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Le famiglie italiane hanno 400 miliardi a rischio bail in

Come sempre accade al termine di una grande rivoluzione – e in fondo la crisi del 2008 non è stata altro – sono mutate radicalmente le consuetudini di investimento delle famiglie italiane. Tale mutamento è chiaramente visibile nei conti finanziari che Bankitalia collaziona periodicamente e che, per l’occasione, sono stati proposti nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria della banca nella sezione dove si osserva l’andamento delle condizioni delle famiglie.

Qualcuno si stupirà, ma l’esordio è positivo. I dati, aggiornati al terzo trimestre 2015, dicono che “le condizioni finanziarie delle famiglie si rafforzano con la crescita del reddito disponibile (0,8 per cento in termini reali nel 2015). Gli indicatori sul clima di fiducia, pur risentendo della recente volatilità dei mercati finanziari, si attestano
su livelli elevati. Le famiglie indebitate beneficiano dei bassi tassi di interesse”.

A consuntivo, risulta un aumento della ricchezza finanziaria dell’1,8% nei primi nove mesi del 2015, pari a circa 70 miliardi, dovuta però “principalmente all’effetto dell’aumento del prezzo delle attività”. In questo aumento di ricchezza, virtuale quanto possono esserlo i corsi di azioni e obbligazioni, si sta consumando una gigantesca transumanza delle famiglie verso nuovi modi di mettere a reddito i propri attivi finanziari, dove il ruolo di grande protagonista lo fa il risparmio gestito.

Questa sorta di esodo è chiaramente visibile in una tabella che prende in esame la composizione degli attivi delle famiglie fra il 2008, il 2012 e il 2015. Il primo cambiamento degno di nota riguarda il possesso di titoli di stato, la cui quota sul totale del portafoglio è passata dal 7,3%, pari a circa 273 miliardi, del 2008, a poco più del 3%, per circa 125 miliardi, nel 2015.

Un calo di dimensioni paragonabili si osserva nella componente obbligazionaria extra statale, che ancora pesava il 14% nel 2008, per circa 527 miliardi, e adesso si è ridotta quasi della metà, al 7,8% per circa 314 miliardi. Per converso è cresciuta costantemente la quota dei depositi e circolante. La crisi, in qualche modo, ha incoraggiato la propensione alla liquidità, evidentemente. Al momento tale asset pesa il 30,9% del totale degli attivi. In pratica, le famiglie tengono in media un terzo dei propri fondi in strumenti pressoché infruttiferi e li contemplano.

L’andamento delle azioni è sostanzialmente stabile. La quota sul totale degli asset è variata di poco dal 2008 a oggi, dopo il calo brusco rilevato nel 2012 dovuto probabilmente al calo di valore di queste azioni e al successivo recupero. Il vero settore in crescita è quello del risparmio gestito, passato dal 21,9 al 31,5% del totale degli asset. Il calo dei tassi, evidentemente, ha spiazzato i rendimenti obbligazionari a favore delle gestioni attive. Ma non c’è stato solo questo a determinare il cambiamento. Anche il fisco ha fatto la sua parte.

Un’altra tabella ci mostra l’andamento degli investimenti che le famiglie hanno effettuato in strumenti bancari, quindi sostanzialmente depositi e obbligazioni. “Dall’inizio del 2012 – scrive Bankitalia – la quota di ricchezza finanziaria investita dalle famiglie in depositi e obbligazioni emessi dalle banche è diminuita di quasi sei punti percentuali (al 23 per cento). Il calo è stato determinato soprattutto dai mancati rinnovi e dalle vendite di obbligazioni, per le quali è venuto meno il trattamento fiscale di favore rispetto ai depositi bancari e postali”. Le imposte sulle obbligazioni, infatti, sono salite dal 12,5 a 20% a gennaio 2012 e poi ancora al 26% a luglio 2014. La politica monetaria, usando la leva dei tassi, e la politica fiscale, usando quella delle aliquote, hanno di fatto determinato questa epocale transumanza dei risparmiatori, generando al contempo alcune evidenza curiose che adesso, che è entrata in vigore la normativa sul bail in, rischiano di essere pericolose.

Ricordo ai non appassionati che tale normativa prevede che in caso di problemi a una banca che determinino la necessità di un salvataggio i primi a subire le perdite saranno gli azionisti, che vedranno azzerato il valore delle loro quote e poi gli obbligazionisti subordinati fino ad arrivare ai depositi non assicurati, quindi sopra i 100 mila euro. E’ interessante notare che la preferenza per la liquidità mostrata dai risparmiatori ha portato a quota 225 miliardi la quota di depositi non assicurati, pari al 5,6% degli asset totali, a fronte del 4,9% del 2008, quando non si arrivava a 183. Se a questa somma aggiungiamo poco più di 200 miliardi di obbligazioni, fra subordinate e non garantite, anch’esse teoricamente soggette a bail in, viene fuori che le famiglie italiane hanno oltre 400 miliardi di ricchezza teoricamente “sequestrabile”.

Qualcuno può consolarsi rilevando che nel 2008 tale porzione di depositi e obbligazioni superava i 540 miliardi, a causa del livello assai superiore delle obbligazioni non garantite sul totale. Però all’epoca il bail in non c’era. E adesso sì.

“Si può stimare – conclude Bankitalia – che il complesso degli investimenti delle famiglie in strumenti (diversi dalle azioni) che potrebbero essere interessati da misure di bail-in in caso di risoluzione rappresenti poco oltre il 10 per cento delle attività finanziarie delle famiglie italiane”.

Scusate se è poco.

I tormenti degli anziani tedeschi (e i nostri)

Fra le tante specificità dell’economia tedesca una in particolare merita di essere raccontata per la semplice circostanza che una volta tanto si tratta di una eccezionalità che non fa certo onore a una delle più ricche economie del pianeta: la condizione dei suoi anziani. Sappiamo già che la Germania è una terra ineguale, dove l’aumento della ricchezza ha fatto il paio col divaricarsi delle diseguaglianze di reddito. Meno noto è che gli anziani tedeschi si connotano per il livello di benessere mediamente più basso degli altri paesi dell’Ocse.

L’istituto parigino si è fatto scrupolo di notarlo nella sua ultima Survey dedicata alla Germania. Evidentemente la questione demografica tedesca, che preoccupa gli osservatori, rischia di generare una inedita bomba generazionale. Masse crescenti di anziani, in condizioni di benessere calante, potrebbero diventare il cavallo di Troia del benessere sociale tedesco. E questa evoluzione non è lontana nel tempo. Anzi, è già cominciata. “Il benessere in Germania – nota Ocse – è superiore alla media Ocse, ed è particolarmente pronunciato per i redditi, il lavoro, l’equilibrio lavoro-vita e l’educazione. Tuttavia è inferiore per gli individui più anziani ed evolve meno favorevolmente con l’età più di quanto accada in altri paesi dell’area”. Come esempio viene riportata l’evidenza che in Germania la ricchezza diminuisce con l’età e al contempo si nota un aumento della diseguaglianza che procede con l’invecchiamento. Il che provoca un sostanziale peggioramento del benessere associato all’età avanzata che di fatto rischia di mettere in crisi l’intero sistema sociale.

Questa evidenza va letta in chiave prospettica per apprezzarne la pericolosità. Le previsioni Ocse stimano che in Germania la popolazione totale diminuirà di 14,9 milioni persone, pari al 18% da qui al 2060 se persisterà il trend finora visibile. Al contempo la popolazione in età lavorativa, che viene dimensionata nella classe d’età fra i 16 e i 75 anni, si stima in contrazione del 28% rispetto ad oggi, con un rapido sviluppo del dependency ratio (vedi grafico), ossia del rapporto fra la popolazione che dipende dal lavoro degli altri, segnatamente bambini e anziani, e il totale della popolazione. Va sottolineato che queste previsioni incorporano afflussi netti di immigrati per 500 mila ingressi nel 2015, quando invece se ne sono contati circa un milione, con uno scenario base che dovrebbe assestarsi intorno a 200 mila unità l’anno entro il 2021.

Peraltro anche la Germania, come il resto del mondo, dovrà vedersela con la graduale fuoriuscita della generazione del baby boom dal mercato del lavoro, che si consumerà fra il 2020 e il 2035, per di più in un contesto di allungamento dell’età media di sei-sette anni da qui al 2060, che metterà a carico della società e del bilancio dello stato una quota significativa di anziani.

Insomma, la Germania dovrà affrontare prima e più urgentemente di altri l’autentica sfida del nostro secolo: l’invecchiamento della popolazione e l’inedito effetto che ciò provocherà non solo sulla contabilità pubblica, ma sull’intero sistema economico.

Diventa perciò interessante osservare la ricetta che Ocse prescrive perché, aldilà del fatto che la Germania decida o meno di seguirla, disegna il futuro possibile se non probabile delle politiche economiche che dovranno mettere in campo paesi e che riguardano anche il nostro, atteso che il dependecy ratio previsto per l’Italia è al livello di quello tedesco, poco distante da quello giapponese, che supererà il 45%.

Il primo punto analizzato è, come ci si può aspettare, l’immigrazione. L’Ocse sottolinea che flussi migratori più robusti potrebbero alleviare le tensioni demografiche, pure se certo bisognerà investire su politiche di integrazione. Nello scenario elaborato, se la Germania facesse entrare centomila immigrati in più ogni ano, nel 2060 la popolazione sarebbe aumentata di cinque milioni di persone. Ciò a fronte di un’obiettiva difficoltà a gestire e programmare tali afflussi. Negli ultimi vent’anni, per dire, l’immigrazione netta è stata in media di 175 mila persone, già al di sotto quindi delle 200 mila previste dallo scenario base. Il picco si è avuto nel 2014 con l’esplodere della crisi dei rifugiati che ha portato gli afflussi netti dai 128 mila del 2010 a circa 600 mila che potrebbero superare il milione nel 2015.

Tale flussi si innestano in un contesto sociale che esibisce il tasso di fertilità più basso dell’Ocse, pari a 1,4 figli per donna. Da ciò si può dedurne che da qui al 2060 la Germania ha due possibilità, rimanendo questi i trend: o diventare la prima realtà multiculturale dell’eurozona, e quindi veder crescere la sua popolazione, o accettare di spopolarsi. Quest’ultima evenienza avrà conseguenze sul benessere generale. Mano a mano che diminuisce la popolazione attiva – si prevede un calo dell’occupazione del 23% entro il 2060-  si erode anche il pil pro capite, anche se in parte tale calo dovrebbe essere compensato da un aumento della produttività.

In ogni caso il governo e la società dovranno farsi carico di una quota crescente di anziani, che già ora vivono una certa difficoltà. Si calcola che la spesa per pensioni crescerà del 2% l’anno che, sommate al resto delle componenti (sanità ed effetti demografici) porta l’aumento della spesa pubblica al 2060 ad oltre l’8%.

Ciò pone evidenti problemi di sostenibilità al bilancio dello stato e richiede decisioni di ampia portata sociale per essere scongiurati. La Germania ha già deciso di innalzare l’età pensionabile da 65 a 67 anni entro il 2029 e al momento non prevede ulteriori aggiustamenti. E tuttavia “senza ulteriori innalzamenti dell’età pensionabile – scrive Ocse – dopo il 2029 aumenteranno il deficit pensionistico e il carico fiscale sul lavoro, associandosi a un più basso livello di pensioni rispetto alla media dei redditi, che tenderà ad aggravare il rischio di povertà nella vecchiaia. La Germania dovrebbe collegare l’indice dell’età pensionabile alle aspettative di vita”.

Sono sicuro che avrete sentito questo ritornello tante volte, e quindi è inutile che continuiamo a suonarlo insieme. Serve solo, questo promemoria, a ricordare una cosa che, stando ai numeri di oggi, è auto-evidente: le pensioni, come siamo abituati a considerarle, non ci saranno più. L’anziano dovrà continuare a lavorare e gli stati dovranno inventarsi forme di flessibilità per tenere in piedi i sistemi previdenziali, contando sull’immigrazione per tenere in piedi il mercato del lavoro da cui estrarre i contributi necessari.

Insomma: gli anziani tedeschi rischiano di essere i capofila delle innovazioni sociali a cui i paesi avanzati saranno costretti dal procedere della demografia. Il fatto che saranno i primi, anche perché sono già avanti, nello sperimentare i tormenti del futuro non dovrebbe lasciarci indifferenti. Noi saremo i prossimi.

Il ragno di Undernet sul mercato dei cambi

Laggiù, nelle profondità remote degli oceani, chilometri di cavi sottomarini veicolano ad alta velocità informazioni più preziose dell’oro per la semplice circostanza che sono queste informazioni a fare i prezzi. L’Undernet sottomarino, chiamiamolo così, assai meno noto dell’Internet, croce e delizia dei nostri giorni, è stato edificato silenziosamente e da almeno un ventennio è diventato uno straordinario punto di riferimento dello sviluppo finanziario. Potremmo dire anzi che rappresenta i binari lungo i quali il capitalismo del XXI secolo svolge i suoi esiti, che sono diseguali, come è stato più volte ripetuto, e anche misteriosi.

I cantori delle magnifiche sorti e progressive dello sviluppo tecnologico, coloro i quali guardano solo le luci di tale evoluzione perché, ignorandole, sperano di cancellarne le ombre, dicono che è proprio grazie a questa tecnologia che la finanza si è democratizzata. Che si è resa perciò capace di far piovere ricchezza su tutti, anche sui più svantaggiati.

Altri, forse più avveduti, fanno notare che, al contrario, tutto ciò che abbiamo ottenuto dall’impressionante sviluppo tecnologico, che nell’Undernet trova la sua ennesima applicazione infrastrutturale, è che abbiamo alimentato un gigantesco ragno. Una creatura ctonia, che vive al centro di questa ragnatela, impersonata da poche e potenti corporation per lo più ignote al grande pubblico, che dalla finanza traggono assai più di quanto potranno mai fare altri per la semplice circostanza che “sono” il mostro.

Si confrontano insomma due visioni che un recente paper della Bce, dedicato al mercato dei cambi, descrive molto bene. La prima, chiamata “Flat World hypotesis” teorizza che la distanza dai centri finanziari – in sostanza la geografia – non ha più importanza in un mercato che gira 24 ore al giorno. La seconda, la “Flash boys hypotesis”, ispirata da un celebre libro di Lewis, giudica invece che la geografica conta eccome, tanto più nel mercato dei cambi del XXI secolo, caratterizzato dalla competizione fra high frequency traders per i quali il millisecondo ha un valore economico rilevante. In questa visione, le transazioni sul mercato dei cambi si vanno concentrando “in una manciata di posti”, quelli che “possiedono i server di data-matching e delle infrastrutture ad alta velocità per le comunicazioni”.

Per provare a vedere quale teoria descriva meglio la realtà, gli studiosi della Bce hanno osservato come lo sviluppo della rete sottomarina dei cavi, quella che abbiamo chiamato Undernet, abbia impattato sulla distribuzione delle transazioni sul mercato dei cambi. Questa rete, edificata per migliorare in origine le comunicazioni telegrafiche, telefoniche e poi dell’Internet, si è scoperta assai utile come veicolo per il trading elettronico nel mercato dei cambi e di altri strumenti finanziari. E poiché la fisionomia del network sottomarino è notevolmente influenzato dalla geografia – è più facile posare un cavo oceanico da un paese che ha l’oceano a portata di mano – ecco che questa rete sottomarina è ragionevole ipotizzare abbia influenzato lo sviluppo di posizioni competitive di alcuni paesi piuttosto che altri.

Un esempio conferma questa ipotesi. Negli anni ’90 i dati mercato valutario di Zurigo e di Singapore mostravano che quest’ultimo aveva circa il 60% in più di transazioni offshore. Oggi il mercato asiatico è quasi due volte più grande di quello svizzero. Cosa è successo nel frattempo? Singapore è diventato un hub di cavi sottomarini, mentre la Svizzera, che è lontana dal mare, no.

E sarà pure un caso, ma i centri di trading più importanti nel mercato dei cambi si sono localizzati sostanzialmente in tre città: Londra, Tokyo e New York. “In queste città – spiega la Bce – sono stati localizzati i server dell’Electronic Broking Services (EBS) e della Thomson Reuters fin dal 1990. Ne segue che la connessione di un paese con l’UK, gli Usa e il Giappone, riduce i tempi di latenza e aumenta la larghezza di banda”. E questo genera vantaggi evidenti, sia di costo che di ricavo, specie nell’ipotesi “Flash boys”.

Insomma, devi essere collegato al ragno se vuoi avere i vantaggi della ragnatela. Ma si sa come si comportano i ragni con i loro ospiti.

(2/segue)

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Le metamorfosi dell’economia: Fra i due litiganti, il terzo settore

Stato e mercato, fin dagli albori del pensiero economico, sono stati rappresentati come gli eterni duellanti nella battaglia secolare per l’egemonia politica delle società, con ciò replicando la dialettica, già evidente nell’età moderna, fra il principe e i mercanti che più tardi, sul finire del XVII secolo, troverà nella banca centrale la prima sintesi compiuta.

La Banca d’Inghilterra nasce alla fine del 1600 come compromesso fra le istanze del principe, assetato di denaro per le sue guerre, e i mercanti, assai più preoccupati di salvare i loro crediti e, indirettamente, la stabilità della moneta. La sintesi tuttavia non impedì che la teoria economica si dividesse. I cantori del libero mercato, che fissarono il dibattito economico per tutto il XIX secolo, entrarono in crisi dopo il primo conflitto mondiale, quando iniziarono ad emergere nuove pulsioni sociali sotto forma di istanze, a volte originatesi proprio dal mercato, per un intervento massiccio dello stato nelle faccende economiche. Gli anni ’30 del secolo scorso segnarono la definitiva evoluzione che troverà nel sistema keynesiano la formulazione teorica compiuta e insieme la tramutazione in pensiero astratto di azioni che tutto il mondo praticava ormai da un ventennio. Lo stato era sempre il principe. I mercanti avevano sempre bisogno del principe per proteggere se stessi e i propri commerci, come agli albori del periodo mercantile dei secoli XVI e XVII.

Questa lunga parabola, che in qualche modo perdura ancora oggi nel dibattito pubblico, generò una narrazione inveritiera che trascurava l’importanza crescente delle organizzazioni burocratiche, nello stato come nel mercato, che di fatto sposta l’asse del potere autentico nei soggetti che incarnano queste organizzazioni. Il dibattito fra socialismo e liberalismo, che segnò la seconda metà del XIX secolo e tutto il XX, era solo la mascheratura di tale evidenza che sempre Galbraith, in un libro del 1967 Il nuovo stato industriale svelava con sorprendente chiarezza, ma che già era stata osservata negli anni ’30 e negli anni ’40.

Nel 1933 uscì un libro di Alberto de’ Stefani, La resa del liberalismo, che già individuava come sostanzialmente illusoria la dialettica fra stato e mercato, che lo spirito del tempo aveva reso poco più che una rappresentazione e che celava la sostanziale unità d’intenti delle organizzazioni che tale dicotomia alimentavano e che trovava nel regime corporativo la sua manifestazione istituzionale. Tale tema, peraltro, era stato affrontato ampiamente dalla pubblicistica tedesca già sul terminare del primo conflitto mondiale. Ne darà piena evidenza, negli anni Quaranta, Friedrich von Hayek nel libro The road to serfdome, nel quale la dicotomia stato/mercato veniva sciolta nel senso del predominio della pianificazione – e quindi dello stato – nei processi economici, interpretandola come un esito difficilmente eludibile dello spirito del tempo.

Da allora a oggi, il dibattito economico si è come fossilizzato. Le cronache riportano ogni giorno delle diatribe fra liberali e statalisti. La teoria ha risolto il conflitto con l’invenzione di sedicenti sintesi neokeynesiane che hanno condotto a modellistiche pressoché inconsistenti iscritte d’ufficio nei bagagli delle banche centrali, ormai chiamate a sintetizzare con la loro azione, per il tramite della politica monetaria, idee e politiche economiche ancora in contrapposizione.

All’ombra di questo duello, però, che dura da secoli, vivono milioni di persone, ossia tutti coloro che subiscono gli esiti di questo apparente litigare. I cittadini semplici, che non sono mandarini pubblici né privati, ma che delle decisioni di questi mandarini subiscono le conseguenze. Paradossalmente l’unica novità istituzionale emersa negli ultimi cinquant’anni è nata proprio qui. Fra i due litiganti è nato il cosiddetto Terzo settore.

L’importanza di questa evoluzione è degna di nota, specialmente ai fini della ricognizione sul futuro possibile della nostra economia. Se pensate agli agenti economici come oggetti che similmente a quelli fisici sviluppano un campo di attrazione gravitazionale, potremmo raffigurarci il terzo settore come un oggetto economico che non sta né con lo stato né con il mercato. Non è una semplice via di mezzo, è un tentativo, finora embrionale ma promettente, di strutturare un altro universo di relazioni economiche e quindi un’altra visione dell’economia, e quindi un suo campo di attrazione gravitazionale capace di attrarre le persone fuori dalle orbite dello stato e del mercato.

Questa sorta di terzo incomodo è – di fatto – il luogo ideale dove sviluppare un’organizzazione che interpreti nuovi paradigmi economici ed è quindi l’interlocutore ideale per chi voglia provare a sperimentare nuovi modelli di strutturazione del lavoro, del denaro, della produzione. L’economia del tempo, se mai diverrà più di un mucchio di parole sopra una pagina, non potrà che sorgere ed affermarsi nel Terzo settore, intendendo con ciò non solo ciò che finora è consolidato, ma uno spazio economico aperto cui può partecipare chiunque ne condivida le regole del gioco.

Il problema dei terzi incomodi è che devono fare i conti con i due sedicenti litiganti. Lo stato, lo abbiamo visto di recente anche nel nostro paese, proverà sempre a far valere la sua attrazione gravitazionale all’interno del terzo settore non soltando fissandone le regole, ma addirittura provando a “ministerializzarlo”, usando il bastone della legge e la carota degli appalti. Ciò minaccia di trasformarlo in una sorta di succursale pubblica, invece di essere ciò che dovrebbe: una centrale del civismo.

Il mercato dal canto suo ha tutto da perderci. Se esistesse un mondo dove il lavoro venisse ripagato di per sé, e che quindi lasciasse libero il cittadino di decidere se e a quanto vendere il suo tempo, tutto ciò genererebbe un aumento dei costi di produzione che qualunque teoria economica concorda nel ritenere, a lungo andare, negativo per l’industria. Senza considerare il fatto che, restituendo il lavoro a chi lo esercita implicherebbe una decisa messa in discussione della funzione sociale delle imprese. O quantomeno un loro deciso ridimensionamento nel paradigma che oggi le disegna quali uniche e autentiche creatrici di occupazione e quindi di valore.

Tutto ciò per dire che i due litiganti smetteranno facilmente di litigare, trovandosi d’accordo sul fatto che il terzo settore è un intruso, suggerendo loro di fare i passi necessari per neutralizzarlo. Niente di più facile: cosa volete che siano milioni di persone di fronte alla volontà di potenza di uno stato o di una multinazionale?

Ciò non significa che si debba smettere di pensarci sopra. Ciò che oggi sembra assurdo – se opportunamente ponderato – domani può diventare la normalità. La tecnologia ce lo dimostra ogni giorno, con i suoi ritrovati, ma anche l’evoluzione sociale. Se aveste chiesto a un feudatario cosa pensava del libero mercato vi avrebbe candidato a un esorcismo.

Il problema dell’evoluzione del terzo settore, a ben vedere, è solo un problema di maturazione sociale, ossia individuale. Se ognuno di noi imparerà a sottrarsi dal campo gravitazionale dello stato e del mercato, associandosi ad altri potrà in qualche modo generare un controcampo e, nel tempo, trovare la strada della sua manifestazione istituzionale. Una volta che tale istanza sia sorta – ed è già sorta – gli stati e i mercati dovranno farci i conti. E, volenti o nolenti, favorirne persino lo sviluppo.

Le premesse sono già evidenti.

(24/segue)

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Le banche cinesi hanno (almeno) 1,3 trilioni di crediti a rischio

Le notizie che arrivano dal fronte orientale sembrano fatte apposta per spaventare i militi ignoti di questa guerra, combattuta sotto mentite spoglie, che da oltre un settennio sfianca le economie mondiali. Già provati dai saliscendi di borsa, che non hanno altra ragione a parte i mal di testa e le gastriti degli operatori, costoro – i combattenti in grisaglie – devono vedersela con il Fondo monetario che ha rilasciato il Global Financial Stability report primaverile che sembra scritto apposta per regalare a loro e a noi una sovraddose d’ansia, come se ne fossimo digiuni.

E poiché è dal fronte orientale che arrivano le notizie più preoccupanti è giocoforza puntare laggiù la nostra attenzione. Anche perché c’è un problema bello grosso che si chiama Cina, già protagonista del meraviglioso film che ci ha impegnato lungo l’estate del 2015 e che adesso ci si ripropone in salsa di maggio, quindi più fresca ma sostanzialmente stantia.

Della Cina sappiamo già tutto quello che c’è da sapere. Per non annoiarvi evito di ripeterlo, ricordando solo l’ultima release del mainstream: la Cina sta transitando da un modello di sviluppo, basato su debito e investimenti più o meno pubblici, a un altro, bastato stavolta su riforme strutturali e mercato interno. Le prime sono innanzitutto finanziarie, perché la Cina deve entrare a pieno titolo nel grande gioco della finanza, e la graziosa assistenza del Fmi è asseverata dalla recente riforma delle quote e dall’inserimento della valuta cinese nel basket degli Sdr. Ma certo non basta. Ci sono riforme profonde che la Cina deve mettere in campo per arrivare al sacro graal: la piena convertibilità dello yuan.

E poi ci sono le questioni interne. Nell’amletico interrogativo se quello cinese sarà un soft landing o un hard landing, con tutte le conseguenze del caso per l’Asia e il resto del mondo, rimangono in questione alcune specificità cinesi che nascondono enormi problemi. Prima fra tutte l’incredibile montagna di debiti che i cinesi hanno accumulato, in particolare nel settore corporate.

Quest’ultimo è quello ove la bolla del credito ha più che altrove sortito i suoi effetti, conducendo le imprese cinesi a sommare una quantità di debito privato notevolissima che adesso, per una serie di ragioni, faticano anche a servire. In sostanza è sempre più difficile riuscire a pagarci gli interessi.

Dall’approfondimento che il Fmi ha dedicato al debito corporate cinese si possono apprendere alcune cose che è utile ricordare. La ricognizione ha riguardato 2.861 imprese, 2.607 quotate e 264 no. Insieme hanno accumulato prestiti per 2.775 miliardi di dollari. Scopo dell’analisi è osservare quanta parte di questo debito sia a rischio, laddove per debito a rischio si intende un’obbligazione iscritta nei bilanci di un’azienda che abbia generato un flusso di profitti netti insufficienti a coprire la spesa del servizio di queste obbligazioni. Per dirla con i tecnici, queste imprese hanno un Interest coverage ratio (ICR) minore di 1.

L’analisi del Fmi si propone di calcolare quanto pesi l’ammontare preso a prestito dalle imprese con un ICR minore di 1 sul totale delle compagnie esaminate, in maniera tale da trarne un indicatore che misuri la quantità di debito a rischio per il campione considerato. Ciò consente anche di valutare la quantità di credito a rischio che il sistema bancario ha concesso al settore corporate.

I risultati sono alquanto ansiogeni. Un grafico mostra la notevole impennata dei debiti a rischio negli ultimi anni, mentre la comparazione di tale indice con l’universo dei prestiti totali concessi dalle banche commerciali al settore corporate cinese, pari a 8,1 trilioni, ci dice che la perdita potenziale su questi crediti, alla fine del 2015, è stimabile in 1,3 trilioni di dollari.

L’ansia rischia di degenerare se si considera che i prestiti bancari al settore corporate non sono stati l’unica fonte di indebitamento per le imprese cinesi. Quindi non vengono considerati i prestiti arrivati dal settore bancario ombra, che in Cina è fiorente. Tantomeno sono considerati i prestiti arrivati dai veicoli governativi garantiti dallo stato.

Lo scenario base che il Fondo ipotizza in caso di stress considera una perdita del 60% su questi crediti, che pesa 756 miliardi di dollari, pari al 6,9% del Pil, che possono oscillare in un intervallo di deviazione maggiore o inferiore del 15% a seconda della gravità dell’evento traumatico. In ogni caso parliamo di centinaia di miliardi di dollari che andrebbero in fumo.

Nessuna buona nuova, dal fronte orientale.

Abbuffata di dividendi dalle banche europee (e italiane)

Mancò il credito all’economia dalle banche europee, ma non il dividendo per gli azionisti, si potrebbe dire al termine dell’istruttiva lettura di uno speech di Hyun Song Shin, capo della ricerca della Bis che ha parlato alcuni giorni fa a Francoforte discorrendo del ruolo del settore bancario nella trasmissione della politica monetaria della banca centrale.

Il tema è rilevante, malgrado richieda qualche approfondimento tecnico per essere ben compreso. Perciò è utile cominciare da una premessa che il nostro economista chiarisce sin dall’inizio: “La macroeconomia ha ancora una relazione difficile con il settore bancario. Sono stati fatti alcuni progressi nell’incorporazione delle banche nei modelli teorici, ma quelli standard tengono ancora in poca considerazione le banche. I testi introduttivi della macroeconomia non dicono molto delle banche e per questa ragione i sofisticati modelli macroeconomici usati dalle banche centrali raramente menzionano le banche”.

Questa sorprendente affermazione ci dice una cosa molto semplice. Il Golem che alimenta la nostra rappresentazione della realtà non è soltanto stupido, ma anche mezzo cieco. In sostanza le banche centrali guardano alla realtà che pensano di modificare con il loro comportamento sapendo, o per lo meno avendone il sospetto, che quello che stanno guardando è gravemente incompleto.

E ciò spiega perché a volte falliscono nel raggiungere gli obiettivi che si propongono. E questo per una semplice ragione: la banca centrale agisce innanzitutto per il tramite di quegli intermediari – ossia le banche – che per la teoria economica quasi non esistono, essendo giudicati alla stregua di passanti occasionali del processo economico, come ricorda lo stesso studioso raccontando di una sua conversazione con un economista di qualche anno fa. Non serve approfondire più di tanto la tecnicalità. Basta semplicemente ricordare che la banca centrale custodisce le riserve obbligatorie delle banche commerciali, che fra l’altro alimentano il mercato interbancario, e che quando vuole aumentare o diminuire la base monetaria agisce anche su tali riserve. La così detta moneta di banca centrale, infatti, o base monetaria, si compone di contante e riserve delle banche commerciali.

Ciò per dire che qualunque azione di politica monetaria coinvolge in qualche maniera questi intermediari, che la macroeconomia  vede come “fantasmi” quando invece la pratica del central banking assegna loro una chiara funzione di trasmissione quantomeno indiretta degli impulsi di politica monetaria. Indiretta perché le riserve possono pure aumentare, ma non c’è un collegamento diretto con un aumento del credito erogato. Primo perché non è detto che una banca che ha più riserve sia anche disposte a moltiplicarle in offerta di credito. Poi perché il credito dipende anche dalla domanda. Non basta che te lo offrano, magari a prezzi da realizzo. Qualcuno deve anche volerlo.

E questo spiega perché Hyun Song Shin ne deduca che la teoria che guarda alle banche come soggetti passivi sia errata: “E’ importante considerare le banche come attori a pieno titolo che gestiscono attivamente i loro bilanci, perseguendo i propri obiettivi e reagendo ai vincoli che altri attori pongono su di loro”. Insomma, sono banche, non marionette della macroeconomia. Tutto questo che sembra astratto, risulta essere molto concreto quando si osserva a come le banche stiano reagendo alla politica dei tassi negativi.

La seconda osservazione di Shin non è meno pregnante e riguarda il capitale delle banche. Le banche centrali guardano al capitale bancario come a uno degli elementi della stabilità finanziaria o nell’ambito della loro attività di supervisori. “Ma avere banche ben capitalizzate è risultato importante per avere un buon meccanismo di trasmissione della politica monetaria”. In tal senso questa evidenza dovrebbe iscriversi di diritto nel patrimonio di conoscenze di una banca centrale.

Perché tale discussioni non vi risulti oziosa, è bene subito riportare alcune evidenze monitorate dal nostro esperto. I fondi propri di una banca, spiega, derivano da diverse fonti, la più importante delle quali è quella costituita dai retained earnings, che potremmo tradurre come gli utili cumulati e non redistribuiti agli azionisti. Tale grandezza non viene comunemente osservata e questa è una ragione in più per seguire il nostro relatore.

Un grafico molto interessante, con dati riferiti a 90 banche europee dal 2007 al 2014, mostra che i retained earning (RE) del 2007, quindi i profitti cumulati e non redistribuiti sino ad allora dalle banche erano 256 miliardi di euro, cifra simile a quella del 2014, quando erano 261. L’andamento di questi RE è stato altalenante negli anni della crisi. Scesi a 190 miliardi nel 2008, sono risaliti a 234 nel 2009 per raggiungere i 268 nel 2010 Da lì si è tornati sotto i 200 miliardi e via via si è risaliti verso il dato 2014.

Accanto ai RE vengono visualizzati i dividendi cumulati che sono stati distribuiti agli azionisti. Questi, a differenza dei RE sono cresciuti con notevole regolarità e anche quantità. Nel 2007 i dividendi cumulati sommavano a 37 miliardi. A fine 2014 erano arrivati a 196. Ciò significa che mentre nel 2007 i dividendi pesavano poco più del 14% sui RE, nel 2014 sono arrivati a pesare il 75%. Per dirla con le parole del nostro esperto, “ciò significa che gli utili accumulati dalle banche (e quindi questa parte di mezzi propri, ndr) sarebbero stati il 75% più elevati nel 2014 se le banche avessero scelto di reinvestire i profitti nei fondi propri, piuttosto che spenderli per pagare dividendi agli azionisti”. Ma vuol dire pure che questi 196 miliardi di euro sono stati trasferiti dal settore bancario agli azionisti invece che utilizzarli a supporto del credito alle economie. Ciò che avrebbe potuto generare un circolo virtuoso e ancora maggiori profitti per le banche.

Ma poiché con i se e con i ma non si va lontano, è utile osservare un’altra cosa. “In alcuni paesi i dividenti accumulati hanno superato i RE”. Questi ultimi sarebbero stati più del doppio di quanto fossero a fine 2014 che i profitti fossero stati reinvestiti nelle banche”. Vale la pena notare che nel gruppo di banche generose con i propri azionisti ci stanno quelle di Francia, Spagna e Italia. Per il nostro paese si osserva un RE totale, cumulato dal 2007 al 2014, di 25 miliardi, e dividendi pagati, nello stesso periodo, per 28. Ciò significa che se le banche italiane avessero capitalizzato i profitti invece di pagare gli azionisti, oggi avrebbero utili cumulati per 53 miliardi invece di 25 e forse avrebbero potuto affrontare con meno ansia – e noi di conseguenza – le loro sofferenze.

Invece hanno preferito versare dividendi gli azionisti. Che poi sono gli stessi che magari si lamentano del bail in.

Le metamorfosi dell’economia: Dal denaro al potere di scambio

La questione si potrebbe ricapitolare così: c’è uno spazio di dimensioni variabili fra il nostro denaro esistenziale – il tempo – e il nostro denaro sociale – la moneta – che usiamo tutti i giorni per i nostri scambi di beni e servizi. I redditi da lavoro in generale, ma in fondo anche quelli da capitale, sono nei fatti la rappresentazione di come, a livello istituzionale, abbiamo colmato questo gap. Il modo in cui abbiamo prezzato il tempo. D’altronde questo gap deve essere colmato perché senza un remunerazione del nostro tempo, vista la confermazione sociale che abbiamo realizzato, non siamo in grado semplicemente di vivere.

Quale sia la vastità di questo spazio da colmare, è questione insieme sociale e personale. Uno può considerarsi soddisfatto della propria remunerazione, perché giudica che il reddito monetario che percepisce in cambio del suo tempo sia soddisfacente, oppure no. Al tempo stesso molte retribuzioni vengono contrattate collettivamente. Quindi gli spazi del singolo sono in qualche modo limitati dalle consuetudini.

La questione però rimane. E trova la sua ragione d’essere in un principio che nessuno credo voglia mettere in discussione: le persone devono avere la possibilità di vivere dignitosamente. Quindi devono lavorare, risponde la società, salvo doversi poi confrontare con l’incubo di una crescente disoccupazione tecnologica e un andamento demografico altrettanto spaventoso.

E tuttavia il lavoro possiamo intenderlo in due modi: nella sua connotazione classica – quindi come prestazione richiesta da un datore che versa la retribuzione – o in quella nuova visione che stiamo tentando di delineare: ossia attività che promana dal singolo individuo a vantaggio suo e di altri, che però non sono chiamati a retribuirlo. Ma se costoro non lo pagano e non c’è un datore che richiede la prestazione, chi paga il nostro lavoratore?

Rispondere a questa domanda ne presuppone un’altra: con quali soldi?

La risposta che dal secondo dopoguerra è arrivata dalla società è stata: il governo con i soldi pubblici. Da qui il costante svilupparsi della funzione datoriale degli stati. Ma era davvero l’unica possibile o era solo quella più facile?

Poiché ci stiamo avvicinando alla conclusione di questo lungo discorso sulle metamorfosi dell’economia, dove tutto questo verrà riepilogato, è opportuno qui fissare una ulteriore sottolineatura sul termine moneta. Abbiamo visto che il denaro sociale e quello esistenziale non sono per niente simili. Il primo è una costruzione dell’immaginazione, che si è stratificata nel tempo secondo una certa prassi che vede coinvolti diversi soggetti, dalle banche centrali a quelle commerciali, sotto l’occhio attento degli stati. Il secondo ha a che vedere con la dimensione del soggetto che, dovendosi relazionare con un contesto economico, diventa soggetto economico e come tale chiamato a quantificare il suo tempo in unità monetarie.

Ora, se immaginiamo un valore del lavoro che abbia connotazioni diverse da quelle che usualmente consideriamo – e che quindi misuriamo col metro monetario – è evidente che la moneta “classica” può anche non essere la sola unità di conto con la quale prezziamo questo lavoro. L’economia del tempo richiede una sua moneta, così come quella dei beni ne ha originato una propria. E poiché l’economia del tempo non può né vuole essere un’alternativa a quella dei beni, ma un suo opportuno completamento, dobbiamo pensare a un sistema economico dove insistono due monete che però svolgono funzioni diverse e quindi hanno una diversa articolazione istituzionale.

Non si tratta perciò di affiancare alla moneta ufficiale “grossa” una moneta “piccola”, come usava nel medioevo, ma istituire uno strumento che svolga la funzione di completare il reddito del lavoratore, fornendogli potere d’acquisto ulteriore, e quindi metterlo in condizione di vivere dignitosamente.

Per immaginare la costruzione di questa nuova moneta dobbiamo innanzitutto cominciare dall’esplorare la sua fisionomia. La moneta ufficiale, lo sappiamo già, possiede tre caratteristiche: è una unità di conto, una mediatrice degli scambi e una riserva di valore. Quali caratteristiche ci serve possegga anche la nostra moneta esistenziale?

La prima, e la più importante, è che sia un mezzo per scambiare beni e servizi. Anzi, che sorga proprio dallo scambio di beni e servizi. Se io effettuo una prestazione il sistema monetario deve accreditarmi un corrispettivo. Ognuno di noi genera moneta per il semplice fatto di spendere tempo in un modo che sia riconosciuto come creativo di valore sociale. L’idea sviluppa quanto accade già nel sistema bitcoin, dove la moneta viene generata dal minatore come prova di un lavoro compiuto. Ma a differenza di bitcoin, questa moneta esiste solo nella misura in cui genera uno scambio. Lasciata inoperosa, non esiste.

La funzione di accreditare il mio corrispettivo può essere svolta dal destinatario della prestazione o da un sistema organizzato di rendiconto, questo non è rilevante. Ciò che conta è che vi sia corrispondenza quanto più immediata possibile fra prestazione/lavoro e remunerazione/pagamento.

La seconda caratteristica, il suo essere unità di conto, è strettamente funzionale alla prima. Non potrei accreditare nessuna somma se non fossi in grado di quantificarla.

La terza, invece, è altamente disfunzionale rispetto ai fini di questo esperimento. Se la nostra moneta fosse anche un riserva di valore, come è sempre il caso di bitcoin, ciò provocherebbe innanzitutto notevoli interferenze con la moneta ufficiale, sollevando questioni di prezzo relativo con quest’ultima e interferendo a livello finanziario in un mercato delle valute già sovraffollato. A meno che la nuova moneta non fosse inconvertibile nella vecchia. Ma in ogni caso, se tale nuova moneta fosse una riserva di valore, ciò ne svilirebbe il senso che ne ha motivato la creazione. La moneta esistenziale ha senso perché viene scambiata, non per essere tesaurizzata. Sarebbe come se mettessimo da parte il tempo per spenderlo dopo. Il che è ovviamente impossibile. Così come quest’ultimo scorre ed è destinato a terminare, ci piaccia o no, così il nostro denaro esistenziale deve scorrere via dalle nostre tasche e quindi essere speso. Perché ciò significa dar valore a ciò che conta veramente in economia: il nostro relazionarci con gli altri. Ossia tutto il contrario di ciò che fa chi pensa a tesaurizzare. E poiché tale tendenza è già assai diffusa, non avrebbe senso creare una nuova moneta per aggiungere ulteriori tentazioni.

Ricapitoliamo: la nuova moneta, che si propone di contribuire a colmare la spazio fra la nostra moneta sociale e la nostra moneta esistenziale deve semplicemente metterci in condizione di generare scambi. Nasce dal lavoro, quindi ogni lavoratore la emette con la sua prestazione, esiste con lo scambio e muore con lo scambio, visto che chi la riceve deve scambiarla a sua volta per trarne utilità sotto forma di beni o servizi. Viene generata naturalmente da chi compie l’attività: questo risponde (in parte) alla prima domanda che ci siamo fatti all’inizio, ossia da dove arrivino i soldi. Inoltre la sua conformazione, che la differenzia sostanzialmente dalla moneta ufficiale, risponde alla seconda domanda iniziale, ossia con quali soldi si paghino questi lavoratori.

Di conseguenza, più che parlare di moneta, che come abbiamo visto ha caratteristiche diverse e una lunga tradizione di fraintendimenti, sarebbe più corretto parlare di potere d’acquisto. Il lavoratore genera ricchezza con la sua attività che viene remunerata da un potere d’acquisto. Anzi, potere di scambio.

Come vedete le parole dell’Economia 2.0 non sono poi così diverse da quelle dell’Economia 1.0. A far la differenza è il significato.

(23/segue)

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La battaglia inosservata che cambierà banche e stati

Prosegue, con implacabile costanza, la battaglia pressoché inosservata che i regolatori hanno ingaggiato ormai da anni per arrivare a una sostanziale rivoluzione del modello che finora – e non è esagerato dirlo – ha retto in piedi le finanze pubbliche di molti stati. Ossia la prassi di molte banche commerciali di acquistare bond pubblici del proprio paese di residenza. L’ultima puntata di questa lunga contesa si è svolta pochi giorni fa, durante l’Ecofin, quando si è consumata l’ennesima spaccatura europea proprio sulla proposta sponsorizzata da alcuni paesi nordeuropei, Germania in testa, di porre limiti al possesso di titoli di stato da parte delle banche. Il fronte del no, nel quale militano Francia e Italia, ha impedito che la proposta evolvesse in norma. Ma sbaglierebbe chi pensa che sia finita qui.

La questione infatti, pure se al momento è stata derubricata dal tavolo dei politici, rimane ben aperta su quella dei regolatori internazionali, e in particolare il Comitato di Basilea, ai quali i politici dell’Ecofin, e non a caso, hanno dichiarato di volersi ispirare. Non si tratta di uno stop, perciò, ma solo di un rinvio. Vale la pena perciò riepilogare il perché e il percome.

All’indomani della crisi del 2010, e in particolare nel 2011, nel nostro paese la tendenza delle banche a comprare titoli di stato è diventata dilagante. Di fronte alla sparizione degli acquirenti esteri le banche commerciali sono diventate grandi prenditrici di debito pubblico italiano, con ciò – a volerla vedere in chiave patriottica – contribuendo a stabilizzare gli spread. Oppure, volendola vedere in chiave più utilitaristica, così facendo le banche si sono riempite di debito “sicuro” che rivestiva il notevole vantaggio di non richiedere accantonamenti prudenziali, e quindi capitale, per essere sostenuto. Questi motivi, probabilmente concorrenti, sono quelli che hanno originato l’idea che occorra spezzare il nesso fra sistemi bancari e stati sovrani.

Il problema, secondo molti, è tutto qua. Da una parte questo sistema garantisce agli stati che qualcuno comprerà i suoi titoli. Dall’altra le banche avranno sempre un investimento “sicuro” e poco costoso in termini di capitale che le renderà meno interessate ad esplorare investimenti alternativi. Questa visione, che la Bundesbank è stata la prima a sponsorizzare, piano piano ha scalato i piani alto della Bce che, non a caso, ne tratta nel suo ultimo rapporto annuale.

“La recente crisi finanziaria  – ha scritto la Bce – ha dimostrato l’inadeguatezza della nozione implicita secondo cui il debito sovrano è privo di rischio, rendendo necessaria una revisione dell’attuale schema di regolamentazione del rischio sovrano. La modifica della regolamentazione finanziaria in questo ambito richiede una soluzione globale che garantisca alle banche condizioni di parità”

Di recente, inoltre, il tema è finito all’attenzione dell’Esm, e anche della Banca d’Italia, che ha pubblicato un paper nel quale si evidenziano i rischi per la stabilità macroeconomica e finanziaria che potrebbero derivare da una regolazione più stringente sulla materia. Quest’ultima è già oggetto di un’attività di revisione della quale si sta occupando il Comitato di Basilea, che agisce nel seno della Bis, e al quale è stato demandato l’incarico di trovare una difficile quadratura del cerchio. Difficile perché bisogna tenere conto degli effetti che tale regolazione potrebbe avere su economie assolutamente differenti, con sistemi bancari differenti e condizioni di finanza pubblica che lo sono altrettanto.

“Il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria – sottolinea la Bce – guida il processo di revisione del trattamento prudenziale esistente per il rischio sovrano a livello internazionale e valuterà le possibili opzioni di policy. Il Comitato di Basilea sta conducendo tale revisione in modo attento, olistico e graduale, con lo scopo di valutare anche le questioni più generali collegate al ruolo dei mercati del debito sovrano, nonché l’impatto che modifiche dello schema di regolamentazione potrebbero avere su tale ruolo e su determinati segmenti di mercato. Occorre soppesare accuratamente i costi e i benefici di qualunque eventuale modifica dello schema di regolamentazione. La valutazione deve tenere conto dell’impatto potenziale della revisione sul funzionamento dei mercati e sulla stabilità finanziaria, nonché degli effetti collaterali che potrebbe avere su altre classi di attività, incidendo sulla capacità di intermediazione delle banche. Inoltre, andrebbero considerate debitamente la funzione di liquidità svolta dalle obbligazioni sovrane e le potenziali implicazioni per la trasmissione della politica monetaria”.

Al di là delle conclusioni alle quali arrivano i diversi soggetti, evidentemente diverse, ciò che conta è che la discussione sia decisamente orientata a verso una decisione che, qualunque essa sarà, provocherà un sostanziale mutamento delle consuetudini finora intercorse fra banche e stati.

Capire se sarà meglio o peggio di adesso non è facile. Però possiamo farcene un’idea.

(1/segue)

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Bitcoin for dummies: I nuovi capitalisti

Ci sono ancora alcune caratteristiche di bitcoin, la moneta virtuale, che dobbiamo analizzare prima di passare all’analisi di Bitcoin, ossia l’infrastruttura che veicola i pagamenti. Ciò servirà a comprendere meglio la fisionomia dei nuovi capitalisti che l’avvento della moneta digitale inventata dal misterioso Satoshi ha consegnato alle nostre cronache finanziarie.

La prima qualità di bitcoin che dobbiamo osservare è che si tratta di una moneta che viene generata (dal sistema) ma non creata (dalle banche), con le conseguenze che abbiamo già sottolineato. La generazione di bitcoin deriva da una proof of work, cioé da una prestazione che i minatori svolgono quando certificano la validità di una transazione e quindi ne consentono la scrittura nella blockchain, ossia il libro mastro digitale che documenta tutte le transazioni dall’inizio del sistema ad oggi e che più avanti impareremo a leggere.

Ciò ci conduce alla seconda caratteristica: nessuno può disporre di bitcoin se non li genera tramite il sistema o non li acquista, essendo il bitcoin convertibile in valuta ufficiale. La prima possibilità, sottintende due qualità che è interessante sottolineare. La prima è che bitcoin è una moneta che nasce dal lavoro di una persona (di un computer, per essere precisi). Quindi viene generato da un soggetto e non da un’istituzione. E questa è una caratteristica interessante da un punto di vista teorico, visto che sposta il potere di emissione collegandolo allo svolgimento di una prestazione. La seconda qualità è che il detentore di bitcoin è più incentivato a generare moneta che a scambiarla. Quindi ad accumulare valore.

La possibilità di generare moneta, tuttavia, per quanto teoricamente aperta a tutti, in realtà è assai esclusiva. Le regole del gioco prevedono che la complessità dell’algoritmo che la macchina deve risolvere – la proof of work – cresca al crescere della quantità di bitcoin emessi. E ciò comporta che l’investimento per generare bitcoin diventi più costoso al crescere di tale complessità. Qualcuno ha stimato che in sostanza l’investimento necessario per generare bitcoin ormai equivalga, in unità, alla quotazione del bitcoin, che al momento oscilla fra i 425 e i 440 dollari, dopo aver superato i 1.100 all’inizio del 2014. Una volatilità che i critici della moneta virtuale non mancano di utilizzare a dimostrazione dell’inefficacia di bitcoin, proprio per la sua instabilità, a rappresentare un mezzo di scambio efficace.

La complessità richiesta per generare bitcoin ci conduce alla terza caratteristica. I primi minatori, che hanno estratto i bitcoin dal sistema quando era molto più facile di adesso, hanno goduto di un grande vantaggio rispetto a quelli che sono entrati nel sistema più tardi. E poiché la quantità di moneta è fissata, tale vantaggio è destinato a perpetuarsi. I primi minatori sono diventati i primi veri capitalisti dell’economia di bitcoin.

Qualcuno, nel 2013, si è divertito a stimare la concentrazione di bitcoin, calcolando che meno di mille persone detengano la metà dei bitcoin generati finora. Aldilà della correttezza di tale stima, ciò che conta è il principio: bitcoin è una roba per tutti e per (quasi) nessuno.

(7/segue)

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Si prepara l’Internazionale delle tasse

Poiché è la questione fiscale la vera determinante della politica economica di questo inizio di secolo, non mi stupisce osservare che nei giorni scorsi le principali istituzioni internazionali abbiano lanciato una piattaforma di collaborazione per rendere più efficace quella che dovrebbe essere la funzione principe degli stati: quella di prenditori.

Il documento congiunto è stato firmato dal Fmi, l’Ocse, l’Onu e la Banca Mondiale. Leggendolo si scoprono le linee guida di questa collaborazione. Questa sorta di Internazionale delle tasse si propone di “fornire un estensivo supporto allo sforzo fiscale dei paesi”, visto che “rafforzare i sistemi di tassazione è emersa come una delle chiavi di sviluppo prioritarie” dell’economia internazionale, anche in virtù del fatto che “sono necessari significanti ricavi fiscali addizionali, ricavati in modo efficiente ed equo, per vincere le sfide dello sviluppo globale”. “Le organizzazioni internazionali (IOs, ndr) accolgono positivamente l’aumentata enfasi sulla tassazione, riconoscono la loro responsabilità per supportare ulteriormente i paesi e vedono approfondirsi la loro collaborazione e cooperazione come una componente essenziale per il rafforzamento dei sistemi fiscali”.

Da qui la proposta di creare “una nuova piattaforma che funzioni come un veicolo centrale capace di migliorare la cooperazione, consentendo alle IOs di sviluppare un approccio comune, rilasci un output condiviso e risponda alla richiesta di un dialogo globale sulla materia fiscale”.

Non pensiate che questa piattaforma di venuta dal nulla. L’Ocse lavora da tempo a un progetto di cooperazione internazionale sul versante fiscale che di recente ha portato all’elaborazione del progetto BEPS sponsorizzato dai paesi del G20, quindi dai principali player dell’economia. Le altre IOs lavorano ad altri progetti, fra i quali merita una menzione quello realizzato sempre da Ocse in collaborazione con l’Onu denominato Tax inspectors without border, che si propone di migliorare di aiutare i paesi più fragili a gestire la loro capacità fiscale.

L’Internazionale delle tasse, va sottolineato, nasce proprio da una richiesta dei paesi del G20, che a novembre 2015 hanno chiesto a Ocse di implementare il progetto BEPS ed è facile capire perché. In un mondo dove la sostenibilità fiscale è messa a dura da una montagna di debiti e da sviluppi demografici preoccupanti, migliorare la capacità di riscossione è assolutamente vitale. E poiché insieme alla globalizzazione di azioni e merci c’è anche quella dell’elusione e dell’evasione fiscale – i vari Panama papers ce lo ricordano di continuo – serve una visione internazionale per cogliere il problema nella sua interezza e provare a risolverlo.

Quindi, a volerla guarda positivamente, l’Internazionale delle tasse servirà a scovare i furbi. A volerla guardare meno positivamente, sarà un passo in più verso la Grande Convergenza istituzionale che si va preparando per il XXI, con un mondo dove le istituzioni sovranazionali avranno sempre più voce in capitolo nella gestione dell’economia.

Ne uscirà qualcosa di buono? Come diceva il poeta, ai posteri l’ardua sentenza.