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Esercizi di retorica sul debito pubblico: la Germania insostenibile (al contrario di noi)
Nel meraviglioso mondo delle retorica, che oggi usa l’algoritmo e l’equazione astrusa per darsi importanza, non è la verità che importa, e neanche il buon senso del padre di famiglia, ma la persuasione.
E d’altronde cosa meglio dell’artifizio retorico potrebbe giovare a convincere i creditori a finanziare il debito monstre che ormai si aggira per il globo?
Non è un caso, perciò, ma una precisa strategia di marketing, che le tecniche finanziarie, a cominciare quelle che misurano la sostenibilità dei debiti, siano evolute con il loro aumentare.
Al crescere dei debiti, e quindi dei crediti concessi, l’artifizio deve necessariamente raffinarsi per divenire ogni volta più convincente. E quindi bisogna addestrare, nutrire e soprattutto pagare, una pletora ormai innumerevole di specialisti che devono studiare pratiche, elaborare software, insegnare pure queste materie, in una parola economicizzare sempre di più il mondo per continuare a rendere possibile che la giostra continui a girare.
Che poi questo immane sforzo di calcolo sovente si riduca al paradosso, se non addirittura all’assurdo, fa parte di quello che Popper chiamava costante processo di falsificazione della teoria scientifica che, in quanto tale, si presume infinitamente perfettibile proprio in virtù della sua approssimazione. Celebrare l’assurdo come prologo della verità, di conseguenza, è solo il capolavoro del moderno argomentare retorico del nostro tempo che chiamiamo discorso scientifico, del quale l’economia è solo un’applicazione.
Ora, nulla più di un esempio serve a comprendere.
Stavolta prendiamo a prestito dall’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato da Bankitalia dove, fra le tante cose che contiene, troviamo alcuni dati su un tema assai delicato che abbiamo iniziato a conoscere: quello della sostenibilità dei debiti pubblici dei principali stati europei.
In particolare, Bankitalia cita due indicatori di sostenibilità: l’indicatore S2, che conosciamo già, e l’indicatore elaborato dal Fmi, che l’organizzazione usa quando redige i suoi fiscal monitor.
Bene, contraddicendo quello che potrebbe pensare il nostro senso comune, secondo l’indicatore S2, il nostro debito pubblico gode di ottima salute. In particolare, l’indice quota -2,3, il che significa che il nostro debito pubblico è sostenibile nel lunghissimo periodo, e, anzi, la nostra contabilità pubblica gode di un grado di libertà pari al 2,3% del Pil che potrebbe essere utilizzato qualora se ne ravvedesse la necessità.
Ricordo che l’indicatore S2 calcola la quota di avanzo primario (nel nostro caso essendo negativo significa che possiamo permetterci una diminuizione dell’avanzo primario) necessario, date le proiezioni demografiche a macroeconomiche, a soddisfare il vincolo del bilancio intertemporale. Tale stima tiene anche conto delle prospettive di crescita dell’economia, dell’andamento dei tassi di interesse e del flusso degli avanzi primari futuri.
Tutto è bene quel che finisce bene, allora?
Non proprio. La Commissione Ue, dalla quale Bankitalia ha estrapolato l’indice S2, sottolinea nel suo Fiscal sustainability report del 2012 che la sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica italiana si basa sull’ipotesi che l’Italia tenga il suo avanzo primario al 5% del Pil dal 2014 in poi. Significa in pratica che dovremmo coprire interamente con l’avanzo primario il deficit, trovandoci in una condizione di pareggio strutturale di bilancio.
Sappamo già che nel suo ultimo Def, tali condizioni non si verificheranno quest’anno, ma, forse dal 2016 in poi.
Ma aldilà del suo numerico argomentare, la realtà politica del discorrere emerge con prepotenza allorquando la Commissione elogia la riforma delle pensioni italiana che, nota, “ha consentito di far cadere il rapporto della spesa pensionistica sul Pil”.
E questo, insieme alla spesa sanitaria, è il punto qualificante.
Detto ciò, vale la pena osservare l’altro indicatore, quello del Fmi. Quest’ultimo, estratto dal Fiscal monitor di aprile 2014, calcola l’aumento dell’avanzo primario sul Pil che dovrebbe essere conseguito entro il 2020, e mantenuto per un altro decennio, per avere un rapporto Debito/Pil al 60%. In pratica replica il comportamento dell’indicatore S1, includendovi la dinamica della spesa pensionistica e sanitaria fra il 2014 e il 2030.
Ebbene, quest’indice, per l’Italia, vale 2,8, ossia il 2,8% del Pil. Quindi significa che, entro quest’anno, dovremmo aumentare del 2,8% del Pil l’avanzo primario del 2013 (che era il 2,2%) e quindi arrivare al 5% fino al 2030 per avere un debito/Pil al 60% entro il 2030.
Come vedete, i due indicatori sono evidentemente interrelati e il succo politico è molto semplice: già da quest’anno, a bocce (della crescita) ferme, dovremmo fare un avanzo primario monstre per avere garanzia della sostenibilità del nostro debito. Questo quando sappiamo che la sorte del nostro avanzo primario ipotizzata dal governo è assai diversa.
Potremmo finirla qua, per sprofondare nella solita eurodepressione che avvolge ognuno di noi quando parliamo o sentiamo parlare di finanza pubblica.
Peer consolarci, invece, andiamo a prendere lezioni dalla Germania, che, in teoria, dovrebbe essere un esempio di finanza pubblica per tutti noi.
Pensate, ad esempio, che la Germania ha un disavanzo pubblico pari a zero, e solo in leggera crescita (allo 0,1% del Pil) nel 2015. Ciò significa in pratica che il debito pubblico tedesco scende ogni anno. E infatti i dati di Bankitalia lo vedono al 78,4% del Pil nel 2013, al 74,6 quest’anno e al 70,8% l’anno prossimo. Il costo al quale la Germania s’indebita, poi, dovrebbe convincere qualunque creditore della bontà del debito pubblico tedesco.
Eppure, i nostri indicatori la vedono diversamente.
L’indicatore S2 quota nell’ordine dell’1,4% del Pil l’aggiustamento dell’avanzo primario che la Germania dovrebbe conseguire per rispettare il vincolo del bilancio intertemporale. L’indicatore FMi, invece, stima sia necessario un aggiustamento in aumento dello 0,9% del Pil, entro il 2014, per arrivare al 60% del debito Pil entro il 2030. Considerate che il Germania l’avanzo primario del 2013 è stato del 2,2% del Pil come in Italia, ma si prevede in calo fino all’1,4% del Pil nel 2015.
Conclusione: il debito tedesco, visto nella sua prospettiva di lungo termine, è, secondo i nostri leggendari indicatori, non sostenile.
Quello italiano, al contrario, no.
Sentitevi liberi di ridere.
(3/fine)
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Svuotare il mare (del debito) col secchiello (dell’avanzo primario)
I conti nazionali italiani relativi al 2012 diffusi dall’Istat ieri mostrano con chiarezza una verità molto semplice: pensare di abbattere il nostro debito pubblico con l’accumulo di un avanzo primario è come pensare di svuotare il mare col secchiello.
Se i nostri governanti fossero onesti dovrebbero ammetterlo invece di propinarci la solita storiella.
I dati Istat, poi, ci dicono un’altra cosa. Anzi: la fotografano.
Le curve che misurano l’andamento del Pil, la quota di profitto delle società non finanziarie e l’andamento del risparmio nazionale sono in calo dal 2000. Quest’ultimo è ai suoi minimi da 22 anni, ed è crollato dal 14% del 2000 a poco più dell’8%.
Il calo generale si è aggravato dal 2010, quando invece la curva dell’avanzo primario ha iniziato a salire. E malgrado tale risalita, il debito è aumentato.
Quindi il nostro secchiello è pure bucato.
E’ utile fare un approfondimento, visto che dell’avanzo primario tutti sentono parlare ma pochi sanno cos’è. O magari sanno cos’è ma non hanno analizzato il suo significato.
Nella contabilità nazionale, il saldo primario (avanzo se positivo, deficit se negativo) equivale alla differenza fra le entrate dello stato e le spese, al netto degli interessi pagati sul debito pubblico.
Questo non vuol dire tali interessi non debbano essere pagati.
Al contrario. Tanto è vero che la spesa per gli interessi viene classificata fra le uscite correnti del bilancio dello Stato.
Il saldo primario, in pratica, costituisce un tesoretto che lo Stato raggranella e che viene utilizzato innanzitutto per pagare gli interessi sul debito, che, nel caso dell’Italia ormai veleggiano verso i 90 miliardi di euro l’anno.
Facciamo due conti della serva. Nel 2012 abbiamo avuto un avanzo primario del 2,5% del Pil, equivalente a 39,7 miliardi di euro. Siccome la montagna degli interessi è molto più elevata, ecco che abbiamo chiuso il 2012 con un deficit di bilancio complessivo del 3% del Pil (nei limiti europei, evviva), pari a circa 46,9 miliardi. Se sommiamo il deficit finale all’avanzo primario, abbiamo la somma totale degli interessi pagati sul debito, ovvero oltre 86,7 miliardi di euro.
Avere un buon avanzo primario, nel caso italiano, serve a pagare gli interessi sul debito, non ad abbattere il debito lordo, che infatti cresce senza sosta. Serve a rassicurare i nostri creditori, non a risolvere una situazione debitoria alla lunga insostenibile.
Infatti, nella definizione della contabilità nazionale, il saldo primario viene indicato come uguale all’indebitamento netto meno la spesa per interessi. Quindi tornando ai nostri conti della serva, l’indebitamento netto nel 2012 è stato, appunto, di 46,9 miliardi. Se a questo sottraiamo la spesa per interessi, gli altri 86,6, otteniamo il nostro bell’avanzo primario di 39,7.
Solo che questi soldi spariscono nel gorgo del servizio del debito. Quindi se li godono i possessori di titoli di stato in Italia e nel mondo.
E così il debito, nutrito dal deficit, non accenna a diminuire.
Se guardiamo i numeri assoluti, vediamo infatti che il debito nel 2010 è stato di 1.851 miliardi, 1.907 nel 2011 e 1.989 nel 2012.
Per far diminuire questa montagna, di conseguenza, è necessario che l’avanzo primario copra almeno interamente la spesa per interessi, in modo da non fare altro deficit che vada ad aumentare il debito complessivo. Meglio ancora se la supera: vuol dire che il debito si abbatte della cifra corrispondente.
Infatti nel Def del giugno scorso, il governo prevedeva di arrivare ad avere un avanzo primario di circa il 5,7% del Pil. Che detto in soldoni significa tirare fuori un avanzo primario pari a circa 90 miliardi di euro, ossia alla spesa presunta per gli interessi sul debito prevista entro l’arco di tempo del Def.
In questo modo si arriverebbe al pareggio di bilancio, ossia all’azzeramente dell’indebitamento netto, che peraltro è un obbligo votato dal Parlamento in omaggio ai vari fiscal compact, six pack, eccetera.
Se fermiamo l’analisi ai dati Istat del 2012, e senza considerare la variabile (molto incerta) della crescita, significa che la spesa pubblica italiana dovrebbe diminuire di quei famosi 46,9 miliardi. E se considerate la cagnara che si è scatenata in Italia (con finta crisi di governo inclusa) per evitare l’aumento dell’Iva, che vale un misero miliardo, avrete la chiara rappresentazione di quanto sia probabile che questo pareggio di bilancio lo raggiungeremo sul serio.
Questo che significa?
A parte che dobbiamo abituarci a convivere con un debito eterno, vuol dire che dobbiamo prepararci comunque a una robusta cura dimagrante. Anche perché il debito pubblico, aumentando, finisce anche con l’aumentare il nostro debito estero, che rende il nostro paese sempre più ostaggio dei mercati internazionali.
Chiaro che il governo redivivo abbia ricominciato a parlare di spending review.
Ma da dove dovrebbero arrivare i tanto auspicati risparmi sulla spesa pubblica?
Anche qui ci vengono in aiuto i valori aggregati forniti dall’Istat.
Agli odiatori professionisti della spesa pubblica farà piacere sapere che l’unica spesa pubblica cresciuta dal 2010 al 2012 è proprio quella per gli interessi sul debito, passata dai 70,8 miliardi del 2010 agli 86,6 del 2012. La spesa corrente al netto degli interessi, infatti, è aumentata di soli 6 miliardi, passando dai 660 del 2010 ai 667 del 2012. In pratica, a fronte di un aumento della spesa per interessi del 22% c’è stato un aumento della spesa corrente (senza interessi) dell’1%.
In compenso le entrate correnti (quindi tasse e altro) sono passate da 699 a 748 miliardi, quindi sono cresciute del 7%. Ecco da dove è venuto fuori il nostro avanzo primario.
E’ chiaro che, se la crescita non ripartirà a passo sostenuto, il governo non avrà altra scelta che aumentare ancora le entrate correnti, quindi le tasse, o tagliare severamente la spesa corrente al netto degli interessi, se vuole davvero raggiungere l’avanzo primario che si propone di raggiungere.
E allora che tagli, dicono i nostri odiatori professionisti.
Va bene: ma dove?
Le voci che pesano sono tre: la spesa per consumi finali, che nel 2012 ha pesato 314 miliardi (dentro ci sono 165 miliardi di costo del lavoro pubblico, 88 di consumi intermedi e 43 di prestazioni sociali acquistate sul mercato), le prestazioni sociali in denaro (quindi il welfare) che ci è costato 311 miliardi, e altre uscite correnti non meglio specificate che ci sono costate 40 miliardi.
Questa è la torta
Serviranno un bel po’ di avanzi per accumulare l’Avanzo.
L’insostenibile leggerezza della sostenibilità previdenziale
Fra le tante paroline magiche che popolano il nostro discorso pubblico, merita una menzione speciale il motto “sostenibilità”. Usualmente questa parola accompagna qualunque ragionamento che abbia a che fare con i debiti. Un debito è sostenibile quando possiamo permetterci di tenercelo sul groppone per un tempo più o meno lungo. Ed è tanto più sostenibile, quanto più noi siamo credibili. Quando si parla di pensioni, ad esempio, la sostenibilità è riferita alla capacità del sistema previdenziale di onorare i suoi impegni nel tempo. Quindi pagare le pensioni.
Ciò spiega perché il governo, nell’ultima riforma delle pensioni, abbia indicato la sostenibilità, addirittura per i prossimi 50 anni, fra i requisiti cui hanno dovuto adeguarsi le casse di previdenza private. Bilanci tecnico-attuari alla mano, le casse hanno dovuto dimostrare di essere in grado di pagare le pensioni fino al 2060 o giù di lì. Poi i ministeri vigilanti li hanno valutati e hanno concluso, nel novembre scorso, che sì: le casse private hanno una previdenza sostenibile.
Ciò ha evitato loro la tagliola del contributivo secco e del contributo di solidarietà previsto nel decreto Salva Italia (quello che decise l’ennesima riforma delle pensioni) per le casse che non soddisfacevano questo requisito. Tutti contenti, paura finita.
Senonché, come si dice, il diavolo si nasconde nei dettagli. O, nel nostro caso, nei requisiti fissati dalla legge per ottenere il bollino blu della “sostenibilità”. Uno di questi, per esempio, è che il rendimento del patrimonio della cassa, sia mobiliare che immobiliare, sia fissato in via prudenziale al 3% l’anno. Poi ci sono l’andamento del Pil, il rapporto fra iscritti e contributori, quindi l’andamento del mercato occupazionale, e la variabile demografica.
Dovrebbe essere chiaro a tutti che previsioni a così lungo termine su aspetti macroeconomici tanto rilevanti sono di per sé un azzardo. Per questo esistono gli attuari che, sulla base delle informazioni disponibili al momento, elaborano modelli matematico-statistici per redigere i bilanci tecnici. Quello che non è chiaro a tutti è che questi bilanci attuari non regalano certezze, ma solide probabilità.
In pratica, per compilarli, si usa quell’approccio stocastico che ha creato disastri inenarrabili nel settore finanziario. Ricordate le famose obbligazioni tripla A con dentro i mutui immobiliari? Bene, la valutazione delle agenzie di rating, in base alla quale si emetteva il merito di credito, era legata a un calcolo delle probabilità, ossia quella che una controparte facesse default. Più bassa era questa probabilità, più era alto il merito di credito.
Dovrebbe essere chiaro a tutti che il futuro non lo conosce nessuno. Eppure questi modelli probabilistici dissimulano tale incertezza con l’estrema sofisticazione, per cui è facile cascarci. Quello che non è chiaro a tutti è che la risposta più onesta alla domanda “è sostenibile il nostro sistema previdenziale da qui a 50 anni” è: forse.
O, meglio ancora: speriamo.
Già, perché c’è molta speranza nel sussumere un rendimento implicito di un patrimonio al 3% da qui a 50 anni, senza peraltro che la normativa abbia previsto la verifica a posteriori di tale ipotesi. La conseguenza è che nel successivo bilancio tecnico-attuariale si potranno utilizzare tali ipotesi di rendimento anche quando, alla prova dei fatti, si sono rivelate infondate. In tal modo si crea una realtà futura virtuale basata su tassi di rendimento che la realtà reale ha smentito.
Qual è la conseguenza? Che in pratica si creano aspettative previdenziali di un certo livello che poi si trasformano in diritti acquisiti immodificabili per gli iscritti alla cassa. Se tali aspettative, poi, non vengono coperti dai rendimenti previsti, come in passato è quasi sempre successo, la Cassa rischia il dissesto. E finisce che deve intervenire lo Stato.
E qui si apre il secondo capitolo. L’intervento dello Stato non fa altro che aumentare il deficit previdenziale, che è già un fardello non indifferente. La previdenza pubblica, secondo l’ultima relazione pubblicata dalla commissione bicamerale di controllo sugli enti previdenziali il 21 dicembre scorso, ha un indice di copertura di circa il 73,07%.
Inps, Inpdap, Ipost ed Enpals (peraltro ormai tutti unificati dopo la riforma Fornero) hanno generato nel 2010 un flusso di entrate contributive di 207,874 miliardi di euro, a fronte di prestazioni pensionistiche per 284,459. Quindi lo Stato ha dovuto integrare la differenza con fondi propri (76,585 miliardi). E purtroppo tale deficit è aumentato nei due anni successivi.
Stando così le cose, il deficit previdenziale finisce con l’avere effetti diretti sul deficit pubblico. Attaccando con leggerezza l’etichetta di sostenibilità ai conti previdenziali si rischia di rendere insostenibile (rectius non credibile) il bilancio dello Stato.
Ciò spiega perché la riforma delle pensioni sia tanto piaciuta ai nostri creditori internazionali. E spiega pure perché puntare sulla sostenibilità previdenziale giovi così tanto alla causa della credibilità dei nostri conti pubblici. Figuratevi che panico se le ipotesi tecniche messe nel bilancio attuario delle Casse private (che hanno una lunga storia problematica alle spalle) finiranno con l’essere smentite dai fatti. Dovremmo sommare il deficit previdenziale privato a quello pubblico. Già ci immaginiamo lo spread. Come minimo servirebbe un’altra riforma delle pensioni.
Peraltro è già successo. Negli ultimi vent’anni ci sono state una quindicina di sedicenti riforme delle pensioni, e ogni volta esperti, economisti, giornalisti, ci dicevano, salvo poi essere smentiti dai fatti, che il nostro era il sistema previdenziale più sostenibile del mondo.
E lo dicevano con la consueta, insostenibile, leggerezza.
Che fine farà il risparmio italiano?
A un certo punto dobbiamo scegliere. Decidere a chi dare i nostri soldi, pochi o tanti che siano. Di fronte a noi abbiamo due bocche gigantesche spalancate che attendono di essere saziate: lo Stato, affamato da un debito più che trentennale, e la finanza privata, stremata da anni di giochi di prestigio (il caso Mps è solo l’ultimo di una serie lunghissima) e in debito di capitalizzazione.
Questi due enormi Moloch stanno lì pronti a ingurgitare due generazioni di risparmio italiano. Lo Stato per il tramite della sua classe politica, che promette tutto e il suo contrario mentre tenta di vendere le sue obbligazioni pubbliche, e i privati grazie ai buoni uffici dei suoi piazzisti, tramite i quali tenta di vendere le sue obbligazioni corporate. E noi, ogni giorno, scegliamo, magari senza comprendere che in tempi di democrazia economica, la scelta a chi dare i nostri soldi è una scelta essenzialmente politica.
Sarebbe bello se compissimo l’evoluzione più naturale in una democrazia matura: votare, per il tramite dei nostri soldi, l’idea politica che più ci piace. E non parlo dei partiti, ma dei progetti. Se finanziassimo con i nostri soldi progetti pubblici per il tramite di obbligazioni di lungo periodo dedicate e strutturate in modo da garantire un rendimento pari al tasso Bce e uno sconto fiscale pari allo spread con il Btp ordinario. Chi sottoscrive tali obbligazione ha di sicuro un’adesione assai più convinta al progetto sotteso (una nuova ferrovia piuttosto che una riforma del mercato del lavoro) di quanto mai potrà riservare a un qualunque partito. Questo perché il voto in cabina elettorale non ha riflessi diretti sul nostro portafoglio (salvo le note distorsioni clientelari). Il voto “obbligazionario” ne ha, eccome.
Per capire come sia giunto a tale fantasia, bisogna guardare alcune cifre e alle cronache. A fine 2011 (dati Bankitalia) la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane, ossia il nostro risparmio, era di circa 3.200 miliardi, in calo del 3,4% sul 2010. Se a questa cifra sottraiamo le passività, 900 miliardi (in aumento del 2,1% sul 2010), la ricchezza finanziaria netta a livello macro arriva a circa 2.300 miliardi. Questa è la torta.
Notate che osservando l’andamento della ricchezza dal 1995 a oggi, si vede con chiarezza che l’incremento della ricchezza derivante da attività reali è andato a scapito della ricchezza finanziaria, cresciuta quindi assai meno rispetto al mattone e, soprattutto, ai debiti.
La torta, quindi, vale 2.300 miliardi e sta diminuendo nel tempo, a causa dei debiti e dell’andamento erratico dei mercati finanziari che oggi danno e domani tolgono, quasi sempre con saldi negativi per tanti e grossi guadagni per pochi. Tant’è vero che in Italia la ricchezza è sempre più concentrata.
Di fronte a una torta di 2.300 miliardi nel 2011 abbiamo un mercato obbligazionario bancario che quota 873 miliardi e un mercato obbligazionario delle aziende corporate di 90 miliardi.Quindi la ricchezza al netto di questi prestiti già concessi arriva a 1.343 miliardi. L’idrovora privata succhia alle famiglie (in cambio di rendimenti più o meno rischiosi) 963 miliardi.
Il resto della torta, 1.343 miliardi, se lo contendono i depositi bancari, il risparmio gestito e assicurativo e lo Stato. A fine 2011, il 46% dei circa 1.600 euro di debito pubblico in circolazione (quota che non include il debito delle amministrazioni locali) era collocato all’estero, quindi 736 miliardi. Il debito pubblico italiano in mano ad italiani (famiglie, ma anche banche, assicurazioni, fondi eccetera) quotava 864 miliardi. Si calcola che di questa somma circa l’11% sia direttamente in mano alle famiglie. Quindi circa 95 miliardi.
Ricapitoliamo. Le famiglie italiane hanno investito 963 miliardi in obbligazioni private e 95 miliardi (meno di un decimo) in obbligazioni pubbliche. Il mercato obbligazionario pubblico e privato assorbe 1.058 miliardi. Quindi dal totale della ricchezza netta di 2.300 miliardi residuano 1.242 miliardi sparsi fra depositi, assicurazioni e quant’altro la finanza italiane ed estera offra sul mercato. Numeri che dimostrano una chiara inclinazione delle famiglie italiane a prestare soldi al privato piuttosto che al pubblico, in virtù dei più alti rendimenti. Ignorando peraltro come una rendimento più alto sia sempre associato a un rischio più elevato.
E qui entrano in gioco le cronache. L’elenco delle malversazione dei privati sulla pelle del risparmio italiano contende il primato solo alle malversazioni consumate ai danni dei soldi pubblici. Eppure gli italiani continuano, immagino per mancanza di alternative, a foraggiare l’idrovora privata.
Eppure un’alternativa è possibile. Se si accetta l’idea che lo scopo di un investimento non sia il massimo profitto, ma la massima utilità, un investitore potrebbe scegliere di guadagnare meno interessi attivi monetari in cambio di un interesse più elevato. Accettare un’obbligazione con un tasso più basso in cambio di uno sconto fiscale, ad esempio, che consentirebbe di avere più soldi in tasca per far ripartire i consumi e anche di realizzare progetti che altrimenti non sarebbero mai realizzati. Il tutto accoppiato con una revisione reale della spesa pubblica per placare l’idrovora del bilancio dello Stato. Si avvererebbe il miracolo preconizzato dal presidente Bce Draghi a Davos: “Vorrei vedere un taglio dei costi di governo, una calo delle tasse e una gestione degli investimenti per infrastrutture”.
Ma affinché tale miracolo si compia serve un balzo, che dobbiamo compiere tutti, innanzitutto culturale. Un’evoluzione mentale. Occorre uno scatto d’ingegno per mettere davvero a frutto la ricchezza delle nostre famiglie.
Siamo ancora in una posizione invidiabile (abbiamo debiti per il 70% del reddito e una buona ricchezza netta), ma non durerà per sempre. I vari fiscal compact, le turbolenze finanziarie, la crisi del lavoro e la svalutazione del mattone prosciugheranno molto presto la nostra ricchezza, malgrado tutti i nostri disperati tentativi di metterla al sicuro. Per inseguire un capital gain rischiamo di perdere il nostro futuro.
E invece è il momento di comprarcelo.
Dall’età dell’oro all’età Loro (passando per l’euro)
In tempi elettorali ragionare sulla ricchezza di un Paese conduce di rado a qualcosa di buono, specie in tempi di crisi. Si offrono strumenti a chi soffia sul vecchio conflitto di classe o a quelli che offrono soluzioni a gettone per questioni complesse come la ridistribuzione del reddito o del carico fiscale. E tuttavia chi voglia capire come stiamo oggi non può prescindere dal guardarsi indietro e vedere come stavamo. E l’analisi della ricchezza è un indicatore sociale assai eloquente, a volerlo leggere.
Perciò ci siamo armati di pazienza e ci siamo andati a ripescare alcuni quaderni della Banca d’Italia che parlano della ricchezza delle famiglie italiane ricavandone alcune indicazioni assai istruttive.
Cominciamo dalla fine. Da fine 2011, per essere precisi. La ricchezza totale delle famiglie viene calcolata in 8.619 miliardi di euro, il 62,8% in attività reali (immobili e altro), pari a 5.978 mld, il 37,2% (3.541 mld) in attività finanziarie (depositi, titoli e altro). Le passività, quindi i debiti, erano 900 miliardi, ossia il 9,5% del totale della ricchezza. La ricchezza è in calo del 5,8% dal 2007, quando ha toccato il suo picco (sempre a prezzi 2011) di 9.151 mld.
Rispetto al passato le attività reali sono cresciute a scapito di quelle finanziarie. Quindi il valore crescente del mattone si è mangiato quello della finanza. A fine 2011, nota Bankitalia, “il livello di ricchezza è simile a quello di fine anni ’90”, con l’avvertenza che nel frattempo le famiglie sono aumentate di 5 milioni di unità e si sono “ristrette”: da 2,9 a 2,5 individui per nucleo.
Ultimo dato utile per capire come stiamo, l’indice di distribuzione della ricchezza: l’indice Gini. Quest’ultimo oscilla fra 0 e 1, quindi fra minima concentrazione e massima concentrazione. Nel 2011 quest’indicatore misurava 0,624 in crescita dallo 0,62 del 2010 e dallo 0,61 del 2008. Nell’ultimo triennio, quindi si è avuta un’ulteriore concentrazione di ricchezza nel 10% delle famiglie che detiene il 45,9% della ricchezza complessiva (era il 44,3% nel 2008). Chi ha soldi non risente della crisi, ma anzi se ne avvantaggia.
Anche qui, Bankitalia nota che il valore 0,62 è in linea con i valori di fine anni ’90. Quindi chi dice che l’introduzione dell’euro abbia favorito la concentrazione della ricchezza dice una corbelleria.
Vero è però che non siamo sempre stati così. Solo che bisogna fare un bel passo indietro. Addirittura all’inizio degli anni ’90. Praticamente l’età dell’oro del ceto medio italiano.
Per capire come eravamo, fra il 1990 e il 1992, basti sapere che l’indice Gini quotava 0,59 e la quota di ricchezza posseduta dal 10% delle famiglie più ricche era intorno al 40%. Il cambiamento, che si è annunciato come culturale, si è declinato con l’economia è ha finito col diventare sociale, si è consumato fra il 1991 e il 1993. Sono gli anni delle grandi privatizzazioni, delle superfinanziarie, della crisi valutaria.
A fine ’93 L’indice di Gini è schizzato a 0,63 e il 10% delle famiglie più ricche deteneva già 45% della ricchezza totale. Un aumento impressionante di nuovi ricchi. Dall’età dell’oro del ceto medio all’età Loro (dei ricchi).
Per converso la quota di ricchezza detenuta dal 50% delle famiglie meno abbienti crolla da poco più dell’11% del ’91 a poco sopra l’8%. Si crea spazio per la categoria dei nuovi poveri che inizia a fagocitare il ceto medio.
In pratica fra il 1993 e oggi non è cambiato niente, né a livello di concentrazione della ricchezza, né al livello della quota destinata al 10% più ricco. Questo è il nostro ventennio perduto.
O meglio qualcosa è successo. La ricchezza totale è cresciuta costantemente, e con essa i debiti delle famiglie. E la variabile indipendente della ricchezza, il driver direbbero gli economisti, è stato il mattone. I guadagni degli investimenti finanziari infatti, scrive ancora la Banca d’Italia, sono stati positivi fino al 2000 e negativi per il decennio successivo. Ciò, malgrado la cospicua quota di ricchezza che le famiglie hanno girato negli anni a banche, assicurazioni, fondi e quant’altro. Basti pensare che fino alla seconda metà degli anni ’90 le famiglie investivano in titoli pubblici il 14% della loro ricchezza finanziaria. Nel 2011 tale quota era crollata al 5,2%.
Al contrario il mattone è andato a gonfie vele dal 2000 fino al 2008. E quindi entra in gioco l’euro. Nel ’97 (valori correnti 2011) la ricchezza immobiliare era valutata in circa 3.000 miliardi. Nel 2002, quindi dopo l’ingresso dell’euro che fa impennare i valori immobiliari, è già schizzata quasi a quota 4.000 e da lì sale progressivamente fino a sfiorare i 6.000 miliardi circa del 2011. Fatta 100 la ricchezza immobiliare del 1995, a fine 2011 tale indice è schizzato a 220. La famosa bolla che non c’è ma che si vede.
A tale arricchimento immobiliare ha corrisposto il triplicarsi dell’indebitamento delle famiglie che nel ’95 era di poco superiore al 20% del reddito e nel 2010 sfiorava quotava il 71%. In pratica le famiglie si sono pagate, indebitandosi, l’aumento dei corsi immobiliari. Un affare per chi ha grandi patrimoni immobiliari, che ha lucrato dell’aumento dei corsi, ma non certo per i piccoli proprietari. Ne ha fatto le spese il risparmio netto, crollato da circa il 3% della ricchezza netta del ’96 a meno dell’1% nel 2011, complice anche una crescita insoddisfacente del reddito da lavoro.
Ci fermiamo qui perché crediamo sia necessario digerire tutte queste cifre, rimandando a un altro post il confronto internazionale fra l’andamento della ricchezza italiana e quella di altri paesi.
Per il momento si può trarre una conclusione. Nel 1991 eravamo un paese in cui le famiglie erano poco indebitate, mediamente benestanti (l’accesso al mercato immobiliare era molto più facile di adesso) e la distribuzione della ricchezza era più equa.
Oggi non più.
Patrimoniale? Meglio un prestito “spintaneo”
Nell’estate del 2007, in appendice a un libro che stavo terminando, scrissi un capitolo che si intitolava “Ripatrimonializziamo la società”. Il succo di quel capitolo era che per il nostro Paese era sostanzialmente impossibile rientrare dal debito usando la logica dell’avanzo primario. Servivano, pensavo all’epoca, misure straordinarie.
Sei anni dopo sono cambiate alcune cose:
1) Lo stock di debito pubblico accumulato era di circa 1.600 miliardi di euro nel 2007 (circa il 106% del Pil). Oggi abbiamo superato i 2.000 (120% del Pil, più o meno);
2) All’epoca la parola patrimoniale era totalmente (o quasi) assente dal dibattito pubblico. Oggi se fate una ricerca su Google news vengono fuori centinaia di record e sono state elaborate decine di proposte per operazioni straordinarie per abbattere il debito;
3) il nuovo governo qualcosa dovrà fare, visto i vincoli stringenti che si impone il fiscal compact e l’ineludibilità di alcune riforme strutturali, che inevitabilmente costano.
In questi sei anni sono cambiate tante cose e non sono più convinto che, stante il contesto attuale, la patrimoniale sia ancora un’idea valida. Non almeno nelle forme classiche alle quali si pensa di solito. L’idea che mi sono fatta è che sia più utile, e meno conflittuale dal punto di vista sociale, mobilitare la corposa quota di risparmio privato che ancora esiste in Italia per indirizzarlo verso progetti specifici, senza che però che i risparmiatori siano vessati, ma anzi premiati. Un prestito allo Stato che sia spontaneo e non obbligato. Al limite “spintaneo”.
In sostanza, dovremmo farci dei project bond nostrani.
Prima di spiegare meglio cosa intendo, serve una premessa. In tempi in cui la pressione fiscale è alta com’è adesso da noi, credo sia più razionale dal punto di vista economico per il singolo individuo puntare non su maggiori ricavi (che vengono ipertassati), ma su meno spese (quindi meno tasse, grazie ad esempio a uno sgravio). Quindi se il governo mi propone un titolo di stato a un tasso basso, mettiamo equivalente al tasso di sconto, ma mi compensa lo spread fra il mio rendimento e quello di un titolo di stato normale con uno sgravio fiscale almeno equivalente che valga per l’intera durata dell’obbligazione, come investitore non ci perdo nulla. Anziché incassare un cedola mettiamo di cento euro (sulla quale peraltro pago una ritenuta), ne incasso una di 30, e godo di una deduzione fiscale di 70. Finisce pure che ci guadagno.
Al di là dell’esempio, che è tecnicamente semplicistico, quel che conta è il principio. La domanda che dobbiamo porci è: se lo Stato mi proponesse uno scambio che prevede meno tasse (e quindi più reddito disponibile in tasca per me) in cambio di un prestito a lungo termine, accetterei o no?
Personalmente me la sono posta qualche giorno fa, quando mi sono trovato a decidere cosa fare del misero gruzzoletto che tengo da conto per le emergenze, e che quindi voglio solo difendere dall’inflazione avendo smesso da tempo di pensare che possa crescere. Apro il solito conto deposito? Mi compro un Bot o un Btp? O magari un Bund? I tassi sono in calo, e quindi è già difficile riuscire a recuperare il potere d’acquisto che si perde ogni anno. Se potessi impiegarlo in qualcosa di utile per il Paese (che non sia alimentare semplicemente il Moloch della Spesa Pubblica), che magari mi consente di pagare meno tasse ogni mese, e quindi avere qualche euro in più per i consumi, credo che ci penserei sopra molto accuratamente.
Faccio due esempi. Nei mesi scorsi sono finite sul tappeto un paio di questioni sociali di peso, per le quali si stenta a trovare una soluzione. La questione degli esodati e quella della riforma del mercato del lavoro. La prima ha richiesto, e richiederà in futuro, risorse ingenti per essere risolta. La seconda pure di più. Quando il Parlamento provò a riesumare le pensioni di anzianità, lo ricorderete, con un emendamento in commissione, la Ragioneria dello Stato fece due conti e bloccò il tutto: servivano almeno 10 miliardi per cominciare. Per capire quanto potrebbe costare la riforma del lavoro, guardiamo al caso tedesco. Fra il 2000 e il 2005 la Germania, ha visto crescere il suo debito sul Pil dell’8,3%. gli economisti calcolano che la Germania abbia speso circa 90 miliardi di euro (da qui l’aumento del debito) per politiche attive di sostegno nei confronti delle imprese e del lavoro. In pratica la Germania ha finanziato a debito la famosa flexsecurity, che poi le ha consentito, nel giro di pochi anni, di avere un mercato del lavoro efficiente e un sistema produttivo assai più performante di prima, con grande giovamento per l’export.
Torniamo a noi. Se il governo proponesse dei project bond alle condizioni che ho detto prima per finanziare una revisione della riforma delle pensioni e del mercato del lavoro, sareste interessati a considerare la proposta? Probabilmente tale domanda se la porrebbero anche molti pensionandi, o molti lavoratori che magari pure loro, come il sottoscritto, hanno qualche miseria da parte per le emergenze e non sanno più cosa farne. Magari l’idea di investire su qualcosa che li riguarda potrebbe persino interessargli. E potrebbe anche interessare gli imprenditori, e persino quei ricchi che molti esecrano ma che probabilmente sono meno cattivi di quanto si pensi, purché non li si spinga a fuggire in Svizzera (visto che sono gli unici che possono permetterselo).
Ovvio che quest’idea ha come premessa che lo Stato si comporti seriamente. Che i soldi raccolti finiscano in un capitolo di bilancio creato alla bisogna e non nel mare (magna) magnum del bilancio pubblico.
Ovvia anche un’altra cosa, per creare i nostri project bond serve un’inversione culturale. Capire che lo scopo dell’investimento non è il massimo profitto, ma la massima utilità (e non sempre le due cose coincidono). Swappare tasse e prestiti segnerebbe un’evoluzione nel nostro comportamento economico credo senza precedenti.
Una volta tanto potremmo dar prova di quella qualità che molti ci riconoscono, ma che scarseggia nel dibattito politico: la fantasia.
Un debito è per sempre
La verità che non si può dire, ma al limite sussurrare, è che i nostri debiti siamo destinati a non pagarli. Ciò non vuol dire che ci saranno rimessi. Tutt’altro. Li pagheremo cari, sia come società sia come individui, in ratei annuali permanenti.
Gli scenari di raffinati analisti proiettano già il debito degli stati fino al 2060, e lo immaginano in costante crescita, sempre sull’orlo della bancarotta, mai redimibile. Ormai gli economisti non pensano più a come liberarsi del debito, ma a come renderlo sostenibile. Ossia finanziabile. E poco importa da dove arriveranno i soldi.
L’ipoteca del nostro debito, che non a caso è insieme pubblico e privato, è ormai la declinazione economica di uno stato storico e psicologico. Riguarda le società ricche, che hanno voluto e vogliono vivere al di sopra delle proprie possibilità, e riguarda gli individui, che hanno voluto e vogliono sempre di più. Tale fardello è destinato a segnare il nostro futuro, dove la parola sacrificio, svuotata del suo portato simbolico e spirituale, verrà sillabata dalla gran parte dei bambini poco dopo aver imparato a dire mamma e papà. Nascono già indebitati, cresceranno e moriranno indebitati. Questo nel migliore dei casi, perché vorrà dire che gli stati saranno riusciti ad avere credito. Ma a che prezzo?
I dati aggregati fanno tremare le vene dei polsi anche ai più volenterosi. A fine 2011 la somma degli stock di debito di Eurozona, Stati Uniti e Giappone superava abbondantemente i 36.000 miliardi di dollari (e non parliamo dei debiti dei privati). L’Eurozona, secondo Eurostat, a fine 2011 veleggiava verso l’87,2% del Pil. Poco più di 10.000 miliardi di dollari di debiti, di cui circa un quarto sono italiani. E la tendenza è al rialzo. I giapponesi stanno per varare l’ennesimo piano di stimolo della loro storia – a debito – per rianimare la loro economia. Gli americani, dopo essersi impelagati col fiscal cliff stanno seriamente discutendo dell’opportunità di far coniare una banconota da mille miliardi di dollari per consentire al Tesoro di infischiarsene del tetto del debito. Entrambi stampano moneta come se nulla fosse. Monetizzano il debito, come si dice.
L’Europa si interroga e prende tempo. Di fronte alla politica, divisa fra chi vuole imitare il Giappone e gli Usa e chi i tedeschi, si erge la voce unica della Banca centrale. “E’ ormai evidente- ha ammonito di recente il presidente Mario Draghi – che la posizione debitoria di molti governi non era sostenibile e che la governance dell’euro vada migliorata. Concordo sul fatto che ci sia un duro prezzo da pagare, ma è inevitabile. Ho sempre detto che l’unico modo per mitigare l’impatto di questo consolidamento fiscale, che provocherà una contrazione nel breve periodo, è mettere mano alle riforme strutturali per migliorare la competitività e l’export, al fine di creare lavoro e crescita”. In pratica Draghi dice all’Europa di fare quello che ha fatto la Germania negli ultimi dieci anni, e puntare sull’export per rilanciare l’economia (con tutto quel che ne segue per mercato di lavoro, spesa pubblica, etc).
Ma il debito? Anche qui, in Europa, nessuno pensa di poterlo ripagare. La grande operazione che si è consumata nel corso del 2012, e di cui Draghi è stato l’alfiere, ha avuto come scopo di renderlo sostenibile. Leggi credibile. Leggi vendibile.
Quindi i debiti sono destinati a crescere, e la dipendenza dai nostri creditori pure. E poiché un debito corrisponde a un’obbligazione, a un dovere, è chiaro a tutti che ad ogni aumento del debito corrisponde una diminizione della nostra libertà. Questo è il prezzo che stiamo pagando, e che pagheremo anche in futuro.
Saremo liberi di indebitarci (fiché avremo credito). E basta.
L’enigma giapponese
“La gente spera nel cambiamento, ma la realtà è che abbiamo già visto questa situazione”. Con questa riflessione dal tono sconsolato Atsutomo Ohto, pezzo grosso del gruppo Capital Markets Mizuho Securities a Tokyo, conclude un colloquio con il Financial Times sul ritorno alla premiership di Abe. “In particolare – sottolinea Ohto – abbiamo già visto Mr Abe, prima”. E’ tutto qui, nel cambiamento che assomiglia al passato, lo spirito dell’enigma giapponese che lascia basiti gli osservatori da quasi trent’anni. Da quando, vale a dire, l’economia giapponese si è impantanata in una palude di liquidità che nutre il debito, da una parte, e la deflazione e la decrescita dall’altra. Un paradosso economico.
Il ritorno di Abe al potere segna un chiaro ritorno al passato. I vari governi liberlademocratici che si sono succeduti in Giappone hanno provato senza troppo successo la strategia degli stimoli monetari. Il neo primo ministro ha detto di volere un’inflazione al 2% e di infischiarsene del tetto al debito pubblico fissato dal governo precedente. In parole povere, il Giappone stamperà moneta più di quanto non abbia fatto sinora ed emetterà debito. E poco importa se il debito pubblico continuerà a crescere (dovrebbe arrivare al 236% per marzo 2013). Di sicuro non importa ai mercati. Da quando Abe si è insediato l’indice di borsa Nikkei si è impennato, lo Yen si è indebolito sul dollaro e i rendimenti sui bond quinquennali sono scesi. Più soldi per tutti, insomma, e i mercati fanno festa.
Ma anche questo è un film già visto. Dopo la crisi del 1989, quando scoppiò la grande bolla immobiliare e borsistica, la società giapponese conobbe una distruzione di ricchezza senza precedenti. Per dare un’idea, basti pensare che l’indice di borsa crollò a poco più di 15.000 punti (da 40.000) in un paio d’anni. Dall’euforia alla depressione il passo è breve, come sanno bene economisti e psicologi. A metà degli anni ’90 si calcolava che il Giappone avesse bruciato circa un milione di miliardi di Yen.
La reazione delle autorità giapponesi allo scoppio della bolla furono sbagliate, dicono gli analisti col senno di poi. I governi scelsero un percorso di austerità, aumentando le imposte e riducendo la spesa pubblica, che ricorda la storia di oggi, fornendo benzina alle spinte deflazionistiche. Ma la pulsione rigorista durò poco. Scottato dalla deflazione e la disoccupazione, il Giappone sperimentò l’espansione monetaria (anche questa sembra storia di oggi). Il tasso di sconto, portato al 6% nel 1990, in piena crisi da bolla, crollò all’1,75% già nel 1993 per arrivare allo 0,5% nel 1995 e allo 0,1% nel 2001, e da lì è rimasto più o meno stabile fino ad oggi. Il governo allargò i cordoni della borsa, ma nella letteratura economica gli anni ’90 del giappone vengono ricordati come quelli del decennio perduto, fatto di bassa crescita, disoccupazione ed enormi quantità di denaro messe a disposizione che però hanno fatto solo la fortuna dei carry traders, coloro che hanno preso a prestito praticamente gratis dal Giappone per investire a rischio pressoché zero sul mercato dei bond lucrando sugli spread. Assai prima e assai più dell’America il Giappone ha contribuito ad aumentare la liquidità nel mondo a disposizione della speculazione.
Nel 2001 il premier liberaldemocratico Koizumi vara un importante programma di liberalizzazioni, ma l’instabilità politica (sette premier in sette anni dal 2001 al 2008) non aiuta e la società non risponde. Il cavallo non beve, malgrado l’acqua (liquidità) sia abbondante e a basso costo. Fra marzo 2001 e marzo 2002 la base monetaria aumenta del 33% ma il Pil diminuisce dello 0,5%. Il Pil si riprende giusto il tempo di recepire gli ampi programmi di stimolo varati dai governi, per poi inabissarsi di nuovo. Nel 2002 diminuisce dello 0,3% (nonostante il boom dell’export). La banca centrale continua a immettere liquidità a costo zero, i governi a varare piani di espansione (il deficit sul Pil supera il 6%). Ma la disoccupazione aumenta e i consumi interni languono.
Nel 2003 finalmente il Giappone esce dalla recessione, trainato dalla ripresa internazionale. Il Pil cresce del 2,5%, un livello che non vedeva dal 1996. Ma intanto fra il 1997 e il 2003 erano spariti due milioni di posti di lavoro, i contratti di lavoro erano diventati più flessibili e il costo del lavoro era diminuito del 6% (anche questa sembra storia di oggi). Nel 2004 la crescita si stabilizza, aumenta leggermente nel 2005 per iniziare, lentamente a declinare, complice – forse – anche la nuova politica di rigore sui conti decisa dal governo per rientrare dall’immane debito e la politica monetaria meno accomodante – ma comunque generosa. C’è spazio per un po’ di ottimismo. I prezzi tornano moderatamente a crescere, l’occupazione si stabilizza.
Dal 2006 in poi il Pil torna a diminuire, ma è ancora ampiamente positivo. Perciò nel 2007 la BoJ riporta il tasso di sconto allo 0,5%, mentre il deficit sul Pil scende al 4,9%. Segni di una normalizzazione che però è un fuoco di paglia. Senza la droga monetaria e del debito pubblico, l’economia inizia a sgonfiarsi (complice anche il rallentamento della domanda mondiale e domestica). Il 2007 viene archiviato con un +2,1% di Pil a fronte del +2,4% del 2006.
La resa dei conti arriva nel 2008. Il Pil torna negativo (-0,7%). La banca centrale, a fine anno, riporta il tasso allo 0,1%. A metà 2008 le autorità annunciano spese pubbliche per un ammontare di due punti di Pil. Ricomincia la giostra. Come prima e anche peggio. Nel 2009 il Pil crolla del 5,2% (-15,9% nel primo trimestre 2009), riemerge la deflazione, la banca centrale annuncia che mettera sul tappeto operazioni di finanziamento pari a circa 4 punti di Pil, il disavanzo sul Pil arriva al 10,3%.
La cura da buoni risultati l’anno dopo. Il Pil aumenta del 4% (senza recuperare la perdita dell’anno precedente), ma al prezzo di politiche monetarie mai così espansive e di bilancio mai così generose, senza peraltro riuscire a debellare la deflazione. Ciò malgrado nel 2011 il Pil torna di nuovo ad essere negativo (-0,7%), la deflazione non aumenta ma neanche diminuisce. Il deficit supera di nuovo il 10% e il debito si stima arriverà al 240% del Pil per l’anno prossimo. Il bilancio della banca centrale, impegnata in massicci programma di acquisti di titoli di stato, arriva al 30% del Pil.
“Abbiamo già visto questa situazione”, dice sconsolato Atsutomo Ohto. Come dargli torto? L’economia giapponese, forse inconsapevolmente antesignana del destino delle economie cosiddette avanzate, continua ad essere un enigma per gli economisti e i politici, che hanno provato tutte le ricette e il loro contrario senza cavare un ragno dal buco. Il dilemma è quello noto: spendere e (e)spandere a suon di debito (immaginando che possa cresce all’infinito) oppure non spendere e dimagrire. Come tutti i dilemmi, anche questo sembra destinato ad incornare chi si avventuri a immaginare una soluzione.
Forse la domanda “che fare?” nel caso giapponese (ma vale anche per noi europei e per gli americani), è una di quelle domande che i buddisti zen chiamano domande Mu, ossia domande che non hanno risposta perché dipendono da presupposti errati.
Forse quel presupposto siamo noi stessi.
Il Capitale? Ormai è in riserva
Per immaginarsi il mondo che sarà (o che potrà essere) abbiamo messo insieme le informazioni contenute in due pubblicazioni, una della Banca dei regolamenti internazionali, l’altra del Fondo Monetario. La prima, intitolata “The great leveraging”, racconta della sbornia di debito che ha coinvolto il mondo negli ultimi 30-40 anni, facendo il parallelo con quanto accaduto dal 1800 in poi. La seconda si intitola “International Reserves: IMF Concerns and Country Perspectives” e racconta dell’evoluzione delle riserve degli stati del mondo. Siccome tutto si tiene, la lettura incrociata di questi illuminanti papers svela alcune cose:
1) L’espansione del credito/debito, misurata con la quantità di asset detenuti dalle banche in rapporto al Pil, si è impennata a partire dagli anni ’80 (quando ha raggiunto, per poi superarlo, il livello della crisi pre 1929), e non si è mai fermata. Il rapporto Bank Asset/Pil, che si collocava intorno a 0,2 nel 1870, nel 2012 vi avviava a superare quota 2. In pratica si è moltiplicata per dieci;
2) anche la quantità di riserve globali si è moltiplicata per 10 fra il 1990 e il 2011. Da circa 1.000 miliardi di dollari, ormai si è superata quota 10.000. Il grosso di queste riserve si trova nei cosiddetto paesi emergenti, quindi grossomodo Cina e paesi esportatori di petrolio;
3) L’accumularsi di riserve trova la sua ragione nella prudenza di questi paesi, che a fronte delle grandi crisi economico-finanziarie che hanno sconvolto il mondo negli ultimi 30-40 anni (a fronte di nessuna crisi rilevata dal dopoguerra al 1970), hanno preferito mettere fieno in cascina per tutelarsi. Molti temono che questa enorme quantità di denaro, riflesso evidente della moltiplicazione del credito/debito, sia una fonte di squilibrio. Ma comunque il volume delle riserve accumulate rimane relativamente piccolo a fronte dello stock globale di asset finanziari in giro per il mondo. Per dare un’idea, a fronte dei quasi 10 trilioni di dollari di riserve, ci sono circa 70-80 trilioni di asset detenuti dalle banche commerciali che arrivano a quota 250 trilioni se si aggiungono i mercati dei bond e delle azioni;
4) Una quota significativa di queste riserve è stata utilizzata dagli stati per rimpinguare i loro fondi sovrani. A febbraio 2008 (ultimi dati disponibili contenuti nello studio del Fmi) c’erano 31 fondi sovrani detenuti da 29 paesi con asset stimati in circa 3 trilioni di dollari. Il Fondo monetario stima che tali fondi avranno un ruolo sempre più crescente sulle finanze pubbliche dei paesi alle prese con squilibri finanziari.
Possiamo trarre alcune conclusioni. La crescita senza precedenti degli asset finanziari nel mondo ha finito con aumentare l’incidenza delle crisi sui cicli economici. L’espansione del credito/debito iniziata con gli anni ’80 ha finito col spostare l’asse della ricchezza finanziaria dalle economie (ex) leader a quelle emergenti. I paesi “emersi” hanno mantenuto il proprio benessere semplicemente indebitandosi con i paesi “emergenti” che hanno visto i propri crediti espandersi allo stesso ritmo dei debiti altrui e hanno imparato a creare riserve per cautelarsi dalle crisi prossime venture, in attesa di capire come questa ipoteca economica diventerà, in un domani più o meno lontano, politica.
Il Capitale, insomma, ha creato altro Capitale ed è finito in riserva.
Che fine farà il capitalismo?
Educazione americana
Il WSJ ha riportato un dato assolutamente rilevante circa il senso e lo spirito dell’educazione americana. Il programma di prestiti agli studenti ha generato una montagna di debito (a loro carico) arrivato a 956 miliardi di dollari, in aumento del 4,6% solo nel terzo trimestre 2012.
Una cifra persino superiore a quella del debito accumulato sulle carte di credito e che inizia a spaventare le autorità, ormai persuase che sia troppo facile, per gli studenti, prendere a prestito, senza magari curarsi delle conseguenze. Fra le quali, come ricorda lo stesso WSJ, quella di fare bancarotta, vedersi diminuito il merito di credito, oppure sequestrata parte dello stipendio una volta che si troverà un lavoro, o sennò far finire i genitori nelle mani del fisco al proprio posto se un genitore ha avuto la sventurata idea di farsi garante. Perciò le autorità suggeriscono al giovane di farsi bene i conti, non investire troppo sulla propria educazione professionale, se si pensa che il ritorno sia più basso dell’investimento: un ROI negativo di se stesso può compromettere le proprie prospettive di vita.
Questa visione dell’uomo come azienda, e quindi vocato naturalmente al debito, è uno dei pilastri dell’educazione americana. Prima i cittadini cominciano ad averne consapevolezza (e quindi pratica) meglio è. Tanto è vero che si diventa maggiorenni indebitandosi per fare l’università.
Poi ce n’è un altro. Qualche giorno fa ho visto in tv un ragazzo americano che passa le sue giornate a scovare coupon (anche nella spazzatura) che consentono di aver sconti al supermercato al solo scopo di fare spese pantagrueliche. La sua stanza esibiva come trofei scaffali pieni di roba (il grosso era in garage) che fungevano da sfondo alla sua intervista. Ripreso al supermercato, mentre spingeva tre carrelli carichi di carta assorbente (56 rotoli), salsicce (84 confezioni) e detersivi (63 flaconi), il giovane manifestava una gioia autentica quando la cassiera detraeva dal totale di oltre 600 dollari il valore dei suoi coupon, arrivando persino a trasformarlo in un credito di 5,63 dollari. “Per me è un lavoro a tempo pieno”, ha spiegato il giovane. Cosa farne di tutta questa roba è un tema del tutto secondario. L’importante è procacciarsela, assecondando la propria bulimia da consumo.
Debito e consumo sono la declinazione economica di colpa e desiderio. L’educazione americana.
