Etichettato: the walking debt

Le nuove “Compagnie” dello spazio

Volendo trovare un’analogia nella storia paragonabile al fiorire di collaborazioni fra il settore pubblico e quello privato nella “colonizzazione” dello spazio, si potrebbe pensare alle vecchie “Compagnie” che nel Seicento fiorirono in molti paesi europei per supportare la colonizzazione del nuovo mondo. A differenza di allora, oggi le nuove “Compagnie” sono sostanzialmente statunitensi, e nascono all’ombra di importanti accordi commerciali sponsorizzati dal governo, per aggiudicarsi i quali le grandi compagnie hi tech hanno letteralmente la fila. E anche oggi, come ieri, sono gli avventurieri i primi della lista. Il recente viaggio spaziale del patron di Amazon è solo la metafora di questa avventura in corso d’opera che sicuramente genererà nuovi clamorosi giri d’affari.

D’altronde il mercato dei servizi spaziali è sempre più ricco, anche se pochi ci fanno davvero attenzione. Ma basta pensarci un attimo per rendersene conto. L’esempio più immediato è quello dei sistemi di localizzazione: il GPS. Ormai tutti noi siamo geolocalizzati. E la fonte di queste informazioni è proprio lo spazio, dove abitano i satelliti che rendono possibile questa specie di miracolo.

Inevitabilmente queste opportunità hanno generato un mercato e una regolamentazione. E soprattutto ha generato una sostanziale egemonia degli Usa, che primeggiano nella corsa allo spazio e che oggi stanno guidando la nascita di queste nuove “compagnie” che stanno realizzando una sostanziale fusione fra spazio e digitale. Sono innanzitutto le aziende IT, infatti, a proporsi per supportare il governo nella sua corsa allo spazio. Anche qui, il caso di Amazon insegna, E così facendo si “proiettano” all’esterno. O meglio, proiettano all’esterno la cloud. Per quest’ultima, che si tratti di Terra o di spazio, è a ben vedere del tutto indifferente.

Da questa fusione emerge una “new space” economy che ancora si fatica a individuare e delineare nei suoi dettagli, ma che già ha fatto conoscere al grande pubblico alcune realtà come Space X, la società di Elon Musk che scommette sui viaggi orbitali e ha conosciuto, nel maggio del 2020, il successo nel suo primo test di volo con astronauta, oppure Blue Origin, la società di Jeff Bezos che si propone anch’essa di sviluppare sistemi di volo spaziale. Sia Musk che Bezos sono due ricchi visionari con la passione delle stelle, ma soprattutto dotati di gran fiuto per gli affari, e come i vecchi avventurieri secenteschi si sono subito lanciati nella sfida potendo anche contare su robuste sovvenzioni dal parte della Corona, ossia il governo. In ogni caso, l’integrazione dello spazio nella cloud diventa strategico al punto che queste società hanno annunciato di voler investire in costellazioni di satelliti. Ossia infrastrutture capaci di generare nuove rotte commerciali nella forma di traffico dati. Un po’ come fa Google quando stende un cavo sottomarino.

Che questa tendenza segnerà il nostro futuro c’è poco da dubitarne. Semmai rimane da capire se e in che modo la conquista dello spazio sia capace di mutare gli equilibri sulla terra. La disfida fra nazioni territoriali e nazioni digitali – le nazioni globali – si combatterà anche fuori dall’atmosfera. Ma gli effetti li vedremo sotto.

(2/fine)

Puntata precedente: Spazio, ultima frontiera del digitale

L’ultima scommessa della Russia: l’Artico

Che il futuro di Mosca passi dall’Artico sembra evidente dalla notevole spinta che il governo russo sta dando ormai da tempo ai suoi investimenti in questa terra remota, dove vive appena il 2% della sua popolazione, ma che produce il 6% del pil (dato 2018).

Non si può quindi discorrere del futuro dell’economia russa, e del suo doversi confrontare col difficile problema della transizione energetica, senza osservare ciò che accade nel profondo Nord, che oltre ad essere ricco di risorse naturali, con quelle energetiche in testa, oggi promette di tracciare una nuova rotta commerciale che, quanto agli effetti, è potenzialmente capace di mutare le regole di gioco.

La rotta artica, sponsorizzata dai russi, infatti, che lo scioglimento dei ghiacci sta trasformando in un’opzione trasportistica concreta, consente di risparmiare parecchi giorni di navigazione e di evitare tanti colli di bottiglia delle attuali rotte commerciali, dando un notevole vantaggio competitivo a Mosca che, a ragion o torto, si ritiene la legittima proprietaria di questa rotta.

Lasciando da parte quello che sarà il destino della Northern Sea Route (NSR), rimane il fatto che già oggi l’Artico è un asset fondamentale della produzione di gas liquefatto russo, come abbiamo già osservato, dopo essere stata a lungo la regione una grande produttrice di gas naturale. Ancora oggi, dall’Artico arriva l’80% della produzione complessiva di questa risorsa, mentre dal sito di Yamal-Nenets arriva il 60% della produzione di gas liquefatto (LNG), con la prospettiva, se i piani di lungo termine di Mosca andranno in porto, di portare la produzione dalle attuali 40 milioni di tonnellate di metri cubi a 54 milioni di metri cubi con la prospettiva di arrivare a 90 milioni entro il 2035.

Gas a parte, dall’Artico arriva anche molto petrolio – il 17% della produzione nel 2019 – e si prevede che tale contributo arrivi al 26% del totale entro il 2035.

Tutto questo è più che sufficiente a comprendere come per la Russia l’Artico e il suo sviluppo sia semplicemente una questione di vita o di morte. La transizione energetica, con i suoi tempi lunghi che accompagnano il cambiamento climatico trovano nell’Artico insieme un punto di incontro di divaricazione.

Questo non vuol dire che tutto sia semplice. La NSR, così come l’estrazione di petrolio e gas, devono fare i conti con un territorio estremo, difficile da raggiungere, e ancor più da abitare, dove l’abbondanza di risorse è associata a una grande avarizia della natura. I russi lo sanno perfettamente. Servono grandi quantità di risorse finanziarie e tecnologiche per trasformare l’Artico in una concreta opportunità.

Gli specialisti ricorderanno che nel 2013 i russi furono costretti ad abbandonare lo Shtokman field nel nord del mare di Barents, sulla penisola di Kola, che prometteva di essere un grande giacimento di gas, proprio per le enormi difficoltà a sfruttarlo. Quanto al petrolio, si stima che servirebbe una quotazione di almeno 80 dollari al barile per rendere sostenibili i pozzi artici nel lungo termine. Non proprio spiccioli. E in più a complicare il quadro sono arrivate anche le sanzioni occidentali, che riducono le risorse, sia finanziarie che tecnologiche, con la Russia ancora carente particolarmente verso queste ultime.

Ciò spiega perché di recente si parli così tanto della rotta commerciale. Il Northeast Passage è aperto fin dai primi anni ’90, ma con tonnellaggio modesto almeno fino al 2016. Di recente il traffico è aumentato, grazie alla creazione di depositivi a Yamal, e nel 2020 si è arrivati a 30 milioni di tonnellate di cargo spedite attraverso questa rotta. Anche qui, si stima che per il 2035 si arrivi a 130 milioni di tonnellate, grazie alle commodity estratte nell’Artico.

Tutto si tiene. E comunque le ambizioni russe si confrontano con le attuali 1,2 miliardi di tonnellate che passano da Suez. E anche questo dipende dal fatto che percorrere la rotta artica, malgrado lo scioglimento dei ghiacci, rimane complicato e costoso.

Inoltre, lo scioglimento dei ghiacchi, che favorisce le rotte artiche, porta con sé numerose controindicazioni, a cominciare dalle conseguenze che può avere sulle produzioni attuali: gli incidenti registrati nei giacimenti di gas e petrolio sono aumentati significativamente in corrispondenza di eventi climatici avversi, mentre le coste, dove sono allocate molte infrastrutture, sono soggette a notevole erosione.

Non è tutto oro quello che luccica, dice il proverbio. E la scommessa che la Russia sta portando avanti ne è la prova.

Cartolina. La fine della diseguaglianza

Siccome siamo diseguali, e fin troppo, signora mia, dobbiamo auspicare che i governi intervengano sempre più massicciamente – più di quanto già non facciano con le tasse – per raddrizzare il legno storto dei nostri redditi. Poiché in tale attivismo risiede la chiave della nostra futura felicità, c’è da auspicare che si sbrighino, i nostri governanti. Magari non vestiremo tutti di bianco, come auspicava Campanella nella sua Città del sole, ma avremo conti correnti simili, cosicché nessuno debba accigliarsi per la ricchezza del vicino, e neanche sforzarsi di somigliargli. Nell’eutopia alla quale sta lavorando il migliore dei governi possibili, avremo uguaglianza delle opportunità, del reddito, della ricchezza e persino dei consumi. Non ci saranno più plutocrati né poveracci. Solo cittadini egualmente dotati. La diseguaglianza, finalmente, non sarà più un problema. Toccherà trovarne un altro.

Come gli accordi commerciali hanno fatto crescere gli Usa

Un lungo approfondimento pubblicato dal PIIE ci ricorda un’elementare verità che spesso viene dimenticata nei variopinti dibattiti che animano il nostro discorso pubblico: il commercio è una fonte di sviluppo delle società, non un elemento dello sfruttamento capitalista. Vale la pena ricordarlo, in un’epoca in cui si tende a mettere sotto accusa la globalizzazione, per la semplice ragione che il mondo non è il migliore di quelli possibili, senza comprendere che senza commercio internazionale sarebbe probabilmente peggio. E peraltro ignorando che nella storia il commercio internazionale c’è sempre stato.

Stando così le cose, gli accordi commerciali, che per loro natura incardinano il processo economico in un quadro istituzionale, così stabilizzando le aspettative e quindi gli investimenti di lungo termine, sono lo strumento ideale per trasformare la naturale tendenza degli uomini a commerciare in un’attitudine governata. Ossia ciò che serve per mutarla nel carburante ideale di una crescita di lungo periodo.

Ciò che è accaduto negli Usa lo conferma. Gli accordi internazionali esaminati dall’Autorità americana per la promozione del commercio (Trade Promotion Authority, TPA) hanno giovato allo sviluppo dell’economia statunitense, e in particolare al settore dei servizi. L’analisi è stata svolta dall’United States International Trade Commission (USITC), un ente indipendente, che ha pubblicato un ampio rapporto dove si analizzano gli effetti di 12 accordi di libero scambio bilaterali e due accordi di libero scambio regionali, ossia il NAFTA, che regolamenta il commercio nel Nord America, e il CAFTA, accordo con l’area della Repubblica Domenicana e l’America Centrale.

Da un punto di vista quantitativo, questi accordi hanno permesso all’economia Usa di essere mezzo punto percentuale più grande di quanto sarebbe stata senza, che può sembrare poca cosa, se non fosse che questa crescita ha creato mezzo milioni di posti di lavoro e indirettamente favorito ulteriori scambi bidirezionale degli Usa con il resto del mondo. Tradotto in soldoni, significa che in media ogni famiglia statunitense ha potuto contare su un reddito superiore di 800 dollari annui (anno 2017), che sembra poco se non si considera che “anche prima della pandemia il 40% delle famiglie americane non poteva disporre di 400 dollari per coprire una spesa di emergenza”.

Aldilà delle quantità, è utile sottolineare che i canali attraverso i quali operano gli accordi commerciali sono la riduzione degli “attriti” degli scambi, per lo più tramite la riduzione delle tariffe. Di conseguenza sono diminuiti in media del 10% per i servizi finanziari, del 12% quelli aziendali, del 18% quelli di comunicazione. E così arriviamo alla sintesi dei risultati: “La maggiore integrazione dei mercati ha portato a un aumento della produzione del settore dei servizi negli Stati Uniti di quasi $ 100 miliardi e ha creato oltre 440.000 posti di lavoro: oltre il 90% del guadagno netto di occupazione rilevato nello studio. L’aumento della produzione di servizi è pari al 40 per cento della dimensione del surplus commerciale complessivo degli Stati Uniti nei servizi con il mondo nel suo insieme”. Dulcis in fundo, “il commercio può essere utilizzato per rafforzare le alleanze geopolitiche”. E scusate se è poco.

Gli effetti sulla diseguaglianza dei tassi bassi

Nella sua relazione annuale la Bis di Basilea ha svolta una lunga e ragionata disamina dell’annosa questione della diseguaglianza, ormai al centro di molte analisi che tendono a sottolineare quanto sia perniciosa in un contesto di crisi strisciante, per la semplice ragione che genera una domanda aggregata molto volatile. La polarizzazione della ricchezza, lo abbiamo visto tante volte, ha un effetto regressivo perché la propensione al consumo dei più ricchi è più bassa di quella dei più poveri, e poiché questi ultimi sono quelli che soffrono di più a causa delle crisi – lo abbiamo visto anche con la recente crisi generata dalla pandemia, la loro numerosità provoca un effetto pro-ciclico che aggrava la perdita di prodotto.

La risposta delle banche centrali e dei governi, in questo ultimo decennio, è stata sostanzialmente quella di stimolare l’economia con vari artifici, con le banche centrali in testa nell’innovazione con il varo di politiche monetarie alquanto aggressive il cui fine era insieme quello di abbassare il costo del servizio del debito e mettere a disposizione risorse finanziarie per “rianimare” la domanda di consumi e la capacità di produzione, quindi la domanda e l’offerta, attraverso il canale finanziario dei prestiti a tassi rasoterra e l’aumento dei bilanci delle banche centrali, che di tale disponibilità di risorse sono la controparte contabile.

Senonché tali politiche, com’è noto, generano molti effetti più o meno indesiderati, uno dei quali, osservato in dettaglio in un approfondimento della Banca, è l’aumento del valore degli asset, che ha un effetto indiretto sulla distribuzione della ricchezza, finendo con l’aumentarne la diseguaglianza. Per dirla con le parole della banca, “le politiche accomodative della banche centrale hanno ridotto la diseguaglianza dei redditi, avendo permesso un aumento dell’occupazione, ma qual è il loro impatto generale sulla diseguaglianza di ricchezza?”.

La distinzione fra diseguaglianza di reddito e di ricchezza è poco nota al grande pubblico, che in gran parte ignora anche quella di diseguaglianza fra i consumi e ancor meno si occupa di misurare la diseguaglianza di reddito prima e dopo l’imposizione fiscale. Roba da specialisti. La parola diseguaglianza infatti ormai vive di vita propria e viene agitata come un feticcio utile a reclamare maggiore intervento pubblico in nome di una astratta giustizia sociale.

Ma aldilà di questa deriva vagamente populista, il tema esiste e merita di essere approfondito. La diseguaglianza della ricchezza, infatti, tende a cristallizzare la distribuzione dei patrimoni, e quindi favorisce il processo di polarizzazione delle opportunità, gravemente compromesse anche dalle difficoltà dell’istruzione pubblica negli ultimi due anni.

Diventa perciò utile provare a capire come la politica dei tassi bassi e degli acquisti di asset perseguita dalle banche centrali favorisca questa tendenza, agendo per lo più sul valore degli asset non solo tramite il anale del tasso di interesse, che aumenta il valore attuale dei redditi futuri, ma incoraggia la loro acquisizione che viene perseguita anche dalle BC specie lungo la curva di lunga termine delle obbligazioni. Le conseguenza le abbiamo viste in questi anni: record di borsa e mattone alle stelle, con annessi e connessi rischi derivanti da grande volatilità.

Secondo la Bis “L’effetto degli acquisti di attività da parte delle banche centrali e dei tassi di interesse bassi a lungo sulla disuguaglianza della ricchezza dipende criticamente su chi possiede case, obbligazioni e azioni”. Quando i prezzi degli asset salgano, tutti se ne avvantaggiano, ma chi possiede ricchezza finanziaria, quindi azioni e obbligazioni, tende a godere di più di tali rialzi rispetto a chi magari ha solo una casa di proprietà. I soldi fanno soldi recita il proverbio, e non va troppo lontano dal vero.

Per questa ragione, poiché i benestanti non solo hanno di solito (almeno) una casa di proprietà, ma anche dei titoli, ecco che godono di un guadagno relativo maggiore che finisce con l’ampliare il divario di ricchezza con i ceti più deboli una volta che si realizzino politiche di tassi bassi. Così come può accadere il contrario. Dipende da quanto aumentano i prezzi delle case rispetto al patrimonio netto.

Secondo le osservazioni svolte dalla Bis, “negli Stati Uniti, in Francia e in Germania, gli acquisti di asset su larga scala post-GFC non hanno generato un notevole aumento della disuguaglianza tra il 10% più ricco, o addirittura tra l’1% della popolazione più abbiente”. E tuttavia la Banca riconosce che “l’aumento dei prezzi delle case avrebbe ancora implicazioni distributive tra i proprietari e inquilini, in genere favorendo gli anziani a scapito dei giovani”. Il tutto ricordando che “la diseguaglianza delle ricchezza è molto difficile da misurare”. Per cui rimane il dubbio. Sarà pur vero che gli effetti della politica monetaria sulla diseguaglianza della ricchezza sono stati finora modesti. Ma anche l’ipotesi contraria è plausibile. E questo nessuno può negarlo.

Il dilemma fra povertà e diseguaglianza

L’ultima relazione annuale della Bis contribuisce significativamente al dibattito ormai annoso sull’incremento della diseguaglianza, che ormai alimenta una fiorente letteratura di genere alla quale hanno contribuito parecchio proprio le banche centrali, della quali la Bis è un po’ la mamma. Per avere evidenza di questa folgorazione sulla via di Damasco dei banchieri centrali, basta osservare quanto frequente sia la presenza del termine diseguaglianza nei loro discorsi negli ultimi anni rispetto ai primi anni Duemila.

Questa “rivelazione” deve avere molto a che fare con l’ultima grande crisi finanziaria, che ha finito con l’esacerbare una tendenza che viene fatta risalire agli anni ’80, quando quella che ormai si può definire una vulgata individua il momento storico in cui si osservare un andamento crescente delle diseguaglianza nei redditi e nella ricchezza.

Questa tendenza andrebbe però bene inquadrata, cose che purtroppo raramente avviene. Ad esempio osservando che il livello dei redditi osservato è sempre prima delle tasse, e che quest’ultimo cambia significativamente dopo l’intervento del fisco che equalizza parecchio, molto più di quello che si tende a pensare. Ne abbiamo già parlato altrove, osservando anche come cambi il concetto di diseguaglianza quando si guarda al livello dei consumi, quindi non serve tornarci qui.

Più interessante sottolineare un’altra caratteristica di questo quarantennio trascorso dal “maledetti” anni ’80, quando le economie internazionali sembra abbiano cospirato per aumentare la distanza fra i ceti sociali. Che può anche esser vero, ma non dice tutta la verità. Il quadro si completa osservando che all’aumento della diseguaglianza ha corrisposto anche una notevole diminuzione della povertà. Un curioso dilemma.

Come si può osservare dal grafico in alto a sinistra, infatti, i tassi di povertà, specialmente nei paesi emergenti – clamoroso il caso cinese – sono crollati rispetto agli anni ’80, proprio mentre si osservava un aumento dell’indice di Gini – e in particolare del reddito del decile superiore – nei paesi avanzati e in parte anche negli emergenti. Ricordate che stiamo sempre parlando dell’indice prima delle tasse: circostanza che potrebbe benissimo spiegare il dilemma.

Pure ignorando questa sottolineatura, si potrebbe sintetizzare dicendo che l’aumento della diseguaglianza fra paesi è stata in qualche modo associata a un aumento della diseguaglianza all’interno dei paesi. E una volta deciso che quest’ultima evenienza non sia desiderabile – e anche su questo è fiorita una vasta letteratura – bisogna capire in che modo perseguire questa “equalizzazione”.

La risposta delle banche centrali, a tal proposito, è abbastanza univoca. Mentre tocca ai governi usare la leva fiscale per redistribuire i redditi, a loro si può chiedere al massimo di favorire la stabilità macrononomica, con le misure prudenziali, e soprattutto quella dei prezzi, essendo notoriamente l’inflazione una tassa occulta molto penosa proprio per i più fragili.

Rimane la domanda: esiste davvero un dilemma fra povertà e diseguaglianza? E se esistesse preferiremmo avere meno povertà e maggiore diseguaglianza, o il contrario? Il brutto dei dilemmi, è che qualunque risposta è sempre sbagliata.

I rischi nascosti negli scenari di crescita italiana

L’annuncio che le prospettive di crescita del nostro paese siano migliori del previsto ha giustamente rassicurato molti osservatori, visto che orma gran parte del nostro buonumore dipende dal numeretto dietro la voce pil. Senza voler guastar la festa, e poiché le prospettive sanitaria iniziano a volgere al brutto, vale la pena approfondire meglio come si sia arrivati a nutrire speranze più rosee per il futuro, e quindi approfittare dell’ultimo Bollettino economico di Bankitalia per capire meglio quali ipotesi, e quindi quali rischia, siano contenute nello scenario di previsione della Banca che tanto ha allietato le nostre ultime settimane. Cominciamo dall’analisi delle previsioni.

La premessa – d’obbligo visti i dati dei contagi – è che lo scenario “è basato sull’ipotesi che prosegua il miglioramento del quadro sanitario a livello nazionale e globale, favorito dalle campagne di vaccinazioni, e che ciò si traduca nella conferma dell’allentamento delle restrizioni alla mobilità, che non sarebbe più in vigore all’inizio del 2022”. A ciò si aggiunga che vengono ipotizzate un “forte sostegno della politica di bilancio, con l’utilizzo di fondi nazionali e fondi europei, e il mantenimento di condizioni monetarie e finanziarie favorevoli, con tassi di rendimento dei titoli di stato stabili allo 0,9% quest’anno e solo gradualmente in crescita nei due anni successivi”. Si ipotizza anche una ripresa del commercio globale. Vaste programme, direbbe qualcuno.

Se entriamo nel merito di queste premesse teoriche, osserviamo che lo scenario implica una domanda estera ponderata per il nostro export, che nel 2020 è diminuita del 10%, in crescita dell’8,8% quest’anno e del 4,7 medio fra il 2022-23. Quindi un tassi di cambio col dollaro intorno a 1,20 nel triennio di previsione e un costo del petrolio fra il 65 e i 69 dollari (nel 2020 è stato di 42,3).

Sulla base di queste ipotesi arriviamo alle ipotesi di crescita osservate nella tabella iniziale, con il pil che tornerebbe al livello pre-pandemico nella seconda metà dell’anno prossimo.

Ma non finisce qua. “Lo scenario qui delineato – scrive la Banca – dipende fortemente dall’efficacia e dalla tempestività
delle misure di sostegno e rilancio”. Gli interventi finanziati col piano di resilienza, infatti, “forniscono un impulso considerevole all’attività economica, innalzando il livello del PIL di circa 4 punti percentuali cumulati nel triennio di previsione. Circa la metà di questo effetto è attribuibile agli interventi del PNRR, nel presupposto che siano realizzati con efficacia e senza significativi ritardi”. Un presupposto molto pesante, al quale è associato “un moltiplicatore medio appena superiore all’unità, coerentemente con l’ipotesi che questi interventi siano in ampia misura concentrati sugli investimenti pubblici”. Meglio ancora se tali investimenti fossero in grado di “accrescere la redditività del capitale privato, attraverso le riforme prefigurate nel PNRR e i piani di incentivo alla ricerca e all’innovazione”. La capacità dell’ammnistrazione pubblica di far “funzionare” i fondi del piano, insomma, sarà quella destinata a far la differenza.

Tale successo, aldilà degli andamenti del prodotto, si misurerà innanzitutto dagli andamenti occupazionali. Si prevede che, a ipotesi confermate, che le ore lavorate aumenteranno dell’11 nel triennio di previsione, portandosi sopra i livelli pre-pandemici nei primi sei mesi del 2023. All’aumento della disoccupazione, che seguirà alla rimozione del blocco dei licenziamenti, corrisponderà un aumento dell’occupazione trainato dalla ripresa che collocherà la disoccupazione al 9,9% nel 2023 a fronte del 10,5% del 2021. I consumi torneranno a espandersi e i risparmi, “accumulati per lo più fra i più abbienti”, torneranno a un livello più ragionevole dopo l’impennata provocata dal lockdown. E tutti vissero felici e contenti.

Cartolina. Anche i ricchi piangevano

I frequentatori compulsivi di statistiche sulla ricchezza altrui avranno un fremito scoprendo che i plutocrati americani – l’esecrato 1 per cento più ricco – hanno pianto lacrime amare, in quel terribile primo quarto del 2020, quando il Covid faceva strage di persone e di indici di borsa. Ma le lacrime di borsa, a differenza di quelle per i lutti, evaporano in fretta, in tempi di espansione fiscale e monetaria. E poiché la borsa dei plutocrati è sempre gonfia di azioni, obbligazioni e altre amenità, ecco che la loro ricchezza netta, che era crollata del 10 per cento nel primo trimestre, rapidamente è tornata dov’era nel secondo, per crescere robustamente fino all’aumento del 20 per cento del primo trimestre di quest’anno. La crisi, come spesso accade, li ha lasciati più ricchi di prima. Lo stesso è accaduto al 50 per cento delle famiglie che sta nella parte bassa della distribuzione della ricchezza. Grazie soprattutto alla ripresa del mattone, che ha aumentato del 30 per cento il loro patrimonio. Anche i poveri sono più ricchi. Ma questo non fa notizia.

Piano Marshall sopravvalutato? Ni

Vale la pena leggere un agile studio proposto dalla Fed di S.Louis che, dati alla mano, ipotizza che l’importanza del Piano Marshall per la ripresa europea sia stata assai meno di quello che ci hanno insegnato alcune generazioni di storici. La storia la scrivono notoriamente i vincitori, e questo spiegherebbe perché a ogni pie’ sospinto ci si ricordi il debito di gratitudine che dobbiamo all’iniziativa statunitense che a guerra finita consentì all’Europa di risorgere dal cumulo di macerie nel quale era precipitata.

Senonché gli economisti della Fed osservano alcune circostanze che sembrano mostrare come il contributo finanziario statunitense, unito a quello della Banca di ricostruzione che più tardi diventerà la Banca Mondiale, sia stato effettivamente poca cosa. L’Europa si è messa in piedi da sola, insomma, con il denaro Usa a funzionare da semplice “attivatore”.

La conclusione è istruttiva perché rivela la classica miopia dell’economista che riduce ogni cosa alla contabilità, quando invece la realtà economica è molto più complessa di quanto un grafico possa illustrare. Sfugge all’analisi, per dirne una, l’importanza che ebbe per l’Europa l’appartenenza al blocco atlantico, che significava protezione militare e soprattutto l’esistenza di una rete di relazioni che non potevano che essere funzionali allo sviluppo dell’economia. Com’è noto, la sicurezza, l’esistenza di reti commerciali, di una moneta usata a livello internazionale e di un ordine politico comune favorisce i processi di globalizzazione. Ed è stato questo a generare il miracolo degli Trenta Gloriosi, assai più che i prestiti Usa, ovviamente.

Di questo lo studio della Fed non parla, ma bisogna tenerlo presente quando si leggono i dati, per evitare che la gratitudine, forse esagerata, che dobbiamo al Piano Marshall, si trasformi nel suo contrario. Sarebbe, oltre che ingeneroso, anche storicamente insensato.

Detto ciò, vale la pena vedere i dati, visto che emergono alcune sorprese. La prima che merita di essere sottolineata e che, a differenza di quanto sostiene la vulgata, le esportazioni nette dell’Europa, misurate in rapporto al Pil nel ventennio 1950-60, ossia quello del boom, sono state alquanto piatte.

Al tempo stesso le esportazioni Usa verso l’Europa sono diminuite fra il 1947 e il 1950 per appiattirsi in seguito. Il commercio fra Usa e Europa, insomma, non fu poi così determinante per la ripresa europea. Ancor più sorprendente la circostanza che gli afflussi netti di capitale in Europa siano stati tutto sommato moderati.

Il buon senso lascia immaginare che un paese distrutto attiri capitali necessari alla ricostruzione, magari nella forma di beni importati. Invece abbiamo visto che le importazioni di beni dagli Usa sono state in calo. Quanto agli afflussi di capitale, il Piano Marshall generò 13 miliardi di dollari di aiuti – 138 miliardi in dollari del 2019 – ai quali bisogna aggiungere i fondi erogati dalla Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (IBRD), oggi Banca Mondiale.

Quanto ai primi, il grafico sotto riepiloga per paesi l’entità degli aiuti del Piano Marshall.

Gran Bretagna e Francia ebbero la quota maggiori di aiuti, con 33 e 28 miliardi di dollari (al valore del 2019). Ma questi importi, osservano gli economisti, “rappresentano non più del 5% del prodotto nazionale lordo”.

Quanto alla futura Banca Mondiale, il suo contributo fu ancora più risicato. A parte la fase iniziale, negli anni a partire dal dopoguerra, i prestiti furono alquanto limitati.

E i paesi che ne fruirono di più, fra i quali il nostro, non furono certo sommersi dal denaro.

“Questo risultato sorprendente – concludono – suggerisce che l’Europa stessa sia stata la principale responsabile della propria ricostruzione e che il Piano Marshall e i prestiti della BIRS potrebbero aver svolto un ruolo molto più piccolo nell’aiutare la ricostruzione europea di quanto si pensasse in precedenza”. Sarà vero per la contabilità. Meno vero per la storia.

Pensioni e diseguaglianza. La “regressività” del contributivo

Dovrebbe dircela lunga il fatto che l’Inps nel sul ultimo rapporto annuale dedichi un approfondimento che spiega come il sistema previdenziale che abbiamo faticosamente costruito dopo un trentennio di riforme più o meno sensate sia diventato un elemento che contribuisce a far crescere la diseguaglianza, anziché mitigarla. Ma per non commettere l’errore comune di parlare di diseguaglianza senza specificare cosa si intenda, è meglio entrare un po’ più nel dettaglio.

Cominciamo dal primo caso. Nell’ultimo ventennio è cresciuta la differenza fra la mediana del reddito pensionistico degli uomini rispetto alle donne, che evidentemente hanno visto crescere relativamente meno il loro reddito pensionistico.

Questa diseguaglianza è divenuta particolarmente evidente a partire dal 2012, passando da 400 euro a 550 nei trattamenti di anzianità e da 200 a 250 in quelli di vecchiaia, divenute 400 dopo il 2017.

Più interessante, aldilà delle diseguaglianze di genere, osservare come il sistema previdenziale abbia finito col generare iniquità per la semplice ragione che è diventato neutro dal punto di vista redistributivo, grazie all’introduzione del sistema contributivo al posto di quello retributivo.

Per capire meglio serve una breve premessa. Un sistema pensionistico, ricorda l’Inps, può generare diversi tipi di redistribuzione delle risorse. Intanto, quando è a ripartizione come il nostro, “girando” i contributi di chi lavora a chi è in pensione, e abbiamo visto quanto pesi oggi questa spesa. Poi c’è la cosiddetta redistribuzione intergenerazionale, quando nel corso della vita una generazione risulta avvantaggiata rispetto a un’altra.

Un’altra forma di redistribuzione è quella che il sistema pensionistico opera all’interno di una stessa generazione. Caso interessante perché ci consente di misurare il grado di progressività di un sistema pensionistico, quindi la sua capacità di trasferire risorse dai più ricchi ai più poveri. Che poi è quello che tutti dicono di voler fare, salvo operare praticamente per il contrario.

Questa evidenza viene confermata anche dall’analisi svolta dall’Inps sul nostro sistema previdenziale contributivo frutto di un trentennio di riforme che hanno condotto al sistema attuale, dove i lavoratori non versano contributi per la parte dei redditi eccedenti i 103 mila euro ed è stata eliminata l’integrazione al minimo delle prestazioni di vecchiaia di importo più basso.

“Se valutati nell’ottica della redistribuzione intragenerazionale tutti questi provvedimenti vanno nella direzione di una riduzione della progressività del sistema pensionistico”, scrive l’Inps. E non c’è bisogno di aggiungere altro. Salvo forse che con le nuove regole “gli spazi per redistribuire risorse dai più ricchi ai più poveri siano diventati molto più stretti”. “L’abolizione dell’obbligo contributivo sui redditi di importo elevato – sottolinea – riduce il contributo da parte della componente più ricca della popolazione dei lavoratori e l’abolizione dell’integrazione al minimo trasferisce alla sfera assistenziale (assegno sociale, maggiorazione sociale e pensione di cittadinanza) il problema del contrasto alla povertà per la popolazione dei lavoratori poveri”.

Tale considerazione teorica è stata confermata empiricamente osservando l’effetto del passaggio da retributivo a contributivo su dati estratti dall’archivio dell’istituto. E’ emerso che il numero dei lavoratori che ha un imponibile superiore al tetto contributivo è composto dal 75 mila persone, nel corso del 2020, pari allo 0,5% della platea contributiva. La base imponibile esentata dalla contribuzione è stata pari a cinque miliardi di euro. Mentre dall’altra parte della distribuzione, ossia i più poveri, le integrazioni al minimo pesavano tre miliardi di euro ed erano erogate al 10,1% dei pensionati, con un importo medio pari a 2.462 euro su base annuale. In sostanza l’esenzione dei più ricchi sarebbe più che sufficiente a garantire la copertura delle integrazioni ai più poveri senza gravare sulla fiscalità generale come è adesso.

Ulteriori analisi svolte dall’Istituto hanno confermato che mentre era presente una debole progressività del sistema pensionistico quando vigeva il sistema retributivo, tale caratteristica “scompare completamente in quello contributivo”. “In altri termini il passaggio al sistema contributivo renderebbe sostanzialmente neutro, dal punto di vista distributivo, il sistema pensionistico, in coerenza con la logica strettamente assicurativa che ha accompagnato questa modifica normativa all’interno del sistema pubblico”. Tale risultato viene confermato anche dall’analisi dell’indice di Gini nell’uno e nell’altro caso. Insomma: il contributo è neutro dal punto di vista distributivo, ma solo perché il carico dell’esenzione viene sopportato dal fisco. Sennò sarebbe regressivo. Altro che eguaglianza.