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Cronicario: I cinesi sognano le stelle, noi la pensione

Si comincia d’un lunedì pieno di sole, che perciò sollecita suggestioni pigre, tipo passeggiare e far nulla in pieno spirito latino. Guardo distratto lo smartphone che cinguetta notizie e soprattutto noto l’insistenza con la quale uno dei tanti account della Commissione Ue da stamane promoziona un evento dove si discorre dell’opportunità di realizzare un mercato europeo dei piani pensionistici individuali. Addirittura è stata lanciata una consultazione pubblica sul tema, alla quale si può partecipare seguendo questo link. Ci metto un po’ a entrare in modalità antenne alzate. In fondo fa caldo e farei volentieri di meglio. Ma un qualche cromosoma nordico prende il sopravvento e così inizio a scorrere la lunga cronologia di tweet che sta accompagnando l’evento da stamane.

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Il succo è presto detto: le pensioni di domani saranno appena bastanti per le mezze porzioni, quindi meglio attrezzarsi con piani personali di sostegno, e magari lavorare più a lungo e risparmiare di più per poterle riempire di contributi. E siccome quest’affare riguarda tutta l’Europa, non sarebbe meglio fare l’ennesimo mercato comune? D’altronde qual è lo sviluppo più logico di un’Unione del mercato dei capitali se non l’unione dell’investimento previdenziale? Mi torna in mente una roba che ho scritto qualche anno fa. Le finte pensioni di domani sono un tema sensibile per i cittadini europei, così come le erano il carbone e l’acciaio negli anni ’50. E quindi sono il veicolo ideale perché i soliti marpioni proseguano l’integrazione economica europea. Cambia il vento ma noi no (cit.).

Il problema delle finte pensioni, peraltro, è che fanno capo a chissà quanti finti giovani che iniziano a lavorare già sognando di smettere. Dev’essere il modo europeo di pensare la giovinezza, mi dico, mentre mi cade l’occhio su un grafico di Bloomberg:

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I self employed, gli auto-impiegati, gli autonomi, chiamateli come vi pare, crescono a rotta di collo in Corea del Sud, una delle tante declinazioni del miracolo economico asiatico, peccato che solo il 30% delle piccole imprese locali superino i cinque anni. Così facendo hanno aumentato del 9% la montagna dei debiti che per questa categoria ora ha superato i 225 miliardi. La giovinezza coreana si nutre di debiti, almeno quanto la nostra del sogno della pensione. E in questo i coreani somigliano ai loro mentori: gli Usa. Sempre Bloomberg rilascia un altro grafico assai eloquente:

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In pratica dopo quattro anni dalla laurea, gli studenti Usa hanno sul groppone in media 30-40.000 dollari di debiti, con gli afroamericani a guidare la fila con 50.000. Nei primi anni ’90 non si arrivava a 10 mila. E così viene fuori un’altra caratteristica della gioventù contemporanea: i debiti.

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Ormai il pomeriggio è rovinato, e il tempo si mette pure al brutto. Sicché decido di continuare a leggere e mi cade l’occhio sull’ennesimo studio di una società di consulenza che preconizza 2.500 miliardi di pil in più per l’Europa entro il 2025 se finalmente saremo capaci di fare la rivoluzione digitale. Questa cosa di immaginare la tecnologia come la levatrice dei nostri successi futuri mi fa capire quanto ci sia ancora da lavorare sulla nostra autostima. Anzi: quanto ci sia ancora da lavorare e basta.

A proposito di tecnologia. Fra le pieghe scovo quest’altra notizia estratta dall’ultimo bollettino mensile della Bundesbank. Un altro mito del nostro tempo, strettamente legato a quello della tecnologia che ci salverà, è l’High frequency trading che ci sterminerà. Ne siamo vittime tutti, io per primo. Siamo cresciuti fra minacce di apocalissi nucleari e invasioni aliene, e ancora aspettiamo l’extraterrestre che ci porti via.  Il Terminator borsistico è solo l’ultimo degli uomini neri che abbiamo inventato per farci paura. Ma intanto godiamoci la storia e ripassiamo insieme la fiorente letteratura dei flash crash.

A proposito di uomini neri, i cultori della materia scopriranno con raccapriccio che la Cina ha superato la Russia nella spesa per le missioni spaziali

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Non solo la Cina comprerà tutti i nostri palazzi e le nostre fabbriche – di recente anche la Germania si è preoccupata – adesso minaccia pure di comprarsi le stelle. I cinesi sognano le stelle almeno quanto noi la pensione. Ma quelle, perfide, si allontanano ogni giorno. E le pensioni pure.

A domani.

A lezione di deflazione dal Giappone

Poiché il mondo che conta soffre di inflazione declinante, per non dire deflazione, diventa istruttivo studiare il caso del Giappone, che sperimenta questo tormento da circa un ventennio senza essere riuscito a uscirne malgrado gli sforzi non siano mancati.

L’occasione ce la offre un’analisi contenuta nel recente World economic outlook del Fmi (“The Japanese Experience with Deflation“) che passa in rassegna l’ampia letteratura che si è generata nel tempo sull’enigma giapponese ponendosi poche semplici domande: Che cosa ha condotto all’episodio deflattivo giapponese a metà degli anni ’90? Come ha influenza l’economia? Quanto è rilevante l’esperienza giapponese nel trend corrente di disinflazione?

Come premessa giova ricordare che “i continui sforzi di reflazionare l’economia sono finora falliti, mettendo in evidenza la difficoltà a sfuggire dalla trappola della deflazione una volta che le aspettative siano ancorate attorno ad un equilibrio di prezzi calanti”.

Il Fmi ricorda che l’esplosione della bolla degli asset dei primi anni ’90 è spesso menzionata come lo shock che diede il via alla deflazione. “L’inflazione e le aspettative di inflazione declinarono gradualmente come conseguenza dello sforzo di famiglie, banche e imprese di rafforzare i bilanci e ricostruire la ricchezza pure a costo della domanda”. Altre concause vengono considerate i cambiamenti nella struttura dell’offerta e gli apprezzamenti del tassi di cambio nel periodo più acuto. Inoltre il Giappone ha dovuto vedersela con lo shock provocato dalla crisi asiatica del 1997-98, che indebolì ulteriormente la domanda, e ha pagato il prezzo della risposta esitante della classe dirigente al problema dei non performing loan (NPLs), ossia le sofferenze bancarie, all’origine di una crisi bancaria che ha finito con l’aggiungere spinte deflazionistiche all’economia.

Il boom dei prezzi delle commodity iniziato ai primi del 2000 contribuì a far salire l’inflazione, ma quella core, ossia al netto di energia e cibo fresco, rimase negativa. Altri shock, come lo scoppio della bolla dei titoli tecnologici e, dulcis in fundo, quello del 2008, hanno finito col congelare la domanda e peggiorare l’output gap, ossia la differenza fra il pil e il pil potenziale. Si arriva così al 2013, quando viene lanciata l’Abenomics, dal nome del primo ministro, allo scopo di contrastare le difficoltà di crescita (anche dei prezzi). Ma poi arrivò il calo del petrolio del 2014, e così gli sforzi del governo e della banca centrale, che intanto aveva lanciato il suo QQE, furono in parte vanificati.

Di recente l’inflazione core ha mostrato un andamento più favorevole e il governatore della BoJ ha più volte ripetuto di essere convinto che il paese tornerà a un’inflazione stabile. Ma neanche l’ottimismo può celare il fatto che i rischi di deflazione siano ancora rilevanti, vuoi per la domanda bassa, vuoi per il declinare delle aspettative di inflazione.

“Fattori strutturali hanno esacerbato gli effetti degli shock da domanda – scrive il Fmi – e alcuni di questi fattori sono rilevanti oggi in molte economie avanzate”. Fra i fattori citati, ci sono l’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori e poi l’andamento demografico, somma di invecchiamento e lenta crescita della popolazione. In tal senso non è esagerato dire che la sindrome giapponese si è estesa a mezzo mondo. In effetti in calo significativo delle retribuzioni reali (vedi grafico) può aver “nutrito”, come scrive il Fmi, la deflazione “indebolendo la dinamica salari-prezzi”. “Le aziende sono diventate meno propense ad assumere con contratti stabili, visto che le aspettative erano sembra caute sulle prospettive della domanda, con la conseguenza che la quota dei lavoratori stabili sul totale diminuì in tutto il periodo, abbassando il costo unitario del lavoro, il reddito e i benefici per i lavoratori. Gli sviluppi demografici fecero il resto.

“La timidezza della risposta politica negli anni ’90 viene pure citata come concausa della deflazione”, ricorda il Fmi. I particolare le scarse facilitazioni offerte dalla politica monetaria e la risposta fiscale. In effetti, sottolinea lo studio, “la posizione fiscale rimase accomodante per tutto il periodo, ma periodici tentativi di consolidamento condussero a politiche di stop and go. Inoltre ci fu un cattivo coordinamento delle politiche fiscali con quelle monetarie”. Fra le altre cose si ricorda che la BoJ stava muovendo i primi passi verso l’indipendenza proprio in quegli anni e che solo nel 2013 fu introdotto nei suoi statuti in target d’inflazione. “Come conseguenza, le aspettative di inflazione non erano bene ancorate negli anni ’90 rendendo l’economia più sensibile agli shock”.

Tutte queste ragioni hanno condotto il Giappone ad essere un’economia dove c’è una costante riluttanza ad investire e dove i consumatori tendono sempre a posporre gli acquisti. La deflazione ha spostato le preferenze degli investitori verso asset considerati sicuri riducendo l’offerta di capitale di rischio, e quindi rendendo ancor più fragile la crescita. Inoltre, sono peggiorati gli indici del debito, a cominciare da quelli del debito pubblico, mentre, sul versante monetario, “nonostante la grande espansione del bilancio della BoJ, l’inflazione rimane testardamente bassa”.

La scelta dell’aggettivo “testardo” non è casuale. “L’impatto della deflazione persistente può essere ampio e una volta che le aspettative di deflazione emergano può essere difficile spingere l’economia fuori dalla trappola della liquidità. Fattori strutturali in molte economie avanzate, incluso un declino secolare nel potere contrattuale dei lavoratori, possono generare ulteriori venti contrari”.

Il resto del mondo è avvertito.

 

L’Europa del futuro raccontata dai francesi

In questo crepuscolo globale mi diverte collezionare le opinioni dei personaggi illustri che stanno scrivendo la commedia della nostra contemporaneità nella quale la vicenda europea, e segnatamente quella dell’eurozona, ha finito con l’assumere il ruolo di attrice coprotagonista.

Abbiamo già visto la versione di Weidmann, il potente governatore della Bundesbank. Diventa perciò interessante raccontarne un’altra, stavolta affidandosi alle riflessioni di François Villeroy de Galhau, governatore della Banca di Francia, ossia del paese che in qualche modo ha finito con l’assumere il ruolo di competitore e insieme partner della visione tedesca. Si è a lungo discettato dell’asse franco-tedesco come motore dell’integrazione europea, a volte esagerando o addirittura fraintendendo. Ma rimane il fatto che l’eurozona trova in questa relazione il suo meccanismo di avanzamento e quindi il suo punto di equilibrio fra la visione nordica, chiamiamola così, e quella latina, essendo la Francia nient’altro che il luogo – anche geografico – dell’incontro fra le due anime dell’Europa che oggi si trovano a doversi confrontare. E che sia un confronto complesso e denso di incognite non dovrebbe stupire nessuno. Le differenze fra le popolazioni europee sono e rimangono enormi.

Questo non è necessariamente un problema, secondo il nostro banchiere francese. Semmai i problemi nascono dal fatto che “le nostre differenze di opinione tendono a far passare in secondo piano le aree in cui condividiamo un terreno comune”. Naturale, peraltro, in un momento che vede sedici milioni di persone senza lavoro, solo nell’eurozona. Costoro sono gli interlocutori ideali della vulgata euroscettica, il cui avanzamento nell’opinione pubblica è troppo marcato perché si possa sottovalutare. I tormenti generati dalla Brexit, ma anche l’avanzata dei partiti contrari all’integrazione europea, sono lì a dimostrarlo.

E tuttavia, spiega ancora il governatore, “dovremmo rimanere fieri della nostra identità europea”. Tema antico a ben vedere. Di identità europea si discute da decenni, spesso questionandone il senso e il significato. Nella visione di Villeroy de Galhau quest’ultima è molto più “della nostra grande storia di riconciliazione e assai più della nostra ricca diversità”. Il senso dell’identità europea, sottolinea, è “il nostro unico modello sociale, combinato con alti standard di servizi pubblici e livelli relativamente bassi di diseguaglianza, assai minori che nella società americana”. Il tutto ottenuto all’interno di “un’economia di mercato”. “Infatti – sottolinea – il segno distintivo dell’Europa è un’economia sociale di mercato”. E questo ci riporta alla visione ordoliberale di Weidmann, se osserviamo bene. Per questa ragione il banchiere francese esorta a “non abbandonare il nostro modello comune o abbassare la bandiera europea”.

Se l’Europa, come dice il nostro cugino francese, è un modello di integrazione fondato su un’economia sociale di mercato, è evidente che la soluzione ai nostri dilemmi debba essere ricercata all’interno del modello, facendo leva sui punti di forza che il governatore sottolinea con forza. “Abbiamo costruito il mercato unico – dice – che è un asset notevole che appartiene a tutti noi. Non è una coincidenza che l’accesso al mercato unico sia alla base del dibattito su Brexit”. A tal proposito, osserva, deve risultare chiaro che “l’accesso al mercato unico deve essere soggetto a una stretta accettazione delle regole europee”. Niente comportamenti opportunistici.

Il secondo punto di forza che viene identificato è l’euro “una solida moneta riconosciuta a livello globale” e che, nell’EZ, vede “il 68% dei cittadini affezionati alla loro valuta”. Affezione psicologica, quindi, ma con ricadute anche assai pratiche. “La politica monetaria europea – sottolinea – è una pietra di paragone di stabilità e ha prodotto risultati tangibili: sta spingendo la domanda fra lo 0,3 e lo 05% ogni anno, e anche l’inflazione” che dovrebbe eccedere l’1% l’anno prossimo e arrivare all’1,6% nel 2018.

Questi due punti di forza sono le leve che dovrebbero servire a rilanciare la crescita dell’area seguendo tre progetti concreti (in neretto nel testo). Primo passo: “L’Europa ha bisogno di quella che io chiamo la Financing and Investment Union (FIU), più che una semplice unione del mercato dei capitali“. Ciò in quanto “ci sono in Europa aziende che vogliono investire e innovare ma non riescono a trovare finanziamenti”, malgrado i soldi ci siano eccome: “Nell’EZ il surplus di conto corrente è più del 3% del Pil. E’ enorme”. Insomma: il banchiere centrale francese si iscrive alla vulgata, in constante crescita, che punta sugli investimenti produttivi quale soluzione per uscire dalle secche della crisi. E’ quella vulgata che ha dato origine al piano Juncker, partendo dalla constatazione che il gap di investimenti, calcolato all’epoca della presentazione del piano, sia ancora nell’ordine del 2% del Pil.

Un visione non tanto alternativa a quella di Weidmann ma semmai complementare. “Per creare la FIU dobbiamo anche completare le iniziative in corso: l’unione dei capitali, ovviamente, ma anche il piano Juncker e l’Unione bancaria”. Come dire: al principio della responsabilità di marca tedesca, si aggiunge quello della facilità di spesa che caratterizza la Francia. Il tutto semplificando il quadro di soggetti e competenze che rende le tre gambe della FIU ancora periclitanti, in modo da realizzare “un grande mercato europeo per il risparmio e l’investimento”.

Questo, sottolinea, “ci consentirebbe di realizzare iniziative più ambiziose”. E come esempio viene citato la necessità di facilitare il finanziamento delle imprese – in Europa l’equity pesa il 51% del Pil a fronte del 121% Usa – e quindi “armonizzare le leggi fallimentari”, e poi migliorare il settore finanziario consentendo “maggiori fusioni transfrontaliere”. Inoltre “per allentare il link eccessivo fra debito sovrano e banche nazionali (tema assai caro a Weidmann, ndr) una soluzione potrebbe essere creare bond sintetici sull’euro zona (European safe bonds)” con sotto pacchetti di bond emessi da diversi stati che lascino a ognuno di loro la responsabilità dell’emissione e del pagamento delle loro obbligazioni. Un’idea che manifesta la grande fatica che si fa ad accettare in Europa il principio della mutualizzazione del debito,e che ricalca di fatto la strada seguita dalla Bce per i suoi acquisti di bond sovrani all’interno del QE.

Come secondo esempio di “obiettivo ambizioso” c’è quello di elaborare una strategia economica collettiva, perché l’agire isolato “genera soluzioni sub-ottimali”. “Noi sappiamo che la crescita e l’occupazione sarebbero maggiori se ci fossero maggiori riforme strutturali dove servono, come ad esempio in Francia, e più supporto fiscale dove c’è spazio di manovra, come ad esempio in Germania”. Per arrivare a questo coordinamento servirebbe un’istituzione che sviluppi la fiducia che potrebbe consistere in un ministro delle finanze con alle spalle un Tesoro europeo. Tutto ciò consentirebbe di realizzare il terzo passo, ossia dotare l’Unione di una sua capacità fiscale che “aumenterebbe il senso di fiducia fra gli stati membri”.

Le riflessioni di Villeroy de Galhau sono quelle di un banchiere centrale, ovviamente, come lui si premura di sottolineare, che mai e poi mai invaderebbe il campo della politica alla quale è demandato di occuparsi di queste decisioni, consapevole che “la politica monetaria non può fare tutto da sola”. Eppure queste riflessioni sono utili a delineare ciò che in comune hanno i banchieri centrali di Francia e Germania, relativamente all’idea di Europa, e quello che li separa. In comune c’è l’idea che l’integrazione debba procedere tramite l’economia, che è un po’ il leit motiv dell’Ue sin dai tempi della Ceca. Dall’altro una diversa percezioni delle priorità e degli strumenti da utilizzare. Ma in fondo è un dettaglio. Oggi l’identità europea è solo una questione di numeri, grafici e tabelle. Questo unisce Francia e Germania.

E il resto di noi.

Il segreto del successo della demografia francese

La Francia non è Parigi, pure se Parigi è la Francia. Questo apparente non senso racconta molto dell’evoluzione demografica dei nostri cugini d’Oltralpe, citati  – e a ragione – come i portabandiera della riscossa demografica dei paesi dell’eurozona, essendo i soli con l’Irlanda ad esibire un tasso di fecondità di due figli per donna, ossia il minimo sindacale per non far decrescere la popolazione al netto dell’immigrazione.

Diventa interessante, di conseguenza, osservare il caso francese per capire quanto e come le politiche di sostegno del governo, di sicuro rilevanti, abbiano contribuito al mantenimento della natalità, domandandosi se anche altri fattori vi abbiano contribuito. In sostanza per provare a falsificare, in senso popperiano, la vulgata materialista che trova nella spiegazione semplicemente economica la chiave di comprensione degli andamenti demografici.

Come sempre, faccio riferimento ai dati dell’istituto francese di statistica iniziando da quelli aggregati. Un primo approfondimento utile lo trovo in quest’articolo, pubblicato nel marzo scorso, che riepiloga molte delle variabile che ci interessa osservare. La prima cosa che mi colpisce è il grafico che illustra le nascite dal 1900 al 2015. Ricordo che i valori assoluti, per avere significato, dovrebbero essere sempre raffrontati col totale della popolazione, ma in ogni caso sono un indicatore utile da osservare.

All’inizio del secolo scorso le nascite superavano le 900 mila l’anno. Nel 2015 siamo a circa 100 mila meno. Nel 115 anni trascorsi si osservano tre momenti in cui le nascite crollano: nella seconda metà degli anni Dieci, quando c’era la Grande Guerra, con le nascite che si dimezzano. Subito dopo il gap viene rapidamente colmato e già nel 1920 le nascite erano tornate sopra le 800 mila. Una lunga fase di declino si sviluppa da quell’anno in poi per toccare il minimo nei primi anni ’40, poco sopra le 500 mila. Da quel momento in poi la curva si rialza raggiungendo il picco massimo nel 1950, poco sotto le 900 mila. Nel ventennio fra il 1950 e il 1970 le nascite oscillano per tornare, sempre in valore assoluto, al livello originario, poco sotto le 900 mila. Poi si osserva un altro rapido declino, con l’ingresso nell’età fertile della generazione dei primi anni ’50, che porta le nascite poco sopra le 700 mila a metà dei Settanta. Da quel momento risalgono a 800 mila nel 1980, dove, con andamento oscillante, si sono mantenute fino ad oggi. I tre momenti di forte declino individuati quindi sono in corrispondenza di due guerre e dei primi anni ’70.

Se vogliamo confrontare il numero dei nati con l’andamento della popolazione, dobbiamo incrociare gli indici di natalità con l’indicatore medio di fecondità. Ricordo che il primo misura il numero di bambini vivi nati in un anno ogni mille abitanti. Il secondo il numero medio di figli delle donne in età fertile. Il pattern francese non è così dissimile da quello di altri paesi avanzati, europei e non: si fanno meno figli e sempre più tardi. Il tasso di natalità, che era a 20,6 nel 1950, nel 2015 è arrivato a 12 per la Francia, e a 11,8 per la Francia metropolitana. L’indicatore di fecondità, che nel 1950 quotava 294,7, tocca il suo minimo di 177 per la Francia metropolitana nel 1990, per poi risalire verso l’attuale 193,1, a fronte del 196,1 della Francia nel suo insieme. Anche in Francia come altrove è andata aumentando l’età media in cui si diventa madri, ormai di poco superiore ai 30 anni. A differenza di altri paesi con più alta partecipazione al lavoro come il Canada, che abbiamo visto come possa essere considerata un’altra variabile che influenza la natalità, quella francese è ancora relativamente contenuta seppure molto cresciuta, come si può osservare leggendo questo articolo.

Questa semplici osservazioni comunicano un’evidenza: l’andamento demografico francese non è così diverso da quello dei paesi vicini. E’ stato solo più resiliente. Dobbiamo perciò chiederci perché.

La risposta più semplice è che le politiche governative di sostegno alla natalità, in effetti invidiabili per i genitori italiani e non solo, abbiano contribuito significativamente. E poiché esiste una vasta letteratura che sostiene questa ipotesi, mi sembra persino superfluo sottolineare questo punto, che in fondo è alla base dell’ipotesi materialista che si facciano figli in relazione alle possibilità economiche. Sarebbe saggio anche domandarsi, visto l’andamento della partecipazione al lavoro, se la qualità e la quantità di questa partecipazione abbia influenza sulla natalità. Abbiamo già discusso del sostanziale dilemma che ogni donna deve affrontare fra produrre – leggasi partecipare alla crescita del Pil – e riprodurre, e quindi partecipare alla crescita della popolazione, e sarebbe poco saggio non tenerne conto. Tale dilemma è chiaramente visibile già nell’aumento dell’età della prima gravidanza. Ma è interessante anche a esplorare un altro punto di vista che scopro essere poco frequentato: l’articolazione della distribuzione della popolazione sul territorio.

Mi viene in aiuto un altro articolo dell’ufficio francese di statistica dove si osserva la scomposizione dell’indicatore di fecondità per aree dipartimentali. Qui la prima evidenza che salta all’occhio è l’andamento dell’indicatore per l’Île-de-France, il dipartimento che ospita la capitale Parigi. Qui lo schema è curioso. La parte a nord est di Parigi ha un indicatore oltre 250, ossia 250 figli per mille donne fertili, quelle intorno a Parigi fra 182 e 250. Parigi è fermo a 156, il livello più basso della Francia dopo quello del sud della Corsica. L’indicatore 200 fa riferimento a tutta la Francia, dunque maschera profonde differenze che non possono esse spiegate semplicemente con la questione del sostegno governativo, che vale per tutti i dipartimenti, ma evidentemente hanno a che fare con lo stile di vita e la cultura del territorio.

Il dato di Parigi, che sta sotto al livello della media Ue, dice assai più della demografia francese di quanto non spieghino le analisi economicistiche sul sostegno alla maternità. La Francia non è Parigi, appunto, ma Parigi è, nel nostro immaginario, la Francia. Quest’ultima invece vive in una vasta provincia, che i dati sull’ultimo censimento distribuiti nel giugno scorso fotografano con chiarezza.

Dall’analisi emerge una delle caratteristiche salienti dell’articolazione territoriale francese, relativamente al numero di abitanti: poche grandi città, una capitale enorme, una pletora di piccoli comuni. Qualche numero aiuterà a comprendere. I grandi arrondissement sono tre: Marsiglia, Lione e Parigi. Marsiglia nel 2013, anno a cui è aggiornato il censimento, contava circa 855 mila abitanti, Lione circa 500 mila, Parigi, con i suoi 20 arrondissement circa 2,2 milioni di abitanti.

Se retrodatiamo l’osservazione al 1968, fino a dove risale la serie storica, osserviamo che Marsiglia contava circa 889 mila residenti, Lione 527 mila, Parigi 2 milioni 590 mila. Quindi le grandi città hanno perso abitanti. Tendenza quest’ultima che si può riscontrare con l’andamento delle nascite. La serie delle nascite non risale al ’68 per tutte e tre le città, quindi dobbiamo accontentarci dal dato parigino. Fra il 1968 e il 1975 a Parigi sono nati 262 mila bambini. Nei dieci anni successivi erano poco più 220 mila. Fra il 2008 e il 2013, ultimo confronto disponibile, 152 mila. Se volessimo confrontare un periodo analogo al primo, quindi di dieci anni, possiamo osservare il dato più vicino, ossia 1999-2008, quando le nascite sono state 284 mila. Va detto però che nel frattempo è aumentata, fra il 2000 e il 2014, la percentuale di nascite in famiglie con entrambi i genitori stranieri, passata dal 6,5 all’8,4%, così come quelle derivanti da matrimoni misti, dall’8,7 al 14,1%, a discapito delle famiglie di francesi, che in quattordici anni sono diminute dall’84,8 al 77,5%. In sostanza l’aumento della natalità a Parigi sconta il contributo degli immigrati. E il decennio 1999-2008 è stato quello che ha visto crescere la popolazione parigina di circa 100 mila unità, mentre dal 2008 è rimasta stabile e comunque inferiore rispetto agli ’60.

Se adesso andiamo a vedere la distribuzione della popolazione negli oltre 36.600 unità comunali censite, osserviamo che al netto dei tre grandi arrondissement, che insieme sviluppano circa tre milioni e mezzo di abitanti, gli altri circa 62 milioni vivono in miriadi di piccole città, fra le quale quelle che superano i 100 mila abitanti non sono più di una decina. Sono questi piccoli centri dove si è concentrata la gran parte della popolazione della Francia e dove si è registrato l’incremento più deciso della natalità nel corso del tempo.

Questa analisi, pure se sbrigativa, suggerisce che la distribuzione territoriale possa avere una qualche influenza nello sviluppo demografico. La grande città sembra scoraggi la genitorialità al contrario di quanto accade nei piccoli centri, pure a parità di incentivi economici. Le ragioni posso essere diverse e ognuno può immaginarle.

Il mio sospetto è che il segreto del successo della demografia francese risieda nella sua fisionomia del territorio urbano piuttosto che nelle sue scelte fiscali. Forse sarebbe saggio aggiungere anche questo elemento di riflessione al quadro d’insieme.

(6/segue)

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La Cina dimagrisce e il mondo con lei

Mi torna in mente quella storiella, chissà quanto vera, di quel tale re di un arcipelago esotico che ogni volta che decideva di smagrire metteva a dieta l’intera popolazione, mentre leggo l’ampia dissertazione del Fmi sui rischi di contagio globale che può provocare il dimagrimento dell’economia cinese. D’altronde la Cina, come il nostro leggendario re, può essere raccontata come un’autentica sovrana, almeno relativamente agli scambi internazionali, che ha dominato lungo tutto il primo decennio del XXI secolo per scoprirsi oggi, a metà del secondo, troppo ingombrante e incapace di reggere il suo stesso peso.

Sicché non stupisce che i medici di mezzo mondo, Fmi compreso, suggeriscano alla Cina una sostanziale cura dimagrante, che nel linguaggio felpato dell’economia viene definita come una “transizione verso un modello di crescita sostenibile”. Quindi non più basato su un diluvio di investimenti pubblici, che hanno finito col creare una capacità produttiva che oggi appare inutile almeno quanto inutilizzata, oltre ad avere addestrato il resto del mondo a una domanda cinese – si pensi ad esempio a quella di petrolio o metalli – che oggi l’appetito del gigante asiatico non è più in grado di alimentare.

Tutto ciò spiega perché il Fmi abbia inteso dedicare un capitolo del suo recente Spillover report alla transizione cinese e agli effetti che tale dimagrimento può provocare sul resto del mondo, che sul successo cinese, e quindi la sua domanda di importazioni, aveva fondato buona parte del suo successo. “La rapida crescita cinese basata sugli investimenti – sottolinea il Fmi – nel decennio passato ha favorito una notevole espansione del commercio globale e il prezzo delle commodity. Più recentemente, il necessario rallentamento degli investimenti cinesi e la sua transizione verso un modello di crescita basato sui consumi ha coinciso con un notevole declino del tasso di crescita dei commercio”, acuendo di fatto il cupio dissolvi del commercio globale. Ma non solo, la minore domanda di materie prime ha pure aggravato il calo delle commodity, petrolio in testa, che viene unanimamente indicato come una delle cause della disinflazione, quando non addirittura deflazione, che ha messo in crisi le banche centrali di mezzo mondo.

Ovviamente, c’è anche un lato positivo in questo dimagrimento. Il calo delle commodity avvantaggia gli importatori, e al tempo stesso l’aumento della domanda cinese di prodotti finiti può avvantaggiare nuova categorie di esportatori. Ma è sempre difficile capire se i saldi globali saranno positivi o negativi. Per dire: gli effetti deflazionistici del calo petrolifero saranno compensati dagli effetti espansivi del maggior potere d’acquisto dei consumatori? Oppure, la transizione cinese verso un modello di crescita più equilibrato sarà in grado di garantire che la Cina continuerà a pesare il 10% dell’import globale (vedi grafico)?

Trovare la risposta è molto difficile. Gli esiti del commercio internazionale e dell’inflazione lasciano sospettare che il saldo rischia di essere negativo, almeno nel periodo breve. La Cina è in piena transizione, con gli investimenti scesi dal 47,2% al 46,4% del Pil, e il consumo salito dal 49,1 al 51,6%, ma l’economia internazionale finora non sembra abbia tratto quei giovamenti che pure tutti si aspettavano. Dipende dal fatto che il contagio si estende innanzitutto tramite il canale del commercio, e lo fa colpendo innanzitutto i principali partner cinesi e creando vincitori e vinti”.

Il secondo canale di contagio, quello delle commodity, è altrettanto difficile da decodificare. Alla fine del 2014 la domanda cinese di metalli pesava il 40% di quella globale, senza considerare che la sovrapproduzione cinese – si pensi all’acciaio e alle polemiche recenti nel G20 – ha intasato aree strategiche della produzione industriale.

Infine, c’è il terzo canale, che finora ha avuto effetti limitati ma che sta accelerando la sua capacità di contagio: quello finanziario. La Cina è ancora parzialmente integrata nei mercati finanziari, visto che sembra ancora lunga la strada verso la piena convertibilità, “e tuttavia i collegamenti di stanno intensificando”, sottolinea il Fmi. Per il momento le vicende cinesi hanno scritto importanti capitoli, nel mesi scorsi, del lungo libro dedicato alla volatilità dei mercati finanziari. Perché la Cina può pure essere ancora ai margini dei mercati finanziari, ma i mercati finanziari guardano alla Cina come un player internazionale, convertibilità o meno.

L’insieme di queste circostanze rende la dieta del sovrano asiatico assai dimagrante anche per il resto del mondo. Che, se tutto andrà bene, dovrà attendere che il re cinese recuperi la sua forma migliore – e quindi concluda la sua transizione verso una crescita più equilibrata – per godere a sua volta degli effetti benefici che ne deriveranno in termini di importazioni e stabilità finanziaria. Ma nel frattempo dobbiamo soffrire, noi e i cinesi, senza più neanche la consolazione di ricordare i vecchi tempi. Siamo troppo distratti.

L’ennesima piroetta della BoJ per far funzionare il QQE

Ormai è un lavoro da appassionati seguire le evoluzione monetarie della BoJ, da un triennio impegnata nel difficile compito di far uscire il paese dalla deflazione da un ventennio e insieme dare un calcione all’economia nazionale, che vivacchia con poco entusiasmo da altrettanto. Eppure vale la pena investire un po’ di tempo e leggere i documenti ufficiali. Per la semplice ragione che la BoJ, come rivendica il suo governatore Kuroda, è da sempre all’avanguardia negli esperimenti monetari, seppure con esiti discordanti.

Anche di recente, riferendosi ai nuovi strumenti messi in campo, il governatore ha sottolineato che “la BoJ è la prima nel mondo a introdurre questi nuovi tool”, riferendosi allo yield curve control e all’inflation-overshooting commitment. Non cambiate canale: si tratta di cose molto semplici che solo la complicazione linguistica della politica monetaria rende esotici. Il succo è presto detto: malgrado il grande sforzo avanguardistico la BoJ ancora fatica a riportare l’inflazione dove vorrebbe. In compenso il suo QQE ha contribuito significativamente ad abbassare la curva dei rendimenti a un livello tale che la BoJ ha avvertito l’esigenza di fornirsi di uno strumento capace di regolare lo yield, ossia il rendimento reale, utilizzando, come ha fatto sinora gli acquisti massicci di bond pubblici come strumento di controllo.

In sostanza, da un lato si sottolinea il profondo impegno (inflation-overshooting commitment) a far crescere la base monetaria, ormai arrivata all’80% del pil nominale per tirare su i prezzi. Al tempo stesso si prova a manovrare la curva dei rendimenti (yield curve control) per evitare che gli acquisti di bond pubblici, effettuati in ottica di QE, abbassino troppo o troppo poco i rendimenti rispetto agli obiettivi di stabilità finanziaria che la BoJ comunque deve tenere presente.

A tal proposito è sufficiente ricordare, come fa lo stesso Kuroda, che “l’efficacia della politica di declino dei tassi di interesse dipenderà dal suo impatto sui profitti delle istituzioni finanziarie, che si riflette nella loro capacità di prestito”. Detto chiaramente, poco serve il QQE se poi le banche soffrono e gli assicuratori e i fondi pensioni vedono aggravare la loro profittabilità e sostenibilità. Raggiungere il target d’inflazione con un sistema finanziario fragile sarebbe una vittoria di Pirro per la BoJ. Ed ecco perché sono stati introdotti questi nuovi strumenti. Sempre nella presunzione che siano efficaci.

Ed è proprio sulla funzionalità delle misure intraprese che la BoJ e lo stesso Kuroda impegnano e si giocano tutta la loro credibilità. Kuroda, nel suo speech, ha ripetuto ancora una volta che la cosa più difficile da sconfiggere per le autorità monetarie giapponese è il deflationary mindset, ossia la psicologia deflazionaria nata a cresciuta nel ventennio perduto giapponese ancora permanente pure se la deflazione è stata tecnicamente superata, e Kuroda lo rivendica: il CPI (consumer price index) per tutti i beni meno il pesce fresco è in territorio positivo dall’autunno 2013 e lì è rimasto per due anni e dieci mesi. “E’ la prima volta dalla fine degli anni ’90 che succede”, nota il banchiere. Ma la deflazione è ancora nella testa dei giapponesi, sembra di capire. E ovviamente Kuroda, che è un sacerdote della moneta, deve credere che tramite la politica monetaria – il QQE e le sue varie piroette – questa deformazione dello spirito si possa raddrizzare.

Tutto ciò richiede un’esibizione di argomenti che la BoJ ha collazionato in un documento di 60 pagine col quale ha fatto il punto sull’evoluzione e gli esiti delle politiche monetarie. Una lettura sicuramente istruttiva che consiglio a tutti gli appassionati di politica monetaria. Qui basterà arrivare al punto. Tre anni dopo, e dopo aver sperimentato un’infinità di tool, la BoJ deve ancora convincere i giapponesi, oltre che se stessa e il resto del mondo, che riuscirà a raggiungere il suo target di inflazione. A fronte di questa difficoltà, Kuroda rivendica che il “QQE ha portato ad una inversione di tendenza positiva dell’attività economica e dei prezzi”. Come è giusto che sia, Kuroda guarda il bicchiere mezzo pieno, senza nascondere quello vuoto, per il quale è sempre pronta una ricetta di policy o un nuovo tool. E la storia continua.

Over and over again.

La primavera delle commodity

Le notizie di questi giorni della corrispondenza d’amorosi sensi improvvisamente fiorita fra Putin e l’Arabia Saudita, seppure non certo improvvise, sono destinate a dare fiato ai corsi petroliferi, ormai in cima alle preoccupazioni di mezzo mondo – e segnatamente di quello che vive della rendita sull’oro nero – mentre il resto si gode i risparmi sulla sua bolletta energetica, pagandone però il conto con un minore tasso di inflazione. Anche per questo, a conti fatti, un aumento del petrolio conviene a tutti. Specialmente se considerate l’aumento esponenziale di debito delle compagnie petrolifere che ha già causato diversi problemi particolari e generali.

Ma a parte il petrolio, è tutto il settore delle commodity che sta vivendo una sorta di primavera. Me ne accorgo sfogliando l’ultimo World economic outlook del Fmi, che al tema dedica un approfondimento utile per farsi un’idea più chiara di come tutto il settore, dal petrolio, al cibo ai metalli, sia interessato da importanti sommovimenti che al momento trascorrono alquanto inosservati.

Cominciamo da un grafico riepiloga l’andamento delle commodity dal 2005. Qui si osserva che l’indice generale, ad agosto 2016, ha recuperato il livello 100, che poi è la base del 2005, dopo aver toccato il picco nel 2008, prima della crisi, portandosi a 200. Successivamente l’indice è crollato al livello del 2005, intorno al 2009, e da lì ha cominciato un trend ascendente che lo ha riportato vicino al livello del 2008 intorno al 2011, mantenendosi più o meno stabile fino al 2014, quando ha iniziato la sua discesa verso i livelli attuali.

L’andamento dell’indice è assai simile a quello che misura gli andamenti energetici, che prima del 2008 tiravano su l’indice generale e poi hanno contribuito significativamente al suo affossarsi dopo la crisi. Oggi il petrolio, che è ancora sotto l’indice del 2005, viene compensato da altri trend ascendenti, che riguardano soprattutto il cibo, mentre dal 2009 in poi a bilanciare la perdita di valore delle quotazioni energetiche erano stati soprattutto i metalli. Rimane il fatto che dal febbraio di quest’anno l’indice generale è cresciuto del 22% a fronte di una crescita dei corsi petroliferi del 44%, che però hanno inciso meno di quanto avrebbero dovuto a causa del calo delle quotazioni del gas. L’aumento della produzione di gas in Russia ha finito col deprimerne le quotazioni in Europa al minimo da 12 anni, proprio mentre risalivano le quotazioni del carbone. Contestualmente metalli e agricoltura vedevano crescere i pressi del 12 e del 9%.

Tutto ciò lascia ipotizzare che una ripresa dei corsi petroliferi avrà effetti rilevanti sull’indice generale delle commodity, che perciò merita di essere annoverato fra i sorvegliati speciali da parte degli osservatori. L’aria che tira, insomma, è quella di una ripresa di tutto il settore, con il petrolio a fare da apripista, anche in ragione del fatto che gli attuali prezzi rimettono sul mercato i produttori di shale oil, che i ribassi avevano fatto finire fuori mercato e a rischio fallimento.

Se l’aumento del corso del petrolio influenzerà positivamente la produzione, rimane tuttavia il fatto che la domanda, che nel 2015 aveva sfiorato 1,6 milioni di barili al giorno, è prevista debole per quest’anno e il prossimo, fra 1,2 e 1,3 milioni di barili al giorno. E questo apre la porta al rischio che sul mercato si ripeta il caso di sovrapproduzione che di sicuro ha contributo al calo dei prezzi dal 2014. Rimane da capire quale sarà il trend a prevalere, e di conseguenza l’effetto che gli andamenti petroliferi avranno sull’indice generale.

Gli investitori, tuttavia, potrebbero anche orientarsi altrove. Se il petrolio è visto in crescita fino a 50 dollari al barile l’anno prossimo, le altre commodity esibiscono un trend più incoraggiante. I metalli, già cresciuti del 12% da febbraio dopo i ribassi patiti a causa dell’inerzia industriale cinese, oggi sono visti in ascesa grazie ai programmi di stimolo varati negli ultimi mesi che dovrebbero dare ossigeno al settore delle costruzioni. Per il 2016 si prevede un calo dell’8%, rispetto alla crescita già osservata, che dovrebbe essere parzialmente recuperato nel 2017, quando si prevede una crescita del 2%. Meno ottimisticamente, i futures scommettono su un trend declinante.

Quanto al settore agricolo, il settore cibo ha visto una crescita dei prezzi del 7%. “I prezzi internazionali non hanno pienamente riflesso gli shock climatici fino a tempi recenti”, ma le condizioni climatiche avverse potrebbero influenzarle assai presto. Inoltre il Brasile, grande produttore di commodity alimentari (mais, carne, soia, caffé) ha subito una siccità prolungata. “Negli ultimi due anni – spiega il Fmi – altre regioni hanno fatto la differenza, ma lo stock globale di mais e soia ora è prevedibile che declini”. Il che non potrà che influenzare i prezzi. Al contrario “le scorte di frumento
dovrebbero aumentare grazie alla produzione favorevole di Stati Uniti, Unione Europea e Russia, spingendo i prezzi verso il basso”. La conseguenza di questi movimenti è che i prezzi del cibo sono previsti in crescita del 2% nel 2016 e da questo livello rimanere stabili anche l’anno prossimo. Ricordo che i prezzi attuali sono già superiori del 3% rispetto a quelli del 2015. “Nei prossimi due anni – aggiunge il Fmi – i prezzi dei maggiori prodotti alimentare, come il riso, sono previsti in lieve crescita dai livelli attuali”.

Insomma, pure senza troppa esuberanza, le commodity hanno iniziato la loro rivincita come asset sui quali puntare. State pur certi che qualcuno sta già facendo i conti.

La deglobalizzazione non ferma il commercio estero tedesco

Infischiandosene bellamente del ciclo degli scambi internazionali avverso e dell’antipatia crescente nei confronti del proprio successo, il commercio estero tedesco raggiunge un altro record ad agosto, mostrandosi l’export in crescita di quasi il 10% rispetto ad agosto 2015. I dati pubblicati pochi giorni fa dall’istituto tedesco di statistica dicono anche altro.

In particolare, è degna di nota la circostanza che la crescita del commercio internazionale tedesco in agosto abbia riguardato sia l’export (+9,8%) che l’import (+5,3%). A livello aggregato, nei mesi da gennaio ad agosto l’export ha superato i 795 miliardi, a fronte dei 789,7 dello stesso periodo del 2015, +0,8%. L’import invece è cresciuto zero rispetto al periodo gennaio-agosto 2015. La Germania sta esportando di più, insomma, ma non così tanto di più.

Sul versante del conto corrente, il saldo attivo sul conto delle merci (gennaio-agosto 2016) è arrivato a 185,4 miliardi, 22,2 dei quali solo ad agosto, a fronte dei 172,2 del 2015, 16,9 dei quali ad agosto 2015. Rimane negativo il saldo dei servizi, più o meno al livello del 2015 (-20,2 mld nel gennaio-agosto 2016 e a fronte dei -20,4 del 2015), mentre risultano in crescita i redditi primari, che misurano il rendimento degli investimenti esteri tedeschi, da 32,7 mld a 36. Risultato, il surplus di conto corrente aumenta ancora: a 17,9 mld nell’agosto 2016 a fronte dei 14,4 di agosto 2015, cumulando 175,4 mld da gennaio 2016 a fronte dei 156,5 di gennaio-agosto 2015.

Infine, vale la pena osservare come sia mutata la geografia dei partner tedeschi. Rispetto ad agosto 2015, la crescita ad agosto 2016 è stata del 10% rispetto all’Ue, con una maggior crescita per i non euro (11,8%) rispetto ai partner dell’EZ. Se guardiamo all’aggregato gennaio-agosto, si approfondisce il solco fra la crescita dell’export dell’UE fuori dall’euro (+4,3% vs +1,6%), e si rileva un calo dell’1,8% nei confronti dei paesi terzi, ossia non europei.

La fortuna della Germania, insomma, è dipesa in questo 2016 più dall’Europa che dal resto del mondo. E forse, paradossalmente, questo è un altro segno della deglobalizzazione, non il contrario.

Il fallimento (demografico) della Germania

Il miglior argomento da opporre a coloro che reputano il calo della fertilità europea come conseguenza dell’incertezza economica è il caso tedesco. La Germania espone ovunque numeri da record: i suoi attivi esteri, che le provocano continui rampogni più o meno rancorosi, la sua disciplina fiscale che si estrinseca dell’attivo del bilancio pubblico, il suo mercato del lavoro, che migliora ogni anno i numeri. Questi successi, tuttavia, non servono a risolvere il problema principale dell’economia tedesca. Che non ha a che vedere col il settore tradable, le banche o qualche incipiente boom immobiliare, che pure si sospetta. Il problema dell’economia tedesca sono i tedeschi. O meglio: le donne tedesche che sembrano aver perduto la voglia di far figli.

In confronto ai vicini francesi, i tedeschi esibiscono un clamoroso fallimento. E persino rispetto a noi italiani che, scassati come siamo, manteniamo comunque un tasso di fertilità vicino a quello tedesco, sempre a dimostrazione del fatto che non è tutto economico ciò che conduce alla decisione di procreare.

Provare a comprendere le ragioni di questo fallimento è esercizio difficile, perché a fronte di teorie economiche incerte e statistiche opinabili, emergono pensieri che a rigore non dovrebbero entrare in un discorrere economico: la storia, lo spirito, la cultura di un popolo. E tuttavia è giocoforza rivolgervisi, visto che l’enigma del fallimento demografico tedesco risulta troppo complesso da decifrare affidandosi alle equazioni degli economisti.

Sicché, per provare a contornare il ragionamento, può essere utile fornire alcuni numeri d’insieme tratti dal sito di statistica tedesco. L’informazione più recente ricorda che nel II trimestre 2016 in Germania ci sono stati quasi 25 mila aborti, l’1,9% in più rispetto allo stesso periodo di un anno prima. Se allunghiamo la serie storica scopriamo alcune cose: la prima è che il fenomeno delle interruzioni di gravidanza è in calo dal 1996, quando ha raggiunto i 130.899 casi nell’anno e da lì è costantemente decresciuto fino a scendere sotto i 100 mila nel 2014 arrivando ai 99.237 del 2015. E tuttavia, pure se questa nascite fossero state portate a termine, ciò non sarebbe bastato a compensare il saldo negativo fra nascite e decessi, che nel 2014 è arrivato a 153.429 persone. Quell’anno sono nati 714.927 bambini, e le previsioni giudicano questo tasso di natalità sostanzialmente stabile fino al 2020. Dopodiché si prevede scenda fra le 500-550mila per il 2060.

Altrettanto interessante è osservare come sia cambiata la struttura della popolazione dal 1950 in poi. All’epoca gli under 20 erano il 30,4%, un altro 55% aveva fra i 20 e i 60 anni, la classe 60-80 pesava il 13,6% e gli ultraottantenni appena l’1%. La popolazione complessiva era di poco inferiore ai 70 milioni di abitanti. Il boom economico dei ’50-60, durante il quale il paese godette di poderosi tassi di crescita, cambiò relativamente il quadro. Nel 1970 gli under 20 erano ancora il 30% della popolazione, che aveva superato i 78 milioni, la classe più attiva dei 20-60enni pesava il 50%, il calo era dovuto alla diminuzione della coorte 40-60, ormai anziana, scesa di 6,2 punti. La classe 60-80, infatti, era aumentata quasi di cinque punti, arrivando già al 18%, mentre gli ultraottantenni erano raddoppiati: merito delle migliori condizioni di vita.

E’ proprio il 1970, tuttavia, a segnare uno spartiacque. La grande crescita della popolazione registrato nel ventennio del boom, si inceppò. All’apice del successo economico, la Germania smise di crescere demograficamente. Nel 1980 la popolazione era cresciuta di appena 300mila unità rispetto al 1970, e nel 1990 di appena un milione e mezzo. Ciò ha avuto effetti rilevanti sulla composizione della popolazione. Gli under 20, ancora al 30% nel 1970, divennero il 26,6 nel 1980 e il 21,7% nel 1990. La classe dei 20-60enni superò di nuovo il 50%, portandosi al 57 nel 1990, gli ultra60enni arrivarono al 16,6% nel 1990, con gli over 80 quasi di nuovo raddoppiati rispetto al 1970 con il 3,8% della popolazione.

Gli anni ’90 segnono una relativa inversione di tendenza. Alla fine del decennio la popolazione aveva superato gli 82 milioni abitanti, in crescita di circa 2,5 milioni dal 1990, gli under 20 diminuiscono ancora, i 20-60 rimangono stabili come insieme ma aumenta il peso relativo dei 40-60enni; i 60-80enni arrivano al 19,8% della popolazione, che sommato al 3,8% degli over 80 implica l’inversione generazionale tedesca: gli anziani sono più numerosi dei giovani.

La situazione si aggrava nel primo decennio del XXI secolo. La popolazione diminuisce di circa 500mila unità. Gli under 20 arrivano al 18,4%, i 60-80enni al 21% e gli ovvero 80 al 5,3%: in pratica più di un cittadino su quattro è ultra60enne. A fine 2015 la situazione è cambiata poco. Si registra un aumento della popolazione di circa 400mila unità, ma gli under 20 perdono un altro 0,1%, i 60-80enni guadagnano lo 0,6 e gli over 80 un altro 0,5: il 27,4% dei tedeschi ha più di 60 anni. I giovani sotto i 20 sono appena il 18,3%.

L’aumento del tasso di fertilità del quinquennio 2010-15, passato da 1,39 a 1,47, in sostanza, è servito a poco e si spiega in parte con l’aumento del numero delle donne dovuto all’immigrazione, visto che il tasso di fertilità è il rapporto del totale delle donne in età fertile, solitamente considerate nell’intervallo 15-50anni, sul numero dei nati. Al 31 dicembre 2015, infatti, in Germania c’erano 8,56 milioni di immigrati, quattro milioni dei quali di sesso femminile, che porta a 41 milioni il numero totale delle residenti. E’ ragionevole che immigrino donne in età fertile, piuttosto che il contrario, che finiscono col più che compensare l’uscita dall’età fertile di parte della popolazione femminile.

Una riflessione che può farsi osservando questi dati è che il pattern somiglia molto a quello di altri paesi, Giappone e Italia in testa. La Germania, in particolare, visse dai ’50 in poi, un periodo di grande effervescenza industriale che portò rapidamente il paese sulla soglie della piena occupazione, circostanza anche questa comune ad altri, che spinse le autorità a incoraggiare il ricorso sempre più massiccio al lavoro femminile. Questa piccola rivoluzione sociale, che la ricerca del benessere finì col favorire, era destinata a cambiare i costumi. Il dovere di produrre divenne l’imperativo categorico della ricca Germania occidentale. Probabilmente è qui la radice del problema.

L’idea che sia stato proprio il successo economico a provocare il fallimento demografico della Germania, e sostanzialmente dell’intera Europa e anche del Giappone, risulterà irritante a molti, ma merita di essere ponderata. Chi pensa che non si facciano figli perché i giovani sono precari e senza soldi, dovrebbe notare innanzitutto che i giovani sono pochi e poi interrogarsi sulle loro autentiche priorità. L’economia, se proprio a questo vogliamo ridurre il problema, può agire sulla demografia lungo due canali, quello dell’eccesso di ricchezza e quello della sua carenza. E’ poco saggio considerare l’influenza delle condizioni materiali sulla volontà di fare figli solo quando si giudichino insufficienti. Al contrario, un sostanziale benessere, e il dare a questo la priorità, può svolgere un effetto dissuasivo altrettanto potente. Ma a quanto pare facciamo fatica ad accettarlo.

(5/segue)

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Il Def, Bankitalia e l’ottimismo disfunzionale del governo

Se il problema fosse che il governo italiano è troppo ottimista sul futuro della nostra economia, non sarebbe un problema. L’ottimismo del governo, al contrario, è o dovrebbe essere un viatico per rilanciare gli animal spirit imprenditoriali che nel nostro paese sono fin troppo addomesticati. Il problema invece è un altro: l’ottimismo del governo rischia di rivelarsi disfunzionale rispetto agli obiettivi che lo stesso governo si propone. Questo spiega la tendenza vagamente dilatoria nel rispetto dei nostri obiettivi di bilancio, ad esempio relativamente agli obblighi europei, che rischiano di essere letti come un semplice costume nazionale. Il che giova poco alla fiducia.

Per questa ragione, mentre leggevo la lunga audizione del direttore generale di Bankitalia in Parlamento, dove si discuteva del DEF, il documento economico e finanziario del governo, non era tanto la circostanza – che pure la stampa ha rilanciato in grande spolvero – che le previsioni del governo sulla crescita fossero giudicate ottimistiche che mi preoccupava, quanto il contesto generale, che dalla lettura appare vagamente sgradevole.

Comincio da un prima osservazione che conferma una sensazione ormai consolidata: “Non vi è più evidenza – dice Signorini – che la disponibilità di credito sia un ostacolo rilevante per le scelte di investimento; il credito alle imprese non cresce essenzialmente a causa della debolezza della domanda”. In realtà questa tendenza era osservabile già dal 2014, e il fatto che oggi sia una notizia ufficiale conferma che la radice dei problemi del paese è molto profonda. E’ interessante notare, ad esempio, che “l’andamento dei prestiti è migliore nelle imprese con più di 20 addetti e in quelle dei servizi; rimane negativo nel settore delle costruzioni”. Così come la circostanza, che per anni ha alimentato i nostri dibattiti, che “prosegue la riduzione dei tassi di interesse sui nuovi prestiti e si è ormai quasi annullato il differenziale nel costo medio del credito alle imprese tra Italia e area dell’euro”.

Quindi se l’offerta di credito non è più un problema (al netto almeno del fardello rappresentato dalle sofferenze bancarie), se i tassi sono ormai allineati alla media europea, allora è proprio nella costituzione psicologica del nostro tessuto produttivo che occorre ricercare la causa del problema. A dimostrazione di ciò, valga un’altra evidenza: “Nei tre mesi terminanti in agosto il credito al settore privato non finanziario ha ristagnato. Mentre crescono ancora i finanziamenti alle famiglie (1,4%) i prestiti alle società non finanziarie si sono contratti dell’1,2%”. Il credito sta arrivando alle famiglie, quindi, ma non alle imprese. Non perché non ci sia, ma perché non lo vogliono. La conseguenza è che la domanda interna, che aveva spinto il Pil nel primo trimestre, ha stagnato nel secondo, compensandosi appena il calo degli investimenti in macchinari e attrezzature con un aumento nella spesa per i mezzi di trasporto. Gli italiani hanno comprato più automobili.

Ma questo andamento, squisitamente congiunturale, contrasta con quello tendenziale. “Dall’avvio della ripresa, nel 2014 gli investimenti sono stati meno dinamici sia rispetto agli altri paesi dell’area dell’euro, sia rispetto a quello che normalmente si osserva nelle fasi di uscita da una recessione”, spiega Signorini. E questo principalmente perché gli imprenditori hanno scarsa fiducia sulle prospettive della domanda. Insomma, la congiuntura può anche essere positiva, ma il trend rimane avverso, vagamente depressivo.

Questa anomalia si osserva anche sul mercato del lavoro che, dice, “dà segnali nel complesso positivi”. Nel 2015, “grazie ai provvedimenti di decontribuzione”, l’occupazione è cresciuta più rapidamente del prodotto”. L’andamento è proseguito nella prima parte del 2016, quando hanno iniziato ad emergere segnali di rallentamento “presumibilmente anche in connessione con il ridimensionamento della decontribuzione”. In pratica l’economia si rianima dopo uno stimolo, ma non riesce a riavviarsi. E’ proprio questa caratteristica che rischia di rendere disfunzionale l’ottimismo del governo. La logica spendo per far ripartire l’economia, insomma, non arriva alla radice del problema. Con l’aggravante che peggiora lo stato dei conti pubblici, già in sofferenza per il deprimersi della crescita.

Sorvolo sulle divergenze di vedute sulle previsioni del Pil, già ampiamente illustrate dalla stampa. Più interessante valutare le conseguenze delle politiche del governo. Nell’insieme, spiega Signorini, “le misure previste per il 2017 comportano un aumento dell’indebitamento netto di quasi mezzo punto percentuale del PIL rispetto al suo valore tendenziale”. A fronte di questo aumento dovrebbero registrarsi aumenti di prodotto superiore, fino a 0,6 punti, la metà dei quali dovrebbero arrivare dal mancato aumento dell’Iva, e il resto dalle altre misure espansive. Stime che Bankitalia giudica con estrema prudenza. Inoltre “il governo ha chiesto al parlamento l’autorizzazione ad accrescere il disavanzo fino ad altri 0,4 punti” per finanziare le spese eccezionali, come quella per il terremoto. Ciò a fronte di una finanza pubblica che quest’anno ha vissuto su un crinale pericoloso, con, da un parte il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche in leggero miglioramento, così come il deficit, e, dall’altra, un peggioramento del disavanzo strutturale, previsto in aumento di mezzo punto rispetto al 2015. Ricordo che il disavanzo strutturale è una di quelle invenzioni che danno corpo al complesso strumentario dei vari fiscal compact europei.

Signorini spiega che la strana situazione per la quale a un deficit minore corrisponde un disavanzo strutturale maggiore dipende dalla migliore situazione congiunturale (ancora un volta) e dalla ulteriore diminuzione della spesa per interessi (0,2 punti di pil). La finanza pubblica italiana, insomma, sta in precario equilibrio sostanzialmente per ragioni esogene. E questo dovrebbe preoccuparci assai più delle diverse previsioni di crescita. “Per il 2016, secondo le regole di bilancio europee, il nostro Paese avrebbe dovuto realizzare un miglioramento del disavanzo strutturale pari a 0,5 punti percentuali del prodotto”, ricorda il Dg di Bankitalia. Le varie contrattazioni in sede europea hanno concesso alcuni decimali di flessibilità al governo, ma gli effetti sul rispetto delle regole europee non verrà valutato prima della primavera prossima. Abbiamo spuntato ancora qualche mese di tempo.

Sul versante del debito, il quadro è ancor più fosco. Ad aprile 2016 il Def aveva ipotizzato un calo del debito sul Pil di 0,3 punti. Nella nota di aggiornamento recente, tale miglioramento viene rimandato all’anno prossimo, allungando la sequela di rinvii di riduzione del debito che i vari governi italiani hanno collezionato negli anni.  Il che non aiuta certo la fiducia. Rimane il fatto che nel 2016 il debito/pil, crescendo di altri 0,5 punti arriverà al 132,8%. E’ interessante osservare che 0,4 punti di questi 0,5 dipendono dalla minore crescita, che abbassa il denominatore. La parte restante dipende dai minori proventi da privatizzazioni. “Negli ultimi anni l’ammontare delle privatizzazioni effettivamente realizzato è stato quasi sempre inferiore ai programmi”, nota il banchiere. Il problema dell’ottimismo, quando non arriva a generare fiducia, è che rischia di scontrarsi con il realismo delle cifre. E in tal senso divenire disfunzionale. Diventare non credibile.

Se guardiamo, ad esempio, le previsioni per il prossimo triennio, vediamo che a legislazione vigente il governo conta di raggiungere l’agognato pareggio nominale nel 2019, pure considerando il peggioramento del deficit netto in tutti e tre gli anni, solo in parte compensato dalla ulteriore riduzione della spesa per interessi (0,1 punti). Poi il debito dovrebbe scendere dall’anno prossimo e arrivare al 126% del pil nel 2019.

Se guardiamo le stesse previsioni tenendo conto delle politiche programmate, Signorini sottolinea come “il governo ritenga che, data la situazione congiunturale, sia controproducente una correzione strutturale nel 2017”. E poi che “il governo intende evitare l’inasprimento delle imposte indirette disposto dalla legge di stabilità per il 2015 e compensarne solo in parte gli effetti, con interventi di contrasto all’evasione e all’elusione fiscale e di revisione della spesa”. Lotta all’evasione e spending review come panacea delle correzioni. C’è tutta una letteratura economica nel nostro paese su questi temi. E il fatto che si scriva un altro capitolo di questo libro monumentale non giova all’entusiasmo.

Non è certo casuale la sottolineatura che “per il 2017 il governo annuncia ulteriori interventi in materia previdenziale e di sostegno degli investimenti pubblici e privati”, così come la circostanza che “la Nota non riporta indicazioni specifiche relative ai principali ambiti di intervento della manovra di finanza pubblica per il prossimo triennio e agli effetti finanziari attesi in termini di entrata e di spesa”. In compenso, lo abbiamo già visto, il governo ha chiesto al parlamento di poter fare più deficit in caso di “eventi eccezionali”. In ogni caso, il governo prevede il pareggio per il 2019 e il calo del debito, riconoscendo tuttavia che quest’anno e il prossimo l’Italia non rispetterà la regola europea del debito, mentre dovrebbe accadere sempre per il 2019. Tutto sta a crederci.

Il problema del Def, in fondo, è tutto qua. Tratta di previsioni che in gran parte si costruiscono sulla fiducia. E a novembre, qualdo l’Ue dovrà dare una valutazione, vedremo se la Commissione Ue ne avrà per il governo italiano. E soprattutto se ne avranno gli italiani, che in fondo sono gli artefici della loro crescita. Fra dire e fare (DeF) c’è di mezzo il DeF (documento di economia e finanza).