Categoria: Annali
La Cina dimagrisce e il mondo con lei
Mi torna in mente quella storiella, chissà quanto vera, di quel tale re di un arcipelago esotico che ogni volta che decideva di smagrire metteva a dieta l’intera popolazione, mentre leggo l’ampia dissertazione del Fmi sui rischi di contagio globale che può provocare il dimagrimento dell’economia cinese. D’altronde la Cina, come il nostro leggendario re, può essere raccontata come un’autentica sovrana, almeno relativamente agli scambi internazionali, che ha dominato lungo tutto il primo decennio del XXI secolo per scoprirsi oggi, a metà del secondo, troppo ingombrante e incapace di reggere il suo stesso peso.
Sicché non stupisce che i medici di mezzo mondo, Fmi compreso, suggeriscano alla Cina una sostanziale cura dimagrante, che nel linguaggio felpato dell’economia viene definita come una “transizione verso un modello di crescita sostenibile”. Quindi non più basato su un diluvio di investimenti pubblici, che hanno finito col creare una capacità produttiva che oggi appare inutile almeno quanto inutilizzata, oltre ad avere addestrato il resto del mondo a una domanda cinese – si pensi ad esempio a quella di petrolio o metalli – che oggi l’appetito del gigante asiatico non è più in grado di alimentare.
Tutto ciò spiega perché il Fmi abbia inteso dedicare un capitolo del suo recente Spillover report alla transizione cinese e agli effetti che tale dimagrimento può provocare sul resto del mondo, che sul successo cinese, e quindi la sua domanda di importazioni, aveva fondato buona parte del suo successo. “La rapida crescita cinese basata sugli investimenti – sottolinea il Fmi – nel decennio passato ha favorito una notevole espansione del commercio globale e il prezzo delle commodity. Più recentemente, il necessario rallentamento degli investimenti cinesi e la sua transizione verso un modello di crescita basato sui consumi ha coinciso con un notevole declino del tasso di crescita dei commercio”, acuendo di fatto il cupio dissolvi del commercio globale. Ma non solo, la minore domanda di materie prime ha pure aggravato il calo delle commodity, petrolio in testa, che viene unanimamente indicato come una delle cause della disinflazione, quando non addirittura deflazione, che ha messo in crisi le banche centrali di mezzo mondo.
Ovviamente, c’è anche un lato positivo in questo dimagrimento. Il calo delle commodity avvantaggia gli importatori, e al tempo stesso l’aumento della domanda cinese di prodotti finiti può avvantaggiare nuova categorie di esportatori. Ma è sempre difficile capire se i saldi globali saranno positivi o negativi. Per dire: gli effetti deflazionistici del calo petrolifero saranno compensati dagli effetti espansivi del maggior potere d’acquisto dei consumatori? Oppure, la transizione cinese verso un modello di crescita più equilibrato sarà in grado di garantire che la Cina continuerà a pesare il 10% dell’import globale (vedi grafico)?
Trovare la risposta è molto difficile. Gli esiti del commercio internazionale e dell’inflazione lasciano sospettare che il saldo rischia di essere negativo, almeno nel periodo breve. La Cina è in piena transizione, con gli investimenti scesi dal 47,2% al 46,4% del Pil, e il consumo salito dal 49,1 al 51,6%, ma l’economia internazionale finora non sembra abbia tratto quei giovamenti che pure tutti si aspettavano. Dipende dal fatto che il contagio si estende innanzitutto tramite il canale del commercio, e lo fa colpendo innanzitutto i principali partner cinesi e creando vincitori e vinti”.
Il secondo canale di contagio, quello delle commodity, è altrettanto difficile da decodificare. Alla fine del 2014 la domanda cinese di metalli pesava il 40% di quella globale, senza considerare che la sovrapproduzione cinese – si pensi all’acciaio e alle polemiche recenti nel G20 – ha intasato aree strategiche della produzione industriale.
Infine, c’è il terzo canale, che finora ha avuto effetti limitati ma che sta accelerando la sua capacità di contagio: quello finanziario. La Cina è ancora parzialmente integrata nei mercati finanziari, visto che sembra ancora lunga la strada verso la piena convertibilità, “e tuttavia i collegamenti di stanno intensificando”, sottolinea il Fmi. Per il momento le vicende cinesi hanno scritto importanti capitoli, nel mesi scorsi, del lungo libro dedicato alla volatilità dei mercati finanziari. Perché la Cina può pure essere ancora ai margini dei mercati finanziari, ma i mercati finanziari guardano alla Cina come un player internazionale, convertibilità o meno.
L’insieme di queste circostanze rende la dieta del sovrano asiatico assai dimagrante anche per il resto del mondo. Che, se tutto andrà bene, dovrà attendere che il re cinese recuperi la sua forma migliore – e quindi concluda la sua transizione verso una crescita più equilibrata – per godere a sua volta degli effetti benefici che ne deriveranno in termini di importazioni e stabilità finanziaria. Ma nel frattempo dobbiamo soffrire, noi e i cinesi, senza più neanche la consolazione di ricordare i vecchi tempi. Siamo troppo distratti.
Ecco il numero zero di Crusoe: commentatelo e sostenetelo
Ieri sera è arrivato sulle caselle di posta dei primi fondatori il numero zero di Crusoe, la newsletter che noi di TheWalkingDebt abbiamo progettato in collaborazione con Slow news. Ve l’avevo annunciato la settimana scorsa ed eccolo: lo trovate a questo link.
Inutile dilungarsi troppo. Come ogni esperimento, anche questo avrà bisogno di essere verificato quanto ai risultati finali. Ed è qui che entrate in gioco voi lettori. La vostra opinione, in tal senso, è la cartina tornasole del nostro lavoro. Quindi leggete il primo esperimento di Crusoe, commentatelo, anche in calce a questo post, e soprattutto sostenetelo. Qui trovate il link per contribuire. C’è ancora tempo per essere fra i nostri fondatori, ossia i veri proprietari di Crusoe.
Grazie a tutti
L’ennesima piroetta della BoJ per far funzionare il QQE
Ormai è un lavoro da appassionati seguire le evoluzione monetarie della BoJ, da un triennio impegnata nel difficile compito di far uscire il paese dalla deflazione da un ventennio e insieme dare un calcione all’economia nazionale, che vivacchia con poco entusiasmo da altrettanto. Eppure vale la pena investire un po’ di tempo e leggere i documenti ufficiali. Per la semplice ragione che la BoJ, come rivendica il suo governatore Kuroda, è da sempre all’avanguardia negli esperimenti monetari, seppure con esiti discordanti.
Anche di recente, riferendosi ai nuovi strumenti messi in campo, il governatore ha sottolineato che “la BoJ è la prima nel mondo a introdurre questi nuovi tool”, riferendosi allo yield curve control e all’inflation-overshooting commitment. Non cambiate canale: si tratta di cose molto semplici che solo la complicazione linguistica della politica monetaria rende esotici. Il succo è presto detto: malgrado il grande sforzo avanguardistico la BoJ ancora fatica a riportare l’inflazione dove vorrebbe. In compenso il suo QQE ha contribuito significativamente ad abbassare la curva dei rendimenti a un livello tale che la BoJ ha avvertito l’esigenza di fornirsi di uno strumento capace di regolare lo yield, ossia il rendimento reale, utilizzando, come ha fatto sinora gli acquisti massicci di bond pubblici come strumento di controllo.
In sostanza, da un lato si sottolinea il profondo impegno (inflation-overshooting commitment) a far crescere la base monetaria, ormai arrivata all’80% del pil nominale per tirare su i prezzi. Al tempo stesso si prova a manovrare la curva dei rendimenti (yield curve control) per evitare che gli acquisti di bond pubblici, effettuati in ottica di QE, abbassino troppo o troppo poco i rendimenti rispetto agli obiettivi di stabilità finanziaria che la BoJ comunque deve tenere presente.
A tal proposito è sufficiente ricordare, come fa lo stesso Kuroda, che “l’efficacia della politica di declino dei tassi di interesse dipenderà dal suo impatto sui profitti delle istituzioni finanziarie, che si riflette nella loro capacità di prestito”. Detto chiaramente, poco serve il QQE se poi le banche soffrono e gli assicuratori e i fondi pensioni vedono aggravare la loro profittabilità e sostenibilità. Raggiungere il target d’inflazione con un sistema finanziario fragile sarebbe una vittoria di Pirro per la BoJ. Ed ecco perché sono stati introdotti questi nuovi strumenti. Sempre nella presunzione che siano efficaci.
Ed è proprio sulla funzionalità delle misure intraprese che la BoJ e lo stesso Kuroda impegnano e si giocano tutta la loro credibilità. Kuroda, nel suo speech, ha ripetuto ancora una volta che la cosa più difficile da sconfiggere per le autorità monetarie giapponese è il deflationary mindset, ossia la psicologia deflazionaria nata a cresciuta nel ventennio perduto giapponese ancora permanente pure se la deflazione è stata tecnicamente superata, e Kuroda lo rivendica: il CPI (consumer price index) per tutti i beni meno il pesce fresco è in territorio positivo dall’autunno 2013 e lì è rimasto per due anni e dieci mesi. “E’ la prima volta dalla fine degli anni ’90 che succede”, nota il banchiere. Ma la deflazione è ancora nella testa dei giapponesi, sembra di capire. E ovviamente Kuroda, che è un sacerdote della moneta, deve credere che tramite la politica monetaria – il QQE e le sue varie piroette – questa deformazione dello spirito si possa raddrizzare.
Tutto ciò richiede un’esibizione di argomenti che la BoJ ha collazionato in un documento di 60 pagine col quale ha fatto il punto sull’evoluzione e gli esiti delle politiche monetarie. Una lettura sicuramente istruttiva che consiglio a tutti gli appassionati di politica monetaria. Qui basterà arrivare al punto. Tre anni dopo, e dopo aver sperimentato un’infinità di tool, la BoJ deve ancora convincere i giapponesi, oltre che se stessa e il resto del mondo, che riuscirà a raggiungere il suo target di inflazione. A fronte di questa difficoltà, Kuroda rivendica che il “QQE ha portato ad una inversione di tendenza positiva dell’attività economica e dei prezzi”. Come è giusto che sia, Kuroda guarda il bicchiere mezzo pieno, senza nascondere quello vuoto, per il quale è sempre pronta una ricetta di policy o un nuovo tool. E la storia continua.
Over and over again.
La primavera delle commodity
Le notizie di questi giorni della corrispondenza d’amorosi sensi improvvisamente fiorita fra Putin e l’Arabia Saudita, seppure non certo improvvise, sono destinate a dare fiato ai corsi petroliferi, ormai in cima alle preoccupazioni di mezzo mondo – e segnatamente di quello che vive della rendita sull’oro nero – mentre il resto si gode i risparmi sulla sua bolletta energetica, pagandone però il conto con un minore tasso di inflazione. Anche per questo, a conti fatti, un aumento del petrolio conviene a tutti. Specialmente se considerate l’aumento esponenziale di debito delle compagnie petrolifere che ha già causato diversi problemi particolari e generali.
Ma a parte il petrolio, è tutto il settore delle commodity che sta vivendo una sorta di primavera. Me ne accorgo sfogliando l’ultimo World economic outlook del Fmi, che al tema dedica un approfondimento utile per farsi un’idea più chiara di come tutto il settore, dal petrolio, al cibo ai metalli, sia interessato da importanti sommovimenti che al momento trascorrono alquanto inosservati.
Cominciamo da un grafico riepiloga l’andamento delle commodity dal 2005. Qui si osserva che l’indice generale, ad agosto 2016, ha recuperato il livello 100, che poi è la base del 2005, dopo aver toccato il picco nel 2008, prima della crisi, portandosi a 200. Successivamente l’indice è crollato al livello del 2005, intorno al 2009, e da lì ha cominciato un trend ascendente che lo ha riportato vicino al livello del 2008 intorno al 2011, mantenendosi più o meno stabile fino al 2014, quando ha iniziato la sua discesa verso i livelli attuali.
L’andamento dell’indice è assai simile a quello che misura gli andamenti energetici, che prima del 2008 tiravano su l’indice generale e poi hanno contribuito significativamente al suo affossarsi dopo la crisi. Oggi il petrolio, che è ancora sotto l’indice del 2005, viene compensato da altri trend ascendenti, che riguardano soprattutto il cibo, mentre dal 2009 in poi a bilanciare la perdita di valore delle quotazioni energetiche erano stati soprattutto i metalli. Rimane il fatto che dal febbraio di quest’anno l’indice generale è cresciuto del 22% a fronte di una crescita dei corsi petroliferi del 44%, che però hanno inciso meno di quanto avrebbero dovuto a causa del calo delle quotazioni del gas. L’aumento della produzione di gas in Russia ha finito col deprimerne le quotazioni in Europa al minimo da 12 anni, proprio mentre risalivano le quotazioni del carbone. Contestualmente metalli e agricoltura vedevano crescere i pressi del 12 e del 9%.
Tutto ciò lascia ipotizzare che una ripresa dei corsi petroliferi avrà effetti rilevanti sull’indice generale delle commodity, che perciò merita di essere annoverato fra i sorvegliati speciali da parte degli osservatori. L’aria che tira, insomma, è quella di una ripresa di tutto il settore, con il petrolio a fare da apripista, anche in ragione del fatto che gli attuali prezzi rimettono sul mercato i produttori di shale oil, che i ribassi avevano fatto finire fuori mercato e a rischio fallimento.
Se l’aumento del corso del petrolio influenzerà positivamente la produzione, rimane tuttavia il fatto che la domanda, che nel 2015 aveva sfiorato 1,6 milioni di barili al giorno, è prevista debole per quest’anno e il prossimo, fra 1,2 e 1,3 milioni di barili al giorno. E questo apre la porta al rischio che sul mercato si ripeta il caso di sovrapproduzione che di sicuro ha contributo al calo dei prezzi dal 2014. Rimane da capire quale sarà il trend a prevalere, e di conseguenza l’effetto che gli andamenti petroliferi avranno sull’indice generale.
Gli investitori, tuttavia, potrebbero anche orientarsi altrove. Se il petrolio è visto in crescita fino a 50 dollari al barile l’anno prossimo, le altre commodity esibiscono un trend più incoraggiante. I metalli, già cresciuti del 12% da febbraio dopo i ribassi patiti a causa dell’inerzia industriale cinese, oggi sono visti in ascesa grazie ai programmi di stimolo varati negli ultimi mesi che dovrebbero dare ossigeno al settore delle costruzioni. Per il 2016 si prevede un calo dell’8%, rispetto alla crescita già osservata, che dovrebbe essere parzialmente recuperato nel 2017, quando si prevede una crescita del 2%. Meno ottimisticamente, i futures scommettono su un trend declinante.
Quanto al settore agricolo, il settore cibo ha visto una crescita dei prezzi del 7%. “I prezzi internazionali non hanno pienamente riflesso gli shock climatici fino a tempi recenti”, ma le condizioni climatiche avverse potrebbero influenzarle assai presto. Inoltre il Brasile, grande produttore di commodity alimentari (mais, carne, soia, caffé) ha subito una siccità prolungata. “Negli ultimi due anni – spiega il Fmi – altre regioni hanno fatto la differenza, ma lo stock globale di mais e soia ora è prevedibile che declini”. Il che non potrà che influenzare i prezzi. Al contrario “le scorte di frumento
dovrebbero aumentare grazie alla produzione favorevole di Stati Uniti, Unione Europea e Russia, spingendo i prezzi verso il basso”. La conseguenza di questi movimenti è che i prezzi del cibo sono previsti in crescita del 2% nel 2016 e da questo livello rimanere stabili anche l’anno prossimo. Ricordo che i prezzi attuali sono già superiori del 3% rispetto a quelli del 2015. “Nei prossimi due anni – aggiunge il Fmi – i prezzi dei maggiori prodotti alimentare, come il riso, sono previsti in lieve crescita dai livelli attuali”.
Insomma, pure senza troppa esuberanza, le commodity hanno iniziato la loro rivincita come asset sui quali puntare. State pur certi che qualcuno sta già facendo i conti.
Crusoe prende forma: ecco come sarà
Sono giornate molto convulse per noi di TheWalkingDebt, alle prese con il crowdfunding per Crusoe di cui abbiamo discusso nei giorni scorsi. La raccolta fondi sta procedendo, anche se con ragionevole lentezza, e abbiamo al momento 30 sottoscrittori, che ci piace chiamare fondatori. Abbiamo raccolto quasi il 20% della cifra e rimangono una ventina di giorni per completare la sottoscrizione. Quindi è il momento di partecipare, se volete darci una mano. Qui trovate il link per contribuire. Bastano anche cinque euro, quindi siate generosi.
Nel frattempo che ci pensate, abbiamo iniziato a dare forma a Crusoe e la settimana prossima presenteremo il primo numero zero, che in qualche modo codificherà la forma della newsletter. E’ un primo tentativo e il vostro contributo di idee e proposte servirà sicuramente ad affinare il prodotto e renderlo corrispondente alle vostre aspettative. Appena la newsletter sarà pronta, renderemo pubblico il link con un post su questo blog. Quindi chiunque lo desideri, potrà commentarlo e farci sapere cosa ne pensa. Ogni opinione verrà attentamente considerata.
Intanto, ecco cosa troverete nel primo numero zero. Il taglio della newsletter sarà molto legato all’attualità, quindi il primo pezzo sarà una ricognizione delle notizie della settimana che hanno attirato la nostra attenzione, con tutti i link per i doverosi approfondimenti a disposizione dei più curiosi. A seguire proporremo un pezzo di analisi su un argomento tematico scelto magari fra quelli meno presenti nelle cronache mainstrem. Poi ci saranno dei mini post, sempre con link, su quelle che chiamiamo le “notizie invisibili”, ossia cose che accadono che vengono più o meno ignorate nel dibattito pubblico. La carrellata verrà conclusa con una lettura consigliata, riferita a un libro o un documento ufficiale, che verrà brevemente presentata e fornita dei riferimenti on line per raggiungere i contenuti.
Infine, pubblicheremo una Chat. Questo prodotto, in particolare, è una novità che abbiamo immaginato proprio per Crusoe. Ci piace pensare che sia l’evoluzione social delle vecchie interviste. Si tratta della trascrizione “al naturale” di una chat che apriamo con un account twitter, scelto fra i più ficcanti della rete, che dura tutta una settimana, durante la quale vengono discusse le notizie e i fatti di interesse, e che viene riprodotta praticamente per esteso. Un modo per dare visibilità a chi dice cose interessanti, a prescindere da chi sia. E’ il nostro modo di fare giornalismo partecipativo. Non certo l’unico, ma il primo che abbiamo realizzato. I nostri sottoscrittori saranno ampiamente coinvolti in questo divertente gioco di conversazione e siamo certi che sarà molto interessante starli a sentire. Anche qui, non fate mancare i vostri commenti. Come sempre li pondereremo con estrema attenzione.
Per adesso è tutto. Al prossimo aggiornamento pubblicheremo il link del numero zero.
Grazie a chi ha contribuito e a tutti coloro che contribuiranno. Crusoe lo faremo insieme.
La deglobalizzazione non ferma il commercio estero tedesco
Infischiandosene bellamente del ciclo degli scambi internazionali avverso e dell’antipatia crescente nei confronti del proprio successo, il commercio estero tedesco raggiunge un altro record ad agosto, mostrandosi l’export in crescita di quasi il 10% rispetto ad agosto 2015. I dati pubblicati pochi giorni fa dall’istituto tedesco di statistica dicono anche altro.
In particolare, è degna di nota la circostanza che la crescita del commercio internazionale tedesco in agosto abbia riguardato sia l’export (+9,8%) che l’import (+5,3%). A livello aggregato, nei mesi da gennaio ad agosto l’export ha superato i 795 miliardi, a fronte dei 789,7 dello stesso periodo del 2015, +0,8%. L’import invece è cresciuto zero rispetto al periodo gennaio-agosto 2015. La Germania sta esportando di più, insomma, ma non così tanto di più.
Sul versante del conto corrente, il saldo attivo sul conto delle merci (gennaio-agosto 2016) è arrivato a 185,4 miliardi, 22,2 dei quali solo ad agosto, a fronte dei 172,2 del 2015, 16,9 dei quali ad agosto 2015. Rimane negativo il saldo dei servizi, più o meno al livello del 2015 (-20,2 mld nel gennaio-agosto 2016 e a fronte dei -20,4 del 2015), mentre risultano in crescita i redditi primari, che misurano il rendimento degli investimenti esteri tedeschi, da 32,7 mld a 36. Risultato, il surplus di conto corrente aumenta ancora: a 17,9 mld nell’agosto 2016 a fronte dei 14,4 di agosto 2015, cumulando 175,4 mld da gennaio 2016 a fronte dei 156,5 di gennaio-agosto 2015.
Infine, vale la pena osservare come sia mutata la geografia dei partner tedeschi. Rispetto ad agosto 2015, la crescita ad agosto 2016 è stata del 10% rispetto all’Ue, con una maggior crescita per i non euro (11,8%) rispetto ai partner dell’EZ. Se guardiamo all’aggregato gennaio-agosto, si approfondisce il solco fra la crescita dell’export dell’UE fuori dall’euro (+4,3% vs +1,6%), e si rileva un calo dell’1,8% nei confronti dei paesi terzi, ossia non europei.
La fortuna della Germania, insomma, è dipesa in questo 2016 più dall’Europa che dal resto del mondo. E forse, paradossalmente, questo è un altro segno della deglobalizzazione, non il contrario.
Il fallimento (demografico) della Germania
Il miglior argomento da opporre a coloro che reputano il calo della fertilità europea come conseguenza dell’incertezza economica è il caso tedesco. La Germania espone ovunque numeri da record: i suoi attivi esteri, che le provocano continui rampogni più o meno rancorosi, la sua disciplina fiscale che si estrinseca dell’attivo del bilancio pubblico, il suo mercato del lavoro, che migliora ogni anno i numeri. Questi successi, tuttavia, non servono a risolvere il problema principale dell’economia tedesca. Che non ha a che vedere col il settore tradable, le banche o qualche incipiente boom immobiliare, che pure si sospetta. Il problema dell’economia tedesca sono i tedeschi. O meglio: le donne tedesche che sembrano aver perduto la voglia di far figli.
In confronto ai vicini francesi, i tedeschi esibiscono un clamoroso fallimento. E persino rispetto a noi italiani che, scassati come siamo, manteniamo comunque un tasso di fertilità vicino a quello tedesco, sempre a dimostrazione del fatto che non è tutto economico ciò che conduce alla decisione di procreare.
Provare a comprendere le ragioni di questo fallimento è esercizio difficile, perché a fronte di teorie economiche incerte e statistiche opinabili, emergono pensieri che a rigore non dovrebbero entrare in un discorrere economico: la storia, lo spirito, la cultura di un popolo. E tuttavia è giocoforza rivolgervisi, visto che l’enigma del fallimento demografico tedesco risulta troppo complesso da decifrare affidandosi alle equazioni degli economisti.
Sicché, per provare a contornare il ragionamento, può essere utile fornire alcuni numeri d’insieme tratti dal sito di statistica tedesco. L’informazione più recente ricorda che nel II trimestre 2016 in Germania ci sono stati quasi 25 mila aborti, l’1,9% in più rispetto allo stesso periodo di un anno prima. Se allunghiamo la serie storica scopriamo alcune cose: la prima è che il fenomeno delle interruzioni di gravidanza è in calo dal 1996, quando ha raggiunto i 130.899 casi nell’anno e da lì è costantemente decresciuto fino a scendere sotto i 100 mila nel 2014 arrivando ai 99.237 del 2015. E tuttavia, pure se questa nascite fossero state portate a termine, ciò non sarebbe bastato a compensare il saldo negativo fra nascite e decessi, che nel 2014 è arrivato a 153.429 persone. Quell’anno sono nati 714.927 bambini, e le previsioni giudicano questo tasso di natalità sostanzialmente stabile fino al 2020. Dopodiché si prevede scenda fra le 500-550mila per il 2060.
Altrettanto interessante è osservare come sia cambiata la struttura della popolazione dal 1950 in poi. All’epoca gli under 20 erano il 30,4%, un altro 55% aveva fra i 20 e i 60 anni, la classe 60-80 pesava il 13,6% e gli ultraottantenni appena l’1%. La popolazione complessiva era di poco inferiore ai 70 milioni di abitanti. Il boom economico dei ’50-60, durante il quale il paese godette di poderosi tassi di crescita, cambiò relativamente il quadro. Nel 1970 gli under 20 erano ancora il 30% della popolazione, che aveva superato i 78 milioni, la classe più attiva dei 20-60enni pesava il 50%, il calo era dovuto alla diminuzione della coorte 40-60, ormai anziana, scesa di 6,2 punti. La classe 60-80, infatti, era aumentata quasi di cinque punti, arrivando già al 18%, mentre gli ultraottantenni erano raddoppiati: merito delle migliori condizioni di vita.
E’ proprio il 1970, tuttavia, a segnare uno spartiacque. La grande crescita della popolazione registrato nel ventennio del boom, si inceppò. All’apice del successo economico, la Germania smise di crescere demograficamente. Nel 1980 la popolazione era cresciuta di appena 300mila unità rispetto al 1970, e nel 1990 di appena un milione e mezzo. Ciò ha avuto effetti rilevanti sulla composizione della popolazione. Gli under 20, ancora al 30% nel 1970, divennero il 26,6 nel 1980 e il 21,7% nel 1990. La classe dei 20-60enni superò di nuovo il 50%, portandosi al 57 nel 1990, gli ultra60enni arrivarono al 16,6% nel 1990, con gli over 80 quasi di nuovo raddoppiati rispetto al 1970 con il 3,8% della popolazione.
Gli anni ’90 segnono una relativa inversione di tendenza. Alla fine del decennio la popolazione aveva superato gli 82 milioni abitanti, in crescita di circa 2,5 milioni dal 1990, gli under 20 diminuiscono ancora, i 20-60 rimangono stabili come insieme ma aumenta il peso relativo dei 40-60enni; i 60-80enni arrivano al 19,8% della popolazione, che sommato al 3,8% degli over 80 implica l’inversione generazionale tedesca: gli anziani sono più numerosi dei giovani.
La situazione si aggrava nel primo decennio del XXI secolo. La popolazione diminuisce di circa 500mila unità. Gli under 20 arrivano al 18,4%, i 60-80enni al 21% e gli ovvero 80 al 5,3%: in pratica più di un cittadino su quattro è ultra60enne. A fine 2015 la situazione è cambiata poco. Si registra un aumento della popolazione di circa 400mila unità, ma gli under 20 perdono un altro 0,1%, i 60-80enni guadagnano lo 0,6 e gli over 80 un altro 0,5: il 27,4% dei tedeschi ha più di 60 anni. I giovani sotto i 20 sono appena il 18,3%.
L’aumento del tasso di fertilità del quinquennio 2010-15, passato da 1,39 a 1,47, in sostanza, è servito a poco e si spiega in parte con l’aumento del numero delle donne dovuto all’immigrazione, visto che il tasso di fertilità è il rapporto del totale delle donne in età fertile, solitamente considerate nell’intervallo 15-50anni, sul numero dei nati. Al 31 dicembre 2015, infatti, in Germania c’erano 8,56 milioni di immigrati, quattro milioni dei quali di sesso femminile, che porta a 41 milioni il numero totale delle residenti. E’ ragionevole che immigrino donne in età fertile, piuttosto che il contrario, che finiscono col più che compensare l’uscita dall’età fertile di parte della popolazione femminile.
Una riflessione che può farsi osservando questi dati è che il pattern somiglia molto a quello di altri paesi, Giappone e Italia in testa. La Germania, in particolare, visse dai ’50 in poi, un periodo di grande effervescenza industriale che portò rapidamente il paese sulla soglie della piena occupazione, circostanza anche questa comune ad altri, che spinse le autorità a incoraggiare il ricorso sempre più massiccio al lavoro femminile. Questa piccola rivoluzione sociale, che la ricerca del benessere finì col favorire, era destinata a cambiare i costumi. Il dovere di produrre divenne l’imperativo categorico della ricca Germania occidentale. Probabilmente è qui la radice del problema.
L’idea che sia stato proprio il successo economico a provocare il fallimento demografico della Germania, e sostanzialmente dell’intera Europa e anche del Giappone, risulterà irritante a molti, ma merita di essere ponderata. Chi pensa che non si facciano figli perché i giovani sono precari e senza soldi, dovrebbe notare innanzitutto che i giovani sono pochi e poi interrogarsi sulle loro autentiche priorità. L’economia, se proprio a questo vogliamo ridurre il problema, può agire sulla demografia lungo due canali, quello dell’eccesso di ricchezza e quello della sua carenza. E’ poco saggio considerare l’influenza delle condizioni materiali sulla volontà di fare figli solo quando si giudichino insufficienti. Al contrario, un sostanziale benessere, e il dare a questo la priorità, può svolgere un effetto dissuasivo altrettanto potente. Ma a quanto pare facciamo fatica ad accettarlo.
(5/segue)
Il Def, Bankitalia e l’ottimismo disfunzionale del governo
Se il problema fosse che il governo italiano è troppo ottimista sul futuro della nostra economia, non sarebbe un problema. L’ottimismo del governo, al contrario, è o dovrebbe essere un viatico per rilanciare gli animal spirit imprenditoriali che nel nostro paese sono fin troppo addomesticati. Il problema invece è un altro: l’ottimismo del governo rischia di rivelarsi disfunzionale rispetto agli obiettivi che lo stesso governo si propone. Questo spiega la tendenza vagamente dilatoria nel rispetto dei nostri obiettivi di bilancio, ad esempio relativamente agli obblighi europei, che rischiano di essere letti come un semplice costume nazionale. Il che giova poco alla fiducia.
Per questa ragione, mentre leggevo la lunga audizione del direttore generale di Bankitalia in Parlamento, dove si discuteva del DEF, il documento economico e finanziario del governo, non era tanto la circostanza – che pure la stampa ha rilanciato in grande spolvero – che le previsioni del governo sulla crescita fossero giudicate ottimistiche che mi preoccupava, quanto il contesto generale, che dalla lettura appare vagamente sgradevole.
Comincio da un prima osservazione che conferma una sensazione ormai consolidata: “Non vi è più evidenza – dice Signorini – che la disponibilità di credito sia un ostacolo rilevante per le scelte di investimento; il credito alle imprese non cresce essenzialmente a causa della debolezza della domanda”. In realtà questa tendenza era osservabile già dal 2014, e il fatto che oggi sia una notizia ufficiale conferma che la radice dei problemi del paese è molto profonda. E’ interessante notare, ad esempio, che “l’andamento dei prestiti è migliore nelle imprese con più di 20 addetti e in quelle dei servizi; rimane negativo nel settore delle costruzioni”. Così come la circostanza, che per anni ha alimentato i nostri dibattiti, che “prosegue la riduzione dei tassi di interesse sui nuovi prestiti e si è ormai quasi annullato il differenziale nel costo medio del credito alle imprese tra Italia e area dell’euro”.
Quindi se l’offerta di credito non è più un problema (al netto almeno del fardello rappresentato dalle sofferenze bancarie), se i tassi sono ormai allineati alla media europea, allora è proprio nella costituzione psicologica del nostro tessuto produttivo che occorre ricercare la causa del problema. A dimostrazione di ciò, valga un’altra evidenza: “Nei tre mesi terminanti in agosto il credito al settore privato non finanziario ha ristagnato. Mentre crescono ancora i finanziamenti alle famiglie (1,4%) i prestiti alle società non finanziarie si sono contratti dell’1,2%”. Il credito sta arrivando alle famiglie, quindi, ma non alle imprese. Non perché non ci sia, ma perché non lo vogliono. La conseguenza è che la domanda interna, che aveva spinto il Pil nel primo trimestre, ha stagnato nel secondo, compensandosi appena il calo degli investimenti in macchinari e attrezzature con un aumento nella spesa per i mezzi di trasporto. Gli italiani hanno comprato più automobili.
Ma questo andamento, squisitamente congiunturale, contrasta con quello tendenziale. “Dall’avvio della ripresa, nel 2014 gli investimenti sono stati meno dinamici sia rispetto agli altri paesi dell’area dell’euro, sia rispetto a quello che normalmente si osserva nelle fasi di uscita da una recessione”, spiega Signorini. E questo principalmente perché gli imprenditori hanno scarsa fiducia sulle prospettive della domanda. Insomma, la congiuntura può anche essere positiva, ma il trend rimane avverso, vagamente depressivo.
Questa anomalia si osserva anche sul mercato del lavoro che, dice, “dà segnali nel complesso positivi”. Nel 2015, “grazie ai provvedimenti di decontribuzione”, l’occupazione è cresciuta più rapidamente del prodotto”. L’andamento è proseguito nella prima parte del 2016, quando hanno iniziato ad emergere segnali di rallentamento “presumibilmente anche in connessione con il ridimensionamento della decontribuzione”. In pratica l’economia si rianima dopo uno stimolo, ma non riesce a riavviarsi. E’ proprio questa caratteristica che rischia di rendere disfunzionale l’ottimismo del governo. La logica spendo per far ripartire l’economia, insomma, non arriva alla radice del problema. Con l’aggravante che peggiora lo stato dei conti pubblici, già in sofferenza per il deprimersi della crescita.
Sorvolo sulle divergenze di vedute sulle previsioni del Pil, già ampiamente illustrate dalla stampa. Più interessante valutare le conseguenze delle politiche del governo. Nell’insieme, spiega Signorini, “le misure previste per il 2017 comportano un aumento dell’indebitamento netto di quasi mezzo punto percentuale del PIL rispetto al suo valore tendenziale”. A fronte di questo aumento dovrebbero registrarsi aumenti di prodotto superiore, fino a 0,6 punti, la metà dei quali dovrebbero arrivare dal mancato aumento dell’Iva, e il resto dalle altre misure espansive. Stime che Bankitalia giudica con estrema prudenza. Inoltre “il governo ha chiesto al parlamento l’autorizzazione ad accrescere il disavanzo fino ad altri 0,4 punti” per finanziare le spese eccezionali, come quella per il terremoto. Ciò a fronte di una finanza pubblica che quest’anno ha vissuto su un crinale pericoloso, con, da un parte il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche in leggero miglioramento, così come il deficit, e, dall’altra, un peggioramento del disavanzo strutturale, previsto in aumento di mezzo punto rispetto al 2015. Ricordo che il disavanzo strutturale è una di quelle invenzioni che danno corpo al complesso strumentario dei vari fiscal compact europei.
Signorini spiega che la strana situazione per la quale a un deficit minore corrisponde un disavanzo strutturale maggiore dipende dalla migliore situazione congiunturale (ancora un volta) e dalla ulteriore diminuzione della spesa per interessi (0,2 punti di pil). La finanza pubblica italiana, insomma, sta in precario equilibrio sostanzialmente per ragioni esogene. E questo dovrebbe preoccuparci assai più delle diverse previsioni di crescita. “Per il 2016, secondo le regole di bilancio europee, il nostro Paese avrebbe dovuto realizzare un miglioramento del disavanzo strutturale pari a 0,5 punti percentuali del prodotto”, ricorda il Dg di Bankitalia. Le varie contrattazioni in sede europea hanno concesso alcuni decimali di flessibilità al governo, ma gli effetti sul rispetto delle regole europee non verrà valutato prima della primavera prossima. Abbiamo spuntato ancora qualche mese di tempo.
Sul versante del debito, il quadro è ancor più fosco. Ad aprile 2016 il Def aveva ipotizzato un calo del debito sul Pil di 0,3 punti. Nella nota di aggiornamento recente, tale miglioramento viene rimandato all’anno prossimo, allungando la sequela di rinvii di riduzione del debito che i vari governi italiani hanno collezionato negli anni. Il che non aiuta certo la fiducia. Rimane il fatto che nel 2016 il debito/pil, crescendo di altri 0,5 punti arriverà al 132,8%. E’ interessante osservare che 0,4 punti di questi 0,5 dipendono dalla minore crescita, che abbassa il denominatore. La parte restante dipende dai minori proventi da privatizzazioni. “Negli ultimi anni l’ammontare delle privatizzazioni effettivamente realizzato è stato quasi sempre inferiore ai programmi”, nota il banchiere. Il problema dell’ottimismo, quando non arriva a generare fiducia, è che rischia di scontrarsi con il realismo delle cifre. E in tal senso divenire disfunzionale. Diventare non credibile.
Se guardiamo, ad esempio, le previsioni per il prossimo triennio, vediamo che a legislazione vigente il governo conta di raggiungere l’agognato pareggio nominale nel 2019, pure considerando il peggioramento del deficit netto in tutti e tre gli anni, solo in parte compensato dalla ulteriore riduzione della spesa per interessi (0,1 punti). Poi il debito dovrebbe scendere dall’anno prossimo e arrivare al 126% del pil nel 2019.
Se guardiamo le stesse previsioni tenendo conto delle politiche programmate, Signorini sottolinea come “il governo ritenga che, data la situazione congiunturale, sia controproducente una correzione strutturale nel 2017”. E poi che “il governo intende evitare l’inasprimento delle imposte indirette disposto dalla legge di stabilità per il 2015 e compensarne solo in parte gli effetti, con interventi di contrasto all’evasione e all’elusione fiscale e di revisione della spesa”. Lotta all’evasione e spending review come panacea delle correzioni. C’è tutta una letteratura economica nel nostro paese su questi temi. E il fatto che si scriva un altro capitolo di questo libro monumentale non giova all’entusiasmo.
Non è certo casuale la sottolineatura che “per il 2017 il governo annuncia ulteriori interventi in materia previdenziale e di sostegno degli investimenti pubblici e privati”, così come la circostanza che “la Nota non riporta indicazioni specifiche relative ai principali ambiti di intervento della manovra di finanza pubblica per il prossimo triennio e agli effetti finanziari attesi in termini di entrata e di spesa”. In compenso, lo abbiamo già visto, il governo ha chiesto al parlamento di poter fare più deficit in caso di “eventi eccezionali”. In ogni caso, il governo prevede il pareggio per il 2019 e il calo del debito, riconoscendo tuttavia che quest’anno e il prossimo l’Italia non rispetterà la regola europea del debito, mentre dovrebbe accadere sempre per il 2019. Tutto sta a crederci.
Il problema del Def, in fondo, è tutto qua. Tratta di previsioni che in gran parte si costruiscono sulla fiducia. E a novembre, qualdo l’Ue dovrà dare una valutazione, vedremo se la Commissione Ue ne avrà per il governo italiano. E soprattutto se ne avranno gli italiani, che in fondo sono gli artefici della loro crescita. Fra dire e fare (DeF) c’è di mezzo il DeF (documento di economia e finanza).
Contrordine: lo shadow banking fa bene al mercato
Per quanto ormai avvezzo ai continui cambi di fronte di chi prima diceva una cosa e poi arriva a sostenere il suo contrario, leggo un filo divertito il capitolo dell’ultimo Global finance stability report del Fmi, dove si discorre del potente emergere della finanza non bancaria, nei mercati internazionali, e del suo rapporto con le politiche monetarie, che in qualche modo hanno favorito e in qualche altro se ne giovano adesso. E scopro così che la finanza non bancaria, che contribuisce a quello che con dizione assai meno rassicurante si chiama shadow banking, oggi è divenuto addirittura un fattore di stabilità.
Mi dico che non devo stupirmi e che in fondo solo i morti non cambiano idea. E così m’immergo nella lettura del documento che esordisce ricordando come “la struttura dei mercati finanziari sia cambiata considerevolmente” a causa dell’innovazione finanziaria e, soprattutto, dell’indebolirsi dei bilanci bancari che, unito con l’irrigidimento della regolazione finanziaria, ha supportato “un forte spostamento dai prestiti bancari all’emissione di bond”. In sostanza, i debiti si fanno sempre più sul mercato dei capitali e sempre meno con le banche.
Tale evoluzione ha portato gli osservatori a farsi una semplice domanda: questo cambiamento ha reso meno efficace la politica monetaria della banca centrale? Quest’ultima, è bene ricordarlo, in teoria muove tassi a breve e riserve bancarie per trasmettere i suoi indirizzi al sistema finanziario. Ma se le banche sono sempre più “distaccate” dal circuito, ciò vuol dire che le BC hanno meno possibilità di agire?
Questa domanda vi parrà oziosa, ma in realtà ha perfettamente senso in un mondo che si interroga sempre più sulle possibilità che sono rimaste alle banche centrali per provare a stimolare l’economia, o almeno riportarla a un’inflazione sostenibile.
Perciò la domanda del Fmi è tutt’altro che oziosa. Si tratta nientemeno che di capire da dove passi – ammesso che passi altrove – la politica monetaria. E quale possa essere il contributo dello shadow banking all’intonazione dei mercati finanziari.
Gli appassionati della materia faranno bene a leggere l’analisi integrale. Qui, per non rubarvi troppo tempo, mi limito al risultato più evidente. Ossia che “la crescente importanza delle “non banche” nell’intermediazione finanziaria ha rafforzato trasmissione della politica monetaria negli ultimi 15 anni”. Addirittura, “la potenza della politica monetaria sembra essere aumentati in vari paesi e sembra essere, in media, più forte nei paesi con settori finanziari non bancari più grandi”. La conseguenza è che “gli effetti della politica monetaria sulla stabilità finanziaria stanno diventando più importanti” proprio in ragione del prepotente emergere di queste entità non bancarie. Che perciò devono essere considerate dai policy maker, ricordando il fatto che possono essere ottimi alleati per la politica monetaria e quindi la stabilità.
Sicché la questione diventa non tanto temerle, quanto conoscerle, queste entità. Lo shadow banking ormai è troppo grande per essere ignorato e altrettanto misterioso. Perciò il Fmi auspica che si colmi il gap di dati che ancora affligge questo settore. Ma nel frattempo un risultato è stato raggiunto. Lo shadow banking non fa più paura. Ora fa bene.
La versione di Weidmann sul futuro dell’EZ
Poiché è sempre la Germania l’oggetto dell’attenzione di tanti, che ora ammirano il suo innegabile successo economico, ora lo stigmatizzano per gli eccessi dei suoi surplus o per il modo in cui il paese l’ha conquistato, vale la pena leggere le riflessioni di un illustre tedesco che ha la ventura di governare la Bundesbank, ossia l’azionista di maggioranza della Bce che rappresenta al contempo una sorta di ortodossia monetaria che di recente proprio con le pratiche della Bce è andata in urto.
La versione di Weidmann, in tal senso, diventa vieppiù interessante da conoscere quando si riferisca, come è stato di recente, al futuro dell’Unione monetaria europea che i tanti tormenti seguiti alla crisi fa apparire a dir poco complicato, sempre sul crinale di un’improvvisa evoluzione, che può significare – letteralmente – vita o morte per l’imponente costruzione istituzionale edificata negli ultimi sessant’anni.
Mi sorbisco perciò curioso le riflessioni di Weidmann, contenute in uno speech (Aspiration and reality – the situation in the European monetary union) che il presidente della Buba ha tenuto il 15 settembre scorso a Karlsruhe e come sempre mi stupisco del tono, a metà fra l’accademico e il bibliofilo. E poi della scelta delle citazioni: prima Aristotele e poi Mark Twain, quando disse, commentando un necrologio celebrante il suo decesso, che la notizie circa la sua morte erano esagerate. Ovviamente l’annuncio del decesso è riferito all’eurozona, che molti danno (o si augurano) in fase terminale.
Ma anche qui, serve ricordare un po’ di storia. Citando Jean Monnet, Weidmann distingue due visioni che hanno finora guidato il processo dell’unificazione europea. Quella, di cui Monnet fu un grande sostenitore, e che passava dall’economia per arrivare alla politica – si cominciò dalla CECA e si finì con l’euro – e per la quale le crisi sono un fattore di accelerazione, che viene chiamata “La teoria della locomotiva”, e quella che vede nella Buba una decisa sostenitrice, cosiddetta “Teoria dell’incoronazione” (coronation theory), secondo la quale sarebbe stato opportuno che l’unificazione monetaria arrivasse alla fine del processo di integrazione europea. Il timore era che senza la seconda, la prima sarebbe stata condannata a vivere sempre sul crinale della crisi, e non si può dire che le cronache degli ultimi anni non confermino tale timore.
Ciò che in comune hanno i sostenitori di queste due diverse strategie è che l’Europa disunita non può farcela in un mondo dove, negli anni ’50 come oggi, agiscono grossi player internazionali. E su questo consenso che potremmo chiamare geopolitico, se ne aggiunge un altro, ossia che l’Europa debba essere un luogo di prosperità, convergenza e integrazione. “Numerosi studi – osserva – sono giunti alla conclusione che il mercato unico ha condotto a una maggiore prosperità in Europa”, con ciò volendo dire che l’Unione funziona, ma che adesso è il momento di ripensare il metodo.
Insomma: sui fini sono tutti d’accordo – e stendiamo per adesso un velo su quanto non lo sono – la divergenza è sulle modalità. Il metodo Monnet, chiamiamolo così, viene oggi seriamente questionato e ciò offre a Weidmann la possibilità di esplorare i principi sulla base dei quali l’Unione dovrebbe proseguire il suo cammino, specie adesso che l’addio dell’UK al progetto Ue mette a dura prova la determinazione dei partner a proseguire. E per questo occorre discutere dei principi che dovrebbero animare l’azione comune.
Il primo di questi principi, assai caro a Weidmann e alla tradizione ordoliberale che il governatore della Buba cita espressamente, è il principio della responsabilità. In sostanza il rifiuto di “socializzare le perdite e privatizzare i guadagni“, che negli anni ha condotto a costosissimi bail out di banche in odore di fallimento a spese dei contribuenti. “Chi beneficia del mercato deve anche farsi carico delle perdite”, dice citando Walter Eucken. Ben sapendo che non basta fare le regole – e le cronache sull’applicazione del bail in nel nostro paese sono lì a mostrarlo – ma bisogna pure applicarle. “Se gli attori economici non tengono in conto di doversi far carico delle perdite assumeranno più rischi, che è ciò che ha portato alle ultime crisi finanziarie”, dice il governatore tedesco.
Sulla base di questo principio, vagamente inattuale, si può iniziare a ragionare sul modo per migliorare l’Unione monetaria cominciando dalla constatazione che la costruzione dell’EZ “è unica nel mondo”. Nel bene e nel male. E questa è la ragione della sua vulnerabilità. La sua unicità, ad esempio, si estrinseca nel regime fiscale che rimane di gestione nazionale mentre il coordinamento europeo si riduce a tutta la burocrazia dei vari fiscal compact che produce solo moniti e sfiancanti dibattiti fra i governi e Bruxelles che noi italiani conosciamo bene. “Perché – si chiede Weidmann – non abbiamo scelto il cammino intrapreso da altre aree valutarie come gli Usa o il Canada trasferendo il livello economico e fiscale a livello europeo?”.
Bisognerebbe scomodare la storia per rispondere a questa domanda. Oppure scegliere la risposta più facile, che ha il pregio di aderire ai fatti: gli stati europei semplicemente non vogliono. “Ultimamente Berlino, Parigi e Roma hanno deciso di decidere autonomamente le loro scelte economiche e fiscali invece di prendere queste decisioni insieme a Bruxelles”, dice il banchiere. Ciò in quanto “una politica comune è differente da un mercato comune”. Ed ecco la critica più velenosa alla visione della “Locomotiva”. Aggregare partendo dall’acciaio e dal carbone per finire con l’euro e l’unione bancaria, e adesso pure con l’integrazione del sistema dei pagamenti non basta a dedurne che gli stati, quando poi si tratta di decidere delle tasse e di come spenderle, si facciano “consigliare” da Bruxelles.
Sicché ci troviamo nella situazione, assai difficile da mutare, in cui una politica monetaria comune, e persino un mercato comune, sono associati a una politica fiscale nazionale, appena temperata da norme di coordinamento di cui si infischiano tutti. Mutuando Woody Allen, anche lui citato nello speech, è come se con il matrimonio dell’unione monetaria gli stati europei abbiano tentato di trovare soluzione a problemi che erano incapaci di risolvere da soli.
Questa sorta di rompicapo merita di essere risolto. Weidmann, come tanti, è convinto che l’UE abbia meritato il premio Nobel per la pace nel 2012. Ma è sul come continuare a meritarselo che si consumano le differenze. I teorici della “Locomotiva” suggeriscono che si debba procedere integrando economia e fisco come si è fatto con la moneta. “Ma ci troviamo di fronte allo stesso stop affrontato dagli architetti dell’unione monetaria quando fu fondata: gli stati membri non vogliono rinunciare alla loro sovranità”.
L’alternativa, non essendoci il clima giusto per firmare nuovi trattati, è di applicare quelli che già esistono. Quello che Weidmann chiama “l’approccio decentralizzato”. Che significa? In pratica impedire che i guai di uno stato si riverberino sull’intera unione. Il che somiglia poco alla buona e cattiva sorte che dovrebbe essere alla base dei matrimoni, ma tant’è: noi europei per i matrimoni, evidentemente, non siamo portati. Fuor di metafora, “deve essere possibile in futuro che uno stato pesantemente indebitato possa fallire come soluzione di ultima istanza senza che ciò metta in ginocchio il sistema finanziario e costringere la comunità a un salvataggio”.
“Questa opzione – prosegue – è auspicabile significhi che i mercati dei capitali esercitino la loro disciplina nei confronti della politica fiscale, in modo che per un governo non sia mai necessario fare default”. E questo implica, ad esempio, tagliare il nodo fra debito sovrano e banche residenti, che in fondo è una forma surrentizia di bail out strisciante dello stato da parte del sistema bancario, e che ci riporta al principio fondamentale: quello della responsabilità.
La logica che vale per la politica fiscale, ovviamente, vale anche per la politica monetaria. Anche su questo versante le riflessioni di Weidmann sono coerenti con la sua weltanschauung. La stabilità monetaria consente a un investitore di calcolare correttamente i suoi ritorni sugli investimenti e per questo deve essere perseguita ad ogni costo: dà ordine alle aspettative e quindi agli investimenti. La Bce ha il problema che in questi ultimi anni, e malgrado i cospicui sforzi, non sta centrando il suo impegno di tenere l’inflazione vicina al 2%. “L’inflazione core, quindi al netto della componente petrolio, è ancora intorno all’1%”, dice Weidmann. Ed è solo questo che legittima agli occhi del governatore della Buba il perseguire le attuali politiche monetarie. “Ma non è un segreto che le misure di policy possano produrre più degli effetti desiderati: comportano anche rischi e effetti non previsti”.
Fra questi, oltre alle banche – Weidmann è tutt’altro che tenero con le banche tedesche – c’è anche quello che gli stati si abituino a una banca centrale che copra i loro debiti. Insomma, si indebolisce l’incentivo alla responsabilità individuale che l’attuale framework dei trattati assegna ai singoli stati. “Dobbiamo evitare – sottolinea – di gettare l’Eurosistema nell’acqua”.
Aldilà dei tecnicismi, che Weidmann non lesina, il succo del suo pensiero è molto semplice. Non potendo , al momento, l’eurozona contrattare un nuovo stare insieme, deve usare al meglio ciò che c’è, fino alle sue conseguenze estreme. Ciò allo scopo di ricordare ai politici la promessa che fu fatta al momento dell’introduzione dell’euro, ossia “che sarebbe stato stabile come il marco e che l’unione monetaria sarebbe stata stabile”. “Ricordare le promesse ed essere affidabili e credibili è una precondizione centrale per riguadagnare la fiducia politica nell’Europa”. Insomma, i nostri coniugi devono imparare a camminare con le proprie gambe se vogliono che il matrimonio funzioni. Non sarà poetica, questa visione, ma non è richiesto a un banchiere di essere lirico. Diverso è dire che piaccia.
