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La Bis e i predatori dell’ancora perduta

Se fosse la sceneggiatura di un film, l’ultimo speech di Claudio Borio, capo del dipartimento monetario della Bis, rilasciato in occasione di un recente convegno a Zurigo, racconterebbe di un’odissea: quella del sistema monetario e finanziario – e Borio ci tiene a sottolineare il finanziario – alla disperata ricerca di un’ancora capace di dare stabilità al grande vascello dell’economia internazionale.

In questo suo manifestarsi, erratico e caotico, l’International Monetary and Financial System (IMFS) attrae con forza crescente nugoli di predatori, che nelle sue fibrillazioni trovano nutrimento e stimolo per le loro scorrerie da corsari. In conseguenza di ciò aumentano gli spasmi globali: i flussi finanziari fanno contrarre ed estendere il sistema monetario come un gigantesco elastico attaccato al quale c’è il povero vascello di noi moderni Ulisse. E così l’ancora perduta, come la leggendaria Arca di Indiana Jones, diventa la ragione dei nostri tormenti contemporanei, scanditi dall’estrema volatilità e dal debito crescente. Per colmo di paradosso, una mancanza – l’ancora perduta – genera un’eccedenza – gli squilibri – mostrando ancora una volta che l’economia, come la natura, ha in orrido il vuoto.

Fuori di metafora, Borio ci racconta di un mondo dove una valuta – il dollaro americano – domina l’universo economico, creando evidenti “sfide al sistema monetario e finanziario”. Peraltro non è così pacifico che le tensioni diminuirebbero se ci fosse più pluralismo monetario. “La principale debolezza dell’IMFS è la sua incapacità di prevenire l’accumulo di squilibri finanziari estremamente dannosi, o cicli finanziari fuori misura, amplificando in tal modo le carenze nei sistemi nazionali”. Per dirla con le parole degli esperti, il sistema ha un “eccesso di elasticità finanziaria”. Proprio come un elastico si tende e poi, quando la tensione è eccessiva, torna indietro con violenza.

Per sanare questa distorsione servirebbero “forti ancore a livello nazionale e internazionale”, ossia sistemi di regole capaci di prevenire la formazione di questi squilibri. Ma prima ancora serve consapevolezza del problema. “E’ molto importante – dice Borio in conclusione della sua presentazione – raggiungere un consenso sulla diagnosi e le possibili soluzioni”. E anche su questo, come d’altronde su tutto il resto, c’è molta strada da fare.

Per arrivare a questa diagnosi comune bisogna partire dai fatti. Il primo da analizzare è la dominanza del dollaro. Questa si manifesta su tutti e tre i canali associati alla funzione tipica di una moneta: mezzo di scambio, unità di conto e riserva di valore. Alla fine del 2015, spiega Borio, “più del 60% della riserve ufficiali in valuta” erano detenute in dollari, “in calo dal 70% del 2000 e dal 75% del 1978”. Quindi i gestori di riserve nel tempo hanno diversificato, ma il dollaro si è dimostrato molto resiliente, visto che in quasi quarant’anni ha perso circa il 10%. Va notato che anche la quota dei crediti e i debiti denominati in dollari sul totale pesa circa il 60%, “evidenziando il suo ruolo chiave come valuta di funding”.

Il ruolo del dollaro come unità di conto negli scambi internazionali è più difficile da calcolare, ma utilizzando alcune tecniche statistiche, si può stimare che la “dollar zone” sello spazio globale pesi circa il 60% nel 2014, con l’euro distante a circa il 25%. “Per riepilogare – spiega – il dollaro è coinvolto in circa il 90% di tutte le transazione FX, pesa circa il 60% delle riserve e sui debiti e gli asset fuori dagli Stati Uniti”. E ciò spiega perché gli Usa siano in grado di influenzare notevolmente l’andamento dell’economia globale: “Il dollaro può non essere più da un pezzo il motore immobile di anni fa, ma è molto più di un primo fra eguali”, conclude.

Tale posizione di dominanza genera evidenti asimmetrie che nel tempo hanno generato una fiorente letteratura, dal dilemma di Triffin in poi, che è inutile riepilogare qui. Più interessante riportare le opinioni di Borio che fanno chiarezza su molti luoghi comuni. La prima è che “la versione popolare” secondo la quale il deficit di conto corrente Usa sia necessario per alimentare la liquidità internazionale “è ovviamente sbagliata”. “La liquidità in dollari può essere alimentata a volontà indipendentemente dalla situazione delle partite correnti Usa”. E questo accade tramite, ad esempio, il canale bancario o tramite la creazione di crediti in dollari fuori dagli Usa. “In effetti, quasi tre quarti del debito in dollari non bancario al di fuori degli Stati Uniti era detenuto da parte di residenti non statunitensi”.

Quanto alla posizione privilegiata del dollaro, “c’è chiaramente, ma non è ovvio che sia questa la radice del problema”. In un mondo a libera circolazione dei capitali, infatti, chiunque può prendere a prestito in una valuta diversa dalla propria. E questo ci riporta al famoso problema della perduta ancora di stabilità che deve essere nazionale e internazionale insieme. E quindi alla terza proposizione di Borio: il tallone d’Achille dell’IMFS è che amplifica le debolezze chiave domestiche. Quindi se ciò vale per tutti i paesi, figuriamo se non vale anche per gli Usa. La dominanza del dollaro, che già assicura notevoli sfide globali, viene amplificata dall’elastico finanziario veicolato dal sistema monetario. Ma è quest’ultimo la radice del problema, non la dominanza del dollaro, che semmai è un’aggravante generica. L’elasticità finanziaria, ossia quella caratteristica, che si è aggravata con la liberalizzazione del mercato dei capitali, di trasmettere con grandi rapidità gli squilibri interni al resto del mondo.

Perciò i paesi dovrebbero tenere la casa in ordine, come si diceva una volta, evitando di far crescere i propri squilibri interni. Ma al tempo stesso deve costruirsi anche una maggiore cooperazione internazionale, che diventa la seconda ancora del sistema. Ciò implica che all’interno come all’esterno si sia in grado di avere la capacità di comprendere i problemi per poter deliberare. E qui la questione si complica.

L’analisi economica, infatti, è ancora concentrata più sugli squilibri di conto corrente della bilancia dei pagamenti che sugli squilibri finanziari. Per cui si guarda al deficit del conto corrente, per individuare una fragilità, e meno al versante finanziario, ad esempio un boom creditizio o un rialzo anomale del mercato immobiliare. Eppure la storia, e Borio lo ricorda molto opportunamente, ci dice che all’epoca della crisi del ’29, gli Usa erano creditori sul versante del conto corrente, e al tempo stesso avevano accumulato notevoli squilibri finanziari, sotto la forma di inusitati boom creditizi. E gli attivi di conto corrente non salvarono gli Usa dal grande crollo. E ciò spiega perché Borio suggerisca che bisognerebbe stare attenti a pretendere politiche espansive da un paese creditore se lo stesso esibisce squilibri finanziari. Il caso del Giappone di fine anni ’80, creditore sulla parte corrente e assai squilibrato finanziariamente, è un altro esempio da ricordare.

Ed è su queste considerazioni che deve essere costruito il consenso. L’analisi del ciclo finanziario ci ricorda che “la banda elastica può essere stressata ancora, ma può tornare indietro più violentemente”. Il Giappone, peraltro, ancora non si è ripreso.

Le soluzioni perciò sono complesse e la correttezza dell’analisi può aiutare a identificarle. La ricerca dell’ancora perduta passa dalla costruzione difficile e faticosa di alcune consapevolezze, che sono prima analitiche e quindi dovrebbero diventare politiche. Ma forse ne serve anche un’altra: siamo tutti sullo stesso vascello. Chi pensa di isolarsi dal resto del mondo e creare la sua piccola cittadella più o meno fortificata rischia bruschi risvegli. Borio lo dice a modo suo, il modo dell’economista monetario: “I cambi flessibili hanno solo limitate proprietà di isolamento”, ma chi ha orecchi buone intende. E impara a tenersi forte.

Bitcoin for dummies: La realtà della moneta virtuale

Abbiamo esplorato le basi filosofiche di Bitcoin/bitcoin, osservando quanto di non detto ci sia dietro ciò che è stato espresso dal manifesto di Satoshi. Quindi abbiamo assaggiato le basi tecniche della moneta virtuale: perché si connota come criptovaluta, cosa sia la blockchain, come e perché si sia scelto di costruire il sistema che sottostà alla sua circolazione. Ovviamente senza pretesa di essere esaustivi. Lo scopo di questa serie è quello di fornire ai lettori elementi di riflessione e alcuni percorsi di approfondimento, non certo dire tutto.

Rimane da fare il passo successivo, che forse è il più interessante. Vale a dire che tipo di realtà stia generando la moneta virtuale, quindi cosa sia accaduto nel sistema finanziario dal momento della sua comparsa, come stia evolvendo, e, soprattutto, come stia reagendo il resto del mondo alla sua apparizione.

A ben vedere, questa è forse la parte più interessante. Sappiamo già che molti regolatori – e segnatamente alcune banche centrali – si sono interessati a Bitcoin/bitcoin e che il tema della blockchain, ormai viene chiamata per quel che è, ossia un libro mastro digitale distribuito pubblicamente, sta diventando, per motivi che vedremo, un argomento caldo ai piani alti della finanza.

Meno nota, ma non per questo meno interessante, è l’economia che è sorta in conseguenza della moneta virtuale o come l’avvento di Bitcoin abbia impattato sull’economia. Un dato, estratto da uno studio recente promosso dal governo inglese, ci dà una importante informazione: per far funzionare Bitcoin/bitcoin si consuma una quantità significativa di energia elettrica – d’altronde è una moneta generata dalle macchine tramite le macchine – addirittura comparabile a quello dell’intera Irlanda.

A parte questa notevole esternalità, che comunque implica guadagni per alcuni a fronte di spese per altri, Bitcoin ha stimolato numerosi a investire sulla tecnologia di mining – i nuovi minatori – che adesso devono spendere molti soldi, in potenza di calcolo e corrente elettrica,  per estrarre l’oro digitale dagli algoritmi di bitcoin. Poi ci sono compagnie che si sono specializzate nella fornitura di beni e servizi pagabili in bitcoin, e tutto un sottobosco di operatori che  forniscono a loro volta servizi per consentire agli user di scambiare bitcoin, e sorvoliamo sulla fiorente attività editoriale – per lo più e-book – che sono stati scritti dal 2008 in poi per spiegare e socializzare questa astruso sistema monetario alternativo.

La realtà della moneta virtuale, scopriremo, non è poi così diversa da quella che siamo abituati a frequentare. La corsa all’oro digitale, come ai vecchi tempi accadeva per l’oro fisico, ha attratto moltissime persone ansiose di far fortuna. E oggi come ieri, gli unici che sicuramente la faranno sono quelli che vendono pale, picconi e setacci, che ai tempi di bitcoin sono processori, sistemi di calcolo, ampiezza di banda ed energia. E poi ci sono le banche, che non solo hanno raccolto la sfida di bitcoin, ma pare stiano anche pensando a come servirsene per i loro fini.

Saremo pure entrati nell’era digitale. Ma siamo rimasti gli stessi.

(10/segue)

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Le rotaie della globalizzazione finanziaria

La nostra rete Undernet, la ragnatela di cavi che giace invisibile sotto gli oceani, somiglia alle rotaie sulle quali si costruì la prima grande globalizzazione che precedette la Grande Guerra, ma con una differenza sostanziale: all’epoca erano le merci che viaggiavano spedite assicurando ai padroni del vapore i generosi rendimenti dell’oligopolio sulla rete. Oggi sono le informazioni nella loro forma più pura: codici digitali che rappresentano ricchezza finanziaria.

La globalizzazione finanziaria, osservata lungo le rotaie ove si conduce, somiglia alla prima per tutto il resto. Il modello microeconomico, per farla breve, è lo stesso. Come notano gli autori del paper della Bce che ha ispirato questa serie “una latenza più bassa e una maggiore capacità di banda riduce l’importanza delle frizioni spaziali, come la distanza, l’asimmetria delle informazioni, la liquidità dei mercati domestici e le frizioni regolatorie come il controllo dei capitali. Questi effetti sono simili alla riduzione dei costi di trasporto di ordini di compravendita che coinvolgono controparti allocate in diversi paesi, che possono essere attrattivi per gli high frequency trader che cercano di sfruttare piccole discrepanze nei prezzi che si verificano a livello di millisecondi”.

Per darvi l’idea di quanto sia importante una minore latenza, è utile sapere che per ottenere un ritardo di risposta di sei millisecondi più basso, sono stati investiti 300 milioni di dollari per posare, per la prima volta da un decennio, un nuovo cavo sottomarino fra New York e Londra che è stato testato il 24 settembre 2015. Questo ci porta ad un’altra analogia: i nuovi padroni del vapore, come i vecchi, devono essere ben dotati di mezzi finanziari se vogliono partecipare al Grande gioco.

Se, come ipotizzato, la rotaia su cui viaggiano i dati fa la differenza, allora sono le stesse rotaie a determinare la geografia del mercato degli scambi valutari. Le transazioni valutarie onshore (lo studio è focalizzato sul mercato dei cambi) si trasformano fatalmente in offshore. E anche questo, a ben vedere, somiglia al passato. Per una città essere più o meno vicino alle rotaie poteva significare la vita o la morte. Le persone si concentrano dove sono gli affari, d’altronde. Tutta l’epopea del capitalismo lo conferma. E la circostanza che questa osservazione sia tremendamente attuale, riferita al mercato dei cambi, la spiegano gli stessi autori: “I nostri risultati contribuiscono a chiarire le discussioni in corso sulla competizioni fra centri finanziari per attrarre il trading sul renminbi o l’euro”. Anche oggi, come ieri, era solo una questione di supremazia commerciale.

Per sviluppare la propria analisi gli economisti della Bce si sono serviti di un dataset riservato della Bis che copre le transazioni in 55 valute fra il 1995 e il 2013 che ha consentito loro di stimare l’effetto delle connessioni in fibra ottica sulle location. Ciò che è stato scoperto è che da una parte Undernet, collegando i mercati locali ai principali centri finanziari, abbassa i costi dei servizi di trading. Ma che l’effetto “flashies” è predominante su quello “flatter”. Per dirlo con parole più comprensibile, i nuovi padroni del vapore decidono dove debba andare il mercato. E il fatto che si finisca sempre a Londra, “la più grande sede di negoziazione del mercato dei cambi”, come d’altronde lo era per la finanza nel XIX secolo, mostra che la globalizzazione digitale non è poi così diversa da quella analogica.

Quanto meno parla inglese.

(3/segue)

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Le metamorfosi dell’economia: Pesce piccolo mangia (con) pesce grande

Penso agli stati, o alle grandi corporation, e chissà perché mi vengono in mente le balene: esseri giganteschi che impattano sull’ambiente in maniera rilevante, e sospettati per anni d’essere all’origine di pesanti esternalità, come si chiamano in economia, a spese dei pesci più piccoli. Sapete come si dice: pesce grosso mangia pesce piccolo, e tutta la tiritera sulla legge della giungla che almeno da Hobbes in poi nutre la nostra narrazione sociale, come se davvero fossimo pesci.

Poi però leggo qualcosa sulle balene, uno di quegli studi con i quali gli scienziati contraddicono la vulgata e così guadagnano il loro quarto d’ora di celebrità. E scopro che le balene, a dispetto della stazza ingombrante e dello straordinario consumo di risorse che le connota, restituiscono all’ambiente, pure se in una forma diversa, almeno quanto gli hanno sottratto e che addirittura funzionano come stabilizzatori dell’ecosistema col quale interagiscono. Intorno alle balene viene e prospera un mondo di pesci piccoli che mangia col pesce grande, letteralmente.

Non è poi così diverso nel nostro ecosistema economico. Le nostre balene, ossia le grandi organizzazioni pubbliche e private, generano insieme notevoli esternalità e altrettante possibilità di vita per miriadi di pesci piccoli. “Fertilizzano” l’ambiente con le loro deiezioni, esattamente come le balene. Quindi non possiamo limitarci a criticare ciò che di negativo provocano senza ricordare anche il contrario. Peraltro, è impensabile un mondo senza grandi organizzazioni. La differenza fra oggi e ieri è che adesso sono molte di più. E anche questo è insieme un bene e un male. Avere tante balene economiche in un universo ristretto genera costi pesanti, da un punto di vista ambientale, nel senso di consumo di risorse e proliferazione burocratica. Gli stati e le grandi organizzazioni private tendono a schiacciare, a causa della loro mole, tutti coloro che stanno loro intorno.

I benefici di questa situazione tendono ad essere meno evidenti, a parte quello ovvio che le balene economiche danno lavoro a tante persone. Ma quest’ultima circostanza ne cela un’altra che è altrettanto rilevante: le balene economiche, in particolare quelle che fanno business, sono ottimi target fiscali e lo sanno benissimo. Tanto è vero che cercano ogni modo più o meno lecito per evadere, o quantomeno eludere, il fisco.

Senonché le loro tentazioni sono ben conosciute da tutti, ormai anche a livello internazionale. Tanto è vero che le balene pubbliche, e segnatamente gli stati e le loro proliferazioni internazionalistiche, si stanno attrezzando da tempo per migliorare le loro capacità impositiva, da una parte, e anti evasione/elusione dall’altra. Il tema è finito addirittura nell’agenda del G20, e l’Ocse da qualche tempo ha iniziato il progetto BEPS, che sta per Base Erosion and Profit Shifting, mentre il Fmi, insieme sempre ad Ocse e ad altre autorità internazionali, ha da poco inaugurato una piattaforma per aumentare la collaborazione fra i suoi affiliati sulle materie fiscali.

Tutto ciò serve a ricordarci una cosa fondamentale: i profitti delle grandi corporation sono una delle fonti di ricchezza alle quali una società globale evoluta e bene organizzata ha non solo il diritto ma soprattutto il dovere di attingere. E’ in questa funzione che lo stato prenditore nobilita sé stesso e la sua funzione sociale.

Chi pensa che il tutto potrebbe risolversi con un semplice aumento delle tasse, però, sbaglierebbe. A monte bisogna che si arrivi a un sostanziale ripensamento della base impositiva che tenga conto dei notevoli cambiamenti che il progresso tecnologico ha generato nelle modalità di creazione della ricchezza.

Alcune riflessioni, contenute in un libro recente di Robert B. Reich, Come salvare il capitalismo, possono aiutarci a chiarire meglio. Dopo aver osservato il sostanziale concentramento della ricchezza che ormai da alcuni decenni sta interessando le economie avanzate, Reich nota che “l’economia si sposta verso le idee, allontanandosi dai prodotti tangibili“, fotografando così una tendenza che molti osservatori hanno rilevato e che trova nella silente guerra sui diritti d’autori e i copyright la frontiera del capitalismo hi tech del XXI secolo. “La proprietà oggi più preziosa – sottolinea – è quella intellettuale”.

Tale evidenza è il potente driver che sta lentamente transitando il paradigma socioeconomico dall’economia della produzione a quella del tempo che qui abbiamo iniziato a tratteggiare. Le idee nascono grazie al tempo e vivono nel tempo. Quindi la disponibilità di tempo è la necessità primaria per una società che sta imparando a estrarre valore dalle idee. “Quanti aspiranti poeti, artisti o scienziati teorici non possono portare avanti la loro passione perché di fatto devono lavorare il più possibile per guadagnarsi da vivere? Un reddito minimo di base gliene darebbe la possibilità”. Avere la possibilità – ossia il tempo – di sviluppare nuove idee, in una società dove le idee sono l’autentica fonte dell’innovazione e quindi del progresso economico – tanto da venire brevettate – dovrebbe essere il vero investimento di ogni società evoluta, specie se ricca quanto è la nostra.

E ciò malgrado siamo ancora molto indietro. Nessuno, tranne pochissimi, è pagato per pensare e avere idee. Tutti sono pagati solo per produrre. E anche fra quelli che sono pagati per pensare, ancor meno sono quelli liberi di pensare. Devono pensare ciò che il datore di lavoro ritiene utile ai suoi fini. Tutto il contrario di una società che dice di essere libera.

La seconda evidenza è che “oggi le forme importanti di dominio del mercato oggi si hanno su reti come la banda larga, i tratti genetici dei semi, le piattaforme digitali standard e i sistemi finanziari, controllati da un pugno di banche a Wall Street (..) i moderni contratti non riguardano tanto le cose, quanto i dati e le idee”. E i dati e le idee riguardano strettamente le persone, quindi ognuno di noi.

Pensateci un attimo: quando frequentate un qualunque social network non fate altro che lasciare vostri dati e, in molti casi, anche le vostre idee. Quindi voi contribuite all’arricchimento della piattaforma ricevendo in cambio null’altro che un po’ di visibilità. Su tale ricchezza non avete alcun dividendo, malgrado abbiate ceduto dati e idee, e quindi sostanzialmente voi stessi e, economicamente parlando, il vostro tempo. Tale asimmetria necessita di essere corretta. Chi usa il tempo di un altro deve in qualche modo retribuirlo con un qualche potere di scambio.

E difatti più avanti Reich ipotizza una forma di reddito di cittadinanza che in qualche modo, attingendo alle vaste capienze finanziarie di questi colossi – e non solo – ristori il dimagrimento dei redditi da lavoro che lo spirito del tempo ha evocato come un demone maligno. Tassare le corporation, magari attingendo laddove finora non si attinge – pensate al patrimonio dei brevetti o a piattaforme monopolistiche tipo quelle dei social – sembra a Reich, fervente ammiratore di Galbraith un contrappeso esemplare per correggere lo squilibrio fra il capitalismo e i suoi clienti, che rischiano peraltro di rimanere senza reddito. E nel perorare la sua causa Reich ricorda che anche economisti liberali – viene citato l’arcinemico di Keynes, Von Hayek – sono stati favorevoli a un reddito minimo, pure nelle forme dell’imposta negativa teorizza da Milton Friedman. Ciò per dire che tutti gli economisti sono d’accordo, ma quindi tocca solo alla politica occuparsene.

Come tutti i progressisti, Reich pecca purtroppo di progressismo. La sua concezione del lavoro rimane tradizionale, e il reddito minimo viene considerato poco più che una soglia di sussistenza che, ricardianamente, serve appena a liberare il cittadino dal bisogno essenziale, salvo poi tornare a vendere il suo lavoro per comprarsi magari l’automobile o il telefonino nuovo. Con ciò il nostro autore dimostra di aver inquadrato solo una parte del problema.

E tuttavia è interessante seguirlo. Per pagare questo reddito di cittadinanza, aggiunge, bisognerebbe operare una “riduzione dei diritti di proprietà per i futuri eredi proprietari di tecnologie rivoluzionarie”. Oppure si potrebbe “fornire a ogni cittadino una piccola quota di tutta la proprietà intellettuale assegnata dall’ufficio brevetti e protetta dal governo”. Altre soluzioni tecniche sono possibili, ma questo qui rileva poco. Ciò che interessa è osservare come sia in gioco un problema squisitamente distributivo. La visione di Reich, giusta nelle premesse, arriva perciò a una conclusione condivisibile ma incompleta. La vera liberazione del lavoratore non si ottiene dandogli una mancia. Ma restituendogli la dignità del proprio lavoro e aumentando il valore del suo tempo.

La soluzione perciò non può essere solo nel reddito minimo di sussistenza, che pure può essere uno strumento utile, ma come complemento. La risposta è nel consentire al pesce piccolo di mangiare col pesce grande, come Reich peraltro in qualche modo teorizza. Ma creando al tempo stesso una nuova forma di ricchezza che sgorghi naturalmente da un uso intelligente del tempo.

Ma per riuscirci dobbiamo fare un passo autenticamente capace di generare progresso. Dobbiamo rendere il tempo convertibile.

(25/segue)

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Le famiglie italiane hanno 400 miliardi a rischio bail in

Come sempre accade al termine di una grande rivoluzione – e in fondo la crisi del 2008 non è stata altro – sono mutate radicalmente le consuetudini di investimento delle famiglie italiane. Tale mutamento è chiaramente visibile nei conti finanziari che Bankitalia collaziona periodicamente e che, per l’occasione, sono stati proposti nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria della banca nella sezione dove si osserva l’andamento delle condizioni delle famiglie.

Qualcuno si stupirà, ma l’esordio è positivo. I dati, aggiornati al terzo trimestre 2015, dicono che “le condizioni finanziarie delle famiglie si rafforzano con la crescita del reddito disponibile (0,8 per cento in termini reali nel 2015). Gli indicatori sul clima di fiducia, pur risentendo della recente volatilità dei mercati finanziari, si attestano
su livelli elevati. Le famiglie indebitate beneficiano dei bassi tassi di interesse”.

A consuntivo, risulta un aumento della ricchezza finanziaria dell’1,8% nei primi nove mesi del 2015, pari a circa 70 miliardi, dovuta però “principalmente all’effetto dell’aumento del prezzo delle attività”. In questo aumento di ricchezza, virtuale quanto possono esserlo i corsi di azioni e obbligazioni, si sta consumando una gigantesca transumanza delle famiglie verso nuovi modi di mettere a reddito i propri attivi finanziari, dove il ruolo di grande protagonista lo fa il risparmio gestito.

Questa sorta di esodo è chiaramente visibile in una tabella che prende in esame la composizione degli attivi delle famiglie fra il 2008, il 2012 e il 2015. Il primo cambiamento degno di nota riguarda il possesso di titoli di stato, la cui quota sul totale del portafoglio è passata dal 7,3%, pari a circa 273 miliardi, del 2008, a poco più del 3%, per circa 125 miliardi, nel 2015.

Un calo di dimensioni paragonabili si osserva nella componente obbligazionaria extra statale, che ancora pesava il 14% nel 2008, per circa 527 miliardi, e adesso si è ridotta quasi della metà, al 7,8% per circa 314 miliardi. Per converso è cresciuta costantemente la quota dei depositi e circolante. La crisi, in qualche modo, ha incoraggiato la propensione alla liquidità, evidentemente. Al momento tale asset pesa il 30,9% del totale degli attivi. In pratica, le famiglie tengono in media un terzo dei propri fondi in strumenti pressoché infruttiferi e li contemplano.

L’andamento delle azioni è sostanzialmente stabile. La quota sul totale degli asset è variata di poco dal 2008 a oggi, dopo il calo brusco rilevato nel 2012 dovuto probabilmente al calo di valore di queste azioni e al successivo recupero. Il vero settore in crescita è quello del risparmio gestito, passato dal 21,9 al 31,5% del totale degli asset. Il calo dei tassi, evidentemente, ha spiazzato i rendimenti obbligazionari a favore delle gestioni attive. Ma non c’è stato solo questo a determinare il cambiamento. Anche il fisco ha fatto la sua parte.

Un’altra tabella ci mostra l’andamento degli investimenti che le famiglie hanno effettuato in strumenti bancari, quindi sostanzialmente depositi e obbligazioni. “Dall’inizio del 2012 – scrive Bankitalia – la quota di ricchezza finanziaria investita dalle famiglie in depositi e obbligazioni emessi dalle banche è diminuita di quasi sei punti percentuali (al 23 per cento). Il calo è stato determinato soprattutto dai mancati rinnovi e dalle vendite di obbligazioni, per le quali è venuto meno il trattamento fiscale di favore rispetto ai depositi bancari e postali”. Le imposte sulle obbligazioni, infatti, sono salite dal 12,5 a 20% a gennaio 2012 e poi ancora al 26% a luglio 2014. La politica monetaria, usando la leva dei tassi, e la politica fiscale, usando quella delle aliquote, hanno di fatto determinato questa epocale transumanza dei risparmiatori, generando al contempo alcune evidenza curiose che adesso, che è entrata in vigore la normativa sul bail in, rischiano di essere pericolose.

Ricordo ai non appassionati che tale normativa prevede che in caso di problemi a una banca che determinino la necessità di un salvataggio i primi a subire le perdite saranno gli azionisti, che vedranno azzerato il valore delle loro quote e poi gli obbligazionisti subordinati fino ad arrivare ai depositi non assicurati, quindi sopra i 100 mila euro. E’ interessante notare che la preferenza per la liquidità mostrata dai risparmiatori ha portato a quota 225 miliardi la quota di depositi non assicurati, pari al 5,6% degli asset totali, a fronte del 4,9% del 2008, quando non si arrivava a 183. Se a questa somma aggiungiamo poco più di 200 miliardi di obbligazioni, fra subordinate e non garantite, anch’esse teoricamente soggette a bail in, viene fuori che le famiglie italiane hanno oltre 400 miliardi di ricchezza teoricamente “sequestrabile”.

Qualcuno può consolarsi rilevando che nel 2008 tale porzione di depositi e obbligazioni superava i 540 miliardi, a causa del livello assai superiore delle obbligazioni non garantite sul totale. Però all’epoca il bail in non c’era. E adesso sì.

“Si può stimare – conclude Bankitalia – che il complesso degli investimenti delle famiglie in strumenti (diversi dalle azioni) che potrebbero essere interessati da misure di bail-in in caso di risoluzione rappresenti poco oltre il 10 per cento delle attività finanziarie delle famiglie italiane”.

Scusate se è poco.

I tormenti degli anziani tedeschi (e i nostri)

Fra le tante specificità dell’economia tedesca una in particolare merita di essere raccontata per la semplice circostanza che una volta tanto si tratta di una eccezionalità che non fa certo onore a una delle più ricche economie del pianeta: la condizione dei suoi anziani. Sappiamo già che la Germania è una terra ineguale, dove l’aumento della ricchezza ha fatto il paio col divaricarsi delle diseguaglianze di reddito. Meno noto è che gli anziani tedeschi si connotano per il livello di benessere mediamente più basso degli altri paesi dell’Ocse.

L’istituto parigino si è fatto scrupolo di notarlo nella sua ultima Survey dedicata alla Germania. Evidentemente la questione demografica tedesca, che preoccupa gli osservatori, rischia di generare una inedita bomba generazionale. Masse crescenti di anziani, in condizioni di benessere calante, potrebbero diventare il cavallo di Troia del benessere sociale tedesco. E questa evoluzione non è lontana nel tempo. Anzi, è già cominciata. “Il benessere in Germania – nota Ocse – è superiore alla media Ocse, ed è particolarmente pronunciato per i redditi, il lavoro, l’equilibrio lavoro-vita e l’educazione. Tuttavia è inferiore per gli individui più anziani ed evolve meno favorevolmente con l’età più di quanto accada in altri paesi dell’area”. Come esempio viene riportata l’evidenza che in Germania la ricchezza diminuisce con l’età e al contempo si nota un aumento della diseguaglianza che procede con l’invecchiamento. Il che provoca un sostanziale peggioramento del benessere associato all’età avanzata che di fatto rischia di mettere in crisi l’intero sistema sociale.

Questa evidenza va letta in chiave prospettica per apprezzarne la pericolosità. Le previsioni Ocse stimano che in Germania la popolazione totale diminuirà di 14,9 milioni persone, pari al 18% da qui al 2060 se persisterà il trend finora visibile. Al contempo la popolazione in età lavorativa, che viene dimensionata nella classe d’età fra i 16 e i 75 anni, si stima in contrazione del 28% rispetto ad oggi, con un rapido sviluppo del dependency ratio (vedi grafico), ossia del rapporto fra la popolazione che dipende dal lavoro degli altri, segnatamente bambini e anziani, e il totale della popolazione. Va sottolineato che queste previsioni incorporano afflussi netti di immigrati per 500 mila ingressi nel 2015, quando invece se ne sono contati circa un milione, con uno scenario base che dovrebbe assestarsi intorno a 200 mila unità l’anno entro il 2021.

Peraltro anche la Germania, come il resto del mondo, dovrà vedersela con la graduale fuoriuscita della generazione del baby boom dal mercato del lavoro, che si consumerà fra il 2020 e il 2035, per di più in un contesto di allungamento dell’età media di sei-sette anni da qui al 2060, che metterà a carico della società e del bilancio dello stato una quota significativa di anziani.

Insomma, la Germania dovrà affrontare prima e più urgentemente di altri l’autentica sfida del nostro secolo: l’invecchiamento della popolazione e l’inedito effetto che ciò provocherà non solo sulla contabilità pubblica, ma sull’intero sistema economico.

Diventa perciò interessante osservare la ricetta che Ocse prescrive perché, aldilà del fatto che la Germania decida o meno di seguirla, disegna il futuro possibile se non probabile delle politiche economiche che dovranno mettere in campo paesi e che riguardano anche il nostro, atteso che il dependecy ratio previsto per l’Italia è al livello di quello tedesco, poco distante da quello giapponese, che supererà il 45%.

Il primo punto analizzato è, come ci si può aspettare, l’immigrazione. L’Ocse sottolinea che flussi migratori più robusti potrebbero alleviare le tensioni demografiche, pure se certo bisognerà investire su politiche di integrazione. Nello scenario elaborato, se la Germania facesse entrare centomila immigrati in più ogni ano, nel 2060 la popolazione sarebbe aumentata di cinque milioni di persone. Ciò a fronte di un’obiettiva difficoltà a gestire e programmare tali afflussi. Negli ultimi vent’anni, per dire, l’immigrazione netta è stata in media di 175 mila persone, già al di sotto quindi delle 200 mila previste dallo scenario base. Il picco si è avuto nel 2014 con l’esplodere della crisi dei rifugiati che ha portato gli afflussi netti dai 128 mila del 2010 a circa 600 mila che potrebbero superare il milione nel 2015.

Tale flussi si innestano in un contesto sociale che esibisce il tasso di fertilità più basso dell’Ocse, pari a 1,4 figli per donna. Da ciò si può dedurne che da qui al 2060 la Germania ha due possibilità, rimanendo questi i trend: o diventare la prima realtà multiculturale dell’eurozona, e quindi veder crescere la sua popolazione, o accettare di spopolarsi. Quest’ultima evenienza avrà conseguenze sul benessere generale. Mano a mano che diminuisce la popolazione attiva – si prevede un calo dell’occupazione del 23% entro il 2060-  si erode anche il pil pro capite, anche se in parte tale calo dovrebbe essere compensato da un aumento della produttività.

In ogni caso il governo e la società dovranno farsi carico di una quota crescente di anziani, che già ora vivono una certa difficoltà. Si calcola che la spesa per pensioni crescerà del 2% l’anno che, sommate al resto delle componenti (sanità ed effetti demografici) porta l’aumento della spesa pubblica al 2060 ad oltre l’8%.

Ciò pone evidenti problemi di sostenibilità al bilancio dello stato e richiede decisioni di ampia portata sociale per essere scongiurati. La Germania ha già deciso di innalzare l’età pensionabile da 65 a 67 anni entro il 2029 e al momento non prevede ulteriori aggiustamenti. E tuttavia “senza ulteriori innalzamenti dell’età pensionabile – scrive Ocse – dopo il 2029 aumenteranno il deficit pensionistico e il carico fiscale sul lavoro, associandosi a un più basso livello di pensioni rispetto alla media dei redditi, che tenderà ad aggravare il rischio di povertà nella vecchiaia. La Germania dovrebbe collegare l’indice dell’età pensionabile alle aspettative di vita”.

Sono sicuro che avrete sentito questo ritornello tante volte, e quindi è inutile che continuiamo a suonarlo insieme. Serve solo, questo promemoria, a ricordare una cosa che, stando ai numeri di oggi, è auto-evidente: le pensioni, come siamo abituati a considerarle, non ci saranno più. L’anziano dovrà continuare a lavorare e gli stati dovranno inventarsi forme di flessibilità per tenere in piedi i sistemi previdenziali, contando sull’immigrazione per tenere in piedi il mercato del lavoro da cui estrarre i contributi necessari.

Insomma: gli anziani tedeschi rischiano di essere i capofila delle innovazioni sociali a cui i paesi avanzati saranno costretti dal procedere della demografia. Il fatto che saranno i primi, anche perché sono già avanti, nello sperimentare i tormenti del futuro non dovrebbe lasciarci indifferenti. Noi saremo i prossimi.

Bitcoin for dummies: Il geroglifico della criptovaluta

Tutto al contrario di come dovrebbe essere, la moneta bitcoin, con il sistema Bitcoin che la veicola, è un geroglifico che richiede una corposa stele di rosetta per essere compreso. A differenza della moneta ufficiale, che possiamo maneggiare e comprendere, quella virtuale è criptica. Tanto la moneta ufficiale è essoterica, quanto quella virtuale è esoterica. Con l’aggravante che la sua complicazione è ciò che la rende fiduciaria, pure se dichiara di non esserlo. E’ fiduciaria nella misura in cui la fiducia cadùca che riponiamo in chi gestisce la moneta, viene restituita a un universo di macchine organizzate in nodi di rete che, proprio perché macchine, trovano l’elemento fiduciario nella complicazione che il sistema esprime ed esige prima di emettere moneta e poi quando la fa circolare.

La fiducia in bitcoin risiede nel suo essere una criptovaluta, quindi incomprensibile. E’ un puro atto di fede che trova nella macchina il suo garante di ultima istanza e che quindi è tanto maggiore quanto è complesso l’algoritmo che ne sostanzia il funzionamento. E’ la macchina, e la logica ad essa sottesa, che rende Bitcoin/bitcoin degno di fiducia proprio perché la macchina impedisce all’uomo di interferire con un atto di volontà nel sistema stesso. Ed ecco perché ciò ci conduce a un’altra caratteristica del sistema che lo differenzia sostanzialmente da quanto accade con la valuta ufficiale. Le transazioni con bitcoin/Bitcoin, infatti, una volta validate, sono irreversibili. La blockchain certifica ciò che è avvenuto, lo rende manifesto e lo consolida in una relazione economica dalla quale non è più possibile recedere.

Per arrivare a questo punto sono necessari alcuni procedimenti preliminari. Il primo prevede che ogni utilizzatore del sistema sia titolare di una chiave pubblica, che lo identifica sulla rete, alla quale sia associata una chiava privata che solo lui conosce e che gli consente di attivare la transazione. In sostanza il sistema ricalca quanto accade per un qualunque account informatico. Una casella di posta elettronica, ad esempio, ha un nome pubblico, che consente di ricevere e inviare la posta, e una password, che consente solo al proprietario di consultarla. Allo stesso modo nel sistema bitcoin i due elementi si combinano in un wallet, ossia un portafoglio elettronico, dove l’utente custodisce i suoi bitcoin e al quale attinge ogni volta che vuole spenderli. Quindi se un utente X vuole indirezzare un pagamento verso un utente Y, deve utilizzare la chiave pubblica di Y per cifrare il messaggio – ossia le coordinate del pagamento – e Y deve usare la sua chiave privata per leggerlo, quindi riconoscendo così la paternità. Il vantaggio di questo sistema di cifratura, che si definisce cifratura asimmetrica, è che X e Y possono scambiarsi messaggi senza conoscersi.

Rimane però un problema. Poiché Bitcoin usa una rete pubblica per scambiare questi messaggi, nel corso della trasmissione potrebbe accadere che un terzo soggetto Z interferisca scambiando il messaggi di X a Y con un altro messaggio con la chiave pubblica di Y che perciò non può sapere se sta ricevendo il messaggio di X o quello di un altro. Per evitare questa interferenza il mittente originario X deve utilizzare la chiave pubblica del destinatario Y autentificandolo in precedenza con la propria chiave privata. Si realizza quindi un sistema di doppia cifratura.

Gli ideatori del sistema, tuttavia, hanno reputato che ciò non fosse sufficiente a garantire la correttezza e l’integrità del messaggio. E perciò hanno inserito un’altro meccanismo di sicurezza nella transazione che si chiama funzione Hash. Quest’ultima è un oggetto matematico che consente di trasformare un messaggio più o meno lungo in un codice alfanumerico – che poi è quello che si vede all’interno dei vari blocchi della blockchain, L’applicazione della funzione hash consente di arrivare al cosiddetto Digest, ossia la firma digitale del messaggio, che consente di identificarlo con semplicità (per modo di dire) rendendolo al tempo stesso univoco, integro e autentico.

Tali funzioni Hash sono in sostanza algoritmi che rendono ancora più criptica, nel senso di impenetrabile, la transazione. In Bitcoin viene utilizzata una funziona Hash denominata SHA-256 che codifica qualunque messaggio a 256 bit trasformando qualunque messaggio in un codice di testo in 64 caratteri che rende tale messaggio unico.

Ricapitoliamo: il mittente scrive il suo messaggio, lo cripta con la funzione Hash e poi lo cifra con la propria chiave privata inviandolo al destinatario identificato tramite la sua chiave pubblica. Quest’ultimo, una volta ricevuto, prima lo decifra e poi le decripta e così ha certezza della regolarità della transazione. Dulcis in fundo, quest’ultima viene iscritta nella blockchain. In tal modo diviene visibile a tutti. Peccato che sia incomprensibile.

(9/segue)

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Il ragno di Undernet sul mercato dei cambi

Laggiù, nelle profondità remote degli oceani, chilometri di cavi sottomarini veicolano ad alta velocità informazioni più preziose dell’oro per la semplice circostanza che sono queste informazioni a fare i prezzi. L’Undernet sottomarino, chiamiamolo così, assai meno noto dell’Internet, croce e delizia dei nostri giorni, è stato edificato silenziosamente e da almeno un ventennio è diventato uno straordinario punto di riferimento dello sviluppo finanziario. Potremmo dire anzi che rappresenta i binari lungo i quali il capitalismo del XXI secolo svolge i suoi esiti, che sono diseguali, come è stato più volte ripetuto, e anche misteriosi.

I cantori delle magnifiche sorti e progressive dello sviluppo tecnologico, coloro i quali guardano solo le luci di tale evoluzione perché, ignorandole, sperano di cancellarne le ombre, dicono che è proprio grazie a questa tecnologia che la finanza si è democratizzata. Che si è resa perciò capace di far piovere ricchezza su tutti, anche sui più svantaggiati.

Altri, forse più avveduti, fanno notare che, al contrario, tutto ciò che abbiamo ottenuto dall’impressionante sviluppo tecnologico, che nell’Undernet trova la sua ennesima applicazione infrastrutturale, è che abbiamo alimentato un gigantesco ragno. Una creatura ctonia, che vive al centro di questa ragnatela, impersonata da poche e potenti corporation per lo più ignote al grande pubblico, che dalla finanza traggono assai più di quanto potranno mai fare altri per la semplice circostanza che “sono” il mostro.

Si confrontano insomma due visioni che un recente paper della Bce, dedicato al mercato dei cambi, descrive molto bene. La prima, chiamata “Flat World hypotesis” teorizza che la distanza dai centri finanziari – in sostanza la geografia – non ha più importanza in un mercato che gira 24 ore al giorno. La seconda, la “Flash boys hypotesis”, ispirata da un celebre libro di Lewis, giudica invece che la geografica conta eccome, tanto più nel mercato dei cambi del XXI secolo, caratterizzato dalla competizione fra high frequency traders per i quali il millisecondo ha un valore economico rilevante. In questa visione, le transazioni sul mercato dei cambi si vanno concentrando “in una manciata di posti”, quelli che “possiedono i server di data-matching e delle infrastrutture ad alta velocità per le comunicazioni”.

Per provare a vedere quale teoria descriva meglio la realtà, gli studiosi della Bce hanno osservato come lo sviluppo della rete sottomarina dei cavi, quella che abbiamo chiamato Undernet, abbia impattato sulla distribuzione delle transazioni sul mercato dei cambi. Questa rete, edificata per migliorare in origine le comunicazioni telegrafiche, telefoniche e poi dell’Internet, si è scoperta assai utile come veicolo per il trading elettronico nel mercato dei cambi e di altri strumenti finanziari. E poiché la fisionomia del network sottomarino è notevolmente influenzato dalla geografia – è più facile posare un cavo oceanico da un paese che ha l’oceano a portata di mano – ecco che questa rete sottomarina è ragionevole ipotizzare abbia influenzato lo sviluppo di posizioni competitive di alcuni paesi piuttosto che altri.

Un esempio conferma questa ipotesi. Negli anni ’90 i dati mercato valutario di Zurigo e di Singapore mostravano che quest’ultimo aveva circa il 60% in più di transazioni offshore. Oggi il mercato asiatico è quasi due volte più grande di quello svizzero. Cosa è successo nel frattempo? Singapore è diventato un hub di cavi sottomarini, mentre la Svizzera, che è lontana dal mare, no.

E sarà pure un caso, ma i centri di trading più importanti nel mercato dei cambi si sono localizzati sostanzialmente in tre città: Londra, Tokyo e New York. “In queste città – spiega la Bce – sono stati localizzati i server dell’Electronic Broking Services (EBS) e della Thomson Reuters fin dal 1990. Ne segue che la connessione di un paese con l’UK, gli Usa e il Giappone, riduce i tempi di latenza e aumenta la larghezza di banda”. E questo genera vantaggi evidenti, sia di costo che di ricavo, specie nell’ipotesi “Flash boys”.

Insomma, devi essere collegato al ragno se vuoi avere i vantaggi della ragnatela. Ma si sa come si comportano i ragni con i loro ospiti.

(2/segue)

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Le metamorfosi dell’economia: Fra i due litiganti, il terzo settore

Stato e mercato, fin dagli albori del pensiero economico, sono stati rappresentati come gli eterni duellanti nella battaglia secolare per l’egemonia politica delle società, con ciò replicando la dialettica, già evidente nell’età moderna, fra il principe e i mercanti che più tardi, sul finire del XVII secolo, troverà nella banca centrale la prima sintesi compiuta.

La Banca d’Inghilterra nasce alla fine del 1600 come compromesso fra le istanze del principe, assetato di denaro per le sue guerre, e i mercanti, assai più preoccupati di salvare i loro crediti e, indirettamente, la stabilità della moneta. La sintesi tuttavia non impedì che la teoria economica si dividesse. I cantori del libero mercato, che fissarono il dibattito economico per tutto il XIX secolo, entrarono in crisi dopo il primo conflitto mondiale, quando iniziarono ad emergere nuove pulsioni sociali sotto forma di istanze, a volte originatesi proprio dal mercato, per un intervento massiccio dello stato nelle faccende economiche. Gli anni ’30 del secolo scorso segnarono la definitiva evoluzione che troverà nel sistema keynesiano la formulazione teorica compiuta e insieme la tramutazione in pensiero astratto di azioni che tutto il mondo praticava ormai da un ventennio. Lo stato era sempre il principe. I mercanti avevano sempre bisogno del principe per proteggere se stessi e i propri commerci, come agli albori del periodo mercantile dei secoli XVI e XVII.

Questa lunga parabola, che in qualche modo perdura ancora oggi nel dibattito pubblico, generò una narrazione inveritiera che trascurava l’importanza crescente delle organizzazioni burocratiche, nello stato come nel mercato, che di fatto sposta l’asse del potere autentico nei soggetti che incarnano queste organizzazioni. Il dibattito fra socialismo e liberalismo, che segnò la seconda metà del XIX secolo e tutto il XX, era solo la mascheratura di tale evidenza che sempre Galbraith, in un libro del 1967 Il nuovo stato industriale svelava con sorprendente chiarezza, ma che già era stata osservata negli anni ’30 e negli anni ’40.

Nel 1933 uscì un libro di Alberto de’ Stefani, La resa del liberalismo, che già individuava come sostanzialmente illusoria la dialettica fra stato e mercato, che lo spirito del tempo aveva reso poco più che una rappresentazione e che celava la sostanziale unità d’intenti delle organizzazioni che tale dicotomia alimentavano e che trovava nel regime corporativo la sua manifestazione istituzionale. Tale tema, peraltro, era stato affrontato ampiamente dalla pubblicistica tedesca già sul terminare del primo conflitto mondiale. Ne darà piena evidenza, negli anni Quaranta, Friedrich von Hayek nel libro The road to serfdome, nel quale la dicotomia stato/mercato veniva sciolta nel senso del predominio della pianificazione – e quindi dello stato – nei processi economici, interpretandola come un esito difficilmente eludibile dello spirito del tempo.

Da allora a oggi, il dibattito economico si è come fossilizzato. Le cronache riportano ogni giorno delle diatribe fra liberali e statalisti. La teoria ha risolto il conflitto con l’invenzione di sedicenti sintesi neokeynesiane che hanno condotto a modellistiche pressoché inconsistenti iscritte d’ufficio nei bagagli delle banche centrali, ormai chiamate a sintetizzare con la loro azione, per il tramite della politica monetaria, idee e politiche economiche ancora in contrapposizione.

All’ombra di questo duello, però, che dura da secoli, vivono milioni di persone, ossia tutti coloro che subiscono gli esiti di questo apparente litigare. I cittadini semplici, che non sono mandarini pubblici né privati, ma che delle decisioni di questi mandarini subiscono le conseguenze. Paradossalmente l’unica novità istituzionale emersa negli ultimi cinquant’anni è nata proprio qui. Fra i due litiganti è nato il cosiddetto Terzo settore.

L’importanza di questa evoluzione è degna di nota, specialmente ai fini della ricognizione sul futuro possibile della nostra economia. Se pensate agli agenti economici come oggetti che similmente a quelli fisici sviluppano un campo di attrazione gravitazionale, potremmo raffigurarci il terzo settore come un oggetto economico che non sta né con lo stato né con il mercato. Non è una semplice via di mezzo, è un tentativo, finora embrionale ma promettente, di strutturare un altro universo di relazioni economiche e quindi un’altra visione dell’economia, e quindi un suo campo di attrazione gravitazionale capace di attrarre le persone fuori dalle orbite dello stato e del mercato.

Questa sorta di terzo incomodo è – di fatto – il luogo ideale dove sviluppare un’organizzazione che interpreti nuovi paradigmi economici ed è quindi l’interlocutore ideale per chi voglia provare a sperimentare nuovi modelli di strutturazione del lavoro, del denaro, della produzione. L’economia del tempo, se mai diverrà più di un mucchio di parole sopra una pagina, non potrà che sorgere ed affermarsi nel Terzo settore, intendendo con ciò non solo ciò che finora è consolidato, ma uno spazio economico aperto cui può partecipare chiunque ne condivida le regole del gioco.

Il problema dei terzi incomodi è che devono fare i conti con i due sedicenti litiganti. Lo stato, lo abbiamo visto di recente anche nel nostro paese, proverà sempre a far valere la sua attrazione gravitazionale all’interno del terzo settore non soltando fissandone le regole, ma addirittura provando a “ministerializzarlo”, usando il bastone della legge e la carota degli appalti. Ciò minaccia di trasformarlo in una sorta di succursale pubblica, invece di essere ciò che dovrebbe: una centrale del civismo.

Il mercato dal canto suo ha tutto da perderci. Se esistesse un mondo dove il lavoro venisse ripagato di per sé, e che quindi lasciasse libero il cittadino di decidere se e a quanto vendere il suo tempo, tutto ciò genererebbe un aumento dei costi di produzione che qualunque teoria economica concorda nel ritenere, a lungo andare, negativo per l’industria. Senza considerare il fatto che, restituendo il lavoro a chi lo esercita implicherebbe una decisa messa in discussione della funzione sociale delle imprese. O quantomeno un loro deciso ridimensionamento nel paradigma che oggi le disegna quali uniche e autentiche creatrici di occupazione e quindi di valore.

Tutto ciò per dire che i due litiganti smetteranno facilmente di litigare, trovandosi d’accordo sul fatto che il terzo settore è un intruso, suggerendo loro di fare i passi necessari per neutralizzarlo. Niente di più facile: cosa volete che siano milioni di persone di fronte alla volontà di potenza di uno stato o di una multinazionale?

Ciò non significa che si debba smettere di pensarci sopra. Ciò che oggi sembra assurdo – se opportunamente ponderato – domani può diventare la normalità. La tecnologia ce lo dimostra ogni giorno, con i suoi ritrovati, ma anche l’evoluzione sociale. Se aveste chiesto a un feudatario cosa pensava del libero mercato vi avrebbe candidato a un esorcismo.

Il problema dell’evoluzione del terzo settore, a ben vedere, è solo un problema di maturazione sociale, ossia individuale. Se ognuno di noi imparerà a sottrarsi dal campo gravitazionale dello stato e del mercato, associandosi ad altri potrà in qualche modo generare un controcampo e, nel tempo, trovare la strada della sua manifestazione istituzionale. Una volta che tale istanza sia sorta – ed è già sorta – gli stati e i mercati dovranno farci i conti. E, volenti o nolenti, favorirne persino lo sviluppo.

Le premesse sono già evidenti.

(24/segue)

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Le banche cinesi hanno (almeno) 1,3 trilioni di crediti a rischio

Le notizie che arrivano dal fronte orientale sembrano fatte apposta per spaventare i militi ignoti di questa guerra, combattuta sotto mentite spoglie, che da oltre un settennio sfianca le economie mondiali. Già provati dai saliscendi di borsa, che non hanno altra ragione a parte i mal di testa e le gastriti degli operatori, costoro – i combattenti in grisaglie – devono vedersela con il Fondo monetario che ha rilasciato il Global Financial Stability report primaverile che sembra scritto apposta per regalare a loro e a noi una sovraddose d’ansia, come se ne fossimo digiuni.

E poiché è dal fronte orientale che arrivano le notizie più preoccupanti è giocoforza puntare laggiù la nostra attenzione. Anche perché c’è un problema bello grosso che si chiama Cina, già protagonista del meraviglioso film che ci ha impegnato lungo l’estate del 2015 e che adesso ci si ripropone in salsa di maggio, quindi più fresca ma sostanzialmente stantia.

Della Cina sappiamo già tutto quello che c’è da sapere. Per non annoiarvi evito di ripeterlo, ricordando solo l’ultima release del mainstream: la Cina sta transitando da un modello di sviluppo, basato su debito e investimenti più o meno pubblici, a un altro, bastato stavolta su riforme strutturali e mercato interno. Le prime sono innanzitutto finanziarie, perché la Cina deve entrare a pieno titolo nel grande gioco della finanza, e la graziosa assistenza del Fmi è asseverata dalla recente riforma delle quote e dall’inserimento della valuta cinese nel basket degli Sdr. Ma certo non basta. Ci sono riforme profonde che la Cina deve mettere in campo per arrivare al sacro graal: la piena convertibilità dello yuan.

E poi ci sono le questioni interne. Nell’amletico interrogativo se quello cinese sarà un soft landing o un hard landing, con tutte le conseguenze del caso per l’Asia e il resto del mondo, rimangono in questione alcune specificità cinesi che nascondono enormi problemi. Prima fra tutte l’incredibile montagna di debiti che i cinesi hanno accumulato, in particolare nel settore corporate.

Quest’ultimo è quello ove la bolla del credito ha più che altrove sortito i suoi effetti, conducendo le imprese cinesi a sommare una quantità di debito privato notevolissima che adesso, per una serie di ragioni, faticano anche a servire. In sostanza è sempre più difficile riuscire a pagarci gli interessi.

Dall’approfondimento che il Fmi ha dedicato al debito corporate cinese si possono apprendere alcune cose che è utile ricordare. La ricognizione ha riguardato 2.861 imprese, 2.607 quotate e 264 no. Insieme hanno accumulato prestiti per 2.775 miliardi di dollari. Scopo dell’analisi è osservare quanta parte di questo debito sia a rischio, laddove per debito a rischio si intende un’obbligazione iscritta nei bilanci di un’azienda che abbia generato un flusso di profitti netti insufficienti a coprire la spesa del servizio di queste obbligazioni. Per dirla con i tecnici, queste imprese hanno un Interest coverage ratio (ICR) minore di 1.

L’analisi del Fmi si propone di calcolare quanto pesi l’ammontare preso a prestito dalle imprese con un ICR minore di 1 sul totale delle compagnie esaminate, in maniera tale da trarne un indicatore che misuri la quantità di debito a rischio per il campione considerato. Ciò consente anche di valutare la quantità di credito a rischio che il sistema bancario ha concesso al settore corporate.

I risultati sono alquanto ansiogeni. Un grafico mostra la notevole impennata dei debiti a rischio negli ultimi anni, mentre la comparazione di tale indice con l’universo dei prestiti totali concessi dalle banche commerciali al settore corporate cinese, pari a 8,1 trilioni, ci dice che la perdita potenziale su questi crediti, alla fine del 2015, è stimabile in 1,3 trilioni di dollari.

L’ansia rischia di degenerare se si considera che i prestiti bancari al settore corporate non sono stati l’unica fonte di indebitamento per le imprese cinesi. Quindi non vengono considerati i prestiti arrivati dal settore bancario ombra, che in Cina è fiorente. Tantomeno sono considerati i prestiti arrivati dai veicoli governativi garantiti dallo stato.

Lo scenario base che il Fondo ipotizza in caso di stress considera una perdita del 60% su questi crediti, che pesa 756 miliardi di dollari, pari al 6,9% del Pil, che possono oscillare in un intervallo di deviazione maggiore o inferiore del 15% a seconda della gravità dell’evento traumatico. In ogni caso parliamo di centinaia di miliardi di dollari che andrebbero in fumo.

Nessuna buona nuova, dal fronte orientale.