L’irresistibile (de)crescita della Cina

Mi torna in mente una certa pubblicistica in auge nell’Italia degli anni ’70, quando si magnificavano i tassi di crescita delle economie sovietiche, leggendo le ultime riflessioni della Bce, contenute nel suo ultimo bollettino economico, sull’economia cinese.

Ieri come oggi, anche se con sempre meno fervore, gli osservatori guardano all’economia cinese con invidia più o meno benevola, dimenticando, oggi come ieri, quanto sia più facile far crescere il prodotto in un paese sostanzialmente autoritario e ad economia pianificata. Dove, per dire, il livello degli investimenti pubblici ha ampiamente superato il 40% del Pil. Salvo poi accorgersi che il gigante aveva i piedi d’argilla.

Penserete che sono dettagli. Ma purtroppo non è così. L’economia cinese ha perso gran parte del suo slancio, dopo la crisi del 2008, e lo stimolo interno, garantito dagli investimenti pubblici, ha solo parzialmente compensato il cambiamento del clima internazionale e pure al prezzo di ampi squilibri interni che hanno aperto una visibilissima crepa nel gigante asiatico.

Lo dimostra il fatto che il prodotto sia in costante rallentamento, e la Bce vede ulteriori rischi al ribasso, e che inizino a far capolino anche quei fenomeni che lasciano presagire sviluppi inconsueti e imprevedibili per un paese come la Cina.

Valga come esempio la “serie di casi di insolvenze o pericolo di insolvenza sulle emissioni obbligazionarie e su altri prodotti finanziari”, che, aggiunge la Bce, “”sono senza precedenti in Cina” e segnalano “l’intensificarsi delle tensioni nel settore finanziario”.

E sarebbe strano il contrario. La ragione è presto detta: il livello di prestiti interni, e quindi di debiti, a imprese e amministrazioni locali, è crescito dal circa il 130% del pil nel 2004 a oltre il 200% nel 2014. Una montagna di debito, più o meno celata, peraltro concentrata nel settore immobiliare e delle abitazioni in particolare, che nel 2014,  “ha registrato un brusco rallentamento che ha fatto aumentare le scorte e diminuire i prezzi degli alloggi”. Problema aggravato dalla circostanza che l’immobiliare ha ricadute su alcuni comparti dell’industria pesante, come ad esempio quella dell’acciaio.

“Riscontri aneddotici – sottolinea la Bce – mostrano che i costruttori, in particolare le imprese più piccole, si trovano a dover avviare azioni di consolidamento o di ridimensionamento dell’attività. Anche i corsi dei beni utilizzati nelle costruzioni sono diminuiti e l’inflazione calcolata sull’indice dei prezzi alla produzione in Cina è negativa dai primi del 2012, il che esercita pressioni sui margini di profitto di una serie di comparti dell’industria pesante”.

L’alto debito, inoltre, limita “la capacità delle amministrazioni locali di mantenere il ritmo sostenuto di investimenti infrastrutturali osservato alcuni anni fa”.

In sostanza, non è più sostenibile l’idea di pompare il Pil con le costruzioni, essendo di molto diminuito lo spazio di manovrabilità fiscale. Quindi dovremo abituarci a una Cina dove il Pil decrescerà a meno che l’economia internazionale non le restituisca quello slancio sulle esportazioni che le ha garantito il successo nei primi anni del 2000. E neanche è detto che basti.

L’alternativa, che la Bce sottolinea, è che la Cina metta in campo anche lei le sue brave riforme strutturali. A cominciare da quelle che hanno a che fare con la liberalizzazione del mercato dei capitali, ossia il nuovo Eldorado contemporaneo dei finanzieri internazionali.

Alcuni progressi, in tal senso, sono stati fatti. La Bce ricorda, non a caso, il lancio del programma pilota Shangai-Hong Kong Stock connect. Ma anche alcuni azioni di riforma del sistema finanziario e di riordino del sistema previdenziale, mentre rimangono ancora limitate le iniziative per liberalizzare l’economia e riformare le imprese pubbliche, sulla quale peraltro grava buona parte del debito contratto con altre entità pubbliche. Che è un modo elegante per ricordare che comunque stiamo parlando della Cina.

E questo lo sanno anche i cinesi. Tanto è vero che hanno delineato il 2020 come orizzonte temporale entro il quale attuare gran parte delle riforme necessarie per fare della Cina un paese più moderno. Più autenticamente capitalistico.

Bisognerà vedere se tale modernità sarà conciliabile con la forma politica cinese.

Ricordiamo tutti cosa è successo in Urss.

Parte l’Unione del mercato dei capitali

E alla fine il momento è arrivato. Ormai da tempo l’Ue stava lavorando al progetto di Unione del mercato dei capitali, logica conseguenza dell’unione monetaria e di quella bancaria, nonché piena attuazione del Trattato di Roma del ’57.

Sapevamo già che il processo “istruttorio” era avanzato. Adesso sappiamo che si inizia a fare sul serio.

Pochi giorni fa, infatti, la Commissione Ue ha lanciato, insieme con il suo green paper dedicato alla materia, una consultazione pubblica su questa ennesima rivoluzione della nostra vita di europei, che come al solito finirà ignorata dalle grandi cronache e dai dibattiti finché non sarà stata portata a compimento.

La consultazione, che riguarda vari gruppi di cittadini, oltre che gli stati Ue, durerà tre mesi e l’esito verrà in qualche modo recepito nella piattaforma finale del documento che dovrebbe mettere le basi della nuova piattaforma giuridica che sosterrà l’Unione dei capitali.

Di tutto ciò, tuttavia, poco è filtrato sulle cronache. Ed è un vero peccato. Perché l’innovazione che si va a proporre sarà assolutamente sostanziale e cambierà la vita di ognuno di noi, pure se all’apparenza sembra molto lontana dalla nostra quotidianità.

La data di conclusione prevista del processo, quindi della creazione vera e proprio del mercato unico dei capitali è il 2019. E se vi sembra lontano nel tempo è solo perché avete dimenticato quanto ci abbiamo messo a realizzare l’Unione monetaria e quanto tempo è servito a realizzare l’Unione bancaria.

Ma tale orizzonte temporale significa anche un’altra cosa: è la dimostrazione pratica che l’impegno politico per aumentare l’integrazione europea non viene meno, ma anzi si intensifica, malgrado le varie crisi greche, i malpancismi tedeschi, le intemperie italofrancesi e tutte le variegatissime opinioni pubbliche euroscettiche che, a quanto pare, fanno tanto rumore per nulla. Parlano di euro, ma intanto stiamo andando verso l’unificazione del mercato dei bond.

Guardano al dito, ma non alla direzione.

“La libera circolazione dei capitali è stato uno dei principi fondamentali sui quali l’Ue è stata edificata – leggo nella premessa del libro verde -. a più di 50 anni fa dal Trattato di Roma dobbiamo cogliere questa opportunità, trasformando una visione in realtà”. Sempre perché l’eurotartaruga ha una memoria da elefante.

E se tutto ciò vi sembra astruso, come è sicuramente, è solo perché le banconote le tenete in tasca, mentre i bond, ammesso di poterne disporre, li custodisce un intermediario.

Ma in realtà le conseguenza dell’unificazione del mercato dei capitali sono diverse, sia a livello economico che finanziario.

Per farvela semplice riporto qui alcune dichiarazioni di principio che la Commissione Ue a messo sul suo sito per spiegare il contorno dell’operazione. Ma i  lettori più attenti di questo blog ne sapranno già abbastanza.

In particolare, l’Unione del mercato dei capitali si propone di migliorare l’accesso al finanziamento di tutti i settori economici, dalle start up alle piccole e media imprese, fino ai progetti di investimento a lungo termine.

Poi la nuova Unione si propone di aumentare e diversificare le fonti di finanziamento, al fine esplicito di rafforzare il ruolo del mercato dei capitali rispetto alle banche quale fonte di approvvigionamento di credito per le imprese. Infine, rendere più efficiente il rapporto fra il mercato che finanzia e l’impresa che riceve il finanziamento, a prescindere dalla sua nazionalità.

Quest’ultima caratteristica presuppone che un bond emesso in Germania abbia lo stesso trattamento, giuridico e fiscale, di un bond emesso in Francia. E questo, almeno in teoria, implica necessariamente un coordinamento di alcune scelte di politica fiscale. Ossia un ottimo viatico per la prima prova generale di unione fiscale su una specifica materia, che a quanto pare sarà il modus operandi della tecnocrazia europea in assenza di modifiche dei trattati.

Chiunque abbia a cuore la tematica può seguire, per approfondire, un convegno che si terrà il prossimo 6 maggio a Bruxelles, o, meglio ancora, leggere il libro verde che la Commissione Ue ha messo a disposizione.

Poi non dite che non ne sapevate nulla.

 

Gli effetti deflazionari della terza età

Scopro con divertito stupore che le mie malfondate intuizioni circa il legame fra andamento dell’economia e della demografia non sono così infondate, relativamente almeno agli effetti che gli andamenti demografici hanno su quello dei prezzi.

Stupore cui si aggiunge la sorpresa, quando osservo, leggendo un paper della Bis (“Can demography affect inflation and monetary policy?”), che fior di banchieri centrali iniziano a sospettare che l’aumentare della quota di popolazione anziana abbia effetti deflazionari, impattando implicitamente sul livello del prodotto.

Ma più di tutto, mi convince a leggere il paper la domanda che gli autori si fanno all’inizio: “Perché l’inflazione era alta negli anni 1960-70 e perché è bassa oggi?”, che mi sembra assolutamente interessante.

Sicché mi armo della consueta santa pazienza e inizio a compulsare le 50 pagine dello scritto, che magari non darà una risposta definitiva, ma almeno offre degli spunti di riflessioni utili al nostro discorso.

Secondo il punto di vista più comune, l’impennata dell’inflazione degli anni 60-70 fu frutto di errori commessi dalle banche centrali, che non agirono efficacemente per impedire il fenomeno.

Più di recente, alcuni banchieri centrali hanno ipotizzato che le tendenze demografiche possano avere a che fare con l’andamento dei prezzi, e persino il Fmi, prendendo spunto dall’esperienza giapponese, ha ipotizzato che il divenire anziano della popolazione spinga al ribasso i prezzi, per lo più facendo rallentare la crescita, indebolendo persino gli effetti della politica monetaria.

Sulla scorta di queste analisi precedenti, gli autori del paper hanno condotto un’analisi su 22 economie riguardante il periodo 1955-2010 al termine della quale affermano di aver trovato “una significativa e stabile connessione fra la struttura anagrafica della popolazione e l’inflazione” o direttamente “o tramite le aspettative di inflazione”. Ciò anche di fronte al verificarsi di eventi come i due shock petroliferi, o seguendo l’andamento del tasso reale di interesse o dell’output gap, nei confronti dei quali “l’impatto demografico sembra essere complementare”.

Ancora più importante, sottolineano, è la circostanza che “il risultato non dipende da nessun periodo particolare”. La relazione fra demografia e inflazione risulta sussistente nel dopo 1980 come nel dopo 1995, e sussiste anche nei periodo straordinari, come appunto sono stati quelli degli shock petroliferi.

Secondo le stime degli autori, “la demografia pesa circa un terzo delle variazioni dell’inflazione e in gran parte per la decelerazione avvenuta dai tardi anni ’70 ai primi anni ’90”.  Soprattutto, le rilevazioni hanno mostrato un pattern a U: “Una quota maggiore di persone a carico (ossia, giovani e anziani) è correlata con un più alto tasso di inflazione, mentre una quota maggiore di coorti in età lavorativa è correlata con un’inflazione più bassa”.

L’estensione dell’analisi alla politica monetaria ha permesso inoltre di arrivare a un’altra conclusione: c’è una relazione fra gli andamento demografici e la politica monetaria, anche se non appare stabile come quella individuata fra demografie e prezzi.

In particolare, prima della metà degli anni ’80 la politica monetaria “ha rinforzato ‘impatto demografico sull’inflazione: i tassi di interesse reali erano bassi proprio mentre erano alte le pressioni inflazionarie”.

Questo pattern si è invertito dalla seconda metà degli anni ’80, quando la politica monetaria ha iniziato a mitigare gli impatti demografici, anche se non completamente. “In altre parole – spiegano – in quel periodo i tassi di interesse reali erano bassi e le pressioni demografiche inflazionarie lo erano altrettanto”.

Insomma: la demografia impatta sull’economia, in tanti modi. Ma questo in pratica che vuol dire?

“Il nostro risultao è rilevante per la teoria economica e le policy”, sottolineano i due autori. Della prima potremmo pure infischiarcene, atteso che le teorie economiche cambiano di continuo. Più interessante però l’effetto che ciò ha sulle politiche, che magari a queste teorie fanno riferimento. In particolare le politiche monetarie che si basano sulla stima dell’inflazione prevista e si orientano verso i target di riferimento.

Questi ultimi, in particolare,  “potrebbero rimanere ottimali – si chiedono – se le pressioni inflazionarie sottostanti cambiano significativamente?”.

Detto in altre parole, può bastare un 2% di target se l’andamento demografico spinge verso lo zero? O se invece, aumentando gli anziani, e quindi quelli fuori dai processi produttivi, l’andamento demografico spingerà verso un’inflazione più alta?

Il problema si aggrava se si considera che i paesi hanno strutture demografiche profondamente diverse, pure se in comune hanno una quota crescente di anziani. In alcuni di questi, dove l’invecchiamento della popolazione si prevede più rapida, ci si può aspettare una maggiore spinta verso l’inflazione. Fra questi spiccano Italia, Grecia, Spagna (sempre perché piove sul bagnato) e Corea del Sud.

Chi ha orecchi intenda, diceva il filosofo.

 

La sovranità monetaria spiegata dagli svizzeri

Aspettavo con una certa curiosità di rileggere Thomas Jordan, chairman del board della banca centrale svizzera, dopo la decisione del 15 gennaio con la quale l’autorità monetaria ha annunciato che non avrebbe più difeso il regime di cambio con l’euro, fissato anni fa a 1,20 franchi. Decisione che, lo ricorderete, ha alimentato diverse discussioni per alcuni giorni, conducendo peraltro la valuta elvetica a una sostanziale parità con l’euro.

Aspettavo, quindi, curioso di conoscere la versione di Jordan, dopo essermi sciroppata quella di mezzo mondo. E finalmente ho pescato uno speech che il governatore ha tenuto a Bruxelles il 17 gennaio, quindi a caldo: appena due giorni dopo l’annuncio della fine del cambio fisso. Il titolo poi era estremamente suggestivo: “Switzerland at the heart of Europe – between independence and interdependence”.

Già. La Svizzera è il paese più citato dai sovranisti per la sua capacità di vivere, e pure bene, in un contesto globalizzato. La sua indipendenza, che tante invidie le provoca, coesiste con una profonda interdipendenza con il sistema finanziario globale, essendo la Svizzera una economia aperta – pensate solo alle sue banche – e inserita a pieno titolo, con la sua moneta, nel grande gioco valutario.

Il franco svizzero, come tutte le le monete, rappresenta l’interfaccia finanziaria e commerciale della Svizzera col resto del mondo. Il suo stato di salute, perciò, e le modalità con le quali la banca centrale lo gestisce, può dirci molto sulle modalità in cui uno stato sovrano possa sopravvivere (e pure bene) in un contesto globale.

Decido perciò di ascoltare con tutta l’umiltà di cui dispongo l’allocuzione di Jordan, che mi sembra un’utile lezione di politica monetaria a uso mio e dei sovranisti, che magari ne faranno tesoro.

La prima cosa che mi salta all’occhio è la considerazione che, proprio in virtù del suo essere un’economia aperta, la Svizzera a volte “è stata soggetta a grandi shock valutari”. “Non essendo parte di un largo mercato interno – sottolinea – la Svizzera è particolarmente dipendente dai mercati internazionali”. Piccolo è bello, insomma, salvo ricordarsi questo caveat.

E anche un altro: “La Svizzera è conosciuta come un paese con uno dei più alti tenori di vita al mondo, ma ciò non va considerato come acquisito: è una sfida costante raggiungere e mantenere il progresso sociale”.

Quindi, piccolo è bello, a patto di essere capaci di conquistarsi ogni giorno questo privilegio.

A tal proposito, Jordan ci ricorda che la Svizzera dispone di una valuta che gioca, nel sistema globale, un ruolo assai più rilevante del peso specifico espresso dalla taglia economica del paese. Ciò deriva dallo stato di safe haven di cui gode il paradiso elevetico, indice, sottolinea Jordan “della stabilità di cui gode il Paese”.

La stabilità, quindi, è il secondo caveat.

Poi certo, a volte si può esser vittime del proprio successo. E infatti la Svizzera, dopo l’agosto 2007, quando i sub prime americani iniziavano già a scuotere il mondo, ha visto il franco apprezzarsi, e mano  a mano crescere la pressione sul cambio dopo il crack Lehman e, peggio ancora, dopo la crisi dell’euro del 2010-11. “Come conseguenza enormi flussi finanziaria in cerca di rifugio si sono riversati sul franco”. Dall’agosto del 2007 a quello del 2011, la moneta svizzera si è apprezzata del 40% in termini reali. I rendimenti sul debito svizzero a breve termine sono diventati negativi e tale è rimasto sin da allora.

Ciò spiega perché “di fronte a tali drammatici sviluppi” la SNB ha introdotto la soglia minima di 1,20 franchi per un euro il 6 settembre 2011 tenuta fino al 15 gennaio scorso, pure al prezzo di una notevole espansione el bilancio della banca centrale. E anche perché la SNB ha deciso di recedere da questa politica.

“La ragione di questa scelta va ricercata nel contesto internazionale – spiega Jordan – essendo divenuto evidente la divergenza di politica monetaria fra la Bce e la Fed”, espansionaria la prima e probabilmente contrazionaria la seconda.

In queste condizioni “le pressioni sul tasso minimo di cambio si sono intensificate enormemente, in particolare all’inizio del 2015, divenendo perciò insostenibile. La Snb non ha potuto far altro che disconoscere la propria policy”.

Quindi piccolo è bello, a parte di saperselo guadagnare e di non scommettere contro i grandi. Il rischio per la SNB era quello di “perdere il controllo del proprio bilancio”, già enorme, che “avrebbe potuto raddoppiarsi in pochi mesi” se i  banchieri centrali non avesero agito”.

“Come conseguenza adesso l’economia svizzera deve fare i conti con un tasso di cambio molto difficile e in un mondo interdipendente, dove i capitali circolano liberamente, la forza della Svizzera può facilmente diventare un fattore maggiormente sfidante”.

La storia della Svizzera, dove al rifiuto di cedere sovranità, in qualunque forma, si è sempre associato una notevole apertura nei commerci e nelle finanze, rende questa sfida particolarmente complicata, osserva Jordan. Finora il Paese ha retto l’urto della crisi grazie alla sua domanda interna e agli sviluppi positivi del suo mercato immobiliare, che in qualche modo hanno compensato il trauma subito dai suoi scambi internazionali. L’export si è dimostrato resiliente, grazie anche alle scelte di politica monetaria che hanno impedito un apprezzamento del franco superiore a quello già eccessivo registrato. Un quadro che ora diventa più complicato dagli attuali sviluppi, potendo però la Svizzera contare su un quadro d’insieme che espone alcuni punti forti.

Jordan ne elenca alcuni: la struttura innovativa e diversificata del settore produttivo che esporta, per cominciare: l’ammontare dei beni che la Svizzera esporta all’estero equivale a circa la metà del prodotto domestico lordo. Di questo, circa un terzo sono servizi. Per mantenere questa quota di export, il settore tradable è stato interessato da notevoli cambiamenti strutturali. Il farmaceutico, ad esempio, è cresciuto di importanza a scapito del manifatturiero.

Inoltre i settori sono stati riorganizzati al loro interno, sia nei prodotti che nei processi. E poi sono cambiati anche i mercati di riferimento. “Gli esportatori svizzeri si sono concentrati su Cina e Stati Uniti e altre economia emergenti, mentre hanno fatto meno affidamento sui mercati tradizionali come Germania, Francia e Italia”. E tuttavia “gli esportatori svizzeri rimangono fortemente dipendenti dal mercato europeo, che assorbe tuttora più della metà della produzione svizzera”. Ciò spiega perché la crisi dei debiti sovrani abbia messo a dura prova la tenuta dell’economia elvetica.

Un altro supporto della tenuta dell’economia, spiega ancora, è stato il mercato del lavoro flessibile che combina una “scarsa protezione contro il licenziamento con un generoso un sistema di assicurazione contro la disoccupazione”. A ciò si aggiunga una legislazione favorevole al lavoro short-time, quindi una sorta di mini job, che, sottolinea “è un vantaggio cruciale”, così come anche le buone relazioni fra datori di lavoro e lavoratori, orientate verso negoziazioni di tipo consensuale.

Non finisce qui. La Svizzera ha sempre potuto contare anche una politica fiscale robusta, quindi con poco deficit e debito pubblico. “Durante la crisi lo stato salubre delle finanze pubbliche ha permesso di attivare gli stabilizzatori automatici, che hanno supportato l’economia senza minare la stabilità fiscale di medio termine”. Quindi non sono state necessarie misura di austerità né aumenti di tasse per contrastare l’effetto depressionario della crisi. Ciò ha avuto effetti positivi sulla ricchezza delle famiglie e quindi sul consumo interno e la sulla fiducia.

Da ciò ne consegue che le scelte di politica monetaria continueranno ad essere fatte – la SNB ha annunciato che rimarrà attiva nel mercato dei cambi – ogni qual volta si riterrà necessario. Ma con una premessa: “Oggi più che mai l’economia deve concentrarsi sui suoi elementi strutturali di forza e di flessibilità per assicurare la sua competitività internazionale e la sua prosperità”. Insomma: da sola la politica monetaria indipendente non basta: serve un’economia robusta alle spalle.

I sovranisti, perciò, dovrebbero far tesoro di quel che serva per giocare da vincitori la partita della globalizzazione conservando la propria indipendenza monetaria: una struttura produttiva di qualità e flessibile, mercato del lavoro compreso, che favorisce positivi scambi commerciali con l’estero, spesa governativa sotto controllo e settore bancario robusto, o quantomeno scaltro. Aiuta, certo, avere alle spalle anche un lunga tradizione di stabilità politica ed economica, garanzie di credibilità e generatrici di fiducia.

Insomma: bisogna essere svizzeri. O almeno somigliar loro un pochetto. Ma non è detto che basti.

E gli svizzeri, come abbiamo visto, sono i primi a saperlo.

Casa, piano piano torna il Piano

Poiché noi italiani siamo fissati con la casa, anzi La Casa, capirete perché compulso con frequenza regolare le statistiche sull’andamento dei corsi immobiliari e delle compravendite uscendone, ogni volta, depresso.

Per farvela breve: il mattone italiano si sta sgretolando poco alla volta, suscitando ansie e preoccupazioni ovunque: nel settore delle costruzioni, franato inesorabilmente, provocando buona parte della crescita della disoccupazione di questi anni, nel settore finanziario, banche in testa, e nelle famiglie, che vedono deprimersi ogni anno la loro ricchezza.

Pensate al sollievo nazionale quando, qualche giorno fa, il viceministro delle infrastrutture, intervenuto a uno dei soliti convegni sull’immobiliare italiano, se ne è uscito con l’annuncio che il governo ha un piano. Anzi, per la precisione ha detto che si tratta del più importante Piano Casa degli ultimi vent’anni, che smobilizzerà 400 milioni di euro per stimolare l’housing sociale. Le case a basso costo per i meno abbienti.

Sul come e sul quando, il ministro ha spiegato che verrà prodotto un provvedimento che verrà presentato per metà marzo.

Ma prima di approfondire, vale la pena sbirciare agli ultimi dati Istat sulle quotazioni immobiliari, che ci dicono una cosa molto semplice: la discesa del mattone italiano non si ferma.

I più ottimisti potranno consolarsi rilevando che il calo delle quotazioni colpisce le abitazioni esistenti, mentre quelle nuove, nel terzo trimestre 2014 al quale i dati si riferiscono, sono leggermente in aumento (+0,7%). Oppure potranno apprezzare l’aumento delle compravendite e dei mutui immobiliari dell’ultimo trimestre censito dall’istituto.

Ma le buone notizie non possono oscurare la circostanza che i prezzi sono bloccati, quando non sono in calo. Anche fra le abitazioni nuove i prezzi sono poco sopra il livello del 2010. L’indice, infatti, fatto 100 il livello di fine 2010, quota un miserevole 100,8. Ciò vuol dire che in quasi quattro anni i prezzi sono rimasti stagnanti, e anzi sono scesi parecchio: basta ricordare che nel terzo trimestre del 2012 l’indice quotava 104,7.

Per apprezzare compiutamente il dato, inoltre, va ricordato il peso relativo delle abitazioni nuove sul totale. E all’uopo può essere utile osservare l’indice totale, che al terzo trimestre 2014 vale 88,3 e che risulta in calo da 11 trimestri. In pratica il prezzo delle abitazioni italiane, in media, è diminuito dell’11,7% dalla fine del 2011 ad oggi. Se consideriamo solo le abitazioni esistenti il calo arriva al 16,7% (indice 83,3).

Purtroppo i dati Istat fotografano solo parzialmente il problema.

Ricordo che la crisi dell’immobiliare è partita nel 2008.

Possiamo avere un’idea più chiara di cosa sia successo rileggendo il bollettino di ottobre della Banca d’Italia, l’ultimo disponibile, che sommarizza in un grafico l’andamento trimestrale dei prezzi, reali e nominali, e delle compravendite dal 2000 a metà 2014.

Fatto 100 il livello di questi indicatori nel 2005, possiamo osservare le due fasi del ciclo. Prima quella espansiva, nei primi anni del 2000, quando i prezzi nominali erano poco sotto 70 e quelli reali a 80, con le compravendite vicine a 85.

L’espansione ha raggiunto il suo picco fra il 2007 e il 2008, quando l’indice dei prezzi nominali superò 115, quindi 45 punti in più rispetto al dato del 2000 (+64%), mentre i prezzi reali viaggiavano poco sotto 110 (+37%) e le compravendite quotavano 110 (+30%).

La fase di contrazione dura fino a oggi. L’indice dei prezzi nominali , ricordando sempre che Bankitalia non distingue fra abitazioni nuove o esistenti, è tornato a livello 100, quindi al livello del 2005. Quello dei prezzi reali sta intorno a 85, all’incirca al livello del 2002, mentre le compravendite sono crollate poco sopra 50, ossia il 38% in meno del livello del 2000.

Stando così le cose, il leggero aumento delle compravendite (+4,1%), peraltro associato a una costante contrazione dei prezzi, registrato da Istat nel terzo trimestre 2014 non sembra sufficiente a invertire un trend che si conferma ancora contrazionario.

Giova ricordare che tale distruzione di ricchezza ha notevolmente colpito le famiglie italiane, e fa scricchiolare anche i bilanci delle banche, che di mattone, sia diretto che indiretto (esposizione verso mutui immobiliari) sono imbottite, come la stessa Bankitalia ha ricordato nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria.

La domanda che tutti si fanno è quale sarà l’andamento del mercato quest’anno. Gli analisti temono un altro 2015 a prezzi calanti, anche a causa delle politiche fiscali sul mattone, si pensi all’imminente riforma del Catasto, alla scarsa propensione delle banche a erogare credito, e, soprattutto, all’andamento declinante dei redditi, che tale credito dovrebbero garantire.

Se a tali variabili aggiungiamo quelle demografiche che impattano sulla domanda – gli anziani sono sempre meno propensi a cambiare casa e i giovani sono sempre di meno – si delinea con chiarezza un quadro deflazionario, con tutti gli effetti che ciò può determinare sulla ricchezza nazionale.

Il mattone, da grande riserva di valore degli italiani, rischia di diventare il loro fardello.

Tale triste conclusione non tiene però conto dell’impeto pianificatorio del governo, come dicevo prima. La seduzione dei Piani Governativi, per un paese con alle spalle una tradizione come la nostra, è irresistibile. I governi italiani hanno sempre pianificato qualcosa, con risultato che abbiamo il terzo debiti pubblico del mondo.

Ebbene, per presentare il Piano, il ministro delle infrastrutture ha scelto il convegno dal titolo “Social housing: una soluzione al disagio abitativo”.

Il piano, per competenza, è stato disegnato con la collaborazione di Ance, Cassa depositi e prestiti e Abi: quindi comuni, il forziere pubblico per eccellenza, e le banche. Lo scopo, così come le cronache lo hanno raccontato, è quello di mettere in piedi uno di quei modelli dove un fondo compra coi soldi delle banche e vende a un altro fondo. In sostanza la sarabanda che nei primi anni duemila ha condotto a grandi arricchimenti privati a spese dello stato.

Poiché non ho avuto accesso agli atti del convegno, devo accontentarmi delle cronache che ne sono state fatte e che vi riporto per completezza di informazione.

Lo scopo del Piano è recuperare gli immobili invenduti, si parla di 20 mila, che poi sono quelli che hanno patito i minori ribassi di prezzo, come abbiamo visto, e che sono rimasti nelle pance di chi li ha costruiti. Questo mattone invenduto dovrebbe finire in mano a dei fondi immobiliari, costituiti dagli stessi imprenditori, le banche e CdP, che ne propongono una valorizzazione sulla base della quale, con i soldi della CdP, si formulerà un’offerta ai fondi stessi per prendere in gestione questi immobili e metterli a reddito, potendo contare all’occorrenza sui 400 milioni che il viceministro alle infrastrutture ha annunciato saranno resi disponibili per il Piano: 150 milioni per il sostegno degli affitti e 250 per il sostegno fiscale per interventi sull’invenduto”.

Quindi un imprenditore che ha un palazzo incompleto e invenduto, potrà conferirlo a un fondo, che lo completerà con i soli dello stato e magari potrà affittarlo a canone calmierato, sempre coi soldi dello stato. Il tutto, ovviamente, per alleviare il disagio delle categorie deboli.

Per la cronaca, ricordo che l’ultimo Piano Casa, che prevedeva 20 alloggi disponibili per i più deboli entro il 2010, si sono perse praticamente le tracce. Ma state pur certi: il Piano torna sempre. E con tali premesse/promesse il Piano Casa arriverà al traguardo.

Piano, piano, però.

L’eurocaduta sostanziale del saggio di profitto

Mi risuonano echi di lontane memorie ricardian-marxiste mentre leggo nell’ultimo bollettino della Bce della caduta del margine di profitto delle imprese non finanziarie nell’eurozona e mi viene voglia di appoggiarmi alle seduzioni della teoria della stagnazione secolare, ormai in gran voga fra gli addetti ai lavori, visto che non riesco a capire perché le imprese dovrebbero tornare a credere nel mercato se il mercato non crede più a loro, ossia ai loro prodotti.

Forse davvero dobbiamo rassegnarci a un’epoca in cui i tassi di crescita, gravati dagli andamenti demografici, saranno appena sufficienti a rendere i debiti sostenibili, e persino al prezzo di grandi costrizioni dei bilanci pubblici – leggi del welfare – e di quelli privati, atteso che gran parte della correzione dovrebbe indirizzarsi verso la produttività, nella quale come sappiamo gioca parte importante il livello dei salari.

Ma decido di rifuggire dalla tentazione di semplificare. In fondo non sono qui per lanciare slogan, ma per offrire, per quanto nelle mie capacità, spunti di riflessione, informazioni e analisi che traggo dalle astruse elaborazioni di quelli che ne sanno più di me.

Perciò mi rassegno e leggo tutta la manfrina prodotta dalla nostra Banca centrale per scoprire come “i margini di profitto delle società non finanziarie (SNF) siano drasticamente calati durante la recessione del 2008/2009 e si sono ridotti anche durante gli ultimi due anni”:

Vale la pena sottolineare che tale margine viene misurato in termini di profitti unitari lordi, calcolati osservando l’andamento di un indice che ha al numeratore il risultato lordo di gestione e al denominatore il valore aggiunto reale che misura in sostanza il prodotto.

Poiché la questione si fa tecnica, credo sia meglio fermarsi un attimo per approfondire.

In particolare la definizione di risultato lordo di gestione merita di essere illustrata per evitare fraintendimenti.

In contabilità nazionale, secondo le definizioni Istat aggiornate al vecchio Sec95, il reddito lordo di gestione “corrisponde al Pil, diminuito delle imposte indirette sulla produzione e sulle importazioni, al netto dei contributi alla produzione e dei redditi da lavoro dipendente versati dai datori di lavoro residenti. Comprende tutti gli altri redditi generati dal processo produttivo oltre gli ammortamenti”.

Provo a tradurre: il risultato lordo di gestione equivale a quella parte dell’utile del’impresa derivante dalla gestione caratteristica od operativa che dir si voglia, ossia alla differenza fra il valore della produzione e i costi.

In pratica tale indicatore misura il reddito espresso dall’impresa in quanto tale. E’ chiaro che all’aumentare dei costi il risultato lordo di gestione peggiora.

Se noi utilizziamo il rapporto fra risultato lordo di gestione delle imprese e il valore aggiunto reale della produzione di queste imprese otteniamo un indicatore che misura l’incidenza del reddito aziendale, chiamiamolo così per semplificare, sul prodotto nazionale. Se il risultato di gestione è 10 e il valore aggiunto della produzione industriale è 100, il mio margine di profitto, misurato come profitto unitario lordo, è del 10%. Più aumenta il numeratore, a denominatore fermo, più aumentano i margini di profitto e viceversa.

Quindi quando parliamo di caduta dei margini di profitto, così come la Bce l’ha definito, intendiamo l’andamento declinante di quest’indice.

Scusate la premessa, però almeno adesso sappiamo di cosa stiamo parlando.

Bene. Il grafico elaborato dalla Bce illustra che il margine del profitto, ossia l’incidenza dei profitti per unità di prodotto, ha subito una brusca caduta nel 2009, quando la decrescita arrivò a sfiorare il -5% a metà dell’anno rispetto all’anno precedente.

Poi il margine è tornato a salire, raggiungendo il suo picco all’inizio del 2011, quando ha ripreso a cadere. Alla fine del 2013, quando il grafico si chiude, il margine era a crescita sostanzialmente zero.

Secondo gli analisti della Bce, durante la caduta economica del 2008, la sofferenza del margine di profitto è da attribuirsi alla “reattività relativamente scarsa delle retribuzioni degli occupati. Di conseguenza, la quota dei profitti (sul valore aggiunto) è calata decisamente, portandosi su livelli inferiori alla sua media di più lungo periodo, dopo aver seguito una tendenza al rialzo prima della crisi”.

In effetti si vede con chiarezza che la quota del profitto lordo e netto delle imprese non finanziarie in percentuale del valore aggiunto  cresceva fino al 2007, quando stava in media sopra il 40% (lordo) e il 25% (netto), per poi inabissarsi in quelli successivi. Tale calo, peraltro, non si è arrestato.

A fine 2013 tale quota lorda risulta più bassa del 1999 e quella netta ancora di più, ormai sotto il 20%.

“La flessione delle quote di profitto – commenta la Bce – potrebbe avere diverse cause. Da un lato, esse riflettono il fatto che, nel contesto di debolezza economica prevalente per gran parte del periodo dal 2008, gli aumenti dei costi dei servizi del lavoro e del capitale non hanno potuto essere  trasmessi ai prezzi di vendita. Dall’altro lato, le quote dei profitti erano molto aumentate prima della crisi del 2008 e quindi risulta difficile confrontarne gli andamenti poiché non esiste un parametro affidabile del reale livello di lungo periodo di tali quote”.

Qualunque sia la ragione, che siano cresciuti i costi troppo adesso o che siano cresciuti troppo i profitti prima, rimane il fatto che ormai da più di quindici anni le imprese vedono decrescere sostanzialmente la propria quota di profitti.

Voi al posto loro cosa fareste?

 

 

Gli anziani gonfiano il mercato del lavoro europeo

M’inerpico sprovveduto lungo i pendii statistici elaborati dalla Bce nell’ultimo bollettino, dove un riquadro discorre degli andamenti recenti della partecipazione al mercato del lavoro nell’eurozona. E scopro con divertito stupore che “malgrado i periodi di severa recessione che hanno colpito lʼarea dellʼeuro negli ultimi anni, il tasso di partecipazione alla forza lavoro nellʼarea ha evidenziato andamenti (atipicamente) positivi”.

Quell'”atipicamente” mi attrae come una calamita e capisco, leggendo oltre, che come sempre quando si tratta di statistica è tutta una questione di definizioni.

Già, perché la Bce per calcolare il suo tasso di partecipazione fa riferimento alla popolazione compresa fra i 15 e i 74 anni, quando di solito si usa la classe 15-64 anni per definire la popolazione attiva. E poiché la stessa Bce nota che “lʼaumento del tasso aggregato di partecipazione è stato trainato soprattutto dalla crescita della partecipazione dei gruppi di età più avanzata (55-74), mentre la partecipazione giovanile (15-24) è andata calando”, se ne può dedurre agevolmente che sono gli anziani a trainare l’aumento della partecipazione al mercato del lavoro.

Che significa?

In pratica ciò evidenzia il crescente aumento del peso relativo dei fattori demografici sul mercato del lavoro rispetto ai fattori ciclici e strutturali.

Faccio un passo indietro.

Ricordo che il tasso di partecipazione misura la percentuale di coloro che sono occupati o cercano attivamente lavoro sul totale della forza lavoro, che, nel caso monitorato dalla Bce, dovremmo definire come il totale della popolazione compresa fra i 15 e i 74 anni.

Ebbene, il tasso di partecipazione nell’euroarea ha seguito un trend ascendente dal 2000 al 2012, collocandosi intorno al 64% nel 2014.

Il fatto che ciò sia accaduto durante un periodo in cui la disoccupazione aumentava non deve stupire, visto che, come ho detto, la partecipazione misura il totale di coloro che lavorano e coloro che cercano lavoro. Quindi in questo senso l’aumento dei disoccupati può far crescere il tasso di partecipazione se costoro continuano attivamente a cercare lavoro.

Ciò non toglie che il tasso di partecipazione avrebbe potuto essere più alto, se non fosse aumentata la disoccupazione, visto che “i cambiamenti nella distribuzione della popolazione hanno esercitato pressioni al ribasso sulla partecipazione al mercato del lavoro. Ciò si deve alla crescita delle fasce di popolazione con i tassi di partecipazione più bassi (quelle di età compresa fra i 55 e i 74 anni) e alla concomitante riduzione delle fasce con i tassi di partecipazione più elevati (principalmente la popolazione di età adulta)”.

Osservando i grafici prodotti nel riquadro appare di tutta evidenza che rispetto al terzo trimestre 2007 è notevolmente diminuito il tasso di partecipazione dei 15-24enni, quello della classe 25.54 è sostanzialmente stabile, mentre è aumentato significativamente quello della classe 55-64enni e risulta in crescita anche quello dei 65-74enni. In pratica, lo coorti più anziane sono quelle che hanno visto aumentare il tasso di partecipazione. E leggo questa indicazione come un chiaro segno del destino che attende le popolazioni europee: lavorare fino a un’età sempre più avanzata.

L’analisi si fa ancora più interessante se il dato viene disaggregato nei quattro paesi principali che compongono l’area, ossia Germania, Italia, Francia e Spagna.

L’incremento più evidente del tasso di partecipazione si è registrato in Germania dove l’indice, fatto 100 il livello del 2008, è arrivato a sfiorare 105 nel 2014. Italia e Spagna convergono verso 101, mentre la Francia è di poco sopra 100, ossia lo stesso livello del 2008.

La performance della Germania, spiega la Bce, “è dipeso in gran parte da variazioni della partecipazione nelle diverse fasce
dʼetà, in particolare quella dei lavoratori più anziani, forse dovute allʼattuazione delle riforme Hartz e alla progressiva eliminazione
delle opzioni di pensionamento anticipato fra il 2006 e il 2010. Dal 2009 i tassi di partecipazione hanno altresì beneficiato di un
aumento dellʼimmigrazione netta verso la Germania”.

In Francia “il modesto aumento del tasso di partecipazione è principalmente attribuibile a un incremento di quello delle fasce
di età più avanzata (dovuto a un aumento dellʼetà pensionabile)”.

In Spagna “la crescita della partecipazione fino al 2012 è imputabile soprattutto a cambiamenti positivi nelle decisioni di partecipazione (principalmente fra le persone di età compresa fra i 40 e i 64 anni)”. C’è da dire che dal 2013 il tasso spagnolo è notevolmente diminuito “in parte per l’uscita dei lavoratori stranieri”.

In Italia, dopo la contrazione registrata a partire dal 2008 per l’aumento dei lavoratori scoraggiati, che hanno di conseguenza ingrossato la classe degli inattivi,  ossia coloro che non studiano né lavorano, “a partire dal 2012 a partecipazione ha ripreso a salire, in parte per effetto della riforma pensionistica”.

Come si può notare le modifiche del welfare hanno impatti diretti sulla durata della vita lavorativa e, di conseguenza, sui tassi di partecipazione. Se vado in pensione pià tardi devo cercare lavoro anche a sessant’anni. E se ho una pensione bassa, o sussidi ridotti, pure a settanta.

Tutto ciò si intreccia con l’evoluzione demografica dell’eurozona, dove “la quota delle fasce di età più avanzata (caratterizzate da tassi di partecipazione inferiori) è destinata ad aumentare”.

Insomma, sempre più persone coi capelli bianchi, e sempre alla ricerca di un lavoro per sbarcare il lunario.

Così magari si sentono giovani.

 

 

L’Italia a crescita zero

Sicché un venerdì 13 come un altro l’Istat rivela, con grande sollievo nazionale, che la crescita del Pil sul trimestre precedente non c’è stata. Zero.

Strano a dirsi, l’azzeramento della crescita, lungi dallo spaventare, rassicura quasi, essendo terminata – si affrettano a scrivere i tanti commentatori – la decrescita.

Che poi a ben vedere non è così, visto che l’azzeramento del quarto trimestre completa comunque un 2014 con un segno negativo dello 0,4%, persino peggiore di quello -0,3% che il governo aveva vaticinato pochi mesi fa, e che comunque rispetto al quarto trimestre 2013 il calo è stato dello 0,3%.

L’indomani di questo venerdì 13, il titolo che mi suggestiona di più è quello del Sole 24 ore, che in prima pagina nazionale dice che “il Pil dell’Italia tiene” e in un sommario sottolinea come “L’economia italiana risale a zero”. Uno straordinario spiazzamento retorico. Il Pil che tiene risalendo a zero.

Mentre plaudo al titolista, che ha evidentemente a cuore il buonumore nazionale, il maledetto ficcanaso che insiste dentro di me mi dice due cose: la prima è che i margini dell’errore statistico, che gli istituti nazionali si guardano bene dall’evidenziare nelle loro note, oscilla su valori che somigliano agli andamenti del Pil italiano, ossia  più o meno uno 0,1-0,3%.

La seconda cosa è che conviene andarsi a vedere le voci che compongono questo miracoloso ritorno a zero.

Sicché corro a leggere per intero la nota Istat sul prodotto quando, improvvisamente, mi sovviene che prima di questo venerdì 13, così fortunato per l’economia italiana, c’è stato un giovedì 12 nel quale, sempre l’Istat, ha rilasciato un’altra nota che mi sembra importante quanto quella di venerdì 13, ma che però non ha ricevuto l’onore della prima pagina del Sole 24 ore, né di altri giornali altrettanto titolati.

Mi riferisco alle statistiche sull’andamento della popolazione. La vera crescita zero del nostro paese. Per la semplice circostanza che, a differenza delle statistiche del prodotto, che ingannano per senso e sostanza, quelle sulla popolazioni si limitano a raccogliere i numeri di morti e nascite. Niente algoritmi: semplice aritmetica.

Il fatto che tali dati non abbiano dignità di prima pagina, quando anche uno studente di economia sa perfettamente quanto sia stretto il legame fra le questioni economiche e quelle demografiche, dipende da una serie di ragioni, a cominciare dal luogocomunismo del nostro dibattere politico-giornalistico, a finire dall’importanza assoluta che il Pil ha conquistato nel tempo, essendo il denominatore di ogni indice di sostenibilità dei debiti, e quindi, in sostanza del nostro buonumore.

Decido perciò di tentare un esperimento e leggere insieme le statistiche del prodotto con quelle della popolazione.

Comincio dalla prima perché neanch’io sfuggo al luogocomunismo che fa credere che un buon Pil sia la panacea dei nostri mali economici.

Qui leggo che “la variazione congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nei comparti dell’agricoltura e dell’industria e di un aumento nei servizi. Dal lato della domanda, il contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte) è compensato da un apporto positivo della componente estera netta”. Quindi aumenta il prodotto nei servizi a scapito di agricoltura e industria, mentre la domanda estera compensa il calo di domanda nazionale.

Poi nel prospetto che sommarizza i tassi di crescita congiunturali noto che non è la prima volta che l’economia italiana “risale a zero”. Era già successo nel terzo trimestre 2013 e nel primo trimestre 2014. E poi è tornata negativa. Per la cronaca, l’ultima stima positiva del Pil è quella che risale al secondo trimestre 2011, con un +0,2%. Sempre ai confini dell’errore statistico.

Insomma, somigliamo a un motore inceppato, che tenta di mettersi in moto ma poi si spegne e che coltiva la speranza di partire perché ha nel serbatoio un po’ di benzina che arriva dall’estero. Faccio davvero fatica a comprendere come sia possibile che un paese che ha una notevole ricchezza finanziaria e patrimoniale come il nostro debba dipendere dalla domanda estera per far rialzare a zero il Pil.

Depresso, cambio argomento e volgo la mia attenzione alla nota demografica, che, se possibile mi deprime ancor di più.

Qui leggo che “regolarmente da un decennio si rileva una riduzione della popolazione di cittadinanza italiana, scesa a 55,7 milioni di residenti al 1° gennaio 2015. La perdita netta rispetto all’anno precedente è pari a 125 mila residenti”. Ciò significa che se non fossero arrivati nel frattempo cinque milioni e 73mila immigrati, non saremmo quei 60 e rotti milioni che ancora siamo, ma assai meno. E mi sovviene, mentre osservo questo dato, un vecchio grafico dell’Ocse, dove si misurava la crescita media del pil pro capite reale del paesi del gruppo fra il 2000 e il 2011 e spiccava il nostro, unico ad avere un tasso negativo dello 0,1%.

Sempre lì siamo, da un quindicennio.

Se fossi un economista mi proporrei di studiare la correlazione fra andamento demografico e (de)crescita del prodotto. Ma poiché non sono capace, mi tengo la domanda e vado avanti.

Sempre nella nota Istat leggo che  “al 1° gennaio 2015 l’età media della popolazione ha raggiunto i 44,4 anni. La popolazione per grandi classi di età è così distribuita: 13,8% fino a 14 anni di età, 64,4% da 15 a 64 anni, 21,7% da 65 anni in su”.

Se fossi un economista, mi chiederei quale sia la propensione al consumo di beni agricoli e industriali, e quale invece la domanda di servizi, di una popolazione che per oltre un quinto è anziana,  e quale sia la sua propensione a fare investimenti, tipo comprare una casa. Ma poiché economista non sono, mi tengo anche questa domanda e continuo a leggere.

Scopro che per la prima volta dall’Unità d’Italia le nascite sono arrivate al minimo di 509 mila e che i morti sono stati 597 mila, quattromila in meno rispetto al 2013. Il combinato disposto ha generato un aumento della speranza di vita, confermandosi l’Italia un buon Paese per la terza età.

Rimane il fatto che senza l’afflusso degli immigrati saremmo in decrescita, anche demografica. E che anche gli immigrati arrivano sempre meno: il saldo migratorio con l’estero, positivo per 493 mila unità nel 2007, è arrivato nel 2014 a 142 mila.

A ciò si aggiunga che il saldo migratorio per gli italiani risulta negativo per 65 mila unità, il 20,25% in più rispetto al 2013. Aumentano, perciò, quelli che vanno via dal Paese. E lascio alla vostra immaginazione di ipotizzare a quale classe d’età appartengano.

Noto infine che, anche al lordo dell’effetto positivo dell’immigrazione, “nel 2014 la popolazione residente consegue un incremento demografico dello 0,4 per mille, il più basso degli ultimi dieci anni. In termini assoluti l’incremento è pari ad appena 26 mila unità, il che determina una popolazione totale di 60 milioni 808 mila residenti al 1° gennaio 2015”.

L’incremento dello 0,4 per mille della popolazione mi fa pensare immediatamente alla risalita a zero del Pil del quarto trimestre. E allora capisco che il Pil fotografa ciò che l’Italia è diventata in questi ultimi dieci e passa anni: un Paese che non vuole più crescere, ma solo invecchiare in pace.

L’Italia è a crescita zero.

Il problema è che le piace.

 

 

Il petrolio (verde) fa dimagrire i tacos

Tendo a divagare, ormai lo sapete. Perciò non vi stupirà notare come, nell’incedere, il mio discorso socieconomico s’imbatta in questioni che possono parere speciose, ai cultori della materia, ma che invece hanno esiti imprevedibili e sostanziosi, nel senso dell’economia sostanziale.

Mi chiedo, ad esempio, se noi tutti siamo consapevoli della possibilità che esista una sorta di trade off, nel senso che la teoria economia da a questa parola, fra il costo dell’energia e quello del cibo. E che tale effetto, ossia che l’andamento dell’una impatti negativamente su quello dell’altro, si esasperi se si prende come riferimento non solo l’energia in generale, petrolio in primis, ma quella verde in particolare, dove, vale a dire, trionfa l’ipocrisia dei buoni sentimenti della nostra società.

Questo dover decidere se nutrire le macchine o le persone, col pretesto peraltro di inquinare meno, mi appare veramente un segno del nostro tempo che non potevo esimermi dal raccontarvi qui, dove discorro fra l’altro di come la peste economicistica sia divenuta pandemica.

Devo dire, tuttavia, che non ci avrei mai pensato se non avessi scorto fra le pubblicazioni della Bis un paper assai suggestivo “The biofuel connection: impact of US regulation on oil and food prices”.

A merito degli autori l’aver esplorato una connessione così interessante. A demerito mio l’averne tratto uno spunto di narrazione che nessun economista di buon senso si sognerebbe di asseverare. Ma per fortuna io, che economista non sono, posso divagare e godermi il paesaggio.

Leggendolo, scopro che gli accademici dibattono da anni sui guasti che i carburanti verdi, ossia derivati da materiali agricoli, possono provocare, premendo sulla domanda, sul costo dei generi di prima necessità. E che, ciò malgrado, sin dai ’70 i paesi avanzati, come sempre ansiosi di sbarazzarsi del petrolio, con la scusa magari di inquinare meno, hanno implementato programmi di promozione dei biocarburanti, senza che peraltro si siano segnalati particolari scossoni dei prezzi fino alla metà degli anni 2000.

Da allora in poi i prezzi delle commodity alimentari hanno iniziato a salire significativamente, come peraltro è accaduto anche a quelli dei metalli e dei prodotti energetici. Fino a quando, nella seconda metà del 2014, le commodity hanno iniziato a declinare, anche vistosamente. Alcuni ci hanno visto l’esaurirsi del cosiddetto “superciclo” delle materie prime, iniziato dai livelli assai bassi di metà anni ’90 ai record della seconda metà dei 2000.

Sia come sia, i dati, ricapitolati in un grafico dello studio, mostrano che l’indice delle commodity legate al cibo, fatta 100 la base 1992-99, è arrivato a quasi 200 fino al 2008, poi è sceso e quindi ha ripreso la sua corsa superando il livello del 2008 e mantenendo un trend incerto fino alle metà del 2014, quando ha cominciato a decrescere.

Assai più volatili, il metallo e l’energia hanno toccato, rispettivamente, l’indice 400 e 700 nel 2008, per poi crollare e riprendere la corsa nel 2009. A fine 2014 vediamo l’indice del cibo poco sotto 200, quello dei metalli a 300 e quello dell’energia a 500.

Ma poiché qui di cibo voglio trattare, noto, sulla scorta degli autori del paper, che l’incremento del prezzo delle commodity alimentari, in particolare riferito a mais, zucchero e soia, ha iniziato a impennarsi dalla seconda metà del 2006.

Un anno prima gli Usa avevano approvato l’Us energy policy act (EPAct) col quale si imponevano maggiori quote di additivi bio nei consumi energetici statunitensi. L’etanolo, ad esempio.

Da qui la domanda se l’introduzione della normativa abbia avuto conseguenze sul prezzo di queste materie prime che, lo ricordo, hanno un effetto diretto sul costo di molti generi alimentari, specie nei paesi più poveri.

L’analisi parte dalla constatazione che usare l’etanolo a fini trasportistici è stato sempre un sogno dell’industria automobilistica americana, sin dai tempi di Henry Ford. Fin quando, nel ’78, una legge concesse sgravi fiscali all’industria dell’etanolo. Il mercato dell’etanolo ebbe un altro scossone nel 1990, quando un’altra norma impose una percentuale minima di additivo verde al gasolio per ridurre le emissioni inquinanti. Il candidato naturale, l’etanolo appunto, fu però rimpiazzato dall’MTBE (methyl tertiary butyl ether), un derivato del petrolio , più economico, che però si scoprì fosse dannoso per l’ambiente e persino cancerogeno.

Sicché si arrivò alla legge del 2005, che vietò l’uso di questo derivato riportando di fatto l’etanolo in auge.

Alcuni obiettarono che puntare sull’etanolo avrebbe potuto causare incrementi del prezzo del mais che in effetti, scrivono gli autori “si materializzarono in fretta”.

Il mais, che si trattava sul mercato fra i 2 e i 3 dollari al bushel da almeno vent’anni raddoppiò di prezzo fra il giugno del 2006, quando la legge divenne operativa, e il febbraio del 2007, raggiungendo il picco dei 6,5 dollari a giugno 2008.

Ciò ebbe effetto sulla produzione. Nel 2000 solo il 5% della produzione americana di mais era usata per la produzione di etanolo. Nel 2010 tale percentuale era già arrivata al 35%, a dimostrazione dell’incredibile effetto calamita dei prezzi.

Ma soprattutto ciò potrebbe aver determinato la creazione di un link fra il prezzo del mais e quello del petrolio: una crescita maggiore del prezzo del petrolio rispetto a quella dell’etanolo è capace di spingere i produttori di motori a incentivare un uso maggiore dell’etanolo rispetto al petrolio. Quindi, oltre alla pressione sui prezzi provocata della regolamentazione americana sui biocarburanti, il povero mais rischia di dover fare i conti con quello che succede ai prezzi del petrolio.

Ecco: in questa saldatura fra il cibo delle macchine e quello delle persone per il canale dei prezzi, ossia per il tramite della variabile economica, trovo la più esemplare eterogenesi dei fini della nostra società tecnologicamente (e ipocritamente) evoluta, dove ogni cosa si misura in termini di costo-opportunità. Sia che si parli di macchine che di persone.

Gli autori costruiscono un modello econometrico per illustrare la fondatezza della loro ipotesi, che vi risparmio, perché nel frattempo il mio eterno divagare mi rappresenta con chiarezza un ricordo, una delle tante immagini che la mia memoria ha registrato e catalogato sotto la voce “crisi”.

Mi ricordo, vale a dire, di quando in Messico scoppiò la rivolta della tortilla, all’inizio del 2007. Per quei pochi che non praticano il cibo messicano, la tortilla è la cialda di mais dentro la quale si mettono i numerosi ingredienti dei tacos. In quel tempo il prezzo del mais esplose a tal punto che il costo della tortilla divenne proibitivo, mettendo a repentaglio l’elemento base dell’alimentazione locale.

Provo a mettermi nei panni del Messico, che fra le altre cose è un produttore ed esportatore di petrolio e al contempo un forte importatore di mais dagli Stati Uniti. Allora: se il petrolio rincara aumentano le entrate da esportazione, ma al contempo il caro-greggio spingerà i produttori di motori americani verso un maggiore uso di etanolo, grazie anche agli incentivi del governo, che finisce col far salire i prezzi del mais, che l’America esporta in Messico. Ecco che un bene per l’economia messicana, ossia l’aumento del petrolio, diventa un male.

Se invece diminuisce il petrolio il Messico vede alleggerirsi una delle principali voci dei suoi bilanci, con tutte le conseguenze fiscali che possiamo immaginare, anche se magari i tacos costeranno meno. Ecco che un male diventa un bene. Se foste messicani, cosa preferireste?

La mia sensazione è che, qualunque sia la scelta, il taco è destinato semplicemente a dimagrire, una volta che si sia creata una connessione fra i prezzi dell’energia e quelli dei beni alimentari.

Ricordo ancora che le notizie di rivolte per il caro-cibo sono diventate sempre più frequenti, dal 2008 in poi, e per giunta in paesi diversissimi fra loro: dall’Asia all’America Latina.

Chiudo la parentesi e torno a leggere il mio paper, che ancora riserva alcune informazioni.

Gli autori hanno analizzato anche altre colture, ossia grano, zucchero e cacao, potenziali sostituti del mais per alcune applicazioni industriali. Il grano però non può essere utilizzato per la produzione di biofuel, quindi il prezzo del greggio può avere solo un effetto indiretto su quello del grano. Lo zucchero al contrario è l’elemento principale della produzione di etanolo in Brasile, quasi un competitor del mais americano. Tuttavia “le alte tariffe all’import di canna da zucchero hanno notevolmente ridotto gli spazi di mercato negli Usa di questa commodity nel settore del biofuel”. Il cacao infine non ha nessuna afferenza con il biofuel.

Le conclusioni sono che il prezzo reale del grano non esibisce significative reazioni statistiche al variare del prezzo del greggio o della domanda globale. Lo zucchero è più sensibile, sia agli shock della domanda globale che a quelli del petrolio. Ma anche in questo caso l’effetto tende a sparire in alcuni mesi. Il cacao è appena sensibile all’andamento del masi, ma per nulla al petrolio.

Insomma: il problema riguarda solo il mais.

C’è un altro punto che è interessante osservare: i canali di trasmissione del “contagio” fra mais e petrolio.

Lo studio ne individua due: la politica monetaria accomodante e il ruolo dei fertilizzanti e dei costi di trasporto.

La prima, agendo fra le altre cose in maniera espansiva sulla domanda, spinge i prezzi delle commodity in alto. I tassi bassi, che tale politica provoca, spingono altresì in alto i prezzi del greggio, senza contare che aumenta la domanda di investimento verso i prodotti commodity-related. Infine, tramite il canale finanziario (futures) si ottiene lo stesso effetto.

Quanto ai fertilizzanti, essendo sostanzialmente derivati del petrolio, un uso più intensivo del suolo per coltivazioni ha un effetto diretto sui prezzi dell’energia, così come la necessità di dover coprire sempre maggiori distanze per trasportare i beni prodotti.

In sostanza, concludono gli autori, “la liquidità globale ha un impatto significativo sugli shock strutturali delle domanda globale per l’industria delle commodity e sembra aver impattato sul petrolio e sui prezzi del cibo attraverso questo canale”.

Il problema adesso è capire come si svilupperà il mercato americano. Se, vale a dire, si andrà o meno verso una quantità maggiore di etanolo nel gasolio. “I futuri sviluppi dei prezzi dipenderanno significativamente dai prossimi passi dei regolatori”, conclude il paper.

Insomma: se le autorità Usa spingeranno sull’etanolo, il prezzo del mais potrebbe salire ancora, con buona pace per il taco.

E i messicani?

Mangino brioches.

C’è un solo vincitore nel gioco del petrolio

Leggo in clamoroso ritardo e con un pizzico di benevola invidia le dichiarazioni del presidente americano che annuncia, nel suo discorso all’Unione, che non solo gli Usa si sono lasciati alle spalle la recessione, ma che dinanzi a loro splende radioso il sol dell’avvenire, dove i redditi e le disuguaglianza cresceranno in ragione inversamente proporzionale e finalmente le donne che lavorano verranno pagate quanto gli uomini. Per un attimo vorrei essere un cittadino americano.

Poi mi ricordo che i politici usano la retorica di mestiere, almeno quanto gli economisti dicono di non farlo. E sarà per questo che è nata l’economia politica.

Obama, infatti, sorvola con signorilità sulle ragioni della presunta uscita Usa dalla recessione, omettendo anche di ricordare che ha avuto, e avrà ancor più in futuro, un costo. Non per gli Usa magari, evidentemente memori di quanto ebbe a dire uno dei loro magnati. Ossia che ciò che andava bene lui sarebbe andato bene per gli altri. Piaccia o no.

Abbandono queste riflessioni perché nel frattempo il Fmi ha rilasciato l’aggiornamento del suo World economic outlook, che come succede ormai da anni rivede al ribasso le previsioni di crescita. Lo scorro rapidamente e vi trovo due considerazioni assai utili.

La prima ammette che il calo dei corsi petroliferi avrà un effetto positivo sulla crescita globale, che poi è il mantra che recitano un po’ in tutte le lingue i vari banchieri centrali. Aggiungendo però che tali effetti positivi “è previsto siano più che compensati dai fattori negativi, incluso la debolezza degli investimenti”.

La seconda nota che “da settembre il costo del petrolio è diminuito del 55%”. Per darvi un’idea molto generale, se consideriamo il corso attuale, intorno ai 50 dollari, mediando il valore Brent/Wti, vuol dire che in pochi mesi il barile ha perso quasi 60 dollari. Ciò vuol dire che seguendo la recente stima di un banchiere della Fed, c’è un potenziale trasferimento di ricchezza da circa 2.000 miliardi di dollari dai paesi produttori a quelli importatori.

Pure se il petrolio si stabilizzasse intorno ai 60 dollari, come stimano alcuni analisti, ciò equivarrebbe comunque a un notevole trasferimento di potere d’acquisto dai paesi produttori a quelli importatori, che sono i primi sconfitti dal crollo dei corsi petroliferi e quelli che adesso prima e più degli altri devono fare i conti con le turbolenze finanziarie determinate da questo scossone.

Tale trasferimento di ricchezza, tuttavia, è quello che fa sorridere gli ottimisti: i paesi consumatori avranno la possibilità di fare investimenti meno costosi, potendo peraltro i consumatori disporre di più risorse, costando meno la bolletta energetica. Sicché il combinato disposto potrebbe dare un contributo alla crescita (più investimenti e più consumi).

Senonché il Fmi ricorda che c’è anche il lato oscuro della forza.

Il calo del petrolio, paradossalmente, può indebolire ulteriormente i già deboli investimenti globali, che risentono del peso negativo delle aspettative. Queste ultime, in barba ai ragionamenti “petroliferi” puntano ancora al ribasso, proprio come le previsioni di crescita.

E poi c’è la questione dei paesi produttori che, per il principio dei vasi comunicanti, disporranno di meno risorse, visto il trasferimento in corso di ricchezza verso i consumatori. E non conosco nessuna teoria economica che ipotizzi che un dollaro speso in Arabia Saudita abbia effetti moltiplicativi minori di uno speso negli Stati Uniti.

Per farvela semplice: l’aumento della capacità di spesa dei consumatori, ammesso che venga utilizzato, viene annullato dalla diminuzione della capacità di spesa dei produttori, alcuni dei quali, è bene ricordarlo, soffrono di qualche altro problemino. Pensate solo alla Russia, per la quale il Fmi ha ipotizzato per il 2015 un calo del Pil del 3%.

E poi c’è il rischio da interessi. Molti paesi emergenti si sono indebitati in dollari, contando sui loro ricavi petroliferi e sul costo ridotto degli interessi. Il venir meno dei ricavi petroliferi e l’avvio della stretta monetaria della Fed cambia sostanzialmente lo stato della sostenibilità di questi debiti. “Le economia emergenti sono particolarmente esposte”, osserva il Fmi. Ma questo lo sapevamo già.

E sorvolo sulla circostanza che il calo petrolifero ha effetti deflazionari, come stiamo vedendo in Europa, con chiare conseguenza sulla sostenibilità dei bilanci, privati e pubblici.

Ciò spiega perché, a livello globale, il calo del petrolio non basta a rilanciare la crescita, che infatti è prevista al ribasso per quasi tutti i paesi, con la vistosa eccezione degli Usa, come dice Obama.

“La ripresa negli Usa è più forte di quanto previsto – conferma il Fmi – mentre le performance economiche di altri grandi paesi – il più degno di nota è il Giappone – sono cadute più di quanto previsto”. Alla faccia del BoJ, viene da dire.

Quindi, parafrasando il Fmi, potremmo dire che la crescita globale è prevista al ribasso, tranne che per gli Usa. Dove peraltro il dollaro si è apprezzato del 6% in termini reali rispetto ad ottobre 2014, al contrario di euro e yen, svalutati del 2% e dell’8%.

Rimane la domanda: perché o produttori di petrolio, a cominciare dall’Opec, hanno deciso di lasciare inalterata la produzione?

La risposta si trova fuori dalla logica dell’economia?

Forse la considerazione che il gioco del petrolio per ora veda solo un vincitore è un indizio.

Ma non ditelo a Obama.