Etichettato: the walking debt

Cronicario. E dopo la Pontemia, serve un salto di qua(g)lità

Proverbio dell’8 giugno Da grandi profitti, grandi rischi

Numero del giorno: 4,6 Crescita % del Pil prevista in Italia per il 2021

Si moltiplicano come i pani e i pesci i segnali della miracolosa uscita estiva dalla Pontemia. Dico estiva perché per l’autunno ci stiamo organizzando col plexiglass, quindi vi faremo sapere. Ma per il momento accontentiamoci dei dati bellissimi che arrivano dai sanitari (e non fate battute stupide) che confermano come aldilà di qualche impiccio qua e là l’estate stia arrivando, oltre che finendo, e noi siamo pronti ad affrontare le nuove sfide che ci attendono, con coraggio, ma in sicurezza.

Ma aldilà di quello che ci attende per l’estate, sono i segnali di normalizzazione che mi rassicurano. Per dire: siamo tornati a parlare di crisi di governo, di rimpasti, di svolta necessaria. Manca solo che qualcuno parli della Rai, ma ci arriveremo presto.

Oggi il primo segnale di normalizzazione l’ha dato l’ex vicepremier attuale social-premier, che ha auspicato senza se e senza ma la caduta in autunno, insieme con le foglie, del governo, che notoriamente sta come le foglie in autunno (cit.) da che mondo è mondo. E mica solo questo. Ha aggiunto che “votare in autunno servirebbe a dare tranquillità agli italiani per i prossimi cinque anni”.

A questo primo sboccio di normalità, se ne aggiungono altri, copiosamente, fra i quali ho selezionato quello di uno degli azionisti di maggioranza del governo che ha tirato fuori un classico: “Lo scenario pretende scelte nuove e una decisiva svolta da svolgere con gli alleati, questo è il cuore del confronto di queste ore e che continuerà nelle prossime settimane, nessuna contrapposizione ma la necessità per tutti di un salto di qualità necessario”.

Dite la verità: vi mancava qualcuno che esortasse “alla necessità di un salto di qualità necessario” giusto? Purtroppo c’era un refuso nella dichiarazione. Ma non vi dico quale.

A domani.

 

Russia e Cina aumentano la spesa militare

Gli ultimi dati Sipri sintetizzati da Bofit sulla spesa militare sottolineano la crescita notevole della spesa militare per i principali attori del gioco globale, con sorprese certo interessanti, come ad esempio la crescita in India del 6,8% nel 2019 rispetto al 2018, persino più elevato del +5,3% degli Usa, che della spesa militare sono ovviamente i campioni, e per ragioni evidenti.

Ovviamente è la spesa complessiva ad essere cresciuta, collocandosi ormai a quasi due trilioni di dollari (1,92, precisamente) in crescita – sempre nel 2019 sul 2018 – di un robusto 4% che denota non soltanto il vigore dell’industria delle armi, ma anche il suo irrobustirsi mano a mano che l’internazionalizzazione prende piede e diventa non più solo un gioco di commercio di beni e servizi o circolazione di uomini.

La globalizzazione è, e non potrebbe essere diversamente, un affare che molto ha a che fare con l’egemonia e le influenze, che non possono declinarsi senza avere alla spalle un robusto apparato militare. E questo vale sia per chi pensa di doversi difendere – la spesa militare saudita – sia per chi pensa di dover mantenere la sua posizione – la spesa Usa – oltre che per chi sta cercando di farsene una: la Cina.

Il grafico sopra, perciò, è una buona approssimazione del livello di globalizzazione che cresce in ragione diretta della capacità degli stati di attrezzarsi per confronti anche più aspri – se necessario – di quelli che coinvolgono di solito la bilancia delle merci.

La Cina, in crescita del 5,1%, e la Russia, del 4,5, manifestano semmai una tendenza interessante da sottolineare quando si noti che insieme, i due gemelli diversi della globalizzazione emergente, hanno speso 322 miliardi (261 la Cina, 61 la Russia), che equivale a meno della metà di quello che spendono gli Usa ogni anno per mantenere il suo potente e onnipresente dispositivo militare (732 miliardi). Ma al tempo stesso è evidente la rapidità con la quale questa spesa cresce, a dimostrazione del fatto che i due paesi non hanno nessuna intenzione di farsi distanziare troppo. E basta osservare in particolare l’istogramma giallo, che monitora la spesa cinese, per averne contezza.

Gli Usa, al contrario, hanno rallentato le spese già a partire dal 2010, rafforzandolo solo di recente, con ciò armonizzando le spese guerresche al linguaggio minaccioso del loro capo supremo, che per adesso le guerre le ha fatte solo al commercio. Anche il resto del mondo mirato dall’istogramma blu ha preso slancio. E questo vuol dire che il messaggio è arrivato. Forte e chiaro.

Cronicario. E’ verdedì, la giornata mondiale di quelli al verde

Proverbio del 5 giugno Il raccolto di un anno dipende dalla semina dell’estate

Numero del giorno: 40 Quota % di alberghi italiani che hanno riaperto sul totale

Mi commuovo come un cucciolo quando vedo la copia su carta verdolina di un noto quotidiano, mentre un altro – sia noto che quotidiano – mi propone una falsa copertina popolata di alberi, fiori ed erbette varie.

Penso che a qualcuno siano partite le rotative, ma poi mi ricordo che oggi non solo è venerdì – il verde s’intona bene con la speranza di passare un week end ragionevolmente popolato di ozio e vizi – ma che è pure friday. Anzi, fridays. Il giorno di Gretas. E allora capisco che qualcosa mi sfugge.

Poi qualcuno mi svela l’arcano. Oggi è la giornata mondiale dell’ambiente, perbacco. Finalmente capisco: non un semplice venerdì, e neanche un normale fridays: è verdedì. Finita la Pontemia siamo tornati alle nostre meravigliose abitudini notoriamente assai f/utili.

Peraltro il coronacoso, oltre ad aver ripulito (momentaneamente) l’aria, ci ha pure lasciato al verde, manifestando la sua chiara vocazione ecologista. Per questo celebriamo. Il virus ci ha fatto la festa. Oggi facciamo da soli.

Buon week end.

Cronicario. Gretas for future 2: il ritorno

Proverbio del giorno E’ povero chi non sa mai quando ha abbastanza

Numero del giorno: 482 Satelliti lanciati per Starlink da Elon Musk

Adesso che finalmente è finita la Pontemia, possiamo tornare a dedicarci a quelle piccole gioie quotidiane che abbellivano la nostra vita prima che il coronacoso ci ricordasse una spiacevole verità.

Ecco l’ho detto: moriremo tutti un giorno!

Rimane il fatto che il coronacoso non ci spaventa più come una volta. Avrete notato un certo rilassamento dei costumi…

C’è persino gente che si abbraccia senza mascherina, e va al mare.

Eh sì signora mia. Ho visto anche due che si scambiavano dei baci senza il doveroso distanziamento. Ma non si preoccupi. E’ tutta una questione di prospettiva. Se l’idea della dipartita prematura a causa di coronacoso appassisce, rifiorisce in compenso quella della dipartita a lungo termine. E non parliamo di 100 anni. Ma assai prima.

Greta, who else? La gentile ragazzina che preconizzava che ci resta un pugno di anni per salvare dal disastro ecologico.

E così il collettivo italiano dei Fridays for future si è fatto vivo annunciando nuove clamorose iniziative per ricordare a tutti noi non tanto che dobbiamo morire – quello è un dettaglio – ma che moriremo di disordini climatici, per prevenire i quali faranno una bella manifestazione. Ma attenzione: seguiranno le regole, loro: installeranno centinaia di paia di scarpe nelle piazze italiane, per simulare la loro presenza ma senza esserci. D’altronde le scuole sono chiuse, capirete- Lo scopo: “Gli ingenti (?) fondi (quali?) a nostra disposizione – dicono devono essere utilizzati per un ambizioso piano di transizione ecologica”.

 

Scampati al coronacoso, verremo investiti da Gretas for future. E non esiste vaccino.

A domani.

La storia centenaria degli swap Fed, la banca centrale universale

Un bel paper pubblicato dalla Bis qualche tempo fa ci aiuta a mettere a fuoco uno dei meccanismi più antichi e collaudati della cassetta degli attrezzi del central banking globale: gli swap. Si tratta sostanzialmente di linee di credito che consentono prestiti di emergenza fra banche centrali di diversi paesi e sono noti alle cronache per il largo uso che se ne è fatto all’epoca della crisi finanziaria del 2008 e più di recente nel marzo scorso, quando la pressione della pandemia mise sotto stress il sistema finanziario globale per mancanza di dollari.

E questo è il punto più rilevante. In questo fornire dollari alle banche centrali degli altri paesi, la Fed interpreta, pure senza esserlo, il suo ruolo di banca centrale universale, proprio come il dollaro finisce col diventare, pure senza esserlo, la moneta universale. Perché in un mondo costantemente affamato di dollari, vuoi per il commercio di beni, vuoi per gli scambi finanziari, finisce sempre che i dollari non sono mai abbastanza. Specie quando il sistema entra in tensione, come accadde nel 2007-8.

Questo ruolo di banca centrale universale non è certo una novità. Il paper della Bis, tuttavia, ha il pregio non solo di fornire alcuni dati sull’entità di questo fenomeno, ma anche di risalire indietro nella storia, addirittura ai primi anni ’60, quando gli swap fra la Fed di New York e le principale banche centrali europee erano all’ordine del giorno.

Prima tale attività fu necessaria per sostenere le parità valutarie decise a Bretton Woods, entrate in fibrillazione non appena si completò il processo di convertibilità delle monete, quindi già alla fine degli anni ’50, mentre si manifestavano crescente sbilanci corrente fra Usa, Europa e Giappone.

Poi, anni dopo, quando si sviluppò quello che allora si chiamava mercato dell’eurodollaro, ossia la consuetudine di molte banche Usa di tenere depositi in dollari in Europa iniziata a partire dal 1957 in risposta a certe innovazioni legislative degli Stati Uniti che resero conveniente spostare depositi in dollari all’estero. Ovviamente gli effetti si videro innanzitutto a Londra, dove nel 1962 nacque il primo mercato interbancario in eurodollari.

Ricordare la storia serve a capire che il treno del nostro presente cammina su binari posati decenni fa. Il fatto che non ne abbiamo memoria non vuol dire che certe cose accadano solo oggi. Oggi ci sembrano straordinarie per la semplice ragione che abbiamo dimenticato da dove veniamo.

In tempi di Covid, ad esempio, ci stupiamo nell’osservare la quantità di denaro messo a disposizione dalla Fed alle banche centrali, ma solo perché abbiamo dimenticato che all’apice della crisi subprime gli swap della Fed superarono i 600 miliardi di dollari, dovendo le banche fare i conti con mercati del credito (in dollari) essiccati.

Pochi anni dopo, quando scoppiò la crisi dell’euro, gli swap della Fed resuscitarono, anche se a livello meno intenso.

E così arriviamo a oggi, con la pandemia a rinverdire le collaborazione, assai efficace soprattutto perché silenziosa, fra le banche centrali, e la Fed a farsi carico, pur fra le proteste di alcuni politici locali che reputano improprio usare le risorse del contribuente americano per aiutare le banche estere, con ciò mostrando, costoro, una comprensione davvero modesta del potere che la Fed amministra in nome del popolo sovrano statunitense.

Ai più curiosi di cose storiche magari piacerà sapere che il primo swap di cui si ha memoria intervenne fra la Fed e la Banca d’Inghilterra nel 1917, in piena guerra mondiale. La Fed aveva appena quattro anni di vita, ma già ragionava da adulta. E perciò si affrettò ad aprire un conto presso la BoE che ovviamente fece la stessa cosa. Ma siamo ancora nel campo di un’archeologia che odora di anglosfera.

Soltanto nel 1962 la Fed istituì un sistema organizzato di swap bilaterali, che trovavano qualche precedente un paio di anni prima negli scambi valutari con la banca centrale svizzera. I banchieri centrali Usa iniziarono una specie di tour fra le banche centrali europee, riuscendo a convincerne sette e dopo di loro anche la Bank of Canada e la Bank of Japan. Nacquero così degli open swap facility da 50-100 milioni di dollari ognuno.

La Fed avrebbe pure voluto ampliare queste linee di credito, ma dovette fare i conti con l’opposizione dei francesi, da sempre poco malleabili con gli Usa sulle questioni valutarie, che giudicarono sbagliata in linea di principio l’idea che la banca centrale americana potesse fornire linee di credito a somme indefinite perché di fatto avrebbe reso inutile il ricorso al Fmi, che nel disegno di Bretton Wood doveva essere il giudice supremo della stabilità finanziaria. Si era ancora nel mondo del dollaro convertibile in oro, e i francesi non si peritavano di far valere le loro ragioni.

In ogni caso, l’internazionale del central banking mise allora definitivamente radici e da allora ha prosperato. A differenza di quanto accadde fra le due guerre, quando la cooperazione che già esisteva fra le banche centrali non impedì la deriva protezionista e nazionalista, il secondo dopoguerra poteva contare sull’egemonia americana quale garanzia di stabilità per la costruzione di un sistema di regole globali condivise, con la Fed a recitare il ruolo di primum inter pares, almeno nella forma.

Quando Bretton Woods collassò, sempre per iniziativa degli Usa, nel 1971, le linee di swap non sparirono, al contrario: furono estese verso altri paesi ed è facile comprenderne le ragioni. La fine della convertibilità del dollaro significava grande instabilità finanziaria e l’abbondanza di dollari, per quanto la moneta americana fosse vittima di cali di fiducia, ha sempre svolto un effetto sedativo sulle crisi finanziarie. Non è certo un caso che ai primi anni 70 gli swap della Fed fossero assimilabili, per volume a quelli del 2008, con picchi fino a 250 miliardi.

La Bis calcola che nel periodo fra il 1962 e il 1983 la Fed ha erogato circa 15,5 miliardi di dollari, equivalenti a circa 300 miliardi in dollari del 2008. Che serve anche a capire quanto bene abbia lavorato l’inflazione nell’ultimo mezzo secolo. Al suo picco, nell’autunno del 1979, la Fed  scambiò 25 miliardi di dollari, sempre a valori 2008.

Il paper è zeppo di aneddoti per i più curiosi, che perciò farebbero bene a leggerlo. Ma quel che qui conta rilevare è che sono le banche centrali, in maniera cooperativa, a tenere in piedi in piedi il sistema finanziario. E che la Fed è la capofila di questo consorzio. Sicuramente i governi ne sono consapevoli. Ma anche se così non fosse, non se ne accorgerebbe nessuno.

Cronicario. E’ finita la Pontemia: la vita è una caos meravigliosa

Proverbio del 3 giugno L’assetato va al pozzo, non il contrario

Numero del giorno: 2 Consumo del suolo in m2 al secondo in Italia

Dopo aver consultato più volte il comitato tecnico scientifico e aver controllato e ricontrollato il calendario, lo posso dire con ragionevole certezza: la Pontemia è terminata.

Almeno per questa stagione dai. Ci salva il fatto che il 15 agosto cade di sabato. Ma facciamo in tempo per una seconda ondata, che tutti paventano, e non a caso. Infatti l’otto dicembre cade di martedì. E vi ho detto tutto.

Ma fino ad allora c’è tempo. Inforcate la mascherina, pure se ci sono 40 gradi e avete l’allergia e godetevi il passeggio e il cazzeggio. Prendete un treno per andare Napoli a bere un caffé oppure a Roma per vedere il Colosseo, pure se siete lombardo-veneti e avreste pure nostalgie austriache, che però dovranno attendere visto che i vostri vicini, a differenza di noi lontani, non si fidano ancora dei vostri starnuti.

Godetevi il traffico, che finalmente torna a sporcare quell’irrespirabile aria pulita, e soprattutto ha riesumato il dibattito sul riscaldamento globale, che languiva insieme alla giovane Greta da qualche parte e oggi – il green new deal – ha passato le frontiere sbarcando nuovamente sul Cronicario. Per dire: è uscita la notizia che in Italia ha fatto più caldo del solito.

Ma soprattutto insieme al traffico regionale fioccano anche le buone notizie che per fortuna l’Istat non ci fa mancare mai. Ve ne dico giusto un paio: la disoccupazione in Italia ad aprile è crollata al 6,3%. Persino più bassa della media Ue al 7,3. Quella giovanile è scesa addirittura a poco più del 20%.

Che dite? Dipende dal fatto che sono schizzati alle stelle gli inattivi e quindi nessuno cerca più lavoro, per cui non viene registrato nelle liste? Sempre a questionare voi precisini. Godetevi il momento.

Prendete esempio dal Tesoro, che dopo aver piazzato i Btp patriottici a carissimo prezzo, oggi si trova una fila di richieste da 108 miliardi per un altro prestito sindacato dalle banche, annunciato ieri a sorpresa, che frutta 9 punti in più rispetto al solito. Il bello è che ci sia la fila, pure se alla fine ne ha collocati solo 14, mica stai a sottolineare il fatto che il debito pubblico lo paga il contribuente.

Perciò godetevi la giornata, la mascherina, il traffico, il caldo, le tasse, i debiti e persino la Pontemia, qualora dovesse tornare. La vita è una cosa meravigliosa. Rectius: caos.

A domani.

Il Grande Gioco della Undernet africana

Se non fossimo distratti dai rumorosi fronti di guerra che allignano per ogni dove, trovandoci per giunta al centro di una pandemia sanitaria che ne ha generato anche una informativa, forse tutti noi avremmo dedicato maggiore attenzione a quello che sta succedendo attorno all’Africa, terra da sempre al centro di svariati appetiti e per ciò stesso pretesto per generarne di nuovi mano a mano che il progresso li renda possibili, oltre che necessari.

Per meglio dire, avremmo prestato maggiore attenzione a quello che sta succedendo sotto i mari dell’Africa dove lentamente si stanno tessendo alleanze e generando corposi investimenti per dotare il continente di ciò che oggi appare assolutamente necessario: una rete di cavi sottomarini capace di collegare in maniera efficiente questa terra al resto del mondo che ieri come oggi ha bisogno dell’Africa.

Il continente nero è stato sempre al centro dei traffici internazionali, come ben sa chi frequenta la storia, e non solo per le sue infinite risorse naturali, ma soprattutto per il suo ruolo di interposizione fra le Americhe e le Asie, con l’Europa a troneggiare in cima, come una corona ormai fuorimoda. L’Africa è letteralmente al centro del mondo, come può osservare chiunque svolga una planisfero.

Perciò nulla di strano che negli abissi africani si muovano notevoli interessi che disegnano l’intrico dell’Undernet che sarà e dei quali solo di recente le cronache hanno iniziato a disegnare la fisionomia. A volte sorprendente.

E’ il caso, ad esempio, dell’annuncio del consorzio che ha presentato 2Africa, un progetto molto ambizioso che si propone di circumnavigare il continente dotandolo di una rete di bel 37 mila chilometri di cavi.

La rete dovrebbe essere attiva fra il 2023 e il 2024. Ma l’aspetto interessante è che nel consorzio che ha dato vita all’iniziativa convivono giganti del calibro di Facebook e China Mobile International. A dispetto dei capricci dell’amministrazione Trump, e di certe dichiarazioni del suo Ceo, Facebook ha tutto l’interesse a collaborare con la Cina che sull’Africa ha investito moltissimo.

La presentazione di 2Africa arriva un anno dopo l’annuncio di Google, uno dei più attivi “posatori” di cavi sottomarini degli ultimi anni, del lancio di un nuovo cavo sottomarino, Equiano, per connettere il Portogallo a Cape Town. Come ai tempi della scoperta della rotte atlantiche, il Portogallo diventa nuovamente il terminale della connettività con l’Africa.

Questo investimento, che dovrebbe condurre nel 2021 all’accensione del cavo, è destinato ad aumentare notevolmente la potenza della rete sottomarina di Google, che ormai è uno dei principali protagonisti di questo mercato.

Ma soprattutto la competizione fra i due giganti della rete attorno all’Africa si inserisce in un panorama già affollato che rende il Grande Gioco della Undernet africana un altro campo interessante da osservare per capire come si configurerà il traffico dati – che significa potere e influenza – fra il Sud Atlantico e l’Oceano Indiano.

Se guardiamo agli altri attori di cavi sottomarini che hanno a che fare in qualche modo con l’Africa, possiamo farci un’idea ancora più chiara delle caratteristiche di questo gioco.

Il cavo Ellalink collega l’Africa occidentale con la penisola Iberica e la costa orientale dell’America Latina.

Il cavo è gestito da una società indipendente che ha come principale azionista il Marguerite Fund, un’entità che ha alle spalle la l’Unione europea.

Il cavo Dare1 circonda il Corno d’Africa unendo Gibuti a Mombasa.

L’idea del cavo è venuta all’azienda di telecomunicazione di Gibuti, piccolo stato africano al centro di infinite influenze geopolitiche ed economiche. Il cavo è posseduto da un consorzio di telco dell’Africa orientale.

Il cavo Peace lo abbiamo già incontrato. Nel 2017 la Huawei ha firmato con altri soggetti un accordo per costruire la Pakistan East Africa Cable Express, che oltre ad essere un acronimo assai ammiccante (PEACE) si propone di stendere un cavo dal Pakistan al Kenya passando, ancora una volta, per Gibuti.

In sostanza si tratta di un collegamento fra Africa e Asia lungo le vie della Seta sponsorizzate dai cinesi, con l’ammiccamento europeo. Il cavo infatti ha come terminale europeo la Francia. Oltre a sembrare il perfetto complemento del cavo Equiano di Google.

Sicché abbiamo la Cina che penetra in Africa da Oriente, gli Usa, tramite le sue corporation, da Occidente, e l’Europa, democristianamente a metà, dalla cima. Ieri come oggi l’Africa è circondata. E non potrebbe essere diversamente, essendo il centro del mondo.

 

L’irresistibile ascesa del capitalismo di stato

La crescente invadenza dei governi dei paesi avanzati nell’economia, motivata con le urgenze della pandemia, aggiunge un notevole slancio a una tendenza già molto diffusa ormai da diversi anni: l’importanza, nel capitalismo globale, delle imprese a capitale pubblico.

Il Fmi ne ha fatto oggetto di un capitolo del suo ultimo Fiscal monitor, che fornisce diversi aggiornamenti utili per capire come il capitalismo di stato, assai diffuso nei paesi emergenti, sia ormai un protagonista di peso dell’economia internazionale. Al punto che ormai anche i paesi avanzati guardano a questo modello con crescente interesse.

Oggi la scusa è la pandemia. Domani sarà un’altra. Ma il fatto è assai più semplice: anche i governi dell’Occidente avanzato subiscono sempre più la seduzione di aumentare il controllo sull’economia.

La tendenza, dicevamo, è già evidente da molto tempo. Nell’ultimo decennio, scrive il Fmi, le imprese possedute dallo stato (state-owned enterprises, SOEs) “hanno raddoppiato la loro importanza fra le grandi multinazionali”. Queste entità cumulano asset per 45 trilioni che rappresentano il 20% del totale del settore.  E anche se è vero che gran parte di questa crescita è dovuto allo sviluppo della Cina, è altrettanto vero che queste imprese “sono presenti virtualmente in ogni paese, ad esempio in Germania, in Italia e in Russia”.

Le SOEs sono nella gran parte dei casi uno strumento dei governi per garantire alcuni servizi anche essenziali. Ma presi nella loro interezza mostrano la tendenza a performare meno rispetto al settore privato. Il Fmi ha osservato un campione di un milione di aziende a capitale pubblico diffuse in 109 paesi e ha notato che queste compagnie sono meno produttive rispetto ai privati con conseguenze che possono finire con l’impattare sulla crescita economica, che risulta meno brillante di quello che potrebbe.

A ciò si aggiunga che in molti paesi emergenti ad alto debito pubblico, dove le SOEs sono state utilizzate per promuovere l’occupazione e la crescita del credito, queste entità sono spesso banche che detengono massicciamente debito pubblico (vi ricorda qualcosa?) e spesso vengono utilizzate per aggirare i vincoli fiscali di bilancio.

Come si vede dal grafico sopra, le banche pubbliche giocano un ruolo importante anche in molti paesi avanzati. E non è certo un caso. Sono proprio le SOEs a vocazione finanziaria ad avere una quota importante di asset.

Perché sarà pure di Stato. Ma rimane sempre capitalismo.

 

L’inflazione mancante e la cancellazione dei debiti

Nella storia, e ne abbiamo visto un esempio che ci riguarda da vicino, molto spesso l’inflazione è stata la soluzione più o meno voluta per arrivare a una sostanziale cancellazione di debiti, che significa anche distruzione dei crediti e della ricchezza di chi li deteneva. Una lezione tutt’altro che dimenticata.

Al contrario: l’idea che serve un’inflazione moderata, giudicata persino indice di buona salute economica, è alla base delle politiche di molte banche centrali. Anzi è la ragione di molte delle politiche straordinarie che hanno caratterizzato gli inizio del nuovo secolo, iniziando in Giappone e via via diffondendosi in tutto il mondo.

Il fatto che malgrado i dichiarati intenti e un ventennio buono di tentativi il target di inflazione per le principali economie sia stato tutt’altro che raggiunto ci dovrebbe servire a capire quanto ampio sia il mare che separa il dire e il fare nelle cose economiche. Specie quando si ha a che fare con un meccanismo – l’inflazione – che è tanto osservato e documentato quanto poco compreso.

Proviamo a farci una domanda semplice: perché l’inflazione non riesce a recuperare un livello giudicato soddisfacente nei paesi avanzati? Rispondere è molto difficile. Qualche tempo fa Claudio Borio, capo del dipartimento monetario delle Bis, disse senza troppi imbarazzi che quello dell‘inflazione mancante era uno dei puzzle meno compresi della nostra contemporaneità, e a ragione. Non che manchino le ipotesi, ovviamente. Dalla globalizzazione, che ha dilatato la capacità produttiva, alla tecnologia che ha ridotto molti costi, fino all’invecchiamento della popolazione, che ha pesato sul livello complessivo di domanda. E mille altre ancora.

Ciò che conta è che oggi, a differenza di non più tardi di quattro decenni fa, l’inflazione è un fantasma che tutti evocano senza che nessuno abbia la capacità di rendere reale. Almeno nelle economie più avanzate, che poi sono le stesse che devono fare i conti con livelli crescenti di indebitamento privato e pubblico. Non a caso alcuni hanno iniziato a chiedersi se non sia proprio questo livello eccessivo di debiti, che ha incoraggiato le banche centrali ad allentare le politiche monetarie per renderlo sostenibile, a divenire il fardello che impedisce alle stesse banche centrali di ottemperare al loro mandato.

Si fa strada perciò l’ipotesi che le banche centrali siamo rimaste vittime del loro successo. Ossia del paradigma indipendenza+target di inflazione che trova nella Bce il suo compimento meglio riuscito, essendo una banca centrale talmente indipendente da non avere neanche un Tesoro alle spalle che possa questionare questa indipendenza. Tanto è vero che oggi a sollevare dubbi sul suo operato non è un governo, ma la Corte costituzionale tedesca.

Diciamolo diversamente: oggi una banca centrale potrebbe davvero, se lo volesse, usare l’inflazione per cancellare i debiti senza sostanzialmente suicidarsi? Questa domanda ne presuppone un’altra: il fenomeno dell’inflazione ha a che fare con l’organizzazione istituzionale del sistema economico o è un fatto puramente monetario, come diceva Friedman? Nel primo caso la banca centrale sarebbe impedita nel raggiungimento di un’inflazione efficace dalla sua stessa conformazione. Nel secondo no.

Sarebbe vagamente megalomane provare a rispondere. Qui, al più, possiamo proporre alcuni elementi di riflessione prendendo spunto dalla corposa letteratura prodotta dagli specialisti. Fra i tanti contributi, vale la pena segnalare quello pubblicato da alcuni economisti alcuni anni fa, dal titolo più che indicativo ai nostri fini: “Inflating Away the Public Debt? An Empirical Assessment”.

Un più alto target di inflazione, ossia uno dei suggerimenti di policy che molti economisti rivolgono da anni alle banche centrali, “ha alcuni benefici e uno dei più celebrati è quello di erodere il valore del debito”. Ma c’è una ma. “Mentre nei secoli e fra i paesi, un modo comune utilizzato dai sovrani per pagare il debito pubblico elevato è stato utilizzando un più alto livello di inflazione o addirittura l’iper-inflazione, raramente questo è venuto senza un consolidamento parziale o totale, repressione finanziaria e parziale default”. Ciò per dire che come non esistono pasti gratis, non esistono soluzioni al problema del debito che non siano traumatiche. E questo è meglio ricordarlo.

E tuttavia “l’efficacia di un’inflazione più elevata per alleviare il peso fiscale di un paese e una questione empirica aperta”, che diventa persino attuale considerando che – il paper è del 2014 – già allora il debito pubblico Usa aveva superato, in rapporto al pil, il livello del 1947. “Potrebbe un’inflazione più elevata essere un modo efficace per ripagarlo?”. Considerando l’acqua (e il debito) trascorso sotto i ponti negli ultimi sei anni, la domanda si rivela vieppiù attuale, malgrado i calcoli fatti allora non lo siano più oggi.

In particolare gli economisti avevano stimato quanto un innalzamento permanente dell’inflazione dell’1% avrebbe contributo ad abbattere il debito pubblico Usa, al 101% del pil nel 2012, con l’ipotesi che fosse tutto in mani private. Una prima risposta, che stima il calo nell’ordine del 5,5%, veniva giudicata inaccurata per la semplice ragione che non tutto il debito è in mani private e soprattutto non aveva tutta la stessa maturità o le stesse condizioni. Alcuni titoli, ad esempio, sono indicizzati all’inflazione. Per cui un aumento del quest’ultima è sostanzialmente neutro.

C’è un’altra circostanza che bisogna tenere in mente. Se fosse possibile possibile portare l’inflazione a un valore infinito, il debito scomparirebbe nello spazio di un click, come sognano alcuni. Ma questo significherebbe al tempo stesso che gli investitori non comprerebbero più debito pubblico di un paese con questi tassi di inflazione. Ciò per dire che la fiducia è ciò che fa la differenza e probabilmente incide molto più di quello che si pensi sul livello generale dei prezzi. Questo ovviamente vale per la banca centrale, che è la prima “custode” della moneta. Ma anche per il governo.

Questo ci dice anche un’altra cosa. Se un governo (e una banca centrale) devono fare i conti con la fiducia degli investitori, e quindi devono confrontarsi con i mercati, gli spazi per un governo e una banca centrale per lasciarsi tentare dall’inflazione per abbattere i debiti sono molto ridotti. A meno che non si voglia far uso “di uno strumento politico attivo che interagisce con l’inflazione e spesso viene utilizzato nei paesi in via di sviluppo: la repressione finanziaria”. Ad esempio utilizzando quello che una volta in Italia si chiamava vincolo di portafoglio. Magari vietando l’esportazione di capitali. Una sostanziale privazione della libertà economica.

E qui veniamo al punto. Il paper calcola che una repressione finanziaria estrema, come quella dove con espedienti tecnici la maturità dei bond viene allungata artificiosamente – pagando i bondholder con riserve di banca centrale che però devono essere detenute per un certo numero di periodi – l’inflazione ha un impatto molto elevato sul livello reale dei debiti. “Se questa repressione durasse un decennio – scrivono – un’inflazione permanente più alta del previsto potrebbe abbattere il debito del 23%, rispetto al 3,7 in assenza di incremento di inflazione”.

Proviamo a ricapitolare questa lunga serie. Chi dice che i debiti di un governo si possono cancellare annullando i crediti di una banca centrale punta sostanzialmente a una riforma monetaria, dopo aver provocato un caos economico. E chi punta sull’inflazione per abbattere il debito vuole sostanzialmente un azzeramento della libertà economica, visto che servirebbe una forte repressione finanziaria.

Questo sottotitolo è (dovrebbe essere) ben conosciuto da chi propaganda certe soluzioni. E chi mostra di apprezzarle dovrebbe esserne consapevole. Perché oopo aver lungamente applaudito i suoi imbonitori si troverà a mani vuote. E non gli piacerà.

(5/fine)

Puntata precedente: Cancellare i debiti con l’inflazione: il 1946 di Carli ed Einaudi

Cronicario. Le Considerazioni Terminali del Governatore

Proverbio del 29 maggio Ciò che per il bruco è la fine del mondo, per il mondo è una farfalla

Numero del giorno: 5,3 Calo pil Italia nel primo trimestre 2020

Giornatona, oggi, in Bankitalia, dove è andata in onda la festa annuale delle Considerazioni Finali, le attesissime elucubrazioni del boss che ogni anno si fa la fila per ascoltare di persona, perché se il Governatore non ti invita, sei buono al massimo per il Cronicario.

Quest’anno di coronacoso, fra distanziamenti e mascherine, il parterre era più rado del solito, ma comunque il Governatore non si è fatto parlare dietro e ha tenuto comunque banco un’oretta e mezza. Tanto con la mascherina se sbadigli non si vede.

Ma pure così abbiamo imparato un sacco di cose. Per dire: questo…

ma anche questo…

per non parlare di quest’altro:

Capirete che di tanto in tanto il tono diventava lugubre. Come quando ha ricordato che il debito pubblico aumenterà di 21 punti; che il mercato del lavoro ne uscirà strapazzato, avendo già sulle spalle una marea di giovani che non studiano né lavorano; che abbiamo una popolazione che invecchia e che richiederà un notevole aumento della spesa pubblica, per pensioni e altro in futuro.

Ma lo scoramento veniva abbondantemente compensato dal pensiero che abbiamo un settore manifatturiero flessibile che ha consentito di quasi azzerare il debito estero grazie agli avanzi dei pagamenti; che abbiamo pochi debiti privati e molta ricchezza familiare.

A consuntivo, le esortazioni che vi avranno fatto fischiare le orecchie. Roba tipo che “vi sono però investimenti dai quali non possiamo prescindere, in particolare quelli rivolti all’innovazione nelle attività produttive e al miglioramento dell’ambiente, investimenti che vanno sempre più tra loro integrati”. Oppure che “un ambiente economico rinnovato potrà dare frutti se tutti i protagonisti che lo animano − le imprese e le famiglie, chi studia e chi lavora, gli intermediari finanziari e i risparmiatori − sapranno assumere la piena responsabilità del proprio ruolo”.

Ma mi s’inumidisce la mascherina di lacrime quando sento però che “non si tratta solo di economia”: “Bisognerà riconoscere ed essere aperti a molteplici punti di vista, interessi, esigenze; servirà un confronto ordinato e un dialogo costruttivo tra chi ha competenze diverse, così come tra coloro che hanno responsabilità distinte ma non per questo tra loro indipendenti e distanti”.

E per chi ha dubbi, una rassicurazione: “Ce la faremo”. A patto però di cominciare “dai punti di forza di cui qualche volta ci scordiamo; affrontando finalmente le debolezze che
qualche volta non vogliamo vedere. Molti hanno perso la vita, molti piangono i loro cari, molti temono per il proprio lavoro. Nessuno deve perdere la speranza”.

E le Considerazioni terminarono felici e contente.

Buon week end.