Bitcoin for dummies: Le banche fiutano l’affare

Gli utopisti di bitcoin/Bitcoin, quelli che pensano che la moneta virtuale e il sistema di pagamento ad esso associata, siano un meraviglioso strumento per sovvertire l’avido sistema bancocentrico, dovrebbero sapere che la tecnologia della Blockchain, la DLT, attira ormai da anni l’attenzione dei pezzi grossi della finanza, convinti per passione o per calcolo (la seconda credo) che la DLT sia un’ottima occasione per far soldi.

Di recente Goldman Sachs, che certo non può essere sospettata di antipatie anti-sistema, ha prodotto uno studio di un’ottantina di pagine dal quale ha tratto la convinzione che l’uso della tecnologia Blockchain potrebbe far risparmiare fino a sei miliardi l’anno nel mercato dei capitali, sostanzialmente rendendo il processo di intermediazione più snello, trasparente e funzionale. Peraltro, le stime sono limitate alla porzione del mercato chiamata cash security, ossia quegli strumenti finanziari tipici del mercato monetario come i repo o le azioni, e si ipotizza che gli effetti potrebbero essere ancora maggiori se l’uso della DLT si estendesse ad altri comparti, come i derivati OTC o il mercato dei cambi. Il report analizza anche l’effetto potenziale della blockchain sul mercato energetico, nella lotta al riciclaggio e persino nella gestione dei rapporti assicurativi.

Tutto ciò per dire che in effetti si tratta di una innovazione non solo rivoluzionaria, ma anche benvenuta: una straordinaria opportunità di business. Questa spiega perché Goldman – e certo non è l’unica – abbia già investito alcune decine di milioni di dollari per sponsorizzare alcune compagnie legate a questo settore. Di recente, per fare un altro esempio, si è saputo che la filiale britannica della spagnola Santander sarà la prima banca a utilizzare una blockchain per i pagamenti internazionali, inaugurando una probabile serie di imitatori. Giova rilevare che per consentire tale innovazione verrà utilizzata una app prodotta da una compagnia, Ripple, nella quale la stessa Santander ha investito. E questo dà l’idea dell’integrazione sempre più verticalizzata del processo di pagamento.

I ricercatori, peraltro, sono convinti che la DLT sia uno strumento ideale per lo sviluppo del considdetto Internet delle cose, ossia reti collegati a oggetti, contribuendo al contempo a decentralizzare il potere di mercato dei grandi player nel mercato delle utility. Insomma: sarà pure vero che la DLT cambierà la filiera distributiva di alcuni servizi, nel mercato finanziario come in quello dei servizi, ma una cosa non cambia: Goldman Sachs, e le altri grande banche come lei, saranno lì a far la loro parte. Che rimane quella di sempre: fare soldi con i soldi. E non bitcoin: soldi veri.

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Caccia al tesoro dei fondi pensione e delle assicurazioni

In un mondo dove prevale l’eterogenesi dei fini, è buona prassi interrogarsi sulle conseguenze non intenzionali di scelte – al contrario – non soltanto volute ma serratamente perseguite. Decisioni sistemiche che diventano esistenziali e che solitamente non occupano la nostra attenzione finché non si trasformano in coordinate reali della nostra vita.

E’ già accaduto più volte e il copione si sta ripetendo. L’unione monetaria è diventata un tema popolare solo dopo l’esplodere della crisi, e quella bancaria solo quando, entrata in vigore la normativa sul bail in, le persone comuni hanno scoperto che la moneta bancaria in comune cambiava antiche consuetudini – la socializzazione delle perdite bancarie ad esempio – e ne hanno sofferto le conseguenza non appena si sono verificati alcuni problemi con le banche.

Lo stesso accadrà non appena l’Europa completerà l’ambizioso progetto che è stato chiamato Capital Market Union (CMU), che ormai da mesi sta sviluppando una narrativa purtroppo ancora confinata nel recinto del sapere specialistico, ma in costante e coerente evoluzione.

Grande protagonista di questo racconto è la Commissione Ue, che rilascia continuamente documenti che temo siano letti da pochi, fra i quali segnalo un action plan diffuso alla fine del settembre scorso, e, più di recente, un altro approfondimento pubblicato in aprile in cui vengono svolte alcune analisi, relative al mercato finanziario europeo, delle quali una in particolare ha attirato la mia attenzione, visto che calcola l’impatto sul mercato dei capitali europeo dei fondi pensioni privati e dei fondi di riserva delle pensioni pubbliche. La qualcosa ha interesse non solo perché ci dà la misura di come questi investitori – i cosiddetti investitori istituzionali – impattino sui mercati europei, ma soprattutto – ed è qui che il discorso diventa interessante – come potrebbero contribuirvi in un’ottica di unificazione dei mercati di capitali.

Queste risorse, pare di capire, potrebbero essere utilizzate per ottimizzare la capacità finanziaria dell’economia europea. Dal che deduco che queste entità, custodi di tesoretti di milioni accumulati dai lavoratori nel corso della loro carriera, saranno chiamate a contribuire di più e meglio alla finanza europea e scovo in questa strategia un pensiero perfettamente coerente con lo spirito del nostro tempo: poiché la finanza è malata, dobbiamo fare più finanza per farla guarire. L’eccesso, come cura dell’eccesso: vale d’altronde per la liquidità e i debiti, perché non dovrebbe valere per gli strumenti finanziari che in fondo sono l’una e l’altra cosa insieme? L’esempio americano, che è la pietra di paragone costante dell’analisi della Commissione Ue, è chiaramente ciò a cui dobbiamo tendere perché giudicato, in ultima analisi ottimale. Peccato sia soggetto a guasti, di tanto in tanto.

Staremo a vedere. Intanto è utile ricordare i dati presi a prestito dall’analisi. Alcuni grafici aiutano a dimensionare il problema. Il primo dà una metrica dell’ammontare di questi asset disponibili. Assicurazioni e fondi pensioni cumulano insieme quasi 10 trilioni di euro. Per la precisione sono 9.300 miliardi, dei quali la maggior parte, pari a 7.300 miliardi, sono in pancia alle assicurazioni. E’ utile sapere che queste ultime investono assai più in bond che in fondi di investimento (circa il doppio) mentre i fondi pensione hanno la politica opposta, quindi privilegiano i fondi di investimento. Il secondo grafico ci misura il peso specifico rispetto al Pil di queste entità nei singoli paesi.

E’ proprio questo tesoretto l’oggetto del desiderio dei nostri decisori. Il pensiero è che, in un contesto di unione dei capitali, queste risorse potrebbero essere usate con maggiore efficienza per dare ossigeno agli investimenti e al mercato dei finanziamenti. Cosa comporterebbe per i legittimi proprietari di queste risorse, però, è tutto da vedere.

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Puntata finale

Le metamorfosi dell’economia: Il pensionamento della pensione

Ora che ci avviciniamo al termine di questa lunga riflessione sulle metamorfosi possibili, probabili o almeno auspicabili della nostra economia, non possiamo fare a meno di parlare del lato luminoso del rapporto di lavoro, così come ci hanno insegnato a pensarlo: la pensione. C’è tutta una letteratura e un’aneddotica correlata all’agognato momento del ritiro dal lavoro. Finalmente sgravato dagli obblighi, l’ex lavoratore scopre le gioie del tempo libero, ossia fare ciò che gli aggrada, potendo contare su una rendita, più o meno grande, per pagarsi pane e companatico. Cosa gli potrebbe capitare di meglio?

Questo pensiero è un probabile retaggio di un’epoca – sostanzialmente il XIX secolo fino allo scoppio della Grande Guerra – in cui in alcuni paesi una parte della popolazione viveva di rendita grazie all’assenza di inflazione e un livello di tassi di interesse remunerativo abbastanza da rendere un capitale in grado di pagare una pensione. Chiunque abbia frequentato la letteratura di quel periodo avrà notato questa peculiarità. Ma al tempo stesso è frutto di un’esigenza antica che le società hanno metabolizzato nell’arco di svariati secoli e poi istituzionalizzato sul finire dell’800: il diritto degli anziani di vivere dignitosamente. Ciò che noi oggi diamo per acquisito pacificamente, dimenticando che non sempre è stato così.

Furono i tedeschi, ai tempi di Bismarck, a creare i primi istituti pensionistici dedicati ai dipendenti pubblici, e poi seguirono gli altri, a cominciare dagli inglesi. L’istituto della pensione divenne familiare per milioni di persone, e ha conosciuto, nel corso del XX secolo, una sviluppo rigoglioso che ha finito col metterlo in discussione. Oggi qualunque analisi che si rivolga al futuro individua nei sistemi pensionistici una grande fonte di difficoltà per i governi a far quadrare i conti. E questo dipende essenzialmente dal fatto che, rispetto all’800, è cambiata la struttura della popolazione. All’epoca gli anziani erano relativamente pochi e vivevano meno. Oggi in alcuni paesi, come in Italia, sono una maggioranza relativa e la vita media si è allungata significativamente.

Quindi, per tenere in piedi le pensioni – e bisognerebbe intendersi su cosa intendiamo per pensioni – ci sono poche alternative: o si aumenta l’età pensionabile, o si diminuiscono gli assegni previdenziali. Nel dubbio i governi stanno finendo per fare tutte e due le cose, quando invece dovrebbero interrogarsi sulla forma che ha preso la società e chiedersi se sia socialmente sostenibile, prima ancora che contabilmente, un sistema che mette a carico di una minoranza – chi lavora – una sostanziale maggioranza. E poiché all’orizzonte non si intravede un cambiamento del modello demografico che intanto si è affermato, ma semmai un suo consolidamento, dovremmo iniziare a metabolizzare l’idea che la pensione, come istituzione, è destinata a un tramonto più o meno felice per arrivare pronti al momento in cui l’istituto conoscerà il suo definitivo declino. D’altronde le istituzioni nascono, crescono e muoiono come ogni cosa. E sarebbe stolto ignorarlo. Le pensioni, salvo rivoluzioni nel tessuto sociale, sono destinate a una graduale pensionamento.

Rimane il problema, quello sì, di come dare da vivere a queste coorti crescenti di anziani in un futuro più o meno lontano, ma assai più vicino di quanto ci possa apparire, visto che oggi i giovani stanno sostanzialmente pagando il costo della crisi e, soprattutto, quello dei diritti acquisiti delle generazioni venute prima di loro. L’Ocse di recente ha evidenziato come il rischio di povertà si sia ormai spostato dagli anziani sui giovani, ossia gli anziani di domani, che quindi rischiano di trovarsi in grave difficoltà nello spazio di pochi decenni. Ed è un problema complesso, che richiede profondi cambiamenti nel nostro modo di pensare, che siamo evidentemente impreparati a risolvere.

La risposta più semplice dalla quale dovremmo partire è che tutti, a cominciare proprio dagli anziani, devono essere messi in condizioni di vivere. Ciò che dobbiamo chiederci è se ciò implichi che queste persone siano brutalmente escluse dalla vita sociale mercé una prestazione previdenziale. Perché se piace a (quasi) tutti l’idea che si possa vivere gli ultimi anni senza obblighi di lavoro, ciò non vuol dire che siano da incoraggiare comportamenti che escludono persone dal circuito socio-economico. L’anziano è una straordinaria risorsa, e in una società dove si affermi la pratica di un lavoro di cittadinanza, nulla vieta che possa continuare a contribuire alla sua comunità svolgendo attività che siano compatibili con i suoi gusti e le sue possibilità. Peraltro accade già. A parte quelli che continuano a lavorare malgrado siano in pensione – e sono una quota crescente – ci sono pletore di anziani che svolgono infinite attività utili – pensate ai nonni baby sitter che chiunque abbia figli conosce bene – che però non vengono retribuite in alcun modo perché – si dice – hanno la pensione. I nonni sono degli ottimi ammortizzatori sociali, già oggi. Solo che questo ruolo non ha alcun riconoscimento, quando invece lo meriterebbe a pieno titolo.

In generale, toccherebbe a loro, come ad ognuno di noi, la responsabilità di creare servizi utili ai loro concittadini in cambio dei quali la società riconosce un corrispettivo, che può essere in moneta o in potere d’acquisto, secondo lo schema che abbiamo immaginato. Anche per i nonni, insomma, dovrebbe valere il principio di non rimanere mai disoccupati, rendendo perciò obsoleto l’istituto della pensione. Peraltro, liberare gli stati dal fardello dei pagamenti previdenziali significherebbe – una volta trascorso il periodo di transizione – non solo diminuire sostanzialmente il costo del lavoro sul mercato, ma soprattutto liberare risorse che potrebbero essere utilizzate in tanti altri modi. A cominciare dal sostegno di coloro che non sono in grado di contribuire col loro lavoro alla vita delle comunità. Perché i più deboli, se ci pensate, sono i più preziosi.

Rimane l’ipotesi che un anziano scelga di non avere nulla a che fare con nessuno perché, dopo una vita passata con gli altri, vuol godersi in pace i suoi ultimi anni. Poiché la società che stiamo provando a immaginare è una società libera, tale esigenza dovrebbe essere tutelata. Ma in tal caso a questa persona è richiesto di provvedere con i frutti del suo lavoro passato, costruendosi nel tempo il capitale sufficiente a pagargli una rendita finanziaria tramite meccanismi assicurativi o di investimento. Un po’ come accadeva in passato.

Ma prima ancora di studiare soluzioni tecniche, che di sicuro verrebbero trovate, dobbiamo accettare e capire che il pensionamento della pensione non è la fine della libertà per l’anziano. Ma l’inizio di una nuova, in coerenza con quella dell’intera società. Questa nuova libertà è basata sulla responsabilità personale e sulla creatività, e quindi è pienamente individualista, e insieme sullo spirito di servizio e un sano altruismo, e quindi fondamentalmente comunitaria.

Sarebbe l’inizio di un nuovo tipo di benessere.

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La crisi congela i salari nell’eurozona

La crescita dei salari nell’area dell’euro è piuttosto contenuta, scrive la Bce nel suo ultimo bollettino economico. E non si capisce se sia un bene oppure un  male o entrambe le cose, visto che nello stesso bollettino si osserva che quel poco di ripresa nell’eurozona si deve in gran parte all’aumento della domanda interna – alla quale di certo contribuisce il potere d’acquisto dei lavoratori – e appena un poco agli investimenti, che iniziano a rialzare la testa.

Non solo. “La crescita dei salari nell’area dell’euro è rimasta piuttosto contenuta,
nonostante il miglioramento dei mercati del lavoro”, scrive ancora la Bce. A dimostrazione del fatto, immagino, che il movimento di fondo dei salari abbia trovato un suo equilibrio che di fatto somiglia a un congelamento.

Tale effetto si osserva con chiarezza guardando il grafico che riepiloga andamenti salariali e occupazionali dal 2005 in poi. La linea blu, che monitora l’andamento delle retribuzioni per occupato, è più o meno piatta dal 2014, quando è diminuita di circa un punto percentuale rispetto all’anno precedente. Al contempo si vede la linea verde, che delinea l’andamento della disoccupazione, tornare verso il basso.

In dettaglio, “nel quarto trimestre 2015 la crescita delle retribuzioni per occupato rispetto al periodo corrispondente dell’anno precedente si collocava all’1,3 per cento, uno dei tassi più bassi registrati dall’avvio dell’unione monetaria. Quella dei salari negoziati è stata più sostenuta nel 2015, ma comunque bassa rispetto ai parametri storici”.

E’ interessante sottolineare che “la crescita dei salari non è soltanto risultata bassa,
ma anche costantemente inferiore alle previsioni”. Stessa cosa è accaduta per le previsioni sull’andamento della disoccupazione: “La crescita dell’occupazione è stata infatti più vigorosa del previsto negli ultimi trimestri e il tasso di disoccupazione è calato a ritmi superiori alle attese”. Tutto ciò non tanto per rilevare come gli esperti non ci azzecchino mai, con le previsioni – che è cosa scontata – quanto perché questi andamenti fanno sospettare che nel mercato del lavoro dell’eurozona siano all’opera tendenza assai più profonde di quelle che la modellistica riesce ad intercettare.

La Bce ipotizza che tale tendenze siano frutto delle riforme strutturali, che alcuni paesi hanno messo in campo “per aumentare la flessibilità e ridurre le rigidità dei salari”. Che detto in parole povere vuol dire che un po’ più di precarietà migliora l’occupazione.

C’è altro: “L’ampia disponibilità di lavoro inutilizzato che ancora sussiste rappresenta un importante fattore che mantiene bassa l’inflazione salariale”. I disoccupati numerosi, quindi, mantengono i salari moderati. La qualcosa, combinandosi con le tendenze di fondo, significa una cosa molto semplice: i salari devono essere elastici. In tempi di crisi devono scendere e quando riparte l’espansione aumentare. “I salari dovrebbero cresce del 2,1% entro il 2018, in linea con la ripresa dell’economia”, conclude la Bce.

A quanto pare siamo tornati ai tempi del gold standard.

I conti di Bankitalia sui crediti deteriorati

Questione finemente politica, la gestione dei crediti deteriorati e delle sofferenze bancarie è finita in testa alle preoccupazioni dei regolatori e, a seguire, del governo, che ha varato la disciplina che ha dato origine al fondo denominato Atlante che dovrà farsi carico non solo di acquistare eventuali pacchetti di crediti deteriorati, ma anche di acquistare pacchetti azionari di banche in difficoltà.

Lavoro improbo, senza dubbio. Soprattutto perché lo stato dei crediti e delle sofferenze bancarie è parecchio complesso, causa soprattutto gli otto e passa anni di crisi. Perciò può risultare utile fare un po’ di conti approfittando di una ricognizione effettuata da Bankitalia a inizio mese, in occasione del rilascio dell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria.

Per rispondere alla domanda che titola lo studio (“Quanto valgono i crediti deteriorati?”) bisogna prioritariamente intendersi su alcuni concetti base, la mancata comprensione dei quali rischi di generosi notevoli equivoci. Il problema di fondo è molto semplice: esiste un gap, che può essere assai notevole, fra la valutazione che fa una banca di questi asset deteriorati e ciò che gli investitori sono disposti a pagare per rilevarli. Tale differenza si motiva per una serie di ragioni, che vanno dal modo diverso col quale le due entità prezzano questi attivi, ai rendimenti che gli acquirenti vogliono garantirsi, fino al tempo che si stima necessario per incassarli. E proprio il tempo si rivela essere una variabile strategica. “Nostre simulazioni – scrivono gli autori – mostrano che una diminuzione di due anni dei tempi di recupero comporterebbe un aumento del prezzo di mercato delle sofferenze di circa 10 punti percentuali e, a parità di altre condizioni, una riduzione significativa delle consistenze di lungo periodo degli NPLs”.

La prima domanda che dobbiamo porci è come le banche valutino questi attivi. I principi contabili internazionali (IAS-IFRS) usano valutare questi crediti secondo il criterio del costo ammortizzato, ossia attualizzando i flussi di cassa futuri originati da tali crediti nell’arco di tempo previsto dal finanziamento al tasso di interesse originario del finanziamento. L’operazione, una semplice sommatoria di flussi di cassa attualizzati, ci consente di conoscere il gross book value (GBN) di quel prestito.

Se il credito si deteriora, la banca deve valutare lo stato del debitore e decidere come considerare questi attivi nel suo bilancio. Al termine di questa valutazione, la banca stimerà dei nuovi flussi di cassa, evidentemente inferiori a quelli originari, e ripeterà la stessa operazione per conoscere quale sia il valore attuale previsto di questo credito. Così facendo avrà effettuato una rettifica di valore sull’ammontare del prestito, diminuendolo, che dovrà essere riportata nel conto economico dell’anno in cui si verifica, sul lato dei costi. Il valore del credito rettificato prende il nome di net book value (NBV). La rettifiche, R, quindi, non sono altro che la differenza fra il GBV e il NBV.

Tale operazione si inserisce lungo una linea temporale, durante la quale il credito può tornare in bonis perché magari il debitore ha trovato di che pagare, o può deteriorarsi ancora, nel qual caso il NBV è destinato a diminuire ancora. Ciò implica che la valutazione degli NPLs vari al variare dei tempo di rilevazione.

Tutto ciò ci serve a leggere con cognizione di causa la tabella che Bankitalia pubblica nello studio, che riepiloga la situazione dei crediti deteriorati alla fine del 2015. “L’elevato ammontare degli NPLs delle banche italiane – spiega la ricerca – è principalmente il risultato dell’eccezionale fase recessiva che ha colpito l’economia italiana negli ultimi anni e dei lunghi tempi delle procedure di recupero crediti. Vi ha contribuito il limitatissimo sviluppo del mercato secondario di tali crediti”. In ogni caso, il risultato è stato che le banche italiane hanno cumulato un’esposizione lorda di crediti deteriorati pari a 360 miliardi che hanno già originato rettifiche per 163. Il NBV, perciò, vale 197.

Le sofferenze vere e proprie sono un sottoinsieme dei crediti deteriorati e a dicembre 2015 valevano 210 miliardi, valore lordo, già rettificato per 123 miliardi. Il valore netto delle sofferenza, di conseguenza, quota 87 miliardi. Il tasso di copertura (coverage ratio) che trovate in tabella misura il rapporto fra le rettifiche effettuate a il GBV, quindi tanto più è elevato quanto più le banche hanno già patito perdite in bilancio sui crediti. E’ utile rilevare che le sofferenze hanno un coverage ratio di quasi il 59%.

Accanto a queste posizioni, più o meno deteriorate, e dei loro valori lordi e netti, ci sono ovviamente anche delle garanzie, che possono essere reali – ad esempio il mattone che sta sotto un mutuo – o personali. La cifra che vedete in tabella, però, va interpretata con giudizio. Il fatto che ci siano garanzie reali per 85 miliardi a fronte di 87 miliardi di crediti in sofferenza netti, non vuol dire che le sofferenze siano tutte coperte, ma solo che a fronte di quelle sofferenze ci sono valori di garanzie accordate dalle banche per 85 miliardi.

A fronte di questa situazione ci stanno quelli che tali crediti potrebbero essere interessati a rilevarli. Ma la prima difficoltà che incontrano è che il tasso di interesse al quale la banca attualizza l’esposizione non combacia con quello che questi investitori pensano di voler ricavare dall’investimento. Ciò significa che a fronte di un NBG sulle sofferenze di 87 miliardi, che si può definire come il 41% del GBV (la differenza fra 100 e il coverage ratio) c’è un prezzo di mercato X che è molto difficile conoscere. “Si sono registrati casi in cui il valore di cessione ha superato il 45% del GBV, per posizioni assistite da garanzie di elevato valore (ad esempio immobili residenziali di pregio), altri in cui è risultato pari appena al 3% del GBV (per posizioni non garantite)”.

Di conseguenza “Non è possibile, per il momento, individuare un valore medio, rappresentativo dei prezzi di mercato”. Giusto per la cronaca, è utile sapere che le sofferenze delle quattro banche entrate in crisi di recente, che quotavano un GBV di 8,5 miliardi, sono stati valutati per la cessione al 22,3% di tale valore: meno di un quarto. Ed ecco perché i titoli bancari sono sull’ottovolante e perché si spera che Atlante mitighi la volatilità.

La simulazione svolta da Bankitalia ipotizza scenari ancora più foschi. A seconda dei parametri fissati, e principalmente del tasso di interesse, un GBV di 100 potrebbe arrivare ad avere un valore contabile fino a un minimo di 16,4, che vorrebbe dire che la banca dovrebbe farsi carico di una perdita di 83,6. Questo nella peggiore delle ipotesi. Ma in ogni caso anche le stime più prudenti non sono incoraggianti: si parla di un valore di mercato che non dovrebbe superare il 24,1%.

A far dimagrire gli incassi delle banche venditrici contribuiscono anche i costi indiretti di gestione, che si stima possano arrivare fino al 6% dei flussi di cassa nominali attesi. E poi, dulcis in fundo, il tempo. Tanti più anni devo scontare tanto più basso sarà il valore attuale, come è logico che sia. Per questo la riforma dei tempi giudiziali può essere la sola variabile strategica che si può mettere in campo per mitigare l’urto sul conto economico delle banche. Senonché, come diceva Sismondi, si può obbligare un creditore a perdere i suoi crediti, ma non un debitore a pagare.

E questo, a ben vedere, è l’autentico problema.

 

Bitcoin for dummies: Le mani dei governi sulla DLT

I distributed ledger, quindi, sono l’ultima frontiera dell’innovazione che la nascita di Bitcoin, chissà quanto consapevolmente, ha finito col promuovere. Nato come reazione e sfida al sistema, la tecnologia dei libri mastri digitali ormai viene cavalcata dallo stesso sistema che si voleva mettere fuori gioco. Nulla di strano: la storia è piena di rivoluzioni che finiscono col rafforzare ciò che si pensava di sovvertire, a dimostrazione del fatto che il sistema, piaccia o no, si dimostra sempre capace di resilienza e che le rivoluzioni, quelle vere, avvengono silenziosamente mutando le consuetudini prima ancora che le organizzazioni.

Sicché mentre gli user di bitcoin si scambiano moneta crittografica utilizzando la Blockchain di Bitcoin, i governi – e poi vedremo cosa fanno le banche – sono diventati appassionati sostenitori della DLT (distributed ledger tecnology). Innanzitutto studiandola, ma anche iniziando a costruire sistemi che si fondano proprio su questa tecnologia.

Una delle tante storia interessanti da raccontare si trova nello studio che il governo inglese ha diffuso alla fine dell’anno scorso, che riporta dell’esperienza dell’Estonia, che ha lanciato una serie di servizi digitali basati proprio sulla DLT. L’Estonia, peraltro, è un dei cinque paesi che fa parte dei “Digital 5“, o D5, insieme a UK, Israele, Nuova Zelanda e Corea del Sud, un gruppo di nazioni che si è costituito alla fine del 2014, che si propone proprio di rafforzare l’economia digitale. E in tale contesto la DLT potrebbe rivelarsi un’arma potente di aggregazione, da un lato, e di ricerca dall’altro.

E proprio l’Estonia è stata la prima a sperimentare per alcuni anni una DLT realizzando una tecnologia che si chiama Keyless Signature Infrastructure (KSI), realizzata da un’azienda estone, la Guardtime. Questa DLT consente ai cittadini di verificare, semplicemente partecipandovi, l’integrità dei loro dati nei database del governo. Il che ha consentito di sviluppare alcuni servizi digitali chiamati e-Business register ed e-Tax, che hanno consentito di diminuire il costo dei servizi amministrativi sia per lo stato che per i cittadini. La conseguenza è che “l’Estonia ha ora la Public Key Infrastructure (PKI) più regolarmente utilizzata in tutto il mondo”.

L’esempio estone serve a sottolineare la potenza di questa tecnologia. “Una blockchain – spiega lo studio – agisce come un silenzioso ed efficiente cavallo di battaglia, celato dietro una soluzione che sembra familiare: un sistema di pagamenti basato su un applicativo per cellulare, un sistema di crowdfunding on line o una piattaforma di trading” fino a un semplice “account di accesso a un portale”.

Tutto ciò richiede che i governi si interessino sempre più alla regolazione di questi sistemi, notano gli estensori. Che è un modo educati di dire che dovranno metterci le mani sopra. Gli anarcoidi di Bitcoin sono avvertiti. Adesso stanno entrando in campo i pezzi grossi.

(12/segue)

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Nel cuore di Undernet: l’arrivo degli squali

A differenza degli squali che nuotano nelle profondità dell’oceano, attratti dalla corrente elettrica, gli squali finanziari sono attratti dalla corrente del denaro. E quando si seppe che la Spread network, col suo cavo lungo 827 miglia, aveva ridotto la latenza da 17 a 13 millisecondi, l’attrazione divenne irresistibile.

Correva l’anno 2010, e i mercati, usciti parecchio ammaccati dall’armageddon del 2008, altro non cercavano che nuove opportunità. Utilizzare l’accelerazione dei dati sulla fibra per “arrivare prima degli altri” – il verbo eterno degli speculatori – parve così irrinunciabile. Il cavo della Spread Network, peraltro, era stato posato espressamente per il trading. E’ così che si arriva all’investimento da 300 milioni realizzato dalla Hibernia per abbassare ancor di più la latenza di altri sei millisecondi. E spiega bene perché nello spazio di pochi anni torme di squali vogliosi di arrivare prima abbiamo realizzato il capolavoro di un crescente utilizzo del trading automatico, che alla velocità di trasmissione assomma quella di esecuzione.

Ciò non vuole dire che non si fosse pronti a questa rivoluzione. Già dal 2006, il 99% del traffico internazionale di comunicazione si svolgeva su cavi sottomarini, e solo il residuo 1% via satellite. Tuttora, la fibra ottica è il principale veicolo di comunicazione per la trasmissione di dati internet e nel trading elettronico e, in particolare, nel mercato dei cambi.

All’origine di questa rivoluzione tecnologica, tuttavia, non ci sono solo i cavi. I binari sono inutili se non ci camminano sopra i passeggeri o le merci. E nel caso di Undernet, costoro sono masse di dati che devono essere organizzate, sistematizzate e rese disponibili. Qui le compagnie telefoniche e i loro assimilati potevano fare poco. “Il trading elettronico – spiega la Bce nel suo paper – si è sviluppato anche perché le infrastrutture di mercato (i server di EBS e della Thomson Reuters) potevano finalmente gestire (grazie alla velocità di connessione, ndr) un grande numero simultaneo di ordini e questa possibilità non era disponibile prima del 1990 perché richiedeva grande capacità di deposito di dati di elaborazione”.

Sicché nel 1992 EBS e Thomson Reuters divennero “padroni” dell’infrastruttura di mercato, proprio in virtù della decisione di attaccare i loro server ai “bocchettoni” dei cavi sottomarini. In breve, spiazzarono tutti i sistemi concorrenti, ancora basati su traffico voce. Con i computer i dealer potevano conoscere subito i prezzi consultando i loro terminali e quindi completare la transazione alla quale erano interessati. In sostanza il computer divenne lo strumento dell’inter-dealer market.

Al contrario, fuori dall’inter-dealer market, i normali partecipanti del mercato continuarono ad usare il telefono per tutti gli anni ’90. Il trading quindi era spaccato in due segmenti: quello fra operatori primari, i dealer, che avveniva sfruttando Undernet, e quello fra questi ultimi e i clienti, che avveniva al telefono.

La spaccatura si sanò nel corso del decennio successivo. Nel 1999 fu lanciato Currenex, una piattaforma multibancaria associata a un trading system che consentiva ai clienti di consultare le quotazioni dei cambi su una singola pagina. Quindi seguirono altre due piattaforme: FXall e Hotspot.

Gli squali più grossi si fecero avanti già fra il 2001 e il 2006, quando grandi dealer lanciarono i loro sistemi proprietari di bank trading system. Fra questi colossi si annoverano Barclays’BARX, Deutsche Bank’s Autobahn and Citigroup’s Velocity. Ciò convinse anche EBS e Thomson Reuters, a partire dal 2005, ad aprire i propri sistemi di brokeraggio non più soltanto ai dealer, ma anche agli hedge fund e agli altri trader. Sicché anche le loro piattaforme evolsero in modo tale da adattarsi alle esigenze delle compagnie di High frequency trading che, incoraggiati dall’accelerazione di Undernet, fiorivano come funghi lungo l’ultimo lustro del primo decenni del XXI secolo e ancor di più dal lustro successivo.

Oggi attorno a cavi sempre più “portanti” ci sono torme di squali affamati.

Noi siamo la loro bistecca.

(5/fine)

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Le metamorfosi dell’economia: Il lavoro di cittadinanza

Leggo su un quotidiano recente che “una delle maggiori ragioni di infelicità degli esseri umani è di non riuscire mai a far coincidere la vocazione con il lavoro, la passione con lo stipendio”, e mi stupisce non tanto la giustezza di questa osservazione, che mi pare nessuno possa mettere in discussione, quanto il fatto che tale consapevolezza ormai sia talmente diffusa da finire sulle pagine di un giornale, che è la migliore approssimazione possibile del transitorio. Ciò malgrado rimane talmente distante dalla testa dei nostri decisori che il massimo che ci può capitare è che qualcuno lo scriva su un giornale. Nessuno ha mai pensato seriamente di risolvere questo problema.

Intravedo, in questa noncuranza, una profonda immaturità sociale e un cascame tragico, derivante dalla consuetudine secolare di immaginarsi il lavoro come fonte di dispiacere, piuttosto che di realizzazione. Malgrado la nutrita retorica sui poteri taumaturgici del lavoro, nei fatti le nostre società si sono rassegnate al fatto che intanto bisogna avere un lavoro, purchéssia. I pochi fortunati che coniugano passione e stipendio sono eccezioni, non la regola.

Questo difetto di immaginazione si è aggravato per colpa della crisi. Il dramma della disoccupazione spinge le persone ad avvalorare la regola non scritta che associa tormento a retribuzione, e i nostri economisti – per lo più professori universitari, come se le due cose debbano coincidere per forza – non contribuiscono in nessun modo a dissipare questo equivoco. A furia di ragionare per aggregati, hanno smarrito gli individui.

Poiché il presente è deludente, possiamo solo provare a immaginarci un futuro usando l’attualità a mo’ di pretesto. Uno spunto interessante ce lo fornisce la Svizzera. Il 5 giugno nel paese elvetico si terrà un referendum per dare un reddito a tutti i cittadini, a prescindere dalla circostanza che lavorino a no. Ovviamente il dibattito ferve. Se siete interessati ad approfondire qui trovate tutte le informazioni. Ma ciò che è utile sottolineare è il pensiero secondo cui le persone hanno il diritto di avere un reddito che li liberi dall’obbligo di lavorare per un altro. La proposta svizzera, a differenza delle tante che esistono anche nel nostro paese, separa il reddito dalla prestazione lavorativa. Come era prevedibile, le associazioni datoriali dei produttori sono fortemente critiche.

Per quanto istruttivo da osservare – l’esperimento elvetico è nato su iniziativa dei cittadini, non dei politici che anzi nicchiano – la proposta rimane in un ambito parzialmente tradizionale. Quello, vale a dire, che individua nel reddito monetario lo strumento, mentre è innovativo laddove insiste sulla separazione fra prestazione e retribuzione. E’ un buon inizio, ma incompleto. Anche perché contribuisce alla permanenza del pensiero che il lavoro, in fondo, è una seccatura imposta dalla società della quale si farebbe volentieri a meno. O almeno molti ne farebbero a meno.

E’ necessario quindi, fare un passo ulteriore. Dobbiamo pensare a una società in cui non sia il reddito di cittadinanza lo scopo del sistema sociale, ma semplicemente il lavoro. Ciò che dovremmo perseguire è un sistema dove passione e stipendio, per usare le parole del nostro giornalista, siano intrinsecamente collegate. E questo richiede una modalità di retribuzione che colleghi inevitabilmente una prestazione a un potere di scambio. La differenza rispetto a quanto accade adesso è che l’onere (e l’onore) di scegliere la prestazione ricade su ognuno di noi, mentre la retribuzione è garantita dal sistema. Questo sistema richiede una profonda assunzione di responsabilità individuale e un costante lavoro di ricerca su se stessi. Perché in tal modo si distrugge l’alibi che la nostra infelicità dipenda dal sistema. Dipende solo da noi.

Il sistema lavora su due binari paralleli: quello tradizionale, collegato al mercato del lavoro – non si può escludere che la vostra passione sia prezzata dal mercato (o in alcuni settori dallo stato) e che siate tanto bravi da riuscire a convincere il mercato (o lo stato) a retribuirvi – e quello nuovo, collegato a una diversa organizzazione che sposi i principi dell’economia del tempo che abbiamo sinora delineato. I due sistemi possono anche coesistere. Il lavoratore può essere retribuito insieme dal mercato e dall’organizzazione non monetaria, con due diverse valute che svolgono funzioni diverse.

Faccio un esempio che spero chiarisca. Una madre fa un lavoro impagabile per un figlio, già da quando lo nutre nel suo grembo. E infatti non viene pagato. Malgrado la stucchevole retorica sulla famiglia e la bassa natalità, non esiste nessun meccanismo sociale che retribuisca la madre per lo straordinario lavoro che fa. Anzi. Può anche succedere che perda il suo “vero” lavoro. Con la conseguenza che il suo minor reddito va a diminuire i consumi collettivi.

Nel sistema che stiamo immaginando la madre verrebbe pagata per il tempo che sta dedicando a suo figlio dalla nostra organizzazione terza, rispetto al mercato e allo stato, con un potere di scambio che le restituirebbe un potere d’acquisto reale che, oltre a facilitarle la vita, avrebbe un impatto economico positivo per tutti. Nulla vieta di immaginare che questa madre, in conseguenza della sua esperienza, scopra di avere talento, attitudine e passione per la cura dei bambini, e perciò decida di offrire i propri servigi all’interno dell’organizzazione che finora l’ha retribuita, mettendo a disposizione il proprio tempo a qualcun altro e, con ciò facendo, continui a godere della sua retribuzione. Oppure che magari apra al tempo stesso un asilo nido e offra i suoi servigi anche al mercato. L’unico limite è l’immaginazione. E la volontà. Qualora un domani la sua passione per gli infanti si esaurisca, è sufficiente che ne individui un’altra e inizi a condividere il suo tempo dedicandolo a quest’ultima e a qualcuno che da questa passione trae un’utilità valida, e il ciclo continua. In questo sistema, semplicemente, non è possibile essere disoccupato, a meno che non lo si voglia.

Una società organizzata secondo questi tre pilastri – uno stato, un mercato e un altro settore, autenticamente terzo rispetto allo stato e al mercato – sarebbe in grado di occupare costantemente i propri cittadini garantendo loro il diritto di lavorare secondo le proprie attitudini, i propri meriti e le proprie capacità, per parafrasare il celebre detto di Saint Simon. Sarebbe insieme liberale, perché fondata sulla libertà personale, e socialista, intendendo il socialismo nell’unico significato che dovrebbe avere diritto di cittadinanza politica: quello della costruzione della socialità. In tal senso sarebbe un sistema basato sull’economia reale, non più sull’Egonomia che sta ammalando tutti. Sarebbe una società inclusiva: il punto di arrivo ideale che conclude secoli di guerre combattute per un benessere che adesso finalmente abbiamo raggiunto ma che dobbiamo imparare ad utilizzare.

Perché la cosa più incredibile, alla quale purtroppo nessuno fa caso, è che oggi questo sistema è davvero possibile. E non è detto che lo sarà anche domani.

(27/segue)

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L’Italia scopre la Questione settentrionale

Poiché al peggio non c’è mai fine, scopro leggendo un articolato paper che la Commissione Ue ha dedicato al nostro Paese, che l’Italia, non paga di covare da più di un secolo la celeberrima questione meridionale, ne sta incubando un’altra, inedita e forse perciò più perniciosa: quella settentrionale.

Per scoprirla mi sono dovuto infliggere un centinaio di pagine nelle quali gli economisti di Bruxelles hanno provato a comprendere, inerpicandosi fra grafici, tabelle e regressioni, quali siano le ragioni profonde dell’enigma italiano della produttività, che esibisce un trend declinante da almeno un ventennio, provando a misurare se e in che misura dipenda da una cattiva allocazione delle risorse all’interno delle nostre imprese.

Come prima premessa giova ricordare che l’analisi riguarda l’andamento della total factor productivity (TFP) che nell’uso comune misura l’efficienza dei processi produttivi a partire da certi quantità di input. Quindi questo indicatore considera il contributo dei vari fattori produttivi ulteriori a quelli classici di lavoro e capitale. L’impatto dell’innovazione tecnologica ad esempio, o l’evoluzione delle qualificazioni professionali.

Seconda premessa necessaria è osservare l’andamento della TFP in Italia, in declino dagli anni ’90 e divenuta negativa nel XXI secolo, che ha finito con l’influenzare la produttività delle nostre industrie, aggravandosi tale trend, specialmente dopo la crisi. Il tutto è visibile su un grafico presentato nello studio, che associa ovviamente al declino della produttività quello del prodotto.

Volendo circostanziare meglio i nostri tormenti, basta ricordare che il declino dei TFP italiani è evidente già dalla metà degli anni ’90 e procede per un decennio. Conosce una lieve ripresa intorno al 2003 e torna a inabissarsi dopo la crisi. L’indice 100 del 2005 arriva a 80 nel 2010 e da lì si è mosso poco.

La Commissione individua tre cause globali alla radice di questo fenomeno, e diverse cause locali. Le prime hanno a che vedere con la globalizzazione e l’arrivo dell’euro, che “ha impedito svalutazioni nominali che avrebbero potuto essere utilizzate per favorire l’aggiustamento”. E poi c’è stata la rivoluzione ICT, che in Italia ha avuto effetti poco significativi principalmente a causa delle circostanza che gli effetti più rilevanti si sono avuti per le grandi imprese che avevano i mezzi per investirci sopra. La qualcosa non è coerente con il nostro tessuto produttivo, che è popolato in gran parte di piccole e media imprese (SME).

Le cause interne ipotizzate per spiegare il crollo della nostra produttività sono innumerevoli, almeno quanti sono gli autori che hanno analizzato la questione. Ce le hanno ripetute infinite volte, quindi è inutile riproporle qui: si va dalla conformazione microeconomica del nostro tessuto produttivo, al mercato del lavoro, all’età degli imprenditori, al clientelismo eccetera.

Ciò che è interessante è il tentativo degli autori di capire quanto la cattiva allocazione delle risorse vi abbia influito. Quando si parla di cattiva allocazione si fa riferimento a un mondo assai composito. Si può mettere troppo capitale nell’impresa sbagliata, magari perché un boom finanziario lo rende facile e profittevole, o si può trovare il lavoro sbagliato nell’impresa giusta, perché magari poco qualificato. O si può sbagliare a costruire i processi manageriali perché il capo azienda viene reclutato per la fedeltà più che per la capacità. E gli esempi potrebbero continuare.

Tralascio la tecnicalità, che in fondo è il solito pretesto, e arrivo alle conclusioni. Giuste o sbagliate che siano, è utile conoscerle perché faranno testo in altri contesti. Economici, senza dubbio, ma soprattutto politici.

La prima conclusione è che le cattive allocazioni non si sono verificate perché si è scelto un settore piuttosto che un altro, ma sono inter settoriali. Quindi è sbagliato, ad esempio, dire che il settore tessile è stato fonte di diseconomie, mentre è giusto dire che alcune imprese di questo settore lo sono state e altre no.

La seconda questione è squisitamente territoriale. “C’è una questione settentrionale”, scrive la Commissione, “almeno quanto c’è un problema con le grandi aziende”. “La dimensione regionale indica che cattiva allocazione è aumentata soprattutto nel nord-ovest, tradizionalmente il cuore del sistema produttivo italiano. E la dimensione suggerisce che l’aumento è stato particolarmente forte tra grandi imprese. Tale aumento e la conseguente diminuzione della produttività nei tradizionali “motori” dell’economia italiana dovrebbe essere una fonte di grande preoccupazione”.

Per carità, la preoccupazione abbonda, ai tempi nostri. Ma il problema non è preoccuparsi. E’ occuparsene.

La scomparsa del credito dalle economie emergenti

La fine del 2015 ha confermato la tendenza, già emersa con chiarezza a inizio d’anno, di un pronunciato rallentamento del credito internazionale. La Bis ha rilasciato pochi giorni fa le ultime statistiche sull’attività bancaria nell’ultimo quarto dell’anno appena terminato e ciò che se ne trae è la conferma che il credito, per le ragioni più diverse, ha iniziato una retromarcia che può contribuire a spiegare lo slowdown del mercati finanziari che ha inaugurato il 2016.

I dati sono inequivocabili. I prestiti transfrontalieri, che avevano iniziato a declinare a inizio 2015, e in particolare verso le economie emergenti, hanno confermato il loro trend che, nell’ultimo trimestre, ha interessato anche le economie avanzate. Ma certo, i paesi emergenti sono quelli che hanno pagato il prezzo più elevato in termini di deflussi di prestiti bancari. La Bis ha calcolato che il 2015 ha segnato un calo dell’8% dei prestiti bancari verso questi paesi, il calo più pronunciato dal 2009, ossia l’anno orribile dei mercati. Grande protagonista di questa retromarcia è stata la Cina, dove solo nell’ultimo quarto 2015 i prestiti sono diminuiti di 114 miliardi di dollari.

Se guardiamo al dato globale, si rileva che fra settembre e dicembre dell’anno scorso i prestiti transfrontalieri delle banche sono diminuiti di 650 miliardi nell’ultimo quarto. Il che ha riportato lo stock di crediti a 26,4 trilioni di dollari, più basso del 3% rispetto a inizio anno. “Questa debolezza nell’attività bancaria internazionale – osserva la Bis – coincide con il deterioramento nelle prospettive globali di crescita e le rinnovate turbolenze finanziarie al cambio di anno”. Vale la pena sottolineare che i crediti verso prenditori non bancari, che in precedenza si erano mostrati più resilienti, hanno registrato un calo di 167 miliardi che ha condotto il tasso di crescita al 2% dal 10% del picco di marzo.

Se guardiamo al lato valutario, si osserva il calo di 324 miliardi dei prestiti denominati in euro e quello da 185 miliardi di quelli in dollari. Al contrario i prestiti in yen sono aumentati di 30 miliardi.

Ma è il dato regionale quello più rilevante. Il calo dell’attività bancaria ha riguardato tutte le regioni. Quelle avanzate, che hanno subito una contrazione di 356 miliardi, quelle emergenti, diminuiti di 160 miliardi, e i centri off shore, che hanno registrato un calo di 122 miliardi. All’interno delle regioni avanzate si segnala il robusto calo dei prestiti verso l’eurozona, che nell’ultimo quarto ha pesato 267 miliardi, portando lo stock a sette trilioni, il 3% in meno su scala annuale.

Ma sono gli emergenti che, a livello aggregato, hanno pagato il prezzo più alto. Nell’ultimo quarto i prestiti verso quest’area sono diminuiti di 160 miliardi, 114 dei quali patiti dalla Cina, che hanno condotto l’aggregato a 8,8 trilioni, l’8% in meno rispetto a inizio anno. Il grosso di questo calo è attribuibile proprio all’Asia e alla Cina in particolare. Quest’ultima ha visto dimagrire il suo stock di prestiti bancari, che a settembre 2014 aveva raggiunto i 1.061 miliardi, fino a 756: un deflusso creditizio da 305 miliardi che certo non ha giovato alla sua stabilità finanziaria.

Tanto meno alla nostra.