Etichettato: the walking debt

Il macigno del debito che affossa il petrolio

Ho passato alcune settimane a cercare spiegazioni plausibili del crollo dei corsi petroliferi che non fossero stanche ripetizioni della vulgata. Finalmente ne ho trovato una che, a prescindere dagli elementi di verità che contiene, mi ha offerto una prospettiva originale, sulla quale non avevo ancora riflettuto, e che trovo utile condividere con voi. Sempre perché siamo qui per provare a capirci qualcosa.

Sono particolarmente grato perciò alla Bis, che nel suo ultimo Global liquidity ha dedicato un box proprio al petrolio, già dal titolo molto eloquente: “Oil and Debt”.

L’analisi è tanto breve quanto esemplare, e verrà approndita nel prossimo quaterly review di marzo, che perciò non vedo l’ora di leggere.

La premessa è che i cambiamenti nelle quantità di produzione e consumo non sembrano offrire una spiegazione convincente del brusco crollo delle quotazioni petrolifere, che è un modo elegante per dire che la vulgata non ha centrato il problema. I prezzi non sono caduti perché è calata la domanda di petrolio a causa della crisi.

Per arrivare a questa conclusione, l’autore usa i dati storici di due precedenti crisi ribassiste dei corsi del petrolio, quella del 1996-98 e quella del 2008-9 che, osserva “sono state associate a considerevoli riduzioni dei consumi, nel 1996, e a una significativa espansione della produzione, nel 2008. Ciò, sottolinea, “è in evidente contrasto con gli sviluppi avvenuti sin dalla metà del 2014, quando la produzione è stata vicina al livello previsto e il consumo solo leggermente più basso”.

Il calo del petrolio, quindi, non sembra determinato da un problema di eccesso di offerta, né da un calo di domanda. Il problema perciò va individuato non nell’economia reale, ma in quella finanziaria, ammesso che questa distinzione abbia un senso.

In particolare nel “nuovo elemento” che la Bis ha individuato. Vale a dire “la sostanziale crescita del debito nato nel settore Oil negli anni recenti”.

In effetti non ne avevo avuto sentore.

Secondo quanto dice la Bis “la maggiore disponibilità degli investitori a prestare usando le riserve di petrolio e i ricavi da vendita del petrolio come garanzia ha consentito alle imprese petrolifere di prendere in prestito grandi quantità di denaro in un periodo di forte indebitamento. Le emissioni di debito da parte delle compagnie petrolifere, sia investiment grade che speculativo, sono cresciute a un passo di gran superiore rispetto all’emissione complessiva, già consistente, di titoli di debito”.

Detto in soldoni, come possiamo agevolmente osservare da un grafico prodotto nello studio, la crescita relativa dei bond delle imprese energetiche denominati in dollari è stata quantomeno esuberante.

Nel 2003, infatti, i bond denominati in dollari i emessi dalle compagnie stavano sotto i 200 miliardi, a fronte di circa 2.000 di bond totali.

Le emissioni si mantengono sostanzialmente stabili fino al 2009, quando quotano circa 300 miliardi di dollari a fronte di circa 3.000 totali. Dal 2010 in poi l’l’aria cambia. Il valore relativo delle emissioni di bond energetici, chiamiamoli così, si impenna vertiginosamente.

Sicché si arriva al 2014 con oltre 800 miliardi di bond energetici a fronte di un volume totale di circa 6.000. Ciò significa che in un decennio il peso relativo dei bond energetici sul totale è passato da meno del 10% a oltre il 13%. “Il maggiore peso dei debiti – osserva la Bis – del settore oil può aver influenzato la recente dinamica del mercato petrolifero, esponendo i produttori a un rischio di liquidità e di solvibilità”.

Ciò in quanto il diminuire dei prezzi svaluta il valore dell’asset alla base del finanziamento, facendo fibrillare non poco i debitori. E in effetti gli spread sui titoli più speculativi del settore sono passati dai 330 punti base di di giugno 2014 ad oltre 800 punti base di gennaio 2015, molto più di quanto siano cresciuti gli spread nella classe equivalente di titoli di altri settori.

Ne consegue che i debitori possono essere costretti a vendere sottocosto per evitare la sofferenza finanziaria, contribuendo così a esacerbare il ciclo ribassista. Senza contare che i ribassi peggiorano anche la situazione della liquidità su questi titoli, mettendo le aziende anche di fronte al rischio di non poter pagare gli interessi. Per evitarlo, i produttori finiscono col produrre ancora più greggio, innescando ulteriori dinamiche ribassiste.

Tutto questo debito porta con sé l’aggravante che in gran parte è finito in capo ad aziende non Usa che prima non avevano l’abitudine di indebitarsi in dollari. Anche le oil company, insomma, sono finite nel bondage denominato in dollari che sta strangolando le economie emergenti. Che poi sono le stesse che in gran parte esportano il petrolio. “Se un dollaro più forte si accompagna a condizioni finanziarie più tese, le compagnie petrolifere dei paesi emergenti, che si sono indebitante notevolmente, saranno particolarmente colpite.

Chissà perché mi vien da pensare subito alla Russia.

Ma non solo. Il debito delle compagnie petrolifere dei paesi Opec è passato dalle poche decine di miliardi del 2006 a oltre 300 miliardi nel 2014. Quello degli altri emergenti, che quotava poco più di 200 miliardi nel 2006 nel 2014 è arrivato a 750 miliardi. In pratica il totale di Opec ed Emergenti equivale al totale dei debiti delle compagnie americane. Con l’aggravante che è denominato in dollari.

Ma c’è un’altra questione finanziaria che ha probabilmente appesantito il prezzo del petrolio, ossia il fatto che l’ampia liquidità ha favorito l’attività di hedging attraverso le operazioni sui derivati del petrolio, che non sono la benzina o il gasolio, ma i future.

“Vendere future o comprare opzioni put sono stati metodi, per i paesi produttori, di arginare le loro esposizioni alla elevata volatilità dei ricavi petroliferi. A partire dal 2010 i produttori di petrolio hanno sempre  più fatto affidamento su swap dealer come controparti per le loro operazioni di hedging. Costoro, di conseguenza, hanno visto aumentare la lor esposizione in future sul petrolio, come mostrano i dati. Le posizione degli swap dealers sul petrolio sono passate dalle circa 80 mila del 2007 alle oltre 480 mila di metà 2014.

Senonché l’aumento della volatilità sembra abbia consigliato a un certo punto gli swap dealer a smettere, o quantomeno a rallentare, la vendita di protezione ai produttori. In pratica si sono comportati prociclicamente. “E’ possibile – conclude lo studio – che i produttori, dovendo fare i conti con questa riluttanza e volendo tutelare i loro ricavi in calo, si siano rivolti direttamente ai mercati dei derivati, senza passare attraverso un intermediario. Questo spostamento della liquidità dei mercati di copertura potrebbe aver avuto un ruolo nelle recenti dinamiche di prezzo”.

Dunque: debito a go go e scommesse più o meno sconsiderate.

Messo in questi termini l’enigma del petrolio non è poi così enigmatico.

 

Divagazioni statistiche: il trionfo dell’economia immaginaria

Dobbiamo a Polanyi la più sintetica rappresentazione del problema economico. L’economia, scrisse nella Grande Trasformazione, è tutta una questione di prezzi. E in effetti tutta l’epopea ottocentesca che culminò nell’epopea walrasiana non si propose altro che trovare il livello dei prezzi capace di individuare l’equilibrio generale del sistema.

Ma tale visione è necessariamente statica. Ciò che trascura, per quanto elemento centralissimo del discorso economico, è il tempo.

Ciò, malgrado il tempo sia di fatto l’unica risorsa davvero scarsa con la quale dobbiamo fare i conti.

Se l’economia si propone di studiare i prezzi, non può sottrarsi dall’analisi del fattore tempo, per la semplice circostanza che, come ebbe a scrivere Benjamin Franklin, che non era economista ma viveva l’economia, il tempo è denaro.

Di conseguenza, il denaro è tempo, e ne abbiamo piena contezza solo ricordando che il tempo è la variabile alla base, insieme al capitale, della matematica finanziaria, dove il prezzo, ossia il tasso di interesse, è solo uno degli elementi dell’equazione.

Ma c’è di più. Il tempo, per chi sia lavoratore dipendente, è il denominatore degli indici di produttività e insieme della misura del salario. E gli esempi potrebbero continuare.

Come premessa di questa rapida ricognizione sul rapporto che oggi il tempo intrattiene con l’economia, vale la pena ricordare uno scritto di Keynes del 1930 (“Prospettive economiche per i nostri nipoti”) dove l’economista inglese profetizzava che nel giro di un secolo il problema economico, inteso come produzioni dei beni necessari per la sopravvivenza, avrebbe potuto essere risolto. Ciò avrebbe aperto un’altra questione che, nella visione keynesiana, non era strettamente economica: il tempo libero. “Per chi suda il pane quotidiano il tempo libero è un piacere agognato: fino al momento in cui l’ottiene”, scrisse.

Il fatto che il tempo libero per Keynes non fosse un problema economico ci dice molto dell’epoca in cui visse, ancora non pervasa dall’economia com’è la nostra. E anche della sua eredità culturale, necessariamente ottocentesca. Però nulla toglie alla sua intuizione.

Pertanto, immaginando un futuro in cui il problema della produzione dei beni necessari sarà risolto con poche ore di lavoro, “l’uomo si troverà di fronte al suo vero, costante problema: come impiegare la sua libertà dalle cure economiche più pressanti: come impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto (il corsivo è mio, ndr) gli avranno guadagnato per vivere bene, piacevolmente e con saggezza”.

Avvertendo al contempo che “non esiste paese o popolo che possa guardare senza terrore all’era del tempo libero e dell’abbondanza”. E concludeva: “Se gli economisti riuscissero a farsi considerare gente umile, di competenza specifica, sul piano dei dentisti, sarebbe meraviglioso”.

Ottantacinque anni dopo è interessante, e forse utile, andare a vedere dove siamo arrivati, cominciando da un’evidenza chiara a tutti: nei paesi occidentali l’orario di lavoro si è drasticamente ridotto. Di conseguenza il tempo libero si è notevolmente ampliato, germinando un’economia del tempo libero che cresce in ragione proporzionale al tempo libero stesso. Poi ci sarebbe pure da osservare che gli economisti sono diventate piccole star, ma questo in fondo importa poco.

Importa, al contrario, che il tempo rimanga la costituente dell’economia sostanziale che però, nel nostro evo, si sta sempre più trasformando in un’economia dell’immaginario.

Per darvene rappresentazione plastica vale la pena utilizzare alcune statistiche prese di peso dalla contabilità americana. Ossia il dato sul valore aggiunto per settori del prodotto nel 2013 (ultimo anno con i dati completi) e poi una sua estrapolazione, ossia la spesa per arte e cultura.

Come ho già detto altrove, considero gli Usa un ottimo punto di osservazione delle tendenze globali, sia per il peso specifico della loro economia, sia per l’altrettanto peso specifico nella cultura globale.

Un primo dato, estratto dalle statistiche sul Pil, ci consente di apprezzare il peso specifico del settore “Arts, entertainment, recreation, accommodation, and food services”, che come ognuno può comprendere ha estremamente a che fare col tempo libero, visto che trae il suo sostentamento dal fatto che qualcuno compri i suoi prodotti. Un artista, come uno chef, senza mercato non ha dignità di fenomeno economico. Ma nessuno comprerà un quadro o una pietanza al ristorante se non ha il tempo (e il denaro) per fruirne.

Bene, nel 2013 questo settore ha prodotto un valore aggiunto di 621 miliardi di dollari, a fronte dei 619 miliardi del settore delle costruzioni, assai più del settore agricolo (226,6 miliardi), delle miniere, (439 miliardi) o delle utilities (276), quasi al livello dell’Information (779 miliardi).

Ce n’è abbastanza per dire a coloro che si ostinano ad inseguire la mitopoiesi dell’economia reale versus l’economia finanziaria, che il vero discrimine oggi è fra l’economia della realtà e l’economia dei sogni, ossia l’immaginario. Ma che tutto ciò componga l’economia è fuori di dubbio, già per il semplice fatto che se ne occupa la statistica.

Un dato isolato, tuttavia, ci dice ancora poco. Sicché mi sono ripescato una release del BEA del 12 gennaio scorso titolata icasticamente “Spending on arts and cultural production continues to increase”.

Il dato è riferito solo alla spesa per arte e cultura, quindi, non esteso ai servizi di accoglienza o ristorazione, che fanno molto tempo libero. Dalle statistiche sul Pil (anno 2012) leggiamo però che il sotto settore “accomodation and food service” pesa 439,5 miliardi di valore aggiunto. Mentre quello arts&entertainment 155,9.

Ma nell’altra release leggo che il valore aggiunto dalle arts and cultural production industries (ACP) è cresciuto del 3,8% nel 2012 arrivando a quotare il 4,3% del Pil, pari a 698,7 miliardi. Sottolineo che il dato, riferito al 2012, è classificato diversamente rispetto a quello delle statistiche del Pil. E questo spiega la differenza di dati.

In particolare, il dato della seconda release tiene conto dell’indotto, ossia del contributo che queste produzioni portano al sistema produttivo. La BEA definisce questo indicatore “Art and Cultural Production Satellite Account”, ACPSA.

Il suo output equivale al valore di tutti i beni e servizi prodotti e acquistati, ad esempio biglietti del cinema o servizi di design. A fianco dell’output c’è anche l’ACPSA employment, ossia la quantità di lavoro che tali attività originano.

Scusate la premessa noiosa, ma in statistica le definizioni sono tutto, ed è meglio intendersi sul significato prima di iniziare a sparare dati.

Un utilissimo grafico mostra l’andamento dell’ACPSA rispetto al GDP dal 1998 al 2012. E ovviamente è una curva crescente. Il valore aggiunto delle attività propriamente dette, intorno agli 80 miliardi nel 1998,  nel 2012 aveva superati i 155, lo abbiamo visto nella statistiche sul Pil, ma il valore complessivo, compreso l’indotto è passato da poco più di 400 miliardi ai quasi 700 di fine 2012. Particolarmente vasto è il contributo dell’indotto, a dimostrazione che l’economia dell’immaginario ha esiti assai concreti.

La crescita di questo settore in relazione al GDP è costante. Salvo che nel 2009, quando ci fu una lieve flessione. La crisi, notoriamente, ha un effetto regressivo sui sogni.

Così come è costante l’output finale prodotto dalle ACPSA e dall’indotto, che nel 2012 aveva superato gli 1,1 trilioni di euro, la metà circa dei quali frutto delle aziende core, il resto dall’indotto.

A livello di posti di lavoro, nel 2012 queste ACPSA impiegavano fra aziende core e indotto, 4,7 milioni di persone, un milione delle quali nelle industrie core. Interessante notare come, mentre l’occupazione nelle aziende core sia sostanzialmente stabile nel tempo, quindi dal 1998 in poi, quella nell’indotto abbia subito una decrescita dal 2008 per stabilizzarsi intorno al 2010. Sempre perché le crisi provocano brutti risvegli.

Se restringiamo la timeline notiamo un’altra informazione assai preziosa.

Riferito al 2012 osserviamo che il principale contributo all’output delle aziende core ACPSA, pari a 239,8 miliardi, è arrivato dal settore advertising: la pubblicità. E che il contributo più rilevante dalle aziende dell’indotto, con un output di 118,4 miliardi è stato il broadcasting: la televisione, la radio e il cinema.

Se guardiamo ai dati fra il 2007 e il 2012, notiamo che l’advertising ha subito un calo di valore nel 2009 – sempre perché la crisi… – ma poi si è ripreso e non si è più fermato. La stessa cosa è successa al broadcasting.

Sul versante dell’occupazione, l’advertising non ha più raggiunto il livello del 2009, così come è successo al broadcasting. Ciò significa che l’aumento di valore non ha originato posti di lavoro. Il miracolo della produttività americana.

In ogni caso il combinato disposto di questi due settori definisce meglio di ogni altro ragionamento l’economia dell’immaginario, che cresce senza soluzione di continuità.

Il tempo libero diventa il luogo in cui si orientano i bisogni. Che perciò diventano teoricamente infiniti.

Il tempo libero è diventato economicamente significativo.

Il tempo, libero o meno, torna ad avere a che fare col denaro, come diceva Franklin nel XVIII secolo.

Mi chiedo come Keynes commenterebbe questi dati.

(2/fine)

Leggi la prima puntata

 

Scacco al Re greco con la mossa del cavallo Bce

Se fossi un bravo scacchista, mi raffigurerei l‘ipocrita tenzone fra Grecia ed Europa come una raffinata partita di scacchi, atteso che tutto si gioca sulla strategia e sulla tattica. Su avanzate e ritirate.

I greci infatti, nella persona del nuovo governo, hanno fatto la prima mossa, iniziando la partita, e adesso siamo nel mezzo di una tenzone vieppiù accesa dove, improvvisamente, è arrivata la mossa della Bce, che ha deciso di non accettare più i titoli del debito pubblico greco come collaterale per le sue operazioni di liquidità, cui sono seguite vertici politici, dichiarazioni roboanti e tutto l’armamentario delle trattative.

Purtroppo non sono un valente scacchista. Ma ho imparato ad apprezzare, nelle mie occasionali partite, quella che usualmente viene chiamata la mossa del cavallo.

Il cavallo, negli scacchi, ha la pregevole caratteristica di poter scavalcare tutti gli altri pezzi e gode di una grande mobilità a 360 gradi che è facile spiazzi l’avversario. Spesso la mossa del cavallo decide le sorti di una partita.

La mossa della Bce mi ci ha fatto pensare immediatamente.

Giudico peraltro oziose le osservazioni di coloro che hanno profittato dell’evento per dire che la Bce è l’unica entità europea funzionante, e quindi decisiva della partita. La mossa della Bce è una mossa squisitamente europea, intesa l’Europa quale coacervo di istituzioni sovranazionali, inquadrate nei trattati, nei quali anche la Bce trova la sua origine.

Per farvela semplice: forse la Bce è il cavallo, e si muove anche con un certo grado di libertà. Ma il Re, nella nostra scacchiere, è l’Ue. Così come nella parte avversaria è lo stato sovrano greco. I continui riferimenti alla Germania, che certo ha voce in capitolo ma non è l’Europa, rischiano di confondere le acque. O di servire alle solite penose strumentalizzazioni che qui cerco di risparmiarvi/mi.

Il cavallo Bce adesso ha messo sotto scacco il Re greco. Il governo greco quindi dovrà fare una mossa per sottrarsi dalla minaccia del cavallo per evitare lo scacco matto. E di solito, nel gioco degli scacchi, quando si finisce sotto scacco si finisce sempre col dover sacrificare qualche pezzo del proprio schieramento.

Ma non si capisce bene il senso di questa affermazione se non si leggono con attenzione la breve nota della Bce e i suoi annessi e connessi, in particolare il regolamento che disciplina il funzionamento delle ELA, ossia le procedure per l’erogazione di liquidità di emergenza alle quali la nota Bce fa esplicito riferimento.

Come al solito, e dico purtroppo, bisogna rassegnarsi a infliggersi letture noiose se si vuole capire quello che succede.

Cominciamo dalla nota Bce, per fortuna assai breve. Ve lo traduco (scusate l’approssimazione) perché temo che pochi l’abbiano letta e perchè molto utile.

Parte prima: “Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea (BCE) ha deciso di revocare la clausola di non pregiudizio che riguarda gli strumenti di debito negoziabili emessi o integralmente garantiti dalla Repubblica ellenica. La clausola di non pregiudizio ha permesso che tali strumenti fossero utilizzati nelle operazioni di politica monetaria dell’Eurosistema, nonostante il fatto che essi non soddisfacessero i requisiti minimi di rating del credito. La decisione del Consiglio direttivo si basa sul fatto che non è attualmente possibile ipotizzare una positiva conclusione della revisione del programma ed è in linea con le regole dell’Eurosistema esistenti”.

Questa prima parte merita alcune considerazioni. La prima è che la decisione è stata presa dal consiglio direttivo, non quindi dal presidente in splendida solitudine. Il consiglio direttivo, lo ricordo, è composto dai sei membri del consiglio esecutivo e dai 19 governatori delle altrettante banche centrali dell’eurozona. In assenza di minute non sappiamo come abbia votato il governatore della banca centrale greca, ma vorrei tanto saperlo.

La seconda è che la clausola di non pregiudizio era collegata al programma di rientro, quindi la Grecia, per i noti fatti, era sotto procedura di prestito condizionato. Tale consuetudine è antica quanto l’Europa monetaria stessa. Quindi avendo il governo greco di fatto disdettato le condizioni del prestito, quest’ultimo è decaduto.

Parte seconda: “Questa decisione non comporta conseguenze per lo stato di controparte delle istituzioni finanziarie greche nelle operazioni di politica monetaria. I fabbisogni di liquidità delle controparti dell’Eurosistema, per le controparti che non dispongono di sufficienti garanzie alternativa, possono essere soddisfatti dalla banca centrale nazionale competente, per mezzo di liquidità di ultima istanza (ELA) nel rispetto delle regole dell’Eurosistema esistenti”.

Traduco: le banche greche continuano ad essere considerate controparti per le operazioni di fornitura di liquidità dietro deposito di collaterale, bond greci inclusi, ma lo sono nei confronti della banca centrale greca, la quale, per procurare i mezzi necessari, può utilizzare la procedura ELA. In sostanza il debito dello stato greco scontato dalle banche greche se lo deve tenere in pancia la banca centrale greca.

Nel documento che spiega come funziona l’ELA leggo infatti che l’emergency liquidity assistance, (ELA) “consiste nell’erogazione da parte delle banche centrali nazionali (BCN) dell’Eurosistema di moneta di banca centrale a favore di un’istituzione finanziaria solvibile che si trovi ad affrontare temporanei problemi di liquidità, senza che tale operazione rientri nel quadro della politica monetaria unica. La responsabilità dell’erogazione di ELA compete alle rispettive BCN. Ciò significa che qualsiasi costo e rischio derivante dalla concessione di ELA è sopportato dalle rispettive BCN”.

In sostanza il debito pubblico greco diventa un problema della banca centrale greca. In perfetto spirito QE.

Saranno contenti i sovranisti, penso.

Ma c’è un ma. “L’articolo 14.4 dello Statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea attribuisce al Consiglio direttivo della BCE la competenza di limitare le operazioni di ELA qualora valuti che interferiscono con gli obiettivi e i compiti dell’Eurosistema”. Le decisioni in tal senso sono prese con la maggioranza dei due terzi.

Ma soprattutto, per poter decidere, “il Consiglio direttivo deve essere informato tempestivamente in merito a tali operazioni”. Tale informativa è assolutamente stringente e dettagliata. Inoltre, “nel caso in cui il volume complessivo delle operazioni di ELA previste per una data istituzione finanziaria o un determinato gruppo di istituzioni finanziarie superi un livello di 500 milioni di euro, le rispettive BCN devono informare la BCE il più presto possibile, anteriormente (il corsivo è mio) all’erogazione dell’assistenza che si intende concedere”.

Non vi basta come condizionalità? Allora aggiungo questo: “Se il volume complessivo delle operazioni di ELA previste per una data istituzione finanziaria o un determinato gruppo di istituzioni finanziarie supera un livello di 2 miliardi di euro, il Consiglio direttivo valuterà la possibilità di un rischio di interferenza con gli obiettivi e i compiti dell’Eurosistema”.

Capisco perciò che la mossa del cavallo europeo, la Bce, ha già sortito un effetto, oltre a quello di far finire sotto scacco il Re: si è mangiato il cavallo della Grecia, ossia la Banca centrale nazionale, di fatto finita sotto tutela pure se sembra il contrario, e destinata a gravarsi di rischi che limiteranno la sua capacità di giudizio.

L’ELA lo può attivare, ma sempre condividendo la decisione con l’Eurosistema ed entro certi limiti, poco confacenti all’ammontare dei rifinanziamenti necessari alla Grecia.

Leggo le dichiarazioni rassicuranti del governo greco, che giura di non aver problemi perché tanto c’è l’ELA, come una penosa quanto forse inconsapevole sottovalutazione del problema. Ossia che il Re greco, ossia lo stato sovrano, è sotto scacco, e ha già perso il cavallo. E questo spiega bene perché nelle ultime ore le dichiarazioni dei politici greci siano diventate assai più concilianti.

Ora tocca ai greci fare la loro mossa.

Ma sono circondati.

Divagazioni statistiche: il mito dell’economia reale

Ogni tanto alzo la testa dalle misere cronache del nostro tempo e mi costringo a riflettere, con esiti più o meno discutibili, sull’infrastruttura di pensiero che regge silenziosamente queste cronache. Quel misto di pigre consuetudini, luoghi comuni, deduzioni à la carte rappresentato icasticamente dal dibattere giornalistico, oggi socializzato da internet, e dalle chiacchiere da bar, che ormai avvengono sui social network, che noi uomini del popolo frequentiamo non frequentando altro.

Sicché, in una di queste vane divagazioni, mi sono accorto che una delle consuetudini più frequentata, forse la più frequentata in assoluto da chi discorre di socioeconomia è la celeberrima distinzione fra economia reale ed economia finanziaria. Uno dei più consolidati retaggi della ricerca economica del passato ormai acquisito al rango di pensiero collettivo.

Tutti, chi più chi meno, a un certo punto del loro discorrere, hanno articolato il seguente ragionamento: la crisi nasce dal fatto che l’economia finanziaria ha surclassato quella reale, e adesso la speculazione, le banche cattive, gli imprenditori che non producono merci ma comprano titoli, i liberi movimenti di capitale, eccetera. Chi è senza peccato scagli la pietra.

Appartiene, d’altronde, alla nostra psicologia cercare spiegazioni semplici a fenomeni complessi. E più queste soluzioni sono schematiche più soddisfano il nostro impeto di comprensione, prestandosi peraltro a rapide generalizzazioni che offrono pure il vantaggio di poter essere comunicate e quindi condivise. Il fatto poi che queste deduzioni siano accompagnate da dati di fatti le potenzia a tal grado che facilmente diventano strutture ideologiche. Pensate, per dire, a concetti astrusi come quello di conflitto di classe o di laissez faire, che hanno ritmato la nascita e lo sviluppo dell’economia politica.

Purtroppo, o per fortuna, non sono un economista. Perciò qui mi propongo una di quelle semplici domande da dilettante che motivano la scrittura di questo blog: ma ha senso la distinzione fra economia reale e finanziaria?

Mi propongo, vale a dire, di uscire dal mio consueto stato di pigrizia mentale e provare a circostanziare con elementi di realtà, per quanto necessariamente approssimativi, questa dicotomia, che forse è apparente come tutte le dicotomie che il nostro pensiero razionale elabora per circoscrivere la realtà, questa sconosciuta.

Poiché vi so lettori attenti e poco inclini alle divagazioni astratte, per argomentare questa mia mi servo della statistica, forse la più elaborata forma di congettura mai elaborata dal pensiero umano, ma che gode al tempo stesso di unanime consenso circa la sua capacità quantitativa di descrivere la realtà.

Come fonte prendo alcune recenti statistiche sul prodotto interno negli Stati Uniti, in particolare quelle contenute nella stima del Pil del quarto trimestre 2014 pubblicata a fine gennaio scorso. Ho scelto gli Stati Uniti perché, piaccia o no, sono attualmente i capofila del nostro pensare economico, oltre ad essere la prima economia nel mondo. Quindi, in un certo senso, sono antesignani e avanguardisti insieme.

Leggere le statistiche del Pil americano, inoltre, offre l’indubitabile vantaggio di farci a conoscere meglio questa economia, che in fondo serve pure a comprendere meglio la nostra.

Ricordo ai non appassionati che il Pil si compone sommando la domanda interna, privata e pubblica, sia per consumo che per investimenti, l’export netto e inventari e scorte. E già da questa definizione si comprende che la distinzione fra economia reale e finanziaria è poco sensata, per la semplice circostanza che per le componenti del Pil tutto fa brodo.

Ricordo che sommando (o sottraendo) al prodotto interno lordo (GDP) il saldo dei redditi dall’estero si ottiene il prodotto nazionale lordo (GNP). Mi chiedo se i redditi che derivano dall’estero siano da considerare un flusso dell’economia reale o di quella finanziaria. E mi rispondo che questa suddivisione non ha senso dal punto di vista statistico che, come abbiamo visto, li aggrega.

Per approfondire l’analisi del prodotto, perciò, considero la suddivisione del Pil per i vari settori industriali, alla ricerca, come un novello Diogene, dell’economia reale. All’uopo mi servo di un’altra statistica, quella sul secondo trimestre 2014 del Pil ma suddivisa per i settori industriali.

Consulto in particolare una tabella che calcola il valore aggiunto dei singoli settori. E qui già vediamo un dato interessante che dice molto dell’economia americana. Uso il dato sul GDP consolidato del 2013, che ovviamente è inferiore a quello che 2014, ma solo perché ci dà la visione su un intero anno, visto che quello del 2014 non è ancora disponibile. Ebbene, nel 2013 il GDP Usa è arrivato a 16.768,1 miliardi di dollari. Le industrie private hanno creato valore per 14.556,4 miliardi, il governo per i rimanenti 2.211,6. Quindi circa l’86% del valore aggiunto del prodotto americano è creato dal settore privato.

Negli addenda in calce alla tabella leggo poi che il valore aggiunto delle industrie che producono beni è stato di circa 3.314 miliardi (foreste, agricoltura, pesca, caccia, miniere, costruzioni e manifatture), mentre quello delle aziende che producono servizi (commercio all’ingrosso e al dettaglio, trasporti, informazione, finanza, assicurazioni, real estate, noleggi e leasing, servizi professionali e di business, educativi, sanitari, arti e intrattenimento, servizi ricreativi, di accoglienza e ristorazione e altri servizi escluso il governo)  di circa 11.242.

Ciò conferma quella che è una tendenza nei paesi capitalistici maturi, che vedono gran parte della loro crescita dipendere dai servizi più che dalla produzione di beni. Ma i servizi dovremmo considerarli come economia reale? Pochi, credo ne dubiteranno.

Se poi andiamo a vedere i singoli settori, scopriamo alcune informazioni di dettaglio che mettono meglio a fuoco il problema. Se il problema sono le banche, le assicurazioni o, in generale, il settore finanziario, sappiate che, sempre nel 2013, il valore aggiunto del settore “finanza, assicurazione” è stato di 1.206 miliardi di dollari a fronte del 2.028 del settore manifatturiero, suddivisi fra i 1.088 dei beni durevoli e i 940 di quelli non durevoli.

Quindi potremmo dedurne che la cosiddetta economia reale, di cui certo fa parte il settore manifatturiero, produce molto più valore aggiunto di quello finanziario persino negli Usa. Quindi forse è un po’ esagerato parlare di supremazia della finanza.

Faccio notare che nella classificazione utilizzata dall’istituto di statistica americano, il real estate, associato al rental e al leasing, viene conteggiato sotto la voce finance-insurance. E che il settore della costruzioni, quindi il mattone vero e proprio, ha prodotto nel 2013 619,9 miliardi di valore aggiunto, meno del settore arte, intrattenimento accoglienza e ristoranti.

Mi chiedo, tuttavia, quanta parte dello sviluppo manifatturiero – mi limito a questo per semplificare – sia debitore allo sviluppo dei servizi finanziari, atteso che anche una banca ha bisogno di sedie, tavoli e computer. Così come mi chiedo quanta parte dello sviluppo manifatturiero debba all’economia finanziaria, atteso che le imprese normalmente hanno debiti da gestire. Ma purtroppo questo la statistica non lo dice.

Quello che ci dice, però, è che l’economia reale, intesa come la rappresenta la vulgata, non ha dignità statistica, componendosi il prodotto finale di tutti i valori aggiunti.

Il Pil, infatti, per come è stato concepito, si propone di aggregare ogni valore economico purché sia statisticamente misurabile. E l’ambizione contemporanea, che ci dice molto dello spirito del nostro tempo, è ampliare il più possibile questa misurazione.

Per farvela breve, la distinzione fra economia reale e economia finanziaria è un mito che, andando a fondo, cela la vera sostanza del pensare economico contemporaneo: il suo essere profondamente immaginario. E, di conseguenza, anche la principale trasformazione alla quale stiamo andando incontro: ossia verso l’economia dell’intrattenimento.

Ma di questo vi racconterò domani.

(1/segue)

Leggi la seconda e ultima puntata

 

Quei nove trilioni di dollari che spaventano il mondo

Chi sa quanto sia invadente e pervasivo il credito denominato in dollari che banche e investitori nel mercato dei bond hanno concesso ai prenditori non finanziari fuori dagli Stati Uniti non si stupirà nell’apprendere che tale montagna di denaro ha raggiunto i nove trilioni di dollari. La qualcosa ci permette di apprezzare compiutamente i rischi che l’ormai imminente avvio del rialzo dei tassi americani può provocare sul livello globale della liquidità e sui meccanismi di trasmissione della politica monetaria.

Personalmente, conoscendo la generosità dei grandi creditori, ciò che mi ha stupito è stato notare come tale flusso delirante di denaro sia praticamente raddoppiato dal 1996 a oggi. E che abbia continuato a crescere anche dopo il 2008.

Se consideriamo lo stock al netto dei prestiti concessi ai governi si è passati circa dal 10 al 20% del totale dei crediti denominati in dollari, mentre al lordo dei crediti concessi ai governi si è passati dal 20 al 30%. Vale la pena anche notare che lo stock complessivo, che nel ’96 contava poco più di 10 trilioni, ormai è pressoché quintuplicato.

Ciò spiega meglio di ogni ragionamento perché il tema sia finito all’attenzione della Bis (“Global dollar credit: links to US monetary policy and leverage”), che ha dedicato al fenomeno un paper da leggere tutto d’un fiato, atteso che descrive in maniera esemplare lo scenario globale del quale la Fed, e quindi il resto del mondo, dovrà tener conto per le sue decisioni a venire.

“I crediti denominati nelle valute maggiori – osserva l’autore – hanno implicazioni per la stabilità finanziaria e monetaria”, visto che “uno stock sostanziale di prestiti denominati in dollari o euro implica che le scelte di politica monetaria delle banche centrali vengano trasmessi direttamente nelle economie”. Questo sul versante monetario.

Sul versante finanziario, la scelta di indebitarsi in valuta estera può avere effetti diretti sulla stabilità, visto che la decisione di servirsi di una valuta estera può facilitare boom degli asset che finiscono sempre col condurre verso una crisi.

Sia come sia, tale pratica si è diffusa a macchia d’olio, coinvolgendo innanzitutto i paesi emergenti.

Alla metà del 2014 i crediti nominati in dollari fuori dagli Usa alle non banche hanno raggiunto il 13% del Pil mondiale, ben oltre i 2,5 trilioni di crediti denominati in euro e gli 0,6 trilioni denominati in yen, con la sottolineatura che mentre i crediti in euro sono concentrati in Europa, quelli in dollari sono autenticamente globali. Il dollaro americano ha invaso anche quei paesi che non sono dollarizzati, Cina in testa.

Quest’ultima, secondo le stime della Bis, avrebbe in dollari l’80% del totale dei crediti in valuta ottenuti, pari a circa 682 miliardi di dollari a fine giugno 2014. Ma tale crescita ha riguardato anche colossi come Brasile e India. E poi Messico, Corea del Sud, Filippine, Perù e Cambogia.

La novità, che lo studio della Bis illustra, è che una parte crescente di questi crediti non sono un’emanazione bancaria, ma arrivano dal mercato dei bond. Si è assistito, vale a dire, a un notevole aumento delle emissioni di bond denominati in dollari anche da parte di paesi esteri.

In particolare, la ricognizione svolta su 22 paesi negli ultimi 15 anni, mostra con chiarezza come i debitori, spinti dai tassi esteri più bassi rispetto a quello domestico, hanno spinto sempre più sul pedale del credito in valuta per finanziarsi. Un altro esito del peccato monetario degli anni 2000, incoraggiando la creazione di bolle un po’ dappertutto.

Prima della crisi tale mole di crediti vedeva le banche come protagoniste del mercato, quindi nella concessione di credito. Dopo il 2008 invece la raccolta di credito ha visto il mercato dei bond nel ruolo di grandi protagonisti.

Aziende e governi hanno emesso grandi quantità di bond denominati in dollari e le banche si sono limitate a comprarli. Poi, una volta che la Fed ha iniziato a comprare bond Usa, conducendo al ribasso dei tassi, gli investitori internazionali hanno iniziato a comprare questa carta per provare a spuntare qualche punto in più rispetto agli ormai poco fruttuosi titoli americani. Come risultato la quota dei prestiti bancari sul totale dei crediti è diminuita da oltre il 60 al 55% del totale dello stock.

Sicché la montagna di denaro ha iniziato a crescere sempre più, e adesso bisogna farci i conti. In un momento, peraltro, in cui le condizioni internazionali non sono le migliori. Basta osservare il rallentamento di molti paesi emergenti, che anche di recente il Fmi ha osservato, e il calo dei corsi petroliferi, che per molti paesi rappresentano la principale fonte di reddito.

Interessante anche notare come, contrariamente a quanto si possa credere, gli Usa sono titolari solo di 2,3 trilioni di questi 8,6 trilioni di crediti agli operatori non finanziari denominati in dollari. Ciò vuol dire che i dollari off shore rappresentano circa i tre quarti del credito totale. “Questo è possibile perché molte banche non Usa hanno trilioni di depositi in dollari”, osserva la Bis. Che è il modo dei banchieri per dire che il dollaro è di fatto se non di diritto la moneta internazionale.

E poi c’è un’altra circostanza: i residenti Usa sono relativamente più interessati al mercato dei bond esteri denominati in dollari rispetto alle banche americane. Forse perché è dal mercato dei bond che arrivano i migliori rendimenti?

Il fatto che non siano gli Usa a far la parte del leone nella titolarità di questi crediti, non vuol dire però che non ne abbiano voce in capitolo. Ciò che decideranno di fare gli americani della loro moneta, infatti, avrà un effetto diretto su questi crediti altrui. Per dirla con le parole della Bis “c’è solo un federal funds e un solo dollar Libor, ma ci sono due stock di debito in dollari che rispondono molto diversamente a questi tassi di interesse”.

In particolare, lo studio osserva che che “quando il tasso effettivo dei federal funds è inferiore a quello prescritto dalla Taylor rule, i prestiti off shore tendono a crescere, spesso a doppia cifra”. A ciò si aggiunga che la compressione dei rendimenti americani, ottenuto con il QE della Fed, ha avuto sostanzialmente un effetto simile. Pur di spuntare guadagni, gli investitori hanno comprato bond con meriti di credito bassi, esponendosi perciò a più rischi.

Ciò conferma una cosa che sapevamo già: la politica monetaria americana si trasferisce attraverso vari canali in tutto il mondo. Perciò il mondo dovrà farci i conti quando cambierà. A cominciare dai paesi più fragili.

 

La bolla dell’euro

La domanda mi sorge mentre guardo un grafico, contenuto in un paper della Bis (“Debt”), che fotografa l’andamento del debito, pubblico e privato, nel periodo 2000-13: se come dice qualcuno il credit boom di questo periodo ha avuto effetti evidenti sia nel settore privato che in quello pubblico, in Grecia come in Germania, per tacere del resto del mondo, cosa impedisce di ipotizzare che anche l’avvento dell’euro, ne sia stato una (in)diretta conseguenza?

Detto altrimenti: se il mondo non avesse conosciuto la bonanza creditizia del XXI secolo, ci saremmo potuti permettere l’eurozona?

Ad alcuni questa domanda parrà oziosa, ma solo perché magari trascurano di dedurne alcune conseguenze.

Se l’euro è la madre di tutte le bolle che l’eurozona ha conosciuto nei primi anni dieci del XXI secolo, infatti, capire cosa l’abbia innescata significa anche comprendere cosa succederebbe se tale innesco un giorno dovesse venire a mancare.

Alcuni studiosi hanno individuato nella politica monetaria americana d’inizio secolo l’autentico peccato monetario del nostro tempo. Per reagire alla crisi di internet, la Fed abbatté i tassi così innescò, a livello globale, un generale sommovimento dei tassi al ribasso.

Vado a ripescarmi i dati, che riporto qui per vostra comodità di lettura.

All’inizio del 1999 il Fed funds era al 4,75% mentre il tasso Bce (l’euro c’era già anche se ancora non circolava) era al 3%. I tassi americani arrivano alla rispettabile quota del 6.5%, oggi inimmaginabile, un anno dopo. Vediamo la Bce adeguarsi quasi in parallelo, con il tasso che arriva al 4,75% poco dopo l’arrivo a quota 6,5% di quello Fed. Se certo questo non basta a ipotizzare una correlazione, si potrebbe dire che fra i due tassi c’era una certa simpatia.

Alla fine del 2000, quando la bolla internet comincia a deflagrare, la Fed inizia una rapida politica di tagli al Fed funds, che nel corso del 2001 viene portato intorno al 2%, da dove proseguirà il suo calo lungo tutto il 2002 fino al minimo dell’1% raggiunto nei primi mesi del 2003.

La Bce guarda attonita La simpatia si trasforma in imbarazzo, che sospende il giudizio dei nostri banchieri centrali per buona parte del 2000 e del 2001, quando il tasso rimane inchiodato al 4,75%. Solo a maggio del 2001 il tasso viene ribassato di appena 25 punti base. Il primo di una serie di mini ribassi, che porterà il tasso Bce al 3,25% a novembre. Il ciclo dei ribassi Bce si conclude a giugno 2003, quando il tasso raggiunge il 2% e lì rimane fermo fino al dicembre 2005.

Quindi nel gennaio 2002, quando l’euro entra in circolo, abbiamo la Bce con i tassi al 3,25% e la Fed poco sotto il 2%. Oggi sembrano tassi assurdi, ma a quei tempi erano già considerati molto bassi.

Ricordo che la Fed tenne i tassi all’1% per quasi un anno, per poi iniziare gradualmente a innalzarli nella seconda metà del 2004, mentre la Bce li tenne a 2% fino al dicembre del 2005, quando iniziò a farli risalire, anche stavolta per la probabile simpatia coi tassi americani, che intanto si avviavano verso il 6,25% raggiunto nei primi mesi del 2006, dove rimasero fino alla metà del 2007, quando iniziò a scricchiolare l’economia dei subprime.

La Bce intanto era arrivata al 4% a giugno del 2007 e li innalzerà ancora al 4,25, dove rimarranno fino all’0ttobre 2008, a crisi non solo conclamata ma già fonte di grandi disastri.

Nel frattempo la Fed si avviava verso lo 0-0,25, che fisserà da dicembre 2008 e da dove non si muoverà più, mentre la Bce, dopo aver rapidamente ridotto il tasso all’1% fra l’ottobre 2008 e il maggio 2009, riusciva persino a rialzarlo all’1,5% nel luglio 2011, a crisi del debito sovrano ormai consumata. Da lì è partita la serie di ribassi che ha portato i tassi Bce al livello di quelli Usa a settembre 2014.

Questa mole di dati diventa interessante se la si legge in controluce con l’incremento dell’indebitamento nello stesso periodo. I valori assoluti parlano da soli: nel 2000 la somma totale dei debiti di Usa, Giappone, Euro area, Cina e altri paesi emergenti era intorno al 50 trilioni di dollari. Nel 2013 aveva superato di parecchio i 125 trilioni, in crescita costante malgrado la crisi. O forse proprio per questo.

Ma gli anni magici sono stati i primi del 2000. Fra il 2002 e il 2003 il totale dei debiti ha già raggiunto i 75 trilioni, e nel 2007 ha superato i 100. In un settennio la quota tale di debiti, pubblici e privati, è più che raddoppiata.

Il grafico mostra con chiarezza che tale aumento di debiti ha riguardato tutti, a cominciare ovviamente dagli Usa. Ma nell’eurozona l’aumento di debiti è addirittura esplosivo, così come è accaduto negli emergenti, Cina in testa. Evidentemente l’euro ha favorito la creazione di credito nell’area. Ha agito da moltiplicatore della fiducia.

A tal proposito l’autore del paper rileva il ruolo trainante della finanza, ossia dell’intermediazione creditizia, nella creazione delle bolle. Nell’industria manifatturiera, spiega, l’output è limitato dalla quantità fisica disponibile dell’input. Al contrario, l’attività finanziaria ha come limite il cielo, e anche oltre, vista la teorica infinita possibilità degli intermediari a concedere credito, e quindi creare moneta, anche in mancanza dell’input . “Le banche non hanno bisogno di denaro in cassa per estendere il credito”, sottolinea. E tanto più se la politica monetaria assume un’aria accomodante. Come è accaduto negli Stati Uniti per prevenire il bust post internet. E più tardi in Europa.

Sul come, sul quando e sul chi, insomma, ci sono pochi dubbi. La generosità americana ha scaricato sul mondo una quantità di risorse tale da far più che raddoppiare, per il meccanismo cieco della fiducia, la quota di crediti (e quindi di debiti) in giro per il mondo. L’euroentusiasmo li ha moltiplicati. Quegli anni, molti lo ricorderanno, sembrava che il sole della crescita non sarebbe mai tramontato.

L’euro, in tal senso, è stato un facilitatore e un moltiplicatore. Ha favorito il diffondersi della bolla creditizia globale nella zona euro, eliminando il rischio cambio, che poi si è trasferita sugli asset, a cominciare dai mercati immobiliari. E ha funzionato all’opposto quando la fiducia è crollata.

L’entusiasmo, infatti, preparava il declino. I tassi bassi hanno favorito il frenetico scambio di capitali fra paesi core e periferici nell’eurozona che, successivamente, ha messo in crisi i debiti sovrani, visto che gli stati hanno dovuto aprire il portafoglio per assorbire enormi perdite del settore privato. E il grafico che misura l’andamento del debito nel settore pubblico, in decisa espansione dal 2010 in poi, lo visualizza con chiarezza.

Rimane da capire cosa succederà se mai si andasse verso la normalizzazione della politica monetaria. Quando, vale a dire, lo sboom creditizio diverrà sistemico.

Ma intanto godiamoci il QE.

La “pre-crisi” della Germania

Ora la domanda che mi faccio è molto semplice: com’è possibile che il boom di liquidità dei primi anni 2000 abbia servito così male la Grecia e così bene la Germania?

E poi un’altra: l’eurovincolismo, ossia il rispetto di alcuni parametri macroeconomici che hanno evidente ricadute politiche, alla base dell’unificazione europea, ha fallito perché implicitamente sbagliato, o proprio a causa dell’eccessiva liquidità che l’ha accompagnato?

Provo a rispondermi seguendo il filo tracciato dal paper della Bis (“Credit booms: implications for the public and the private sector”) che proprio alle implicazioni dei boom creditizi sui settori pubblici e privati dedica la sua attenzione.

Qui trovo un paragrafo che cattura la mia attenzione già dal titolo: “Vincoli al lavoro, il caso della Germania”.

Già, la Germania: l’altra metà del cielo. L’anti-Grecia, viene da dire, asseverando così tutta la peggiore vulgata vagamente razzista che ha inondato la nostra pubblicistica più o meno recente.

Ancora una volta mi impongo di far piazza pulita di tutti i miei pregiudizi, che come ognuno covo nelle pieghe del mio spirito, e m’impongo di leggere, con la mente sgombra da ciò che credo di sapere, l’analisi del nostro autore, che qui vi riepilogo perché credo contenga diversi spunti interessanti.

A cominciare dalla domanda iniziale che somiglia alla mia.

“Negli anni successivi all’introduzione dell’euro, la Germania si è impegnata in dolorose riforme del suo welfare state. Perché la Germania ha adottato le riforme che molti paesi periferici hanno invece rifiutato?”.

Già, perché? A meno di non dar ragione alla solita vulgata, bisognerà pure cercare di capire cosa spinse i politici tedeschi a fare quello che hanno fatto.

La risposta, secondo l’autore, va ricercata nel grafico che visualizza l’andamento dei tassi nominali in alcuni paesi dell’eurozona. “L’euro consentì la convergenza dei tassi verso il livello della Germania – osserva – ma i tassi della Germania erano già al livello della Germania. Di conseguenza, per i tedeschi, l’euro implicò un vincolo di restrizione fiscale, a differenza di quanto accadde per il Portogallo o la Grecia. In assenza di margini di manovra, la Germania non ha potuto che agire”.

Come dire, siamo tutti peccatori, anche chi è costretto a redimersi. Non c’è poi questa gran differenza fra greci e tedeschi. Almeno relativamente al problema.

Per capire perché la Germania fosse costretta a redimersi, tocca fare un altro passo indietro. “Dopo gli anni che seguirono alla riunificazione – sottolinea – l’economia tedesca rallentò durante gli anni che condussero all’euro. La media della crescita nella seconda metà dei ’90 fu all’incirca dell’1%. Come risultato la disoccupazione raggiunse l’11%”.

Inoltre i fattori demografici giocavano contro la Germania. La quota della popolazione attiva (15-64enni) aveva raggiunto il picco nell’87 e iniziato a declinare negli anni successivi. A questo si aggiunse l’eredità dell’economia dell’est, in condizioni assai difficili, senza che la Germania riuscisse neanche ad entrare nel ciclo espansivo dell’immobiliare, a differenza di Spagna o Irlanda. In Germania, infatti, i prezzi del mattone calarono a lungo. Solo di recente, lo ricordo, hanno iniziato un percorso di crescita.

Il risultato di questa situazione fu che il settore del welfare entrò in fibrillazione. Ciò condusse a una maggiore tassazione, per coprire i costi della social security, che finì col danneggiare la competitività tedesca.

In pratica l’aumento del peso relativo dei contributi fece esplodere il costo del lavoro.

L’autore calcola che fra il 1990 e il 1998 il peso dei contributi sociale sul costo del lavoro complessivo passò dal 35,5 al 42,1%, spinto in su dal costo della riunificazione tedesca. Ciò contribuì alla perdita di competitività e, in ultima analisi, all’aumento della disoccupazione.

Ciò anche a causa della fisionomia del mercato del lavoro tedesco, tutt’altro che austero a quei tempi malgrado si tenda a pensare il contrario. “Il mercato del lavoro tedesco – nota l’autore – era caratterizzato da spese elevate e programmi di lunga durata. E poiché i sistemi di assicurazione sociale erano essenzialmente pagati dai dipendenti, un calo delle ore lavorate ha reso la situazione disastrosa”.

Cosa ha impedito alla Germania di socializzare, seguendo la via fiscale, tale stress finanziario?

Secondo il nostro autore concorsero l’indipendenza della Bundesbank e la frammentazione politica associata al federalismo, che prevennero “la domanda di sostegno pubblico all’impiego”. Ciò determinò che l’unica area comune da aggredire fosse il welfare. E l’arrivo dell’euro non fece che affrettare questo processo che la Germania aveva evitato di affrontare in maniera decisa malgrado la riunificazione le avesse fornito un’occasione unica.

Le riforme non piacciono a nessuno, insomma. Neanche a quelli che le predicano.

Anche qui il caso delle pensioni è icastico. Il sussidio federale ai fondi pensione ammontava al 18,5% del totale delle entrate di questi fondi ai primi anni ’90. Tale contributo iniziò a crescere da allora, arrivando a sfiorare il 27% nel 2003.

Nel 1997, per frenare questa deriva, il cancelliere Kohl  approvò una riforma delle pensioni che si proponeva di collegare le prestazioni alla speranza di vita. Ma nel ’98, i socialdemocratici vinsero le elezioni promettendo, fra le altre cose, di cambiare questa impostazione. Ciò provocò un aumento delle spese e, di conseguenza, la necessità di finanziarle. Il che mise ulteriormente in tensione il bilancio federale costringendo il governo a ripensare tutta l’architettura.

Sicché quando partì l’euro la Germania si trovò in una situazione di stress finanziario senza neanche poter contare sul sollievo dei tassi bassi che stavano sperimentando i paesi del Sud Europa né tantomeno sulla benevolenza della Bce.

Si ricorda di quel tempo un’intervista rilasciata dal cancelliere Schröder al New York Times, il 30 giugno 2001, nella quale ricordava alla Bce che la sua missione non era soltanto la stabilità dei prezzi ma di pensare anche alla crescita. La prima di una lunga serie, viene da dire. Anche se nel tempo cambierà la nazionalità dell’intervistato.

Per farvela breve, la Germania si trovò all’angolo. Non le restò che elaborare una riforma tanto impopolare quanto necessaria.

Schröder varò l’Agenda 2010, un vasto programma di riforme il cui cuore furono quelle Hartz I-IV, “la più grande revisione del welfare tedesco dalla seconda guerra mondiale”.

Gli studiosi sono ancora in disaccordo circa l’ipotesi che le riforme Hartz siano all’origine della buona performance tedesca durante la crisi. Altri ritengono che l’impeto riformista, che risale alla riunificazione, sia stato ancora più centrale. Ma il punto centrale è comprendere che la Germania – o meglio alcune categorie di cittadini tedeschi – ha pagato il suo prezzo. Solo che l’ha pagato prima. E non perché sia stata scaltra, ma perché non ha avuto altra scelta.

Sicuramente non l’avrebbe fatto se non fosse stata costretta.

(2/fine)

Leggi la prima puntata

L’ipocrita tenzone fra Europa e Grecia

Non so voi, ma io osservo con preoccupato disagio il balletto inscenato da Grecia e l’Europa, con la Germania a far la voce grossa e la Francia in rumoroso silenzio.

Il governo greco, fresco di nomina, vuole l’applauso dei suoi sostenitori, ossia i debitori, che dalla Grecia dilagano in tante parti d’Europa. I tedeschi e le autorità europee quello dei creditori, intanto, ricordando che i patti si rispettano eccetera eccetera.

Sicché l’arena si riempie di cori da stadio che lasciano pochissimo spazio all’osservatore pacato. Negli stadi si trovano a loro agio solo i tifosi. Capirete perciò il mio disagio.

Faccio solo qualche esempio. Qualche giorno fa la stampa ha riportato che il governo greco avrebbe rialzato il salario minimo a 750 euro. Poi che era stata bloccata la privatizzazione di alcune infrastrutture strategiche. Poi che saranno riassunti 3.500 statali greci licenziati in ossequio alla Troika. Al contempo, quasi a far da eco, si son levate le voci arrochite di politici tedeschi e europei che vi risparmio perché potete immaginare da soli cosa abbiano detto.

Nel mentre i mercati affossavano la Grecia, con spread alle stelle e borse in calo, guidate dalle banche, che però l’indomani si riprendono ma solo per ricadere il dì appresso.

Nulla di nuovo sotto il sole. E’ chiaro che è iniziata una trattativa che ha per oggetto le obbligazioni del greci. E che tale trattativa venga declinata con la solita politica degli annunci e degli spauracchi. Ma questo non dovrebbe impedirci di ragionare e porci domande.

Sicché mentre rimuginavo su queste cronache, afflitto e molto annoiato, mi è finito sotto gli occhi un pregevole paper della Bis uscito pochi giorni fa (Credit booms: implications for the public and the private sector) che ha illuminato di una luce diversa tutto lo scenario.

D’improvviso l’ennesima replica della tragedia greca, con gli eurogermanici nel ruolo di spietati aguzzini, mi si rivela per quello che è in sostanza: una fiera dell’ipocrisia, dove due combattenti s’impegnano in una lite, che entrambi hanno contribuito a innescare sotto lo sguardo benedicente e malpensante (o il contrario, fate voi) di mamma Europa. Una singolar tenzone fatta d’apparenza più che di sostanza. Puro teatro a uso del pubblico pagante (con le tasse), con i giochi decisi dietro le quinte.

Il fatto che questa stantìa rappresentazione coinvolga ancora gli spettatori – gli attoniti cittadini europei e i mercati dispettosi – è l’ennesima prova di quanto sia breve la memoria nel nostro tempo.

Lo scopo del paper, in realtà, non è quello di raccontare della Grecia o della Germania. L’autore infatti si propone di analizzare gli effetti dei boom creditizi nei settori pubblici e privati.

Senonché, e possiamo davvero vantarcene, l’eurozona è diventato un caso di scuola, circa i danni che può provocare il credito erogato scriteriatamente. Perciò il caso greco, come anche quello portoghese e spagnolo, vengono analizzati seguendo intanto l’ipotesi che l’ampia liquidità disponibile nei primi 2000 abbia avuto un’influenza anche sulle politiche economiche. Deleteria, peraltro.

E qui il caso greco casca a fagiolo, visto che “l’eliminazione del rischio di cambio e la completa integrazione dei mercati dei capitali ha condotto a forti affussi di fondi dal centro dell’eurozona alla periferia”, dato acquisito ormai. Così come sappiamo che è stato il movimento inverso a generare la crisi. “L’eurozona è un interessante laboratorio per queste idee – recita il paper – perché molti si aspettavano che l’euro avrebbe corretto alcuni problemi di politica economica che avevano ritardato le riforme”.  Tutto il contrario, come sappiamo bene.

Come amarcord l’autore ci regala una dichiarazione dell’allora governatore della banca centrale ellenica, Lucas Papademos, che nel 2001, parlando dell’ingresso nell’euro della Grecia disse che “nell’eurozona sarà impossibile migliorare la competitività svalutando il tasso di cambio. Gli obiettivi di una maggiore occupazione e di una maggiore produttività devono essere perseguiti attraverso riforme fiscali strutturali che puntino ad aumentare la competitività aumentando la produttività, migliorando la qualità dei beni e servizi greci e assicurando insieme la stabilità dei prezzi”.

Un vero manifesto politico.

Non è quindi, che non ce l’avessero detto. Chiunque poteva leggere le parole del governatore greco. A cominciare dai suoi connazionali.

L’analisi prosegue notando che l’introduzione dell’euro ebbe il noto effetto sui tassi di interesse, che iniziarono a convergere verso quello tedesco. Un grafico ci mostra come i tassi nominali greci, che nel ’93 stavano poco sotto il 25%, arrivando nel ’97 intorno al 10%, dal ’99 in poi iniziarono a convergere intorno al 5%, esattamente come accadde in Irlanda, Spagna, Portogallo e Germania.

Il grafico successivo ci mostra l’andamento dei prestiti ai residenti privati effettuati dalle banche fra il ’99 e il 2012 in percentuale sul Pil. La Grecia, visto che parliamo di lei, stava sotto il 50% del Pil prima dell’ingresso dell’euro e da lì la curva ha iniziato a crescere con regolarità.

Alla fine del 2009 si raggiunge il picco, intorno all’80%. Nel corso del 2010, quindi nel bel mezzo della crisi, una lieve flessione, per poi conoscere, da fine 2010, una rapida impennata, assai più rapida che negli anni precedenti. Nel suo periodo peggiore il debito privato dei greci è cresciuto più che nel periodo migliore. Nel primo quarto 2012 era intorno al 120% del Pil.

Ciò mostra chiaramente, secondo l’autore, che se è sicuro che il debito privato è cresciuto in Grecia con l’ingresso dell’euro, i problemi sofferti dal Paese sono stati provocati, prima della crisi, principalmente dal settore pubblico, che ha importato risorse dall’estero per finanziare la sua spesa corrente, creando un notevole deficit nella bilancia dei pagamenti. Il contrario è avvenuto in Portogallo e in Spagna.

L’idea che gli squilibri del settore pubblico possano aver danneggiato la Grecia più di quelli del settore privato farà innervosire qualcuno, però merita di essere osservata senza pregiudizi.

L’autore cita il caso della riforma delle pensioni pubbliche, “una delle questioni più salienti che da due decenni viene definita come essenziale” nel dibattito sulla crisi greca.

Due grafici fotografano efficacemente la situazione. Il primo illustra il pension replacement rate del sistema pensionistico pubblico greco, ossia la percentuali dei guadagni pensionistici sul reddito antecedente al pensionamento. Ebbene, in Grecia (dato Ocse 2011) il Prr supera il 90% che, semplificando, vuol dire che un pensionato ha una pensione di oltre il 90% dell’ultimo stipendio, quando la media Ocse è intorno al 60. In Germania poi è poco sopra il 40%. Ma il dato ovviamente non include il contributo del settore dei fondi pensione. Si discute, lo ricordo di previdenza pubblica.

Rimane il fatto però, e di questo parla il secondo grafico, che sempre l’Ocse ha calcolato (dato 2011) che il fabbisogno del sistema pensionistico pubblico greco arriverà a sfiorare il 25% del Pil nel 2060 impennandosi dal 2030 in poi. Calcoli certo ipotetici, ma che la dicono lunga sulla sostenibilità della previdenza ellenica.

Le pensioni, dunque.

Un paper del 2003 ci ricorda che il primo serio tentativo di riformare le pensioni risale al periodo 1990-92, quando le finanze pubbliche greche erano in grave crisi” Tanto da complicare non poco l’inserimento della Grecia nel progetto europeo.

Il primo tentativo di riformare le pensioni greche risale al 1990, ma “i timidi tentativi del governo lasciarono i problemi strutturali irrisolti”. Si ritentò, ma con scarso successo.

Nel 2002 un altro paper sommarizzò così il problema: “Le pensioni hanno continuato ad essere molto generose, comparate con la contribuzione in termini attuariali, anche per i nuovi entrati nel mercato del lavoro”.

Si ritentò nel ’96, e con maggiore decisione nel 2001, quando si propose di innalzare l’età pensionistica e l’età contributiva, e si ridusse il replacement rate al 60%. Ma la proposta fu ritirata per le massicce proteste della popolazione.

Si continuò a discutere, ma le nuove proposte del governo non cambiarono la sostanza delle problematiche pensionistiche greche. Il sistema rimaneva poco sostenibile, ineguale e frammentato. Finché l’impeto riformista non svanì nel bengodi degli anni buoni dell’euro. Ma ancora nel 2003 il Fmi notava la sostanziale insostenibilità della spesa pensionistica greca.

Tutto ciò che ottennero le cassandre della previdenza greca fu che con la mini riforma del 2002 la spesa pensionistica greca, nel 2040, arrivasse dal 22,5% del Pil, dov’era prevista, al 21,4%.

Cosa fece l’Unione europea di fronte a questa situazione? “Piuttosto che imporre alla Grecia un vero e proprio vincolo di bilancio, stabilì di ‘Facilitarle l’apprendimento delle politiche'”. Fece da consulente, insomma.

Eppure già da allora, siamo nel tempo che precedeva l’adozione dell’euro, “il sistema pensionistico greco era visto come un problema chiave, visto che le pensioni consumavano il 12,1% del prodotto e impegnavano il 52% del totale della spesa sociale a fronte del 28% della media Ue”. E ciò malgrado il rischio di povertà dei pensionati greci fosse 2,3 volte maggiore di quelli dei pensionati del resto dell’Ue.

Il solito gioco delle tre scimmiette, che non vedono, non sentono e non parlano. Fin quando non è troppo tardi.

Dopo fu peggio. “Una volta che la Grecia entrò nell’euro il ruolo dell’Europa cambiò. Non ci fu più spazio per le pressioni a fare riforme reali, ma si optò per una linea soft” che la burocrazia Ue chiamava “metodo aperto di coordinamento”.

Ossia: fate come ti pare.

“In altre parole, una volta che la Grecia vinse la sfida per l’ingresso nell’euro, e il suo budget pubblico divenne sostenibile grazie al calo della spesa per interessi, il momento per la riforma delle pensioni fu perduto”. Ma fu l’insieme delle riforme, che doveva inziare già dal ’92, a finire nel dimenticatoio. Fino all’esplodere della crisi.

L’abbondante liquidità dei primi anni 2000, insomma, nell’analisi del nostro autore, unita al calo dei tassi favorito dall’euro, fece finire in soffitta l’impeto, mai troppo pronunciato, della Grecia a riformare il sue settore pubblico, malgrado fosse fonte di squilibrio.

Dopo l’esplosione della crisi, l’avvento della Troika non poteva risparmiare il settore pensionistico. Nell’ultimo Pension outlook dell’Ocse leggo che i bonus per i pensionati a basso reddito sono stati ridotti sin dal 2013. Poi che l’indicizzazione è stata congelata dal 2011 al 2015, collegando peraltro all’indice dei prezzi e non più, com’era prima (anche da noi nella preistoria) ai salari dei dipendenti pubblici. Quindi si è adeguata l’età pensionistica fra uomini e donne, portando quella del gentil sesso ai 65 anni e, dulcis in fundo, nel 2013, l’età pensionabile è stata innalzata a 67 anni. Dobbiamo aspettarci dichiarazioni di fuoco del governo greco anche contro questa “austerità” pensionistica?

E mentre leggo mi viene in mente una lettera che Mario Draghi ha mandato qualche giorno fa a un europarlamentare greco nella quale si ricorda senza mezzi termini che la pressione fiscale in Grecia è poco superiore al 34%, assai meno che la media dell’eurozona.

Mi chiedo se sia giusto, di conseguenza, da cittadino che ha subito diverse e dolorose riforme delle pensioni e che sopporta una pressione fiscale di oltre il 43% supportare la battaglia dei greci. Pagare, ad esempio, per la difesa delle loro pensioni.

Ma poi capisco che è un gioco a somma zero: il classico ragionamento da guerra fra poveri. L’ennesima declinazione della finzione teatrale.

Molto semplicemente, nessuno è innocente in questa rappresentazione tragica. Nemmeno le vittime, pure a volerle considerare tali.

E questo si capisce bene se si guarda all’altra metà del cielo: la Germania.

Ma di questo vi dirò la prossima volta.

(1/segue)

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L’eurotartaruga avanza decisa verso l’unione finanziaria

Poiché ho la massima considerazione per la sapienza contenuta nei proverbi, mi torna in mente il vecchio adagio che ricorda quanto vada lontano chi va piano, mentre leggo l’intervento di Yves Mersch, componente lussemburghese del board della Bce dall’esemplare titolo “Advancing monetary union” del 25 gennaio.

Provenendo dall’ex governatore della banca centrale del Lussemburgo, paese che sulla finanza e le agevolazioni fiscali ha costruito la sua fortuna, queste riflessioni mi risultano assai utili per apprezzare lo stato d’animo dei nostri banchieri centrali e segnatamente dei loro obiettivi per l’anno da poco iniziato. E scopro così che, con la lentezza implacabile della tartaruga, l’eurozona si sta muovendo decisamente lungo il percorso che già nei mesi scorsi è stato con chiarezza delineato da diverse autorità europee: l’unione del mercato dei capitali: il terzo passo dell’area euro.

Ai meno amanti della astruserie risulterà sofistica la distinzione fra mercato monetario e mercato finanziario, ma in realtà parliamo di due mondi che, pur appartendendo allo stesso universo, hanno logiche e dinamiche affatto differenti. La moneta nomina il prodotto finanziario, ma certo non lo esaurisce. E nell’eurozona abbiamo la moneta unica, mentre i mercati finanziari, a differenza di quelli delle merci, sono ancora tanti quanti sono gli stati dell’area.

Un esempio, preso a prestito dall’allocuzione di Mersch, aiuterà a capire. Mettiamo che un imprenditore tedesco voglia emettere un bond in Olanda. Nel suo prospetto deve specificare se il suo titolo di debito, comunque denominato in euro, sia emesso sotto la legislazione tedesca o quella olandese. Al contrario, in un mercato integrato dei capitali un imprenditore tedesco può emettere bond in Olanda senza specificare alcunché, visto che il diritto soggiacente all’obbligazione è comune in tutta l’eurozona. “Dopotutto i paesi dell’euro condividono la stessa moneta”, commenta Mersch. Unificare le regole finanziarie, quindi, rappresenterebbe una enorme semplificazione.

Ma non è solo la semplicità d’uso – ricorderete che si disse anche dell’euro – lo scopo di questa ennesima integrazione. A monte ci sta il fatto, e noi eurodotati dovremmo ormai averlo imparato, che le regole sussumono una politica economica.

Il nodo saliente del ragionamento di Mersh, infatti, è che un mercato finanziario integrato favorirebbe, nel tempo, un graduale spostamento dell’erogazione di credito dalle banche al mercato dei capitali, sul modello americano. Il che, oltre ad aumentare l’efficienza marginale del capitale e la sua allocazione, consentirebbe anche una migliore distribuzione del rischio.

Per dimensionare il problema, Mersch ricorda che l’economia europea è caratterizzata da piccole e medie imprese (SMEs) che generano il 60% del valore aggiunto dell’area. Queste aziende vivono in gran parte grazie al credito bancario delle loro banche domestiche. Con la conseguenza che in caso di stress bancario, come peraltro è accaduto di recente, anche le imprese ne risentiranno. Cosa che non accadrebbe se le imprese fossero in grado di procacciarsi il credito sul mercato dei capitali, oltre che dalle banche.

Il punto d’arrivo, o quantomeno di confronto, è quello degli Stati Uniti. Qui l’80% circa dei crediti concessi alle aziende arrivano dal mercato dei capitali, a fronte di un 20-50% nell’eurozona, Ciò rende le aziende Usa più resilienti alle crisi bancarie, che poi è quello che vorrebbero anche i nostri banchieri centrali, non paghi evidentemente di aver realizzato l’Unione bancaria.

Ora uno può pensare che questa esigenza sia figlia dell’esperienza fatta con la crisi, ma sbaglierebbe. La necessità di integrare l’infrastruttura e le regole della finanza viene da lontano. Ancor prima che entrasse in vigore l’euro, quindi nel 2001, un gruppo di lavoro, il Giovannini group, dal nome del leader degli studiosi, aveva elaborato un “Report on EU Clearing and Settlement Arrangements”, che vide una seconda stesura nel 2003.

Oggi Mersch ci fa sapere (ma in realtà ne avevamo già avuto avvisaglie) che la Commissione europea “presenterà a breve una prima proposta su come una unione del mercato dei capitali possa essere delineata in pratica”.

Il testo ancora non è noto, quindi per averne un’idea dobbiamo contentarci di leggere quelle di Mersch, per capire almeno come a lui piacerebbe che tale unione si realizzasse.

“Per me unione dei mercato dei capitali significa più che modificare la semplice regolazione. Implica ragionare sulle regole per le aziende, sulla supervisione dell’infrastruttura finanziaria, il diritto fallimentare e l’armonizzazione fiscale sui capital gain”. Un notevole passo in avanti, quindi, sul modello di quanto si è fatto con il SEPA, il single euro payment area, che adesso si vuol fare evolvere nel medio termine in modo, per esempio, che non si paghino più commissione per l’uso cross border delle carte di credito.

Anche qui, si parte dalle origini, ossia dal Trattato di Roma che piantò le radici dell’attuale Ue e che prevedeva, sia pure in forma basica, il libero movimento dei capitali nell’area europea, a testimonianza del fatto che la nostra tartaruga, oltre a muoversi con proverbiale lentezza, è dotata anche della memoria di un elefante.

Mi sorprendo a pensare che questa strana chimera, metà tartaruga e metà elefante, è la migliore rappresentazione dell’eurozona che ho immaginato sinora.

I vantaggi esemplificati da Marsch che deriverebbero da questa ennesima unificazione sono diversi e non voglio annoiarvi con i dettagli tecnici. Ciò che qui mi preme ancora sottolineare e che comunque, a integrazione effettuata, bisognerà anche pensare a un meccanismo armonizzato di gestione delle crisi dei mercati finanziari, sul modello insomma di quanto fatto per le banche.

“Un meccanismo singolo di risoluzione per le non-banche, come le controparti centrali o le central security depositories (CDS), è uno strumento fondamentale di un mercato unico dei capitali”, sottolinea, visto che queste entità sono ancora regolate dalle autorità nazionali. E l’esperienza del SRM della banking Union dovrebbe bastarci a capire dove si vuole andare a parare.

Provo comunque a farvela semplice. La nostra tartaruga-elefante ha unificato il mercato delle merci, poi la moneta, ora pensa a fare la stessa cosa con i suoi derivati, nel senso di strumenti finanziari. Al termine di questo processo avremo un significativo sviluppo delle entità sovranazionali, chiamate a supportare numerosi processi economici e, di conseguenza, politici.

Fatta l’Europa economica si faranno gli europei.

E anche questo mi pare si dicesse negli anni ’50.

 

 

Il futuro dell’Ue si decide (anche) a Basilea

Confuse dal QE di Supermario e più o meno felici per le elezioni greche, le opinioni pubbliche europee hanno molto di cui discutere e altrettanto su cui dividersi. Come puntualmente sta accadendo.

Senonché, mentre il dibattito s’infervora consumando infiniti e inutili fuochi di paglia, solo pochi ricordano che i veri cambiamenti stanno intervenendo nel tessuto connettivo del mercato unico, ossia il mercato finanziario.

L’Europa, dopo aver marciato verso l’unificazione monetaria, adesso si prepara a quella del mercato dei capitali, ulteriore conferma, qualora fosse necessario, che una unità d’intenti politici è nei fatti prima ancora che nel diritto.

Ma non bisogna stupirsi. Gli alfieri di questa integrazione, silente perché procede nei consessi tecnici più esclusivi e nelle aule dei convegni piuttosto che nel dibattito pubblico, sono ben consapevoli che la crisi ha notevolmente affievolito il consenso pubblico verso l’Ue, e sanno altresì che, di conseguenza, i politici, che tale consenso sono chiamati ad interpretare, fanno e faranno sempre maggior fatica a procedere verso una trasparente unione fiscale e poi politica, come postulate dalle massime autorità europee non più tardi di pochi anni fa.

Sanno altresì che non c’è tempo da perdere. Che la fiducia comprata a colpi di QE dalla Bce è volatile, non essendo legata ad alcun dato economico realmente positivo, quanto piuttosto all’euforia. E ciò rende il progetto europeo tanto ambizioso quanto fragile, esposto ai marosi del malumore interno e, soprattutto, delle decisioni esterne, che rischiano di creare non poche avversità al nostro continente.

Ecco quindi che la soluzione va ricercata nei cavilli della regolazione finanziaria. Nel tecnicismo astruso, che assicura, proprio perché volta molto in alto sopra le nostre teste – e figuratevi quanto sopra quelle dei politici – una azione efficace pari a quella di una norma di legge, pure se legge non lo è.

Ne ho piena contezza finendo di leggere uno degli ultimi interventi del governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, che risale al 15 gennaio (“An outlook for the year ahead”), prima quindi della decisione della banca centrale svizzera di abbandonare il cambio fisso con l’euro, prima che Draghi armasse il suo bazooka e prima che i greci votassero. Ma questo non conta granché. Perché il discorso di Weidmann è, si può dire, universale.

Ve lo sommarizzo in poche battute perché la notizia sta alla fine.

Il punto, osserva, è che la crisi ha svelato la debolezza del framework istituzionale europeo, dove una politica monetaria centralizzata in un organismo sovranazionale indipendente, la Bce, è stata affiancata a una gestione nazionale delle politiche fiscali.

Affinché tale anomali regga la prova della realtà, ogni stato deve essere responsabile nella tenuta della propria contabilità per evitare di creare problemi all’insieme degli stati e, in ultima analisi, alla moneta unica. E questo spiega bene perché si sia lavorato sul fiscal compact. Il trattato di Maastricht, ricorda poi, non prevede mutualizzazioni dei debiti né trasferimenti fra gli stati dell’Unione, e tantomeno che la Bce compri debito pubblico dagli emittenti. A maggior ragione, perciò, ogni stato deve darsi una regolata e non minare la fiducia con i proprio comportamenti sconsiderati.

Per farvela semplice: l’unione monetaria può funzionare solo che ogni partecipante tiene la casa in ordine. Basta una mela marcia a rovinare il cesto. E purtroppo nell’eurozona si fa prima a contare quelle non marce che quelle sane.

Ciò implica che occorra costantemente persuadere il resto del mondo che l’eurozona è un corpo sano, malgrado tutto. E per riuscirci, osserva Weidmann, non bisogna temere di far fallire uno stato.

Sempre per rassicurare il mercato, osserva, è stata realizzata l’Unione bancaria, che prevede una supervisione e una autorità di risoluzione centralizzata delle banche. E, dulcis in fundo, viene spiegato uno dei principali obiettivi di tale operazione: spezzare il vincolo incestuoso fra debito sovrano e banche residenti, una delle ossessioni più ricorrenti di Weidmann. Perché, dice, “la responsabilità è un elemento centrale del nostro sistema economico”.

E’ o dovrebbe essere, aggiungo io.

“Credo che l’opinione pubblica e i governi siano meno disposti a procedere verso una unione fiscale, visto che questo significherebbe cedere una grande quantità di diritti sovrani nazionali in materia di politica fiscale”, dice Weidmann, e poi cita Kohl, che in un celebre discorso tenuto al Bundestag nel novembre 1991 disse che “l’idea di un’unione economica e monetaria senza un’unione politica è un errore”. Ma solo per dire che lui pensa, al contrario, che una unione monetaria possa funzionare anche senza unione politica. A patto che le regole firmate dagli stati vengano da questi onorate. Pacta sunt servanda, diceva i nostri padri latini. E i tedeschi, pure a costo di rendersi antipatici, non si peritano di ricordarcelo.

Il recente dibattito sulla flessibilità, inoltre, piace poco al nostro banchiere, ” e i commenti della commissione Ue indicano, sfortunatamente, che tali tendenze tenderanno a diventare più forti”. E ciò potrebbe indebolire la fiducia nell’eurozona nel suo complesso.

Al contrario, osserva, il principio della responsabilità nazionale nei confronti del bene sovranazionale dovrebbe essere portato alle sue estreme conseguenze: “Anche ai governi dovrebbe essere consentito di fallire”ripete.

Ed è a questo punto che il pallino del rischio sovrano nelle pancia delle banche diventa coerente col ragionamento. Se le banche smettono di comprare debito sovrano, e la Bce non può comprarlo, le possibilità che uno stato irresponsabile fallisca sono sicuramente maggiori.

Ma tale “miracolo” non accadrà mai finché qualcuno non costringerà le banche a non comprare titoli di stato. E poiché di sicuro i politici non faranno mai questo passo, la soluzione andrà ricercata nella regolazione. Precisamente nell’eliminazione del requisiti preferenziali concessi ai titoli di stato dalle regole di Basilea II, di cui ho più volte scritto in passato.

Ricordo ai meno appassionati che gli stress test della Bce hanno ipotizzato la rimozione graduale dei filtri prudenziali sul debito sovrano, di fatto considerandolo un asset che necessità di capitale per essere detenuto. Quindi il clima è quantomai propizio all’innovazione. E le banche ne sono perfettamente consapevoli.

La novità, che lo stesso Weidmann ci comunica è che il 2015 vedrà progressi in quest’area. “Ho accolto come una buona notizia il fatto che il Comitato di Basilea sulla supervisione bancaria (composto per lo più da governatori di banche centrali), abbia incluso questo problema nel suo programma di lavoro“.

Il futuro dell’Ue passerà di sicuro dalla Commissione, dalla Bce e dai vari parlamenti nazionali.

Ma passa pure per Basilea.