Etichettato: maurizio sgroi

Casa, piano piano torna il Piano

Poiché noi italiani siamo fissati con la casa, anzi La Casa, capirete perché compulso con frequenza regolare le statistiche sull’andamento dei corsi immobiliari e delle compravendite uscendone, ogni volta, depresso.

Per farvela breve: il mattone italiano si sta sgretolando poco alla volta, suscitando ansie e preoccupazioni ovunque: nel settore delle costruzioni, franato inesorabilmente, provocando buona parte della crescita della disoccupazione di questi anni, nel settore finanziario, banche in testa, e nelle famiglie, che vedono deprimersi ogni anno la loro ricchezza.

Pensate al sollievo nazionale quando, qualche giorno fa, il viceministro delle infrastrutture, intervenuto a uno dei soliti convegni sull’immobiliare italiano, se ne è uscito con l’annuncio che il governo ha un piano. Anzi, per la precisione ha detto che si tratta del più importante Piano Casa degli ultimi vent’anni, che smobilizzerà 400 milioni di euro per stimolare l’housing sociale. Le case a basso costo per i meno abbienti.

Sul come e sul quando, il ministro ha spiegato che verrà prodotto un provvedimento che verrà presentato per metà marzo.

Ma prima di approfondire, vale la pena sbirciare agli ultimi dati Istat sulle quotazioni immobiliari, che ci dicono una cosa molto semplice: la discesa del mattone italiano non si ferma.

I più ottimisti potranno consolarsi rilevando che il calo delle quotazioni colpisce le abitazioni esistenti, mentre quelle nuove, nel terzo trimestre 2014 al quale i dati si riferiscono, sono leggermente in aumento (+0,7%). Oppure potranno apprezzare l’aumento delle compravendite e dei mutui immobiliari dell’ultimo trimestre censito dall’istituto.

Ma le buone notizie non possono oscurare la circostanza che i prezzi sono bloccati, quando non sono in calo. Anche fra le abitazioni nuove i prezzi sono poco sopra il livello del 2010. L’indice, infatti, fatto 100 il livello di fine 2010, quota un miserevole 100,8. Ciò vuol dire che in quasi quattro anni i prezzi sono rimasti stagnanti, e anzi sono scesi parecchio: basta ricordare che nel terzo trimestre del 2012 l’indice quotava 104,7.

Per apprezzare compiutamente il dato, inoltre, va ricordato il peso relativo delle abitazioni nuove sul totale. E all’uopo può essere utile osservare l’indice totale, che al terzo trimestre 2014 vale 88,3 e che risulta in calo da 11 trimestri. In pratica il prezzo delle abitazioni italiane, in media, è diminuito dell’11,7% dalla fine del 2011 ad oggi. Se consideriamo solo le abitazioni esistenti il calo arriva al 16,7% (indice 83,3).

Purtroppo i dati Istat fotografano solo parzialmente il problema.

Ricordo che la crisi dell’immobiliare è partita nel 2008.

Possiamo avere un’idea più chiara di cosa sia successo rileggendo il bollettino di ottobre della Banca d’Italia, l’ultimo disponibile, che sommarizza in un grafico l’andamento trimestrale dei prezzi, reali e nominali, e delle compravendite dal 2000 a metà 2014.

Fatto 100 il livello di questi indicatori nel 2005, possiamo osservare le due fasi del ciclo. Prima quella espansiva, nei primi anni del 2000, quando i prezzi nominali erano poco sotto 70 e quelli reali a 80, con le compravendite vicine a 85.

L’espansione ha raggiunto il suo picco fra il 2007 e il 2008, quando l’indice dei prezzi nominali superò 115, quindi 45 punti in più rispetto al dato del 2000 (+64%), mentre i prezzi reali viaggiavano poco sotto 110 (+37%) e le compravendite quotavano 110 (+30%).

La fase di contrazione dura fino a oggi. L’indice dei prezzi nominali , ricordando sempre che Bankitalia non distingue fra abitazioni nuove o esistenti, è tornato a livello 100, quindi al livello del 2005. Quello dei prezzi reali sta intorno a 85, all’incirca al livello del 2002, mentre le compravendite sono crollate poco sopra 50, ossia il 38% in meno del livello del 2000.

Stando così le cose, il leggero aumento delle compravendite (+4,1%), peraltro associato a una costante contrazione dei prezzi, registrato da Istat nel terzo trimestre 2014 non sembra sufficiente a invertire un trend che si conferma ancora contrazionario.

Giova ricordare che tale distruzione di ricchezza ha notevolmente colpito le famiglie italiane, e fa scricchiolare anche i bilanci delle banche, che di mattone, sia diretto che indiretto (esposizione verso mutui immobiliari) sono imbottite, come la stessa Bankitalia ha ricordato nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria.

La domanda che tutti si fanno è quale sarà l’andamento del mercato quest’anno. Gli analisti temono un altro 2015 a prezzi calanti, anche a causa delle politiche fiscali sul mattone, si pensi all’imminente riforma del Catasto, alla scarsa propensione delle banche a erogare credito, e, soprattutto, all’andamento declinante dei redditi, che tale credito dovrebbero garantire.

Se a tali variabili aggiungiamo quelle demografiche che impattano sulla domanda – gli anziani sono sempre meno propensi a cambiare casa e i giovani sono sempre di meno – si delinea con chiarezza un quadro deflazionario, con tutti gli effetti che ciò può determinare sulla ricchezza nazionale.

Il mattone, da grande riserva di valore degli italiani, rischia di diventare il loro fardello.

Tale triste conclusione non tiene però conto dell’impeto pianificatorio del governo, come dicevo prima. La seduzione dei Piani Governativi, per un paese con alle spalle una tradizione come la nostra, è irresistibile. I governi italiani hanno sempre pianificato qualcosa, con risultato che abbiamo il terzo debiti pubblico del mondo.

Ebbene, per presentare il Piano, il ministro delle infrastrutture ha scelto il convegno dal titolo “Social housing: una soluzione al disagio abitativo”.

Il piano, per competenza, è stato disegnato con la collaborazione di Ance, Cassa depositi e prestiti e Abi: quindi comuni, il forziere pubblico per eccellenza, e le banche. Lo scopo, così come le cronache lo hanno raccontato, è quello di mettere in piedi uno di quei modelli dove un fondo compra coi soldi delle banche e vende a un altro fondo. In sostanza la sarabanda che nei primi anni duemila ha condotto a grandi arricchimenti privati a spese dello stato.

Poiché non ho avuto accesso agli atti del convegno, devo accontentarmi delle cronache che ne sono state fatte e che vi riporto per completezza di informazione.

Lo scopo del Piano è recuperare gli immobili invenduti, si parla di 20 mila, che poi sono quelli che hanno patito i minori ribassi di prezzo, come abbiamo visto, e che sono rimasti nelle pance di chi li ha costruiti. Questo mattone invenduto dovrebbe finire in mano a dei fondi immobiliari, costituiti dagli stessi imprenditori, le banche e CdP, che ne propongono una valorizzazione sulla base della quale, con i soldi della CdP, si formulerà un’offerta ai fondi stessi per prendere in gestione questi immobili e metterli a reddito, potendo contare all’occorrenza sui 400 milioni che il viceministro alle infrastrutture ha annunciato saranno resi disponibili per il Piano: 150 milioni per il sostegno degli affitti e 250 per il sostegno fiscale per interventi sull’invenduto”.

Quindi un imprenditore che ha un palazzo incompleto e invenduto, potrà conferirlo a un fondo, che lo completerà con i soli dello stato e magari potrà affittarlo a canone calmierato, sempre coi soldi dello stato. Il tutto, ovviamente, per alleviare il disagio delle categorie deboli.

Per la cronaca, ricordo che l’ultimo Piano Casa, che prevedeva 20 alloggi disponibili per i più deboli entro il 2010, si sono perse praticamente le tracce. Ma state pur certi: il Piano torna sempre. E con tali premesse/promesse il Piano Casa arriverà al traguardo.

Piano, piano, però.

L’eurocaduta sostanziale del saggio di profitto

Mi risuonano echi di lontane memorie ricardian-marxiste mentre leggo nell’ultimo bollettino della Bce della caduta del margine di profitto delle imprese non finanziarie nell’eurozona e mi viene voglia di appoggiarmi alle seduzioni della teoria della stagnazione secolare, ormai in gran voga fra gli addetti ai lavori, visto che non riesco a capire perché le imprese dovrebbero tornare a credere nel mercato se il mercato non crede più a loro, ossia ai loro prodotti.

Forse davvero dobbiamo rassegnarci a un’epoca in cui i tassi di crescita, gravati dagli andamenti demografici, saranno appena sufficienti a rendere i debiti sostenibili, e persino al prezzo di grandi costrizioni dei bilanci pubblici – leggi del welfare – e di quelli privati, atteso che gran parte della correzione dovrebbe indirizzarsi verso la produttività, nella quale come sappiamo gioca parte importante il livello dei salari.

Ma decido di rifuggire dalla tentazione di semplificare. In fondo non sono qui per lanciare slogan, ma per offrire, per quanto nelle mie capacità, spunti di riflessione, informazioni e analisi che traggo dalle astruse elaborazioni di quelli che ne sanno più di me.

Perciò mi rassegno e leggo tutta la manfrina prodotta dalla nostra Banca centrale per scoprire come “i margini di profitto delle società non finanziarie (SNF) siano drasticamente calati durante la recessione del 2008/2009 e si sono ridotti anche durante gli ultimi due anni”:

Vale la pena sottolineare che tale margine viene misurato in termini di profitti unitari lordi, calcolati osservando l’andamento di un indice che ha al numeratore il risultato lordo di gestione e al denominatore il valore aggiunto reale che misura in sostanza il prodotto.

Poiché la questione si fa tecnica, credo sia meglio fermarsi un attimo per approfondire.

In particolare la definizione di risultato lordo di gestione merita di essere illustrata per evitare fraintendimenti.

In contabilità nazionale, secondo le definizioni Istat aggiornate al vecchio Sec95, il reddito lordo di gestione “corrisponde al Pil, diminuito delle imposte indirette sulla produzione e sulle importazioni, al netto dei contributi alla produzione e dei redditi da lavoro dipendente versati dai datori di lavoro residenti. Comprende tutti gli altri redditi generati dal processo produttivo oltre gli ammortamenti”.

Provo a tradurre: il risultato lordo di gestione equivale a quella parte dell’utile del’impresa derivante dalla gestione caratteristica od operativa che dir si voglia, ossia alla differenza fra il valore della produzione e i costi.

In pratica tale indicatore misura il reddito espresso dall’impresa in quanto tale. E’ chiaro che all’aumentare dei costi il risultato lordo di gestione peggiora.

Se noi utilizziamo il rapporto fra risultato lordo di gestione delle imprese e il valore aggiunto reale della produzione di queste imprese otteniamo un indicatore che misura l’incidenza del reddito aziendale, chiamiamolo così per semplificare, sul prodotto nazionale. Se il risultato di gestione è 10 e il valore aggiunto della produzione industriale è 100, il mio margine di profitto, misurato come profitto unitario lordo, è del 10%. Più aumenta il numeratore, a denominatore fermo, più aumentano i margini di profitto e viceversa.

Quindi quando parliamo di caduta dei margini di profitto, così come la Bce l’ha definito, intendiamo l’andamento declinante di quest’indice.

Scusate la premessa, però almeno adesso sappiamo di cosa stiamo parlando.

Bene. Il grafico elaborato dalla Bce illustra che il margine del profitto, ossia l’incidenza dei profitti per unità di prodotto, ha subito una brusca caduta nel 2009, quando la decrescita arrivò a sfiorare il -5% a metà dell’anno rispetto all’anno precedente.

Poi il margine è tornato a salire, raggiungendo il suo picco all’inizio del 2011, quando ha ripreso a cadere. Alla fine del 2013, quando il grafico si chiude, il margine era a crescita sostanzialmente zero.

Secondo gli analisti della Bce, durante la caduta economica del 2008, la sofferenza del margine di profitto è da attribuirsi alla “reattività relativamente scarsa delle retribuzioni degli occupati. Di conseguenza, la quota dei profitti (sul valore aggiunto) è calata decisamente, portandosi su livelli inferiori alla sua media di più lungo periodo, dopo aver seguito una tendenza al rialzo prima della crisi”.

In effetti si vede con chiarezza che la quota del profitto lordo e netto delle imprese non finanziarie in percentuale del valore aggiunto  cresceva fino al 2007, quando stava in media sopra il 40% (lordo) e il 25% (netto), per poi inabissarsi in quelli successivi. Tale calo, peraltro, non si è arrestato.

A fine 2013 tale quota lorda risulta più bassa del 1999 e quella netta ancora di più, ormai sotto il 20%.

“La flessione delle quote di profitto – commenta la Bce – potrebbe avere diverse cause. Da un lato, esse riflettono il fatto che, nel contesto di debolezza economica prevalente per gran parte del periodo dal 2008, gli aumenti dei costi dei servizi del lavoro e del capitale non hanno potuto essere  trasmessi ai prezzi di vendita. Dall’altro lato, le quote dei profitti erano molto aumentate prima della crisi del 2008 e quindi risulta difficile confrontarne gli andamenti poiché non esiste un parametro affidabile del reale livello di lungo periodo di tali quote”.

Qualunque sia la ragione, che siano cresciuti i costi troppo adesso o che siano cresciuti troppo i profitti prima, rimane il fatto che ormai da più di quindici anni le imprese vedono decrescere sostanzialmente la propria quota di profitti.

Voi al posto loro cosa fareste?

 

 

Gli anziani gonfiano il mercato del lavoro europeo

M’inerpico sprovveduto lungo i pendii statistici elaborati dalla Bce nell’ultimo bollettino, dove un riquadro discorre degli andamenti recenti della partecipazione al mercato del lavoro nell’eurozona. E scopro con divertito stupore che “malgrado i periodi di severa recessione che hanno colpito lʼarea dellʼeuro negli ultimi anni, il tasso di partecipazione alla forza lavoro nellʼarea ha evidenziato andamenti (atipicamente) positivi”.

Quell'”atipicamente” mi attrae come una calamita e capisco, leggendo oltre, che come sempre quando si tratta di statistica è tutta una questione di definizioni.

Già, perché la Bce per calcolare il suo tasso di partecipazione fa riferimento alla popolazione compresa fra i 15 e i 74 anni, quando di solito si usa la classe 15-64 anni per definire la popolazione attiva. E poiché la stessa Bce nota che “lʼaumento del tasso aggregato di partecipazione è stato trainato soprattutto dalla crescita della partecipazione dei gruppi di età più avanzata (55-74), mentre la partecipazione giovanile (15-24) è andata calando”, se ne può dedurre agevolmente che sono gli anziani a trainare l’aumento della partecipazione al mercato del lavoro.

Che significa?

In pratica ciò evidenzia il crescente aumento del peso relativo dei fattori demografici sul mercato del lavoro rispetto ai fattori ciclici e strutturali.

Faccio un passo indietro.

Ricordo che il tasso di partecipazione misura la percentuale di coloro che sono occupati o cercano attivamente lavoro sul totale della forza lavoro, che, nel caso monitorato dalla Bce, dovremmo definire come il totale della popolazione compresa fra i 15 e i 74 anni.

Ebbene, il tasso di partecipazione nell’euroarea ha seguito un trend ascendente dal 2000 al 2012, collocandosi intorno al 64% nel 2014.

Il fatto che ciò sia accaduto durante un periodo in cui la disoccupazione aumentava non deve stupire, visto che, come ho detto, la partecipazione misura il totale di coloro che lavorano e coloro che cercano lavoro. Quindi in questo senso l’aumento dei disoccupati può far crescere il tasso di partecipazione se costoro continuano attivamente a cercare lavoro.

Ciò non toglie che il tasso di partecipazione avrebbe potuto essere più alto, se non fosse aumentata la disoccupazione, visto che “i cambiamenti nella distribuzione della popolazione hanno esercitato pressioni al ribasso sulla partecipazione al mercato del lavoro. Ciò si deve alla crescita delle fasce di popolazione con i tassi di partecipazione più bassi (quelle di età compresa fra i 55 e i 74 anni) e alla concomitante riduzione delle fasce con i tassi di partecipazione più elevati (principalmente la popolazione di età adulta)”.

Osservando i grafici prodotti nel riquadro appare di tutta evidenza che rispetto al terzo trimestre 2007 è notevolmente diminuito il tasso di partecipazione dei 15-24enni, quello della classe 25.54 è sostanzialmente stabile, mentre è aumentato significativamente quello della classe 55-64enni e risulta in crescita anche quello dei 65-74enni. In pratica, lo coorti più anziane sono quelle che hanno visto aumentare il tasso di partecipazione. E leggo questa indicazione come un chiaro segno del destino che attende le popolazioni europee: lavorare fino a un’età sempre più avanzata.

L’analisi si fa ancora più interessante se il dato viene disaggregato nei quattro paesi principali che compongono l’area, ossia Germania, Italia, Francia e Spagna.

L’incremento più evidente del tasso di partecipazione si è registrato in Germania dove l’indice, fatto 100 il livello del 2008, è arrivato a sfiorare 105 nel 2014. Italia e Spagna convergono verso 101, mentre la Francia è di poco sopra 100, ossia lo stesso livello del 2008.

La performance della Germania, spiega la Bce, “è dipeso in gran parte da variazioni della partecipazione nelle diverse fasce
dʼetà, in particolare quella dei lavoratori più anziani, forse dovute allʼattuazione delle riforme Hartz e alla progressiva eliminazione
delle opzioni di pensionamento anticipato fra il 2006 e il 2010. Dal 2009 i tassi di partecipazione hanno altresì beneficiato di un
aumento dellʼimmigrazione netta verso la Germania”.

In Francia “il modesto aumento del tasso di partecipazione è principalmente attribuibile a un incremento di quello delle fasce
di età più avanzata (dovuto a un aumento dellʼetà pensionabile)”.

In Spagna “la crescita della partecipazione fino al 2012 è imputabile soprattutto a cambiamenti positivi nelle decisioni di partecipazione (principalmente fra le persone di età compresa fra i 40 e i 64 anni)”. C’è da dire che dal 2013 il tasso spagnolo è notevolmente diminuito “in parte per l’uscita dei lavoratori stranieri”.

In Italia, dopo la contrazione registrata a partire dal 2008 per l’aumento dei lavoratori scoraggiati, che hanno di conseguenza ingrossato la classe degli inattivi,  ossia coloro che non studiano né lavorano, “a partire dal 2012 a partecipazione ha ripreso a salire, in parte per effetto della riforma pensionistica”.

Come si può notare le modifiche del welfare hanno impatti diretti sulla durata della vita lavorativa e, di conseguenza, sui tassi di partecipazione. Se vado in pensione pià tardi devo cercare lavoro anche a sessant’anni. E se ho una pensione bassa, o sussidi ridotti, pure a settanta.

Tutto ciò si intreccia con l’evoluzione demografica dell’eurozona, dove “la quota delle fasce di età più avanzata (caratterizzate da tassi di partecipazione inferiori) è destinata ad aumentare”.

Insomma, sempre più persone coi capelli bianchi, e sempre alla ricerca di un lavoro per sbarcare il lunario.

Così magari si sentono giovani.

 

 

L’Italia a crescita zero

Sicché un venerdì 13 come un altro l’Istat rivela, con grande sollievo nazionale, che la crescita del Pil sul trimestre precedente non c’è stata. Zero.

Strano a dirsi, l’azzeramento della crescita, lungi dallo spaventare, rassicura quasi, essendo terminata – si affrettano a scrivere i tanti commentatori – la decrescita.

Che poi a ben vedere non è così, visto che l’azzeramento del quarto trimestre completa comunque un 2014 con un segno negativo dello 0,4%, persino peggiore di quello -0,3% che il governo aveva vaticinato pochi mesi fa, e che comunque rispetto al quarto trimestre 2013 il calo è stato dello 0,3%.

L’indomani di questo venerdì 13, il titolo che mi suggestiona di più è quello del Sole 24 ore, che in prima pagina nazionale dice che “il Pil dell’Italia tiene” e in un sommario sottolinea come “L’economia italiana risale a zero”. Uno straordinario spiazzamento retorico. Il Pil che tiene risalendo a zero.

Mentre plaudo al titolista, che ha evidentemente a cuore il buonumore nazionale, il maledetto ficcanaso che insiste dentro di me mi dice due cose: la prima è che i margini dell’errore statistico, che gli istituti nazionali si guardano bene dall’evidenziare nelle loro note, oscilla su valori che somigliano agli andamenti del Pil italiano, ossia  più o meno uno 0,1-0,3%.

La seconda cosa è che conviene andarsi a vedere le voci che compongono questo miracoloso ritorno a zero.

Sicché corro a leggere per intero la nota Istat sul prodotto quando, improvvisamente, mi sovviene che prima di questo venerdì 13, così fortunato per l’economia italiana, c’è stato un giovedì 12 nel quale, sempre l’Istat, ha rilasciato un’altra nota che mi sembra importante quanto quella di venerdì 13, ma che però non ha ricevuto l’onore della prima pagina del Sole 24 ore, né di altri giornali altrettanto titolati.

Mi riferisco alle statistiche sull’andamento della popolazione. La vera crescita zero del nostro paese. Per la semplice circostanza che, a differenza delle statistiche del prodotto, che ingannano per senso e sostanza, quelle sulla popolazioni si limitano a raccogliere i numeri di morti e nascite. Niente algoritmi: semplice aritmetica.

Il fatto che tali dati non abbiano dignità di prima pagina, quando anche uno studente di economia sa perfettamente quanto sia stretto il legame fra le questioni economiche e quelle demografiche, dipende da una serie di ragioni, a cominciare dal luogocomunismo del nostro dibattere politico-giornalistico, a finire dall’importanza assoluta che il Pil ha conquistato nel tempo, essendo il denominatore di ogni indice di sostenibilità dei debiti, e quindi, in sostanza del nostro buonumore.

Decido perciò di tentare un esperimento e leggere insieme le statistiche del prodotto con quelle della popolazione.

Comincio dalla prima perché neanch’io sfuggo al luogocomunismo che fa credere che un buon Pil sia la panacea dei nostri mali economici.

Qui leggo che “la variazione congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nei comparti dell’agricoltura e dell’industria e di un aumento nei servizi. Dal lato della domanda, il contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte) è compensato da un apporto positivo della componente estera netta”. Quindi aumenta il prodotto nei servizi a scapito di agricoltura e industria, mentre la domanda estera compensa il calo di domanda nazionale.

Poi nel prospetto che sommarizza i tassi di crescita congiunturali noto che non è la prima volta che l’economia italiana “risale a zero”. Era già successo nel terzo trimestre 2013 e nel primo trimestre 2014. E poi è tornata negativa. Per la cronaca, l’ultima stima positiva del Pil è quella che risale al secondo trimestre 2011, con un +0,2%. Sempre ai confini dell’errore statistico.

Insomma, somigliamo a un motore inceppato, che tenta di mettersi in moto ma poi si spegne e che coltiva la speranza di partire perché ha nel serbatoio un po’ di benzina che arriva dall’estero. Faccio davvero fatica a comprendere come sia possibile che un paese che ha una notevole ricchezza finanziaria e patrimoniale come il nostro debba dipendere dalla domanda estera per far rialzare a zero il Pil.

Depresso, cambio argomento e volgo la mia attenzione alla nota demografica, che, se possibile mi deprime ancor di più.

Qui leggo che “regolarmente da un decennio si rileva una riduzione della popolazione di cittadinanza italiana, scesa a 55,7 milioni di residenti al 1° gennaio 2015. La perdita netta rispetto all’anno precedente è pari a 125 mila residenti”. Ciò significa che se non fossero arrivati nel frattempo cinque milioni e 73mila immigrati, non saremmo quei 60 e rotti milioni che ancora siamo, ma assai meno. E mi sovviene, mentre osservo questo dato, un vecchio grafico dell’Ocse, dove si misurava la crescita media del pil pro capite reale del paesi del gruppo fra il 2000 e il 2011 e spiccava il nostro, unico ad avere un tasso negativo dello 0,1%.

Sempre lì siamo, da un quindicennio.

Se fossi un economista mi proporrei di studiare la correlazione fra andamento demografico e (de)crescita del prodotto. Ma poiché non sono capace, mi tengo la domanda e vado avanti.

Sempre nella nota Istat leggo che  “al 1° gennaio 2015 l’età media della popolazione ha raggiunto i 44,4 anni. La popolazione per grandi classi di età è così distribuita: 13,8% fino a 14 anni di età, 64,4% da 15 a 64 anni, 21,7% da 65 anni in su”.

Se fossi un economista, mi chiederei quale sia la propensione al consumo di beni agricoli e industriali, e quale invece la domanda di servizi, di una popolazione che per oltre un quinto è anziana,  e quale sia la sua propensione a fare investimenti, tipo comprare una casa. Ma poiché economista non sono, mi tengo anche questa domanda e continuo a leggere.

Scopro che per la prima volta dall’Unità d’Italia le nascite sono arrivate al minimo di 509 mila e che i morti sono stati 597 mila, quattromila in meno rispetto al 2013. Il combinato disposto ha generato un aumento della speranza di vita, confermandosi l’Italia un buon Paese per la terza età.

Rimane il fatto che senza l’afflusso degli immigrati saremmo in decrescita, anche demografica. E che anche gli immigrati arrivano sempre meno: il saldo migratorio con l’estero, positivo per 493 mila unità nel 2007, è arrivato nel 2014 a 142 mila.

A ciò si aggiunga che il saldo migratorio per gli italiani risulta negativo per 65 mila unità, il 20,25% in più rispetto al 2013. Aumentano, perciò, quelli che vanno via dal Paese. E lascio alla vostra immaginazione di ipotizzare a quale classe d’età appartengano.

Noto infine che, anche al lordo dell’effetto positivo dell’immigrazione, “nel 2014 la popolazione residente consegue un incremento demografico dello 0,4 per mille, il più basso degli ultimi dieci anni. In termini assoluti l’incremento è pari ad appena 26 mila unità, il che determina una popolazione totale di 60 milioni 808 mila residenti al 1° gennaio 2015”.

L’incremento dello 0,4 per mille della popolazione mi fa pensare immediatamente alla risalita a zero del Pil del quarto trimestre. E allora capisco che il Pil fotografa ciò che l’Italia è diventata in questi ultimi dieci e passa anni: un Paese che non vuole più crescere, ma solo invecchiare in pace.

L’Italia è a crescita zero.

Il problema è che le piace.

 

 

Il petrolio (verde) fa dimagrire i tacos

Tendo a divagare, ormai lo sapete. Perciò non vi stupirà notare come, nell’incedere, il mio discorso socieconomico s’imbatta in questioni che possono parere speciose, ai cultori della materia, ma che invece hanno esiti imprevedibili e sostanziosi, nel senso dell’economia sostanziale.

Mi chiedo, ad esempio, se noi tutti siamo consapevoli della possibilità che esista una sorta di trade off, nel senso che la teoria economia da a questa parola, fra il costo dell’energia e quello del cibo. E che tale effetto, ossia che l’andamento dell’una impatti negativamente su quello dell’altro, si esasperi se si prende come riferimento non solo l’energia in generale, petrolio in primis, ma quella verde in particolare, dove, vale a dire, trionfa l’ipocrisia dei buoni sentimenti della nostra società.

Questo dover decidere se nutrire le macchine o le persone, col pretesto peraltro di inquinare meno, mi appare veramente un segno del nostro tempo che non potevo esimermi dal raccontarvi qui, dove discorro fra l’altro di come la peste economicistica sia divenuta pandemica.

Devo dire, tuttavia, che non ci avrei mai pensato se non avessi scorto fra le pubblicazioni della Bis un paper assai suggestivo “The biofuel connection: impact of US regulation on oil and food prices”.

A merito degli autori l’aver esplorato una connessione così interessante. A demerito mio l’averne tratto uno spunto di narrazione che nessun economista di buon senso si sognerebbe di asseverare. Ma per fortuna io, che economista non sono, posso divagare e godermi il paesaggio.

Leggendolo, scopro che gli accademici dibattono da anni sui guasti che i carburanti verdi, ossia derivati da materiali agricoli, possono provocare, premendo sulla domanda, sul costo dei generi di prima necessità. E che, ciò malgrado, sin dai ’70 i paesi avanzati, come sempre ansiosi di sbarazzarsi del petrolio, con la scusa magari di inquinare meno, hanno implementato programmi di promozione dei biocarburanti, senza che peraltro si siano segnalati particolari scossoni dei prezzi fino alla metà degli anni 2000.

Da allora in poi i prezzi delle commodity alimentari hanno iniziato a salire significativamente, come peraltro è accaduto anche a quelli dei metalli e dei prodotti energetici. Fino a quando, nella seconda metà del 2014, le commodity hanno iniziato a declinare, anche vistosamente. Alcuni ci hanno visto l’esaurirsi del cosiddetto “superciclo” delle materie prime, iniziato dai livelli assai bassi di metà anni ’90 ai record della seconda metà dei 2000.

Sia come sia, i dati, ricapitolati in un grafico dello studio, mostrano che l’indice delle commodity legate al cibo, fatta 100 la base 1992-99, è arrivato a quasi 200 fino al 2008, poi è sceso e quindi ha ripreso la sua corsa superando il livello del 2008 e mantenendo un trend incerto fino alle metà del 2014, quando ha cominciato a decrescere.

Assai più volatili, il metallo e l’energia hanno toccato, rispettivamente, l’indice 400 e 700 nel 2008, per poi crollare e riprendere la corsa nel 2009. A fine 2014 vediamo l’indice del cibo poco sotto 200, quello dei metalli a 300 e quello dell’energia a 500.

Ma poiché qui di cibo voglio trattare, noto, sulla scorta degli autori del paper, che l’incremento del prezzo delle commodity alimentari, in particolare riferito a mais, zucchero e soia, ha iniziato a impennarsi dalla seconda metà del 2006.

Un anno prima gli Usa avevano approvato l’Us energy policy act (EPAct) col quale si imponevano maggiori quote di additivi bio nei consumi energetici statunitensi. L’etanolo, ad esempio.

Da qui la domanda se l’introduzione della normativa abbia avuto conseguenze sul prezzo di queste materie prime che, lo ricordo, hanno un effetto diretto sul costo di molti generi alimentari, specie nei paesi più poveri.

L’analisi parte dalla constatazione che usare l’etanolo a fini trasportistici è stato sempre un sogno dell’industria automobilistica americana, sin dai tempi di Henry Ford. Fin quando, nel ’78, una legge concesse sgravi fiscali all’industria dell’etanolo. Il mercato dell’etanolo ebbe un altro scossone nel 1990, quando un’altra norma impose una percentuale minima di additivo verde al gasolio per ridurre le emissioni inquinanti. Il candidato naturale, l’etanolo appunto, fu però rimpiazzato dall’MTBE (methyl tertiary butyl ether), un derivato del petrolio , più economico, che però si scoprì fosse dannoso per l’ambiente e persino cancerogeno.

Sicché si arrivò alla legge del 2005, che vietò l’uso di questo derivato riportando di fatto l’etanolo in auge.

Alcuni obiettarono che puntare sull’etanolo avrebbe potuto causare incrementi del prezzo del mais che in effetti, scrivono gli autori “si materializzarono in fretta”.

Il mais, che si trattava sul mercato fra i 2 e i 3 dollari al bushel da almeno vent’anni raddoppiò di prezzo fra il giugno del 2006, quando la legge divenne operativa, e il febbraio del 2007, raggiungendo il picco dei 6,5 dollari a giugno 2008.

Ciò ebbe effetto sulla produzione. Nel 2000 solo il 5% della produzione americana di mais era usata per la produzione di etanolo. Nel 2010 tale percentuale era già arrivata al 35%, a dimostrazione dell’incredibile effetto calamita dei prezzi.

Ma soprattutto ciò potrebbe aver determinato la creazione di un link fra il prezzo del mais e quello del petrolio: una crescita maggiore del prezzo del petrolio rispetto a quella dell’etanolo è capace di spingere i produttori di motori a incentivare un uso maggiore dell’etanolo rispetto al petrolio. Quindi, oltre alla pressione sui prezzi provocata della regolamentazione americana sui biocarburanti, il povero mais rischia di dover fare i conti con quello che succede ai prezzi del petrolio.

Ecco: in questa saldatura fra il cibo delle macchine e quello delle persone per il canale dei prezzi, ossia per il tramite della variabile economica, trovo la più esemplare eterogenesi dei fini della nostra società tecnologicamente (e ipocritamente) evoluta, dove ogni cosa si misura in termini di costo-opportunità. Sia che si parli di macchine che di persone.

Gli autori costruiscono un modello econometrico per illustrare la fondatezza della loro ipotesi, che vi risparmio, perché nel frattempo il mio eterno divagare mi rappresenta con chiarezza un ricordo, una delle tante immagini che la mia memoria ha registrato e catalogato sotto la voce “crisi”.

Mi ricordo, vale a dire, di quando in Messico scoppiò la rivolta della tortilla, all’inizio del 2007. Per quei pochi che non praticano il cibo messicano, la tortilla è la cialda di mais dentro la quale si mettono i numerosi ingredienti dei tacos. In quel tempo il prezzo del mais esplose a tal punto che il costo della tortilla divenne proibitivo, mettendo a repentaglio l’elemento base dell’alimentazione locale.

Provo a mettermi nei panni del Messico, che fra le altre cose è un produttore ed esportatore di petrolio e al contempo un forte importatore di mais dagli Stati Uniti. Allora: se il petrolio rincara aumentano le entrate da esportazione, ma al contempo il caro-greggio spingerà i produttori di motori americani verso un maggiore uso di etanolo, grazie anche agli incentivi del governo, che finisce col far salire i prezzi del mais, che l’America esporta in Messico. Ecco che un bene per l’economia messicana, ossia l’aumento del petrolio, diventa un male.

Se invece diminuisce il petrolio il Messico vede alleggerirsi una delle principali voci dei suoi bilanci, con tutte le conseguenze fiscali che possiamo immaginare, anche se magari i tacos costeranno meno. Ecco che un male diventa un bene. Se foste messicani, cosa preferireste?

La mia sensazione è che, qualunque sia la scelta, il taco è destinato semplicemente a dimagrire, una volta che si sia creata una connessione fra i prezzi dell’energia e quelli dei beni alimentari.

Ricordo ancora che le notizie di rivolte per il caro-cibo sono diventate sempre più frequenti, dal 2008 in poi, e per giunta in paesi diversissimi fra loro: dall’Asia all’America Latina.

Chiudo la parentesi e torno a leggere il mio paper, che ancora riserva alcune informazioni.

Gli autori hanno analizzato anche altre colture, ossia grano, zucchero e cacao, potenziali sostituti del mais per alcune applicazioni industriali. Il grano però non può essere utilizzato per la produzione di biofuel, quindi il prezzo del greggio può avere solo un effetto indiretto su quello del grano. Lo zucchero al contrario è l’elemento principale della produzione di etanolo in Brasile, quasi un competitor del mais americano. Tuttavia “le alte tariffe all’import di canna da zucchero hanno notevolmente ridotto gli spazi di mercato negli Usa di questa commodity nel settore del biofuel”. Il cacao infine non ha nessuna afferenza con il biofuel.

Le conclusioni sono che il prezzo reale del grano non esibisce significative reazioni statistiche al variare del prezzo del greggio o della domanda globale. Lo zucchero è più sensibile, sia agli shock della domanda globale che a quelli del petrolio. Ma anche in questo caso l’effetto tende a sparire in alcuni mesi. Il cacao è appena sensibile all’andamento del masi, ma per nulla al petrolio.

Insomma: il problema riguarda solo il mais.

C’è un altro punto che è interessante osservare: i canali di trasmissione del “contagio” fra mais e petrolio.

Lo studio ne individua due: la politica monetaria accomodante e il ruolo dei fertilizzanti e dei costi di trasporto.

La prima, agendo fra le altre cose in maniera espansiva sulla domanda, spinge i prezzi delle commodity in alto. I tassi bassi, che tale politica provoca, spingono altresì in alto i prezzi del greggio, senza contare che aumenta la domanda di investimento verso i prodotti commodity-related. Infine, tramite il canale finanziario (futures) si ottiene lo stesso effetto.

Quanto ai fertilizzanti, essendo sostanzialmente derivati del petrolio, un uso più intensivo del suolo per coltivazioni ha un effetto diretto sui prezzi dell’energia, così come la necessità di dover coprire sempre maggiori distanze per trasportare i beni prodotti.

In sostanza, concludono gli autori, “la liquidità globale ha un impatto significativo sugli shock strutturali delle domanda globale per l’industria delle commodity e sembra aver impattato sul petrolio e sui prezzi del cibo attraverso questo canale”.

Il problema adesso è capire come si svilupperà il mercato americano. Se, vale a dire, si andrà o meno verso una quantità maggiore di etanolo nel gasolio. “I futuri sviluppi dei prezzi dipenderanno significativamente dai prossimi passi dei regolatori”, conclude il paper.

Insomma: se le autorità Usa spingeranno sull’etanolo, il prezzo del mais potrebbe salire ancora, con buona pace per il taco.

E i messicani?

Mangino brioches.

C’è un solo vincitore nel gioco del petrolio

Leggo in clamoroso ritardo e con un pizzico di benevola invidia le dichiarazioni del presidente americano che annuncia, nel suo discorso all’Unione, che non solo gli Usa si sono lasciati alle spalle la recessione, ma che dinanzi a loro splende radioso il sol dell’avvenire, dove i redditi e le disuguaglianza cresceranno in ragione inversamente proporzionale e finalmente le donne che lavorano verranno pagate quanto gli uomini. Per un attimo vorrei essere un cittadino americano.

Poi mi ricordo che i politici usano la retorica di mestiere, almeno quanto gli economisti dicono di non farlo. E sarà per questo che è nata l’economia politica.

Obama, infatti, sorvola con signorilità sulle ragioni della presunta uscita Usa dalla recessione, omettendo anche di ricordare che ha avuto, e avrà ancor più in futuro, un costo. Non per gli Usa magari, evidentemente memori di quanto ebbe a dire uno dei loro magnati. Ossia che ciò che andava bene lui sarebbe andato bene per gli altri. Piaccia o no.

Abbandono queste riflessioni perché nel frattempo il Fmi ha rilasciato l’aggiornamento del suo World economic outlook, che come succede ormai da anni rivede al ribasso le previsioni di crescita. Lo scorro rapidamente e vi trovo due considerazioni assai utili.

La prima ammette che il calo dei corsi petroliferi avrà un effetto positivo sulla crescita globale, che poi è il mantra che recitano un po’ in tutte le lingue i vari banchieri centrali. Aggiungendo però che tali effetti positivi “è previsto siano più che compensati dai fattori negativi, incluso la debolezza degli investimenti”.

La seconda nota che “da settembre il costo del petrolio è diminuito del 55%”. Per darvi un’idea molto generale, se consideriamo il corso attuale, intorno ai 50 dollari, mediando il valore Brent/Wti, vuol dire che in pochi mesi il barile ha perso quasi 60 dollari. Ciò vuol dire che seguendo la recente stima di un banchiere della Fed, c’è un potenziale trasferimento di ricchezza da circa 2.000 miliardi di dollari dai paesi produttori a quelli importatori.

Pure se il petrolio si stabilizzasse intorno ai 60 dollari, come stimano alcuni analisti, ciò equivarrebbe comunque a un notevole trasferimento di potere d’acquisto dai paesi produttori a quelli importatori, che sono i primi sconfitti dal crollo dei corsi petroliferi e quelli che adesso prima e più degli altri devono fare i conti con le turbolenze finanziarie determinate da questo scossone.

Tale trasferimento di ricchezza, tuttavia, è quello che fa sorridere gli ottimisti: i paesi consumatori avranno la possibilità di fare investimenti meno costosi, potendo peraltro i consumatori disporre di più risorse, costando meno la bolletta energetica. Sicché il combinato disposto potrebbe dare un contributo alla crescita (più investimenti e più consumi).

Senonché il Fmi ricorda che c’è anche il lato oscuro della forza.

Il calo del petrolio, paradossalmente, può indebolire ulteriormente i già deboli investimenti globali, che risentono del peso negativo delle aspettative. Queste ultime, in barba ai ragionamenti “petroliferi” puntano ancora al ribasso, proprio come le previsioni di crescita.

E poi c’è la questione dei paesi produttori che, per il principio dei vasi comunicanti, disporranno di meno risorse, visto il trasferimento in corso di ricchezza verso i consumatori. E non conosco nessuna teoria economica che ipotizzi che un dollaro speso in Arabia Saudita abbia effetti moltiplicativi minori di uno speso negli Stati Uniti.

Per farvela semplice: l’aumento della capacità di spesa dei consumatori, ammesso che venga utilizzato, viene annullato dalla diminuzione della capacità di spesa dei produttori, alcuni dei quali, è bene ricordarlo, soffrono di qualche altro problemino. Pensate solo alla Russia, per la quale il Fmi ha ipotizzato per il 2015 un calo del Pil del 3%.

E poi c’è il rischio da interessi. Molti paesi emergenti si sono indebitati in dollari, contando sui loro ricavi petroliferi e sul costo ridotto degli interessi. Il venir meno dei ricavi petroliferi e l’avvio della stretta monetaria della Fed cambia sostanzialmente lo stato della sostenibilità di questi debiti. “Le economia emergenti sono particolarmente esposte”, osserva il Fmi. Ma questo lo sapevamo già.

E sorvolo sulla circostanza che il calo petrolifero ha effetti deflazionari, come stiamo vedendo in Europa, con chiare conseguenza sulla sostenibilità dei bilanci, privati e pubblici.

Ciò spiega perché, a livello globale, il calo del petrolio non basta a rilanciare la crescita, che infatti è prevista al ribasso per quasi tutti i paesi, con la vistosa eccezione degli Usa, come dice Obama.

“La ripresa negli Usa è più forte di quanto previsto – conferma il Fmi – mentre le performance economiche di altri grandi paesi – il più degno di nota è il Giappone – sono cadute più di quanto previsto”. Alla faccia del BoJ, viene da dire.

Quindi, parafrasando il Fmi, potremmo dire che la crescita globale è prevista al ribasso, tranne che per gli Usa. Dove peraltro il dollaro si è apprezzato del 6% in termini reali rispetto ad ottobre 2014, al contrario di euro e yen, svalutati del 2% e dell’8%.

Rimane la domanda: perché o produttori di petrolio, a cominciare dall’Opec, hanno deciso di lasciare inalterata la produzione?

La risposta si trova fuori dalla logica dell’economia?

Forse la considerazione che il gioco del petrolio per ora veda solo un vincitore è un indizio.

Ma non ditelo a Obama.

 

Il mattone tedesco terremotato dal QE di Supermario

La Buba, il QE e il caldo mattone tedesco. Se fossi un commediografo potrei tratteggiare così l’ultima uscita di Andreas Dombret (“The German real estate market – cause for concern?”), componente della Bundesbank alla Haus & Grund Deutschland.

Ma poiché non ho talento teatrale, a differenza di tanti insospettabili banchieri, devo contentarmi di farvela semplice: fra le tante ragioni per le quali la Buba ha vissuto come una inevitabile seccatura il QE di Supermario, c’è la circostanza che il mercato immobiliare interno della Germania, già surriscaldato, rischi di diventare bollente se, come è ipotizzabile, la manovra della Bce alzerà la già elevata propensione al rischio degli operatori finanziari sempre più alla ricerca disperata di rendimenti.

Dombret esordisce spiegando che “l’economia tedesca è in buona forma”. Ed è difficile dargli torto osservando i dati che presenta all’uditorio. Le imprese tedesche, osserva, hanno i costi sotto controllo, il loro debito non è particolarmente alto e dispongono di un’ampia dotazione di prodotti graditi all’estero. Anche se “l’economia tedesca è supportata dal consumo”. Ma anche qui le prospettive sono buone. La disoccupazione è bassa e i salari reali sono cresciuti anche grazie al crollo dell’inflazione.

Sicché la previsione di dicembre era di chiudere il 2014 con una crescita dell’1%, prevista all’1,6% nel 2015, e forse ancor di più se i corsi petroliferi continueranno a declinare.

Senoché il calo del petrolio mette in fibrillazione i prezzi dell’area, spiega, e fa saltare il target del 2% di inflazione.

Qui scorgiamo la differenza di vedute fra la Buba e gli altri colleghi europei. La Buba non vedeva nessuna necessità di agire così repentinamente, o almeno non con lo strumento di un QE che, sottolinea Dombret echeggiando quanto già detto dal boss Weidmann, “fa aumentare i rischi”:

E nella prima linea dei rischi tedeschi, come più volte la Buba ha osservato, ci sta proprio il mercato immobiliare.

Il perché è presto detto. “Le bolle sui prezzi son particolarmente problematiche quando l’acquisto di asset è finanziato per lo più col credito. L’immobiliare è un esempio calzante”. Al momento i prestiti per mutui pesano circa il 43% di tutti i prestiti al settore privato. Tenete a mente questo dato.

Quando i prezzi dell’immobiliare salgono, spiega Dombret, le banche, pensando che tale trend continuerà, producono credito addizionale alimentando la salita dei prezzi. Meccanismo che molti paesi europei hanno sperimentato sulla loro pelle. Fino a quando la bolla esplode, con le conseguenze che abbiamo imparato a conoscere.

“Per questa ragione noi (della Buba, ndr) monitoriamo il mercato immobiliare molto da vicino”.

Interessante a questo punto capire come si eserciti tale sorveglianza.

Per parlare di bolla, spiega Dombret, devono coesistere tre condizioni: innanzitutto una crescita dei prezzi non giustificata dai fondamentali economici; poi una crescita dei prestiti per mutui e infine, un allentamento delle condizioni sottostanti all’erogazione di credito.

La prima questione richiede un’analisi dell’andamento dei prezzi immobiliari in Germania. Negli ultimi 20 anni, osserva, la dinamica dei prezzi tedeschi è stata moderata rispetto al resto dell’eurozona. “Tuttavia i prezzi sono cresciuti in alcune zone della Germania a partire dal 2010, anche se nel corso del 2014 sono leggermente diminuiti”.

In dettaglio, dal 2010 i prezzi sono saliti in media del 7% l’anno nelle sette principali città tedesche, mentre nelle città di medie dimensioni sono aumentati, sempre in media, ogni anno del 5%. Considerando la Germania come un tutto, la crescita si abbassa al 3% annuo.

Dobbiamo dedurne che siamo in presenza di una bolla? “Per la Germania come un tutto la risposta è no”. E tuttavia “noi stimiamo che le proprietà immobiliari sia sopravvalutate di circa il 20% nelle città medio-grandi, e forse di più nelle città più grandi. Le dinamiche dei prezzi, comunque, si sono indebolite”.

Riguardo il secondo aspetto, ossia i prestiti, Dombret nota che è divenuto più facile finanziare gli acquisti a causa dell’abbondante liquidità a disposizione e i tassi molto bassi.

Il tasso medio per un nuovo prestito è intorno al 2,3%. E poi c’è la circostanza che gli investimenti alternativi al mattone hanno rendimenti molto bassi. Il che può incoraggiare un investitore a far debiti per comprare immobili da mettere a reddito. “Ma gli investitori dovrebbero ricordare – sottolinea – che un alto rendimento implica un alto rischio”.

Ebbene, il volume del credito per mutui “è aumentato costantemente dal 2010, anche se inizialmente con un passo moderato. A novembre 2014 il tasso di crescita anno su anno è stato del 2,5%, più che nella zona euro”.

Nell’insieme tuttavia, osserva, i prestiti per mutui non sono cresciuti eccessivamente. “Questo ci porta al terzo punto: gli standard creditizi per la concessione di mutui si sono allentati?”

La Buba ha condotto un’analisi su 116 banche tedesche, concentrandola in 15 città dove i prezzi sono saliti parecchio e su altre nove dove sono cresciuti meno. I risultati mostrano come “non si intravedono segni di problemi”. “Al contrario – sottolinea – l’indagine mostra come le banche non abbiano allentato i loro standard creditizi, mentre è accaduto il contrario, anche se moderatamente, nel resto dell’eurozona”.

Questo risultato, tuttavia, nasconde alcune implicazioni. La stessa survey, infatti, ha mostrato un’ampia quantità di mutui con un elevato rapporto Loan to value.

Ciò vuol dire che il prestito eccede il mortgage lending value, ossia il valore dell’immobile che la banca mette a collaterale del mutuo. Il che non è di per sé fonte di squilibrio, spiega, visto che il debitore può offrire altri suoi asset a garanzia. “E tuttavia l’alta quota di tali mutui concessi indica che ci possa essere una vulnerabilità strutturale nel sistema bancario tedesco in caso di crisi del mercato immobiliare”.

La Buba, perciò vigilerà sempre più da vicino l’evoluzione del mercato. Tenendo a mente che “la decisione della Bce di comprare bond governativi segna l’inizio di una nuova era nel mercato dei capitali, e dobbiamo tenerlo a mente, visto che ciò comporta un aumento del rischio nella creazione di bolle, non ultimo nel settore immobiliare”. “Il mondo – evidenzia – è diventato un luogo più pericoloso per gli investitori”.

L’immobiliare poi risente particolarmente del deteriorarsi del quadro macroeconomico. Perciò la Buba ha simulato diversi scenari per valutare i rischi sistemici. E se l’ipotesi di uno shock locale del mattone trova le banche tedesche attrezzata, uno shock sistemico del mattone, come peraltro sono stati gli shock degli ultimi vent’anni, le trova incapaci di mantenere i requisiti previsti di capitale.

“E poi – avverte – c’è un’altro pericolo che bisogna tenere a mente:la possibilità di un’inversione nel trend dei tassi di interesse“. Last, but not the least, c’è anche la questione del rischio di cambio.

La vicenda svizzera, che ha provocato lo sganciamento del cambio fisso con l’euro, “potrebbe aver creato problemi a chi si era indebitato in franchi svizzeri”. “Se i default dovessero aumentare le banche potrebbero finire in difficoltà”, anche se, “a differenza di Austria e Polonia i prestiti in franchi svizzera in Germania hanno una dimensione limitata: circa 2 miliardi di euro in valore corrente a fronte dei circa 1.000 rappresentato dai property loan tedeschi”.

Dombret conclude che “bisogna essere preparati per ogni eventualità”.

Io, nel dubbio, tocco ferro.

 

La cornucopia della Fed arrichisce il Tesoro Usa

Chi dovesse aver dimenticato il senso e l’utilità pratica del Grande Accordo Monetario fra stato e banchieri che ha dato origine più di 300 anni fa alla prima banca centrale, in Inghilterra, dovrebbe leggere l’ultima comunicazione della Fed dove si dà conto del notevole profitto che la banca centrale americana ha trasferito al Tesoro Usa alla fine dell’anno appena trascorso.

Parliamo di quasi 100 miliardi di dollari, per la precisione 98,7, che la Fed ha guadagnato grazie ai rendimenti dei suoi acquisti di bond decisi nell’ambito del Quantitative easing di questi anni e che dal mese di ottobre scorso sono cessati.

Senonché nel frattempo hanno notevolmente ampliato il bilancio della Fed, pressoché quintuplicato dal 2008 a oggi. Con la conseguenza che sono schizzati in alto i profitti dell’istituto.

Anche qui, qualche dato aiuterà a capire. Nel 2005 i profitti della Fed trasferiti al Tesoro superavano di poco i 20 miliardi. La prima impennata, di oltre il 50% fino poi a raddoppiare, arriva fra il 2008 e il 2009, ossia in corrispondenza del primo QE. I profitti arrivano prima a 31,7 miliardi, nel 2008, e poi a 47,4, nel 2009.

Ma è solo l’inizio della lunga marcia della Fed, che evidentemente è l’unica istituzione finanziaria che dalla crisi ha avuto solo benefici.

Nel 2010 i profitti arrivano nuovamente quasi a raddoppiare, passando a 79,3 miliardi, collocandosi a un livello che rimane stabile, con tendenza alla crescita, anche negli anni successivi, fino al record da 98,7 miliardi trasferiti del 2014.

Complessivamente, la Fed fra il 2008 e il 2014 ha trasferito al Tesoro 500,5 miliardi di dollari che se non hanno certo risolto i problemi di bilancio del Tesoro, di sicuro hanno comportato un certo sollievo alla contabilità pubblica americana. Evidentemente avere a disposizione una cornucopia come la Fed portà con sé, oltre ai noti benefici sui tassi di interessi e sulla sostenibilità del deficit, una delizioso effetto collaterale sotto forma di dividendo.

Peraltro la Fed si è anche mostrata un ottimo investitore. Il profitto netto del 2014, infatti, è superiore ai 98,7 miliardi, collocandosi a 101,5 miliardi, a fronte di ricavi derivanti da interessi su titoli per ben 115,9 miliardi di dollari.

I più sofisticati noteranno il simpatico corto circuito grazie al quale il governo, coi soldi dei contribuenti, paga alla Fed gli interessi sui titoli pubblici che la Fed a sua volta ha comprato con la sua fiat money, salvo poi restituire al governo gran parte dei suoi guadagni. Una perfetta situazione win win, che spiega meglio di ogni altro ragionamento perché le banche centrali siano state inventate, e la loro autentica natura di entità pubbliche.

Unire la potenza della moneta sovrana all’efficacia delle tecniche bancarie, creando l’ircocervo delle banche centrali, è stata, da questo punto di vista, l’innovazione più rilevante nella storia della finanza, anche se ormai questa invenzione comincia a mostrare l’usura del tempo.

Ai più curiosi ricordo che nelle sue operazioni di QE la Fed ha comprato Treasury securities, federal agency and government-sponsored enterprise (GSE) mortgage-backed securities (MBS), and GSE debt securities. E sottolineo che per i suoi servigi la Fed ha incassato dal Tesoro 3,6 miliardi di dollari, più altre svariate centinaia di milioni per spese operative. Quindi anche i banchieri ne hanno tratto evidenti benefici.

Al contempo, la Fed ha subito costi per 6,9 miliardi associati alla remunerazione delle riserve e dei depositi degli istituti aderenti al circuito e perdite per 2,9 miliardi per la rivalutazione di asset in valuta straniera al tasso di cambio calcolato alla fine del periodo. I dividendi totali per i soci della Fed sono stati di 1,7 miliardi.

Adesso la questione che bisognerà decidere è cosa fare dell’enorme quantità di titoli accumulati in bilancio una volta che i tassi torneranno a salire, presumibilmente dalla metà di quest’anno.

State pur certi, tuttavia, che i banchieri americani hanno capito con chiarezza che non esistono problemi. Ma solo opportunità.

Il macigno del debito che affossa il petrolio

Ho passato alcune settimane a cercare spiegazioni plausibili del crollo dei corsi petroliferi che non fossero stanche ripetizioni della vulgata. Finalmente ne ho trovato una che, a prescindere dagli elementi di verità che contiene, mi ha offerto una prospettiva originale, sulla quale non avevo ancora riflettuto, e che trovo utile condividere con voi. Sempre perché siamo qui per provare a capirci qualcosa.

Sono particolarmente grato perciò alla Bis, che nel suo ultimo Global liquidity ha dedicato un box proprio al petrolio, già dal titolo molto eloquente: “Oil and Debt”.

L’analisi è tanto breve quanto esemplare, e verrà approndita nel prossimo quaterly review di marzo, che perciò non vedo l’ora di leggere.

La premessa è che i cambiamenti nelle quantità di produzione e consumo non sembrano offrire una spiegazione convincente del brusco crollo delle quotazioni petrolifere, che è un modo elegante per dire che la vulgata non ha centrato il problema. I prezzi non sono caduti perché è calata la domanda di petrolio a causa della crisi.

Per arrivare a questa conclusione, l’autore usa i dati storici di due precedenti crisi ribassiste dei corsi del petrolio, quella del 1996-98 e quella del 2008-9 che, osserva “sono state associate a considerevoli riduzioni dei consumi, nel 1996, e a una significativa espansione della produzione, nel 2008. Ciò, sottolinea, “è in evidente contrasto con gli sviluppi avvenuti sin dalla metà del 2014, quando la produzione è stata vicina al livello previsto e il consumo solo leggermente più basso”.

Il calo del petrolio, quindi, non sembra determinato da un problema di eccesso di offerta, né da un calo di domanda. Il problema perciò va individuato non nell’economia reale, ma in quella finanziaria, ammesso che questa distinzione abbia un senso.

In particolare nel “nuovo elemento” che la Bis ha individuato. Vale a dire “la sostanziale crescita del debito nato nel settore Oil negli anni recenti”.

In effetti non ne avevo avuto sentore.

Secondo quanto dice la Bis “la maggiore disponibilità degli investitori a prestare usando le riserve di petrolio e i ricavi da vendita del petrolio come garanzia ha consentito alle imprese petrolifere di prendere in prestito grandi quantità di denaro in un periodo di forte indebitamento. Le emissioni di debito da parte delle compagnie petrolifere, sia investiment grade che speculativo, sono cresciute a un passo di gran superiore rispetto all’emissione complessiva, già consistente, di titoli di debito”.

Detto in soldoni, come possiamo agevolmente osservare da un grafico prodotto nello studio, la crescita relativa dei bond delle imprese energetiche denominati in dollari è stata quantomeno esuberante.

Nel 2003, infatti, i bond denominati in dollari i emessi dalle compagnie stavano sotto i 200 miliardi, a fronte di circa 2.000 di bond totali.

Le emissioni si mantengono sostanzialmente stabili fino al 2009, quando quotano circa 300 miliardi di dollari a fronte di circa 3.000 totali. Dal 2010 in poi l’l’aria cambia. Il valore relativo delle emissioni di bond energetici, chiamiamoli così, si impenna vertiginosamente.

Sicché si arriva al 2014 con oltre 800 miliardi di bond energetici a fronte di un volume totale di circa 6.000. Ciò significa che in un decennio il peso relativo dei bond energetici sul totale è passato da meno del 10% a oltre il 13%. “Il maggiore peso dei debiti – osserva la Bis – del settore oil può aver influenzato la recente dinamica del mercato petrolifero, esponendo i produttori a un rischio di liquidità e di solvibilità”.

Ciò in quanto il diminuire dei prezzi svaluta il valore dell’asset alla base del finanziamento, facendo fibrillare non poco i debitori. E in effetti gli spread sui titoli più speculativi del settore sono passati dai 330 punti base di di giugno 2014 ad oltre 800 punti base di gennaio 2015, molto più di quanto siano cresciuti gli spread nella classe equivalente di titoli di altri settori.

Ne consegue che i debitori possono essere costretti a vendere sottocosto per evitare la sofferenza finanziaria, contribuendo così a esacerbare il ciclo ribassista. Senza contare che i ribassi peggiorano anche la situazione della liquidità su questi titoli, mettendo le aziende anche di fronte al rischio di non poter pagare gli interessi. Per evitarlo, i produttori finiscono col produrre ancora più greggio, innescando ulteriori dinamiche ribassiste.

Tutto questo debito porta con sé l’aggravante che in gran parte è finito in capo ad aziende non Usa che prima non avevano l’abitudine di indebitarsi in dollari. Anche le oil company, insomma, sono finite nel bondage denominato in dollari che sta strangolando le economie emergenti. Che poi sono le stesse che in gran parte esportano il petrolio. “Se un dollaro più forte si accompagna a condizioni finanziarie più tese, le compagnie petrolifere dei paesi emergenti, che si sono indebitante notevolmente, saranno particolarmente colpite.

Chissà perché mi vien da pensare subito alla Russia.

Ma non solo. Il debito delle compagnie petrolifere dei paesi Opec è passato dalle poche decine di miliardi del 2006 a oltre 300 miliardi nel 2014. Quello degli altri emergenti, che quotava poco più di 200 miliardi nel 2006 nel 2014 è arrivato a 750 miliardi. In pratica il totale di Opec ed Emergenti equivale al totale dei debiti delle compagnie americane. Con l’aggravante che è denominato in dollari.

Ma c’è un’altra questione finanziaria che ha probabilmente appesantito il prezzo del petrolio, ossia il fatto che l’ampia liquidità ha favorito l’attività di hedging attraverso le operazioni sui derivati del petrolio, che non sono la benzina o il gasolio, ma i future.

“Vendere future o comprare opzioni put sono stati metodi, per i paesi produttori, di arginare le loro esposizioni alla elevata volatilità dei ricavi petroliferi. A partire dal 2010 i produttori di petrolio hanno sempre  più fatto affidamento su swap dealer come controparti per le loro operazioni di hedging. Costoro, di conseguenza, hanno visto aumentare la lor esposizione in future sul petrolio, come mostrano i dati. Le posizione degli swap dealers sul petrolio sono passate dalle circa 80 mila del 2007 alle oltre 480 mila di metà 2014.

Senonché l’aumento della volatilità sembra abbia consigliato a un certo punto gli swap dealer a smettere, o quantomeno a rallentare, la vendita di protezione ai produttori. In pratica si sono comportati prociclicamente. “E’ possibile – conclude lo studio – che i produttori, dovendo fare i conti con questa riluttanza e volendo tutelare i loro ricavi in calo, si siano rivolti direttamente ai mercati dei derivati, senza passare attraverso un intermediario. Questo spostamento della liquidità dei mercati di copertura potrebbe aver avuto un ruolo nelle recenti dinamiche di prezzo”.

Dunque: debito a go go e scommesse più o meno sconsiderate.

Messo in questi termini l’enigma del petrolio non è poi così enigmatico.

 

Divagazioni statistiche: il trionfo dell’economia immaginaria

Dobbiamo a Polanyi la più sintetica rappresentazione del problema economico. L’economia, scrisse nella Grande Trasformazione, è tutta una questione di prezzi. E in effetti tutta l’epopea ottocentesca che culminò nell’epopea walrasiana non si propose altro che trovare il livello dei prezzi capace di individuare l’equilibrio generale del sistema.

Ma tale visione è necessariamente statica. Ciò che trascura, per quanto elemento centralissimo del discorso economico, è il tempo.

Ciò, malgrado il tempo sia di fatto l’unica risorsa davvero scarsa con la quale dobbiamo fare i conti.

Se l’economia si propone di studiare i prezzi, non può sottrarsi dall’analisi del fattore tempo, per la semplice circostanza che, come ebbe a scrivere Benjamin Franklin, che non era economista ma viveva l’economia, il tempo è denaro.

Di conseguenza, il denaro è tempo, e ne abbiamo piena contezza solo ricordando che il tempo è la variabile alla base, insieme al capitale, della matematica finanziaria, dove il prezzo, ossia il tasso di interesse, è solo uno degli elementi dell’equazione.

Ma c’è di più. Il tempo, per chi sia lavoratore dipendente, è il denominatore degli indici di produttività e insieme della misura del salario. E gli esempi potrebbero continuare.

Come premessa di questa rapida ricognizione sul rapporto che oggi il tempo intrattiene con l’economia, vale la pena ricordare uno scritto di Keynes del 1930 (“Prospettive economiche per i nostri nipoti”) dove l’economista inglese profetizzava che nel giro di un secolo il problema economico, inteso come produzioni dei beni necessari per la sopravvivenza, avrebbe potuto essere risolto. Ciò avrebbe aperto un’altra questione che, nella visione keynesiana, non era strettamente economica: il tempo libero. “Per chi suda il pane quotidiano il tempo libero è un piacere agognato: fino al momento in cui l’ottiene”, scrisse.

Il fatto che il tempo libero per Keynes non fosse un problema economico ci dice molto dell’epoca in cui visse, ancora non pervasa dall’economia com’è la nostra. E anche della sua eredità culturale, necessariamente ottocentesca. Però nulla toglie alla sua intuizione.

Pertanto, immaginando un futuro in cui il problema della produzione dei beni necessari sarà risolto con poche ore di lavoro, “l’uomo si troverà di fronte al suo vero, costante problema: come impiegare la sua libertà dalle cure economiche più pressanti: come impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto (il corsivo è mio, ndr) gli avranno guadagnato per vivere bene, piacevolmente e con saggezza”.

Avvertendo al contempo che “non esiste paese o popolo che possa guardare senza terrore all’era del tempo libero e dell’abbondanza”. E concludeva: “Se gli economisti riuscissero a farsi considerare gente umile, di competenza specifica, sul piano dei dentisti, sarebbe meraviglioso”.

Ottantacinque anni dopo è interessante, e forse utile, andare a vedere dove siamo arrivati, cominciando da un’evidenza chiara a tutti: nei paesi occidentali l’orario di lavoro si è drasticamente ridotto. Di conseguenza il tempo libero si è notevolmente ampliato, germinando un’economia del tempo libero che cresce in ragione proporzionale al tempo libero stesso. Poi ci sarebbe pure da osservare che gli economisti sono diventate piccole star, ma questo in fondo importa poco.

Importa, al contrario, che il tempo rimanga la costituente dell’economia sostanziale che però, nel nostro evo, si sta sempre più trasformando in un’economia dell’immaginario.

Per darvene rappresentazione plastica vale la pena utilizzare alcune statistiche prese di peso dalla contabilità americana. Ossia il dato sul valore aggiunto per settori del prodotto nel 2013 (ultimo anno con i dati completi) e poi una sua estrapolazione, ossia la spesa per arte e cultura.

Come ho già detto altrove, considero gli Usa un ottimo punto di osservazione delle tendenze globali, sia per il peso specifico della loro economia, sia per l’altrettanto peso specifico nella cultura globale.

Un primo dato, estratto dalle statistiche sul Pil, ci consente di apprezzare il peso specifico del settore “Arts, entertainment, recreation, accommodation, and food services”, che come ognuno può comprendere ha estremamente a che fare col tempo libero, visto che trae il suo sostentamento dal fatto che qualcuno compri i suoi prodotti. Un artista, come uno chef, senza mercato non ha dignità di fenomeno economico. Ma nessuno comprerà un quadro o una pietanza al ristorante se non ha il tempo (e il denaro) per fruirne.

Bene, nel 2013 questo settore ha prodotto un valore aggiunto di 621 miliardi di dollari, a fronte dei 619 miliardi del settore delle costruzioni, assai più del settore agricolo (226,6 miliardi), delle miniere, (439 miliardi) o delle utilities (276), quasi al livello dell’Information (779 miliardi).

Ce n’è abbastanza per dire a coloro che si ostinano ad inseguire la mitopoiesi dell’economia reale versus l’economia finanziaria, che il vero discrimine oggi è fra l’economia della realtà e l’economia dei sogni, ossia l’immaginario. Ma che tutto ciò componga l’economia è fuori di dubbio, già per il semplice fatto che se ne occupa la statistica.

Un dato isolato, tuttavia, ci dice ancora poco. Sicché mi sono ripescato una release del BEA del 12 gennaio scorso titolata icasticamente “Spending on arts and cultural production continues to increase”.

Il dato è riferito solo alla spesa per arte e cultura, quindi, non esteso ai servizi di accoglienza o ristorazione, che fanno molto tempo libero. Dalle statistiche sul Pil (anno 2012) leggiamo però che il sotto settore “accomodation and food service” pesa 439,5 miliardi di valore aggiunto. Mentre quello arts&entertainment 155,9.

Ma nell’altra release leggo che il valore aggiunto dalle arts and cultural production industries (ACP) è cresciuto del 3,8% nel 2012 arrivando a quotare il 4,3% del Pil, pari a 698,7 miliardi. Sottolineo che il dato, riferito al 2012, è classificato diversamente rispetto a quello delle statistiche del Pil. E questo spiega la differenza di dati.

In particolare, il dato della seconda release tiene conto dell’indotto, ossia del contributo che queste produzioni portano al sistema produttivo. La BEA definisce questo indicatore “Art and Cultural Production Satellite Account”, ACPSA.

Il suo output equivale al valore di tutti i beni e servizi prodotti e acquistati, ad esempio biglietti del cinema o servizi di design. A fianco dell’output c’è anche l’ACPSA employment, ossia la quantità di lavoro che tali attività originano.

Scusate la premessa noiosa, ma in statistica le definizioni sono tutto, ed è meglio intendersi sul significato prima di iniziare a sparare dati.

Un utilissimo grafico mostra l’andamento dell’ACPSA rispetto al GDP dal 1998 al 2012. E ovviamente è una curva crescente. Il valore aggiunto delle attività propriamente dette, intorno agli 80 miliardi nel 1998,  nel 2012 aveva superati i 155, lo abbiamo visto nella statistiche sul Pil, ma il valore complessivo, compreso l’indotto è passato da poco più di 400 miliardi ai quasi 700 di fine 2012. Particolarmente vasto è il contributo dell’indotto, a dimostrazione che l’economia dell’immaginario ha esiti assai concreti.

La crescita di questo settore in relazione al GDP è costante. Salvo che nel 2009, quando ci fu una lieve flessione. La crisi, notoriamente, ha un effetto regressivo sui sogni.

Così come è costante l’output finale prodotto dalle ACPSA e dall’indotto, che nel 2012 aveva superato gli 1,1 trilioni di euro, la metà circa dei quali frutto delle aziende core, il resto dall’indotto.

A livello di posti di lavoro, nel 2012 queste ACPSA impiegavano fra aziende core e indotto, 4,7 milioni di persone, un milione delle quali nelle industrie core. Interessante notare come, mentre l’occupazione nelle aziende core sia sostanzialmente stabile nel tempo, quindi dal 1998 in poi, quella nell’indotto abbia subito una decrescita dal 2008 per stabilizzarsi intorno al 2010. Sempre perché le crisi provocano brutti risvegli.

Se restringiamo la timeline notiamo un’altra informazione assai preziosa.

Riferito al 2012 osserviamo che il principale contributo all’output delle aziende core ACPSA, pari a 239,8 miliardi, è arrivato dal settore advertising: la pubblicità. E che il contributo più rilevante dalle aziende dell’indotto, con un output di 118,4 miliardi è stato il broadcasting: la televisione, la radio e il cinema.

Se guardiamo ai dati fra il 2007 e il 2012, notiamo che l’advertising ha subito un calo di valore nel 2009 – sempre perché la crisi… – ma poi si è ripreso e non si è più fermato. La stessa cosa è successa al broadcasting.

Sul versante dell’occupazione, l’advertising non ha più raggiunto il livello del 2009, così come è successo al broadcasting. Ciò significa che l’aumento di valore non ha originato posti di lavoro. Il miracolo della produttività americana.

In ogni caso il combinato disposto di questi due settori definisce meglio di ogni altro ragionamento l’economia dell’immaginario, che cresce senza soluzione di continuità.

Il tempo libero diventa il luogo in cui si orientano i bisogni. Che perciò diventano teoricamente infiniti.

Il tempo libero è diventato economicamente significativo.

Il tempo, libero o meno, torna ad avere a che fare col denaro, come diceva Franklin nel XVIII secolo.

Mi chiedo come Keynes commenterebbe questi dati.

(2/fine)

Leggi la prima puntata