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Le metamorfosi dell’economia: Il lavoro di cittadinanza
Leggo su un quotidiano recente che “una delle maggiori ragioni di infelicità degli esseri umani è di non riuscire mai a far coincidere la vocazione con il lavoro, la passione con lo stipendio”, e mi stupisce non tanto la giustezza di questa osservazione, che mi pare nessuno possa mettere in discussione, quanto il fatto che tale consapevolezza ormai sia talmente diffusa da finire sulle pagine di un giornale, che è la migliore approssimazione possibile del transitorio. Ciò malgrado rimane talmente distante dalla testa dei nostri decisori che il massimo che ci può capitare è che qualcuno lo scriva su un giornale. Nessuno ha mai pensato seriamente di risolvere questo problema.
Intravedo, in questa noncuranza, una profonda immaturità sociale e un cascame tragico, derivante dalla consuetudine secolare di immaginarsi il lavoro come fonte di dispiacere, piuttosto che di realizzazione. Malgrado la nutrita retorica sui poteri taumaturgici del lavoro, nei fatti le nostre società si sono rassegnate al fatto che intanto bisogna avere un lavoro, purchéssia. I pochi fortunati che coniugano passione e stipendio sono eccezioni, non la regola.
Questo difetto di immaginazione si è aggravato per colpa della crisi. Il dramma della disoccupazione spinge le persone ad avvalorare la regola non scritta che associa tormento a retribuzione, e i nostri economisti – per lo più professori universitari, come se le due cose debbano coincidere per forza – non contribuiscono in nessun modo a dissipare questo equivoco. A furia di ragionare per aggregati, hanno smarrito gli individui.
Poiché il presente è deludente, possiamo solo provare a immaginarci un futuro usando l’attualità a mo’ di pretesto. Uno spunto interessante ce lo fornisce la Svizzera. Il 5 giugno nel paese elvetico si terrà un referendum per dare un reddito a tutti i cittadini, a prescindere dalla circostanza che lavorino a no. Ovviamente il dibattito ferve. Se siete interessati ad approfondire qui trovate tutte le informazioni. Ma ciò che è utile sottolineare è il pensiero secondo cui le persone hanno il diritto di avere un reddito che li liberi dall’obbligo di lavorare per un altro. La proposta svizzera, a differenza delle tante che esistono anche nel nostro paese, separa il reddito dalla prestazione lavorativa. Come era prevedibile, le associazioni datoriali dei produttori sono fortemente critiche.
Per quanto istruttivo da osservare – l’esperimento elvetico è nato su iniziativa dei cittadini, non dei politici che anzi nicchiano – la proposta rimane in un ambito parzialmente tradizionale. Quello, vale a dire, che individua nel reddito monetario lo strumento, mentre è innovativo laddove insiste sulla separazione fra prestazione e retribuzione. E’ un buon inizio, ma incompleto. Anche perché contribuisce alla permanenza del pensiero che il lavoro, in fondo, è una seccatura imposta dalla società della quale si farebbe volentieri a meno. O almeno molti ne farebbero a meno.
E’ necessario quindi, fare un passo ulteriore. Dobbiamo pensare a una società in cui non sia il reddito di cittadinanza lo scopo del sistema sociale, ma semplicemente il lavoro. Ciò che dovremmo perseguire è un sistema dove passione e stipendio, per usare le parole del nostro giornalista, siano intrinsecamente collegate. E questo richiede una modalità di retribuzione che colleghi inevitabilmente una prestazione a un potere di scambio. La differenza rispetto a quanto accade adesso è che l’onere (e l’onore) di scegliere la prestazione ricade su ognuno di noi, mentre la retribuzione è garantita dal sistema. Questo sistema richiede una profonda assunzione di responsabilità individuale e un costante lavoro di ricerca su se stessi. Perché in tal modo si distrugge l’alibi che la nostra infelicità dipenda dal sistema. Dipende solo da noi.
Il sistema lavora su due binari paralleli: quello tradizionale, collegato al mercato del lavoro – non si può escludere che la vostra passione sia prezzata dal mercato (o in alcuni settori dallo stato) e che siate tanto bravi da riuscire a convincere il mercato (o lo stato) a retribuirvi – e quello nuovo, collegato a una diversa organizzazione che sposi i principi dell’economia del tempo che abbiamo sinora delineato. I due sistemi possono anche coesistere. Il lavoratore può essere retribuito insieme dal mercato e dall’organizzazione non monetaria, con due diverse valute che svolgono funzioni diverse.
Faccio un esempio che spero chiarisca. Una madre fa un lavoro impagabile per un figlio, già da quando lo nutre nel suo grembo. E infatti non viene pagato. Malgrado la stucchevole retorica sulla famiglia e la bassa natalità, non esiste nessun meccanismo sociale che retribuisca la madre per lo straordinario lavoro che fa. Anzi. Può anche succedere che perda il suo “vero” lavoro. Con la conseguenza che il suo minor reddito va a diminuire i consumi collettivi.
Nel sistema che stiamo immaginando la madre verrebbe pagata per il tempo che sta dedicando a suo figlio dalla nostra organizzazione terza, rispetto al mercato e allo stato, con un potere di scambio che le restituirebbe un potere d’acquisto reale che, oltre a facilitarle la vita, avrebbe un impatto economico positivo per tutti. Nulla vieta di immaginare che questa madre, in conseguenza della sua esperienza, scopra di avere talento, attitudine e passione per la cura dei bambini, e perciò decida di offrire i propri servigi all’interno dell’organizzazione che finora l’ha retribuita, mettendo a disposizione il proprio tempo a qualcun altro e, con ciò facendo, continui a godere della sua retribuzione. Oppure che magari apra al tempo stesso un asilo nido e offra i suoi servigi anche al mercato. L’unico limite è l’immaginazione. E la volontà. Qualora un domani la sua passione per gli infanti si esaurisca, è sufficiente che ne individui un’altra e inizi a condividere il suo tempo dedicandolo a quest’ultima e a qualcuno che da questa passione trae un’utilità valida, e il ciclo continua. In questo sistema, semplicemente, non è possibile essere disoccupato, a meno che non lo si voglia.
Una società organizzata secondo questi tre pilastri – uno stato, un mercato e un altro settore, autenticamente terzo rispetto allo stato e al mercato – sarebbe in grado di occupare costantemente i propri cittadini garantendo loro il diritto di lavorare secondo le proprie attitudini, i propri meriti e le proprie capacità, per parafrasare il celebre detto di Saint Simon. Sarebbe insieme liberale, perché fondata sulla libertà personale, e socialista, intendendo il socialismo nell’unico significato che dovrebbe avere diritto di cittadinanza politica: quello della costruzione della socialità. In tal senso sarebbe un sistema basato sull’economia reale, non più sull’Egonomia che sta ammalando tutti. Sarebbe una società inclusiva: il punto di arrivo ideale che conclude secoli di guerre combattute per un benessere che adesso finalmente abbiamo raggiunto ma che dobbiamo imparare ad utilizzare.
Perché la cosa più incredibile, alla quale purtroppo nessuno fa caso, è che oggi questo sistema è davvero possibile. E non è detto che lo sarà anche domani.
(27/segue)
L’Italia scopre la Questione settentrionale
Poiché al peggio non c’è mai fine, scopro leggendo un articolato paper che la Commissione Ue ha dedicato al nostro Paese, che l’Italia, non paga di covare da più di un secolo la celeberrima questione meridionale, ne sta incubando un’altra, inedita e forse perciò più perniciosa: quella settentrionale.
Per scoprirla mi sono dovuto infliggere un centinaio di pagine nelle quali gli economisti di Bruxelles hanno provato a comprendere, inerpicandosi fra grafici, tabelle e regressioni, quali siano le ragioni profonde dell’enigma italiano della produttività, che esibisce un trend declinante da almeno un ventennio, provando a misurare se e in che misura dipenda da una cattiva allocazione delle risorse all’interno delle nostre imprese.
Come prima premessa giova ricordare che l’analisi riguarda l’andamento della total factor productivity (TFP) che nell’uso comune misura l’efficienza dei processi produttivi a partire da certi quantità di input. Quindi questo indicatore considera il contributo dei vari fattori produttivi ulteriori a quelli classici di lavoro e capitale. L’impatto dell’innovazione tecnologica ad esempio, o l’evoluzione delle qualificazioni professionali.
Seconda premessa necessaria è osservare l’andamento della TFP in Italia, in declino dagli anni ’90 e divenuta negativa nel XXI secolo, che ha finito con l’influenzare la produttività delle nostre industrie, aggravandosi tale trend, specialmente dopo la crisi. Il tutto è visibile su un grafico presentato nello studio, che associa ovviamente al declino della produttività quello del prodotto.
Volendo circostanziare meglio i nostri tormenti, basta ricordare che il declino dei TFP italiani è evidente già dalla metà degli anni ’90 e procede per un decennio. Conosce una lieve ripresa intorno al 2003 e torna a inabissarsi dopo la crisi. L’indice 100 del 2005 arriva a 80 nel 2010 e da lì si è mosso poco.
La Commissione individua tre cause globali alla radice di questo fenomeno, e diverse cause locali. Le prime hanno a che vedere con la globalizzazione e l’arrivo dell’euro, che “ha impedito svalutazioni nominali che avrebbero potuto essere utilizzate per favorire l’aggiustamento”. E poi c’è stata la rivoluzione ICT, che in Italia ha avuto effetti poco significativi principalmente a causa delle circostanza che gli effetti più rilevanti si sono avuti per le grandi imprese che avevano i mezzi per investirci sopra. La qualcosa non è coerente con il nostro tessuto produttivo, che è popolato in gran parte di piccole e media imprese (SME).
Le cause interne ipotizzate per spiegare il crollo della nostra produttività sono innumerevoli, almeno quanti sono gli autori che hanno analizzato la questione. Ce le hanno ripetute infinite volte, quindi è inutile riproporle qui: si va dalla conformazione microeconomica del nostro tessuto produttivo, al mercato del lavoro, all’età degli imprenditori, al clientelismo eccetera.
Ciò che è interessante è il tentativo degli autori di capire quanto la cattiva allocazione delle risorse vi abbia influito. Quando si parla di cattiva allocazione si fa riferimento a un mondo assai composito. Si può mettere troppo capitale nell’impresa sbagliata, magari perché un boom finanziario lo rende facile e profittevole, o si può trovare il lavoro sbagliato nell’impresa giusta, perché magari poco qualificato. O si può sbagliare a costruire i processi manageriali perché il capo azienda viene reclutato per la fedeltà più che per la capacità. E gli esempi potrebbero continuare.
Tralascio la tecnicalità, che in fondo è il solito pretesto, e arrivo alle conclusioni. Giuste o sbagliate che siano, è utile conoscerle perché faranno testo in altri contesti. Economici, senza dubbio, ma soprattutto politici.
La prima conclusione è che le cattive allocazioni non si sono verificate perché si è scelto un settore piuttosto che un altro, ma sono inter settoriali. Quindi è sbagliato, ad esempio, dire che il settore tessile è stato fonte di diseconomie, mentre è giusto dire che alcune imprese di questo settore lo sono state e altre no.
La seconda questione è squisitamente territoriale. “C’è una questione settentrionale”, scrive la Commissione, “almeno quanto c’è un problema con le grandi aziende”. “La dimensione regionale indica che cattiva allocazione è aumentata soprattutto nel nord-ovest, tradizionalmente il cuore del sistema produttivo italiano. E la dimensione suggerisce che l’aumento è stato particolarmente forte tra grandi imprese. Tale aumento e la conseguente diminuzione della produttività nei tradizionali “motori” dell’economia italiana dovrebbe essere una fonte di grande preoccupazione”.
Per carità, la preoccupazione abbonda, ai tempi nostri. Ma il problema non è preoccuparsi. E’ occuparsene.
La scomparsa del credito dalle economie emergenti
La fine del 2015 ha confermato la tendenza, già emersa con chiarezza a inizio d’anno, di un pronunciato rallentamento del credito internazionale. La Bis ha rilasciato pochi giorni fa le ultime statistiche sull’attività bancaria nell’ultimo quarto dell’anno appena terminato e ciò che se ne trae è la conferma che il credito, per le ragioni più diverse, ha iniziato una retromarcia che può contribuire a spiegare lo slowdown del mercati finanziari che ha inaugurato il 2016.
I dati sono inequivocabili. I prestiti transfrontalieri, che avevano iniziato a declinare a inizio 2015, e in particolare verso le economie emergenti, hanno confermato il loro trend che, nell’ultimo trimestre, ha interessato anche le economie avanzate. Ma certo, i paesi emergenti sono quelli che hanno pagato il prezzo più elevato in termini di deflussi di prestiti bancari. La Bis ha calcolato che il 2015 ha segnato un calo dell’8% dei prestiti bancari verso questi paesi, il calo più pronunciato dal 2009, ossia l’anno orribile dei mercati. Grande protagonista di questa retromarcia è stata la Cina, dove solo nell’ultimo quarto 2015 i prestiti sono diminuiti di 114 miliardi di dollari.
Se guardiamo al dato globale, si rileva che fra settembre e dicembre dell’anno scorso i prestiti transfrontalieri delle banche sono diminuiti di 650 miliardi nell’ultimo quarto. Il che ha riportato lo stock di crediti a 26,4 trilioni di dollari, più basso del 3% rispetto a inizio anno. “Questa debolezza nell’attività bancaria internazionale – osserva la Bis – coincide con il deterioramento nelle prospettive globali di crescita e le rinnovate turbolenze finanziarie al cambio di anno”. Vale la pena sottolineare che i crediti verso prenditori non bancari, che in precedenza si erano mostrati più resilienti, hanno registrato un calo di 167 miliardi che ha condotto il tasso di crescita al 2% dal 10% del picco di marzo.
Se guardiamo al lato valutario, si osserva il calo di 324 miliardi dei prestiti denominati in euro e quello da 185 miliardi di quelli in dollari. Al contrario i prestiti in yen sono aumentati di 30 miliardi.
Ma è il dato regionale quello più rilevante. Il calo dell’attività bancaria ha riguardato tutte le regioni. Quelle avanzate, che hanno subito una contrazione di 356 miliardi, quelle emergenti, diminuiti di 160 miliardi, e i centri off shore, che hanno registrato un calo di 122 miliardi. All’interno delle regioni avanzate si segnala il robusto calo dei prestiti verso l’eurozona, che nell’ultimo quarto ha pesato 267 miliardi, portando lo stock a sette trilioni, il 3% in meno su scala annuale.
Ma sono gli emergenti che, a livello aggregato, hanno pagato il prezzo più alto. Nell’ultimo quarto i prestiti verso quest’area sono diminuiti di 160 miliardi, 114 dei quali patiti dalla Cina, che hanno condotto l’aggregato a 8,8 trilioni, l’8% in meno rispetto a inizio anno. Il grosso di questo calo è attribuibile proprio all’Asia e alla Cina in particolare. Quest’ultima ha visto dimagrire il suo stock di prestiti bancari, che a settembre 2014 aveva raggiunto i 1.061 miliardi, fino a 756: un deflusso creditizio da 305 miliardi che certo non ha giovato alla sua stabilità finanziaria.
Tanto meno alla nostra.
Bitcoin for dummies: Dalla blockchain alla DLT
Mano a mano che la blockchain di Bitcoin si allunga, tessuta pazientemente da legioni di utilizzatori dei sistema di pagamento basato sulla moneta virtuale, agli osservatori più attenti e interessati non è sfuggito il senso profondo dell’innovazione inaugurata dal sistema elaborato dal misterioso Satoshi. La blockchain, riepilogando l’universo delle transazioni svolte in bitcoin dal suo esordio, appare come un gigantesco libro mastro digitale che riporta fedelmente i desideri e le transazioni di infiniti user celati a malapena da uno pseudonimo che, come accade nella logica del web, manifesta a stento le pulsioni profonde dei suoi utilizzatori.
Paradossalmente è proprio questo libro mastro, assai più della moneta che lo popola, che è diventato l’oggetto del desiderio di tanti osservatori allocati nei piani alti del potere politico, finanziario e anche industriale. Quindi non solo le banche centrali, che vivono letteralmente nel sistema dei pagamenti, ma anche i governi, che in qualche modo tale sistema sono chiamati a garantire e che minaccia di essere terremotato dalla diffusione di questo strumento – la blockchain – che ormai si è evoluto nella sua connotazione più generale che viene denominata distributed ledger technology (DLT), che potremmo tradurre con libro mastro digitale distribuito, ossia pubblico e sociale.
Questo strumento ormai ha travalicato il confortevole recinto di bitcoin connotandosi come l’autentica innovazione della rivoluzione promossa da Satoshi. Nel frattempo, infatti, gli strumenti di pagamento virtuali si sono moltiplicati, ormai le monete virtuali si contano a centinaia, mentre il sistema di pagamento, che la blockchain rappresenta, sta entrando nella sua fase espansiva, non tanto per la moneta che veicola, ma per la tecnologia che incarna e che minaccia di rivoluzionare proprio il sistema dei pagamenti. “Con la DLT – recita in apertura uno studio recente promosso dal governo inglese proprio su questa tecnologia – potremmo assistere ad una di quelle esplosioni di potenziale creativo che catalizzano eccezionali livelli di innovazione”. Questa tecnologia infatti “potrebbe dimostrare di avere la capacità di fornire un nuovo tipo di fiducia a una vasta gamma di servizi”. E tuttavia, ciò può comportare alcuni decisivi cambiamenti: “Gli algoritmi che consentono la creazione di registri distribuiti sono potenti”, si tratta di “innovazioni dirompenti che potrebbero trasformare l’erogazione di servizi pubblici e privati e migliorare la produttività attraverso una vasta gamma di applicazioni”.
Non solo pagamenti, ossia scambio di moneta per beni e servizi, quindi. Ma è il senso stesso dell’intermediazione che cambia con le DLT. Questa tecnologia si propone nientemeno che espungere dal circuito dei pagamenti l’autorità centrale che ad essi sovrintende, che nel caso della moneta è la banca centrale. Ma la DLT va oltre la semplice gestione dei pagamenti in moneta. In teoria questa tecnologia è applicabile a qualunque tipo di transazione perché quest’ultima può esser resa direttamente fra i soggetti che la attivano senza bisogno di una mediazione di un ente terzo.
Vi parrà fantascientifico. Ma in realtà è tutto molto concreto. Già da tempo – ma è solo un esempio fra i tanti possibili – è sorto un organismo che si propone di sviluppare e applicare in maniera sempre più diffusa questa tecnologia. E se andate a vedere chi sono i sostenitori scoprirete che non sono piccoli nerd di periferia. Sono i colossi: da Jp Morgan alla Ibm.
E questo dovrebbe aiutarci a capire cosa sta succedendo.
(11/segue)
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Nel cuore di Undernet: I padroni delle nuove ferrovie
Era il 1842 quando Samuel Morse, il papà che intitola il codice usato nelle telecomunicazioni, interrò il suo primo cavo nel porto di New York per mostrare la possibilità di trasmettere segnali telegrafici a distanza. Il cavo era ricoperto di canapa e gomma e, incredibilmente, funzionò.
Otto anni dopo, nel 1850, si iniziò a posare il primo cavo ricoperto di guttaperca che doveva connettere il Regno Unito con il continente europeo. Ma servirono altri 16 anni per avere il primo cavo transatlantico che collegava Londra con New York. Da lì la ragnatela di Undernet iniziò a dipanarsi.
Nel frattempo la tecnologia della trasmissione dati si evolveva. Nel 1890 si imparò a trasmettere ad alte frequenze e agli albori del XX secolo si riuscì anche a stabilire una connessione telefonica soddisfacente, anche se primitiva.
La prima grande globalizzazione, che dalle ferrovie iniziava a spostarsi sui cavi sottomarini, fu bruscamente interrotta dalle due guerre. Nel primo dopoguerra, la depressione degli anni ’30 e il crescente senso di isolamento fra gli stati impedì la commercializzazioni di tecnologie ormai disponibili a prezzo sostenibile. Sicché solo nel 1955 su posato il primo cavo sottomarino moderno, il TAT-1 (transatlantic 1), costruito con materiali moderni – il polietilene invece della guttaperca, coassiale e capace di ripetere il segnale. TAT-1 connesse le propaggini del Regno Unito con quelle del Nord America. All’impresa parteciparono la At&T, la Canadian overseas telecommunications corporation e l’UK general Post office. Fu inaugurato a settembre del 1956 e consentiva di gestire simultaneamente 35 telefonate.
Nel 1960 si iniziarono a posare cavi coassiali di maggiore portata e affidabilità e questo processo durò fino agli albori del 1980, quando la tecnologia coassiale fu sostituita da quella della fibra ottica, assai più veloce e potente. Il primo cavo in fibra, il TAT-8, entrò in servizio nel 1988, finanziato da un consorzio con dentro AT&T, France Telecom (l’attuale Orange) e British Telecom. Il cavo collegava Regno Unito, Francia e Usa. Come si vede, gli alfieri di questa rivoluzione furono le compagnie telefoniche, più o meno pubbliche a quel tempo. Tat-T 8 consentiva di gestire simultaneamente 40 mila telefonate.
Il problema era che questi cavi attiravano gli squali. Non i finanzieri, quelli arrivarono dopo. Proprio i predatori dell’oceano, che erano attratti dalla corrente elettrica che correva nei cavi, e tendevano a distruggerli. Ciò originò un’altra generazione di cavi. Il PTAT-1 fu schermato per evitare di attrarre gli squali. E così arrivarono gli altri squali. I cacciatori di tesori.
PTAT-1, infatti, fu il primo cavo ottico interamente finanziato dai privati. Nella fattispecie, una compagnia americana, la TelOptik, e da una inglese, la Clabe&Wireless plc, che si proposero niente meno di generare traffico telefonico in concorrenza con i vecchi padroni della nuova ferrovia, ossia AT&T e British Telecom. Fu l’inizio dello sviluppo furioso di Undernet. Fiutando l’affare, nugoli di squali in forma umana si avventarono sui fondali per piazzarvi i loro cavi. In gran parte finanziati da compagnie di telecomunicazione. Questo boom si verificò fra il 1989 e il 2002. Qui trovate l’elenco dei cavi posati in questo intervallo di tempo e negli anni successivi oltre a chi ne siano i proprietari: i nuovi padroni delle ferrovie della comunicazione. Lo studio della Bce che tratta della materia propone quelli tesi fra Regno Unito, Usa, Giappone e il resto del mondo.
E tuttavia questi collegamenti non erano pensati per facilitare il trading elettronico. Servivano a telefonare, mandare fax e, più tardi, le e-mail.
L’anno di svolta fu il 2010. Un’altra società, la Spread Networks, svelò di essere proprietaria di un cavo terrestre lungo 827 miglia che percorreva le viscere delle montagne e sotto il fiume di Chicago (a Chicago ha sede il mercantile exchange, dove si smerciano derivati) fino ad arrivare nel New Jersey. Questo cavo riduceva la latenza da 17 a 13 millisecondi.
Fu allora che gli altri squali, quelli della finanza, fiutarono la preda.
(4/segue)
L’economia ai tempi dello ZLB: Il salasso miliardario dei risparmiatori
L’economia dei tassi a zero o negativi ha condotto gli investitori a doversela vedere con un mondo che ormai deve gestire quasi 10.000 miliardi di bond pubblici, 9,9 trilioni per la precisione, che hanno rendimenti negativi. Tale evidenza, che viene puntualmente riportata in un recente studio di Fitch, genera esiti di difficile comprensione quanto alle ulteriori conseguenze che potrebbero provocare sul nostro equilibrio finanziario, in particolare per alcuni investitori che necessitano di avere rendimenti positivi per poter ripagare le loro obbligazioni.
Per dirla con le parole di Fitch, “la crescita nell’ammontare di debito sovrano a rendimento negativo sta aumentando la pressione sugli investitori che dipendono pesantemente dai redditi che provengono dalle obbligazioni governative”. In particolare si fa riferimento alle banche, le assicurazioni e gli altri investitori in titoli sovrani, tipo i fondi pensione.
“Le politiche monetarie non convenzionali in Giappone e in Europa – ha spiegato Robert Grossman, managing director di Macro Credit Research dell’agenzia – hanno spinto i rendimenti ancora più in basso, limitando l’abilità degli investitori a ottenere profitto attraverso i redditi da investimenti”.
I dati dicono che questi 9,9 trilioni di debito a rendimento negativo si suddividono in 6,8 trilioni a lungo termine, mentre i restanti 3,1 trilioni sono a breve, quindi sono strumenti del mercato monetario. La simulazione, svolta sui valori registrati al 25 aprile scorso, ha calcolato che questa montagna di obbligazioni genera uno yield negativo per 24 miliardi di dollari. Ciò vuol dire che chi ha comprato queste obbligazioni ha praticamente “pagato” ai debitori questa cifra solo per il fatto di acquistare questi titoli. E’ interessante sottolineare che in tempi normali, quindi quando le obbligazioni generavano un rendimento positivo, i rendimenti sarebbero stati ben diversi. Ai rendimenti del 2011, quando lo yield era quotato l’1,23%, gli investitori avrebbero potuto contare su incassi per 122 miliardi. Se si andasse ai rendimenti del 2006, quotati all’1,83%, sarebbero stati 180 miliardi.
Questa sorta di rivoluzione culturale – per la quale i creditori pagano i debitori anziché il contrario – genera importanti ricadute sui comportamenti finanziari degli investitori. “Il desiderio di generare migliori ritorni può condurre banche e compagnie di assicurazioni, fondi monetari e altri investitori ad allungare le scadenze o abbassare la qualità del credito media dei loro portafogli, contribuendo ad aumentare i rischi del sistema finanziario. Una delle possibili implicazioni di uno stock crescente di debito a yield negativo è la domanda crescente di security governative a più alto rendimento, come i Treasury Usa, abbassando ulteriormente i rendimenti a lungo termine, complicando lo sforzo della Fed nell’aumentare i tassi a breve più tardi nel corso di quest’anno”.
Insomma, la politica dello ZLB può creare i presupposti della sua stessa irreversibilità. La trappola perfetta.
Per la cronaca, vale la pena osservare che il solo Giappone pesa il 66% di questa montagna di debito a rendimento negativo, grazie alle politiche di QQE realizzate dalla BoJ, che ha portato alcuni rendimenti in zona negativa e potenziato gli acquisti di bond governativi. Il resto è localizzato in Europa.
La sindrome giapponese ormai ci ha contagiato.
La Bis e i predatori dell’ancora perduta
Se fosse la sceneggiatura di un film, l’ultimo speech di Claudio Borio, capo del dipartimento monetario della Bis, rilasciato in occasione di un recente convegno a Zurigo, racconterebbe di un’odissea: quella del sistema monetario e finanziario – e Borio ci tiene a sottolineare il finanziario – alla disperata ricerca di un’ancora capace di dare stabilità al grande vascello dell’economia internazionale.
In questo suo manifestarsi, erratico e caotico, l’International Monetary and Financial System (IMFS) attrae con forza crescente nugoli di predatori, che nelle sue fibrillazioni trovano nutrimento e stimolo per le loro scorrerie da corsari. In conseguenza di ciò aumentano gli spasmi globali: i flussi finanziari fanno contrarre ed estendere il sistema monetario come un gigantesco elastico attaccato al quale c’è il povero vascello di noi moderni Ulisse. E così l’ancora perduta, come la leggendaria Arca di Indiana Jones, diventa la ragione dei nostri tormenti contemporanei, scanditi dall’estrema volatilità e dal debito crescente. Per colmo di paradosso, una mancanza – l’ancora perduta – genera un’eccedenza – gli squilibri – mostrando ancora una volta che l’economia, come la natura, ha in orrido il vuoto.
Fuori di metafora, Borio ci racconta di un mondo dove una valuta – il dollaro americano – domina l’universo economico, creando evidenti “sfide al sistema monetario e finanziario”. Peraltro non è così pacifico che le tensioni diminuirebbero se ci fosse più pluralismo monetario. “La principale debolezza dell’IMFS è la sua incapacità di prevenire l’accumulo di squilibri finanziari estremamente dannosi, o cicli finanziari fuori misura, amplificando in tal modo le carenze nei sistemi nazionali”. Per dirla con le parole degli esperti, il sistema ha un “eccesso di elasticità finanziaria”. Proprio come un elastico si tende e poi, quando la tensione è eccessiva, torna indietro con violenza.
Per sanare questa distorsione servirebbero “forti ancore a livello nazionale e internazionale”, ossia sistemi di regole capaci di prevenire la formazione di questi squilibri. Ma prima ancora serve consapevolezza del problema. “E’ molto importante – dice Borio in conclusione della sua presentazione – raggiungere un consenso sulla diagnosi e le possibili soluzioni”. E anche su questo, come d’altronde su tutto il resto, c’è molta strada da fare.
Per arrivare a questa diagnosi comune bisogna partire dai fatti. Il primo da analizzare è la dominanza del dollaro. Questa si manifesta su tutti e tre i canali associati alla funzione tipica di una moneta: mezzo di scambio, unità di conto e riserva di valore. Alla fine del 2015, spiega Borio, “più del 60% della riserve ufficiali in valuta” erano detenute in dollari, “in calo dal 70% del 2000 e dal 75% del 1978”. Quindi i gestori di riserve nel tempo hanno diversificato, ma il dollaro si è dimostrato molto resiliente, visto che in quasi quarant’anni ha perso circa il 10%. Va notato che anche la quota dei crediti e i debiti denominati in dollari sul totale pesa circa il 60%, “evidenziando il suo ruolo chiave come valuta di funding”.
Il ruolo del dollaro come unità di conto negli scambi internazionali è più difficile da calcolare, ma utilizzando alcune tecniche statistiche, si può stimare che la “dollar zone” sello spazio globale pesi circa il 60% nel 2014, con l’euro distante a circa il 25%. “Per riepilogare – spiega – il dollaro è coinvolto in circa il 90% di tutte le transazione FX, pesa circa il 60% delle riserve e sui debiti e gli asset fuori dagli Stati Uniti”. E ciò spiega perché gli Usa siano in grado di influenzare notevolmente l’andamento dell’economia globale: “Il dollaro può non essere più da un pezzo il motore immobile di anni fa, ma è molto più di un primo fra eguali”, conclude.
Tale posizione di dominanza genera evidenti asimmetrie che nel tempo hanno generato una fiorente letteratura, dal dilemma di Triffin in poi, che è inutile riepilogare qui. Più interessante riportare le opinioni di Borio che fanno chiarezza su molti luoghi comuni. La prima è che “la versione popolare” secondo la quale il deficit di conto corrente Usa sia necessario per alimentare la liquidità internazionale “è ovviamente sbagliata”. “La liquidità in dollari può essere alimentata a volontà indipendentemente dalla situazione delle partite correnti Usa”. E questo accade tramite, ad esempio, il canale bancario o tramite la creazione di crediti in dollari fuori dagli Usa. “In effetti, quasi tre quarti del debito in dollari non bancario al di fuori degli Stati Uniti era detenuto da parte di residenti non statunitensi”.
Quanto alla posizione privilegiata del dollaro, “c’è chiaramente, ma non è ovvio che sia questa la radice del problema”. In un mondo a libera circolazione dei capitali, infatti, chiunque può prendere a prestito in una valuta diversa dalla propria. E questo ci riporta al famoso problema della perduta ancora di stabilità che deve essere nazionale e internazionale insieme. E quindi alla terza proposizione di Borio: il tallone d’Achille dell’IMFS è che amplifica le debolezze chiave domestiche. Quindi se ciò vale per tutti i paesi, figuriamo se non vale anche per gli Usa. La dominanza del dollaro, che già assicura notevoli sfide globali, viene amplificata dall’elastico finanziario veicolato dal sistema monetario. Ma è quest’ultimo la radice del problema, non la dominanza del dollaro, che semmai è un’aggravante generica. L’elasticità finanziaria, ossia quella caratteristica, che si è aggravata con la liberalizzazione del mercato dei capitali, di trasmettere con grandi rapidità gli squilibri interni al resto del mondo.
Perciò i paesi dovrebbero tenere la casa in ordine, come si diceva una volta, evitando di far crescere i propri squilibri interni. Ma al tempo stesso deve costruirsi anche una maggiore cooperazione internazionale, che diventa la seconda ancora del sistema. Ciò implica che all’interno come all’esterno si sia in grado di avere la capacità di comprendere i problemi per poter deliberare. E qui la questione si complica.
L’analisi economica, infatti, è ancora concentrata più sugli squilibri di conto corrente della bilancia dei pagamenti che sugli squilibri finanziari. Per cui si guarda al deficit del conto corrente, per individuare una fragilità, e meno al versante finanziario, ad esempio un boom creditizio o un rialzo anomale del mercato immobiliare. Eppure la storia, e Borio lo ricorda molto opportunamente, ci dice che all’epoca della crisi del ’29, gli Usa erano creditori sul versante del conto corrente, e al tempo stesso avevano accumulato notevoli squilibri finanziari, sotto la forma di inusitati boom creditizi. E gli attivi di conto corrente non salvarono gli Usa dal grande crollo. E ciò spiega perché Borio suggerisca che bisognerebbe stare attenti a pretendere politiche espansive da un paese creditore se lo stesso esibisce squilibri finanziari. Il caso del Giappone di fine anni ’80, creditore sulla parte corrente e assai squilibrato finanziariamente, è un altro esempio da ricordare.
Ed è su queste considerazioni che deve essere costruito il consenso. L’analisi del ciclo finanziario ci ricorda che “la banda elastica può essere stressata ancora, ma può tornare indietro più violentemente”. Il Giappone, peraltro, ancora non si è ripreso.
Le soluzioni perciò sono complesse e la correttezza dell’analisi può aiutare a identificarle. La ricerca dell’ancora perduta passa dalla costruzione difficile e faticosa di alcune consapevolezze, che sono prima analitiche e quindi dovrebbero diventare politiche. Ma forse ne serve anche un’altra: siamo tutti sullo stesso vascello. Chi pensa di isolarsi dal resto del mondo e creare la sua piccola cittadella più o meno fortificata rischia bruschi risvegli. Borio lo dice a modo suo, il modo dell’economista monetario: “I cambi flessibili hanno solo limitate proprietà di isolamento”, ma chi ha orecchi buone intende. E impara a tenersi forte.
Bitcoin for dummies: La realtà della moneta virtuale
Abbiamo esplorato le basi filosofiche di Bitcoin/bitcoin, osservando quanto di non detto ci sia dietro ciò che è stato espresso dal manifesto di Satoshi. Quindi abbiamo assaggiato le basi tecniche della moneta virtuale: perché si connota come criptovaluta, cosa sia la blockchain, come e perché si sia scelto di costruire il sistema che sottostà alla sua circolazione. Ovviamente senza pretesa di essere esaustivi. Lo scopo di questa serie è quello di fornire ai lettori elementi di riflessione e alcuni percorsi di approfondimento, non certo dire tutto.
Rimane da fare il passo successivo, che forse è il più interessante. Vale a dire che tipo di realtà stia generando la moneta virtuale, quindi cosa sia accaduto nel sistema finanziario dal momento della sua comparsa, come stia evolvendo, e, soprattutto, come stia reagendo il resto del mondo alla sua apparizione.
A ben vedere, questa è forse la parte più interessante. Sappiamo già che molti regolatori – e segnatamente alcune banche centrali – si sono interessati a Bitcoin/bitcoin e che il tema della blockchain, ormai viene chiamata per quel che è, ossia un libro mastro digitale distribuito pubblicamente, sta diventando, per motivi che vedremo, un argomento caldo ai piani alti della finanza.
Meno nota, ma non per questo meno interessante, è l’economia che è sorta in conseguenza della moneta virtuale o come l’avvento di Bitcoin abbia impattato sull’economia. Un dato, estratto da uno studio recente promosso dal governo inglese, ci dà una importante informazione: per far funzionare Bitcoin/bitcoin si consuma una quantità significativa di energia elettrica – d’altronde è una moneta generata dalle macchine tramite le macchine – addirittura comparabile a quello dell’intera Irlanda.
A parte questa notevole esternalità, che comunque implica guadagni per alcuni a fronte di spese per altri, Bitcoin ha stimolato numerosi a investire sulla tecnologia di mining – i nuovi minatori – che adesso devono spendere molti soldi, in potenza di calcolo e corrente elettrica, per estrarre l’oro digitale dagli algoritmi di bitcoin. Poi ci sono compagnie che si sono specializzate nella fornitura di beni e servizi pagabili in bitcoin, e tutto un sottobosco di operatori che forniscono a loro volta servizi per consentire agli user di scambiare bitcoin, e sorvoliamo sulla fiorente attività editoriale – per lo più e-book – che sono stati scritti dal 2008 in poi per spiegare e socializzare questa astruso sistema monetario alternativo.
La realtà della moneta virtuale, scopriremo, non è poi così diversa da quella che siamo abituati a frequentare. La corsa all’oro digitale, come ai vecchi tempi accadeva per l’oro fisico, ha attratto moltissime persone ansiose di far fortuna. E oggi come ieri, gli unici che sicuramente la faranno sono quelli che vendono pale, picconi e setacci, che ai tempi di bitcoin sono processori, sistemi di calcolo, ampiezza di banda ed energia. E poi ci sono le banche, che non solo hanno raccolto la sfida di bitcoin, ma pare stiano anche pensando a come servirsene per i loro fini.
Saremo pure entrati nell’era digitale. Ma siamo rimasti gli stessi.
(10/segue)
Le rotaie della globalizzazione finanziaria
La nostra rete Undernet, la ragnatela di cavi che giace invisibile sotto gli oceani, somiglia alle rotaie sulle quali si costruì la prima grande globalizzazione che precedette la Grande Guerra, ma con una differenza sostanziale: all’epoca erano le merci che viaggiavano spedite assicurando ai padroni del vapore i generosi rendimenti dell’oligopolio sulla rete. Oggi sono le informazioni nella loro forma più pura: codici digitali che rappresentano ricchezza finanziaria.
La globalizzazione finanziaria, osservata lungo le rotaie ove si conduce, somiglia alla prima per tutto il resto. Il modello microeconomico, per farla breve, è lo stesso. Come notano gli autori del paper della Bce che ha ispirato questa serie “una latenza più bassa e una maggiore capacità di banda riduce l’importanza delle frizioni spaziali, come la distanza, l’asimmetria delle informazioni, la liquidità dei mercati domestici e le frizioni regolatorie come il controllo dei capitali. Questi effetti sono simili alla riduzione dei costi di trasporto di ordini di compravendita che coinvolgono controparti allocate in diversi paesi, che possono essere attrattivi per gli high frequency trader che cercano di sfruttare piccole discrepanze nei prezzi che si verificano a livello di millisecondi”.
Per darvi l’idea di quanto sia importante una minore latenza, è utile sapere che per ottenere un ritardo di risposta di sei millisecondi più basso, sono stati investiti 300 milioni di dollari per posare, per la prima volta da un decennio, un nuovo cavo sottomarino fra New York e Londra che è stato testato il 24 settembre 2015. Questo ci porta ad un’altra analogia: i nuovi padroni del vapore, come i vecchi, devono essere ben dotati di mezzi finanziari se vogliono partecipare al Grande gioco.
Se, come ipotizzato, la rotaia su cui viaggiano i dati fa la differenza, allora sono le stesse rotaie a determinare la geografia del mercato degli scambi valutari. Le transazioni valutarie onshore (lo studio è focalizzato sul mercato dei cambi) si trasformano fatalmente in offshore. E anche questo, a ben vedere, somiglia al passato. Per una città essere più o meno vicino alle rotaie poteva significare la vita o la morte. Le persone si concentrano dove sono gli affari, d’altronde. Tutta l’epopea del capitalismo lo conferma. E la circostanza che questa osservazione sia tremendamente attuale, riferita al mercato dei cambi, la spiegano gli stessi autori: “I nostri risultati contribuiscono a chiarire le discussioni in corso sulla competizioni fra centri finanziari per attrarre il trading sul renminbi o l’euro”. Anche oggi, come ieri, era solo una questione di supremazia commerciale.
Per sviluppare la propria analisi gli economisti della Bce si sono serviti di un dataset riservato della Bis che copre le transazioni in 55 valute fra il 1995 e il 2013 che ha consentito loro di stimare l’effetto delle connessioni in fibra ottica sulle location. Ciò che è stato scoperto è che da una parte Undernet, collegando i mercati locali ai principali centri finanziari, abbassa i costi dei servizi di trading. Ma che l’effetto “flashies” è predominante su quello “flatter”. Per dirlo con parole più comprensibile, i nuovi padroni del vapore decidono dove debba andare il mercato. E il fatto che si finisca sempre a Londra, “la più grande sede di negoziazione del mercato dei cambi”, come d’altronde lo era per la finanza nel XIX secolo, mostra che la globalizzazione digitale non è poi così diversa da quella analogica.
Quanto meno parla inglese.
(3/segue)
Le metamorfosi dell’economia: Pesce piccolo mangia (con) pesce grande
Penso agli stati, o alle grandi corporation, e chissà perché mi vengono in mente le balene: esseri giganteschi che impattano sull’ambiente in maniera rilevante, e sospettati per anni d’essere all’origine di pesanti esternalità, come si chiamano in economia, a spese dei pesci più piccoli. Sapete come si dice: pesce grosso mangia pesce piccolo, e tutta la tiritera sulla legge della giungla che almeno da Hobbes in poi nutre la nostra narrazione sociale, come se davvero fossimo pesci.
Poi però leggo qualcosa sulle balene, uno di quegli studi con i quali gli scienziati contraddicono la vulgata e così guadagnano il loro quarto d’ora di celebrità. E scopro che le balene, a dispetto della stazza ingombrante e dello straordinario consumo di risorse che le connota, restituiscono all’ambiente, pure se in una forma diversa, almeno quanto gli hanno sottratto e che addirittura funzionano come stabilizzatori dell’ecosistema col quale interagiscono. Intorno alle balene viene e prospera un mondo di pesci piccoli che mangia col pesce grande, letteralmente.
Non è poi così diverso nel nostro ecosistema economico. Le nostre balene, ossia le grandi organizzazioni pubbliche e private, generano insieme notevoli esternalità e altrettante possibilità di vita per miriadi di pesci piccoli. “Fertilizzano” l’ambiente con le loro deiezioni, esattamente come le balene. Quindi non possiamo limitarci a criticare ciò che di negativo provocano senza ricordare anche il contrario. Peraltro, è impensabile un mondo senza grandi organizzazioni. La differenza fra oggi e ieri è che adesso sono molte di più. E anche questo è insieme un bene e un male. Avere tante balene economiche in un universo ristretto genera costi pesanti, da un punto di vista ambientale, nel senso di consumo di risorse e proliferazione burocratica. Gli stati e le grandi organizzazioni private tendono a schiacciare, a causa della loro mole, tutti coloro che stanno loro intorno.
I benefici di questa situazione tendono ad essere meno evidenti, a parte quello ovvio che le balene economiche danno lavoro a tante persone. Ma quest’ultima circostanza ne cela un’altra che è altrettanto rilevante: le balene economiche, in particolare quelle che fanno business, sono ottimi target fiscali e lo sanno benissimo. Tanto è vero che cercano ogni modo più o meno lecito per evadere, o quantomeno eludere, il fisco.
Senonché le loro tentazioni sono ben conosciute da tutti, ormai anche a livello internazionale. Tanto è vero che le balene pubbliche, e segnatamente gli stati e le loro proliferazioni internazionalistiche, si stanno attrezzando da tempo per migliorare le loro capacità impositiva, da una parte, e anti evasione/elusione dall’altra. Il tema è finito addirittura nell’agenda del G20, e l’Ocse da qualche tempo ha iniziato il progetto BEPS, che sta per Base Erosion and Profit Shifting, mentre il Fmi, insieme sempre ad Ocse e ad altre autorità internazionali, ha da poco inaugurato una piattaforma per aumentare la collaborazione fra i suoi affiliati sulle materie fiscali.
Tutto ciò serve a ricordarci una cosa fondamentale: i profitti delle grandi corporation sono una delle fonti di ricchezza alle quali una società globale evoluta e bene organizzata ha non solo il diritto ma soprattutto il dovere di attingere. E’ in questa funzione che lo stato prenditore nobilita sé stesso e la sua funzione sociale.
Chi pensa che il tutto potrebbe risolversi con un semplice aumento delle tasse, però, sbaglierebbe. A monte bisogna che si arrivi a un sostanziale ripensamento della base impositiva che tenga conto dei notevoli cambiamenti che il progresso tecnologico ha generato nelle modalità di creazione della ricchezza.
Alcune riflessioni, contenute in un libro recente di Robert B. Reich, Come salvare il capitalismo, possono aiutarci a chiarire meglio. Dopo aver osservato il sostanziale concentramento della ricchezza che ormai da alcuni decenni sta interessando le economie avanzate, Reich nota che “l’economia si sposta verso le idee, allontanandosi dai prodotti tangibili“, fotografando così una tendenza che molti osservatori hanno rilevato e che trova nella silente guerra sui diritti d’autori e i copyright la frontiera del capitalismo hi tech del XXI secolo. “La proprietà oggi più preziosa – sottolinea – è quella intellettuale”.
Tale evidenza è il potente driver che sta lentamente transitando il paradigma socioeconomico dall’economia della produzione a quella del tempo che qui abbiamo iniziato a tratteggiare. Le idee nascono grazie al tempo e vivono nel tempo. Quindi la disponibilità di tempo è la necessità primaria per una società che sta imparando a estrarre valore dalle idee. “Quanti aspiranti poeti, artisti o scienziati teorici non possono portare avanti la loro passione perché di fatto devono lavorare il più possibile per guadagnarsi da vivere? Un reddito minimo di base gliene darebbe la possibilità”. Avere la possibilità – ossia il tempo – di sviluppare nuove idee, in una società dove le idee sono l’autentica fonte dell’innovazione e quindi del progresso economico – tanto da venire brevettate – dovrebbe essere il vero investimento di ogni società evoluta, specie se ricca quanto è la nostra.
E ciò malgrado siamo ancora molto indietro. Nessuno, tranne pochissimi, è pagato per pensare e avere idee. Tutti sono pagati solo per produrre. E anche fra quelli che sono pagati per pensare, ancor meno sono quelli liberi di pensare. Devono pensare ciò che il datore di lavoro ritiene utile ai suoi fini. Tutto il contrario di una società che dice di essere libera.
La seconda evidenza è che “oggi le forme importanti di dominio del mercato oggi si hanno su reti come la banda larga, i tratti genetici dei semi, le piattaforme digitali standard e i sistemi finanziari, controllati da un pugno di banche a Wall Street (..) i moderni contratti non riguardano tanto le cose, quanto i dati e le idee”. E i dati e le idee riguardano strettamente le persone, quindi ognuno di noi.
Pensateci un attimo: quando frequentate un qualunque social network non fate altro che lasciare vostri dati e, in molti casi, anche le vostre idee. Quindi voi contribuite all’arricchimento della piattaforma ricevendo in cambio null’altro che un po’ di visibilità. Su tale ricchezza non avete alcun dividendo, malgrado abbiate ceduto dati e idee, e quindi sostanzialmente voi stessi e, economicamente parlando, il vostro tempo. Tale asimmetria necessita di essere corretta. Chi usa il tempo di un altro deve in qualche modo retribuirlo con un qualche potere di scambio.
E difatti più avanti Reich ipotizza una forma di reddito di cittadinanza che in qualche modo, attingendo alle vaste capienze finanziarie di questi colossi – e non solo – ristori il dimagrimento dei redditi da lavoro che lo spirito del tempo ha evocato come un demone maligno. Tassare le corporation, magari attingendo laddove finora non si attinge – pensate al patrimonio dei brevetti o a piattaforme monopolistiche tipo quelle dei social – sembra a Reich, fervente ammiratore di Galbraith un contrappeso esemplare per correggere lo squilibrio fra il capitalismo e i suoi clienti, che rischiano peraltro di rimanere senza reddito. E nel perorare la sua causa Reich ricorda che anche economisti liberali – viene citato l’arcinemico di Keynes, Von Hayek – sono stati favorevoli a un reddito minimo, pure nelle forme dell’imposta negativa teorizza da Milton Friedman. Ciò per dire che tutti gli economisti sono d’accordo, ma quindi tocca solo alla politica occuparsene.
Come tutti i progressisti, Reich pecca purtroppo di progressismo. La sua concezione del lavoro rimane tradizionale, e il reddito minimo viene considerato poco più che una soglia di sussistenza che, ricardianamente, serve appena a liberare il cittadino dal bisogno essenziale, salvo poi tornare a vendere il suo lavoro per comprarsi magari l’automobile o il telefonino nuovo. Con ciò il nostro autore dimostra di aver inquadrato solo una parte del problema.
E tuttavia è interessante seguirlo. Per pagare questo reddito di cittadinanza, aggiunge, bisognerebbe operare una “riduzione dei diritti di proprietà per i futuri eredi proprietari di tecnologie rivoluzionarie”. Oppure si potrebbe “fornire a ogni cittadino una piccola quota di tutta la proprietà intellettuale assegnata dall’ufficio brevetti e protetta dal governo”. Altre soluzioni tecniche sono possibili, ma questo qui rileva poco. Ciò che interessa è osservare come sia in gioco un problema squisitamente distributivo. La visione di Reich, giusta nelle premesse, arriva perciò a una conclusione condivisibile ma incompleta. La vera liberazione del lavoratore non si ottiene dandogli una mancia. Ma restituendogli la dignità del proprio lavoro e aumentando il valore del suo tempo.
La soluzione perciò non può essere solo nel reddito minimo di sussistenza, che pure può essere uno strumento utile, ma come complemento. La risposta è nel consentire al pesce piccolo di mangiare col pesce grande, come Reich peraltro in qualche modo teorizza. Ma creando al tempo stesso una nuova forma di ricchezza che sgorghi naturalmente da un uso intelligente del tempo.
Ma per riuscirci dobbiamo fare un passo autenticamente capace di generare progresso. Dobbiamo rendere il tempo convertibile.
(25/segue)
