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Le metamorfosi dell’economia: Ringraziamenti

Ci siamo intrattenuti per trenta settimane immaginando di raccontare le metamorfosi dell’economia. E’ stato il primo esperimento, per me, di libro scritto e pubblicato a puntate senza che ogni settimana avessi idea di cosa sarebbe uscito la prossima. Una gran fatica. Ma anche una cosa molto bella da vivere insieme a voi. Sapere che ogni mercoledì avevamo un appuntamento, che io vi avevo dato e che quindi dovevo onorare, è stato un potente stimolo alla ricerca. Sono contento di aver rispettato l’impegno, a dimostrazione del mio rispetto per voi che leggete.

E’ stata anche una cosa molto ottocentesca, se ci pensate. A quel tempo era prassi comune pubblicare a puntate su giornali e riviste sterminati feuilleton che fecero la fortuna della letteratura di quel periodo. E in fondo recuperare, innovandoli, alcuni buoni pensieri dei vecchi tempi è stato lo spirito che ha animato tutto il lavoro di scrittura.

Il libro non ha grandi ambizioni. Non sogna di diventare grande. L’ho scritto pensando di volere trascorrere con voi queste lunghe settimane che ci hanno portato verso l’estate e la fine della quarta stagione del blog, discorrendo di ciò che più ci sta a cuore: ossia il nostro comune benessere. L’economia, come ho più volte detto su queste pagine, è solo un pretesto per ricordare l’elementare verità che appartiene alla saggezza popolare: l’unione fa la forza. E quindi la nostra forza di persone e poi di cittadini dipende dal tipo di comunità che possiamo pensare di costruire insieme. Ma per riuscirci dobbiamo condividere i nostri pensieri, dai quali si originano le nostre azioni. Una qualunque comunità non può esistere se non si condividono alcuni pensieri. Quelli che una volta si chiamavano valori.

Questo libro perciò, perciò, voleva solo essere un tentativo di condividere pensieri per vedere se sono capaci di creare uno spirito comune. Cercare compagni di excursus, o, quantomeno, lettori privi di pregiudizi. E dalle interazioni e le valutazioni che ho ricevuto nel frattempo si può dire che la fatica – ossia il mio tempo – sia stata ben spesa. Ci siamo intrattenuti piacevolmente, e spero anche creativamente. Abbiamo ragionato di cose delle quali in questi tempi di devastazione econometrica non si parla più quando si discorre di economia, ossia il valore del tempo – che è la nostra vita – della possibilità di farne l’autentica misura del valore, della possibilità di riconciliare ozio e negozio, di creare isole di libertà fra i Moloch delle istituzioni che, rigide e incapaci, ci stanno conducendo verso una sostanziale spersonalizzazione in cambio di un’illusione di ricchezza che alimenta un benessere malvivente. Ciò al fine di superare consuetudini ormai insostenibili e instaurare un nuovo rapporto col lavoro, ossia ciò che ci dà da vivere.

Il mio primo ringraziamento, quindi, è per tutti coloro che hanno contribuito ad animare il viaggio: chi ha commentato, chi ha condiviso i capitoli che gli sono piaciuti di più e chi è diventato un habitué dei rendez vous del mercoledì. Ringrazio particolarmente Leonardo Baggiani (@LBaggiani) che si è offerto di rileggere l’intero manoscritto per offrirmi suggerimenti e critiche, perché magari il libro, che non vuol diventar grande, possa trovare nel giardino della sua infanzia un editore incosciente abbastanza da pubblicarlo. Nel caso ve lo farò sapere, ma non ci contate troppo. Tutto ciò che viaggia fuori le righe difficilmente viene impaginato.

Il secondo ringraziamento è in realtà il riconoscimento dell’enorme debito che ho accumulato nei confronti dei tanti pensatori – alcuni sono citati nel libro, la gran parte vive nella filigrana della mia memoria – il cui lavoro ha consentito a me di fare il mio. Ogni libro, in fondo, non è che una raccolta di glosse al grande libro della storia, e questo non fa eccezione. Questo debito è destinato a non esser mai ripagato, ma è un debito sano. Un debito che genera libertà, non schiavitù.

Il terzo ringraziamento è per la mia famiglia, vittima dei miei sproloqui e delle mie assenze. Anche questo debito è destinato a non esser ripagato, ma è altrettanto sano: genera gioia, non dolore.

Infine, una notazione sul futuro. Le Metamorfosi dell’economia concludono in qualche modo quella che voleva essere una riflessione filosofica sull’economia. Adesso il prossimo lavoro, parecchio più ambizioso, avrà un taglio storico. Si tratterà di una ricognizione molto documentata sull’ultimo secolo della nostra economia. Vi aggiornerò su tempi e modalità di pubblicazione.

A tutti coloro che sceglieranno di far con me questo nuovo viaggio dedico il mio ultimo grazie.

A presto.

(30/fine)

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Il vento della crisi riporta gli Emergenti agli anni ’90

Due cose in particolare attirano la mia attenzione mentre leggo un lungo articolo che ho trovato su un articolo che un bollettino economico della Bce dedica alla crisi degli Emergenti. La prima è già nelle premesse. “Le EME – scrive la Bce – continuano a essere soggette a rischi avversi. Un ulteriore rallentamento generalizzato e pronunciato nelle EME potrebbe avere un notevole impatto negativo sulle prospettive dell’economia mondiale”.

La seconda la trovo a metà dell’articolo, quando, nell’analizzare rischi e vulnerabilità di questi paesi, la Bce presenta una serie di grafici che paragonano lo stato dei conti di alcune di queste economie con quello che esibivano negli anni ’90, decennio funestato dalle crisi dei paesi in via di sviluppo (all’epoca si chiamavano ancora così). E allora mi sorge il sospetto che la situazione possa essere peggiore di quanto si immagini. Evocare i disastri degli anni ’90 mi sembra il miglior viatico per renderli di nuovo possibile. Tanto più in un contesto di grande pessimismo.

E tuttavia i numeri parlano chiaro. Se guardiamo ad esempio il dato dei saldi di conto corrente, si può osservare che il Brasile del ’98 sta allo stesso livello di deficit del Brasile 2015 intorno al -4% e l’Indonesia si trova in uno stato simile. Il Messico del ’94, che aveva un deficit corrente di quasi il 6% stava sicuramente peggio del Messico 2015, che ne esibisce uno al 2%. E potremmo persino rassicurarci osservando la Thailandia, che ha un surplus corrente del 6% a fronte del deficit dell’8% del ’97.

E tuttavia se cambiamo voce, osserviamo che lo stesso paese negli anni ’90 aveva un surplus fiscale di oltre il 2%, che servì molto poco quando scoppiò la crisi estera, a fronte del deficit dell’1% di oggi. La vera differenza è che oggi la Thailandia ha più riserve, calcolate in circa 2 volte il debito estero, mentre nel ’97 erano inferiori. Ma le riserve, si sa, in caso di crisi si bruciano rapidamente.

E’ proprio l’ammontare di debito estero è la cosa che dovrebbe preoccupare di più, atteso che molto di questo debito è denominato in valuta straniera e quindi assai sensibile al clima internazionale. Vale la pena perciò osservare che la Malesia ha un debito estero superiore al 60% del Pil, addirittura più di quanto ne aveva la Thailandia nel ’97, quando ci fu la crisi e quasi il doppio di quanto ne avesse nel ’97. La Turchia è arrivata al 50%, assai più dell’Indonesia del ’97. Il Brasile sta più o meno al livello del ’97, e la Corea del Sud più di quanto ne avesse allora.

Questa rapida ricognizione motiva più che ragionevolmente i timori della Bce e dei tanti osservatori che in questi mesi tormentati hanno reagito alla crisi degli emergenti portando via i soldi e finendo di conseguenza con l’aggravare la loro crisi. Per fortuna, “rispetto ai periodi precedenti le crisi del passato, molte EME appaiono oggi
in condizione di resistere meglio agli shock esterni”, osserva la banca centrale. Il che dipende sostanzialmente dall’accumulo di riserve che hanno raccolto nel passato decennio. Ma “ciò nonostante, l’aumento del debito estero osservato negli ultimi anni (in particolare come conseguenza dell’indebitamento in dollari USA) potrebbe rendere le EME vulnerabili di fronte a un protratto deterioramento delle condizioni finanziarie internazionali”.

Si parla di uno stock di debito estero che somma nel complesso 5.000 miliardi dollari, in decisa crescita dai 3 trilioni del 2010. Un debito che corrisponde in gran parte ad esposizione bancaria, ma al contempo si alimenta delle notevoli emissioni obbligazionarie che le imprese non finanziarie hanno generato tramite le proprie affiliate estere. “Alla luce di ciò, il deprezzamento delle monete delle EME, anziché favorire un assorbimento degli shock, potrebbe esacerbare le fragilità di bilancio, rappresentando un fattore di rischio per le prospettive dell’economia nazionale”.

Dulcis in fundo, “sono cresciuti gli squilibri interni e in alcuni paesi si è ridotto lo spazio di manovra delle politiche”. In particolare, “con l’aumentare dei finanziamenti denominati in valuta estera, il credito interno ha conosciuto un’espansione significativa. Il debito aggregato delle amministrazioni pubbliche, delle famiglie e delle imprese delle EME è cresciuto di circa 50 punti percentuali di PIL da fine 2007, in gran parte per effetto dell’incremento del credito al settore delle società non finanziarie”. E, giusto per la cronaca, “l’aumento maggiore si è avuto in Cina“.

Al netto degli scongiuri e delle somiglianze con gli anni ’90, rimane un dato di fatto: “Le EME sono un’importante fonte di domanda estera per l’area dell’euro”. La quota di esportazioni nominali europee verso questa zona si è stabilizzata intorno al 15% del totale e “all’interno dell’area, vari paesi presentano ampie esposizioni (vedi grafico) verso la Russia”.

Incidentalmente, anche l’Italia, che è esposta in media per il 15% del suo export verso questi paesi. La Germania, che sfiora il 20%, esibisce l’esposizione commerciale maggiore verso la Cina. E questo spiega perché “un’ulteriore moderazione dell’attività
economica nelle EME inciderebbe sulla domanda esterna e sul prodotto dell’area dell’euro”. Perché i paesi emergenti rischieranno pure di bissare il disastro degli anni ’90. Noi però di seguire a ruota.

I successi del QE: I debiti americani tornano al livello del 2008

Chi volesse la prova dell’efficacia delle politiche monetaria statunitensi, dovrebbe dare un’occhiata all’ultimo quaterly report rilasciato dalla Fed che monitora l’andamento dei debiti delle famiglie americane. Basta un semplice dato: Il debito aggregato è cresciuto ancora nel primo quarto del 2016, raggiungendo la rispettabile cifra di 12,25 trilioni di dollari, l’1,1% in più dell’ultima quarto 2015. Siamo ancora sotto il picco del 2008 (12,68 trilioni), ossia dell’epoca che ha preceduto la crisi, ma appena di un misero 3,3%: nulla che non si possa recuperare entro un paio di trimestri. Il che dimostra senza ombra di dubbio che il QE ha funzionato esemplarmente. Se almeno lo scopo era quello di far aumentare i debiti.

Oltre all’andamento crescente dell’indebitamento delle famiglie americane, che si può vedere qui, è interessante osservare anche come sia composta questa montagna trilionaria. A tal fine si può osservare quest’altro grafico che monitora i diversi settori familiari.

La prima cosa che si nota è la notevole crescita del debito studentesco, che non sorprenderà chi si occupa di queste faccende ma che è utile ricordare. Ormai i debiti dei giovani studenti hanno raggiunto il 10% del totale, quindi si parla di oltre 1.200 miliardi di dollari, persino superiori al 9% dei prestiti per le automobili. La massa debitoria collegata ai mutui quota il 68% del totale, poco inferiore al livello del 2008. Nel dettaglio, i debiti per mutui sono arrivati a 8,37 trilioni, 120 miliardi in più rispetto all’ultimo quarto 2015.

Un’altra informazione utile da osservare è il tasso di delinquency, che la Fed giudica migliorato. In percentuale, al 31 marzo 2016 il 5% della massa debitoria era in ritardo sui pagamenti, quindi parliamo di circa 613 miliardi, 436 dei quali erano in condizioni critiche: vuol dire che il ritardo aveva raggiunto i 90 giorni.

Se guardiamo al dato di delinquency riferito agli studenti, scopriamo che l’11% dell’aggregato, che vale 1,26 trilioni ed è ancora cresciuto nel primo quarto 2016, era in questa condizione, con ritardi pari o superiori ai 90 giorni, migliorato di uno 0,5% rispetto all’ultimo quarto 2015. In sostanza le “sofferenze” degli studenti Usa sono più del doppio della media. C’è poco da stupirsi: l‘odissea economica dei Millennials Usa è un altro meraviglioso regalo dei tempi del QE.

Bitcoin for dummies: Il dilemma delle banche centrali

Se le banche commerciali iniziano a farsi due conti, cercando di trasformare la minaccia potenziale dell’evoluzione Bitcoin in un’opportunità di business, le banche centrali, che sovrintendono al sistema dei pagamenti, ormai da tempo osservano con preoccupato interesse lo sviluppo di questa tecnologia. Boe e Bce negli ultimi anni hanno prodotto diversi paper per spiegare e valutare gli impatti della moneta virtuale sul sistema finanziario e più di recente, sempre la Bce, ne ha prodotto un altro che prende in esame l’impatto potenziale di bitcoin su un segmento della loro attività, ossia il post trading di securities. Ciò nella consapevolezza che “le blockchain e le altre Ditributed ledegr technologies (DLTs) possono essere la fonte di un’imminente rivoluzione”. E poiché non è detto che le rivoluzioni siano sempre una buona cosa, gli analisti della Bce hanno prodotto una trentina di pagine per spiegare i perché e i percome, riferendosi al mercato europeo del post trade, ossia ciò che accade ai titoli nella fase finale della loro negoziazione.

Tema delicato, che già nell’abstract induce gli estensori a una prima considerazione: “Indipendentemente dalla tecnologia utilizzata e dagli attori di mercato coinvolti, alcuni processi che caratterizzano il mercato post-negoziazione per i titoli avranno ancora bisogno di essere eseguiti da istituzioni”. Insomma, “l’anarchico mondo” che ha dato origine all’ideazione della blockchain, spiega la banca centrale, lascia ancora un ampio spazio di intervento per le istituzioni consolidate che, pare di capire, hanno da giocare nella difficile partita per la leadership dei mercati, il peso della loro autorevolezza e dell’esperienza consolidata, che dovrebbe servire a dare stabilità e sicurezza agli operatori.

Ciò non vuol dire che non ci siano spazi per un’applicazione intelligente – ossia regolata da loro – di questa tecnologia. “La DLT – spiega la Bce – può stimolare una riorganizzazione dei mercati finanziari, riducendo i costi di riconciliazione, rendere evidente in tempo reale la catena del valore del post trade e, infine, consentire un uso più efficiente dei collaterali  e del capitale”. Ciò però a patto di ricordare che “le DLT sono ancora nella fase iniziale” e che non è ancora chiaro quale possa essere l’impatto di questa tecnologia sui mercati.

Già da queste battute iniziali, tuttavia, si può intravedere il dilemma nel quale si agitano le banche centrali. Da una parte subiscono questa tecnologia. Dall’altra devono cercare di governarla, prendendo le opportunità che questa tecnologia offre – ad esempio nel caso europeo si ipotizza che potrebbe contribuire a superare la frammentazione che ancora insiste nel mercato post trading – rimanendo però al centro del sistema. “E’ vero che la DLT ha delle potenzialità, e, al tempo stesso, che l’innovazione è benvenuta nel mercato post-trading europeo: ovunque si può portare maggior sicurezza ed efficienza”.

Ma il retro pensiero evidente è che questa potenziale rivoluzione debba essere assimilata e convertita in un evoluzione che includa l’esistente, senza spiazzarlo. “E’ più probabile che la DLT causi un graduale cambiamento nei processi piuttosto che una rivoluzione”, concludono. In questo le banche centrali somigliano a quelle commerciali. E non dovrebbe stupirci.

(14/segue)

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Il risparmio previdenziale europeo servirà a farci somigliare agli Usa

Il piano della Commissione Europea di arrivare nel tempo di pochi anni a una completa unione del mercato dei capitali (CMU) trova nel risparmio previdenziale uno degli strumenti attraverso i quali allargare la base alla quale attingere per le esigenze di finanziamento dell’economia. Nel paper di aprile scorso, che contiene un focus proprio sull’impatto della Cmu sulla finanza europea, viene sponsorizzata l’idea che “i fondi pensione possano diventare una più ampia e importante fonte di finanziamento a lungo termine per l’economia, favorendo lo sviluppo del mercato dei capitali nell’Ue”.

Per motivare questa affermazione gli economisti provano a rispondere alla domanda se “i fondi pensione e le riserve delle pensioni pubbliche possono spiegare la differenza di taglia dei mercato dei capitali fra i singoli paesi”, vale a dire “se i fondi pensione e le riserve delle pensioni pubbliche hanno un impatto sullo sviluppo del mercato dei capitali”. Il retropensiero, pare di capire, è che i circa dieci trilioni che i fondi pensioni gestiscono insieme alle assicurazioni possano diventare il carburante capace di condurre a quella tanto ambita quanto difficile transumanza dal mondo bancocentrico, ove ancora abita l’economia europea, a quello del mercato dei capitali quale fonte primaria di finanziamento per le imprese, ricalcando sostanzialmente quanto avviene nel mercato statunitense. Obiettivo, vale ricordarlo, che sta nella parte alta dell’agenda dei regolatori europei.

Teoricamente fondi pensioni e assicurazioni – i cosiddetti investitori istituzionali – hanno le carte in regola per candidarsi a questo ruolo di “attivatori” di finanziamenti, anche perché in parte lo fanno già. Queste entità investono in diverse classi di asset: dal mercato obbligazionari, all’equity, al mercato immobiliare fino agli organismi di investimento collettivo (Undertakings for the Collective Investment in Transferable
Securities, UCITS). Poiché solitamente questi organismi investono sul lungo termine, sono di fatto gli interlocutori ideali per progetti che garantiscono ritorni certi e stabili, anche se bassi, rispetto a quelli più rischiosi e quindi più remunerativi. Sono (o potrebbero essere) perciò degli stabilizzatori di un sistema potenzialmente instabile.

Aldilà della teoria, tuttavia, ci sono le questioni pratiche con le quali bisogna fare i conti. La prima è che la distribuzione delle risorse di questi potenziali investitori è estramamente diseguale fra i paesi europei, come si può vedere da questa tabella estratta dallo studio.  Alcuni paesi, come la Danimarca, la Finlandia, l’Olanda o il Regno Unito, esibiscono un vasto mercato per i fondi pensione privati. Quelli pubblici sono ancora più ridotti.

Il paragone con gli Usa è scoraggiante. Laggiù i fondi pensione privati hanno asset per il 73,8% del Pil, quelli pubblici pari al 16,5%. E ciò lascia ipotizzare che il maggior sviluppo dei mercati di capitale americano trovi nella maggior dotazione di risorse di queste entità la sua ragion d’essere. Per dimostrarlo la Commissione ha svolto un’analisi su 67 paesi che consente di ricavare un indice (Financial Development Index) che ha un range da 1 a 7. Gli Usa si collocano a 5,3. “C’è una relazione significativa fra la grandezza dei fondi pensione, pubblici e privati, e quella dei mercati finanziari”, osservano gli studiosi. Non solo: “C’è anche un relazione positiva fra la grandezza dei fondi pensione e il mercato dei bond privati”.

L’analisi diventa interessante quando la Commissione svolge una simulazione per provare a calcolare quanto i fondi pensione potrebbero contribuire allo sviluppo finanziario se il mercato dei capitali europeo somigliasse a quello statunitense. Quindi fosse, coerentemente con quanto previsto dalla CMU, unificato. I risultati sono illustrati in un grafico assai eloquente. I risultati mostrano che “sia l’eurozona che l’Ue hanno una capitalizzazione di mercato azionario sotto quello che potrebbe essere stante l’attuale livello dei fondi pensione e di FDI, mentre gli Usa sono al di sopra”. Le stime calcolano che portando gli asset dei fondi pensione al livello degli Usa aumenterebbe la capitalizzazione di borsa del 31% e del 26% del Pil nell’euroarea e nell’Ue. Se poi si migliorassero gli altri fattori che influenzano gli sviluppi finanziari e si portasse il FDI al 5,3 (livello Usa) dall’attuale 4,3, la capitalizzazione aumenterebbe di un addizionale 23 e 21% per le due aree europee. In pratica arriveremmo al livello degli Stati Uniti.

E questo in fondo è l’obiettivo. Avere un mercato europeo unificato che sia paragonabile a quello Usa. A questo serviranno i soldi dei lavoratori.

(2/fine)

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Le metamorfosi dell’economia: Un nuovo benessere

“La prosperità di tutti è la condizione della prosperità di ciascuno”, scriveva a metà del XIX Federico Bastiat nelle sue Armonie economiche, uno dei tanti libri dimenticati che mi fa dubitare della saggezza dei nostri contemporanei, che individuano in quelli che Bastiat chiamava “sistemi artificiali” la soluzione ai problemi della nostra contemporaneità. E rimpiango quel tempo, non tanto perché si stesse meglio di oggi – è vero il contrario – ma perché esistevano questi filosofi sociali, che oggi chiamiamo economisti, che non scrivevano equazioni ma ricordavano l’elementare verità che l’economia e quindi, in ultima analisi, anche il benessere sociale dipendono dal sistema morale che condividiamo. Credevano ancora che fosse lo spirito a determinare la materia, a differenza nostra che risolviamo ogni cosa con un modellino econometrico.

Oggi a noi, difatti, sono rimasti solo questi “sistemi artificiali”, ossia ciò che chiamiamo politiche economiche, che possono essere fiscali, monetarie, industriali, eccetera. Ma il succo rimane: è prevalsa l’idea che entità a noi aliene – i governi, i mercati, le banche centrali – decidano il nostro futuro a un livello sempre più profondo, con la conseguenza che siamo cresciuti credendo che poco possiamo fare per cambiare ciò che non ci piace o, addirittura, fare quello che ci piace. Come se davvero fossimo nati per patire l’economia e contentarci di dilettarci con le sue produzioni materiali.

Non è così: ognuno di noi ha il diritto e il dovere di star bene. O quantomeno di provarci, offrendo se stesso agli altri per quello che è, non per quello che dovrebbe essere secondo quanto hanno deciso altri. Questo spiega perché mi sia intrattenuto così a lungo con le metamorfosi dell’economia. E perché abbia deciso di ripercorrere dalla sua origine il filo della riflessione economica a partire dalla ragione che l’ha motivata: la ricerca e la diffusione del benessere.

Perché è la ricerca del benessere che ci spinge all’economia. “Se potessimo disporre, a tempo e a luogo, della quantità di beni necessaria a soddisfare direttamente i nostri bisogni elementari non appena si presentano, come in una specie di paradiso terrestre non ci sarebbe bisogno di economia,”, scriveva nel 1871 Carl Menger nei suoi celebri Principi.

Tutto questo non è cambiato. Stare bene, ieri come oggi, significa, oltre a godere di buona salute, avere di che vivere superando l’urgenza dei bisogni elementari, visto che siamo creature complesse. La sfida del nostro tempo dovrebbe essere riuscirci svolgendo un’attività che ci sia congeniale. Riscoprire le virtù dell’ozio creativo e così facendo produrre reddito anche con la creazione di un nuovo potere di scambio. E questo non lo dico io, che sono solo una piccola voce nel deserto, ma lo mostra anche l’Ocse, che di recente ha rilasciato uno dei suoi tanti studi su ciò che rende la nostra unica vita meritevole di essere vissuta. Alla fine non si scopre nulla di nuovo: per star bene serve ciò che è ragionevole aspettarsi, quindi salute, reddito e relazioni soddisfacenti. E questi tre principi cardinali, che hanno guidato le riflessioni di tanti economisti del passato, hanno ispirato anche questa lunga narrazione che oggi si conclude.

Tutto ciò per dire che il nostro nuovo benessere, che così tanto somiglia al vecchio, dobbiamo iniziare a immaginarlo prima che si possa riuscire ad ottenerlo, e quindi prima ancora bisogna desiderarlo. Ma in maniera attiva. Quindi assumendosene la responsabilità in tutte le età della nostra vita adulta. Occorre smettere di credere che dipenda dalla generosità di un governo o dai misteriosi capricci del mercato. Dipende da ognuno di noi. Ed è possibile raggiungerlo solo in collaborazione con gli altri.

L’egotismo malato del XX secolo è l’anti-benessere per eccellenza che ci ha condotto al delirio dell’Egonomia, e alle sue rappresentazioni meccaniche e inconcludenti che oggi vengono contemplate con stupore dagli stessi che le hanno determinate. L’economia non vive nei modelli matematici – e già Sismondi lo diceva quasi duecento anni fa – e non vive nel governo o nei mercati: vive nelle persone. Quindi solo dalle persone può sgorgare la melodia di quell’armonia economica che Bastiat, con poco successo, provò a intonare due secoli fa.

Perché si riesca occorre superare gli steccati sterili della specializzazione, specie quella economica, e terremotare benignamente l’organizzazione sociale. Dare agli stati ciò che è degli stati e al mercato ciò che è del mercato, ritagliandosi lo spazio per una nuova organizzazione capace di supplire alle deficienze dell’uno e dell’altro. Conquistarsi lo spazio del dissenso costruttivo: isole di libertà capaci di sopravvivere fra i continenti delle istituzioni tradizionali.

Tanti segnali sono incoraggianti, e ne abbiamo parlato. Altri potrebbero indurci a rinunciare e a rassegnarsi. Ma prima di rassegnarci dobbiamo ricordare quanto questa pratica sia assolutamente malsana: il contrario del nuovo benessere che abbiamo tentato di immaginare. La rassegnazione provoca risentimento, e il risentimento indebolisce la nostra capacità di relazionarci creativamente con gli altri. La qualcosa, oltre a evidenti deficit emotivi, finisce col provocare anche deficit nei bilanci pubblici e privati. Sarà un gran giorno quando ricorderemo che gli scompensi delle contabilità, pubbliche e private, sono il mascheramento degli scompensi morali della nostra società. E anche questo i primi economisti lo dicevano forte e chiaro. Ma noi, sedotti dal Golem, lo abbiamo dimenticato. Ci hanno insegnato a ragionare per aggregati – come se fossero cose reali mentre non lo sono affatto – e quindi abbiamo spersonalizzato ciò che è invece personalissimo: ossia il modo in cui fissiamo i nostri bisogni e quello in cui proviamo a soddisfarli. Perché se è vero quello che diceva Bastiat, è vero pure il contrario: la prosperità di ognuno è la condizione della prosperità di tutti. Comprendere che in una comunità l’uno e gli altri condividono la stessa sorte è la vera evoluzione che dobbiamo sperare di raggiungere per traghettarci verso il nuovo benessere che dovremmo augurarci.

Questa raccolta di pensieri non pretende di essere l’ennesima teoria o inventare miracolose soluzioni semplici a problemi che sono complessi. Si contenta di delineare una prassi basata su un principio elementare: abbiate cura di voi stessi e ricordate che per avere cura di se stessi serve l’aiuto degli altri, e quindi agli altri serve il vostro per avere cura di sé. Questo è il cuore dell’economia, che sullo scambio, motivato dalla soddisfazione dei bisogni dello stomaco, ha costruito la sua complessa rete di mestieri che la testa ha trasformato in costrutto teorico per prevedere a anticipare i bisogni e addirittura massimizzarne la soddisfazione. La naturale paura del futuro, che ci spaventa come tutto ciò che è ignoto, ci ha imprigionato in una ragnatela di pensieri morti che piano piano hanno essiccato il cuore.

Oggi i nostri stomaci sono sazi abbastanza e la nostra testa sfinita e impotente a furia di ragionare. Ciò che manca all’economia, che infatti langue, oggi, è il cuore, ossia la capacità di immaginarsi in relazione con gli altri e lavorare per gli altri. Si accumula denaro che produce altro denaro e null’altro, e poi si alimenta l’ingordigia.

Tornare a praticare il cuore in economia, dopo che per secoli ci siamo sfiniti con le astrazioni dell’intelletto mentre ci riempivamo la pancia è una pratica di pura igiene. Quindi molto consigliata a chi vuole star bene. Peraltro è facile. Basta guardarsi intorno. E ricordarsi di vedere.

(29/segue)

Capitolo precedente   Conclusione

Il mondo sull’abisso del New Normal economico

Mentre la cronaca di sussegue, frenetica e insieme poco attenta, vale la pena spendere un po’ di tempo per riflettere sui sommovimenti profondi che agitano la superficie del nostro quotidiano dibattere, aprendosi di tanto in tanto squarci da cui s’intravede l’abisso lungo il quale l’economia internazionale passeggia allegramente, mentre si gode lo stato alterato di mercati ciclotimici a causa di abuso di magie monetarie.

La realtà sotterranea, che alcuni economisti chiamano New Normal, ma che di normale ha ben poco, visto che è fatta di tassi più o meno azzerati e stagnazioni secolari guidate da stagnazioni demografiche, questa realtà fatica ad emergere nel dibattito pubblico per la semplice circostanza che l’attenzione rimane tuttora concentrata sui corsi di borsa, da una parte, e sull’andamento stracco delle nostre economie, che tali corsi indirettamente influenzano per il tramite di aspettative auto avveranti divenute sempre più difficili da comprendere e distinguere dal continuo rumore di fondo. Passeggiare lungo i crinali dell’abisso ci rende ciechi.

Tutto ciò per dire che ogni tanto bisogna fermarsi e fare il punto, prendendo a pretesto i rari momenti di autocoscienza che qualche d’uno più avveduto ci propone. L’ultimo che mi è capitato sotto gli occhi è Luiz Awazu Pereira da Silva, vice direttore generale della Bis, che poco tempo fa ha parlato all’Eurofi High Level Seminar di Amsterdam (“A possible way out from the “New Normal”: Rebalancing fiscal-monetary policies by picking “Low-Hanging Fruits” to engineer more confidence“).

Non serve essere economisti per capire dove voglia andare a parare. Basta la conclusione che riprende un celebre detto di Antonio Machado. Quello secondo cui “non esiste un cammino” perché “il cammino si costruisce camminando”. E’ tutto qua. In questa evidente ammissione di incertezza che ricorda l’impotenza leggo un’indizio di salvezza per le nostre economie dissestate dalla ricchezza artificiale che ci ha nutrito abbondantemente in questi decenni e che ora svela il suo travestimento. Il suo essere una maschera, e per giunta costosa.

Lo scetticismo di cui da prova il nostro banchiere, che riporta con scrupolo delle numerose critiche e perplessità che stanno accompagnando l’odissea delle banche centrali in questo New Normal, ci dice pure che anche ai piani alti dell’economia applicata stanno iniziando a mettere in discussione il senso e il funzionamento della politica monetaria. Aumenta la coscienza, insomma, che così non si può andare vanti a lungo. Come scriveva Einaudi più di ottant’anni fa, si possono pure smettere di pagare gli interessi sul capitale, ma così si chiede al capitalista di non esserlo più. E questo sta già succedendo a milioni di risparmiatori, sostanzialmente privati di un mercato obbligazionario ragionevole, e sta succedendo a fondi pensione e assicurazioni, che devono trovare asset capaci di remunare i contratti in un mondo a tassi negativi.

Ma soprattutto crescono i timori che questo sforzo titanico e storico serva poco o nulla. Le osservazioni sugli scarsi esiti della politica monetaria raggiunti in Giappone e in Europa, sembrano fatti apposta per alimentare la paura peggiore. Perché tolta la politica monetaria – “l’unica palla nel campo” – cosa resta?

L’altra metà del cielo, la politica fiscale, somiglia a un pollaio ingestibile dove si agitano facili populismi, che il nostro banchiere non tralascia di ricordare, e sostanziali difficoltà che sono contabili – chi ha non spende e chi vorrebbe spendere non ha – e insieme politici. Le famose riforme strutturali richiedono tempo e soprattutto risorse. E non è detto peraltro che bastino. Anche quella che la vulgata definisce come la panacea del male della contemporaneità – gli investimenti – deve essere utilizzata avendo accortezza del come, del dove e soprattutto del quanto. E non è detto che basti a stimolare la crescita.

La modesta proposta del nostro banchiere – modesta per sua stessa ammissione – è quella di individuare dei “low-hanging fruits projects“, che è il modo inglese per dire piccole cose che si possono fare rapidamente e con poco sforzo ma che hanno un alto ritorno in termini di TFP (total factor production). Inutile fare esempi: in un certo paese può essere il sistema giudiziario, in un altro l’istruzione. Conta il fatto che si tratta di cose che devono essere affrontate localmente, magari col conforto delle istituzioni internazionali. E ciò vuol dire che alla fine dei conti il problema della crisi rimane un problema di tante località che non riescono a suonare uno spartito comune. L’economia internazionale suona come un’orchestra stonata, mentre le banche centrali, che al più distribuiscono tonici, si sono trovate a fare i direttori d’orchestra, ma senza bacchetta.

Non ci sono cammini perciò. Politica monetaria e politica fiscale risultano, per versi differenti, egualmente impedite. Il cammino dobbiamo farcelo da soli. E smettere di sperare che ci penserà qualcun altro.

I risparmi europei finiscono sempre più all’estero

La buona notizia è che il risparmio nell’eurozona continua a crescere, del 6,5% a fine 2015 rispetto al +5,3% di fine 2014. Quella meno buona è che non trovando evidentemente impieghi migliori in casa, finisce sempre più all’estero. Viviamo così il curioso paradosso di ospitare circa 40 milioni di persone che vivono vicino alla soglia di povertà, e al tempo stesso possiamo permetterci di mandare i soldi all’estero perché in casa non sappiamo (o vogliamo) utilizzarli.

Non è facile moralismo, ma semplice contabilità. L’ultimo aggiornamento della Bce sull’analisi dei saldi settoriali dell’area conferma una tendenza che avevamo già osservato un paio di mesi fa che si caratterizza per la sostanziale scomparsa degli investimenti pubblici e una costante eccedenza di risparmio rispetto agli investimenti, che fa dell’eurozona un prestatore netto verso il resto del mondo.

Rispetto al febbraio scorso il quadro non è cambiato. Ma anzi, le tendenze di fondo si sono rafforzate. Ciò conferma che sono all’opera forze assai profonde che non sarà semplice frenare o invertire.

Fra quelle più positive se ne segnalano due, in questo aggiornamento riferito al quarto trimestre 2015. La prima è che il livello degli investimenti, sia delle aziende che delle famiglie, continua ad aumentare, anche se a passo di lumaca. La seconda è che il debito, sia delle famiglie che delle imprese, continua invece a diminuire.

Tutto questo è visibile su un grafico sul quale si possono osservare entrambe le tendenze, oltre a quella dell’andamento dei prestiti all’estero che ormai disegna una curva crescente a partire dal 2013. Va osservato altresì che siamo a livelli mai raggiunti prima almeno dal 2007. e ciò malgrado il risparmio netto sia ancora lontano dal livello di quelli anni, quando quotava circa 700 miliardi di euro a fronte dei poco meno di 600 di fine 2015.

Quanto al debito, quello delle famiglie è diminuito sia rispetto al Pil, portandosi alla media del 59,3%, sia rispetto al reddito, al 93,5%. Quello delle imprese, calcolato rispetto al Pil, è arrivato alla comunque ragguardevole cifra del 131,8% del Pil che tuttavia, osservandolo su base storica, rimane comunque un livello ancora assai elevato. E questo forse spiega perché la Bce abbia deciso di alleviare la tensione su questo settore includendo i bond corporate nel suo programma di QE.

Un’altra novità inaugurata da questa release statistica che vala la pena osservare è lo schema del who-to-whom, ossia chi devo cosa a chi, potremmo dire, quindi la tela delle relazioni che lega i diversi settori (famiglie, imprese non finanziarie, istituzioni finanziarie a istituzioni finanziaria non bancarie, settore pubblico e resto del mondo). Lo schema è complesso, ma facilmente comprensibile se lo osservate. Qui basta rilevare solo un dato: il settore corporate esprime un volume di relazioni economiche inferiore a quello che esprime il resto del mondo. E questo è più che sufficiente per capire perché gli investimenti siano bassi.

 

 

 

Bitcoin for dummies: Le banche fiutano l’affare

Gli utopisti di bitcoin/Bitcoin, quelli che pensano che la moneta virtuale e il sistema di pagamento ad esso associata, siano un meraviglioso strumento per sovvertire l’avido sistema bancocentrico, dovrebbero sapere che la tecnologia della Blockchain, la DLT, attira ormai da anni l’attenzione dei pezzi grossi della finanza, convinti per passione o per calcolo (la seconda credo) che la DLT sia un’ottima occasione per far soldi.

Di recente Goldman Sachs, che certo non può essere sospettata di antipatie anti-sistema, ha prodotto uno studio di un’ottantina di pagine dal quale ha tratto la convinzione che l’uso della tecnologia Blockchain potrebbe far risparmiare fino a sei miliardi l’anno nel mercato dei capitali, sostanzialmente rendendo il processo di intermediazione più snello, trasparente e funzionale. Peraltro, le stime sono limitate alla porzione del mercato chiamata cash security, ossia quegli strumenti finanziari tipici del mercato monetario come i repo o le azioni, e si ipotizza che gli effetti potrebbero essere ancora maggiori se l’uso della DLT si estendesse ad altri comparti, come i derivati OTC o il mercato dei cambi. Il report analizza anche l’effetto potenziale della blockchain sul mercato energetico, nella lotta al riciclaggio e persino nella gestione dei rapporti assicurativi.

Tutto ciò per dire che in effetti si tratta di una innovazione non solo rivoluzionaria, ma anche benvenuta: una straordinaria opportunità di business. Questa spiega perché Goldman – e certo non è l’unica – abbia già investito alcune decine di milioni di dollari per sponsorizzare alcune compagnie legate a questo settore. Di recente, per fare un altro esempio, si è saputo che la filiale britannica della spagnola Santander sarà la prima banca a utilizzare una blockchain per i pagamenti internazionali, inaugurando una probabile serie di imitatori. Giova rilevare che per consentire tale innovazione verrà utilizzata una app prodotta da una compagnia, Ripple, nella quale la stessa Santander ha investito. E questo dà l’idea dell’integrazione sempre più verticalizzata del processo di pagamento.

I ricercatori, peraltro, sono convinti che la DLT sia uno strumento ideale per lo sviluppo del considdetto Internet delle cose, ossia reti collegati a oggetti, contribuendo al contempo a decentralizzare il potere di mercato dei grandi player nel mercato delle utility. Insomma: sarà pure vero che la DLT cambierà la filiera distributiva di alcuni servizi, nel mercato finanziario come in quello dei servizi, ma una cosa non cambia: Goldman Sachs, e le altri grande banche come lei, saranno lì a far la loro parte. Che rimane quella di sempre: fare soldi con i soldi. E non bitcoin: soldi veri.

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Caccia al tesoro dei fondi pensione e delle assicurazioni

In un mondo dove prevale l’eterogenesi dei fini, è buona prassi interrogarsi sulle conseguenze non intenzionali di scelte – al contrario – non soltanto volute ma serratamente perseguite. Decisioni sistemiche che diventano esistenziali e che solitamente non occupano la nostra attenzione finché non si trasformano in coordinate reali della nostra vita.

E’ già accaduto più volte e il copione si sta ripetendo. L’unione monetaria è diventata un tema popolare solo dopo l’esplodere della crisi, e quella bancaria solo quando, entrata in vigore la normativa sul bail in, le persone comuni hanno scoperto che la moneta bancaria in comune cambiava antiche consuetudini – la socializzazione delle perdite bancarie ad esempio – e ne hanno sofferto le conseguenza non appena si sono verificati alcuni problemi con le banche.

Lo stesso accadrà non appena l’Europa completerà l’ambizioso progetto che è stato chiamato Capital Market Union (CMU), che ormai da mesi sta sviluppando una narrativa purtroppo ancora confinata nel recinto del sapere specialistico, ma in costante e coerente evoluzione.

Grande protagonista di questo racconto è la Commissione Ue, che rilascia continuamente documenti che temo siano letti da pochi, fra i quali segnalo un action plan diffuso alla fine del settembre scorso, e, più di recente, un altro approfondimento pubblicato in aprile in cui vengono svolte alcune analisi, relative al mercato finanziario europeo, delle quali una in particolare ha attirato la mia attenzione, visto che calcola l’impatto sul mercato dei capitali europeo dei fondi pensioni privati e dei fondi di riserva delle pensioni pubbliche. La qualcosa ha interesse non solo perché ci dà la misura di come questi investitori – i cosiddetti investitori istituzionali – impattino sui mercati europei, ma soprattutto – ed è qui che il discorso diventa interessante – come potrebbero contribuirvi in un’ottica di unificazione dei mercati di capitali.

Queste risorse, pare di capire, potrebbero essere utilizzate per ottimizzare la capacità finanziaria dell’economia europea. Dal che deduco che queste entità, custodi di tesoretti di milioni accumulati dai lavoratori nel corso della loro carriera, saranno chiamate a contribuire di più e meglio alla finanza europea e scovo in questa strategia un pensiero perfettamente coerente con lo spirito del nostro tempo: poiché la finanza è malata, dobbiamo fare più finanza per farla guarire. L’eccesso, come cura dell’eccesso: vale d’altronde per la liquidità e i debiti, perché non dovrebbe valere per gli strumenti finanziari che in fondo sono l’una e l’altra cosa insieme? L’esempio americano, che è la pietra di paragone costante dell’analisi della Commissione Ue, è chiaramente ciò a cui dobbiamo tendere perché giudicato, in ultima analisi ottimale. Peccato sia soggetto a guasti, di tanto in tanto.

Staremo a vedere. Intanto è utile ricordare i dati presi a prestito dall’analisi. Alcuni grafici aiutano a dimensionare il problema. Il primo dà una metrica dell’ammontare di questi asset disponibili. Assicurazioni e fondi pensioni cumulano insieme quasi 10 trilioni di euro. Per la precisione sono 9.300 miliardi, dei quali la maggior parte, pari a 7.300 miliardi, sono in pancia alle assicurazioni. E’ utile sapere che queste ultime investono assai più in bond che in fondi di investimento (circa il doppio) mentre i fondi pensione hanno la politica opposta, quindi privilegiano i fondi di investimento. Il secondo grafico ci misura il peso specifico rispetto al Pil di queste entità nei singoli paesi.

E’ proprio questo tesoretto l’oggetto del desiderio dei nostri decisori. Il pensiero è che, in un contesto di unione dei capitali, queste risorse potrebbero essere usate con maggiore efficienza per dare ossigeno agli investimenti e al mercato dei finanziamenti. Cosa comporterebbe per i legittimi proprietari di queste risorse, però, è tutto da vedere.

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