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All’origine del bad equilibrium: il ciclo(ne) finanziario
L’ennesima prova dell’indecisione della Fed, che ancora una volta vorrebbe ma non può alzare i tassi, conferma il disperato stato d’animo dei nostri stregoni monetari che pensano magicamente di invertire la bassa marea del ciclo economico generando ondate tumultuose di liquidità, quando invece le ragioni delle maree risiedono in complessi equilibri gravitazionali che sfuggono in larga parte alla volontà dei manovratori.
In questo esercizio di riempimento del mare asciutto con il secchiello della politica monetaria sfugge a molti la divaricazioni crescente che tale politica può provocare fra il ciclo economico propriamente detto, ossia quello che i notiziari si preoccupano ogni giorni di illustrarci con dati retoricamente dati in pasto alle opinioni pubbliche, e il ciclo finanziario. Concetto quest’ultimo che rimane oscuro, confinato nelle branche del sapere specialistico sebbene, come ha felicemente sintetizzato Claudio Borio, capo del dipartimento monetario della Bis, in un articolo del 2013, “discutere del ciclo economico senza considerare quello finanziario è come parlare di Amleto senza il principe”.
Il bad equilibrium in cui tutti noi ci agitiamo trova spazio proprio nei disallineamenti fra il ciclo economico e quello finanziario, che dai primi anni ’80, quando la liberalizzazione dei movimenti di capitale ha potentemente influenzato i flussi finanziari internazionali, sono diventati i veri determinanti del nostro stato di salute.
Concetto oscuro, perciò, che però deve essere compreso e che ci riporta a uno dei sacri graal dell’economia contemporanea: la ricerca di una teoria che unifichi la macroeconomia con la finanza.
Ci torneremo. Intanto però cominciamo da una definizione di ciclo finanziario che si può trovare nei libri di ragioneria. Per un’azienda un ciclo finanziario inizia quando sorge un debito di regolamento, ossia verso i fornitori, e si chiude quando sorge un credito di regolamento, ossia verso i clienti. In sostanza se un’azienda compra un bene e non lo paga subito accende un debito e innesta un ciclo finanziario che si conclude quando la merce corrispondente viene venduta a credito ai clienti. Detto in un altro modo ancora, il ciclo finanziario inizia con il sorgere dei debiti originati dalle operazioni di acquisto e termina con il sorgere dei crediti originati dalle operazioni di vendita.
Come si capisce da questa semplice definizione un ciclo finanziario sopravvive al trasferimento dei beni e ne è in qualche modo indipendente. E ciò spiega perché usualmente, se dalla singola azienda passiamo all’economia nel suo complesso, i cicli finanziari tendano a essere molto più lunghi del ciclo economico. “Nella sua misurazione tradizionale, infatti, il ciclo economico dura generalmente da uno a otto anni, mentre il ciclo finanziario si estende su 15‑20 anni”.
Nel suo rapporto annuale del 2014, da cui è tratto il virgolettato che precede, la Bis ha dedicato un lungo capitolo al ciclo finanziario e non a caso. L’istituto di Basilea, infatti, ha prestato moltissima attenzione a questo movimento che è tanto evidente quanto invisibile. Il ciclo finanziario infatti si determina nella psicologia degli operatori e si manifesta nel prezzo degli asset, che la liquidità gonfia nelle fasi di boom, distruggendosi in quella di bust.
Nella definizione che ne dà la Bis, i cicli finanziari “incorporano le interazioni
fra le percezioni del valore e del rischio, l’assunzione di rischio e i vincoli finanziari,
interazioni che, alimentandosi a vicenda, generano fasi alterne di espansione
finanziaria (boom) e contrazione finanziaria (bust)”. Detto più semplicemente, la mutevole percezione dei valori e del rischio, associati alla disponibilità di credito, conduce all’accumulo di debito privato e pubblico che, una volta che boom si passa al bust, sono capaci di innescare devastanti recessioni patrimoniali. Ossia crolli in cui la distruzione di valore degli asset conduce a crisi bancarie e mette a rischio la sostenibilità dei debiti.
Da qui sorge il tentativo di reflazionare l’economia, di cui ho già parlato.
Poiché i cicli finanziari tendono ad essere assai più lunghi di quelli economici la Bis ha cominciato a misurarli “tenendo conto della combinazione fra aggregati creditizi e prezzi degli immobili”. L’andamento del pil e delle variabili finanziarie, spiegano, possono essere divergenti per periodi anche lunghi, ma “il loro legame tende a ristabilirsi spietatamente quando le fasi di boom finanziario si trasformano in bust”. “Tali episodi spesso coincidono con crisi bancarie, che a loro volta tendono ad accompagnarsi a recessioni molto più profonde (recessioni patrimoniali) di quelle che caratterizzano il ciclo economico ordinario”.
Quindi la marea artificiale generata dalla liquidità, una volta che quest’ultima evapora perché la percezione degli agenti economici riprezza in maniera traumatica gli asset, ritraendosi, lascia sulla battigia banche mezze fallita e valori immobiliari traumaticamente ribassati, che a loro volta, funzionando il mattone come collaterale dei prestiti bancari, avvita una spirale depressiva di cui abbiamo fatto esperienza dopo il 2007.
In tale contesto, l’eccessivo indebitamento accumulato nel settore privato può zavorrare la crescita, con l’aggravante che “cercare di stimolare l’economia mediante bassi tassi di interesse incoraggia a contrarre ulteriore debito, finendo per aggravare il problema che si intendeva risolvere”.
Ad complicare la situazione, la circostanza che i cicli non sono mai un fatto isolato che riguardi un singolo paese. Proprio il movimento di internazionalizzazione dei capitali, infatti, ha di fatto globalizzato i cicli finanziari che “sono spesso sincronizzati nelle diverse economie: sebbene non si muovano necessariamente in parallelo, molte delle loro determinanti hanno un’importante componente internazionale”. “Le condizioni di liquidità tendono a essere altamente correlate nei diversi mercati. La mobilità dei
capitali finanziari finisce per omogeneizzare i premi al rischio e le condizioni finanziarie fra valute e paesi diversi, e offre una fonte di finanziamento marginale (determinante per il prezzo). Il capitale estero, pertanto, gioca spesso un ruolo di primo piano nei boom insostenibili del credito, amplificando gli andamenti degli aggregati creditizi, e potrebbe altresì portare a un’iperreazione dei tassi di cambio”. A ciò si aggiunga che “i cicli finanziari cambiano al variare del contesto macroeconomico e dei quadri di riferimento delle politiche. Ad esempio, a partire dai primi anni ottanta sono cresciuti in termini sia di durata sia di ampiezza”.
Quindi, proprio come le maree, le ondate del ciclo finanziario si propagano lungo gli emisferi, tanto più forti quanto più rilevante è il peso specifico di chi origina il ciclo, a causa dell’interrelazione ormai consolidata fra tutti i mercati finanziari.
Così il ciclo diventa facilmente un ciclone. Che prima o poi colpisce tutti.
(2/segue)
La Grecia è entrata prima dell’Italia nell’euro 3.0
A chi si stupisce dell’esito delle elezioni greche, dove l’unico vincitore è stato sostanzialmente l’astensionismo, giova ricordare che il 22 giugno, mentre Tsipras gigioneggiava a Bruxelles e il mondo si interrogava seriamente se Atene sarebbe rimasta nell’euro, la Central securities depositories della Banca di Grecia partecipava insieme a poche altre alla prima ondata di adesioni al sistema target S, ossia l’ulteriore evoluzione dell’integrazione finanziaria dell’Europa.
Ciò a dimostrazione dello spread, questo sì notevole, fra la superficie burrascosa e fatua del dibattere pubblico, e la calma fattiva degli abissi burocratici, dove ormai procede silente l’unificazione europea. Lo stanco rito democratico, che ancora si celebra, rivela perciò la sua sostanziale vacuità che l’intelligenza dei cittadini, sempre sottovalutata dai columnist, non manca di sanzionare con la disaffezione.
Ricordo ai non appassionati che la S che campeggia vicino a Target 2 sta per settlement, ossia regolamento, e si riferisce al fatto che tutte le transazioni di titoli, fra i paesi aderenti alla nuova piattaforma, vengono regolati centralmente con moneta di banca centrale. Un processo iniziato prima della crisi, nel 2007, e che si concluderà nel 2017 quando è prevista la terza onda di adesioni al nuovo sistema europeo di settlement. Un momento storico, che fa il paio con il completamento dell’unione del mercato europeo dei capitali prevista per il 2019 e che segue logicamente all’unione bancaria già operante.
Per allora l’eurozona, se non tutta l’Ue, sarà integrata in un sistema dove i flussi di capitale sono uniformati da una legislazione comune e vengono regolati centralmente da un meccanismo gestito al livello della Bce.
In tale contesto rischia di suonare alquanto anacronistico discorrere ancora di uscita dalla moneta unica. L’euro difatti è solo l’aspetto visibile di una integrazione che ormai si è evoluta fino ai livelli più profondi della struttura finanziaria europea.
Per comprenderlo occorre un sovrappiù di approfondimento.
Come premessa giova ricordare che il sistema Target 2 viene gestito dall’eurosistema, ossia dalle banche centrali nazionali che aderiscono all’euro, ed è assurto all’onore delle cronache dopo l’esplosione della crisi dei debiti sovrani, quando di fatto l’eurosistema ha funzionato come una camera di compensazione degli squilibri delle bilance dei pagamenti dei singoli stati dell’eurozona. Nella reportistica della Bce, gli squilibri Target sono stati utilizzati come misura degli squilibri interni dei singoli paesi, o, che è lo stesso, come un indice della frammentazione che tuttora affligge l’eurozona.
Per comprendere cosa comporta l’apertura della nuova piattaforma di settlement dobbiamo scendere nei bassifondi della finanza, dove lavorano entità che usualmente non campeggiano sulle pagine dei giornali.
Fra queste, le Central securities depositories (CDSs), che gestiscono appunto il settlement. O, detto con parole nostre, il regolamento delle transazioni che intervengono fra due controparti. Quando due parti si scambiano un’obbligazione lo fanno tramite un contratto. Le entità che si occupano del settlement hanno proprio il compito di regolare questo contratto in base alle condizioni in esso contenute. Quindi il regolamento può consistere nella consegna di titoli o di denaro liquido, in un determinato tempo e in un determinato luogo.
A volte il regolamento prevede l’interposizione di un’altra entità, di solito una banca, che assume il ruolo di custode, ossia conserva i titoli che dovranno essere scambiati al momento del settlement.
Al momento ogni paese europeo ha una sua CDSs o si affida a una precisa CDSs che agisce in regime di sostanziale monopolio, con le sue regole e i suoi costi. Tutto ciò genera ulteriore motivo di frammentazione finanziaria in una zona che già di suo ne soffre parecchio. Per questa ragione è stata studiata l’evoluzione di Target 2 in Target 2 S.
In Italia, ad esempio c’è il Monte Titoli che è stato l’ultimo in ordine di tempo ad aderire al Target 2 S lo scorso 31 agosto. Vale la pena notare che l’ingresso dell’Italia nel Target 2 S è stato successivo a quello della Bank of Greece Securities Settlement System (BOGS), del Depozitarul Central (Romania), del Malta Stock Exchange e del SIX SIS (Svizzera). Notate che la Svizzera non solo è fuori dall’eurozona, ma anche dell’Ue, eppure è stata fra le prime ad aderire al nuovo sistema, dimostrandosi con ciò che l’integrazione finanziaria, assai più di quella monetaria e bancaria, è ciò che va caratterizzando il processo di unificazione europea.
In sostanza si tratta di centralizzare in un’unica piattaforma, gestita dall’eurosistema, ossia dalle banche centrali che aderiscono alla Bce, tutte le operazione di settlement europee, che verranno quindi regolate con moneta di banca centrale proprio come avviene con i vecchi saldi Target 2.
In tal modo, come spiega la Bce, si otterranno benefici sul lato dei costi, dell’efficienza e persino alla stabilità finanziaria. E, aggiungo io, sarà anche più facile far fronte a eventuali scompensi emettendo moneta di banca centrale qualora se ne ravveda la necessità. Ciò che certo non dispiacerà agli scommettitori di professione.
Come si vede, qualunque sia il passaggio, gli argomenti a favore sono sempre gli stessi. Così come anche le conseguenze: cessione di prerogative nazionali a fronte di benefici sovranazionali.
C’è una differenza però. L’euro 3.0 vedrà la luce esclusivamente grazie alle CDSs. Ventitré di loro hanno già aderito e la Bce si aspetta che altre ne arriveranno, anche fuori dal circuito strettamente europeo. Come si può notare, più il processo si raffina, più si allontana dal comune sapere e dall’opinione pubblica che si è accorta solo dopo un decennio degli effetti dell’unificazione monetaria.
Concludo con un dato di cronaca. E’ già stato fissato da tempo il cronoprogramma del Target 2 S, che procede con assoluta precisione. La prossima “ondata” di adesioni è per il prossimo 28 marzo, quando aderiranno alla piattaforma Euroclear Belgium, Euroclear France, Euroclear Nederland, Interbolsa (Portugal), National Bank of Belgium Securities Settlement Systems (NBB-SSS). La terza ondata è prevista per il 12 settembre 2016, quando toccherà a Clearstream Banking (Germania), KELER (Ungheria), LuxCSD (Lussemburgo), Oesterreichische Kontrollbank (Austria), VP Lux (Lussembrugo) e VP Securities (Denmark).
L’ultima ondata di adesione è prevista per il 6 febbraio 2017, con le adesioni delle Cds di Spagna, Finlandia, i tre paesi baltici, la Slovacchia e la Slovenia. A quel punto, per citare Mario Draghi, l’Unione europea sarà un po’ “più perfetta”.
L’emersione degli Emergenti diventa un emergenza
I rigori dell’autunno hanno iniziato a spirare assai prima di quanto comandasse il calendario sull’ampia panoplia che raccoglie i cosiddetti paesi emergenti. I disordini sui mercati cinesi, e adesso quelli che agitano il Brasile, sono solo la punta di un iceberg ben piantato sui fondali della finanza e che oggi le cronache riportano all’attenzione dei distratti, ossia tutti coloro che finora non hanno voluto vedere ciò che era evidente da diverso tempo.
Sicché si moltiplicano gli allarmi, e non a caso. L’ultimo l’ha lanciato la Bis nella sua quaterly review di settembre, che alle vulnerabilità delle economie emergenti dedica un approfondimento. E’ opportuno leggerlo per non dire, domani, che l’iceberg sul quale il Titanic dell’economia internazionale rischia di infrangersi non fosse chiaramente visibile.
Al momento l’emergenza degli Emergenti viene declinata nella possibilità di un rallentamento dell’economia globale, ossia l’evento che più di tutti si teme, visto che il calo del prodotto ha influenze nefaste sulla sostenibilità dei debiti. E giocoforza, poi, occuparsene, quando ormai si è alla vigilia di una sempre più ipotizzata inversione del lungo ciclo accomodante della politica monetaria Usa, alla quale così tanto devono i cicli finanziari di queste economie.
La cronaca ci racconta che la svalutazione cinese ha avuto un effetto analogo sulle principali valute dell’area asiatica, e poi di altri EME accrescendo insieme i timori degli investitori per la tenuta di queste economie a fronte di un paventano quanto probabile raffreddamento del gigante cinese.
A farne le spese, fra le altre cose, le quotazioni dei prezzi delle materie prime, petrolio in testa, spinte al ribasso dal timore di un rallentamento della domanda, da un lato, e da un aumento dell’offerta, dall’altro, a sua volta dovuto, secondo quanto ipotizza la Bis, anche a fattori di natura finanziaria, a cominciare dall’alto livello di debiti delle compagnie petrolifere.
Il calo delle materie prime ha aggravato il deprezzamento dei cambi, aumentando la pressione di molti paesi sul lato della bilancia dei pagamenti. L’apprezzamento del dollaro, valuta nella quale sono denominati circa 9.600 miliardi di debiti esteri gran parte dei quali in pancia di aziende degli EME, suscita non poche perplessità sulla capacità che avranno questa compagnie di servire i loro debiti, in un contesto di redditi declinanti, come il rallentamento della crescita lascia temere.
Ciò che ne risulta è un avvitarsi dei fattori di crisi che rischiano di spingere queste economie verso forme disordinate di deleverage.
Il caso cinese, in tal caso, è icastico. Dopo un boom borsistico durato un anno, l’indice Shangai Shenzhen ha perso un terzo del suo valore fra il 12 giugno e l’8 luglio. Prima di allora, incoraggiato dall’allentamento monetario della Banca centrale cinese, il volume giornaliero delle contrattazioni era stato in media di 300 miliardi di dollari, ossia sei volte la media del 2014. Questo boom, per non dire bolla, è stato in gran parte alimentato dall’apertura, nella prima metà del 2015, di ben 56 milioni di conti di negoziazione aperti da investitori al dettaglio, che hanno portato il volume giornaliero a ben 360 miliardi ai primi di giugno.
L’esplosione della bolla, conclamatosi ad agosto, si è sommato alla decisione della banca centrale di svalutare lo yuan che se gli ottimisti hanno salutato come un passo in avanti verso l’inserimento della valuta cinese nel grande gioco del mercato dei capitali, altri hanno letto come la conferma che l’economia del gigante asiatico è soggetta a sinistri scricchiolii.
La borse, nei giorni successivi, hanno tramutato questi timori in vendite disordinate e in un notevole aumento della volatilità, che si estesa dai mercati azionari a quelli obbligazionari, valutari fino a quelli delle materie prime. Nulla che non fosse prevedibile.
“Se ora ci mettiamo comodi – ha detto Claudio Borio, capo del dipartimento economico e monetario della Bis commentando la review di settembre – e guardiamo agli eventi come a un film, il loro significato diviene più chiaro. Nel grande ordine delle cose, gli eventi correnti erano già prefigurati dall’andamento precedente dell’economia mondiale”.
“I flussi di credito alle EME – osserva – avevano cominciato a rallentare il passo già nell’ultimo trimestre 2014, e in seguito si sono indeboliti ulteriormente, pur in presenza di un rafforzamento di quelli verso le economie avanzate. I dati evidenziano cioè una biforcazione della liquidità globale, con una debolezza particolarmente marcata del credito a Cina, Russia e, in misura minore, Brasile. A questo riguardo il credito denominato in dollari Usa gioca un ruolo fondamentale. Il credito totale in dollari a prenditori non bancari fuori dagli Stati Uniti è aumentato di oltre il 50% dagli inizi del 2009, portandosi a $9.600 miliardi a fine marzo 2015, ed è quasi raddoppiato, a più di $3.000 miliardi, nel caso delle EME. Esso è fluito in buona parte alle imprese, sollevando seri interrogativi riguardo alle vulnerabilità finanziarie che comporta e alle implicazioni per i movimenti autorafforzanti dei tassi di cambio e degli spread creditizi”.
Ma è la conclusione che dovremmo tenere a mente: “Da almeno il 2009, tuttavia, sono andate formandosi vulnerabilità all’interno di varie EME, comprese alcune delle maggiori, e in misura minore anche in alcune economie avanzate, soprattutto quelle esportatrici di materie prime. Più specificamente, questi paesi hanno evidenziato segnali di accumulo di squilibri finanziari sotto forma di boom eccessivi del credito accompagnati da forti aumenti dei prezzi delle attività, in particolare quelli immobiliari, favoriti da condizioni globali di liquidità insolitamente abbondanti. È all’inversione di questi boom, in presenza di vulnerabilità esterne, che dovremmo rivolgere la massima attenzione. Non stiamo assistendo a scosse isolate, bensì al rilascio di pressioni accumulatesi gradualmente nel corso degli anni lungo importanti linee di faglia”.
Il terremoto, perciò, cova più o meno silenzioso, nei bassifondi di una realtà “in cui i livelli del debito sono troppo elevati, la crescita della produttività troppo debole e i rischi finanziari troppo minacciosi”. Una realtà, per giunta “in cui i tassi di interesse sono straordinariamente bassi da tempi eccezionalmente lunghi e in cui i mercati finanziari hanno sviluppato una preoccupante dipendenza dalla minima parola o azione delle banche centrali, rendendo a loro volta più complessa la necessaria normalizzazione delle politiche monetarie. È irrealistico e pericoloso aspettarsi che la politica monetaria possa curare tutti i mali dell’economia mondiale”.
E’ irrealistico. Ma succede.
All’origine del bad equilibrium: l’invenzione della reflazione
Per quanto sedotti dalle complicazioni degli economisti contemporanei, che esibiscono senza pudore alcuno astrusità matematiche e garbugli statistici, dovremmo ricordarci del sano senso comune del quale l’economia autentica è intrisa.
All’uopo è utile rileggere vecchi libri e metterli a confronto con i nuovi. Se ne può ricavare più di un motivo di riflessione o, meglio ancora, una spiegazione del nostro presente assai più sensata, e quindi comprensibile, di quella che ci viene offerta dai nostri moderni specialisti.
Sicché mentre mi attardavo a leggere una recensione di Luigi Einaudi del 1934, scritta per commentare uno dei lavori di Irving Fisher, il teorico della debt-deflation reso celebre dalla Grande Depressione, mi son imbattuto in un passo che è utile citare ai fini del nostro discorso economico.
Il rimedio individuato da Fisher per invertire il ciclo depressionario della deflazione da debiti, era quello che si chiamò reflazione, termine che Einaudi in altri saggi aveva giudicato confuso e di difficile comprensione.
Il ragionamento era più o meno questo: poiché i soggetti economici hanno fatto molti debiti, il loro peso è divenuto insostenibile a causa del calo dei prezzi. Quest’ultimo infatti, diminuendo il loro reddito, aumenta il peso relativo del servizio di questi debiti, che generano un costo fisso. Sicché i debitori corrono a vendere tutto ciò che possono per pagare le rate dei prestiti. Questa vendita disordinata di asset aggrava la caduta dei prezzi, e così via fino al disastro.
Sicché Fisher suggeriva che “si impedissero le liquidazioni fin dall’inizio, fermando con qualche incantesimo il livello dei prezzi a 100”, spiegò Einaudi. Ossia tenendo i prezzi stabili.
La questione dell’incantesimo è quella dirimente, visto che in questo consiste l’idea della reflazione. Oggi manuali ed enciclopedie definiscono la reflazione come una “moderata nuova inflazione successiva alla deflazione, innescata dalla iniezione di una maggior quantità di moneta, e che si accompagna solitamente a una ripresa economica”. Solitamente.
Ai tempi di Einaudi era un’idea che bisognava ancora analizzare e digerire, peraltro dovendo fare i conti con una visione dell’economia dove i cicli economici con i loro andirivieni venivano giudicati naturali e necessari, le crisi essendo la condizione normale dell’economia. I ribassi venivano giudicati il giusto prezzo che avventurieri e sprovveduti dovevano pagare per ripulire il ciclo economico dalle sue scorie. Serviva insomma un malanno per recuperare la salute.
L’idea reflazionaria di Fisher perciò, che in qualche modo poi entrerà a far parte del corredo delle politiche economiche internazionali, piaceva poco a Einaudi e per diversi motivi. Il primo era che, impedendo l’aggiustamento, “non sono eliminate le scorie del ciclo precedente”. “Se i prezzi continuano ad essere remuneratori – osserva – perché affannarsi a ridurre i costi, ad abbandonare i metodi vecchi a buttare fra i rottami le macchine antiquate?”
L’incantesimo quindi, “opera nel senso di stabilizzare e perpertuare l’equilibrio proprio di un tempo passato, ritardando l’adattamento all’equilibrio di un tempo nuovo (…) debiti e interessi fissi si accavallano e si gonfiano (..) la macchina è divenuta pesante. Non scoppia perché incantesimo l’ha addormentata, ma agisce sempre più adagio e straccamente. Il che è ben peggio della crisi (…) Alla fine, quando il gonfiore è al punto massimo, la bolla d’aria scoppia. E’ la liquidazione, cruenta e ritardata, preferibile pur sempre alla morte per lisi”.
L’articolo si conclude con l’esortazione ai “governatori dei banchi centrali” affinché “sappiano stringere in avvenire sempre meglio e sempre più tempestivamente i freni della macchina economica mondiale di cui essi sono i manovratori responsabili”.
Ora, il punto non è tanto condividere le convinzioni di Einaudi, sulle quali ognuno avrà le sue opinioni, ma confrontare le sue conclusioni generali con la nostra situazione particolare.
Che le economie internazionali vivano sotto un tentativo di incantesimo monetario da parte delle banche centrali mi pare fuor di dubbio. La reflazione, che pur tuttavia langue, è l’obiettivo dichiarato non soltanto nei target delle banche centrali, ma anche testimoniato dall’ossessione con la quale tutti noi guardiamo al livello generale dei prezzi.
Sostenere il pagamento dei debiti privati e pubblici contratti nel vecchio ciclo espansivo ora che il ciclo si è invertito, inoltre, è il chiaro intendimento dell’altra parte della manovra reflazionaria, ossia la conduzione dei tassi reali in territorio negativo, che nelle principali economie del mondo dura ormai da anni con la conseguenza che i rendimenti dei bond sono diventati pressoché nulli. Ciò, fra le altre cose ha provocato un aumento dei rischi, visto che gli investitori non hanno rinunciato alla loro fame di rendimento.
Il problema è che l’incantesimo, che come si osserva è alquanto datato, non funziona.
Le statistiche della Bis mostrano con chiarezza che il livello generale dei debiti, dal 2007 non è affatto diminuito, ma anzi è aumentato, portandosi dal circa il 100% del Pil di otto anni fa a più del doppio, in coerenza con quanto scritto da Einaudi ottant’anni fa. I paesi avanzati sono ormai oltre il 250%.
Similmente, l’incantesimo non funziona per la crescita, che procede “sempre più adagio e straccamente”, come le varie revisioni al ribasso della pil internazionale ci ricordano a ogni pie’ sospinto.
Sicché rimane il timore che, prima o poi, si verifichi l’esito finale prescritto da Einaudi. Ossia che “la bolla d’aria scoppi”. E su tale timore, che si esprime col moderno linguaggio della volatilità, si costruisce tutta la nostra attualità
L’equilibrio “proprio di un tempo passato” che ci si ostina a perpetuare con l’incantesimo monetario è diventato il bad equilibrium della contemporaneità.
E noi ci balliamo sopra.
(1/segue)
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La ricerca dell’equilibrio diventa pratica d’equilibrismo
Al sole di un’estate ormai ingiallita e fredda, sbiadisce l’incanto della narrazione che ci ha impegnato lungo la bella stagione. Ora che siamo ai titoli di coda, allo spettatore distratto rimane solo la vaga inquietudine di chi debba affrontare i rigori della realtà, che d’improvviso si scopre assai più complessa e minacciosa di come l’avevano figurata le voci fuori campo.
Dimenticata la Grecia, ormai scomparsa fino a nuovo ordine dai radar dei contastorie, purgata la Cina, che infine si è rassegnata a una maggiore penetrazione dei capitali esteri (anche se solo per il tramite delle banche centrali) nella sua valuta, rimane solo la Fed, che dovrà rispondere all’annosa domanda se alzerà i tassi oppure no, versione contemporanea dell’amletico dilemma ormai degradato a pura contabilità.
Intanto che aspettiamo, si scopre l’emergenza brasiliana, che ovviamente in molti si sono affrettati a ricollegare a quella cinese, e quindi corollario della narrazione estiva, dimenticando quanto ramificata e complessa sia la ragnatela che unisce i paesi emergenti, ormai in palese crisi, a quelli cosiddetti avanzati, a cominciare dagli europei. Si dimentica, ma è solo uno degli esempi possibili, che le banche spagnole hanno circa 140 miliardi di esposizione verso il Brasile, che adesso dovranno reggere la tensione derivante dal declassamento a spazzatura del rating sovrano.
La crisi brasiliana, che s’iscrive di diritto al cronicario dell’economia internazionale, contribuisce a rafforzare l’opinione che ormai, qualunque cosa si faccia, siamo destinati a subire costantemente perturbazioni. Sicché finisce che l’osservatore esausto rivolga l’occhio speranzoso oltre Atlantico, dove alligna il gigante nordamericano, da un sessantennio giudicato, a torto o ragione, il salvatore del mondo. O, guardandola in altro modo, colui che il mondo finisce sempre con l’inguaiarlo.
Autorevoli esperti invitano la Fed a non alzare i tassi perché, dicono, l’economia non è ancora normale, con ciò sottintendendo che l’agognata normalità, ossia una situazione di equilibrio, prima o poi ritornerà. Ma sanno benissimo che così non è.
L’ideale dell’equilibrio economico ormai si è tramutato in pratica d’equilibrismo. Politici, banchieri e uomini d’affari affrontano la quotidianità percorrendo un filo sottilissimo teso sopra le fauci di mercati affamati, ingordi e paurosi, per di più dovendo fare i conti con popolazioni vecchie, stanche e sazie, che l’illusione della politica monetaria allentata è costretta a mantenere artificialmente vispe, raggiungendo finora l’unico risultato visibile di trasformarle in scommettitori.
Ricordo uno scritto di Einaudi del ’33, dove “lo spediente monetario”, così veniva definito, viene assimilato a “giocare al casinò di Montecarlo”. Ma soprattutto mi torna in mente un passo che ho incontrato nel corso dei miei vagabondaggi libreschi dell’estate e che ho trovato la migliore analisi del nostro stato attuale di cose: “Il mantenimento di bassi saggi d’interesse durante la grande crisi era stata perfettamente conforme ai princìpi tradizionali dell’economia politica; ma, a partire da quel momento, il danaro “a buon mercato” cominciò ad essere considerato non più come uno degli strumenti da applicarsi solo in caso di necessità, ma come caratteristica essenziale della teoria “moderna” che sosteneva essere i bassi saggi d’interesse sempre necessari per impedire depressioni e compensare tendenze al
ristagno secolare”.
Questo parole sono state scritte nel 1954, dopo un ventennio di tassi tenuti bassissimi, per quanto positivi, a differenza di oggi che la teoria del ristagno secolare è tornata di moda. Con la differenza che allora vi era una demografia favorevole e le economia tendevano al pieno impiego. Oggi è il contrario.
Tutto ciò per dire che la storia si somiglia, pure se non si ripete, e ogni volta ci troviamo di fronte a policy maker imbottiti di teoria, convinti di fare la cosa giusta, il cui scopo dichiarato è quello di mantenere un equilibrio che rimane solo teorico, mentre la pratica racconta di disastri temuti, evitati, conclamati, malgestiti il cui esito finale è un sentimento crescente di precarietà. Lo stato d’animo dell’equilibrista, più o meno talentuoso che sia, che deve proseguire sempre temendo di cadere.
Sicché il sentimento che tutti noi ormai frequentiamo d’abitudine, e che la cronaca si preoccupa di confermare, è quello della crescente insicurezza, che ci riporta ai tempi di Ricardo, quando l’economia era la narrazione di un mondo spietato e destinato sostanzialmente alla miseria.
Il senso del bad equilibrium, in cui noi tutti abitiamo e che intitola la quarta stagione di questo blog, è precisamente questo.
Buon inizio di stagione.
Scarica Redde Rationem, il freebook con tutti i post della terza stagione
E quattro. Con grande fatica, e sempre grazie all’impareggiabile lavoro di Leonardo Braghetto (@leobpd), anche la terza stagione di TheWalkingDebt è diventata un libro liberamente scaricabile in diversi formati, che trovate qui. A @leobpd va il mio ringraziamento più sincero per il tempo che dedica ogni anno a questo lavoro ormai dal 2013, per la sua cortesia di ospite dei freebook nel suo spazio web, per la creatività e la fantasia che mette nella costruzione dei libri. Senza di lui questi freebook non esisterebbero.
Questo freebook, che porta a quattro i libri finora pubblicati sulle pagine del blog e che trovate in questa sezione del blog, contiene alcune novità di navigazione che la fertile fantasia di @leobpd ha elaborato per consentire ai lettori una fruizioni sempre più soddisfacente dell’ormai lungo discorso economico che abbiamo sviluppato insieme su queste pagine.
In particolare, il nuovo freebook contiene link rossi e link blu, come le pillole di Matrix. I link blu vi condurranno dentro il libro che state sfogliando, facilitando i collegamenti ai post contenuti nel testo. I link rossi invece vi condurranno fuori dal libro, dentro il blog. Assicuratevi quindi di avere una connessione attiva prima di cliccarci sopra, pena una cocente delusione.
Quest’innovazione l’ho trovata estremamente intelligente. Come sa chi segue il blog dal principio, l’evoluzione del discorso che qui si propone è lenta ma coerente, come un sommovimento geologico, la cui profondità, come diceva Karl Kraus, è costantemente dissimulata sulla superficie delle cronache. Talvolta però in alcuni post tale movimento profondo e persistente emerge con brutale chiarezza, facendo di questi scritti dei punti di riferimento per il navigatore che ritengo sia utile riportare all’attenzione. E non è detto che siano nell’ultimo freebook, ma è opportuno che ne siano distinti.
Alcune novità sono intervenute nel corso della stagione. La prima è che ormai siamo diventati più di tremila e abbiamo superato la soglia dei 170 mila articoli letti, quando un anno fa di questi tempi stavamo circa a 80 mila. Andiamo piano, ma andremo lontano.
La seconda è che da qualche mese ho sperimentato un servizio di infografica, ossia post che contengono solo grafici estratti da documenti ufficiali, che sembra sia molto gradito da tutti voi. E posso capirlo: vi ho sfiancato per anni con post lunghissimi e scrittissimi. E comunque l’innovazione piace anche a me. Oltre ad essere utili per i post, i grafici mi danno la possibilità di comunicare più informazioni in poco tempo. Quindi evviva i grafici (ma sempre lontani dal testo).
Un’altra novità è che da qualche tempo alcuni dei post di TheWalkingDebt trovano ospitalità anche su Econopoly, un blog del Sole 24 ore, grazie alla gentilezza di @albe_ che mi ha invitato a partecipare a un bellissimo gioco informativo insieme a diverse persone che ho conosciuto qui sul web grazie a questo blog. Ve lo dico non per vantarmi – ormai dovreste sapere che non mi curo del mio ego – ma perché è una bella storia, dove un signor nessuno decide di fare quello che che pensa di saper e voler fare e piano piano qualcuno se ne accorge e lo valorizza. E’ una storia che ha profonde ricadute economiche, anche se finora non mi paga nessuno, che sono coerenti con lo spirito di questo blog, che vuol suggerire un’alternativa all’economania di questo tempo, o quanto meno far notare che è possibile.
E ciò mi porta alla conclusione, che poi è la parte che preferisco, come sa chi mi segue anche su Twitter: i ringraziamenti. Render grazie ed esser lieto è lo spirito che informa questo lavoro e che provo tutti i giorni a condividere con voi. Quindi non vi stupirà se anche qui ringrazio tutti voi, i follower, chi fa Rt, chi legge e consiglia, chi ne parla al bar, chi scrive i commenti, chi ci pensa sopra, chi continua a leggere anche se un post non gli è piaciuto, chi mi scrive per dare spunti e suggerimenti, chi crede, come me, che scrivendo, leggendo e parlando il mondo possa diventare migliore.
Grazie a tutti voi, perciò.
E buona lettura.
Il redde rationem sfocia in un bad equilibrium
Questo post chiude e in qualche modo riepiloga la terza stagione del nostro blog, dedicata al redde rationem, ossia alla resa dei conti dell’economia globale che, come abbiamo osservato in questi mesi, ha compiuto decisi passi in avanti culminando nell’eruzione della crisi greca.
Quest’ultima, per non essere declassata al rango di epifenomeno, merita di essere osservata nella sua costituente più profonda, che poi è comune praticamente a tutte le economie che abbiamo esplorato insieme in questi mesi: l’ipoteca del debito che chiama altri debiti per essere sostenuto.
Questa situazione, che è sistemica, si declina un conflitto che è politico, ma che viene analizzato con la lente dell’economia, come è logico che sia, visto che si discute di contabilità. Ma il fatto che il debito sia un problema politico, pure se viene narrato con la parole, che sono politiche anch’esse ma travisate, dell’economia dovrebbe essere il centro della nostra attenzione.
Succede invece che il discorso venga spostato sulle tecnicalità, che sono la coperta più o meno corta con la quale viene dissimulata la questione del debito, che a sua volta è la catena che piano piano, accorciandosi, ci sta strangolando e ci conduce verso un’evidenza che chiunque abbia buon senso conosce già: a un certo livello i debiti diventano inesigibili. Tutti.
Questo è il senso profondo della resa dei conti. Il redde rationem altro non è che l’accettazione che i conti si devono regolare, pure a costo di cancellare i debiti. L’alternativa è continuare in un contesto economico di relazioni falsate da montagne di capitale fittizio – i crediti inesigibili – che continuano a circolare per il mondo generando relazioni debito/credito fondate su una fiducia teorica che chiede costanti rassicurazioni, ieri dagli stati, oggi dalle banche centrali, ormai costrette ad azzerare il senso stesso dell’agire economico pur di non spaventare l’Idra dei mercati.
Anche qui, basta osservare la crisi greca per averne contezza e i suoi esiti. La richiesta dei greci di un haircut forse era sbagliata nei modi e nei tempi, ma che il Fmi sia arrivato alla stessa conclusione dovrebbe farci capire che è insensato ostinarsi a scrivere nei nostri bilanci economici debiti che forse si pagheranno fra un secolo, come usava una volta con i debiti di guerra. E basterebbe ricordare i danni provocati dall’inesigibile debito tedesco dopo il primo dopoguerra e per i vent’anni successivi per dimostrarlo.
L’istanza del debitore, tuttavia, non può essere scissa da quella del creditore, pena uno squilibrio peggiore di quello che si va a sanare. Il debitore ha il diritto di poter pagare i propri debiti, e quindi essere titolare di un debito che si possa pagare sul serio, così come il creditore ha il diritto di essere pagato. Al tempo stesso il debitore ha il dovere di pagare i propri debiti, così come il creditore ha il dovere di favorire tale pagamento.
Questo difficile bilanciamento di diritti e doveri richiede certamente una cornice istituzionale per essere sostenuto, ma soprattutto necessita di pazienza e buona volontà. Ossia tutto il contrario di ciò di cui dà prova l’economia internazionale.
Basta un semplice esempio per averne contezza. Nel mondo in cui viviamo, succede che la Francia presti denaro alla Spagna che lo presta al Brasile. Quindi, al di là dei nomi che sono solo un esempio fra i tanti possibili, che il paese più ricco presti denaro al più povero, che a sua volta sostiene quello più povero di lui.
Questa sarabanda di prestiti ha come unico movente il margine di interesse. Ossia lo spread sui rendimenti. Il paese più ricco prende un rendimento minore prestando a quello a lui più vicino, perché lo giudica meno rischioso, e quest’ultimo, dovendo ripagare i suoi debiti, presta a quello più povero di lui che dovrà pagare di più il prestito perché più rischioso. Sicché finisce che il più povero deve sostenere i debiti di quello meno povero di lui, che deve a sua volta ripagare il più ricco guadagnandoci pure qualcosa. Per un semplice proprietà transitiva, ciò implica che il più povero debba sostenere il più ricco: tutto il contrario di come suggerisce il senso economico comune.
A monte di questa girandola di relazioni più o meno false, c’è il Grande Debitore, ossia gli Usa, che si può permettere di estendere all’infinito i suoi debiti perché nessuno gliene chiederà mai il conto, per motivi che sono essenzialmente politici, con ciò svelandosi la profonda falsità del dibattere economico.
In questo gioco truccato qualcuno vede nel dilemma fra democrazia e mercato l’arco lungo il quale si muove il pendolo della storia. Ma a ben vedere anche questo è un falso problema. La lotta fra democrazia e mercato, di cui ancora una volta il caso greco è una perfetta rappresentazione, a ben vedere non è altro che un conflitto fra fazioni che usano il denaro per decidere chi debba gestire il denaro. La retorica democratica e quella dell’economia di mercato sono due facce della medesima medaglia. Una medaglia coniata sull’incudine della massimizzazione del profitto dal martello dell’uomo economico, al fuoco sempre più freddo dell’interesse composto.
Se questo è lo scenario, forse sarebbe saggio attingere all’esempio di culture più antiche della nostra, che della cancellazioni dei debiti facevano un momento che consacrava il senso della socialità. Quel senso che abbiamo ormai smarrito e che è stato sostituito dalla paura del redde rationem, come ha confessato un eminente politico europeo quando gli hanno chiesto cosa aveva fatto decidere al termine di una trattativa infinita l’accordo greco. La paura, ha risposto, nulla più.
Ma vivere nella paura non porta nulla di buono. Porta a un’economia schizofrenica e sconclusionata, ostaggio di statistiche farlocche e costruzioni matematiche che non capisce più nessuno ma tramite le quali si vuole regolare l’esistenza. Conduce semplicemente alla disperazione proprio perché si dice di volerla evitare.
Sicché, in mancanza di un autentico redde rationem, rimane solo l’attualità. Un oggi eterno dove tutti pensano più o meno ipocritamente di fare l’interesse dell’altro in nome del bene comune mentre il risultato dimostra il contrario. Un bad equilibrium, lo chiamano gli economisti.
Ossia il titolo della prossima stagione del blog che ripartirà a settembre.
Bon voyage.
Gli altri greci dell’eurozona: Torero camomillo trasloca in Spagna
La Spagna, dunque, con la sua economia da torero che nella prima metà dei Duemila strappava gli olé da mezzo mondo. Chiunque ricorderà un qualche amico o conoscente che a quel tempo studiava spagnolo e cercava casa a Barcellona, ansioso di darsi alla produttiva movida spagnola.
Senonché, com’è noto, il torero finì incornato dal cattivissimo toro reso furioso dal maltempo finanziario e anche indispettito, forse, dalla noncuranza con cui il torero, vagamente sbruffone, ignorava gli allarmi, che pure c’erano, sulla sua costituzione fragilina.
Sia come sia, i medici, corsi al capezzale del malato, notarono atterriti, ben nascoste sotto la muleta, le cicatrici profonde di una crescita nutrita a mattone e debito, e prescrissero una cura da cavallo, alla quale il nostro torero si premurò di obbedire, ben lieto di onorare il suo antico curriculum di hidalgo.
Della storiella edificante del torero spagnolo, che così per sommicapi vi ho narrato, esiste anche una versione 2.0 secondo la quale il torero, dopo le amorevoli cure dell’ospedale Troika, sta pensando seriamente di tornare a calcare l’arena, la quale per l’occasione, si scalda elargendo al pubblico una sorta di coming soon. L’economia spagnola torna a crescere, dicono i banditori. E cosa importa di tutto il resto?
La Spagna peraltro ha chiuso il suo programma di aiuti, attingendo solo in parte ai 100 miliardi che le istituzioni estere le avevano concesso, col che denotandosi, per lo meno a livello di percezione, che la situazione spagnola non doveva poi essere così grave. Non a caso di recente son tornate a fischiarmi nelle orecchie voci di amici e conoscenti che parlano della Spagna come la patria di un nuovo miracolo economico.
Senonché, educato allo scetticismo da San Tommaso, sono andato a rivedermi cosa scrive la Commissione Ue sul redivido torero spagnolo, al quale ovviamente vanno i miei più calorosi auguri di una lunga e serena vita, e mano a mano che mi ubriacavo di grafici e tabelle succedeva che nelle orecchie, invece degli olé di amici e conoscenti, iniziava a farsi sentire un motivetto familiare a chi ha figli piccoli o sia un patito dello zecchino d’oro: il torero camomillo. In effetti l’arena è già affollata, come dice la canzone, però non c’è il torero, o almeno quello dei primi anni duemila. Al suo posto è arrivato il matador tranquillo che dorme appena può, e che sul toro preferisce dormirci sopra piuttosto che stordirlo con le sue piroette. Converrete che il ritornello si adatta perfettamente alla Spagna in versione 2015.
Evito di ripetere cose ormai ampiamente note (o forse no). Mi basta ricordare che la Spagna deve vedersela ancora con un tasso di disoccupazione superiore al 23%, che ha debiti, privati e pubblici, per oltre il 350% del Pil, la maggior parte dei quali sono privati, e soprattutto ha una posizione estera netta negativa per quasi il 100% del Pil che, scrive la Commissione, richiederebbe notevoli e prolungati surplus di conto corrente. ” La Spagna – scrive l’Ue nell’ultimo Country report – avrebbe ancora bisogno di raggiungere un avanzo corrente record del 1,7% del PIL in media nel periodo 2014-24, al fine di dimezzare la sua NIIP-to-PIL entro il 2024″. Dimezzare, non eliminare. Quindi arrivare a un deficit del 50%. E ricordo che la soglia Ue per lo squilibrio macroeconomico esterno è un deficit del 35% del Pil.
Per darvi un’idea di cosa vuol dire, avere un avanzo corrente dell’1,7 medio, osservo solo che nel 2014 il saldo corrente è tornato negativo per lo 0,1% e si prevede torni in attivo, al +0,6%, nel 2015. All’apice della correzione, avvenuta nel 2013, il saldo corrente, come si può osservare dal grafico, non è riuscito a superare la soglia del 2%.
Ancora peggio mi sento, quando vedo che nemmeno ai tempi buoni il torero spagnolo riusciva a chiudere in equilibrio i suoi conti esteri. Al contrario: all’apice del boom e degli olé, il conto corrente sprofondava, fra il 2005 e il 2006, a un deficit dell’8% del Pil.
Come abbiano fatto gli spagnoli a recuperare lo si capisce osservando le componenti del conto corrente, dove si nota il crollo del deficit della bilancia dei beni, che da sola aveva raggiunto l’8% del Pil, e che nel 2012 aveva ridotto il buco a meno del 2% del Pil.
E qui casca l’asino. Se infatti andiamo a vedere come la Spagna abbia ottenuto la sua crescita dell’1,4% nel 2014, che si prevede arrivi al 2,3% nel 2015, notiamo che il driver è stata la domanda interna, contribuendo negativamente l’export. Ciò significa che gli spagnoli devono consumare e investire a casa loro per poter crescere, sia a livello privato che pubblico, ma appena cominciano a farlo il saldo corrente va a farsi benedire.
E viceversa. Nel momento della correzione, infatti, la curva del Pil scendeva sottozero perché la componente positiva dell’export netto non riusciva a compensare quella negativa del crollo della domanda interna. Pensare che uno grande paese come la Spagna possa pagare i suoi debiti con le esportazioni, in effetti, sembra alquanto avventuroso. Tanto più se osserviamo che nel frattempo la quota di mercato estero dei prodotti spagnoli si è pure ridotta di oltre il 20%.
Insomma: il torero deve consumare di suo, sennò deperisce e muore. Pure adesso che è un matador tranquillo.
Come si possa immaginare che la domanda interna si sviluppi, in un contesto di debiti, privati e pubblici, di questo livello, e con un sistema bancario ancora assai problematico, malgrado i salvataggi, dove i crediti deteriorati sono in media al 13% e quelli del settore costruzioni quasi il triplo, e le banche sono ancora assai restie a prestare, è davvero esercizio che farebbe perdere il sonno a chiunque.
Capite bene perché torero camomillo dorme appena può.
(4/segue)
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Gli altri greci dell’eurozona: Cipro ci prova ancora
La piccola Cipro che fece tremare il mondo non più tardi di pochi anni fa, la ritrovo sommersa nei recessi della cronaca, ridotta al rango che evidentemente le compete, di epifenomeno marginale di un movimento più vasto e ancor più sotterraneo, che di tanto in tanto fa capolino creando panico e incertezza fra gli abitanti della superficie. Come è accaduto adesso con la Grecia.
Eppure Cipro sta lì dove l’avevamo lasciata, alle prese con una correzione profonda e ancora largamente incompleta che i dati macroecocomici raccolti dalla Commissione Ue nei suoi documenti più recenti certificano in tutta la loro desolante chiarezza.
La buona notizia è che l’economia ha smesso di contrarsi, dopo aver archiviato il 2014 con un calo del Pil del 2,8%, dopo il -5,4 del 2013, e si prevede in ripresa per lo 0,4% quest’anno e dell’1,6% l’anno prossimo. Il deficit fiscale ha seguito questo trend di miglioramento, dovendo però fare i conti con la ricapitalizzazione del settore cooperativo bancario, che è costata l’8,8% del Pil, a fronte però di un avanzo primario del 2,6%.
Nel 2015 il saldo primario è stato rivisto al rialzo, dal deficit previsto dell’1,6% a un surplus dell’1,5%. E il deficit, che nel 2013 er al 4,9%, si è ridotto allo 0,2%. Ma le buone notizia finiscono qui. Questo risultato si deve infatti a un aumento delle entrate fiscali, passate dal 36,5% del 2013 al 40,3% l’anno successivo, e a un calo delle spese dal 41,4 al 40,5% del Pil.
La Commissione peraltro ricorda che gli sforzi di Cipro dovranno durare ancora, e a lungo, visto che servirà un avanzo primario fra il 3 e il 4% del Pil nel medio termine per riportare il debito pubblico, superiore al 100% del Pil, lungo una traiettoria di sostenibilità.
Ma il peggio di Cipro non è il settore fiscale, per quanto sotto stress. E’ la situazione del debito estero e del debito privato a sollevare parecchi interrogativi. Lo scoreboard della Macroeconomic imbalance procedure (MIP) allegata all’ultimo Country report della Commissione, evidenzia con chiarezza quali sono i punti di fragilità di questa economia.
Il saldo del conto corrente, ancora negativo per il 3,1% del Pil a fine 2013, arrivato al -5,1% nel 2014 dopo l‘applicazione dei nuovi criteri di calcolo della bilancia dei pagamenti (BPM6), si accompagna a una posizione netta degli investimenti (NIIP) negativa per il 156% (con i nuovi criteri BoP, sennò sarebbe “solo il -78%) che ci racconta di un debito estero lordo che non è più il 508% del 2012, ma è pur sempre il 436% dell’anno successivo. Ciò a fronte di una continua erosione della quota di mercato estero, ossia quella che dovrebbe essere la fonte per ripagare questi debiti, iniziata negli anni ’90, e che negli ultimi cinque anni ha visto un altro 27% in meno. Col risultato che la bilancia delle merci ha un saldo praticamente azzerato, ma solo perché sono crollate le importazioni.
A fronte di questi squilibri esterni, abbiamo anche quelli interni che non sono una bazzecola. Il debito del settore privato, che avevo lasciato al 280% nel 2008 è cresciuto senza sosta arrivando al 344% del Pil, che sommato all’oltre 100% del settore pubblico, fa di quella cipriota un’economia fra le più indebitate al mondo, similmente all’Irlanda.
E poi ci sono le banche, che ancora assorbono risorse e devono pure vedersela con una quantità di crediti deteriorati che solo per il settore privato supera il 50%, collocandosi a un tasso medio del 41%. Ciò spiega perché la Bce abbiamo generosamente garantito, tramite ELA, la liquidità di questi istituti, che intanto sono alle prese con un costante e faticoso dimagrimento. Gli asset totali del sistema bancario sono passati dai 77,6 miliardi di dicembre 2013 ai 75,6 di fine 2014. Ma se guardiamo al rapporto sul Pil notiamo che ciò malgrado, a causa del calo del Pil, è cresciuto dal 547,1% al 570,7 nello stesso periodo. Certo, assai meno dell’827% del 2009.
A fronte di questa situazione la Commissione, com’è normale che sia, contempla il bicchiere mezzo pieno, ossia la circostanza che Cipro stia facendo il suo dovere di bravo pagatore, considerando che il paese vive praticamente grazie ai prestiti internazionali, innanzitutto approvando le benedette riforme strutturali. Rimane ancora inevasa quella del sistema sanitario, e anche le privatizzazioni sono bloccate nelle paludi dei dibattiti politici, come nota con disappunto Bruxelles.
Quanto al mercato del lavoro, cavallo di battaglia di tutte le politiche di aggiustamento, è stata adottata una metodologia per valutare la risposta del mercato alle innovazioni decise dal governo, per quanto ancora parziali, ma “deve essere sviluppata la capacità dei lavoratori del pubblico chiamati ai loro nuovi compiti”, osserva ancora.
Evidentemente, le riforme non bastano mai.
Peraltro la situazione del settore reale è ancora periclitante. Il tasso di disoccupazione è ancora superiore al 16%, senza che si intravedano miglioramenti sull’andamento della disoccupazione di lungo termine, malgrado il notevole dimagrimento dei salari reali, diminuiti di oltre il 9% fra il 2012 e il 2013 e ancora previsti in calo, visto che fra le altre cose il governo ha esteso a tutto il 2016 l’indicizzazione dei salari del settore privato.
E poi c’è il mercato immobiliare, che così tante gioie ha riservato nei tempi buoni, che ha già perduto circa il 30% dal 2008. Comprensibile, visto che il livello di transazioni rimane al livello di circa il 25% di quelle che erano nel 2008.
Conclusione: “La ripresa sarà consolidata nel 2016”, dice Bruxelles.
Dal che deduco che Cipro ci prova ancora.
Che riesca è da vedersi.
(3/segue)
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Gli altri greci dell’eurozona: la povertà fuori moda del Portogallo
Nel teatro dove si recita a soggetto la commedia dell’euro capita di trovarci anche personaggi in cerca d’autore che ancora oggi, sette anni dopo la crisi, rimangono comparse anonime e anodine. La vulgata infatti, grande scrittrice di sottotitoli per le economie europee, si trova particolarmente priva di parole quando si tratti di immaginare il ruolo di una piccola economia periferica della penisola iberica che ancora oggi patisce, dopo aver tanto patito, il costo sociale di una delle correzioni più pesanti e meno osservate dell’eurozona: il Portogallo.
Così, l’Irlanda è la tigre che torna a ruggire dopo la crisi, la Spagna il gigante malato, ma disciplinato, con quelli di Podemos a far le bizze, la Grecia il paese povero e disgraziato vessato dai cattivissimi tedeschi, Cipro il paradiso fiscale dei russi con le banche-rotte. E il Portogallo? Niente.
Dei poveri portoghesi che, scrive la Commissione Ue, hanno sperimentato “un profondo aumento di povertà ed esclusione sociale nel 2013” non importa granché a nessuno. Forse perché la tragedia greca assorbe tutte le lacrime che siamo capaci di spremere alla nostra sostanziale indifferenza, o forse perché i poveri greci hanno migliore stampa dei poveri portoghesi. Chissà.
Rimane il fatto che questa sorta di frammentazione dell’attenzione sulla povertà di intere popolazioni è un altro regalo di questa crisi che sarebbe stato bello risparmiarsi. Perciò mi sembra giusto riportare qui alcuni elementi raccolti dai documenti ufficiali che la Commissione Ue ha di recente dedicato al Portogallo, l’ultimo Country report di febbraio e il post programme surveillance report di luglio, dove c’è scritto tutto quello che c’è da sapere su questo piccolo Paese.
Ma prima di allietarvi con i dati macro, che sono brutti come ci si può aspettare pure al netto della buona volontà con la quale i portoghesi stanno affrontando il loro riaggiustamento, vale la pena dire ancora alcune parole sulla povertà dei portoghesi, che davvero non capisco perché sia così fuori moda.
La Commissione ci dice che “il numero di persone che vivono a rischio di povertà o di esclusione sociale è aumentato di 210 mila fra il 2012 e il 2013”. “Questo incremento – sottolinea – è stato in percentuale il più alto dell’Ue, passando dal 25,3% al 27,4”. “La gravi privazioni materiali sono aumentate di 2,3 punti percentuali, riguardando il 10,9% della popolazione e il poverty gap per la popolazione in età lavorativa è arrivato al 31,2%, il secondo aumento per grandezza nell’Ue dall’inizio della crisi”.
Ancora di più mi colpisce leggere che “le famiglie con figli sono state particolarmente colpite dalla povertà e l’esclusione sociale”, con l’aggravante che “nel 2013 i bambini a grave rischio di povertà erano in numero maggiore rispetto al totale della popolazione”. In particolare i bambini a rischio povertà erano il 31,6% a fronte di un tasso per l’intera popolazione del 27,4. Questo record del disagio infantile è stato un altro primato raggiunto dal Portogallo nel sostanziale silenzio generale, mentre lo Stato, inseguendo il mito della correzione fiscale, riduceva la spesa per il supporto delle famiglie con bambini del 30% fra il 2010 e il 2011.
Eccoli qua, perciò i portoghesi, disciplinati almeno come gli spagnoli, e senza Podemos, poveri come i greci, se non peggio, eppure continuano ad essere ignorati.
Peggio ancora si ignora il prezzo pagato da questa piccola economia per continuare semplicemente a esistere, col risultato che oggi, pure con gli indicatori in lieve miglioramento, deve portare sulle spalle una situazione debitoria, pure questa, non seconda a nessuno.
Il livello dei debiti portoghesi, infatti, è gigantesco. Fra debito del settore privato, escluse le banche, e del settore pubblico, il Portogallo supera abbondantemente il 300% del Pil, dei quali oltre 200 il settore privato, con le banche ancora piene di non performing loans, e una situazione estera al limite della disperazione, con una NIIP (net international investment position) ancora negativa per il 115% del Pil, e un saldo di conto corrente tornato positivo, ma non abbastanza da arrivare a un riequilibrio che non sia secolare.
La Commissione, infatti, stima, che servirebbe un attivo di conto corrente del 2,5% l’anno per portare la NIIP a un deficit sostenibile. Al livello attuale di attivi di conto corrente, intorno all’1% del Pil, fra dieci anni il Portogallo sarà con un deficit estero di circa l’80% del Pil, più o meno al livello attuale dell’Irlanda, che ha notoriamente i suoi problemi.
Dal che deduco che la cura per il Portogallo dovrà continuare. Ed è facile anche capire come. Il Portogallo, infatti, è ancora strutturalmente in deficit sulla bilancia dei beni, malgrado il miglioramento indotto dal crollo delle importazioni, e a tenere in piedi il saldo corrente sono i servizi, in attivo, e i redditi secondari. Quindi per arrivare ad aumentare l’attivo di conto corrente e iniziare a pagare i suoi debiti senza doverne fare di nuovi, serviranno le solite riforme, dovendo pure fare i conti con un settore che produce beni economici e poco attrattivi e un notevole gap del costo del lavoro unitario fra i settori tradable e non tradable con la disoccupazione ancora molto elevata.
Giocoforza anche la politica fiscale dovrà adeguarsi. Malgrado alcune divergenze di opinioni sul livello previsto di deficit, che comunque orbiterà intorno al mitico 3% nei prossimi due anni, le autorità locali e la Commissione hanno vedute diverse anche sul debito pubblico, al 130,2% nel 2014, e previsto in calo fino al 123% nel 2016. Sempre che vadano in porto tutte le riforme che il Portogallo si è impegnato a fare, dovendo pure vedersela con la Corte costituzione che ha bocciato la riforma delle pensioni sulla quale il governo contava per realizzare risparmi importanti sulla spesa pubblica.
La linea Maginot del diritto costituzionale contro i diktat dell’economia è un’altro esito portoghese osservato giusto il tempo di lasciarlo decantare nell’indifferenza che popola il mainstream.
Rimane il fatto che l’analisi di sostenibilità del debito pubblico portoghese, così come quella del debiti esteri, è una piccola storia dell’orrore che si sostanzia nella constatazione che serviranno decenni di risparmi, pubblici e priati, per tenere a galla l’estremo iberico.
Ma sono ragionevolmente certo che non ce lo faranno sapere.
(2/segue)
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