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La globalizzazione emergente. Cina e Russia si incontrano in Iran
Molto si è scritto dell’intesa – per adesso poco più di una promessa – fra Cina e Iran che dovrebbe far salire di livello le relazioni fra i due paesi. Assai meno si è scritto del recente e notevole avvicinamento dell’Iran all’orbita russa, culminato, un paio di anni fa, nella sigla di un accordo commerciale con l’Unione euroasiatica di Putin, al quale è seguita un’intensa attività diplomatica, sicuramente incoraggiata dall’essere entrambi nel mirino delle sanzioni Usa, che preannuncia una più stringente collaborazione fra i due paesi.
Il combinato disposto queste due eventi, purtroppo ancora poco analizzato, apre un nuovo capitolo in quella che abbiamo chiamato globalizzazione emergente. L’Iran, grazie a questa intensa attività diplomatica, di fatto si propone come interlocutore di peso a due dei tre “aggregatori” di questa globalizzazione – Russia, Cina e Turchia – concorrendo di fatto con quest’ultima alla costruzione di un equilibrio nel complesso mosaico mediorientale che abbiamo già visto all’opera nel nord dell’Iraq.
Di fatto l’Iran entra a gamba tesa – ammesso che già non ci fosse, e basta ricordare il caso Yemen e quello siriano – nel conflitto strisciante per l’egemonia fra i sunniti mediorientali che vede da una parte Turchia e Qatar e dall’altra Emirati Arabia, Arabia Saudita ed Egitto, che si declina lungo i vari fronti di guerra che vanno dalla Libia allo Yemen. E vi si interpone col peso specifico della sua invidiabile posizione geografica e delle sue risorse.
E’ presto per capire se il triangolo di interessi fra russi, cinesi e turchi che abbiamo immaginato diventerà un quadrilatero, includendovi anche l’Iran. Di sicuro la repubblica islamica ha una vocazione antagonista nei confronti degli americani. Ma non è detto che ciò sia sufficiente.
Per capirlo bisognerà osservare l’evoluzione del quadrante mediorientale, che si complica ogni giorno di più: si pensi all’intenzione dell’Egitto di impegnarsi in Libia. Ma anche quella del Mediterraneo Orientale, e della linea di faglia del Caspio meridionale. Non a caso tutti questi dossier sono finiti sul tavolo del Consiglio di sicurezza nazionale turco convocato da Erdogan, ormai chiaramente compreso nel suo ruolo di sultano della potenza emergente della regione, al quale probabilmente ha contribuito anche una certa compiacenza statunitense.
Turchia a parte, ciò che più conta è capire come queste promesse di collaborazione fra russi, cinesi e iraniani diventino fatti concreti. E seguire i soldi – che in questa partita significa innanzitutto osservare lo sviluppo delle infrastrutture – è un ottimo punto di osservazione.
La capacità dell’Iran di servire alla globalizzazione emergente, infatti, è e sarà direttamente proporzionale alla sua funzionalità nella costruzione di rotte, commerciali e quindi anche finanziarie, che siano capaci di concorrere con quelle tradizionali dominate dagli Usa. Rotte che siano utili innanzitutto ai cinesi, che ci mettono il denaro, ma anche ai russi e in qualche modo anche ai turchi.
Un esempio è sempre meglio di mille ragionamenti. Quasi un anno fa gli iraniani annunciarono di voler creare un terminal petrolifero nel mare dell’Oman per costruire una rotta alternativa a quella che li obbliga a usare lo stretto di Hormuz, uno dei tanti colli di bottiglia sensibili della nostra globalizzazione, sulla quale far viaggiare il proprio greggio. Una necessità non solo iraniana, ma anche cinese, visto che da Hormuz passano milioni di barili destinati anche a Pechino. L’oleodotto, annunciava all’epoca l’agenzia iraniana Irna, avrebbe portato il greggio da Goreh a Busher, fino al porto di Jask, in predicato di diventare il secondo terminal petrolifero iraniano.
Un anno dopo siamo arrivati all’accordo con i cinesi, dove il porto di Jask riveste una certa importanza. Nei documenti dell’accordo circolati fra la stampa si legge che la Cina investirà 400 miliardi in Iran, dei quali 280 nell’industria del petrolio e 120 per lo sviluppo infrastrutturale, fra le quali il 5G ma anche i porti e in particolare quello di Jask, la cui importanza si può intuire osservando la sua posizione.
Notate che Jask sarebbe in terzo porto, insieme a Chabahar e a quello pakistano di Gwadar, capace di funzionare da terminal per il petrolio destinato all’Asia. Degli ultimi due abbiamo già osservato le vicissitudini. Chabahar, in particolare, riveste una importanza duplice, non solo perché inserito nel progetto russo del North-South Transport Corridor, (NSTC), ma anche perché coinvolge direttamente l’India.
Lo sviluppo del porto di Jask ha una duplice valenza per Iran e Cina. Da una parte facilita le loro transazioni petrolifere, dall’altra apre uno scenario complesso con l’India di fronte a un bivio: mantenere il suo attuale sistema di alleanze, che potremmo esemplificare ricordando il Quad indopacifico, o inserirsi maggiormente nel triangolo, o quadrilatero che sarà, emergente.
Avere la disponibilità del porto pakistano di Gwadar, inoltre, mette ulteriormente in sicurezza i movimenti commerciali cinesi, che comprano petrolio sia dai sauditi, con i quali di recente hanno festeggiato i trent’anni di relazioni diplomatiche, che dagli iraniani, nemici storici dei sauditi, in omaggio al vecchio adagio che il denaro non ha odore. E neanche religione, potremmo aggiungere.
In sostanza, l’Iran, forte soprattutto della sua geografia, ma anche delle sue risorse umane e materiali, è capace di offrire un contributo importante alla saldatura dello zoccolo meridionale dell’Eurasia, e quindi della nostra globalizzazione emergente, con l’Afghanistan a coprire l’ultimo miglio della grande catena di forniture ai cinesi.
L’India può partecipare oppure no, a questo gioco. Ad esempio raccontano che dopo l’accordo fra Iran e Cina l’India sarebbe stata esclusa dal progetto iraniano della ferrovia Chabahar-Zahedan di 628 km, che dovrebbe essere estesa a Zaranj in Afghanistan. Ciò per dire che le fisionomie di questa partita sono ancora in corso di evoluzione e contengono numerose zone d’ombra. Ma il gioco ormai è cominciato.
Cronicario. Spendino siori spendino
Proverbio del 24 luglio Il pane del povero è duro e le sue giornate lunghe
Numero del giorno: 14,9 Aumento mensile export extra Ue a giugno in Italia
L’avrete notato, sì, che siamo tutti più felici? Da quando l’Ue, non più matrigna ma finalmente mammona, ha detto che ci da li sordi, improvvisamente l’italiano è impazzito di gioia.
Impazzito proprio. Guardate i politici. Non sanno – letteralmente – come spendere i soldi che peraltro neanche hanno ancora e figuratevi che succede se e quando arrivano. Meglio ancora: ne vogliono ancora. Mes, scostamenti di bilancio: chi più ne ha più ne spenda.
Qualche fenomeno vuole rifare addirittura la Bicamerale – che porta sfiga solo a nominarla – cioé quell’attrezzo che negli anni Novanta doveva cambiare la Costituzione – per decidere come usare li sordi dell’Ue. Ossia fare da dispensario delle millemila pulsioni spenderecce di una classe politica – e vi risparmio le altre classi – per la quale i soldi fanno la felicità.
E’ così che va il mondo. Anzi che spende.
Buon week end.
Cartolina. C’è un Mes(s) nella pancia delle banche
Ci sono 36 miliardi giusti di incremento dei depositi bancari nelle banche italiane fra febbraio e maggio 2020 che, per ironia della sorte, i risparmiatori hanno messo da parte nel periodo del lockdown. Ironia doppia, visto che questo frutto della paura e del risparmio forzoso – difficile spendere quando l’economia è chiusa in casa – è dello stesso importo del tanto contestato Mes. Sono bastati un paio di mesi di risparmio nazionale per avere le risorse che l’Europa ci offre a tassi da realizzo. Sarà per questo che molti supporter dell’indebitarsi nostrano spingono per i bond patriottici, pure se a tassi assai superiori. Trascurando peraltro di osservare un’altro evento che ha caratterizzato il lockdown: la fuga degli investitori esteri del nostro debito pubblico. Ne sia controprova l’aumento a 441 miliardi, 51 in più, dei titoli pubblici in pancia alle banche. Un pasticcio potenziale bello grosso. Più debito pubblico italiano in mano agli italiani per alcuni politici è la ricetta del successo. Sicuramente del loro.
Le ragioni economiche dell’egemonia del dollaro
Volendo farla breve, potremmo rispondere molto facilmente a chi si chiede perché mai il dollaro domini i mercati internazionali usando l’argomento della legge del più forte, che nella giungla – notoriamente affine ai nostri mercati – ci mette poco a essere l’unica. Gli Usa sono i più forti, e tanto basta.
Ma peccheremmo di semplicismo, oltre a tradire la ragione di questo blog, se ci limitassimo a sottolineare l’ovvio trascurando di osservare le infinite sfumature nascoste sotto a una tinta unica. Perché dietro la ragione politica, che pure si potrebbe banalizzare come abbiamo detto, c’è anche quella economica.
E’ interessante sottolinearlo perché ciò non solo illustra motivazioni che sfuggono agli osservatori superficiali, ma contiene preziose informazioni per chiunque voglia studiare da valuta concorrente a quella egemone. Come ad esempio noi europei, che ripetiamo spesso, e magari credendoci pure, che siamo intenzionati a far crescere il ruolo internazionale dell’euro, al punto che la nostra banca centrale produce ogni anno un corposo libretto assai utile da compulsare per capire quanto profondo sia l’abisso fra il nostro dire e il nostro poter fare. Questo almeno finora. L’accordo recente sul Recovery fund, infatti, è un chiaro preludio alla nascita di un safe asset europeo, ossia quel tipo di strumento di cui i mercati sono costantemente alla ricerca, che nel tempo, una volta completata l’unione del mercato dei capitali e impostata una seria unione fiscale, potrà essere sul serio concorrente del dollaro. Ma questa è una storia ancora tutta da scrivere, quindi inutile parlarne adesso.
Torniamo invece al nostro tema. Dietro la ragione politica, dicevamo, ce n’è anche una economica. Detto semplicemente. Gli operatori economici se ne infischiano delle cannoniere americane sparse per gli oceani, pure se sanno che rappresentano l’autentico collaterale alla base delle ricchezze custodite dalla Fed, che infatti rimane la principale bussola nei procellosi mari della finanza. A loro interessa che acquistare e vendere dollari sia utile ai loro fini. Ossia far soldi. Quindi altri dollari, se del caso.
Questo aspetto utilitaristico è ben rappresentato nel paper della Bis che ha ispirato questa miniserie che spiega in poche e chiare parole perché questi operatori siano costantemente a caccia di verdoni.
Cominciamo dalla prima domanda: perché entità non Usa possono essere interessate a prendere dollari in prestito?
Le ragioni sono diverse. Innanzitutto il mercato del dollaro è molto ampio e assai liquido perché può contare su una base enorme di investitori. Il dollaro, per dirla altrimenti, è il safe asset per eccellenza. E questo contribuisce a diminuire i costi di transazione. Fuori dal gergo, ci sono moltissime persone che hanno dollari a disposizione – e quindi molti dollari in circolazione – e perciò è facile venderli e comprarli (liquidità) senza dover penare troppo (costi di transazione). Alcuni prenditori, come alcune economie avanzate che hanno inflazione alta e istituzioni domestiche deboli, e quindi poco credibili, hanno un chiaro interesse a collocare debito in valuta pregiata, come si diceva una volta, per attrarre gli investitori che non vogliono correre, oltre a rischio emittente, il rischio di cambio. Inoltre indebitarsi in dollari ha il vantaggio di condurre a una diversificazione delle fonti di finanziamento. Sempre perché ci sono molte persone che hanno dollari da investire.
Un’altra ragione per la quale un’entità non Usa chiede dollari risiede nel fatto che il commercio internazionale è in larga parte denominato in dollari. A cominciare da quello petrolifero. Infatti, malgrado l’economia Usa pesi intorno al 24% di quella globale, gli scambi in dollari arrivano al 50% di quelli totali, e quindi i compratori devono poter disporre di dollari, mentre i venditori devono trovare il modo di impiegarli (spesso sono compratori anch’essi).
Infine, c’è un fatto puramente tecnico. Il differenziale di costo per chi si indebita in dollari è più basso. Dai tempi della crisi finanziaria, addirittura si è ridotto il costo di coprirsi in dollari rispetto alle altre valute.
Se le ragioni illustrate, che sono puramente economiche, spiegano perché i non Usa prendono dollari a prestito, bisogna adesso chiedersi perché gli americani prestano così volentieri dollari ai prenditori non Usa.
Anche qui non serve scomodare la fantasia: le ragioni sono quelle del vecchio, caro profitto. Intanto perché dare a prestito fuori dagli Usa consente di ricavare tassi di interesse più elevati. Poi perché si diversificano i portafogli e quindi i rischi.
Nel 2019, stima la Bis, le banche Usa avevano crediti esteri sotto forma di prestiti per una cifra compresa fra 1,5 e 1,9 trilioni di dollari a cui si aggiungono al 2 trilioni di dollari di asset di entità finanziarie non bancarie che hanno investito in obbligazioni di entità non Usa. La gran parte di questi asset sono detenuti da Mutual Funds (grafico sotto a sinistra).
C’è una terza domanda che dobbiamo porci: perché un investitore estero può essere interessato a comprare debito americano? Anche c’è una risposta semplice: il profitto e la sicurezza. Ma i dettagli sono più sofisticati. Spesso un investitore non Usa prende a prestito dagli Usa per comprare asset Usa, in quello che sembra un perfetto corto circuito mentre è uno dei più collaudati meccanismi di funzionamento dei mercati.
Gli asset americani infatti, oltre alle famose cannoniere alle spalle, hanno la proprietà di garantire rendimenti superiori, corretti per il rischio, rispetto a quelli che gli investitori esteri ricaverebbero altrove. E questo spiega perché nel 2019 gli investitori non Usa detenessero 3,8 trilioni di dollari di obbligazioni corporate Usa a lungo termine. Circa un quarto del totale. Notate (grafico sopra pannello di destra) che gli Usa esprimono circa la metà del debito corporate di alta qualità. E qui torniamo al punto del mercato ampio, profondo e liquido.
Abbiamo un’ultima domanda da porci: perché entità non Usa si trovano a disporre di dollari? Le risposte sono diverse. C’è una tema di riserve valutarie, per cominciare. Si calcola che ci siano in circolazione 6,8 trilioni di riserve in dollari, pari a circa il 61% del totale. Poi c’è il commercio estero, lato venditori stavolta. Questi ultimi – si pensi ai paesi esportatori di petrolio e ai petrodollari – si trovano a disporre di ingenti capitali denominati in dollari derivanti dai loro scambi e devono pur farne qualcosa. Infine ci sono i dollari che derivano da posizione di intermediazione. Entità e banche non Usa possono ricevere dollari sotto forma di depositi retail, ad esempio, e decidere di comprare attività in dollari per bilanciare le passività.
Come si può dedurre da questa breve elencazione, ci sono diverse ragioni per le quali il dollaro è così tanto popolare, per non dire fondamentale. Chi volesse davvero spiazzare questa valuta ha solo una carta da giocare. Deve diventare l’America.
(3/segue)
Puntata precedente: Il sistema finanziario che ruota attorno al dollaro Usa
La globalizzazione emergente. La faglia del Caspio meridionale
Osservare le linee di forza lungo le quali si sta lentamente delineando la fisionomia di quella che abbiamo chiamato globalizzazione emergente rende necessario al contempo andare in cerca delle linee di faglia che tendono ad approfondirsi tanto quanto più si irrobustiscono le linee di forza, per una semplice questione di fisica politica. Il triangolo di interessi che abbiamo immaginato fra Cina, Russia e Turchia nasconde al suo interno infiniti punti di rottura che originano dall’essere – queste tre potenze – strategicamente antagoniste e tatticamente dialoganti.
Detto altrimenti, la linea di forza principale di questo processo di globalizzazione emergente è generata dal desiderio di competizione con l’egemone statunitense, che ha fissato e tiene tuttora saldamente in pugno le coordinate dell’ordine globale esistente, esprimendo non solo la moneta internazionale, di fatto se non di diritto, ma anche la lingua comunemente usata, negli affari come nella comunità scientifica, oltre a esercitare il predominio delle rotte marittime lungo le quali si muove la gran parte del commercio internazionale e fissare l’ordine politico liberal-democratico che si vuole esportare, pure con le bombe, in paesi che ne sono del tutto privi.
Questa competizione, che ha trovato slancio e motivazione nell’atteggiamento statunitense degli ultimi anni, a metà fra disimpegno e spirito polemico, culminato nella guerra commerciale coi cinesi, le sanzioni ai russi e le varie minacce ai turchi, dei quali gli Usa sono pure alleati, ha spinto questi tre paesi ad avvicinarsi significativamente. Non solo perché il vertice Ankara-Mosca-Pechino è capace di avvolgere in una ragnatela l’intero continente asiatico, massa continentale di enorme peso alle spalle dell’Europa, ma anche perché i tre capi di stato di questi paesi sono chiaramente fatti per intendersi: hanno una chiara vocazione autocratica con aspirazioni monarchico-imperiali.
Detto ciò è chiaro che questa convergenza di medio termine si scontra con alcune divergenze di lungo termine. Ed è qui che emergono le linee di faglia che andremo ad elencare, cominciando da quella che cova da anni nel Caspio meridionale. Una delle tante zone di crisi dimenticate che di tanto in tanto fanno capolino nelle nostre cronache, come è accaduto di recente fra Armenia e Azerbaigian che da vent’anni guerreggiano a intensità più o meno bassa. Il conflitto si è riacceso di recente dopo alcuni scontri al confine costati la vita a diversi militari. Si segnala, fra le tante cose che si sono dette, la minaccia azera di bombardare un sito nucleare in Armenia come rappresaglia, che ha scatenato la dura protesta della Cina. Sempre a proposito di triangolo di interessi.
Ma è chiaro che l’ostilità fra i due paesi, conseguenza del collasso dell’Unione sovietica, quando i due stati divennero indipendenti, che facilmente si è trasformato in un conflitto non solo etnico ma anche religioso – gli armeni sono cristiani, gli azeri musulmani – è ben lungi dall’essere solo un fatto locale.
La disputa sui confini, che diede origine negli anni ’90 alla guerra del Nagorno-Karabak, non è mai terminata. Gli azeri rivendicano alcuni territori al momento presidiati dalle truppe armene, e dove incidentalmente passano alcune arterie energetiche che servono l’Europa, come il vicepresidente azero della compagnia statale dell’energia non si è peritato di rammentare alla comunità internazionale.
Fra questi vale la pena ricordare il corridoio meridionale del gas (Southern European natural gas pipeline) che abbiamo già incontrato, e che dovrebbe consentire, passando per la Turchia, di bypassare il gas russo.
Sorvoliamo sul fatto che gli azeri sono storicamente nell’orbita russa, perché ciò che conta rilevare è che sono assai vicini anche a quella turca. E non solo per questioni religiose, come si può intuire dalla cartina sopra. La Turchia fornisce armi agli azeri da tempo e ha fatto sentire la sua voce anche nel corso dei recenti scontri con gli armeni, con i quali i turchi hanno sempre avuto dissapori anche molto aspri, che invece sono in ottimi rapporti coi russi, con i quali partecipano all’Unione euroasiatica di Putin. L’Armenia ospita anche basi militari russe e casualmente i russi hanno svolto esercitazioni militari nella zona. La qualcosa serve a ricordare, ai tanti che ancora pensano che si possa fare politica estera con i comunicati stampa, che servono le armi per avere un’agenda di politica internazionale. E soprattutto la possibilità di usarle.
Erdogan, insieme col suo ministro degli esteri, si è affrettato a condannare gli attacchi armeni agli azeri e ad offrire aiuto. Poche ore dopo un’agenzia turca – poi smentita dalla Tass russa (la stessa che pochi giorni prima degli scontri rilanciava gli allarmi armeni sulla collaborazione militare turco-azera) – aveva fatto circolare la voce che mercenari siriani erano stati spostati dal Medio Oriente al Caspio, sembrando così che si volesse replicare il balletto già visto in Siria e in Libia.
Senonché il Caspio non è meno complicato del Medio Oriente. Basta ricordare che in quella zona insiste anche la Georgia già sfiorata dalle polemiche. E soprattutto ha profili di sensibilità capaci di trasformare i balletti russo-turchi, per adesso declinati in maniera conflittualmente bonaria, in conflitto vero e proprio che nessuno dei due si può permettere.
Che l’Europa, soprattutto, non si può permettere. Oltre al gas, infatti, nella zona dove si sono riaccesi i combattimenti passano anche alcuni oleodotti strategici per le forniture europee come il Baku-Tbilisi-Ceyhan, il Baku-Supsa e il Baku-Tbilisi-Erzrum.
Notate come tutte queste infrastrutture passino attorno ai confini armeni ma insistano pericolosamente vicino a quelli con gli azeri, dove infatti si concentrano gli scontri.
La cartina sopra serve anche a capire che il Caspio è stretto nella tenaglia russo-turca. Nessuno dei due paesi può aumentare la pressione però, perché si rischia non solo di incendiare la regione ma di mettere a repentaglio la salute economia di tutta l’area, Russia e Turchia comprese, nonché la sicurezza energetica europea.
Né bisogna dimenticare la scomoda prossimità con l’Iran, che nel Caspio ha notevoli interessi diventando così l’anello di congiunzione con la complessa partita dello scacchiere mediorientale. Peraltro l’Iran ha concluso di recente un importante accordo pluriennale con la Cina, che perciò adesso ha tutte le ragioni per allungare lo sguardo fino al Caspio venendosi così a chiudere ancora un volta il triangolo di interessi con Russia e Turchia lungo le rotte dell’Eurasia.
Nel frattempo la tenaglia deve continuare a somigliare a un balletto, e russi e turchi devono far finta di piacersi approfondendo le rispettive zone di influenza mentre la Cina, che con le sue risorse è il motore principale di questa globalizzazione, prosegue la sua opera di avvicinamento pacifico a suon di contratti miliardari.
Rimane il fatto che i globalizzatori emergenti hanno bisogno della postura di guerra per preparare la pace, preludio di un nuovo ordine globale pluricentrico. Ma c’è da dubitare che una pax russo-sino-turca duri più dello spazio di un mattino. E il Caspio potrebbe offrirne uno straordinario esempio.
Arriva la cura per la devastazione fiscale dell’eurozona
Per apprezzare l’importanza dell’accordo raggiunto fra i paesi europei sui sussidi e i prestiti post Covid, bisogna partire da una semplice osservazione: la pandemia ha avuto un effetto devastante sulle contabilità pubbliche dell’eurozona. Per tutte le economie, non solo la nostra. Partire da questa evidenza è un buon punto di osservazione che ci consente di capire perché questa crisi, alla fine, è stata semplicemente l’interruttore capace di accendere un processo di socializzazione fiscale semplicemente ineludibile. Chi abbia un minimo di sensibilità storica sarà arrivato a questa conclusione da tempo.
Mancava di sapere quando, ma i perché di questa evoluzione erano chiari da tempo. E poiché il contesto economico e finanziario globale favorisce per sua natura – ne scriviamo da anni e non il caso di ripetersi qui – l’insorgenza di crisi, l’Ue aveva due possibilità: o proseguire il suo progresso di integrazione, superando finalmente il tabù della condivisione fiscale, o intraprendere quello di disintegrazione. Quest’ultimo, evidentemente, a parte poche minoranza vagamente dissociate dalla realtà non lo vuole nessuno.
Anche qui, basta un minimo di sensibilità storica. L’integrazione pacifica dell’Europa è un processo che non ha precedenti e solo per questo merita non solo di essere osservato, ma anche compreso, studiato e, dulcis in fundo, sostenuto. Almeno finché si dimostra capace di superare i suoi stessi limiti, che sono ampi e profondi, come è notorio.
Se torniamo all’apice del nostro discorso – la devastazione fiscale dell’eurozona- gli aggiornamenti ce li fornisce la Bce nel suo ultimo bollettino economico, che contiene, e non certo a caso, un approfondimento dedicato al notevole aumento di deficit e debiti pubblici che di fatto vanificano il lavoro di molti paesi, ad esempio la Germania, che erano persino riusciti a rispettare i target fiscali dopo anni di gestione prudente delle risorse.
La conseguenza è che non c’è più nessun paese che rispetta la regola del 3% del rapporto deficit/pil. E le previsioni indicano che questi scostamento non sarà rapido a riassorbirsi.
Come si può osservare dal grafico sopra, la Bce prevede che il nostro paese avrà ancora un deficit vicino al 6% del pil anche l’anno prossimo, dopo quello a doppia cifra previsto quest’anno che viene previsto come il più elevato dei paesi dell’area. Forse chi invita a farne ancora ci dovrebbe pensare. La tolleranza dei mercati non durerà per sempre e quando finirà la crisi sanitaria, perché finirà, sarebbe problematico trovarsi di fronte una crisi fiscale.
Questi andamenti ovviamente hanno un effetto diretto sui livelli di debito pubblico, riepilogati nel grafico sotto.
Tolti pochi paesi, con un debito pubblico storicamente basso, otto paesi supereranno la soglia del 100%, e paesi come la Germania, che erano riusciti a furia di cumulare per anni surplus fiscali ad abbattere il debito fino alla soglia del 60% prevista dai trattati, toneranno sopra.
In questa situazione si capisce perché la Bce esortava i paesi dell’area ad elaborare “una risposta vigorosa a livello europeo”. “E importante – sottolinea – che gli Stati membri dell’UE raggiungano un accordo tempestivo sull’energico impegno necessario per dare
sostegno alle proprie economie”. L’alternativa è che ognuno faccia da solo. E noi semplicemente rischiamo di non farcela. Per fortuna la risposta – o almeno una risposta – è arrivata. Speriamo di avere buone orecchie per ascoltare.
Cronicario. L’epico scontro fra Frugali e Fregali
Proverbio del 20 luglio Se hai perduto denaro, pensa di averlo dato a un povero
Numero del giorno: 0 Avanzo corrente settore turistico italiano a maggio su base annua
E dunque c’è questa curva Nord che ospita i tifosi dei Frugali, ultimo parto gemellare della sempre gravida fantasia disfunzionale Ue. E poi c’è la curva Sud, che tifa forsennatamente per i Fregali. Rivolto ai Frugali, ovviamente. Una competizione epica.
Inutile ricordare che in mezzo ci sta tutta un’idea dell’Europa che verrà. E speriamo che venga meglio. Al momento sembra piuttosto miserella. Si contano nottatacce e malumori perché i Frugali vogliono dare meno miliardi, e solo a certe condizioni, e i Fregali vogliono più soldi e senza nessuna interferenza.
Fra le due curve s’erge dignitosissima – tanto per per dire – la Tribuna Autorità che lancia appelli e nasconde orpelli, ben consapevole che tutto si gioca ormai sul filo di un tweet. Comunque andrà a finire sarà un successo. Per loro.
Quel che conta è che ci credano i mercati, che, come ha detto il leader dei Fregali a quello dei Frugali, “se cadono è colpa tua!”
E se ci credono i mercati, dopo le curve e le autorità, volete che non ci creda io? Conosco già l’esito dell’epico scontro.
Finiremo fregati.
A domani.
Non si ferma l’aumento del debito pubblico “invisibile”
L’ultima relazione annuale di Bankitalia ci consente di fare il punto sugli andamenti di una partita contabile che abbiamo già osservato in passato: il debito “invisibile”. Ossia quelle obbligazioni cui lo stato deve far fronte e che però non sono in chiaro nella contabilità che tecnicamente fa riferimento al debito pubblico, in ossequio alle regole di classificazione decise a livello europeo.
Ciò non vuol dire che questi debiti non esistano, ovviamente. Ma semplicemente che rimangono celati fra le righe del discorso pubblico, pure quando – ed è il caso dei debiti commerciali che lo stato ha nei confronti dei propri fornitori – sono la spia di un profondo malessere economico che molto facilmente può diventare sociale, specie adesso che i morsi della crisi pandemica diverranno via via più visibili.
A differenza del 2018, quando lo stock dei debiti commerciali esibiva una lieve calo, l’anno scorso queste obbligazioni sono lievemente aumentate, arrivando al 2,8% del pil (49,4 miliardi) dal 2,7% del 2018.
Non finisce qui, è in crescita anche un’altra delle voci che fanno parte di questa categoria di debiti: ossia il valore di mercato delle passività nette dei derivati accesi presso il MEF negli anni passati per coprirsi dai rischio di rialzo dei tassi di interesse. Che però sono diminuiti e parecchio. Col risultato che sono aumentati i costi per il governo, passato dall’1,2% all’1,5% del pil nel 2019, per circa 27 miliardi. Di queste obbligazioni solo circa un terzo è incluso nella classificazione statistica del debito pubblico.
Tale circostanza scaturisce dal fatto che questi contratti, in larga parte interest rate swap, prevedono che il Governo italiano paghi un tasso di interesse fisso (pari in media a circa il 4 per cento) e riceva un tasso variabile (tipicamente l’Euribor a sei mesi, attualmente su livelli negativi). Il saldo, quindi, è ampiamente negativo, a livello di flussi.
Dulcis in fundo, ci sono le garanzie rilasciate a favore di soggetti che non appartengono al perimetro dello stato, cresciute, nel 2019, dal 4,3 al 4,9% del pil. Una voce, quest’ultima, destinata a crescere molto a causa della crisi Covid.
Complessivamente, quindi, abbiamo passività non registrate, considerando solo i debiti commerciali e le perdite su derivati, pari al 4,3% del pil che non figurano nella nostra quota di debito pubblico. Questi debiti saranno pure “invisibili” per la contabilità pubblica. Ma i mercati li vedono benissimo.
Cartolina. L’interesse per il debito
Scrive l’Istat che dal 1861 il debito pubblico italiano è stato nella soglia di Maastricht del 60 per cento del pil solo 40 anni su 160. Per giunta solo in corrispondenza di eventi maggiori quali furono l’Unità d’Italia, che consenti di diluire l’alto debito sabaudo con quello assai meno pronunciato degli altri stati pre-unitari, e l’inflazione del secondo dopoguerra. Detta così sembra un destino al quale non sappiamo (o non vogliamo) sfuggire, visto che oggi ci avviamo a ritrovare la soglia del 160 per cento sul pil vista solo in occasione della Prima guerra mondiale. Ma se guardiamo ancora più a fondo osserviamo che nel terribile ventennio che dagli anni ’70 condusse alla crisi del debito del 1992, furono gli interessi a far lievitare il debito pubblico, oltre ovviamente ai deficit fuori controllo. E questo dovrebbe bastare a convincere chi oggi propone di vendere debito patriottico a caro prezzo invece che a un tasso europeo, visto che esistono strumenti che lo consentono. Ma è più probabile il contrario. Che prevalga, vale a dire, l’interesse per il debito.
Cronicario. Todos promossos, parte II
Proverbio del 16 luglio Cento saggi hanno la stessa opinione. Lo sciocco la sua
Numero del giorno: 168 Incremento % mensile produzione costruzioni a maggio
Eh, son soddisfazioni. Leggere, dico, che il 99,5% dei maturandi 2020, che poi erano il 94% di quelli che potevano maturarsi, sono maturati davvero. L’avevamo detto, ma meglio ripetersi.
E per giunta questo straordinario risultato è stato raggiunto con una quota di diplomati con voto superiore a 80 (su 100) pari al 50%. Alla faccia del lockdown, che non ha impedito ai nostri pargolotti di nutrire la loro bella intelligenza.
Non so voi, ma io sono fiero del nostro sistema dell’istruzione pubblica. Non solo abbiamo sconfitto la povertà, ma anche la piaga dell’analfabetismo. E poi sforniamo ogni anno una quantità invidiabile di geni, come peraltro testimoniano anche celeberrimi test internazionali.
Che dite? Il grafico dice il contrario? Rigiratelo.
A domani.





















