col futuro ipotizzato nella quarta dal WEF?
Queste fantasiose titolazioni mi mostrano con grande chiarezza che molti percepiscano che l’economia è agli albori di un profonda metamorfosi, che il veloce procedere delle informazioni rende difficile osservare e comprendere. Ma forse ciò dipende anche dal fatto che osserviamo gli eventi anziché provare a incorniciarli in un nuovo contratto sociale, per usare una vecchia espressione.
Perciò mi aspetto che l’anno prossimo qualcuno annuncerà la quinta o la sesta rivoluzione industriale. Che però rischia di rimanere puro esercizio retorico, come in fondo è la quarta, se non ci sarà un profondo ripensamento delle fondamenta del nostro agire socio-economico. A un cambio di paradigma, come auspicano in tanti, a cominciare dal solito Rifkin.
Senonché, l’esperienza insegna che tali cambiamenti avvengono solo una volta che le società siano pronti a digerirli. A un certo momento – quello più vicino a noi è stato l’affermarsi delle idee keynesiane negli anni ’30 – qualcuno dice o scrive qualcosa che, magicamente, convince chi si trova nella posizione di decidere. Il libro giusto, scritto dall’uomo giusto, letto dalle persone giuste, diventa improvvisamente un meccanismo sociale giusto. La storia è piena di esempi del genere ed è inutile riproporli qui.
Un cambio di paradigma usualmente risponde a un preciso bisogno sociale, come fu per il sistema keynesiano l’uscita dalla depressione degli anni ’30. In quel tempo i decisori stabilirono che lo scopo della politica economica fosse la piena occupazione, perché le società avevano mostrato di non essere in grado di reggere, pena profondi scompensi, una lunga e ampia disoccupazione. Tale cambio di visuale è stata raccontata in molti scritti.
Il fatto che oltre 80 anni dopo siamo ancora a questo presupposto, vuol dire che le nostre società assegnano alla sicurezza sociale, che deriva dall’essere le persone occupate, un valore ancora rilevante. E ciò spiega il proliferare di tomi come quello del WEF, che è solo l’ultimo della lunga serie prodotta in questi decenni da parte di ricercatori e osservatori internazionali.
La questione di come risolvere il problema della disoccupazione, stando così le cose, può essere affrontata seguendo due percorsi: o si trovano nuove strategie per aumentare l’occupazione all’intero del paradigma esistente, che definisce il lavoro in un certo modo, o si cambia l’idea stessa di lavoro. Nel primo caso ci si muove all’interno di un sistema consolidato – la famosa mentalità tradizionale -, nel secondo si innova il paradigma.
Solo la storia potrà dirci se siamo maturi per un cambio di paradigma oppure no. Può essere però interessante provare a figurarsi come, tale cambio, potrebbe articolarsi. Questo sforzo di immaginazione è il sale dell’evoluzione e va esercitato con giudizio e senza deliri di onnipotenza: non si dovrebbe pretendere di cambiare il mondo, ma solo ricordare al mondo che può (e deve) cambiare.
La premessa serve a motivare una prima semplice conclusione: il futuro del lavoro cui dovremmo tendere, per citare il tomo del WEF, non può che essere un cambiamento del concetto di lavoro che conduca alla definitiva scomparsa della disoccupazione dalle nostre società. La disoccupazione, come categoria sociale prima ancora che statistica (le due cose non sono uguali), è una diretta conseguenza dell’idea di lavoro che abbiamo istituzionalizzato negli ultimi trecento anni. Un’idea figlia quindi di un paradigma economico che adesso intravede la quarta (finora) rivoluzione industriale ma che ancora non sa guardare oltre le sue stesse colonne d’Ercole.
Nel caso della disoccupazione, le colonne d’Ercole, sono la mancanza di reddito, che la disoccupazione provoca, e la mancanza di motivazione sociale di una persona senza lavoro. Superare queste colonne d’Ercole significa individuare un modello sociale – tutte le costruzioni economiche lo sono – in cui sia estremamente difficile essere privi di un reddito, che sarebbe più giusto definire potere d’acquisto, e di una motivazione sociale. Ciò implica far corrispondere al diritto a una retribuzione il dovere a una partecipazione.
Prima di andare avanti, tuttavia, dobbiamo conoscere meglio cosa ci prospettano gli osservatori per capire se nel futuro che immaginano siano già evidenti i lineamenti di un tempo capace di essere diverso. L’analisi della realtà è un ottimo spunto per immaginarne un’altra.
Leggo perciò il tomo del WEF e scopro alcune cose. A parte che siamo nella quarta rivoluzione industriale, osservo che i driver di questa rivoluzione vengono individuati nella genetica, l’intelligenza artificiale, la robotica, le nanotecnologie, le stampanti 3D “solo per dirne alcune” che insieme coopereranno per l’evoluzione di “smart system -case intelligenti, fabbriche, aziende agricole, reti o città- che contribuiranno a risolvere i problemi che vanno dalla gestione della supply chain al cambiamento climatico. La crescita dell’economia della condivisione permetterà alle persone di monetizzare tutto, dalla loro casa vuota alla propria auto”.
Questa visione vagamente new age, che ricorda sempre Rifkin nel suo ultimo libro La società a costo marginale zero, cozza con l’organizzazione economica esistente: “I modelli di consumo, produzione e occupazione rappresentano anche le principali sfide che richiedono un adattamento proattivo da parte di aziende, governi e singoli individui”. Ed è proprio sule modalità di tale cambiamento che si gioca la partita del nostro futuro.
Nella visione del WEF i cambiamenti che investiranno la società riguarderanno sostanzialmente natura e scopi del lavoro. “Mentre alcuni posti di lavoro sono minacciati dalla ridondanza e altri crescono rapidamente, i posti di lavoro esistenti sono soggetti a una modifica del set di competenze necessarie per svolgersi”. Ciò lascia immaginare che, sempre seguendo questa visione, i cambiamenti investiranno la categoria del lavoratore più che il lavoro stesso. Non a caso il dibattito si è polarizzato fra coloro che vedono un’infinità di nuove opportunità e chi invece teme una distruzione massiccia di posti di lavoro.
Tutto ciò serve a inquadrare il punto di vista degli autori. Non è l’idea di lavoro ciò di cui si discute, ma di come il lavoratore debba attrezzarsi per affrontare la sfida del lavoro del futuro. Come l’offerta di lavoro debba corrisponde all’evoluzione della domanda. Si tratta perciò di una visione puramente datoriale. “Il reskilling e l’upskilling dei lavoratori esistenti sarà critico per prevenire lo scenario peggiore”, scrivono ancora. Non siamo poi così lontani dalle questioni sollevate dal luddismo d’inizio XIX secolo.
Il dataset sul quale è stato costruito il rapporto, infatti, è stato elaborato sulla base di una survey condotta sui responsabili delle risorse umane e altri manager di numerose grandi aziende che danno lavoro a circa 13 milioni di persone, articolate lungo nove diversi settori industriali e in quindici economie avanzate. Quindi parliamo di opinioni dell’industria. O meglio, di cosa l’industria pensa di aver bisogno per continuare a garantire occupazione. Sottolineo che fare affidamento sui produttori per avere occupazione è uno dei capisaldi teorici del nostro modello economico da almeno tre secoli. Questo non vuol dire che debba essere l’unico, né che non possa cambiare.
E tuttavia alcune osservazioni sono assai utili. Capire l’identikit del lavoratore del futuro, come almeno la immaginano questi scienziati, aggiunge alcune informazioni alla nostra conoscenza.
La prima informazione, che sarebbe più corretto definire percezione di chi risponde, è che in cima alle tendenze che si ritiene guideranno il cambiamento del lavoro ci stanno proprio il cambiamento della natura del lavoro e la sua flessibilizzazione, mentre. Dal lato tecnologico, si prevede lo sviluppo dell’internet mobile e del cloud, che sta poco sopra lo sviluppo dell’utilizzo dei Big Data. Gli intervistati immaginano un mondo dove il lavoro si sposterà sempre più dall’ufficio a casa, con forme contrattuali che andranno sempre più ad allentare il rapporto fra datore e lavoratore. Quindi già in questo si osserva un’evoluzione della forma tradizionale.
Un’altra informazione interessante è quella relativa agli effetti del cambiamenti sull’impiego del futuro, orizzonte 2015-2020, suddivisi per famiglie professionali. L’outlook più positivo lo spunta il settore computer&matematica, il peggiore il settore office&amministrazione. Il manifatturiero&produzione è il secondo peggior classificato. Il settore arte, design, intrattenimento, sport e media, il terzo. Notevole che il settore business&finance si preveda sostanzialmente piatto. Il risultato migliore, al suo interno, lo raggiunge il sotto settore sharing economy&crowdsourcing.
Prima di andare avanti facciamoci una semplice domanda: il fatto che ci sono (come ci sono sempre stati) settori più o meno attrattivi, significa che dobbiamo rassegnarci a essere come ci vogliono, o possiamo sperare in un società che favorisce lo sviluppo delle persone, oltre che delle fabbriche? Detto in soldoni, se ho la passione per lo sport, devo mettermi a studiare matematica per avere la possibilità di lavorare o posso coltivare la mia passione senza morire di fame visto che impensabile che lo sport dia lavoro a chiunque? Molti risponderebbero di no. Ma, vedete, è proprio questo il punto. Per parafrasare un celebre detto, forse è il momento di non chiedersi più (o almeno non solo) cosa voglia il sistema da noi, ma di chiedersi cosa vogliamo noi dal sistema.
E così arriviamo alla terza informazione interessante. Nell’insieme dei paesi considerati si prevede una perdita di posti di lavoro, fino al 2020, di oltre sette milioni, il grosso dei quali nell’office&administrative (4,7 milioni) e nel manufatturiero e produzione (1,6 milioni). A fronte di questo sterminio, ci sono i 492 mila posti che dovrebbe creare il business&financial, i 416 mila del management, i 405 mila del computer&math. Insomma: i settori col migliore outlook, non sono poi così inclusivi, visto che non coprono, tutti insieme, neanche un settimo dei lavori che andranno persi.
Il combinato disposto di queste informazioni dice una cosa molto semplice: se vorrai avere un lavoro non solo dovrai specializzarti in quello che serve ai decisori, ma dovrai anche essere estremamente bravo per riuscire a farti assumere. Ma ricordate: questo è quello che immaginano i datori di lavoro (Il tomo del Wef, peraltro, è orientato sul settore privato) che al momento sono di due tipi: i privati e il pubblico. Entrambi condividono uno schema organizzativo simile articolato sul binomio prestazione/retribuzione, pure con le differenze che abbiamo già esaminato.
E’ evidente che questo scenario è del tutto incompatibile col desiderio di sicurezza che, abbiamo detto, promana dalla società. Il binomio pubblico/privato basato sullo schema prestazione/retribuzione è naturalmente destinato a entrare in crisi, e non solo perché le macchine rubano il lavoro, come dicono i neoluddisti, ma perché le previsioni demografiche intravedono una costante diminuzione delle persone in età di lavoro a fronte di un aumento dei pensionati.
Delle due l’una perciò: o le società evolvono nel senso di accettare un pletora di disoccupati, più o meno sussidiati con quello che Bertrand Russel chiamava “il salario del vagabondo”. O le società evolvono verso un nuovo modo di concepire il lavoro, dove i due binomi tradizionali vengano ampliati fino coesistere con una nuova organizzazione sociale, che non potrà che influenzare anche la previdenza.
Invece della scomparsa dell’occupazione, che tutti paventano, si andrebbe verso quella della disoccupazione, che tutti dicono di volere.
E volere è potere, dicevano gli antichi.
(11/segue)
Ritorno in grande stile per le cartolarizzazioni Usa
L’unico insegnamento della storia è che non insegna nulla. Questa dolorosa consapevolezza mi sorprende mentre scovo un report di S&P che mostra come il mercato delle cartolarizzazioni negli Usa abbia ripreso vigore, non paghi evidentemente gli americani, e con loro il resto del mondo, di essersi bruciate le penne con questi strumenti solo pochi anni fa.
Un grafico, nel quale peraltro non vengono considerati gli RMBS, fotografa benissimo questa tendenza. Ricordo ai non appassionati che RMBS sta per residential mortgage backed securities, ossia gli strumenti che sono stati fra i grandi protagonisti dei problemi di otto anni fa.
S&P ipotizza che il 2016 sarà un anno ottimo per le cartolarizzazioni. Al netto degli RMBS, la finanza strutturata quest’anno dovrebbe produrre emissioni di titoli per poco meno di 500 miliardi di dollari. Se invece si considerano anche i RMBS, si dovrebbe arrivare a 537 miliardi di dollari. Siamo ancora lontani dal picco del 2007, quando al netto degli RMBS si arrivò a oltre 600 miliardi di emissioni, ma ciò che conta rilevare è che la giostra è ripartita e sembra in ottima forma, oliata da un settennio di denaro pompato senza parsimonia alcuna dalla Fed e dalle altre banche centrali.
In alcuni segmenti degli ABS (asset back security) il livello del 2006 è stato in effetti già raggiunto. In particolare, gli ABS che hanno sotto debiti correlati alla vendita di auto hanno già raggiunto i 194 miliardi nel secondo quarto del 2015, quindi al livello pre-crisi, quotando il 19% del totale dei debiti esistenti per questa categoria. Al contrario, altri settori, come gli ABS che hanno sotto debiti dalle carte di credito, o i CMBS, ossia le cartolarizzazioni con sotto mutui commerciali, stanno ancora il 20-30% sotto il livello pre crisi. Ma anche qui, la notizia non è tanto questa. Ciò che rileva è che abbiano ripreso a correre. Considerate che nel 2010 il totale di tutte le cartolarizzazioni superava di poco i 100 miliardi ed era ancora sotto i 200 l’anno successivo.
L’inversione di tendenza si osserva nel 2013. Le politiche monetarie della Fed, il cui QE prevedeva fra l’altro l’acquisto massiccio di MBS, hanno di sicuro contribuito a far tornare la fiducia su questi strumenti. E in effetti si osserva che, sempre al netto degli RMBS, superavano i 400 miliardi di emissioni già nel 2014. S&P nota che in Europa il mercato delle cartolarizzazioni è rimasto indietro rispetto a quello statunitense, ma auspica che i regolatori inizino ad incoraggiare l’uso di questi strumenti “per diversificare le fonti di finanziamento e promuovere l’espansione economica”. Anche gli argomenti a favore delle cartolarizzazioni, quindi, ricordano quelli del passato. All’epoca si magnificava questo strumento perché consentiva di impacchettare rischi diversi, al fine evidente di diluirli, e smerciarli nel mercato all’ingrosso, potendo contare sui grandi investitori che, incoraggiati dalle triple A generosamente elargite da agenzie di rating come S&P, compravano questa carta ignorando sostanzialmente cosa ci fosse sotto. Il gioco è durato finché c’è stata abbastanza liquidità ad alimentare la girandola di compravendite. Poi, quando la liquidità si essiccò, il sistema mostrò le sue falle e collassò. Diluire i rischi non era servito a farli scomparire, come raccontava la vulgata, ma semplicemente a renderli sistemici.
Torniamo a oggi. La lunga release di S&P contiene anche altre informazioni che è utile sottolineare. Una categoria di prestiti che sta conoscendo un buon livello di cartolarizzazioni è quella degli ABS con sotto i debiti studenteschi. Nel 2009 questi ABS quotavano circa 240 miliardi, a fronte di un totale di debiti studenteschi di 832 miliardi. Nel secondo quarto del 2015 gli ABS sono arrivati a 211 miliardi, ma nel frattempo la montagna di debiti studenteschi è cresciuta smisuratamente, sollevando parecchie preoccupazioni fra i regolatori americani: S&P calcola in 1.360 miliardi di dollari i debiti globali degli studenti Usa a primo trimestre 2015. Questa montagna da tempo è sorvegliata speciale, visto che si è notata una crescita significativa dei tassi di insolvenza. Magari i prossimi subprime saranno gli studenti.
Altrettanto interessante è notare l’andamento degli RMBS. Questi ultimi si dividono in non agency e agency/GSE. La differenza è sostanzialmente nelle garanzie. I RMBS agency hanno alle spalle le Government sponsored enterprise (GSE): la Government National Mortgage Association (GNMA o Ginnie Mae), la Federal National Mortgage (FNMA o Fannie Mae), e la Federal Home Loan Mortgage Corp. Quindi hanno il governo che copre le loro perdite, come è successo dopo il crack dei sub prime. Gli ABS non agency sono emessi da istituzioni finanziarie e non hanno la garanzia del governo alle spalle.
I numeri raccolti da S&P ci dicono che i non agency/RMBS, che nel 2009 quotavano 1,9 trilioni di dollari su un totale di 10 trilioni di debiti, nel primo quarto 2015 erano a 943 miliardi di dollari su 9.855 miliardi di debiti totali. Gli agency/GSE sono rimasti stabili, al contrario, con la conseguenza che la quota dei mutui sponsorizzati dal governo è salita dal 52% del 2009 al 61% di oggi, mentre i mutui in pancia alle banche sono diminuiti da 2.693 miliardi a 2.407. Un pezzo di rischio sistemico, insomma, si è spostato dal privato al pubblico, in un mercato, l’immobiliare americano, che già si segnala per la più alta presenza del governo dopo Singapore, secondo quanto rilevato dal Fmi.
Insomma: che una americano compri un’auto, faccia un debito con la sua carta di credito, cerchi un prestito da studente o compri casa, i suoi debiti sono destinati a finire nel tritacarne delle cartolarizzazione e smerciato chissà dove. All’epoca di Lehman scoprimmo che le banche europee erano zeppe di questa carta, e sappiamo cose successe dopo. Oggi sappiamo solo che il gioco è ripartito alla grande. Solo che il mondo se ne accorgerà quando finirà male.
L’economia ai tempi dello Zero Lower Bound: Le quattro D dell’apocalisse
Nulla sarà più come prima, dicono in molti. Il 2008 ha segnato una cesura netta nelle nostre pratiche economiche e ci vorrà del tempo prima che la nuova normalità – il new normal, come viene chiamato – venga digerito dall’apparato teorico che sosteneva la vecchia normalità. Tutti i modelli che gli osservatori usano per descrivere la realtà dovranno essere sostanzialmente riscritti, tenendo conto di come la nostra società si cambiata in questi anni tormentati, anche e soprattutto in conseguenze della crisi.
La buona notizia è che i decisori iniziano a tenerne conto. In uno speech recente (“Debt, Demographics and the Distribution of Income: New challenges for monetary policy“) Gertjan Vlieghe, componente esterno dell’MPC della Bank of England individua in tre fattori i driver di questa mutazione, che non è esagerato definire epocale: il debito, la demografia e la distribuzione della ricchezza. Sono le tre D che hanno finito con l’invalidare il vecchio pensiero di un mondo dove l’economia veniva inquadrata in un percorso stabile di crescita, con il prodotto sempre più o meno vicino al suo livello potenziale, e dove le crisi altro non erano che deviazioni temporanee da questo percorso. Alla politica monetaria veniva affidato il compito di correggere queste deviazioni utilizzando gli strumenti consueti. Ed è proprio questa visione che è entrata in crisi: “Io credo – dice il nostro banchiere – che possa essere cambiata in maniera stabile la relazione fra crescita e tassi di interesse“.
Il nostro si è convinto che l’effetto della tre D sul contesto economico abbia finito col creare un ambiente dove “un certo livello di crescita possa coesistere con tassi di interesse sostanzialmente più bassi che in passato” e che “questo ambiente possa persistere per anni, se non per decenni”. D’altronde solo persone con scarso senso della realtà potrebbero trascurare la circostanza che ormai i debiti, pubblici e privati, sono diventati eterni, che l’andamento della demografia conduce a un progressivo invecchiamento della popolazione e che il combinato disposto sta producendo una costante crescita della disuguaglianza dei redditi. Il combinato delle tre D ci conduce alla quarta: il declino, ossia l’esito della nostra vicenda economica, che sostiene l’ipotesi della cosiddetta stagnazione secolare, che peraltro è stata teorizzata 80 anni fa.
Ciò avrà alcune conseguenze, a cominciare dal fatto che “l’economia potrebbe non tornare più al suo livello pre crisi di crescita e tassi di interesse”. Con la complicazione che i modelli economici tuttora usati per rappresentare la nostra realtà sostengono il contrario, per la semplice ragione che le tre D ancora non vengono contemplate.
Vi parrà assurdo, ma è così che va il mondo. Ciò che è ovvio deve essere digerito, assimilato e trasformato in analisi teoriche, quindi inglobato in strumenti predittivi (un modello) che trasformano l’ovvio in prassi. Il problema è che questo processo richiede anni, durante i quali persistiamo nell’analisi della realtà con strumenti errati e in cui il nostro dibattere pubblico, già naturalmente retorico, viene nutrito da interpretazioni viziate della realtà.
Sicché, scorrendo lo speech, leggo divertito che “il debito è importante” e che questa dichiarazione “ancora controversa un decennio fa” lo è molto meno adesso. Ecco l’ovvio irrompere nel pensiero economico tradizionale. “Abbiamo ampie evidenza che le famiglie e le imprese con alti livelli di debito riducono le spese più bruscamente degli altri quando il ciclo economico diventa avverso”. Ma davvero? Con l’aggiunta che tale evidenza microeconomica ha effetti macroeconomici: “Le recessioni seguite a un accumulo di debito sono più severe e durature di quelle senza”. Per rimediare a un eccesso di debito ci sono due strade che si possono seguire: una dolorosa ristrutturazione, rapida e spietata, o tenere i tassi bassi per fare in modo che, a parità di debito, l’incremento del reddito sia superiore e così la montagna piano piano di appiattisce. Si è scelta questa strada, è chiaro a tutti. Perciò i tassi dovranno rimanere bassi a lungo, come non si stancano di ripeterci i nostri banchieri centrali. La strada intrapresa, dice il nostro, funziona talmente bene che il debito del settore privato non finanziario britannico, salito dal 120% del Pil a 190% prima della crisi, ora è sceso addirittura al 160%. Osservo solo che ci sono voluti otto anni di tassi vicino a zero per abbattere il debito del 15%, mentre erano bastati un pugno di anni per farlo cresce quasi del 60%. Il che mi suggerisce che i debiti siano alquanto inelastici ai tassi bassi. Questi ultimi servono semmai a renderli sostenibili. Sorvolo, come d’altronde fa il nostro banchiere, su quanto sia cresciuto nel frattempo il debito pubblico.
La seconda D è ancora più divertente, per quanto è ovvia. “Come il debito, la demografia può avere un effetto di lungo termine sulla relazione fra crescita e tasso di interesse”, con l’aggravante che tale effetto può persistere anche più di quello dell’accumulo di debiti “visto che le transizioni demografiche persistono per decenni”. Il combinato disposto fra aumento della longevità e diminuzione della fertilità è ciò che sta guidando questa evoluzione, che abbiamo visto essere incerta non soltanto quanto agli esiti, ma anche relativamente alla sua stessa dimensione. Dal punto di vista che interessa al nostro relatore, ossia la relazione fra crescita e tasso di interesse, una popolazione più anziana, che vuol dire una crescita più lenta della popolazione in età di lavoro, implica che serve meno capitale e perciò investimenti più lenti che “finiscono ancora col fare abbassare i tassi di interesse“. Un modello sviluppato di recente, basato sui dati dei paesi del G7 a partire dal 1990 ha calcolato nell’1,5% il ribasso del tasso di interesse provocato dai cambiamenti demografici, con un altro 0,5% in meno potenziale di là da venire. E poi c’è il caso del Giappone, che il nostro banchiere giudica una sorta di avanguardia, visto che quello che è successo lì nell’ultimo ventennio sta accadendo adesso nel resto delle economie avanzate.
La terza D è probabilmente fra le più popolari oggidì: la distribuzione della ricchezza. Il nostro ammette che si tratta di di un argomento dove la congettura è prevalente, rispetto agli altri. E tuttavia accredita l’idea che così come “la politica monetaria ha effetti redistributivi“, anche la distribuzione della ricchezza possa avere effetti sulle politiche monetarie. Citando il solito Piketty e altri, il relatore osserva che la concentrazione della ricchezza sposta maggiore potere d’acquisto su chi ha meno propensione a spendere, con effetti intuitivi sui tassi di interesse. Se c’è maggior risparmio offerto calano i prezzi del denaro, lo scriveva già Smith nel XVIII secolo. Qualcuno più di recente ha calcolato che un aumento di due punti del livello di risparmio abbassa i tassi dello 0,5%.
Insomma: le tre D cospirano per tenere i tassi bassi o, che è lo stesso, per tenere la crescita bassa. Questa nuova normalità, che le banche centrali ormai stanno trasformando nella narrazione prevalente del nostro tempo, ha implicazioni di policy evidenti. La prima riguarda proprio le banche centrali, che nel new normal trovano la legittimazione teorica dei loro comportamenti non convenzionali. E poi per il resto di noi, che il nostro banchiere analizza con estrema accuratezza.
La prima sarà la rivoluzione dei modelli predittivi, ormai inadatti a interpretare la realtà, che sono sicuro lascerà indifferenti molti di voi, ma che però non dovrebbe, atteso che da quello che partoriscono i modelli scaturiscono molte decisioni politiche. Se continueremo a usare i vecchi modelli rischiamo di compiere gravi errori.
Ma ciò che conta è la visione sociale che tale mutazione portà con sé. “Non possiamo contare sul fatto che il futuro somiglierà al passato”, dice. “Dobbiamo essere preparati alla possibilità che i tassi di interesse reali rimangano sotto il livello storico per molto tempo, anche nel caso che la crescita torni anche poso sotto la sua media storica”. Ciò pone alle banche centrali, che sulla manovra dei tassi hanno costruito la loro fortuna politica, un grande problema di strumenti, visto che “l’acquisto di asset è un sostituto imperfetto del taglio dei tassi”.
Sarebbe tutto un problema da banchieri centrali se fosse tutto qua. In fondo a noi che importa se i tassi rimangono bassi a lungo? Anche qui, un supplemento di osservazione basta a comprendere che i tassi bassi a lungo implicano un cambiamento profondo del nostro agire economico. Detto in parole povere, con i tassi bassi a lungo termine cambiano prassi che si sono evolute nel corso dei secoli.
Le quattro D, agendo insieme, possono terremotare il nostro sistema economico. Sono i moderni cavalieri dell’apocalisse.
Ecco quanto pesa il rischio BRICS sulla crescita globale
Per la prima volta dagli anni ’80, quando esplose la crisi delle economie in via di sviluppo, molte fra le più grandi economie emergenti hanno visto rallentare la propria crescita per tre anni consecutivi. Questa evidenza è solo una fra le tante, contenute nel Global economic prospects pubblicato di recente dalla Banca Mondiale e dice tutto della preoccupazione che gli osservatori internazionali nutrono nei confronti degli andamenti dell’economia, le cui prospettive rimangono deboli e orientate al ribasso.
Un altro dato dice molto anche relativamente alla capacità che abbiamo di rendercene conto. La crescita globale stimata, nel 2015, è stata del 2,4%, lo 0,4% in meno di quanto si fosse previsto a giugno del 2015. Segno che le decelerazione è stata imprevista e del tutto imprevedibile.
Se dal dato globale estraiamo quello relativo agli Emergenti, la stima della crescita per il 2015 si attesta a un +4,3%, ben al di sotto del 4.9% del 2014 e lo 0,4% in meno rispetto alle previsioni di giugno. Ciò vuol dire che gran parte del rallentamento globale nasce in questi paesi e si trasferisce per “simpatia” al resto del mondo.
E d’altronde sarebbe strano il contrario, vista la quantità e la qualità delle interconnessioni esistenti fra le economie internazionali. Ciò dovrebbe spiegare perché a ogni tremito in Cina, ma anche in Russia, Brasile o Sudafrica corrisponde una tremarella globale. La perfetta nemesi del colonialismo 2.0.
Se guardiamo alla tabella che riepiloga l’andamento globale della crescita nei diversi paesi, notiamo alcune cose. La prima è che fra i paesi ad alto reddito, ossia Stati Uniti, euro Area, Giappone, Regno Unito e Russia (dal luglio 2015 inserita in questa categoria di paesi), il rallentamento più marcato nelle previsioni di gennaio 2016 rispetto a quelle di giugno 2015 si osserva in Russia, seguita dal Giappone e poi dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. L’Eurozona è quella che al momento sembra la più stabile.
Se guardiamo agli emergenti, osserviamo che il disallineamento è assai più pronunciato e che fra i paesi asiatici il più evidente è quello della Cina, le cui prospettive peggiorano di anno in anno già dal 2015 rispetto a quanto previsto.
Ciò rende un interessante esercizio di osservazione porsi la domanda su come reagisca il mondo a un rallentamento peggiore del previsto di queste economie. O, per dirla con le parole della WB chi prenda una raffreddore ogni volta che i Grandi Emergenti starnutiscono. Come dato di contorno è utile ricordare che più del 40% dei poveri del mondo vive nei paesi emergenti, che poi sono quelli dove la crescita ha rallentato di più.
Per svolgere la sua simulazione la WB ha preso come riferimento i cinque BRICS, quindi Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, ossia le ex grandi speranze dell’Occidente che rappresentano una quota assai importante dell’economia globale, oltre che essere i leader delle economie emergenti. Dopodiché ha svolto alcune simulazione empiriche in virtù delle quali è arrivata alla considerazione che “un declino dell’1% nella crescita dei BRICS potrebbe ridurre la crescita nelle altre economie emergenti di circa lo 0,8% e la crescita globale di circa lo 0,4%”.
Tutto ciò mostra con chiarezza che ci sia “un sostanziale rischio di contagio” che dai BRICS si diffonde agli altri emergenti “con potenziali effetti avversi anche per le economie avanzate”, che si aggrava se sommato a quello di una crescita più lenta delle economie avanzate o di un aumento delle tensioni geopolitiche. Senza considerare che bisogna considerare come altamente incerte le proiezioni che provano a quotare le conseguenze dell’inversione del ciclo della politica monetaria americana.
Il mondo non è mai stato un posto sicuro. Oggi ancora di meno.
La scomparsa dei petrolieri fra i creditori internazionali
Guardo un grafico elaborato da RBS, che mostra l’andamento del conto corrente della bilancia dei pagamenti dei principali paesi, e mi convinco che la crisi del petrolio ha già avuto il suo esito più rilevante nella geopolitica del credito internazionale: i paesi esportatori di petrolio non figurano più, infatti, fra i grandi creditori internazionali. In sostanza, i prezzi declinanti hanno finito con l’erodere la loro posizione netta corrente e questa situazione, qualora dovesse perdurare, non mancherà di avere conseguenze sulla loro stabilità finanziaria. Il caso dell’Arabia Saudita, finita di recente nel mirino della solite agenzie di rating e del Fmi, è assai rappresentativo.
Che questo fatto abbia una valenza storica lo si può osservare guardando il fenomeno in una prospettiva più ampia. Un altro grafico, che mostra l’andamento degli squilibri globali dal 1980, evidenzia infatti con chiarezza che una situazione del genere si era verificata solo nella prima metà degli anni ’80, perdurando per quasi tutti i ’90. All’inizio del XXI secolo i petrolieri tornano a figurare stabilmente fra i grandi creditori e vi appaiono fino al 2014, per l’ultimo anno. Oggi nel club dei grandi creditori sono rimasti sostanzialmente in tre: la Cina, la Germania, che vede crescere la sua posizione nel 2015, e il Giappone, che la migliora rispetto al 2014, ma è certo ben lontano dalla capienza degli anni ’80 e dei primi ’90.
A fronte di questa posizione creditoria, nel 2015 ci sono due grandi debitori, ossia gli Usa, il cui deficit di conto corrente viaggia stabilmente intorno ai 500 miliardi di dollari, e il Regno Unito, che ne aggiunge oltre un altro centinaio. Il resto del deficit se lo dividono altri paesi.
Poiché il conto corrente misura sostanzialmente la differenza fra quanto un paese incassa dall’estero e quanto spende all’estero nel corso di un anno, questa situazione implica che il buon funzionamento del sistema dipende sostanzialmente dalla volontà dei creditori internazionali di sostenere il deficit dei debitori. L’uscita di scena dei petrolieri, che sono tutti paesi emergenti più o meno problematici, complica perciò il riaggiustamento globale.
Poiché gli attivi tedeschi coincidono sostanzialmente con quelli dell’Ue, ci troviamo di fronte a una situazione in cui un blocco euro-asiatico è diventato il principale creditore di un blocco euro-atlantico. Se volessimo scomodare la storia, si potrebbe osservare la curiosità di un mondo in cui i vincitori dell’ultima guerra si sono trovati grossomodo ad essere debitori di chi l’ha persa. Ma a ben vedere è una situazione che, tra alti e bassi, si trascina dalla fine degli anni ’50 e che dai primi anni ’80 è divenuta sostanzialmente sistemica, essendo correlata al (non) funzionamento del sistema monetario internazionale. A parte un breve intervallo a fine anni ’80, infatti, gli Usa sono sempre stati debitori netti.
La questione è se la geopolitica dei saldi correnti finirà con l’avere effetti sugli equilibri internazionali, e quindi monetari e politici, oppure no. E molto dipenderà dalle decisioni che matureranno in Asia, visto che circa il 40% del debito pubblico americano è collocato all’estero e in gran parte proprio fra Cina e Giappone.
Bisognerà vedere, in sostanza, se sarà il Fmi a guida americana a svolgere il ruolo di grande stanza di compensazione degli squilibri, come pare si stia attrezzando a fare, oppure se nascerà davvero un asse fra Europa e Asia per costringere il Grande Debitore a mettere ordine nel sistema monetario utilizzando altri strumenti.
Per adesso una cosa sembra certa: finché il Grande Gioco si reggerà in piedi nessuno lo metterà in discussione. E i petrolieri?
Si arrangino.
Le metamorfosi dell’economia: Il travisamento del lavoro
Cos’è il lavoro, mi chiedo, mentre sfoglio analisi preoccupate sull’evoluzione di questa peculiare espressione dell’agire umano, che ipotizzano un mondo segnato da una crescente disoccupazione tecnologica. Poiché ho imparato che le domande semplici nascondono sovente vicende complesse, ho deciso di cercare una risposta saggiando quella comune, che vado a ripescarmi nel volume dedicato all’economia dall’enciclopedia universale Garzanti aggiornato a una decina di anni fa. Mi sembra il modo più semplice per comprendere come la vulgata definisca il lavoro.
Qui leggo che il lavoro è “attività umana volta alla trasformazione e all’adattamento delle risorse naturali, allo scopo di produrre beni e servizi che soddisfino bisogni individuali e collettivi”. “Oltre a presupporre un’interazione fra uomo e natura, l’attività lavorativa è per eccellenza sociale: essa, cioè, mette normalmente l’uomo che la esegue in rapporto con altri uomini (..)le modalità di prestazione del lavoro e della sua remunerazione hanno caratterizzato le grandi fasi dello sviluppo sociale ed economico (..) la moderna organizzazione capitalistica della produzione comprende un mercato del lavoro ed elaborati meccanismi di determinazione dei salari (..) che assegnano un ruolo alle organizzazioni sindacali”.
Quindi il lavoro ha a che fare con la produzione di qualcosa e presuppone una interazione a livello individuale con la natura e a livello sociale con un altro soggetto, che nel tempo moderno ha generato un mercato e una burocrazia. In sostanza, quando andiamo a lavorare svolgiamo un’attività per qualcuno che ce l’ha commissionata e in cambio della quale riceviamo una retribuzione più o meno istituzionalizzata. Al di fuori di questo schema ormai consolidato non esiste lavoro. Chi non partecipa a questo schema è disoccupato.
Fin qui siamo nella conoscenza comune. Che però solleva nuove questioni. Se il lavoro è “attività umana volta alla trasformazione e all’adattamento delle risorse naturali, allo scopo di produrre beni e servizi che soddisfino bisogni individuali e collettivi”, ciò vorrebbe dire che il lavoro, con tutto ciò che ne consegue, è sempre esistito. La storia invece ci dice che non è così. Ossia, l’uomo ha sempre svolto attività al fine di soddisfare bisogni, ma queste attività sono diventate un lavoro, nel senso per noi comune, solo da pochi secoli. Basterebbe rileggere anche solo La Grande Trasformazione di Polanyi per ricordarlo.
L’importanza del lavoro risalta con piena evidenza nell’opera di Adam Smith, che nel libro primo, al capitolo V, della Ricchezza delle nazioni scrisse che “uno è ricco o povero secondo la quantità di lavoro di cui può disporre o che è in grado di acquistare (..) il valore di ogni merce è dunque uguale alla quantità di lavoro che le consente di avere a disposizione. Il lavoro è quindi la misura reale del valore di scambio di tutte le merci”. Riecheggiando così ciò che aveva scritto qualche tempo prima un altro filosofo, David Hume, nel suo trattato Of commerce: “Tutto al mondo è acquistato col lavoro”. Sempre Smith, nel libro secondo al capitolo terzo inaugurò la celebre distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo che per secoli ha dato lavoro agli economisti e ancora oggi segna il nostro dibattito pubblico, collegando il primo all’agricoltura e all’industria e il secondo sostanzialmente ai servizi.
Senonché, le affermazioni di Smith sono quantomeno di seconda mano, se non di terza o quarta. La radice della teoria del lavoro come costituente del valore, infatti risale almeno a un secolo prima. Il primo a “valorizzare” il lavoro, nella sua capacità di trasformare la natura e quindi creare reddito rendendola più di ciò che è fu probabilmente William Petty, l’inventore dell’aritmetica politica. Ma fu un altro filosofo ancora che formulò il principio del valore del lavoro. Un filosofo che ha avuto una notevole quanto misconosciuta influenza sullo sviluppo dell’economia politica sebbene solo di rado venga considerato un economista: John Locke.
Locke parlò ampiamente dell’importanza del lavoro non perché fosse interessato alla costruzione di una teoria del valore, ma perché cercava un fondamento per l’autentico caposaldo della nascente economia capitalista: la proprietà privata. Locke sta alla proprietà privata come Cartesio sta alla metafisica del soggetto. Quest’ultimo dedusse l’Io dal Cogito ergo sum. Locke dedusse la proprietà privata (mIo) dall’Io.
Nel suo Secondo Trattato sul governo, pubblicato anonimo nel 1690, Locke scrisse che “Dio ha dato la terra ai figli degli uomini, l’ha data in comune a tutta l’umanità”, quindi nessuno potrebbe o dovrebbe rivendicarne i frutti. E tuttavia tale principio “divino” deve essere contemperato con un altro principio di altrettanto peso: “Ciascuno ha tuttavia la proprietà della sua persona: su questa nessuno ha diritto alcuno all’infuori di lui”. E’ evidente la derivazione cartesiana.
Il combinato disposto fra i due principi, conduce alla conclusione che “il lavoro del suo corpo e l’opera delle sue mani, possiamo dire, sono propriamente suoi”. Quindi l’essere proprietari di sé conduce alla proprietà di ciò che da sé si produce. “Qualunque cosa dunque egli tolga dallo stato in cui natura l’ha creata e lasciata, a essa incorpora il suo lavoro e vi intesse qualcosa che gli appartiene, e con ciò se l’appropria, tale lavoro essendo infatti indiscutibile proprietà del lavoratore, nessun altro che lui può aver diritto a ciò cui esso è stato incorporato”. In sostanza, il passaggio dal comunismo originario all’individualismo proprietario è una conseguenza del lavoro dell’uomo. E ciò spiega perché si arrivò fatalmente alle teorie di Smith e, più tardi, a quelle di Marx che, rimuovendo l’individualismo proprietario altro non ambiva che tornare al comunismo originario per il tramite dello stato, ossia l’Unico Proprietario che sostituisce Dio nel dispensare i suoi beni comuni. Non a caso la teoria del valore/lavoro è tanto centrale in Marx.
Il lavoro perciò è stato lo strumento filosofico sul quale è stato costruito il principio della proprietà privata. E questo è stato il suo primo travisamento. Se è ovvio che tutto ciò che io compio proviene da me, ciò non implica che tutto ciò che da me proviene sia di mia proprietà. Sennò dovremmo essere proprietari dei nostri figli, per fare un esempio. O di qualunque cosa sulla quale apportiamo un cambiamento, il che oltre ad essere assurdo è anche impossibile. E’ chiaro che Locke aveva uno scopo politico, quando scrisse il Trattato, che qui non serve rilevare. Basterà osservare che col suo scritto interpretava uno spirito emergente nel suo tempo, quello che sosteneva la nascente classe dei nuovi proprietari. Non a caso il ragionamento sul lavoro è inserito in un trattato di politica.
Il secondo travisamento è visibile già nella definizione della nostra garzantina, che dopo questa pur breve ricognizione ha assunto ben altro spessore, laddove afferma che il lavoro deve “produrre beni e servizi che soddisfino bisogni individuali e collettivi”. Il collegamento del lavoro all’attività produttiva è il fondamento della sua organizzazione nel sistema datore di lavoro-lavoratore che siamo abituati a frequentare.
Il problema di questo travisamento non è che sia fonte d’errore, ma che sia incompleto. Definire lavoro solo ciò che produce sostanzialmente reddito taglia fuori dalla categoria del lavoro una parte rilevante delle attività umane che producono un beneficio che la categoria del reddito non riesce a catturare. E questo scritto ne è la prova evidente. Ciò che io scrivo soddisfa sicuramente un bisogno, almeno il mio e forse di qualcuno di voi, e produce sicuramente qualcosa: delle parole e, spero un po’ di conoscenza. Quindi stando alla mia garzantina starei lavorando. Ma ciò che io produco non esprime alcun valore di scambio: nessuno mi dà, nel senso definito da Smith, in cambio altro lavoro sotto la forma di altri beni. Rimane il fatto che questa attività è spiccatamente sociale, come vuole l’enciclopedia, mentre rimane insoddisfatto l’altro requisito fondamentale del lavoro come lo intendiamo: la remunerazione.
Su questo punto, che poi è il punto centrale sul quale si è costruito il conflitto sociale negli ultimi trecento anni, purtroppo i classici hanno poco da dirci, com’è normale che sia: ai loro tempi, come d’altronde ai nostri, era del tutto ovvio collegare un lavoro a una retribuzione, e aspettarsi che la relazione si svolgesse fra due soggetti necessariamente antagonisti: il lavoratore e il datore di lavoro, originando quel conflitto fra lavoro e capitale che ha segnato la storia dell’economia. Da una parte il lavoratore che, evocando Locke e i tantissimi dopo di lui, rivendicava la proprietà di ciò che aveva prodotto. Dall’altra il capitalista che, evocando anche lui Locke, in quanto titolare del capitale, ossia di ciò che primariamente aveva creato col suo lavoro, rivendicava una quota del prodotto di tale lavoro. Per questo l’economia è diventata una lotta fra individui proprietari che si contendono fette di ricchezza. Una guerra costante. Il che sicuramente è un fatto reale. Ma non è tutta la realtà.
Se volessimo riportare il lavoro al suo significato più profondo, dovremmo dire che è lavoro tutto ciò di utile che qualcuno fa per qualcun altro, visto che è la relazione, e non la remunerazione, che connota questa attività. O almeno dovrebbe. In un suo vecchio libro, L’invenzione dell’economia, Serge Latouche ricorda che ai tempi dei romani era uso fra i ceti altolocati svolgere attività liberali, l’avvocatura o la medicina, senza per questo chiedere una remunerazione, che sarebbe stata ritenuta cosa disdicevole. Lo facevano per passatempo, diremmo noi oggi. Ma è evidente che non è così. Per quelle persone lavorare, quindi spendere il loro tempo per gli altri, ossia la risorsa più preziosa, era considerato un dovere sociale, oltre che un piacere personale. Un po’ come è per me scrivere queste cose.
Ciò che dovremmo proporci quindi, è recuperare lo spirito del dovere sociale del lavoro, ossia la consapevolezza che, vivendo in società, occorre fare qualcosa per gli altri, e scavalcare il problema della retribuzione allargando lo schema che siamo abituati a frequentare. Trasformare il dualismo datore di lavoro-lavoratore, che è solo una delle modalità in cui il lavoro si può esprimere, in una relazione più complessa che consenta di separare la prestazione dalla retribuzione.
Detto in parole povere: il lavoro, così come lo abbiamo definito, deve essere retribuito con un qualche potere d’acquisto, perché solo così chi lo esprime può vivere. Ma non è detto che debba essere retribuito da chi comanda il lavoro, per usare la terminologia di Smith, o da chi ne beneficia. Ciò parrà astratto, ma in realtà è molto concreto.
Facciamo qualche esempio. Se io vendo otto ore al giorno del mio tempo a un’impresa che produce barattoli e che mi paga per attaccarvi sopra etichette, il mio salario pagherà il mio tempo e l’impresa sarà proprietaria dei barattoli etichettati. Quindi io faccio qualcosa per un imprenditore che in cambio mi dà del denaro. La narrazione di Locke e dei trecento anni dopo si esaurisce in un fatto sindacale di natura contrattuale.
Se io vendo otto ore al giorno del mio tempo per insegnare a scuola, il beneficiario della mia attività – lo studente – non è lo stesso che mi paga lo stipendio. E questo spiega bene la differenza fra la produzione di un bene per un privato e quella di un servizio pubblico per lo stato. Entrambi oggi (ieri non era così) hanno diritto di cittadinanza nel nostro tempo. Quindi è evidente che il concetto di lavoro con l’invenzione dei servizi pubblici si è evoluto dalla visione smithiana.
Quel che dobbiamo chiederci è se, oltre a queste due, esista un’altra modalità di lavoro che si può immaginare conduca ancora più avanti lo schema già inaugurato dai servizi pubblici. Dove quindi la separazione fra soggetti della prestazione ed erogatore della remunerazione sia ancora più divaricata. Se io passo il mio tempo ad aiutare le vecchiette ad attraversare la strada, farò del bene a un sacco di persone ma nessuno mi pagherà alcunché. Eppure pochi dubiterebbero che faccio un’attività benemerita. Se io passo le mie giornata a dipingere quadri o a coltivare petunie che regalo ai passanti, attività che i classici avrebbero giudicato forse utili, ma di sicuro improduttive e che nessuno mi ha commissionato, ho diritto a essere chiamato lavoratore, e quindi retribuito, oppure no?
Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo farcene altre: che tipo di società vogliamo essere? Quest’epoca straordinaria che siamo chiamati a vivere dovrà essere ricordata come quella in cui le macchine hanno definitivamente distrutto il lavoratore, e quindi il lavoro, o quella in cui finalmente il lavoro riscopre, innovandolo, il suo significato?
Ci hanno ripetuto per decenni che il lavoro è un diritto (dimenticando che è anche un dovere) e che bisogna tendere alla piena occupazione. Ma questo significa che chiunque faccia qualcosa di utile per gli altri ha il diritto di farlo e di essere retribuito, oppure solo che dobbiamo avere un datore di lavoro che compri il nostro tempo? Possiamo immaginare (e sostenere economicamente) una società che remuneri chi compie qualcosa di utile per gli altri mettendo tale principio alla base del suo funzionamento?
Chiedersi che tipo di società vogliamo costruire, oggi che viviamo una straordinaria età dell’abbondanza, come ci ricorda in un libro recente Nicola Costantino (Abbondanza, per tutti) è il primo dovere di ognuno di noi. Abbiamo i mezzi e la possibile di restituire al lavoro la sua dignità e la sua importanza, ossia remunerandolo e ricordando la sua vocazione sociale, quale strumento di realizzazione personale e bene comune. Il problema è che dobbiamo evolvere il nostro paradigma economico e ampliare il concetto di lavoro che siamo abituati a frequentare. Esattamente come fece Locke più di trecento anni fa. Trecento anni dovrebbero essere un tempo sufficiente per pensare di cambiare.
Non è poi così difficile immaginare come.
(10/segue)
I pensionati pubblici italiani e i tormenti della previdenza
La rappresentazione migliore della tormentata gestione statale della previdenza dei suoi dipendenti è in una cifra: la differenza fra le entrate ordinarie da contributi che arrivano dai lavoratori e la spesa per prestazioni che ho tratto da un recente analisi della Ragioneria dello Stato.
Qui leggo che nel 2014 il totale netto della spesa per le prestazioni pensionistiche degli ex dipendenti pubblici è stato di 65,45 miliardi di euro. Ciò a fronte di entrate ordinarie per soli 37,9 miliardi, un po’ più della metà. Ciò vuol dire che i contributi di chi lavora nel pubblico bastano appena a pagare la pensione a poco più della metà dei pensionati pubblici.
I contributi dei lavoratori vengono integrati da ulteriori entrate. Quelle derivanti dall’applicazione della legge 335 del ’95, ossia la cosiddetta riforma Dini, che nel 2014 valevano 10,8 miliardi, poi i trasferimenti dello Stato e di altri enti del settore pubblico, ossia la quota di contributi a carico del datore di lavoro, ossia lo Stato, degli altri enti e dei contributi capitali, che, sempre nel 2014, pesava circa 11 miliardi. Al lordo dei riscatti e delle ricongiunzioni, che pesano un paio di centinaia di milioni, il totale delle entrate è di circa 60 miliardi. Ciò vuol dire che la previdenza del pubblico impiego è in perdita di per oltre cinque miliardi, che devono essere pescati nella fiscalità generale.
Per scoprire l’origine del buco, dobbiamo andare a vedere le singole gestioni. Qui si nota che il grosso del deficit, pari a 5,357 miliardi, deriva dalla gestione della CPDEL, ossia la cassa dei dipendenti degli enti locali, e poi, per 225 milioni, dalla CPS, ossia la cassa dei sanitari. La gestione degli statali, la CTPS, chiude in pareggio.
Tale circostanza si deve al fatto che con la finanziaria 2012, dopo che l’Inpdad è confluito nell’Inps, sono cambiate le regole contabili. Tale effetto è visibile nella quota di trasferimenti garantiti dallo Stato a integrazione delle entrate ordinarie. Fino al 2011, infatti, ammontavano a poche centinaia di milioni. A partire dal 2012, però, crescono sensibilmente: dai 6,9 miliardi (a valore corrente) del 2012, agli 8,5 del 2013 e agli 11,235 del 2014. Il grosso di queste cifre è stato conferito alla gestione CTPS, che, di conseguenza, chiude in pareggio.
Se guardiamo ai dati di tendenza, osserviamo che in relazione al Pil la spesa per la previdenza dei dipendenti pubblici è cresciuta pressoché costantemente dal 1999, quando pesava il 3,14% del prodotto, per arrivare dopo 15 anni al 4,06%. Segno evidente di un andamento crescente nel tempo della spesa pensionistica pubblica. Lo dimostra il fatto che nel 1999 il deficit fra spesa totale e entrate totali era di poco superiore al miliardo. Nel 2014 è quintuplicato.
Un altro effetto della nostra imprevidenza pubblica.
I soldi facili distruggono la crescita
Sicché viviamo nel paradosso di un tempo affamato di denaro che si ammala in ragione direttamente proporzionale alla quantità che riesce a ingurgitarne. L’inflazione è bassa? Immettiamo denaro. La disoccupazione è alta? Immettiamo denaro. La crescita non riparte? Immettiamo denaro. Il credito è basso? Immettiamo denaro. Non riuscendo a pensare ad altro, ci infliggiamo nuovi ricostituenti a base di denaro, che però finiscono col minare ancor di più il nostro organismo. Sennò non si spiegherebbe perché l’economia rimane debole e volatile.
Questa singolarità non lascia indifferenti i più accorti che, seguendo chissà quanto consapevolmente le impronte dei nostri padri, sono arrivati alla conclusione – una fra le tante che potevamo aspettarci – che i soldi facili, che tecnicamente si chiamano boom creditizi, hanno un effetto deleterio sulla produttività del lavoro. Quindi erodono uno dei capisaldi del nostro modo di produzione della ricchezza fin dai tempi di Adam Smith.
Questo approfondimento si deve a un paper della Bis (“Labour reallocation and productivity dynamics: financial causes, real consequences“) che sviluppa una questione già esaminata nell’ultima relazione annuale, evidentemente meritevole di ulteriori analisi. Per svolgerla è stato considerato un panel di venti economie nell’arco di tempo di un quarantennio.
Il punto è che i boom creditizi spingono a investire nei settori meno produttivi, come ad esempio quello delle costruzioni, a danno di quelli dove la produttività è più alta, come il manifatturiero. Con l’aggravante che il miraggio degli arricchimenti facili incoraggia le persone più dotate verso il settore finanziario, che non si segnala certo per una produttività consistente.
Per di più, dopo che il boom diventa un burst, l’errata allocazione delle risorse nei settori meno dinamici produce effetti prociclici, ossia genera perdite di prodotto, e quindi disoccupazione, assai più elevati rispetto a quanto sarebbe accaduto qualora le risorse fossero state allocate in maniera più efficiente. Tali effetti, viene notato, sono più pronunciati nelle economie avanzate.
“La produttività aggregata rallenta durante il boom creditizio – spiega il paper – innanzitutto perché l’occupazione si espande più rapidamente nel settore delle costruzioni, che strutturalmente incorpora una crescita bassa della produttività, mentre l’occupazione si espande poi lentamente o si contrae nel settore manifatturiero che, al contrario, è strutturalmente ad alta produttività”. Detto in soldoni, tale spostamento di risorse dai settori produttivi a quelli meno produttivi vale circa i due terzi del calo di produttività che si registra durante una fase di boom creditizio.
Ma cosa accade quando la bonanza creditizia finisce? “La media di perdite di produttività per anno nei cinque anni successivi a una crisi è più del doppio di quelle registrate durante il boom: circa mezzo punto percentuale l’anno”.
L’esempio esaminato nel paper è quello della crisi vissuta nel 2007 da Spagna e Irlanda, dove il credit boom si è associato a una rapida crescita dell’occupazione nelle costruzioni e nei servizi di real estate a spese del manifatturiero. “Una volta che il boom è diventato un burst – sottolineano – le economie sono andate verso una dolorosa fase di riequilibrio, per di più con un sistema finanziario danneggiato che forse ha reso ancor più compilcato il processo. In tal senso la riallocazione delle risorse durante il boom è stata chiaramente una cattiva allocazione”.
Provo a sintetizzare: i boom finanziari creano le premesse per dolorosi aggiustamenti, amplificando le conseguenze, una volta che si esauriscono, degli errori commessi durante l’euforia. A farne le spese è la produttività del lavoro, ossia ciò che dovrebbe determinare la ricchezza di una collettività e che, indirettamente, genera effetti sull’occupazione e sul livello dei salari. Ciò fino al punto di provocare una stagnazione che, nello schema esaminato, può durare fino a otto anni.
Le conclusioni del paper offrono ulteriori motivi di riflessione. L’ipotesi di scuola, secondo la quale il rischio di una stagnazione secolare dipenda, nel caso degli Usa, da una deficit di domanda globale già visibile prima della crisi, potrebbe essere sostituita da quella secondo la quale la stagnazione dipende invece dal grande boom creditizio vissuto negli Usa prima della crisi del 2007. Per dirla con le parole della Bis: “La crescita deludente degli Usa prima della crisi, nonostante un grande boom finanziario, può dipendere in parte proprio dal boom”. E poi c’è un altro punto importante: l’analisi microeconomica, ossia l’esame della composizione dei settori produttivi, dice molto di più di quella macroeconomica che tiene l’attenzione sugli aggregati, e in particolare sulla domanda.
Infine, una considerazione che sicuramente appassionerà gli economisti, che ne dibattono da sempre: “Se una politica monetaria allentata contribuisce ai boom creditizi e questi boom hanno effetti di lungo termine sulla produttività, compresi quelli di riallocazione delle risorse, una volta che arriva il bust, allora non è ragionevole pensare alla moneta come un elemento neutrale, nel lungo termine”.
Come indicazione sul futuro, è bene sapere che “i boom e i bust legati a una crisi hanno avuto una durata di 16-20 anni” e i risultati dello studio confermano che le “cattive allocazioni delle risorse richiedono tempo per svilupparsi e persistono a lungo”. Né bisogna sorprendersi, sottolineano, se “la politica monetaria si rivela poco efficace a correggere gli effetti dei bust”. E non solo perché la sua efficacia è limitata dal livello di indebitamento, solitamente elevato dopo un boom creditizio, ma anche perché “la politica monetaria allentata è uno strumento spuntato per correggere la cattiva allocazione delle risorse che si è sviluppata durante la precedente espansione, oltre ad essere stata, in primo luogo, un fattore che vi ha contribuito”.
Ve la faccio semplice: i soldi facili provocano danni, che poi si pensa di risolvere con altri soldi facili. Con la conseguenza che i soldi fanno soldi, favorendo la concentrazione della ricchezza.
Over and over again.
Il mondo ha 877 miliardi di problemi con la Cina
Molto più dei 119 miliardi di prestiti che la Cina ha visto evaporare fra il luglio e il settembre scorsi, a tenere il resto del mondo con il fiato sospeso sono gli 877 miliardi che alla firme del terzo trimestre, sempre il resto del mondo, le aveva prestato e che chissà cosa ne stia stato in queste ore tormentate. La Bis, che ha rilasciato di recente le statistiche sul terzo trimestre 2015, non ce lo dice. Dovremo aspettare la primavera per saperlo.
Ma intanto i boatos che arrivano dal mercato lasciano immaginare che i deflussi di capitale dalla Cina proseguano, confermando che i timori del resto del mondo, alimentati da quelli che il Fmi ha espresso nel suo recente update del suo world economic outlook, sono ben lungi dal placarsi e anzi si infittiscono.
Non che me ne stupisca. Da tre anni questo blog scrive della Cina e della sua straordinaria fragilità, tanto che oggi rimarcarla mi pare più opera da maramaldi che da onesti osservatori. La Cina è un gigante di carta, pieno di debiti e con un sistema bancario vulnerabile, che si regge in piedi grazie a un sistema dispotico-capitalista e un livello esagerato di investimenti pubblici, che oggi prova a entrare nel grande gioco della finanza internazionale non si capisce bene se perché costretta dagli eventi o per pure vanità.
Ciò che oggi vale osservare è come adesso il mondo guardi alla Cina, e il migliore modo per farlo, in un’epoca che tutto misura col metro del denaro, è seguire i soldi, alla vecchia maniera. Per questo le statistiche della Bis sono un utile strumento.
Il dato generale, che racconta molto più della quantità che esprime, è che nel terzo trimestre 2015 i prestiti internazionali alla Cina segnavano un calo del 17% rispetto al terzo trimestre del 2014, quando superavano il trilione, segnando il livello più basso degli ultimi due anni. I grafici, che mostrano l’andamento di tali prestiti dal 2011, ci dicono almeno due cose utili da sottolineare.
La prima è che il livello di prestiti collazionati dai cinesi al terzo trimestre 2015 è più o meno al livello di fine 2013, ma ben al di sopra del livello di fine 2010, quando stavano ben al di sotto i 500 miliardi di dollari. Quindi, per farla semplice, malgrado il calo del 17% rispetto a fine 2014, i prestiti ai cinesi sono ancora quasi il doppio di quanti non fossero appena tre anni fa, quando la moda di prestare soldi alla Cina divenne pandemica.
La seconda evidenza è che tale moda ha interessato solo la Cina, e non gli altri paesi emergenti osservati nel campione. I prestiti concessi a Brasile, India, Russia e Sudafrica sono rimasti sostanzialmente stabili. E’ stata la crescita di esposizione verso cinese che ha portato la montagna di prestiti ai Brics a superare 1,5 trilioni a fine 2014. O, per dirla in altro modo, l’esposizione delle banche ai paesi emergenti, che adesso preoccupa gli osservatori, è stata sostanzialmente in fenomeno cinese.
Perciò comprenderete perché non sono tanto i deflussi registrati sino a fine 2015 che oggi preoccupano, ma quelli che potrebbero innescarsi se continua ancora la fuga dall’est di questi ultimi mesi. Molti diranno che la Cina è perfettamente in grado di supplire con le sue riserve a un improvviso diradarsi dei capitali esteri. Il che è probabile. Ma dimenticano che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.
Un mare di dollari.
