Categoria: Annali

Cronicario. Niente più sandwich: solo panini

Proverbio del 18 giugno Il frutto maturo cade da solo, ma non in bocca

Numero del giorno: 1.310.000.000.000 Liquidità richiesta dalle banche alla Bce

Lo so: questa ve l’eravate persa, e d’altronde anch’io. Dopotutto siamo nel giorno in cui l’Istat, come sempre prodiga di gioie, rilascia dati meravigliosi sul nostro commercio estero.

Ricapitolo: ad aprile il nostro commercio estero ha segnato, lato export, un -34,9% su marzo, che già era andato maluccio, e un -41,6% su aprile 2019, mentre lato import rispettivamente -18,5 e -33,7.

Ma attenzione, perché il diavolo si nasconde nei dettagli, un po’ come lo spirto sovrano ch’entro mi rugge (semicit.)

Ora, visti i dati Istat, ci sta che nessuno avesse fatto caso alla notizia straordinaria ivi contenuta fra le righe piccole ma piccolissime. Ma per fortuna ci sono soggetti straordinari, come quella tale associazione di coltivatori, che ce lo fanno notare.

Cosa? Presto detto: il coronacoso non solo ci ha regalato le vacanze sovrane, ma adesso ci ha trasformati tutti in patrioti alimentari.

Proprio così. Le importazioni di cibi e bevande straniere “crollano del 16” come araldeggia una nota agenzia “mentre tengono sostanzialmente le esportazioni alimentari Made in Italy che fanno segnare un calo di appena l’1%”.

Il mercato dei cibi patriottici – testuale – ha raggiunto i 7,1 miliardi e ormai pesa il 25% degli scaffali. Sicché il manzo inglese è calato del 38%, lo champagne francese del 24 e persino il mango del 40%, a marzo 2020, rispetto a marzo 2019.

Adesso ci manca solo di fare il passo successivo. Dopo le vacanze e il cibo, rimane solo di parlare sovrano. Niente più sandwich, perciò. Solo panini.

A domani.

Il prezzo esorbitante che l’Italia paga al protezionismo

Se chi anima il dibattito pubblico desse il giusto peso alle parole che usa, nessuno che avesse a cuore la buona salute della nostra economia dovrebbe mai utilizzare termini come protezionismo, dazi, barriere commerciali, tariffe. Queste parole, e peggio ancora i pensieri che incorporano, sono puro veleno per la nostra costituzione economica, che è tanto più sana quanto più diventa capace di vivere e respirare nell’aria aperta dell’economia internazionale. Chi dice il contrario e propone di proteggere l’Italia dai mercati vuole soltanto arrogarsi il diritto di decidere chi debba avere cosa, anziché lasciar decidere che siano l’ingegno e il buon senso degli agenti economici a regolare il nostro futuro.

Tale considerazione parrà esorbitante a chi, sedotto dalle varie primazie che ancora oggi allignano fra noi, promuove certe scorciatoie, sui debiti come sugli scambi internazionali, per sostanziare la sua proposta politica, pallido travestimento di una volontà di potenza questa sì esorbitante. Ma chi volesse avere qualcosa di più robusto di certe seduzioni, può spendere qualche minuto a leggere un breve approfondimento contenuto nell’ultima relazione annuale di Bankitalia dedicato proprio all’esame dei costi per l’Italia delle politiche protezioniste, per giunta su un orizzonte molto lungo che risale fino al 1870, ossia da quando viene fatta risalire l’inizio di una delle tante globalizzazioni avvenute nella storia, interrotta dallo scoppio della prima guerra mondiale.

Gli studiosi hanno elaborato un indice che quantifica il costo del commercio internazionale per il nostro paese che è “una misura sintetica dell’ampio spettro di costi che ostacolano gli scambi internazionali (dazi, barriere non tariffarie, oneri amministrativi)”. Il grafico sotto sintetizza i risultati.

 

Come si può osservare, questi costi a partire dalla data convenzionale si riducono gradualmente fino alla crisi degli anni ’80 del XIX, quando i torbidi economici fecero spuntare fuori le solite pulsioni protezioniste, che tuttavia furono tenute a bada dal fiorire di accordi bilaterali che in qualche modo fece proseguire il trend ribassista. Il risultato fu la Belle époque e lo sviluppo di quel mondo che Keynes ricordava con nostalgia nelle prime pagine del suo libro Le conseguenze economiche della pace.

Il primo dopoguerra segnò una profonda rottura delle relazioni internazionali, malgrado diversi e ripetuti tentativi di far rivivere l’internazionalizzazione del passato – ad esempio ripristinando il gold standard – che condussero alla crisi del 1929 dalla quale l’ondata protezionista trasse notevole nutrimento e forza. Ed ecco che, nella parte centrale del nostro grafico, l’indice dei costi commerciali prendere forza e impennarsi, fino ad annullare del tutto, negli anni Trenta, i progressi fatti dal 1870 in poi.

Ci vorrà un’altra guerra e soprattutto un altro dopoguerra per smantellare l’architettura protezionista che aveva congelato beni, servizi e capitali dentro le frontiere degli stati. A partire dagli anni ’50, con la progressiva convertibilità valutaria e la nascita del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) e della Comunità europea, dopo l’esperienza molto positiva dell’Unione europea dei pagamenti, gli scambi tornano a fluire. La globalizzazione di marca americana prende slancio e, fra una crisi e l’altra, arriviamo agli ’80, quando si tocca il minimo della curva discendente dei costi commerciali dove, fra brevi saliscendi ci siamo trovati anche all’inizio del nuovo secolo.

Perché questo indice ci interessa direttamente? Bankitalia lo spiega con chiarezza. “Al graduale smantellamento degli ostacoli al commercio, pur interrottosi tra le due guerre, si può imputare complessivamente circa il 40 per cento della crescita degli scambi bilaterali dell’Italia con i paesi partner considerati nell’analisi”. Al contrario, il protezionismo degli anni fra le due guerre è stato devastante per la nostra economia: “In sua assenza il volume del commercio italiano sarebbe potuto quasi raddoppiare nel periodo,  si è invece dimezzato”.

Poco male, dirà chi giudica la protezione più importante della crescita. Ma allora sappia che “la contrazione degli scambi a seguito di politiche protezionistiche, oltre a ridurre
le esportazioni, priva l’economia di importanti benefici derivanti ad esempio dalla diminuzione dei prezzi e dagli aumenti della produttività promossi dalla concorrenza
estera. Gli effetti negativi che ne risultano possono essere acuti nei paesi, come il
nostro, caratterizzati anche da una limitata dotazione di risorse naturali”. Giusto per ricordarci chi siamo.

Possiamo fare anche un altro passo in avanti. Bankitalia ha svolto un’indagine controfattuale per provare a quantificare i benefici in termini di Pil fra un regime di libero scambio e uno di autarchia per il nostro paese. Il grafico sotto illustra i risultati.

I risultati non hanno bisogno di molti commenti. Nella globalizzazione di fine XIX secolo i benefici dell’apertura sono stati pari in media a quattro punti percentuali di prodotto. Nella globalizzazione del secondo dopoguerra addirittura del doppio con otto punti (puntino nero). Negli anni Trenta del XX secolo, trionfo dell’autarchia eravamo a due. Non c’è granché altro da aggiungere.

I profitti delle banche rimarranno bassi a lungo (come i tassi)

Che la salute delle banche sia un pensiero fisso degli osservatori è più che comprensibile, essendo gli istituti di credito di nuovo nell’occhio del ciclone a causa del Covid. La risacca della pandemia, una volta che si sarà ritirata l’onda dell’emergenza, rischia di esibire un panorama bancario popolato da intermediari che hanno dato fondo alle riserve costruite nell’ultimo decennio, durante il quale tanto è stato fatto per rafforzare il capitale bancario, pure se al costo di aumentare l’esposizione di altri intermediari, a cominciare dagli investitori istituzionali.

Perciò nulla di strano che anche il Fmi abbia dedicato un capitolo della Global financial stability review all’argomento della redditività bancaria, sotto pressione almeno da quando le banche centrali hanno iniziato a portare a zero i tassi, e dalle prospettive sempre più incerte, visto che le stime condotto dagli economisti del Fondo conducono alla conclusione che i profitti rimangono troppo bassi per garantire la robustezza degli istituti. La politica dei tassi a zero, insomma, non fa sorgere solo interrogativi per il futuro dell’attività bancaria lato retail, ma proprio sulla sostenibilità di lungo termine del business bancario in sé, che esibisce in aggregato la tendenza ad avere margini di redditività inferiori al costo dell’equity.

Il grafico sopra illustra molto bene lo stato dell’arte. Nel campione di economie osservate dal Fmi, che vengono distinte in tre gruppi, le uniche banche che hanno goduto di una certa ripresa della profittabilità misurata con il ROE sono quelle del gruppo Nord Atlantico, in particolare quelle canadesi e statunitensi dove, non a caso, “i tassi di interessi sono stati più elevati”.

Al contrario non ci sono stati miglioramenti per le banche dell’eurozona, che ormai viaggiano a un livello di redditività più che dimezzato rispetto al periodo anteriore al 2008, e se la passano appena poco meglio le banche del terzo gruppo di paesi. Il Giappone, in particolare, dove i profitti bancari sono stati bassi a lungo con un trend decrescente che ha sostanzialmente assecondato l’approfondirsi dei tassi di interesse.

Il risultato è che i profitti non riescono neanche a remunerare il costo del capitale e questo ha l’effetto di una zavorra sulla capacità delle banche di raccogliere nuovi fondi, oltre a sollevare parecchi interrogativi sulla resilienza degli istituti – e la crisi Covid sarà un’ottima cartina di tornasole – di fronte a shock improvvisi.

Se questo è lo scenario, si capisce perché il Fmi veda banche sostanzialmente costrette a inseguire i profitti perduti percorrendo il sentiero stretto di ulteriori riduzioni di costi operativi o provando a far crescere i ricavi puntando sulle commissioni.

Questo nel breve periodo. Mentre nel medio esiste una possibilità assai concreta che gli istituti tentino di aumentare la redditività esponendosi a maggiori rischi, “piantando i semi di futuri problemi”.

Da qui l’appello alle autorità a realizzare delle politiche che aiutino le banche a preservare la stabilità finanziaria, tenendo conto di un ecosistema dove si prevede dureranno al lungo i tassi bassi. E i profitti di conseguenza.

In effetti le simulazioni svolte dal Fmi non sono incoraggianti. “La maggior parte delle banche – sottolinea il Fmi – avrà una riduzione del ROE fino al 2025”. Ciò a partire da una redditività che lo stesso Fondo ricorda essere “già a un livello basso”. Le banche che operano già in un ambiente di tassi moderati “tendono a beneficiare meno dalla ripresa economica che verrà, perché i costi e i margini netti sono già molto bassi e i tassi non ci si attende che aumentino molto”.

Quanto all’eurozona, “la simulazione prevede una riduzione dei costi e un piccolo aumento del margine non collegato agli interessi che consentirà a una parte delle banche di aumentare i profitti rispetto al 2018”. Ma in ogni caso, il ROE, nel 2025, rimarrà sotto il livello attuale per molte banche nella regione. Ma neanche le banche Usa, “sono immuni alle pressioni sui profitti “in larga parte dipendenti dalla compressione dei margini netti sugli interessi”.

In sostanza per le banche un livello adeguato di tassi di interesse è come ossigeno. Pensare che gli istituti possano sostenere per sempre tassi azzerati o addirittura negativi significa credere che queste entità possano cambiare la loro natura. Se le banche diventassero “anaerobiche”, non vorrebbe dire che sono finalmente riuscite a perseguire una nuova e magari auspicabile evoluzione. Ma soltanto che non sono più banche.

La recessione fra scricchiolare il mattone europeo

Una recente analisi di S&P global disegna scenari assai poco entusiasmanti per il mattone europeo, già alle prese con svariate difficoltà segnalate nel settembre scorso dall’European Systemic Risk Board (ESRB).

Le previsioni di S&P, aldilà dei numeri, sono scontate quanto alle premesse: in tempi di pandemia non ci si può certo aspettare che i mercati festeggino, e tanto meno quelli immobiliari, che vivono tutte le complicazioni del caso. Perciò, aldilà delle facilitazioni creditizie concesse dalle banche e prima ancora dalle banche centrali, non c’è da aspettarsi nulla di buono né quest’anno né il prossimo. Il 2022 dovrebbe essere – e mai condizionale fu più d’obbligo – l’anno della riscossa. O, per meglio dire, di una ripresa dei prezzi “relativamente forte”.

Il “relativamente” si spiega osservando la crescita asfittica di alcuni mercati nazionali – e segnatamente quello italiano, che non solo regredisce da anni, ma non riesce neanche ad esprimere un ripresa robusta – dopo il prevedibile calo del 2020, che l’agenzia stima intorno al 3%.

Come si può osservare dalla tabella sopra, in Italia i prezzi tornerebbero a crescere non prima del 2022, peraltro a un livello assai inferiore a quello degli altri paesi censiti.

La morfologia dei singoli paesi – demografica, fiscale, istituzionale – spiega gran parte degli andamenti divergenti delle quotazioni. S&P fa l’esempio dei paesi come Svizzera, Germania, Irlanda e Regno Unito, dove il calo dei prezzi atteso è meno pronunciato per diverse ragioni: perché c’è poca offerta o per il ruolo giocato dagli investitori istituzionali.

Ma il punto saliente è che questa crisi, per quanto circostanziale, arriva in un momento in cui molti mercati immobiliari europei sono già stressati non solo da quotazioni elevate – e in tal senso una crisi che raffreddi i prezzi può essere anche positiva – ma da un alto livello di indebitamento che in un momento in cui le persone perdono il lavoro a causa della pandemia, può generare molti problemi sociali e di stabilità finanziaria. “Non ci aspettiamo un collasso dei prezzi delle case in Europa – scrivono gli analisti – ma alcune famiglie saranno costrette a vendere, altre non saranno in grado di comprare mentre altri che potrebbero comprare rimanderanno gli acquisti”. Normale in tempo di pandemia. Ma dipende quanto tempo durerà questa fase.

Nei mesi scorsi, infatti, il report pubblicato dall’European Systemic Risk Board indicava chiaramente alcune delle linee di faglia del mercato immobiliare europeo, che si concentravano in quei paesi dove i prezzi erano cresciuti notevolmente insieme al livello di debiti privati sottoscritti per assecondarne gli andamenti.

In particolare l’organismo distingue fra paesi con mercati a rischio elevato, fra i quali annovera Danimarca, Olanda, Lussemburgo, Norvegia e Svezia, a rischio medio (Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Germania, Estonia, Finlandia, Francia, Irlanda, Islanda, Malta, Portogallo, Slovacchia e Regno Unito). L’Italia non viene neanche menzionata nel rapporto, e per una semplice ragione: il debito delle famiglie è basso e i prezzi sono in calo da anni. Mancano quindi i presupposti capaci di rendere instabile il mercato immobiliare e le banche che erogano i mutui, che risultano fra le meno esposte per quantità di prestiti legati al residential real estate (RRE).

Per le banche italiane, i mutui pesano poco più del 20% del pil. E questa situazione si riverbera sul livello di indebitamento delle famiglie.

Se guardiamo agli andamenti dei prezzi negli ultimi tre anni (grafico sotto), possiamo arrivare ad alcune considerazioni.

La prima è che per essere assorbito senza troppi traumi lo shock pandemico deve essere di durata breve, come sembra ipotizzare S&P nella sua analisi. I paesi più esposti, sia a livello bancario che a livello delle famiglie, sono quelli dove i prezzi devono continuare a salire per sostenere la carta dei debiti. Quindi va bene un anno di shock, ma due sarebbe problematico.

La seconda è che questo andamento deve proseguire nel tempo, anche se molti mercati mostrano chiari segnali di sopravvalutazione.

Per quanto riguarda noi italiani, possiamo consolarci pensando che la nostra instabilità non dipende dal mercato immobiliare: non darà grandi soddisfazioni, ma nemmeno grandi rischi. Che di questi tempi è già qualcosa.

I tassi negativi e il crollo dei rendimenti a lungo termine

Se bastasse il buon senso, sarebbe sufficiente notare che il crollo dei rendimenti obbligazionari a lungo termine ha seguito l’arrivo in zona negativi dei tassi di interesse che la Bce paga alle riserve bancarie ormai dal 2014. Ma purtroppo il caro senso comune non basta, perché le correlazioni spurie sono sempre in agguato e gli economisti sono più scettici di San Tommaso, pure se assai più di lui covano nel segreto le congetture più dogmatiche. Ad esempio quella che una banca centrale non possa agire sui tassi a lungo ma solo su quelli a breve. O, peggio ancora, che la politica monetaria, nel lungo periodo, sia neutra rispetto all’economia reale. Che sarà pur vero se magari per lungo periodo intendiamo, keynesianamente, quello in cui saremo tutti morti. E forse nemmeno in quel caso.

Ma poiché gli economisti sono anche capaci di questionare le loro convinzioni – e questo va sicuramente a loro merito – vale la pena riportare un breve approfondimento che la Bce ha scritto per provare a quantificare quanto e in che modo la politica dei tassi negativi (Negative interest rate policy, NIRP) abbia impattato sui rendimenti delle obbligazioni a lungo termine, che, udite udite, ne risentono eccome. Proprio come ne risentono anche le valutazioni degli asset.

Notate che l’impatto stimato cresce col tempo, e questo probabilmente a causa di ragioni diverse che hanno a che fare con le aspettative e i calcoli di convenienza che gli agenti economici maturano a lungo andare.

Ricordiamo che il tasso sulle riserve (deposit facility rate, DFR) è stato diminutio di 50 punti base fra giugno 2014 e fine 2019. Nel segmento a breve termine, come era presumibile, la curva dei rendimenti ha replicato quasi del tutto il calo del DFR. Il tasso OIS (overnight index swap) a una settimana, ad esempio, è sceso di quasi 60 punti base nello stesso periodo, mentre i tassi OIS decennali, che servono come riferimento per i tassi a lungo termine sugli asset privi di rischio nell’eurozona, sono diminuiti di 130 punti base, praticamente il doppio del segmento breve. Anche i rendimenti delle obbligazioni delle società non finanziaria, con investment grade, sono diminuiti di 120 punti base, mentre, per converso, i corsi azionari aumentavano del 25%.

Certo, non tutto è dipeso dalla politica della Bce. Altri fattori sono intervenuti, come ad esempio la compressione dei premi a termine, sui quali comunque hanno pesato non poco le politiche di QE. Perciò la Bce ha condotto una simulazione per quantificare il peso specifico del NIRP sul calo dei rendimenti, arrivando alla conclusione che tale politica “avrebbe generato una compressione dei rendimenti sulle obbligazioni sovrane a due e a dieci anni, pari, rispettivamente, a circa 40 e 35 punti base alla fine del 2019”.

Poco o tanto che sia, è qualcosa che è bene sottolineare, a uso e consumo dei teorici della neutralità della moneta, nonché del debito di gratitudine che i debitori dovrebbero coltivare amorevolmente nei confronti delle banca centrale. Come d’altronde chi ha goduto dei rialzi azionari di questi anni.

La Bce quantifica al 3% il limite inferiore del contributo offerto dal NIRP ala crescita die corsi azionari. Che può essere poco o può esser tanto, a seconda di come la si veda, ma è sicuramente qualcosa che è meglio avere. Come la Bce in questi anni sofferti. Non sarà perfetta, ma meglio di niente.

Cronicario. Finalmente faremo vacanze sovrane (a casa)

Proverbio del 12 giugno L’uomo morale si adatta alle circostanze della vita

Numero del giorno: 260.000 Aumento inattivi in Italia nel IQ 2020

Siccome è venerdì di una settimana vissuta pericolosamente, fra minacce di nuove Pontemie, memorie da lockdown e siparietti vari, mi sembra giusto augurarvi buon week end affrontando un tema che sono sicuro sarà in cima ai vostri pensieri visto che siamo stati tre mesi chiusi in casa a fare smart working o per meglio dire niente: le ferie estive.

E siccome fra Btp tricolori e amenità del genere risulta che la Pontemia ci ha fatto diventare tutti un po’ più patriottici, vi do subito la buona notizia: quest’anno, dicono i soliti sondaggiari ben il 92,3% di noi farà vacanze in Italia.

Da quel risicato 7 e spicci per cento che non rinuncia alle fascinazioni estere possiamo solo dedurre che ormai solo una minoranza non risponde all’appello della patria e che quindi stiamo marciando felici verso il sol dell’avvenire sovrano. Ma soprattutto dall’informazione che solo il 5% ha prenotato qualcosa, possiamo inferire che si sta delineando lo scenario perfetto, per le nostre ferie.

La vacanza sovrana. Ma a casa. L’unica che ci possiamo permettere.

Buon week end.

Cartolina. Prima gli italiani

Nessuno avrà nulla da ridire, nell’osservare il primato italiano per deficit e debito che si prevede seguirà alla pandemia. Nessuno avrà nulla da ridire, e con buone ragioni, visto che, com’è noto, prima di tutto viene la salute e nessuno può preferire un numeretto a una vita, eccetera eccetera. Perciò pazienza se arriveremo al 10 per cento di deficit e al 160 per cento di debito sul pil. Gli italiani vengono prima dei debiti. Sono sempre venuti prima. E si vede.

 

Cronicario. Lo dice anche l’Istat: ad aprile era tutto chiuso

Proverbio dell’11 giugno Una bocca senza sorriso è come una lampada senza luce

Numero del giorno: 25 Quota % italiani che rimanderanno acquisti hi tech secondo Nomisma

Siccome adoro chi, quando piove, mi ricorda che l’acqua è bagnata, mi sono letto tutto d’un fiato l’eccellente rapporto sulla produzione industriale di aprile di Istat che ha confermato una cosa che tutti sospettavamo senza avere il conforto della sicurezza statistica: ad aprile era tutto chiuso.

Avete letto bene: riduzioni senza precendenti!! Per dire, la produzione di auto è crollata del 100%.

Non è meraviglioso tutto ciò? No, non il fatto che sia successo – quella suona più come una disgrazia – ma il fatto che stiamo scrivendo pagine di storia grazie al lockdown. La Pontemia fra 100 anni la studieranno nelle scuole – per allora dovrebbero riaprire –  magnificando i geni che con le loro decisioni hanno contribuito a scrivere questa pagine storica sul nostro librone collettivo.

Allora se vi trovate a passare a Roma, sabato prossimo, e magari fate un salto a Villa Pamphili, non vi dimenticate di fare un saluto a costoro. Mi raccomando: senza precedenti.

A domani.

C’era una volta l’accordo fra Cina e Usa

Dicono che sia ancora valido l’accordo commerciale siglato ad inizio d’anno fra Cina e Usa, col quale Pechino si impegnava a comprare merci per 200 miliardi dagli Usa in due anni, prologo del riequilibrio commerciale fra i due paesi che Trump ha messo alla base della sua politica estera e interna.

Dicono che l’accordo sia ancora valido, i due presidenti, malgrado nel frattempo sia intervenuta una pandemia che ha sconvolto produzione e commercio internazionali, incattivendo anche notevolmente le relazioni bilaterali, fra accuse americane di reticenza sull’emergenza sanitaria e repliche piccate dei cinesi, che arrivano alla minaccia, seppure velata, non appena gli Usa tirano in ballo Taiwan, come hanno fatto di recente, scoprendo persino il segreto di Pulcinella che ogni tanto si finge di dimenticare: il confronto fra i due colossi ha molto a che fare anche con la tecnologia, come peraltro mostra chiaramente il caso Huawei, e viene suonato lungo lo spartito degli infiniti punti di frizione che possono emergere fra la potenza egemone e quella emergente.

Il caso dei microchip di Taiwan, con la Taiwan semiconductor che dovrebbe aprire una fabbrica in Arizona, è solo l’ennesimo epifenomeno di un conflitto neanche troppo strisciante già abbondantemente documentato anche qui.

In questo contesto, dicono sempre i due presidenti, come ben ci ricorda un post di Bofit, che l’accordo commerciale è ancora vigente, fra le minacce di Trump e le assicurazioni di Xi. Peccato però che alle tante parole facciano seguito fatti scarsini, almeno se li contiamo col metro degli scambi commerciali effettivi.

Il grafico parla chiaro e non ha bisogno di molti commenti. Il primo quarto ha registrato importazioni cinesi dagli Usa assai inferiori a quanto servirebbe per raggiungere i target previsti dall’accordo e l’istogramma giallo serve a quantificare il gap che la Cina dovrebbe coprire per rispettare le quote previste quest’anno.

Dicono, perciò, che sia ancora valido quest’accordo invernale che così tanto aveva fatto sperare per il raffreddarsi delle tensioni fra i due contendenti. Ma forse perché bisogna intendersi sul significato di questo termine. Forse la Cina comprerà quanto promesso, magari invocando un proroga che in tempi di coronavirus non si nega a nessuno, ma che questo rispettare gli accordi commerciali sia il sintomo di un accordo equivale a credere che basti essere in rapporti d’affari per diventare amici. L’accordo commerciale magari ci sarà ancora. Ma solo quello.

Cronicario. Sembrava una Guerra e invece era un Gurria

Proverbio del 10 giugno Troppo è peggio che poco

Numero del giorno: 158,2 Debito/pil in Italia previsto da Ocse a fine 2020

A un certo punto, dopo aver esibito le solite previsioni uau che vanno alla grande in tempi di pandemia di previsioni uau…

dove si vede che l’Italia potrebbe perdere 14 punti di pil quest’anno (uau), e vi faccio grazie del resto,

qualche genio di quelli che non mancano mai ha chiesto al prode capo dell’Ocse, fonte di queste previsioni uau, se lo preoccupasse il fatto del debito italiano.

Ma quello, imperterrito, ha risposto: “Oggi dobbiamo impiegare tutte le risorse che abbiamo, non bisogna lasciare nulla da parte, per combattere il virus, per vincere questa guerra contro il nemico”. Manco fosse un qualunque supercommissario delle mascherine.

Poi leggo meglio. Non era Guerra. Era Gurria.

A domani.